Il settimo sigillo, su “L’ultima caccia di Federico Re” di Antonio Errico


Prima di intraprendere un discorso sull’ultima opera pubblicata da Antonio Errico (L’ultima caccia di Federico Re, Manni Editori), è necessario porre una premessa. Questo libro, innanzitutto, non è un romanzo. Del romanzo conserva la forma ‘visiva’, e del romanzo mantiene la promessa di impostazione, di intreccio coerente e sviluppo altrettanto coerente dell’episodio. Per ciò che concerne la scrittura, invece, quest’opera è un poema, appartiene ad un genere difficilmente percorribile e risolto da Antonio Errico in modo lieve (non leggero).
Abbiamo già scritto su “Lo scriba di Càsole” di Raffaele Gorgoni, ci troviamo ad affrontare nuovamente un romanzo storico, il paragone, almeno per la vicinanza spazio-temporale delle pubblicazioni e degli autori è interessante per scoprire il modo che entrambi hanno preferito utilizzare per trattare la materia storica.
Nel romanzo di Errico la vicenda storica di Federico costituisce il pretesto della narrazione, l’autore è interessato alla poliedrica figura di Federico, il Re colto, dedito alla lettura dei trattati sull’arte venatoria e allo studio della filosofia. Il romanzo di Gorgoni individua chiaramente il conflitto con la cultura dell’Islam, traendo le conseguenze dell’impatto dei fattori economici sulle vicende storiche, nella ‘Caccia’ di Antonio Errico, la cultura ed il rispetto della cultura altrui, trovano una proposta concreta nel ‘dialogo’, rappresentato nell’assedio di Gerusalemme. Su questo terreno troviamo le connotazioni differenti di questi due autori, una in cui prevale l’impianto narrativo-storico con intenzioni descrittive (Càsole), l’altro con un debito contratto nei confronti della materia poetica, anch’essa derivata da notizie storiche puntuali, fonti che non vengono troppo profuse se non come riferimento se non in appendice al testo.
Basta scorrere il testo dalla prima pagina per accorgersi, proseguendo la lettura, di come questo gioco di assonanze e rime interne non sia affatto costitutivo di singole parti, le quali magari lascerebbero il posto a segmenti narrativi. No, il romanzo in questione è un impasto linguistico che va goduto ad alta voce. Nel Medioevo il nobile che sentiva l’approssimarsi della sua morte si congedava da mondo intraprendendo da solo il suo viaggio. L’amarezza di alcune meditazioni di Federico è propria di quest’atmosfera “Adesso sono qui, in quest’ora. Solo. Non c’è nessuno intorno, davanti. Nessuno. Sono tutti dietro. Sono tutti distanti. Perduti. In questa battuta Federico è solo”. Siamo alla resa dei conti, cinquantacinque anni, né troppo vecchio né troppo giovane. E’ l’ultima caccia di un uomo che è stato al centro della storia. Se la storia fosse stata un’ellisse allora Federico ne avrebbe occupato uno dei fuochi, l’altro sarebbe stato occupato dalla Preda. Eppure, ripetiamo, la Storia è un pretesto di questa narrazione, un pretesto dichiarato proprio con le parole di un poeta che fece della musicalità il suo dettato, Giorgio Caproni, la strofa è una dichiarazione d’intenti “Leone o Drago che sia/il fatto poco importa./La Storia è testimonianza morta./E vale quanto una fantasia”.
Il refrain poetico torna più volte, con insistenza, dalle pagine introduttive e in maniera più presente nelle prime cinquanta pagine (dissiperò il mio regno/Non ci sarà mai pegno, ed ogni primavera/[…]quando sarà sera, inghiottirà le tracce/[…] quando le minacce, lo spavento-momento/scappare-pesare).
La scrittura di questa ‘favola’ storica procede grazie a questo ‘cuntare’ poetico che in tal senso si fa ritmo della narrazione.
Questo resoconto racchiude il lucido bilancio di ciò che è stato della vita di Federico, fatto da lui medesimo, senza possibilità di dialogo con le figure del passato, con chi accompagnò nel viaggio il Re; egli è ora solo e non ci sono testimoni che possono confermare la sua ricostruzione; la conosciamo noi, perché sono passati secoli, ma non ne è al corrente Federico, che è il protagonista. Ed è lui, adesso, a parlarci in prima persona, siamo in presenza del suo ultimo e consuntivo soliloquio. Gli esiti di questo discorrere sono a volte sconcertanti, recano il terrore moderno del guardare dentro se stessi, una volta per tutte ‘Mi sentivo rinchiuso nel nome di Federico’.
