Neuropa, Gillioz, orbis tertius.


All’inizio il nulla. Prima che la pagina sia aperta. Neuropa. Poi la genesi, la genesi di IO, tramite indizi, ricordi, citazioni. Ma IO può permettersi di essere tale? La nascita della coscienza, non più solo DIO, pneuma che soffia il comando alla mente, ma IO. A colloquio con il padre, con il prete. Ricordi. Da subito la scrittura di Neuropa si crea come la ‘lingua’ di Neuropa. IO tenta di compiere buone azioni, non importa che siano geocentristi o eliocentristi, l’importante è ricordarsi di essere buoni…una parola! Più facile a dirsi. Neuropa è un romanzo inedito, definito dal suo autore, Gillioz (Gianluca Gigliozzi) ‘poema epicomico in prosa’, dalla lettura risulterà essere, anche, un romanzo filosofico. Un lavoro estenuante condotto sulla coscienza e sulla lingua, passando attraverso il pensiero filosofico e i dilemmi della storia, tra il diciassettesimo ed il diciottesimo secolo, a cavallo di Francia, Spagna, Germania, Italia e Inghilterra. Il tempo impiegato è sicuramente giustificato dal lavorio condotto sulla lingua, estenuato con leggerezza in ogni pagina di quest’opera. Ecco perché, forse, Neuropa merita di essere chiamato poema, nonostante durante la lettura venga in mente un richiamo costante al teatro del mondo, le scene/paragrafi infatti vengono presentati come quadri, situazioni, ai quali si aggiungono i resoconti, i documenti, le lettere che IO semina attraverso i secoli. IO si trova rinchiuso nella ‘montagna’ della Bastiglia, a dividere lo spazio della cella insieme al marchese (Sade), la lingua si fa genetica dello spazio e del tempo, altri indizi, altri luoghi, Sade che gli propone di diventare l’Attore delle sue opere. La confidenza tra i due, malgrado lo scorno di Sade che non vede in IO un interprete consono, è amichevole, IO propone a Sade di raccontare una trama nuova, la sua storia, dove c’è tutto ‘dettagli, teogonie, domande, visioni’. Un’opera, questa, che si costruisce con un susseguirsi spontaneo di genesi, prima la genesi dell’IO, in seguito una genesi dell’opera, che nasce dall’abisso del terrore storico ‘perché dal vuoto si possa ripartire’; questo percorso di genesi va al passo con la descrizione della scena, bisogna che la lingua, una volta riacquisita la propria verginità di accordo con le cose cominci a raccontare, proprio dall’inizio, dalla ‘creazione’.
Obiettivo di questa narrazione, dare ‘senso, spessore, corposità’ alla parola LIBERTA’ ed alla coscienza, un compito così alto e nobile da richiedere l’intervento del Divino (Marchese) e non solo. L’autore decide di cominciare, dopo questo prologo, a narrare le vicende a partire dal 1671, Anno del Signore, Spagna. IO viene allontanato dalla Facoltà di Teologia di Tolosa, in Francia, ed inviato in pellegrinaggio riparatore a Santiago de Compostela. Dopodichè davanti ai nostri occhi scorrono le persone, i secoli, i pensieri e le vicende che hanno tormentato il vecchio continente. Il pellegrinare di IO continuerà a svolgersi attraverso due linee discontinue, quella spaziale e quella temporale, per tutto il corso della vicenda.
Nella narrazione la presenza costante della natura, sottoforma di tassonomia vegetale che viene dispiegata riconducendo così IO al mondo, il soggetto al circostante. Le dispute religiose, i mondi possibili, Leibniz l’unno vs. Pascal il gesuita, e poi Newton, Marat, Danton.
La scrittura filosofica costruisce i suoi oggetti tramite le parole, scrivere un romanzo filosofico imponme quindi un rigore ed uno stile sempre ‘veglianti’. Ai limiti della veglia sta il delirio e, un romanzo filosofico non è detto che conservi lo stesso rigore di un libro di filosofia. Non è il caso di Neuropa, scritto in uno stato di veglia autoriale impressionante, la presenza di IO vigila con cura sulla narrazione, ciò che ne deriva è una lettura solo apparentemente frammentata, il monologo di Isaac Newton, ad esempio, o la descrizione della vita cortigiana di Leibniz.
Gillioz-Gianluca-Gigliozzi crea una sospensione, e ciò avviene nelle prime pagine del romanzo, grazie alle quali il lettore si crea il dubbio sulla veridicità dei personaggi, sarà il vero Sade, a parlare, il vero Newton, l’invenzione narrativa eccede la ricostruzione storica ‘fedele’? Non sembra, tutto ricalca gli avvenimenti, dimostrando la presenza di una cospicua e sotterranea bibliografia(filia?) del testo.
