L’uomo delle foreste


L’uomo delle foreste.
Verso un transito poetico che non sia transito celeste.

1. L’ispirazione non esiste, non ci ho mai creduto, se esiste non mi ha mai toccato, non sono stato eletto da questa tangente. Da aspirante scrittore ho scritto ed ho scritto di getto e poi ricomposto, per limatura e senza troppe scuse.
Questi pensieri sono relativi ad uno stato di attraversamento della lucidità, tra un prima e un dopo, nel breve lasso di tempo durante il quale un pensiero si coagula. L’attraversamento non è necessariamente costituito da momenti mancanti, né può risolversi in un quid valido dal punto di visto estetico, rappresentando esso né più né meno che un’esperienza di transito sconvolgente e personale. L’atteggiamento da mantenere potrebbe essere questo: guardo un oggetto, lo osservo, sono quell’oggetto, guardo un oggetto che ora non è più lo stesso, nemmeno io sono più come prima. Un occhio esterno non può certificare. Di certo il transito e l’attraversamento, sono legati al fare, al divenire, al cambiamento.
Il transito può scaturire da più cause. La mia preferita è lo stress, il sovraccarico sensoriale, la somma di tensioni provenienti da diverse sollecitazioni (“State svegli fino a tardi. Accadono strane cose quando siete andati troppo in là, siete stati svegli troppo a lungo, lavorato troppo e siete isolati dal resto del mondo”, Bruce Mau). Il peso di una massa incredibile, stratificata e anonima, costituita da terre, ere geologiche, conflitti mondiali, che si concentrano in un punto. La pressione di più atmosfere che fa divenire diamante un pezzo di legno, carbone, fossile.
Nel momento del transito è raro il fenomeno del comparire a se stessi riuscendo ad autorappresentarsi, in quel momento sono emittente, trasmittente, ricevente, cerco di esserci il meno possibile, il linguaggio dell’incoscienza sarà già abbastanza mediato, storicamente, da ciò che è stato sul mio corpo. L’ispirazione non esiste, il transito è incoscienza al lavoro, resa a detrimento del corpo che fa da schermo, da tela, da foglio di carta bianco non ancora proiettato su qualcosa che poi sarà visibile per tutti, forma dell’intraducibile. La collezione di questi momenti, costituisce un quadro vivido, costruito sull’eccezione. Un suono che rimbomba in latenza, senza turbamenti, per poi esplodere. Dopo? In seguito il transito si costruisce sulla ripetizione. La ripetizione dei gesti corporei e meccanici riconduce a questo stato, ne fa ricordare i momenti con il tentativo disperato di riallacciarsi alla tensione di un non essere, di una twilight zone. La ripetizione dei gesti corporei e meccanici riconduce a questo stato. La concentrazione estenuata fa perdere il controllo del sé, sfocia in transito. La mente come incrocio momentaneo di più direttrici, dette anche voci, la trance è il corpo che prende possesso sulla coscienza esautorando la veglia e sfociando in espressione. Ma anche la coscienza è coscienza corporea, è corpo. Ne “Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza”, J. Jaynes ipotizza che in un passato remoto le azioni dell’uomo fossero ‘dettate’,’ispirate’, da agenti esterni (extraterrestri, divinità) e che la coscienza (la voce di dentro) sia nata per sopperire all’improvvisa mancanza di queste presupposte voci di comando, ne sarebbero testimonianza diffusa alcuni passi dell’Iliade comparati a testi di epoca successiva, appartenenti all’Odissea di Omero. Lo stesso avviene nella trattazione dei sogni profetici come fu descritta in epoca classica. Queste spiegazioni nascono dal non volere riconoscere l’incredibile potere cerebrale di sopportazione di tutte le tensioni.
La poesia è altra da sé. Il poeta, lo scrittore, prima di far rientro nella razionalità del progetto sono totalmente ‘fuori’. Ogni fenomeno dispone della propria ‘scimmia’ che fa da mimo alla genesi, all’originario, replicandone la rappresentazione senza appiglio. Il transito può essere mimato, può essere rappresentato ad uso e spavento di chi guarda, ma ciò è valido e succede perfino alle soglie della razionalità, essa pure dispone di ‘scimmie’, il poeta può regredire o arrestarsi, restare scrittore di versi. Fare i conti con i propri momenti transeunti significa fare i conti con un percorrere assiduo il filo teso, conoscere e praticare una follia quotidiana che altri non è se non il disporre di un quantitativo di libertà ed energia eccezionali, che non necessariamente devono confluire in un’opera o in un momento creativo. Quando ciò accade il transito è stato selezionato, il raggio di luce attraverso la fessura dello spettro, nella camera oscura, rimanda bande parallele, monocromatiche, ciò che era un universo multicolore e caotico diviene regola, perfezione.
Trance, transito, accogliere il passaggio, la trasmutazione, la transitorietà, giocare con i frammenti mobili della creazione, lavorare sulle categorie dell’allusione, dell’ammiccamento, del non completamente detto ed espresso.
I critici letterari si confrontano periodicamente sull’idea di fine della letteratura e fine della poesia. Interessante è invece il confronto sull’idea di opera-mondo, romanzo-mondo; il secolo scorso e l’attuale presentano diversi esempi di opere che fagocitano il reale nella sua interezza, opere ruminanti. Dietro di esse, però, c’è un autore mondo il cui corpo è stato completamente attraversato (“Kein Sein ohne Seiendes”, Adorno). Una poetica del transito dirompe maggiormente di una psicologia della scrittura, dandosi in psicosi della scrittura (struttura).
Il sistema nervoso accoglie gli stimoli, gli occhi, la vista, apparati sotto la fronte, direttamente collegati al sistema, il cervello è sede dei pensieri e degli urti, della fratture storiche. Tutto il corpo è sede dei pensieri, il corpomente transeunte è delocalizzato. Le opere che accolgono l’attraversamento ed il delirio sono opere mondo disinnescate dal corpo originario.

