“Le ragioni del lavoro intellettuale” sul forum dell’editoria pugliese del 12 marzo a Bari


1. Ci sono cose che ci piacerebbe sentire e cose che abbiamo già sentito. Le prime ci auguriamo di sentirle e faremo in modo che certi discorsi possano nascere, le altre le abbiamo già sentite e sarà utile confrontarci anche su esse. L’editoria è sorretta da discorsi legati strettamente all’economia. Qui ci fermiamo e per il momento non diciamo che l’economia è strettamente legata alla politica. Sappiamo che l’editoria italiana è in crisi, sappiamo che promuovere un libro è un’operazione che va equamente condivisa, negli intenti, tra editore e autore. Sulla quantità più che sulla qualità di questo spartire abbiamo qualcosa da dire, al di là dell’aspetto economico. Una volta che l’autore ha partecipato attivamente nella stampa di un libro, come può sapere quante copie ne vengono tirate, dove vanno a finire, come vengono gestite? Non ci piace sentire che l’editore farà tutto il possibile per la promozione di un volume, perché, in quanto autori di una certa età (al di sotto dei trent’anni) acquistiamo molti più libri di quanto non facciano altre fasce della popolazione e questo per due motivi, innanzitutto siamo più curiosi, siamo voraci e siamo interessati. In secondo luogo ci piace vedere cosa scrivono altre persone della nostra generazione di mezzo o più adulti di noi, per confrontarci, per vedere cosa ci accade intorno, per essere informati sull’attuale stato di evoluzione di quel fenomeno che si chiama ‘scrittura in lingua italiana’. Sappiamo già che i nostri editori fanno tutto il possibile per promuovere le loro opere, lo sappiamo perché ce lo dicono. Dov’è allora il problema? Tutti gli autori che sono intervenuti fino ad oggi in questo dibattito hanno asserito che l’editore deve essere intraprendente. Il concetto di intraprendenza, in senso lato, può essere così applicato: stampare meno titoli ma far fruttare bene i soldi investiti, ad esempio, in pubblicità sul libro, pubblicità di ogni genere, presso riviste che si occupano di cultura, presso testate giornalistiche, presso altri editori, sulla rete, in libreria. O ancora: creare uffici dinamici e interrelati dove le notizie circolino, dove soprattutto si legga anche ciò che viene detto in giro riguardo ad un testo, affidare questi compiti a persone preparate e non a persone che lavoreranno per sei mesi senza contratto per poi andare a finire a lavorare da un’altra parte dopo aver incubato in una casa editrice il loro primo step curricolare. Creare lavoro e far circolare denaro. Si, ma gli editori dicono, il libro non si vende. Eppure le tipografie sono luoghi di produzione eccellente, quando un libro esce di lì dentro, a prescindere da chi ne sia l’editore o l’autore, il libro esce proprio ben fatto, quasi quasi si potrebbe scambiare per il libro di una grossa casa editrice (una delle tre). Perché non si vende? Forse sta scritto male? Impossibile, alcuni titoli sfornati negli ultimi anni da case editrici pugliesi sono eccezionali. Forse non si fa tanto per promuovere il libro? Come è possibile dare vita ad un’economia sostenibile, anche per l’editoria? Gli autori si lamentano che devono sborsare per essere pubblicati e sono costretti a fare ciò perché l’editore non può azzardarsi di stampare duemila copie di tutti i manoscritti (anche soltanto di quelli buoni) che gli vengono inviati. Gli editori si lamentano che non vengono acquistati i libri. Esiste un punto possibile di congiunzione o, quantomeno, un punto in cui o l’autore o l’editore hanno manifestatamente torto? Le spese di produzione di un libro vanno ripartite secondo differenti voci, partiamo dalle spese di produzione. A seconda che il libro venga stampato appoggiandosi presso una tipografia oppure utilizzando macchine digitali esso può avere un costo grezzo differente, che non arriva tuttavia a superare il migliaio di euro per una tiratura di cinquecento copie, le quali a loro volta data l’asfissia congenita del mercato librario pugliese sembrano essere un congruo numero di copie, abbastanza per comprendere se un autore è una schiappa oppure se è un buon esordiente, abbastanza per capire se un investimento è andato a buon fine oppure per accorgersi che appena appena si è riusciti a far fronte alle spese senza perderci. Se poi l’editore si appoggia frequentemente ad una tipografia esterna (ma l’ideale resta avere delle macchine digitali proprie) è naturale pensare che esso possa ottenere sconti sulla produzione quantitativa, nel senso che portando in tipografia più volumi contemporaneamente si può ulteriormente contenere il costo di stampa. Anche per questo motivo le uscite editoriali vanno e sono comunemente programmate con un certo anticipo. Nel