Angelo Petrelli: farsi di un’elegia esordio.


Angelo Petrelli, dopo essere approdato nel 2003 sulle pagine di Vertigine, il periodico di letteratura curato da Rossano Astremo, ha esordito nel gennaio del 2004 su musicaos.it. Archi di tempo che potrebbero sembrare brevi come potrebbero, invece, fornire il tempo ragionevole per la riflessione sulla maturazione di un pensiero poetico, su un esordio di un poeta poco più che ventenne. Questo breve scritto raccoglie spunti di lettura, brevi annotazioni sulla densità dei testi poetici contenuti in Elegia, esordio importante dal punto di vista della produzione di Angelo Petrelli, che nel frattempo ha avuto modo di riflettere anch’egli su questi testi e meditare altre direzioni, alcune simili ai testi contenuti in questo libro, altre totalmente differenti. L’esordio di una voce reclama il suo status con prepotenza, irruzione, frattura. Nell’esordio di un poeta finiscono le poesie che hanno chiuso, a giudizio dell’autore, la fase di apprendistato necessario alla scrittura di versi. L’esordio in tal senso costituisce uno iato sul piano delle scritture possibili. Angelo Petrelli è di sicuro un (giovane) poeta. Del giovane poeta possiede una delle caratteristiche fondanti, l’incoscienza, quel sentimento che si mescola all’irruenza che i giovani coltivano al margine delle estenuanti letture, e che si concretizza nel possedere un’idea certa, un pensiero manifesto di ciò che comporta scrivere, anzi, di ciò che è la propria scrittura. E’ come se in assenza di maturità ogni giovane poeta se ne costruisse una propria da sé, e in questa si specchiasse per trovare i motivi della propria scrittura. Le poesie di Elegia dimostrano come questa prima maturità sia stata costruita e raggiunta.
Costruzione di situazioni ed ambienti che riescono ad essere delineati e sfocati insieme, delineati nella presentazione del verso, localizzati, compatti, e sfocati nell’intenzione del resoconto, fumosi, sfuggenti. C’è una tendenza, diffusa in questi versi, nell’assumere su sé i contorni dei paesaggi notturni, del tempo in cui ci si svolge come pensiero (“quando ancora buio disperavo”, “quel tempo ero da poco immaginario”). Questi modi presuppongono un estraniamento, voluto, del poeta da sé come oggetto del canto e del poeta dai suoi stessi versi. In sostanza, Angelo Petrelli, tra le varie condizioni che va via via costruendo come proprie, instaura un rapporto di supervisione del reale, supervisione che, certamente, è portatrice di un giudizio. Ciò ci fa intuire, a lato, la genesi di un carattere. Allo stesso modo l’esperienza del vissuto, amoroso elegiaco diviene oggetto di continua riflessione, dominata da costante amarezza.
Il poeta muove i suoi passi all’interno di una città, Lecce, “sonora/di dozzine di piccole orchestre/all’aperto[…]” e nella ripetizione di..di si sente il distacco nei confronti di questi luoghi, della “gente fottuta”, nell’”insidia sull’oscura/pietra”. Una città dominata dalla propria ansia di mettersi in scena, all’interno della quale si consuma il dramma del poeta, insofferente ad ogni convenzione.
Tema ricorrente è la morte, il distacco, vissuto per lo più come terrore del distacco dalla persona amata che si traduce in amara considerazione di irreparabile perdita, a prescindere che questa sia reale o puro appoggio di finzione. L’amore è questa cosa su cui si è costruito l’episodio, l’antecedente, che si risolve nei versi di Angelo Petrelli come assoluzione (“che tutta la fatica risarcirai/…/la mia soluzione”). Continuo il richiamo ad un ‘non morire’ presunto, culmine negativo di un amore epico, se con questo aggettivo traduce il sovraccarico tensionale del quale il poeta investe ogni situazione raccontata. La vita e la morte sembrano volersi scontrare in questi versi, lente di ingrandimento voltata all’indietro, sulla coscienza del poeta, che ingigantisce ogni piccolo avvenimento, fino a farlo divenire un appuntamento con il nulla, una partita di scacchi con la morte (“you are to kill me today -/(,…)/as though me drowning/within your last play”), trasformandosi da lente di ingrandimento in specchio ustorio. Questa vena sotterranea, figlia dei crepuscolari e del D’Annunzio