Fabrizio Corselli, una voce progressiva.


Questo intervento è nato grazie all’incontro, non soltanto redazione, con la poesia di Fabrizio Corselli, il quale come noi si dedica con passione alla scrittura. Fabrizio Corselli è nato a Palermo nel 1973, le sue opere parlano da sole e l’autore stesso approfitta delle sue opere per meglio spiegare le sue intenzioni di espressione, tecnica ed emotiva allo stesso tempo. Ecco perchè in questo scritto ho voluto raccogliere le impressioni che suscita in me l’ascolto di questa poesia, rimanendo, quindi, in ascolto delle mie emozioni.
Si dice che nella poesia tutto sia stato scritto, considerazione quotidianamente smentita. La forza della scrittura è proprio questa, la sua necessità di raccontare e raccontarsi attraverso le parole, riuscendo a costruire, per quanto sia possibile, un percorso individuale e ‘attendibile’ a se stessi, prima di tutto. Compito ulteriore può essere quello di costruire un universo, più difficile, eppure di normale ambizione per chi si dedica ai versi. Fabrizio Corselli, questo mondo lo ha costruito, a prescindere da ogni catalogazione critica, a prescindere da ogni giudizio di gusto nei suoi versi si sente la presenza costante di una consapevolezza costruttiva, di un occhio vigile, mediato nello sguardo, costantemente, dal rapporto con musica e arti visive.
La prima sensazione che ebbi, leggendo le sue poesie, fu di (s)concerto, per l’appunto, per l’utilizzo dei vocaboli, che potrebbero ad una prima vista dare un senso di retrodatazione. Lo stesso si dica delle strutture che utilizza Corselli nella costruzione dell sue poesie. Poi, rileggendole, mi sono accorto di una cosa che prima mi era davvero sfuggita, notarla con più calma è stato decisivo per comprendere che quello di quest’autore è un ‘percorso’, accidentato, irto, difficile e senza mezze misure, pur tuttavia un esperimento inconsueto, quello di fare da tramite tra un mondo dove vigono le regole di uno scarto linguistico che diviene subito evidente. L’autore definisce il suo poetare ‘virtuosistico’, dove per virtuosismo si deve intendere non un ‘manierismo’ né tanto meno una lusinga barocca. I versi di Corselli si giocano sull’utilizzo di eccessi della lingua che comunicano una tensione quasi esplosiva, un magma di forze tensoriali che non riescono ad essere trattenute dalla poesia stessa. La parola diviene vibrante. Il termine che mi è venuto in mente per primo, a riguardo della poesia di Corselli, è stato ‘titanismo’. Il verso deve farsi portatore di un epos remoto che per esprimersi necessita tuttavia dell’esistenza quotidiana. Le figure epiche ed eroiche sono spunti che fanno innescare il conflitto. Assieme a queste la seconda componente è la presenza, costante, della musica. L’energia dell’arte e l’energia della musica danno vita a questi versi, dei quali la lettura ad alta voce tende la trama ‘materica’ del contenuto. A questo stile si aggiunga il fatto che questo autore utilizza questi mezzi all’inverosimile, raggiungendo le soglie della visione, componendo in opere organiche il suo pensiero poetico. I suoi lavori sono sempre e puntualmente esplicati, in maniera per nulla didattica, in vere e proprie lezioni sulla genesi dei suoi spazi poetici. Prendiamo ad esempio Lyrhendel, un’opera poetica fantasy (che prende spunto dal mondo di Ambheur-Arél), genere che, dal punto di vista proprio della trattazione poetica, è un genere raramente riscontrabile a questi livelli di ‘perizia’. Ecco come l’autore giustifica l’utilizzo di determinate strutture. “Le strutture inoltre sono continuamente esposte all’imperversare dei tessuti iperbatici che, in qualità di figure di rottura sintattica, predispongono un vellutato tappeto ritmico sul quale scorre e si flette la linea melodica generata dalle assonanze e figure foniche, diluite in questo caso, causando così la formazione di diversi registri timbrici ed euritmici. Il tutto si lega immancabilmente in equilibrio armonico ai referenti ed ai contenuti.” Fabrizio Corselli non nasconde le ragioni ‘musicali’ del suo dettato, anche perché è proprio la musicalità del verso a ‘liberare’ la sua poesia dalla trappola angusta della maniera:

“Dalla divina e sempiterna foggia di colei che il manto accerchia,
tenue si posa, la piega del peplo d’argento
finché solamente vien carpita la forma
di quella duttile materia
che nei miei pensieri ravviso.”

Basta seguire appieno le conseguenze sonore di strofe come questa, così evidenziate.

dAllA dIvInA e sempItERna fOggia di cIlei che il mAnto accERchia,
tenue si pOsa, la pIEga dEl pEplo d’ARgENto
finché solamENte vien cARpita la fORma
di quella duttile materia
che nei miei pensieri ravviso.

Evidenzianto alcune lettere in maiuscolo ho cercato di rendere lo spaccato sonoro si linee che si incrociano, tre per l’esattezza, giocate sull’apertura e sulla chiusura, per l’appunto, sul respiro che durante la lettura viene dato da queste ‘consonanze’.

“Langue la notte, al solo pensiero di perdere del tuo flebile corpo
il proprio costellato manto,
mentre i tenui bagliori
di una lucciola solitaria
offuscan dell’alba
gl’ultimi sogni di umane creature.