capitolo della spesa di stampa ci mettiamo quindi tutte le spese relative alla stampa del volume, alla sua rilegatura, alla stampa della copertina e al suo trattamento/abbellimento eventuale. In sostanza consideriamo chiuso il capitolo relativo al prodotto. In seguito il libro, da oggetto materiale diviene merce acquistando un carattere ideale, il valore aggiunto che da a quest’oggetto l’editore. Il valore che l’editore vuole dare a quest’oggetto è la somma di tutte le peculiarità e le professionalità che sono quotidianamente in gioco nella vita quotidiana di una casa editrice. Tecnici, addetti al settore commerciale, controllori di vendita, ragionieri, impaginatori e grafici, designer, addetti all’ufficio stampa, addetti all’area manoscritti, addetti all’area marketing, redattori, collaboratori etc. Alcune figure professionali non esistono più, i traduttori vengono pagati sul singolo libro tradotto, i correttori di bozze non esistono (e certe volte si notano i risultati della loro assenza). La vita di una casa editrice medio-piccola è fatta di persone che svolgono, se va bene, almeno due mansioni ciascuna, con evidente impossibilità di mantenersi al passo con quanto accade nel mondo esterno. Mi si potrebbe obiettare che non è così, che i collaboratori sono tutte persone serie, che fanno con passione il loro lavoro e che vengono seriamente retribuite. Tuttavia gli editori rendono ragione di un concetto “si vendono più libri -> circola più denaro -> si possono affrontare più serenamente i rischi -> addirittura si può facilmente investire”. Questo concetto che non fa una grinza dal punto di vista ideale fa acqua da tutte le parti quando si scontra con la realtà perché c’è un momento, tra la produzione materiale e quella immateriale, che non viene spesso quantificato, ovvero il ‘lavoro intellettuale’.
2. Quanto costa produrre un oggetto intellettualmente valido, coerente dal punto di vista stilistico, eccezionale come merce di scambio possibile? Un libro non è mai un punto di arrivo. Un libro è l’asintoto di tutti i discorsi che tendono e che partono da esso. C’è un momento nella catena di produzione in cui l’editore fa i conti in tasca all’autore e in tasca a se stesso dimenticandosi di aver a che fare con lavoratori come lui, se il lavoro intellettuale ha senso anche in periodi dove il cervello è un contenitore di repliche, spot e affini. E questo accade anche con chi lavora all’interno delle mediopiccole case editrici. Torniamo al nostro bel libro paragonandolo ad altre merci. Facciamo finta che ad un editore si guasti la macchina, una macchina per la quale ha speso dai nove a quindicimila euro per rimanere nell’ambito delle monovolume (soldi che guadagnerebbe un autore lavorando per un anno al sud essendo molto fortunato). L’editore va dal meccanico per farsi aggiustare la macchina ed il meccanico fa un preventivo di duemila euro. L’editore ingoia il rospo e decide di pagare quella cifra, la macchina gli serve tutti i giorni, non può farne a meno davvero. Qual’è quella persona così stupida da affidare migliaia di euro in mani di altri, oltre che ad affidare una sua opera, senza informarsi e senza chiedere quali risultati otterrà? Qual è quella persona così stupida da mettersi a scrivere e buttare dalla finestra i propri soldi senza sapere se otterrà dei risultati tangibili? Per il suo stile si intende. Perché è di stile che si parlerà a questo forum, o no? Qual è quell’autore così stupido da credere che basterà pubblicare a pagamento un libro perché quest’ultimo si legga o si venda? Eppure ce ne sono tanti, è una questione di stile o c’è o non c’è. Ci avviciniamo alle elezioni, due tornate in meno di un anno e mezzo. A questo forum si toccheranno anche argomenti legati alla politica e la politica è il luogo del conflitto, virtuoso o vizioso, delle classi sociali. Come risponderanno gli editori di fronte alla crescita della scrittura, in quantità e qualità, che non va, sempre, di pari passo con la loro conoscenza (non sempre perfetta ma perfettibile) del territorio in cui operano? Anche questa è politica. Le molte presentazioni, oltre che a far conoscere l’autore e vendere il suo libro, sono le poche occasioni in cui il lettore può chiedere chiarimenti oppure può semplicemente fruire idee in modo gratuito, posto l’assunto che non tutti si possano permettere l’acquisto di un computer con collegamento, oppure l’acquisto di una decina di libri al mese o altro. L’elevazione dello spirito passa anche da queste occasioni. Questa indicazione serve giusto per ricordare agli editori che svolgono un’azione sociale e politica, il libro resta ancora il modo più economico per confrontare le proprie idee e maturarne di nuove, insieme alla lettura dei quotidiani.
