La pace di(s)sentire


e allora apparecchiammo i nostri carri
Zeus stesso diede ordine i cui capelli

marroni crespi non hanno che una
spiga bianca ma è nascosta e nel terzo libro

dicemmo degli eserciti e le navi e i valorosi che con noi
si accompagnarono per l’esattezza

centoquarantamila uomini e donne
come mai si erano vedute

guerrieri rivestiti di oro tra il più fine
e corazze di goretex, e insieme a loro duecento elicotteri apache

conducemmo l’assedio per dieci anni, o non fossi mai nato
o per lo meno fossi morto senza nozze, così diceva

mentre pelle epidermidi e carmi
si scioglievano

in feritoie di proiettili ben vestiti di neutroni
io camminavo

ed il cielo pioveva barili di fumo
io camminavo

ed i cadaveri di quelli non si potevano contare
il mio vice portava in tasca una foto, suo figlio

mai nato, un bel feto ricordava
l’infinità del generare così l’aggiunsi al seguito

e il vice divenne il capo, mio figlio e mio fratello
ramsey ogni sera alle ventitrè in punto

faceva una doccia
indossava un abito di seta finemente lavorato

duemila marchi
o duemila cinquecento

in ginocchio di fronte ad un altare di vetro
– tu dici così, ma io non possiedo altari -

il libro aperto e leggeva prima di dormire,
“ogni notte una morte ogni giorno un risveglio”

fu così che inventammo uno stratagemma
appena uscirà dalla mercedes-benz avrà

il progetto per erigere una torre fino al cielo
e lui specificava – non il cielo/paradiso, ma quello appena sotto, quello blu –

su questa torre discuteremo insieme
no ramsey, ho inventato un fucile, ho scoperto

un nuovo modo di sparare nascosti
le mie frecce traversano il petto

con avida furia, i nemici crollano bocconi,
all’inizio il nemico era grande poi divenne uno dei nostri

infine come una lucertola era seduto al nostro tavolo
dov’è il nemico?

e ancora le nostre navi che tra di noi
chiamavamo legni, i nostri legni

saldati all’acciaio, ricolmi di locuste
per loro che attendevano e greggio

che noi attendevamo, 25 a barile,
poi 28 poi 36 e 25 fino a 40,

la misura è colma ci accampammo al limitare dei deserti
senza limite, sabbia soltanto

e il re fece costruire il suo palazzo per l’occasione
ed ogni mattonella recava il suo nome “re boato, re fuga,

re sosia” ma il nome più bello era “trucida figli
contro voi che ammazzerete i vostri”

e sotto un segnale “macelleria pace”
nel decimo anno fu avviato un proficuo

ricambio di carne del padre col figlio
le donne dalle lunghe braccia bianche

attesero invano ricoperte di veli
finché tutte le opinioni non furono sazie

ed alcune ripetevano sto aspettando la metropolitana,
ci vorrà poco, un minuto, suo marito,

suo marito si è unito ai soldati? Il mio non c’è più
tra un attimo sarò con lui, vede? Mio figlio

è piccolo, serve già la causa si chiama Jeoushua-Bomb
conosce arabo ed inglese, lingue nate apposta per la poesia, ne vuole un pezzo?

Abbiamo utilizzato ogni mezzo, per ridurvi
alla pace, ogni mezzo se si eccettua la persuasione

tombe e ovvii scambi di carni
nelle carceri andavano ben lavati

e così fecero lavando con sifoni e coltelli analizzando
tutti i lombi del problema reso in piedi

Wall Street chiude a ribasso ogni sera
meno uno, meno uno e mezzo,

e questi sono gli amici, lasciatemeli salutare questi amici
dalla pancia panciuta delle mia nava di latta

vedo il carro del sole
e un albergo inquadrato nel mirino

una pellicola cucita nei miei sandali
porta impresse le prove, quelle di domani

il figlio, il figlio/padre ripeteva continuamente
domani avrete la certezza a domani rimandiamo le prove

nel frattempo tracciando
una linea da washington a d.c. passando per l’equatore

non ci sarebbe stato un punto nel quale
il tumore della pace si fosse estinto

ma va bene, capita, costruiamo affinché
il morbo pestifero sia estinto

o quanto meno venga assolto
o ricoperto di opinione.

Nella serie degli assedi c’è chi eresse un muro
a dimostrazione

che i buoni risultati di un secolo scorso
il nuovo li migliora di una tacca.

Ma noi questo assedio Zeus ce lo impone
non mammona, neppure conosciamo

questi re che li lasciarono all’asciutto
duemila anni all’asciutto

Zeus allora impose agli dei di non portarci
alcun soccorso

”Iraki bepol” sosteneva Ammar
su questa moneta è già scritta ogni cosa,

guarda questa moneta nascondeva la moneta in tasca
e dava un sorso di birra tedesca in un luogo all’aperto

al riparo da ogni pace molesta ‘guarda questa moneta’
con questa puoi comprare del pane al prezzo conveniente di una battaglia

io nascondevo una lancia lui riportava fedelmente la demagogia dei miei discorsi
al suo creatore, mi disse, ‘sai abbiamo tutti un creatore differente’

‘conosceremo i rispettivi quando sarà il momento’
fu quello che risposi

nel frattempo su un altro canale tra i mille
a disposizione Nettuno ripeteva che era buono

offrendo oro contro oro a peso d’oro
pagando cadaveri di guerrieri offeso

perché utilizzava il medesimo fornitore
“macelleria pace”

dietro la sua tenda due dei nostri
gettavano i dadi per terra, uno solo può vincere o nessuno

e finalmente giunse il mese in cui
confondemmo l’assedio alla rocca per una

passeggiata, tanti davvero schierati su due linee
con gli dei dappresso e gli schermi

fluorescenti alle spalle nessun segno di parte nessun tuono.
La pace finalmente debellata, salvi siamo

tutti quanti, la mia armatura
per terra al suo fianco un fax con le prove

“sei luglio duemila uno”, siamo nell’occhio del ciclone
agire tempestivamente.

maggio 2004, inedito letto domenica 23 maggio in occasione del GRAN BAZAR 2004, ex-convento dei Teatini, Lecce
ora in "Poesie del Sol Levante" (I quaderni di Vertigine, 2004)

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