Esperienze nel bosco uno.

Attraversare il bosco di notte, compiere a ritroso la stessa strada che si percorre ogni giorno, con la luce del sole, mai fatta nel senso inverso, notte pesta, non si vede nulla, ogni rumore, ogni buca, non è la stessa strada, sembra che sia impossibile fare ritorno, battito del cuore accelerato, fidarsi del proprio ricordo.

Esperienze nel bosco due.

Questa notte ha nevicato, ora ha smesso. Questa mattina da casa all’università, attraverso il bosco. Sette giorni senza parlare con nessuno, nessun contatto con l’esterno, soltanto letture, televisione, radio, scrittura. È proprio necessario attraversare il bosco stamattina? Sì. Andare all’università adesso sarà come visitare un pianeta sconosciuto, fare ritorno. Mi incammino, dopo un chilometro mi accorgo di essere circondato dal bosco innevato, nessun ciclista, nessuno studente. D’un tratto ti viene il timore di aver perso la strada, tutto è bianco, provi ad orientarti con gli alberi ma ti accorgi che in questi mesi non hai mai fatto caso agli alberi, sempre camminando con lo sguardo in terra, il tuo riferimento erano le buche, i segni per terra. Il sangue adesso ti rimbomba nelle tempie, se non troverai una via d’uscita impazzirai e impazzirai se troverai la strada, ecco la strada, non impazzirai.

2. Il transito derivante dalla ripetizione, dall’estenuazione, e quello derivante dall’isolamento, dall’improvviso restringersi del campo visivo, dall’amplificazione di tutto ciò che ci circonda. Esistono persone con cui il transito è stato benevolo e altre che ne sono rimaste atterrite, ma chi può autorappresentarsi definitivamente la successione di stati/stadi mentali di un’altra persona se non vivendo la medesima esperienza? Non ci si può affidare alla psicologia dell’autore per descrivere una sua opera, né si può descrivere il transito come variazione di gradienti chimici e circolazione di fluidi. Non è questo il luogo per decidere se il transito debba accompagnarsi ad una forma espressiva di natura artistica, il transito è una forma di delirio dove attività e passività si confondono.
Ho scritto di getto un libro di circa duecento pagine, un romanzo inizialmente nato da un flusso poetico, della poesia possedeva la forma e per certi versi la materica continuità sonora. L’ho scritto in una ventina di giorni, prima dei quali ero davanti ad una scelta, e insieme a questa scelta avevo abbandonato un periodo notevole di inoccupazione e stress. Credevo di essere agente di quella scrittura, non era così. Quelle pagine si sono scritte da sole ed io ero emittente, mi ricordo del mio stato emotivo e mentale di quei momenti, quasi completamente assente a me stesso. Al termine di questo momento di scrittura e giunto alla fine di ogni pagina mi sentivo bene, il transito era l’attraversamento di un luogo terapeutico, analgesico. Scrivere pensando all’ispirazione è già mancanza di scrittura prima ancora che negazione dell’esistenza di ispirazione. Sette revisioni di quel testo prima che somigliasse ad un oggetto allusivamente narrativo. Mancante da esso la storia, presente in maniera occlusiva la mia precedente storia personale. Le tracce del delirio sono permanenti e quel testo è privo di soggetto attore, di eventuale protagonismo del personaggio, le azioni e gli eventi sono dettati dalla voce, non quella del narratore, nessun dio, bensì da quella dello scrittore che si rivolge all’attore obbligato dalle proprie azioni, da cui il titolo di Motoproprio.

Esperienze nel bosco tre, metafora.