Uno dei punti fermi utili per ricostruire la psiche di questo Re narrato consiste, da parte di Errico, nell’accettazione della vacuità della vita di fronte agli abissi della coscienza, ‘vanitas vanitatum’, gli onori del comando e l’impero sono “una disperata caccia del niente”. Vanità è l’amore che il Re da giovane subisce in un pomeriggio afoso. Federico incontra S. Francesco che lo stupisce con la sua sicurezza e superbia. Il rivolgimento interiore di Federico sulla sua coscienza si risolve in epochè, con esiti che apparentemente possono sembrare discordanti, flussi interiori nei quali irrompe l’io, un io che si fa tutto contemporaneo, odierno, alle prese con i dubbi di un governare che Federico avrebbe desiderato essere un’azione salomonica e saggia. Ma come accorgersi che ciò che è stato fatto è giusto? Che cos’è la giustizia? Il disegno politico fa parte di un disegno divino? Le nostre storie sono parte di una Storia? Come può la Storia essere influenzata dalla microstoria che ognuno di noi vive, ogni giorno, dall’amore, dai turbamenti: “La sorte mi ha fottuto sul finale. Quando sembrava che avessi vinto tutto mi ha fottuto”. Gli esiti e le riflessioni divengono moderne, in questa prosa/poesia, anche nel linguaggio: “Forse siamo soltanto replicanti. Ombre esitanti sulla scena di un giorno soltanto, insignificanti comparse di una trama che nemmeno conosciamo”.
Il bosco di Federico è un luogo mentale, un momento di stasi nel quale ci si è persi, smarrita la strada, smarrito il senso. La descrizione dell’ultima caccia come di un momento cruciale, dove Federico si giocherà il tutto per tutto, un attimo sospeso che viene descritto, sviscerato: “Io sono il sovrano di me stesso, in questo bosco. Non lo sono mai stato prima d’ora, in nessun tempo, in nessun posto. Prima d’ora sono stato il servitore della statua di un sovrano in cui non mi riconoscevo”. L’esperimento di scrittura, condotto a questo modo, riesce nell’impresa di esprimere l’avvicinamento alla ‘caccia’ intesa come momento di un’ipotetica resa dei conti di Federico con tutta la sua vita. (“La caccia che è visione splendente che schiara l’oscura stagione che vivi”).
La caccia di Federico era la ricerca disperata di un senso, una spiegazione logica a tutte le emozioni e le perdite della sua vita di regnante. La sua vita si chiude nello smarrimento di sé. Ricoperto di neve e avvolto nell’oblio di un bosco.
Un miscuglio felice di prosa e poesia insieme, dove il pretesto storico diviene pura analisi del soggetto e dove narratore e narrato si fondono, lo stesso Errico fa interrogare Federico sulla possibilità di racchiudere in parole un destino, sull’ipotesi che una narrazione possa essere contemporanea all’oggetto diveniente della narrazione stessa. Per riuscire in ciò bisogna fare in modo che il tempo del romanzo in questione, storicamente localizzabile, si trasformi in tempo sospeso.
In Cosmopolis (De Lillo, Einaudi), ad esempio, la vicenda narrata è chiusa perfettamente in un arco di tempo di poche ore, ed il protagonista si trova, al termine di una giornata dalle vicende iperreali, assurde e allucinate, faccia a faccia con il proprio destino. La citazione di questo romanzo americano è funzionale per comprendere come sia difficile narrare una vicenda conclusa (la notte del bosco) e racchiusa; il mondo di Federico non esiste, non esiste più la Storia, tutto è filtrato nel sogno/visione/sospensione/racconto.
Questa scelta inusuale si regge sulla creazione di luoghi tramite ripetizione, a volte ossessiva, proprio perché dettata da scelte che si avvicinano alla poesia: “io per stanarti ti farò impazzire”, “io per stanarti incendierò la notte”, “Ora per stanarti ti cercherò col cuore”.
Gli elementi su cui fa affidamento l’Autore per elaborare il dissidio interiore di Federico in chiave contemporanea sono: il rapporto con i propri figlio e con suo padre, Enrico, rapporti nei quali il Re ha fatto prevalere più la ragione di stato che la ragione del cuore, sprofondando nell’amarezza; la passione per la cultura e per il dialogo di culture, di cui si fa argomento per l’assedio di Gerusalemme; il passaggio di consegne di una città grazie alla mediazione filosofica, piuttosto che con lo scontro diretto. Questi sono i momenti di questo romanzo dove si fa chiara l’intenzione di far trapelare un messaggio.
Federico, dopo questo monologo, è solo, la stessa morte non riesce a svelare i suoi segreti. Il lettore tuttavia può intuire di quali fuochi fosse acceso il suo animo.

“L’ultima caccia di Federico Re”, Antonio Errico, Manni Editori, 2005, p. 151, €13,00

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