La lettera che muore. La “letteratura” nel reticolo mediale, di Gabriele Frasca


1. “La lettera che muore”, di Gabriele Frasca, è un testo che affronta le tematiche ontologiche e statutive della parola trasmessa, dalla parola trasmessa oralmente a quella scritta, affrontando le mutazioni di stato che la parola assume con il reticolo mediale che, beninteso, non è la rete. Gabriele Frasca è poeta, scrittore e insegnante di Letterature Comparate, si è occupato di Teoria della Comunicazione, tema centrale di questo suo saggio.
La ‘lettera’ in questione è costituita non soltanto dalla scrittura, ma dalla comunicazione della ‘letteratura’ in senso lato, letterosfera che prescinde dal supporto su cui compare e con cui viene trasmessa.
Marshall MacLuhan negli anni ’30 era un giovane cui era successo, come ad altri giovani, di ascoltare alla radio i discorsi del Führer. L’utilizzo verbale della propaganda rinveniva un senso della parola, un’inquietante potenza dell’orale; la guerra aveva accelerato un processo che portava alle estreme conseguenze il conflitto tra tecnica e uomo, sul campo dell’espressione: “L’ambiente del dopoguerra fibrillava tutto, nella diffusione mondiale dei media elettrici, di quel traumatico processo di accelerazione” (p. 30). I roghi dei libri sancivano l’avvento di un modello di trasmissione della cultura radiofonica, immateriale, nella quale il mezzo non era più vincolante del rapporto uno a uno (individuo/libro), bensì uno a tutti (trasmittente/ricevente). Posto che noi non diciamo ma ‘siamo detti’, il linguaggio non è qualcosa che noi possediamo, dominiamo, di cui disponiamo. Il linguaggio ci ha, viene tramandato, costituisce un patrimonio genetico anche se non strutturalmente codificato secondo la genetica, di mente in mente, di bocca in bocca, la lingua ci utilizza come supporto per tramandarsi, e, tramandandosi, per evolversi. L’origine tribale del linguaggio è connessa alla funzione di ‘ricordo’, modificazione dell’orientamento di strutture cerebrali nell’ottica di ‘rivivere’ un evento, un monito, un’informazione che fa parte del patrimonio della comunità. In epoche dove la trasmissione della scrittura non era connessa all’utilizzo di supporti facilmente duplicabili e diffondibili il ricordo e la cultura erano orali. Solo con l’invenzione del papiro, con la sua esportazione dall’Egitto alla Grecia, c’è stato l’avvento della ‘letteratura’, quando un messaggio divenne trasmissibile su un supporto capace di divenire merce. Interessante, nel saggio di Frasca, percorrere le tre linee critiche delle fonti utilizzate per comunicare questa evoluzione da una fase ’orale’ ad una fase ‘scritta’ della cultura. Da un lato le vicende di scienziati sul funzionamento e sulla nascita del linguaggio come segno ‘distintivo’ dell’uomo, non la coscienza, bensì il linguaggio e l’organizzazione complessa delle sinapsi, rendono alla nostra specie la possibilità di comunicare. Nel cervello non si stabilisce ‘un’ collegamento, ma sempre differenti tipi di collegamenti, di strutture, un turbinio di relazioni che sfociano in una parola, con percorsi mai univoci e non legati causalmente. Viene in mente la seconda fonte del legame tra ‘discorso’, linguaggio come protesi, incorporazione del discorso. A questa linea si affianca l’impianto teorico della comunicazione, si sta scrivendo di media e trasmissione dei messaggi:

‘I media, tutti i media, a partire dal linguaggio, sono protesi, e le protesi, per funzionare, devono tornare (per quanto estroflesse ed evanescenti siano) a incunearsi, magari con l’ausilio stesso del “dolore”, cioè del “più potente coadiuvante della mnemotecnica”, nella carne’ (p.38).