Neuropa è un poema, per quanto riguarda l’utilizzo della lingua e un romanzo per la vicenda, un “poema di carne in libero affiorare e imporsi agli spazi” per utilizzare le parole con il quale l’autore descrive una popolana. Nel romanzo storico, l’autore fa agire sulla scena i personaggi, presi dal loro contesto e ai quali vengono assegnate nuove parti, dentro le cui vite ci si intrufola addensandole di nuovi episodi. In Neuropa vengono messe a confronto, oltre alle vite, le vite delle opere filosofiche, i dubbi sollevati dai temi della libertà, della giustizia, del libero corso di ricerca di una scienza nuova. IO, il mondo e dio rimangono i tre interlocutori sotterranei, laddove il mondo è, a tratti, sostituito con ‘ìl gran libro del mondo’, cioè con la somma delle versioni fisico-filosofiche e scientifiche che del mondo sono state fornite attraverso due secoli dell’era moderna.
Esempi sparsi di questo ‘modo’, nella narrazione, sono, oltre a Sade, le opere di Leibniz, quelle di Newton (arricchite nelle conversazioni con i suoi assistenti) e di un Galilei rivisitato (del Dialogo).
La struttura del poema di Gillioz ricorda quella del Jacques di Diderot, esempio che non tardiamo a rinvenire più in avanti sotto forma di citazione/situazione.
Gli autori menzionati, sono colti nel vivo della loro opera e accostati a furfanti, finti medici, truffatori o semplici contadini, con sapienza e dosaggio di momenti. La bravura dell’autore consiste, su questo versante, nel non appesantire in modo didascalico questo complesso apparato di continue citazioni, rimandi e incontri illustri, anche perché sembra essere una delle intenzioni quella di comunicare che il pensiero dei filosofi contenesse in nuce il pensiero del secolo e non il contrario (vedi parallelo tra Sade/assenza di morale nei ricercatori-dissezionatori-torturatori).
Neuropa è un testo godibile, un teatro costruito, un pluriverso di concezioni. Il linguaggio è sempre ‘alto’, cioè sostenuto, cangiante a seconda dell’epoca e della ‘voce’ che entra sulla scena, il tutto giustificato dal presupposto dichiarato che Neuropa sia (anche) un poema. Esistono infatti diversi piani dai quali può essere affrontata la materia di romanzo storico. Qui ne vengono presentati, in successione, decine e decine di diversi (la nascita del linguaggio simbolico? il mito del buon selvaggio? la nascita della scienza? il diritto? la repubblica? gli infinitesimali? l’atomo? gli studi sulla circolazione sanguigna? le vecchie concezioni? il flogisto e l’etere?).
Neuropa è un’opera enciclopedicamente barocca che riesce a non essere manierista o retorica, rendendo la successione di fasi del pensiero storico e filosofico durante le quali si sono posti i limiti di demarcazione fra IO e DIO E MONDO, limiti ancora avvolti da una foschia che tende a diradarsi con la stessa velocità con la quale le teste dei regnanti vengono mozzate ed il capitale comincia ad affacciarsi sulla scena. Neuropa è un romanzo pervaso dal cambiamento e dalle vicende del percorso tortuoso che la ragione compie per affermarsi tra il XVII e il XVIII secolo.
Sul finire della narrazione, quasi a chiusura di un discorso iniziale, l’Autore torna ad ‘inquadrare’ Sade, che muove i suoi passi a Parigi, una volta libero dalla prigionia della Bastiglia, “non ho più voglia di scrivere né di domandarmi perché tutto questo sia successo”. Il romanzo inizia e si chiude dialetticamente sul cortocircuito dell’idea di Soggetto, vi è una parte di esso, la “Ciclopaedia Singolaris”, dedicata all’esplicazione dei concetti/figure/persone notevoli (tutti e tre si equivalgono nella narrazione), come ogni pensiero fondante, anche Neuropa racchiude un (breve) lessico, ammiccante dello spirito enciclopedico.
Quest’opera ha i piedi affondati nella terra, nel sangue e nella filosofia di quei secoli, che riesce ad evocare, ed è debitrice solvente di Calvino e Borges e Sade (per quanto riguarda la ragione fantastica dell’inventarsi) anche se queste suggestioni possono rimanere suggestioni personali, data la compiutezza sistematica di Neuropa.
Dove può dirigersi l’occulto di una narrazione così serrata? L’enigma è svelato dall’Autore: “IO scelgo – IO determino – IO penso – IO voglio […] IO eleggo l’odio come fulcro della mia testa”. IO diviene individuale/singolare, smarrisce la sua terza persona, il sentimento non è presente nell’accezione cui siamo abituato dal linguaggio comune ma solo in termini di sentire e non di patire. Tutto ciò che accade è riflesso dell’IO, l’intera realtà, per esistere, diviene materia cerebrale, finché non esplode in una autoaffermazione di sé, sempre altra da sé, distante dal proprio baricentro, ‘scentrata’.

NEUROPA è opera di Gillioz (Gianluca Gigliozzi),
nato a L’Aquila, adesso a Milano, scritta tra il 1996 e il 2001,
riveduta nel 2003 e tuttora, ad eccezione di alcuni frammenti, inedita.

Dicembre 2004

ora su [neuropa.splinder.com]

About these ads