Se fossi stato un fisico sicuramente sarei stato un esperto nello studio dei fluidi. I fluidi. La teoria dei fluidi. La portata di un condotto/è il volume liquido/che passa in una sua sezione/nell’unità di tempo/e si ottiene moltiplicando/la sezione perpendicolare/per la, per la? I miei piedi stanno per essere sommersi dall’acqua del bidet, seduto sulla tavoletta abbassata del cesso, con l’asciugamano appoggiato sulle gambe. Io non lavo i miei piedi, li detergo. Lascio che l’acqua, infiltrandosi nei pori, depuri efficacemente i miei piedi, non devo fare nulla, mi basta restare con i piedi in ammollo, è fatta. Immagino che mi piace restare con i piedi così, riapro il rubinetto. Il mio bidet ha un buco, in alto, quando mi dimentico l’acqua aperta quel buco non riesce ad ingollarne abbastanza, il bidet rischia di esondare d’acqua sul pavimento. Non questa volta, ho deciso per un ricambio di fluido, sono un esperto in materia, stanotte. Regolo il dosatore affinché l’acqua scenda lentamente, adesso l’acqua che filtra in uscita attraverso il buco è pari alla quantità d’acqua che fuoriesce dal rubinetto. Sono entusiasta nell’ammirare gli effetti di questo lento riciclo di fluido che si svolge nel mio bidet. Peccato che l’acqua sia sporca, pensandoci, non mi accorgerei dei moti convenzionali se non intravedessi il movimento di pulviscolo che continua a moltiplicarsi in circonvoluzioni. La sporcizia è testimone galleggiante dell’avvenuta pulizia, si addensa ai bordi. Mi accorgo di un’altra cosa. Alcuni frammenti di sporcizia vengono attratti dal getto di acqua che scroscia dal rubinetto, mentre altri pelucchi vengono risucchiati e portati con sé dall’acqua che defluisce nel buco. Mi accorgo subito di questo fenomeno e mi dico ‘scelgono dove andare a finire’. Mi ricordano Paolo e Francesca, ributtati di continuo nella bufera. Ho elaborato finemente una teoria, lavandomi i piedi un giorno sì e uno no; quando torno a casa troppo tardi e non ho voglia di farmi la doccia, allora mi lavo i piedi, così quando mi corico sotto le coperte non mi addormento terrorizzato, ebbene, la mia teoria è questa: la sporcizia che viene ributtata in circolo è più intelligente di quella che viene risucchiata nel buco, il primo corollario della teoria era ovvio, anche il più piccolo granulo di pulviscolo possiede una certa capacità decisionale. E io nel buco non ci finisco. Asciugo i miei piedi, li infilo nelle pantofole, mi lavo i denti. Dinamica di corpi in movimento. Mi è difficile, in questo momento, ragionare la mia vita in termini differenti o troppo distanti dallo scambio di fluidi. La mia vita è respiro, anche quando inalo tonnellate di polveri e carboni, tutto si riduce in pulviscolo, tosse. Alcuni dei miei l’altra mattina stavano facendo volantinaggio, tra due sabati mobilitazione, ma da cosa? Sono tre mesi che siamo mobilitati. Prima o poi la lettera arriva a tutti. Lo dice anche Carlo. Carlo è il più giovane degli studenti con cui divido l’appartamento, dietro Porta Nuova, quarto piano, scale, ringhiera, ballatoio, a quest’ora non mi vengono in mente più di quattro parole, piano, ringhiera, scale, ballatoio gocciolante. Gennaio.

3. L’ispirazione non esiste, non ci ho mai creduto, se esiste non mi ha mai toccato, non sono stato eletto da questa tangente. Da aspirante scrittore ho scritto ed ho scritto di getto e poi ricomposto, per limatura e senza troppe scuse. Tuttavia mi sono accorto di come la pratica della scrittura faccia attraversare stati emotivi diversi, faccia bene, come realmente sia possibile attraverso una narrazione concentrare in un luogo contenuto un mondo che, prima di noi, è accaduto. Il transito nella ragione dispiega fenomeni silenti, uno scrittore consapevole ne fa uso per descrivere la sua realtà altrimenti relegata in deliri univoci, cronici, politici e diffusi.

[Luciano Pagano,
Lecce - Gennaio 2005]

Transiti 1

- Claude Ollier, Estate indiana, 1967, Einaudi
– Bruce Mau, “Un manifesto (incompleto) per la crescita”, ArtLab, anno 4 numero 2, Milano, luglio 2002
– Samuel Beckett, Watt, Einaudi, 1998
– Gilles Deleuze e Felix Guattari, L’anti-Edipo, Einaudi, 1975

Transiti 2

- Edouard Schurè, I Grandi iniziati, Rizzoli, 1991
– Terence McKenna, Il nutrimento degli dei. La ricerca dell’albero originale della conoscenza, Libri Urra, Apogeo, Milano, 1995
– Theodor W. Adorno, Teoria Estetica, Einaudi, 1977
– Julian Jaynes, Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza, Adelphi

Transiti 3

Lecce, Torino, Saarbrücken

[intervento tratto da “Dissociazione e creatività. La transe dell’artista”
a cura di
Vincenzo Ampolo e Luisella Carretta
prefazione di Georges Lapassade
Campanotto Rifili, agosto 2005, ISBN 88-456-0711-9, €16,00]

Si consente la riproduzione parziale o totale di quest’opera e la sua diffusione per via telematica, purché non a scopi commerciali e a condizione che questa dicitura sia riprodotta.

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