Questa affermazione, ascrivibile ad un’epoca preistorica, o localizzabile in popolazioni non evolute, tuttavia già verbali, trova riscontro nella nostra società. L’oralità ha un carattere di pervasività che è maggiore rispetto a quello della parola scritta, che presuppone un’attenzione da parte del lettore che deve ‘specchiarsi’ in un testo per riprodurre dentro sé un discorso. Il lettore, in quel momento è mezzo di trasmissione molto più che la pagina che contiene le parole. La nascita della scrittura, una volta uscita dalla cerchia ristretta di sacerdoti e scribi, una volta resa democratica, avviene all’insegna della ‘parassitosi’ della lettera scritta nei confronti della lettera orale. La lettura si pone inizialmente come lettura ad alta voce, come ‘dettato’; esiste una stretta connessione tra verbi che descrivono l’atto del leggere, in greco e in latino, e verbi che hanno a che fare con il ‘dire la legge’, tramandare. Accadrà con l’apostolato/epistolato di San Paolo – mi si passi il secondo termine che nel saggio non viene utilizzato, per tradurre questa dicotomia – che la lettera, l’espistola, diverrà il veicolo di trasmissione del verbo. Nelle intenzioni di San Paolo, come scrive Gabriele Frasca, per attuare un fenomeno di trasmissione/recitazione in pubblico del messaggio, l’epistola è intesa come spartito (con assonanze, ritmi, ritornello) orchestrato e adibito per essere detto in pubblico, con un meccanismo ‘radiofonico’. Infatti le epistole circolarono in un periodo immediatamente precedente alla stesura dei Sinottici, di conseguenza in esse era il messaggio originario. Tuttavia è avvenuto che le epistole – interessante questo passaggio del testo di Frasca – nel tempo hanno perduto questa loro funzione ‘teatrale’, di supporto ad un messaggio che andava comunicato ‘dal vivo’ e si sono cristallizzate, viene in mente di dire, in una ‘liturgia della parola’. Frasca sintetizza questo passaggio come passaggio alla Religione del Libro. Un fenomeno che la vividezza e la contemporaneità delle epistole in contrapposizione alla Torah, cercarono di risolvere. Le Religioni del Libro:

procedono piuttosto da un impasto mediale atto a normalizzare le pratiche entusiastiche legate alla “cultura orale” (p.70).

Il rapporto di Platone con la cultura degli Aedi, quello di San Paolo nella scrittura delle epistole, atte a ‘svegliare’ dalla ‘lettera che muore’, i giudizi contrari alla diffusione del libro individuale a mezzo della stampa tipografica, tutti questi, in sequenza cronologica, sono momenti di frattura, transito, passaggio traumatico da un medium a un altro, verso una trasmissione del messaggio che diviene, di grado in grado fino ai media elettrici, sempre più rapida, evanescente, facilmente fruibile.
In seguito l’autore prende in considerazione la diffusione delle opere su carta pergamenata, e considera come il cambiamento del supporto e il divenire del ‘codice’ come oggetto individuale abbia modificato la costituzione delle opere, facendo nascere, all’interno delle narrazioni la figura del narratore, della cornice, ‘contesto’ entro cui il codice, divenuto teatro autonomo di figure, trova espressione. L’esempio di riferimento è il Decameron di Giovanni Boccaccio. In esso vengono create la dimensione dello spazio e del tempo ritagliate rispetto allo spazio ed il tempo del lettore. Nel Don Chisciotte, invece, viene compiuto un passo ulteriore, la sospensione del tempo, l’autoidentificazione del lettore individuale nelle vicende narrate sotto il punto visuale del personaggio:

E’ l’atto di nascita dell’immaginario moderno, sussunto, in un’adesione volontaria, disincantata, de-identitaria e “a tempo”, da tutti gli eventuali interconnessi come forma stessa possibile, e metastabile, della vita dell’individuo” (p. 133), e ancora “Atto di nascita del romanzo moderno” (p. 136).

Gabriele Frasca ripercorre le vicende del Don Chisciotte nelle sue traduzioni fino all’Inghilterra del XVIII secolo, traccia le influenze che quest’opera ha seminato nel romanzo francese e in quello inglese, con risonanze nella prefazione del Robison Crusoe. Il suo sguardo in seguito si sposta sul romanzo di Laurence Sterne, Vita e opinioni di Tristam Shandy. E’ il momento di una breve riflessione. Questo saggio tramite l’excursus di opere fondamentali della letteratura, evidenzia come queste opere siano riflesso concomitante di profondi cambiamenti dei mezzi di stampa e diffusione della parola. Così come il Don Chisciotte si fa cartina al tornasole dell’affermazione della stampa tipografica, così il Tristam Shandy della diffusione di una stampa avviata a divenire un fenomeno industriale, con l’utilizzo di quotidiani e manifesti. Viene rintracciato un legame profondo tra struttura dell’opera e capacità di trasmissione del mezzo, dove ad un aumento delle possibilità da un versante, ne consegue un adeguamento, anche stilistico e strutturale, all’altro. Ci si chiede, una volta compreso questo processo, quali saranno i mutamenti dell’opera letteraria nell’era digitale, un discorso parallelo, per quanto riguarda i quotidiani a stampa, si potrebbe fare con i blog, considerandoli alla stregua di quotidiani, potenzialmente superiori sotto certi punti di vista (diminuizione dei costi, elevato potenziale di raggiungimento del lettore). Ecco che la letteratura in rete non sembra ancora raccogliere tutte le sfide offerte da questo potenze mezzo, tranne per le opere dichiaratamente e strutturalmente ‘multimediali’, che Frasca ha chiamato in altri punti di questo saggio ‘ibridi’. Sulla rete le informazioni possono raggiungere un grado di pervasività e descrizione del reale talmente elevato da produrre diverse copie, stratificazioni del reale stesso. La carta geografica (informazioni) che descrive l’impero (mondo) è così dettagliata, la sua dimensione è quella dell’impero stesso, la scala non è una ma molteplice e stratiforme. In realtà, data appunto la stratificazione non unitaria ma molteplice della rete, le ‘repliche’ del mondo, le ‘descrizioni’ sono molto più numerose di quando non sia programmabile in ogni progetto di descrizione/narrazione del mondo (romanzo?) o di sue porzioni “non c’è più bisogno di rileggere il mondo, basta costruirlo in scala adeguata” (p. 149) (costruire, non riprodurre).
Una questione per chi si occupa di narrativa e scrittura potrebbe essere questa: e se nell’era delle lettere digitali una delle forme di descrizione più adeguata fosse l’operamondo? E se non bastasse più selezionare porzioni di mondo ma si sentisse il bisogno spontaneo di darne ‘repliche’?:

[…] il mondo immaginario nella fase pervasivamente “periodica” della cultura tipografica (cioè nella sua fase capitalistica e già massmediale) è per davvero il mondo (pp. 160-161).

Siamo giunti così alle soglie dell’era moderna. L’opera di James Joyce nelle sue espressioni più elaborate, l’Ulisse e la Finnegans Wake, si pone a cavallo tra due conflitti bellici. L’informazione e la ‘letteratura’ non sono oramai fenomeni puramente legati al supporto cartaceo, il mondo è diventato a pieno titolo ‘elettrico’. Solo apparentemente, e non a caso, con l’Ulisse sembra doversi necessariamente chiudersi un cerchio, così come nell’Odissea si chiudeva il sipario sul mondo degli Aedi e veniva creato il protagonista (primo) di un nuovo modo di sentire, Ulisse, così in queste due opere di James Joyce si assiste alla completa deflagrazione del linguaggio nel mondo e della letteratura nell’era dell’elettricità e della completa riproducibilità. Nell’Ulisse il quotidiano si fa romanzo, la lettera si fa lettera dal vivo, per l’esattezza il 16 giugno del 1904. La trasformazione è radicale, il passaggio dalla spersonalizzazione della voce, con il grammofono, alla possibilità non solo di delocalizzarla nello spazio e nel tempo, ma anche di frammentarla e montarla, cominciano a rendere superfluo l’adesso dell’emittente.
Degli ultimi due capitoli del saggio di Gabriele Frasca, il penultimo è dedicato all’opera di Beckett e agli esiti radicali di sfruttamento del potenziale espressivo offerto dai nuovi mezzi di trasmissione della parola (radio, televisione); l’ultimo, riepiloga con riflessioni su testi di P. Dick, questioni sollevate dall’inizio, con posizioni scettiche nei confronti della ‘durata’ di una letteratura su carta nell’era della sua iperproliferazione (‘ogni data di edizione è già una data di scadenza’, p.281) ed esiti che non escludono soluzioni: “Occorre avere il coraggio di assumere ciò che va assunto (“ingoiare” la morte), e poi, con altrettanto coraggio, in un’epoca in cui la massiccia dose di informazioni ci arreda costantemente la vita coartandoci al passato “narcisistico” (e giù “tutte le canzoni dei Beatles mai scritte”, diffuse da ogni emittente radiofonica), espellere tutto il resto.” (p.315).