di Alcyone affiora poche volte, ma è presente, anche tenuto conto del fatto che i riferimenti più vicini di Angelo Petrelli giungono fino alle soglie della poesia del novecento, senza sconfinare nella contemporaneità più dichiarata e qui è necessaria una precisazione: lo stile della propria poesia, la scelta di seguire alcuni suggerimenti e alcune letture, tutte queste sono le componenti che fanno un esordio differente rispetto ad un altro, e qui potremmo inserire, senza timore di inferire ai versi del Petrelli soluzioni non sue, autori come Pavese o Rilke. Sono i versi questi, dove si riconoscerà l’ordito delle letture, l’utilizzo di soluzioni culturalmente mediate, di sicuro effetto, nonostante siano esse esenti da ogni ricercatezza (“dove dolgono le mani suonare, m’è morta tutta/intorno la risposta”, “noi tale fu la voglia che un’invenzione, et forma d’una fredda”). E’ nell’apparente tortuosità di certe soluzioni che vanno rinvenute le tracce di influenze letterarie. A proposito dell’idea di soluzione, va aggiunto che proprio in contrapposizione di questo discorso poetico, la cui dominante cromatica è il nero, nel testo che da il titolo a tutta quanta la raccolta è contenuta la soluzione, il perché di una luce assente a questi versi.
In questi versi si delinea la forma di una religiosità aliena da ogni divino, se non come simulacro di parole (“nel nome del suo nome”, “da Dio stesso capirò la storia ridicola/della genesi[..]”,”la breve croce”), non v’è alcun conflitto con il divino, che non si pone in alcun modo come alter nel discorso poetico di Angelo Petrelli, chiuso tra il sé del poeta, con se stesso, e la donna alimento d’elegia.
Rien Nul è la silloge, all’interno di Elegia, nella quale si ritaglia lo spazio di un breve canzoniere, il cui pretesto è dato da una relazione d’amore interrotta. Va notato che Angelo Petrelli riesce a non incappare in un errore comune agli esordienti, quello cioè di riempire con filosofemi le proprie poesie. Il suo non può certo dirsi un dialogo a due voci. Il poeta prende spunto da quanto accaduto con la sua (reale e distante) interlocutrice, per ri-versare in poesia l’astio nei confronti delle convenzioni sociali e dell’amore concluso. Queste poesie sono dense del rimpianto di ciò che è stato, al punto che per brevi attimi l’aderenza tra l’immagine di sé che il poeta ha costruito in altri luoghi della raccolta cede il passo all’immagine reale, all’autore in carne ed ossa, carico del suo vissuto sentimentale ed emotivo. Certo, la bravura dell’autore consiste nel non cedere il passo ad alcun sentimentalismo, nonostante uno scarto linguistico evidente. La realtà diviene esploso dell’intimità (“[…] come/alla finestra ansiosa, pronta”), fino a tendersi in forme volutamente piane (“giocavamo all’amore senza/fuggire – e sincero ti chiesi/puerile d’amarmi per sempre,…”). Se in questo verso non ci fosse stato quel “puerile” difficilmente avremmo potuto considerare seriamente come poesia il resto della costruzione. Qui si riconnette, semplicemente, la condizione biografica da cui la silloge è scaturita, il poeta, almeno in ciò che gli compete, i versi, cerca di recuperare lo scarto sulla vita vissuta, terreno sul quale l’interlocutrice (assente) si è dimostrata sicuramente più abile.
Il tempo, in Rien Nul è luogo della disfatta, nel quale si consuma l’amarezza del vivere il leit motiv del “ho ingoiato” come quello delle ripetute negazioni: “[…] tutto l’amaro/che non importa deve essere una/via del cuore”, “[…] il tempo/feroce che non finisce” e ancora “[…] del giorno che pensai/un domani e l’avevo già visto”
Il poeta si assesta nel mezzo del tempo con forme di completa di negazione, “non posso più credere” diviene, in sostanza, la formula di queste poesie. Il poeta non può “morire tra le tue braccia”. La silloge si chiude, nuovamente come si era aperta, su quell’”amaro”, altra chiave di questa sezione di versi.
Si è parlato dello specchio che viene costruito utilizzando i richiami ad esperienze poetiche complete (Thomas, Celan), in alcuni luoghi il poeta sembra disporre di mezzi inaspettati, basti leggere questa strofa, una delle più riuscite e che vale la pena di riportare:

Mi lamento per ogni grazia ricevuta
perché la breve croce sotto muta – la donna
che sembra disciolta nel mio seme
è donna perché mi cresca come radice
assai più profonda del mio cancro
di questo Dio dal cuore troppo inesauribile.

Ma c’è un altro elemento che affiora da questi versi, sia che esso voglia solversi in un estetismo reiterato e onirico, con l’utilizzo di immagini prese dalla poesia macabra, con riferimenti chiari a Baudelaire, dove il macabro è inteso come autocompiacimento nell’osservazione del male, della cattività generata dal distacco e dalla perdita, miste ad un’ammirazione della propria, crescente, angoscia. Questa influenza, che può ascriversi a buona parte della raccolta, costituisce un elemento dal quale, il lento distacco è già presente nell’ultima produzione di Angelo Petrelli. Avere posto il proprio io e la propria esperienza al centro di tutte le tematiche di questa raccolta è il motivo per cui Elegia, nell’equilibrio degli elementi fin qui esposti, si presenta come esordio notevole. La città, le persone, Dio, sono figure lontane, fanno da sfondo; la morte, il distacco, l’amore, anche se a volte tradito da un amore di sé più spiccato, sono tutte sfaccettature di un unico piano.
Cosa resta dunque, al termine della lettura di questa raccolta? La prima domanda, legittima, è quella relativa al titolo/genere scelto dall’autore per il suo esordio, un’indicazione chiara. Elegia, se intesa come ‘lamento funebre’ in senso lato, non sostiene nel caso di Angelo Petrelli una poesia che centra il proprio fulcro sul tema della morte. Rifiuto dell’eros d’essere elegia può forse voler significare il contrario, l’eros, in tal senso, può salvarsi, può essere la variabile che non dipende da tutto quanto detto riguardo l’angoscia, il desiderio di non morire, l’amarezza dell’esistenza. E’ proprio l’ansia di elegia, “questa mia sete d’angoscia t’ha fatto morire”.
Angelo Petrelli riesce, riesce nel tentativo di non affrontare le tematiche dell’amore e del distacco senza essere scontato, si pensi ad esempio alla breve sezione intitolata Death and love song, il cui titolo potrebbe essere tranquillamente posto come sottotitolo ad Elegia.
Riesce, nonostante la giovanissima età, a non essere affetto da giovanilismo del verso, e quindi a poter interloquire con la materia che si è scelta senza soccombere ad essa.
Quello che adesso necessitano, le poesie qui contenute è il dialogo con i lettori.
Certo, è presto per cogliere tutte le coordinate di questo esordio. Una nuova silloge, già in lavorazione racchiude ulteriori soluzioni a questi quesiti e questa introduzione sarebbe capziosa ed ingannevole se non fosse riuscita a racchiudere, anche marginalmente, quanto c’è di Angelo Petrelli in Elegia.

Pubblico in questo post l’introduzione scritta per i versi di Elegia, l’esordio di Angelo Petrelli; il volume, edito da Besa Editrice nella collana Poet Bar, diretta da Mauro Marino, contiene inoltre interventi di Michelangelo Zizzi, Giuliana Coppola e Serena Mauro.

Elegia, Angelo Petrelli, euro 5,00, pp. 48.

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