3. Tutti al forum, per parlare anche di distribuzione. Se ne sono accorti gli scrittori emergenti, se ne sono accorte le case editrici, se ne sono accorte le librerie, sparse un po’ in tutta Italia, così non si può andare avanti, ci vuole una svolta. Esperimenti alternativi e cooperativi di diffusione del libro sono già in atto. Penso ad esempio al circuito di Interno 4 (presente a Lecce con la libreria/associazione Officine Culturali Ergot), all’esempio dato da AutoriEditori, che, in Veneto, hanno stampato dieci volumi (dello stesso formato e con caratteristiche simili alle prime edizioni di StampaAlternativa, i Millelire) di autori esordienti. Il passo in avanti consiste nella possibilità di leggere online queste opere, scaricabili in formato PDF. Penso all’esperienza di LiberTAS, iniziata nel gennaio dell’anno scorso, che sta viaggiando verso la costituzione di un consorzio di piccoli e medi editori che stanno riuscendo a conquistare i propri spazi. C’è l’esperienza concreta e decennale dei Wu Ming (WuMingFoundation) a dimostrare che la circolazione non a pagamento delle opere non è affatto un’opera gratuita. Si aggiunga che il discorso portato avanti dai WuMing e dalla ‘comunità dei lettori’ è un discorso, oltre che letterario, sociale, politico e orizzontale. Il dibattito tra letteratura e società, autore e lettore è vivissimo. Mediando ciò con opportune riflessioni su autori (basti citare chi ha precorso i concetti di rete come Deleuze e F. Guattari) possiamo comprendere come i concetti di ‘rete’ e di ‘diffusione sulla rete’ siano altro che assommabili al flusso di 0 e 1 che può passare attraverso una banda in ADSL o un telefonino UMTS. La ‘rete’ è altro, la rete è possibilità di creazione di discorsi orizzontali e trasversali, rizomatici, senza mediazioni né provenienti dall’alto né provenienti dal basso. La rete, in una parola, è immagine speculare della cultura di massa, senza l’accezione negativa che può assumere questo vocabolo. La rete è cultura di massa nel momento in cui diviene strumento di interlocuzione/costruzione/scambio, e non ennesima replica di Tele-Visione di informazioni, replica dell’idea di contenuto, un’idea di rete popolare come un’idea di cultura popolare, che oggi è già possibile grazie al libro stampato e alla scrittura. Non stiamo parlando di preistoria, gli editori se ne sono accorti da tempo, se ne sono accorti anche gli scrittori, la parola forum diviene di uso comune per indicare la possibilità di sedersi ad un tavolo e discutere senza ruoli predefiniti, con qualcosa da aggiungere. E la distribuzione, cosa c’entra con tutto ciò? Tra qualche anno forse si potrà discutere ed attuare un modello di distribuzione alternativo che possa essere utilizzato (anche) dagli stessi editori per fronteggiare lo strapotere di alcune catene forti.
4. In un simile scenario potranno essere (anche) affrontati discorsi relativi, per la piccola e media editoria, ad un innalzamento della considerazione di chi svolge un lavoro intellettuale, affinché il costo di un libro, essendo derivato da queste nuove spese ‘aggiunte’ possa essere realmente distribuito e ‘spalmato’ in maniera razionale. Resta ragionevole pensare che l’investimento minimo per affrontare una pubblicazione non scenda al di sotto di una soglia di quattro/cinquemila euro? Certo, ciò è pienamente condivisibile, se l’investimento viene realmente utilizzato per l’obiettivo preposto, la diffusione delle idee, la crescita dello stile, la maturazione dell’autore.

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