2. In questo saggio sono analizzate le conseguenze che ogni cambiamento del mezzo (tipografico, elettrico, digitale) hanno portato alla struttura e alla genesi di alcune opere cardine della letteratura occidentale; ci siamo anche chiesti quali cambiamenti potrebbero essere apportati, in questo percorso, alla genesi di opere ipoteticamente ‘multimediali. Adesso ci chiediamo se il concetto stesso di opera multimediale potrà uscire mutato dalle riflessioni de “La lettera che muore”. La domanda, precisamente, potrebbe essere posta in questi termini: che forma e che struttura potrebbe avere l’opera che più delle altre rispecchia le innovazioni apportate dall’era digitale, e più preceisamente dall’avvento delle tecnologie di espressione della rete, nella letteratura? La risposta è che l’opera multimediale, l’utilizzo di link tra diversi paragrafi di un’opera tradizionale, l’inserimento di immagini, musica, suoni e altri plugin multimediali potrebbero rendere un’immagine soddisfacente dei supporti particolari di cui si comporrebbe quest’opera.
L’opera totalmente multimediale, come a loro tempo il Don Chisciotte o l’Ulisse, sarebbe un’opera che più rispecchia, in struttura e dinamismo tra i livelli dei contenuti, l’era mediale.
Un’altra ipotesi, tuttavia, è possibile. Tutte le mutazioni della struttura sin qui prese in considerazione da Gabriele Frasca sono mutazioni i cui risultati, per quanto influenzati dai mutamenti del mondo circostante restano sempre risultati impressi, incisi, incuneati nel corpo e nella carne, ‘sulla carta’ (papiro, pergamena, codice, stampa a caratteri, stampa tipografica, stampa industriale, radio, grammofono, incisione e manipolazione della voce, screen). Quale scenario potrebbe prefigurarsi in un’epoca in cui la carta non sarà più il supporto prediletto per la stratificazione della ‘letteratura’? Il passaggio della lettera dalla carta al digitale dello schermo, una volta avvenuto e una volta non più, per l’appunto, un passaggio, può condurre ad altre ‘soluzioni’ di forma e contenuto, le stesse che avvennero nel passaggio a supporti materiali differenti? Poniamo il caso che il nostro quesito, a questo punto, sia di questo tipo: quali modificazioni può subire la struttura di un’opera scritta e stampata su carta dall’avvento dell’era digitale se l’opera stessa abbandona la carta come supporto? E, al contrario, quali mutazioni potrebbe apportare l’era digitale all’opera che resta impressa con inchiostro su carta?
Esistono pubblicazioni, anche recenti, che cercano di replicare al loro interno la struttura orizzontale e rizomatica dei modelli presenti in rete. Potrebbe tuttavia prefigurarsi un altro tipo di esito. Facciamo un passo indietro a quando Gabriele Frasca, in questo saggio, ha descritto la nascita del rapporto tra autore dell’opera e fruitore della stessa. Questo rapporto, in un testo stampato su carta, nasce sotto l’insegna della divulgazione e della ‘creazione’ di alcuni meccanismi, come la sospensione, il narratore, la cornice, il contesto. Il ‘lettore individuo’ legge un’opera e può, eventualmente, rendere partecipe qualcun altro delle idee contenute in quest’opera, come succede ad esempio nella scrittura di una recensione ad un’opera o di una lezione scolastica ispirata dal commento di un testo poetico. La modificazione che la rete può apportare nella scrittura/struttura di un’opera letteraria consiste allora nella ‘condivisione’ di tutti i processi (dalla stesura alla diffusione) dell’opera stessa. La rete facilita e rende possibile un processo che, altrimenti, con l’opera tradizionale, per quanto possibile, sarebbe sempre più lento e limitato nel tempo, il processo di condivisione di un concetto in costruzione. Un esempio di ciò può essere rappresentato dalla scrittura di opere collettive, qualcosa che è accaduto anche in altre epoche della letteratura, un processo di stratificazione che ha portato in maniera ‘popolare’ e meno consapevole alla stesura di opere come l’Iliade, l’Odissea e di cui la Bibbia, ad esempio, è un prodotto già mediato da un’ulteriore stratificazione storica. Ogni ampliamento dei mezzi fornisce nuovi strumenti per interpretare la realtà. L’opera multimediale si configura all’insegna della condivisione. Al di là della capacità nel raccogliere questa sfida da parte degli autori contemporanei, la quantità di informazioni accessibili (ma non necessariamente trattenibili) in rete, potrà generare, in assenza di spirito critico, un overflow cognitivo, un cortocircuito di discorsi interiori, lo stesso che costrinse – come racconta Gabriele Frasca in un passaggio del testo collegando la capacità persuasiva resistente del mezzo vocale – sotto forme di ‘voce’ Mark David Chapman, all’assassinio di John Lennon.

3. Un messaggio di speranza critica, quello di Gabriele Frasca ne “La lettera che muore”. Il reticolo mediale, l’amnio della letteratura, non sembra avere scalfito la capacità della letteratura di cor(t)ocircuitare i discorsi e le scritture, con essi la storia e la memoria; filosofi e scrittori che emergono dalla lettura (Boccaccio, Cervantes, Sterne, Flaubert, Joyce, Beckett, Adorno, Benjamin, Deleuze, Guattari) non hanno smesso di essere significativi e di comunicare, i loro testi di essere frammenti di nastro sovrapponibili e interpretabili, in un processo che, dopo la lettura di questo testo, non possiamo più soltanto credere possibile ‘nonostante tutto’, senza il dubbio plausibile che si possa trattare di un ultimo colpo di coda, il testo di Frasca è trasmesso nella forma tradizionale del libro e al termine della lettura non sappiamo se continuare a fidarci o se questa sensazione residua di dubbio non costituisca l’esito migliore di questa lettura.

La lettera che muore. La “letteratura” nel reticolo mediale, Gabriele Frasca,
Nautilus, Meltemi Editore, 2005, pp. 360, € 25,00, www.meltemieditore.it

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