Dormienti le nostre chimere,[…]”

Esempio unico nel suo genere, Fabrizio Corselli coniuga tutte i suoi interessi culturali e le sue influenze stilistiche nella direzione del creare. I suoni compongono la tavolozza espressiva di questo autore che per esprimersi sente la necessità di ‘imbrigliare’ in ben determinate regole ogni sua opera. La disciplina imposta non da ma a una ‘traccia’, se vogliamo da un ‘plot’ poetico, che deve rispondere a regole ben determinate, che a loro volta faranno da cornice allo svolgimento del fatto poetico. In questo egli dimostra in alcuni punti una capacità di sintesi più determinata di quanta non se ne possa trovare, di recente, in altre sillogi poetiche, ‘collezioni’ di poesia che vengono fatte intendere come ‘raccolte’. Il ‘raccogliere’ poesia per Fabrizio Corselli, significa attraversare ogni volta un luogo differente, nel quale le regole, gli spazi, le condizioni del poetare, non sono mai identiche al ‘momento’ precedente. L’autore crea (per usare delle parole altrui) un ‘cosmo afroditico’; più in là, E. Giordano (La società delle menti) parla di Corselli come ‘nuovo cantore di Orfeo’. Cosmo, Universo, vocaboli che vengono in mente quando si ha a che fare con un poeta che ‘domina la sua materia prima’, le parole, i suoni. Esiste una sua silloge di “Studi trascendentali”, ispirati a Franz Liszt.

“Ho scelto i Trascendentali per il loro carattere figurativo. Liszt aveva una particolare ossessione per la poesia che ha riversato nella musica ed in particolare in molti pezzi ha elaborato delle figurazioni adatte”

Quindi una scelta di un determinato ambiente ‘sonoro’ in virtù della sua capacità di essere visivamente evocativo.

“Ad esempio per ‘In Excelsis Malis ho usato le tavole del Paradiso Perduto di Milton, o l’angelo caduto di Cabanel. E quando tutto è pronto davanti i miei occhi ecco che la musica arriva e la mia immaginazione anima quelle figure […]”

Prima un esempio di suono che genera figure e poi un esempio di figure che generano suono e sfociano in poesia. Proprio a proposito dell’utilizzo di ‘temi’ e ‘tracce’ compositive ben definite ecco come, ancora, si spiega lo stesso Corselli.

“La struttura non è tutto, devo avere un trasporto emotivo, una forte passione, che io collimo con la musica”vere un trasporto emotivo, una forte passione, che io collimo con la musica”.

Questi elementi fanno di questa poesia una ‘visione’ vera e propria. Della visione c’è per l’appunto il ‘trasporto’, la con-fusione degli elementi in gioco, il saper trasfondere gli stimoli rasentando le soglie del sensibile, non della sensibilità che resta su livelli acutissimi, sensoriali. Ogni parola acquista in questi versi un significato doppiamente grave, in virtù del suo essere ancorata ad un gioco, di far parte di regole e, nello stesso tempo, di riuscire a minare quelle stesse regole per esplosione di senso. Ricondurre ad un senso razionale e ad un discorso logiche questi elementi sembra difficile, malgrado ciò accada in maniera guidata.
Il senso di tensione imposto dalla struttura rischierebbe di divenire angoscioso se non fosse accompagnato ad una pulizia del verso e ad un utilizzo comunque raro di termini ‘alti’, cosa che ci si aspetta da un momento all’altro, leggendo, e che non accade, malgrado invece il tono elevato del ‘sostegno’.
Se dovessi rendere un’idea della poesia di Corselli utilizzando un paragone con un ambientazione musicale autoimponendomi di non attingere a nessuno dei suoi riferimenti ‘manifesti’, né tantomento di attingere al repertorio classico o classico/contemporaneo paragonerei alcune soluzioni ai project album degli anni sessanta-settanta. So che questo paragone ad alcuni potrebbe far accapponare la pelle, ma, ripeto, se volessi spiegare la ‘semplicità’ e la ‘bellezza classica’ di questi versi mi vengono in mente i suoni progressivi, ecco, il costruire universi poetici sonori di questo autore ne fa un ‘poeta progressivo’, in un universo dove l’aspirazione di molti della sua generazione (che è anche la mia) si concretizza nello scavarsi una nicchia all’interno di un dettato medio. Ma la poesia non deve forse creare dal nulla mondi che precedentemente non esistevano, non era (anche) suo compito, quello di fondere in un crogiuolo (e non in un trogolo) tutti i saperi, le sconfitte e le vittore del mondo che ci circonda? Si può rendere la complessità dell’algebra mentale e del verso in modo totalmente comprensibile, come hanno fatto alcuni cantautori che cantautori non sono, perché sono poeti.
Quella di Corselli potrebbe essere a questo punto un’alternativa ad un modo di fare poetico che ha dimenticato quanto può essere ben resa la conflittualità tra pensiero debole e realtà forte, una forza ascensionale poetica per un diffondere orizzontale del verso all’interno di una comunità non soltanto poetica, ma umana:

“A questo punto, io mi chiedo: esiste ancora, in questa società, un futuro Prometeo che riesca a rubare ad un falso mondo il fuoco della ragione… ma ancor più dell’Arte?”.

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