Ritratto dell’artista da giovane. Artista e intellettuale nella società temporanea.


[1] Nell’affrontare un tema così vasto bisogna avere presenti diversi piani e mescolarli tra loro ammettendo onestamente l’impossibilità di raccogliere in poco spazio un’incredibile collezione di pensieri a riguardo di quest’argomento. Quanto maggiore è l’ampiezza di campo della traccia tanto maggiore e proporzionale è il desiderio di ascrivere il discorso alla mia esperienza personale.
Un discorso infatti che rimanesse legato ai tre concetti di ruolo, intellettuale e società, può darsi solo in un tempo ed un luogo storicamente dati, nell’ambito di un excursus storico, che comunque, per quanto ‘passato’, apparterrebbe ad una ‘contemporaneità’ altra. Quale, ad esempio, il ruolo dell’intellettuale e artista ebreo nella società viennese tra la fine dell’ottocento e l’inizio del novecento?

[2] Non si dà intellettuale senza contemporaneità. Non si danno costruzioni dell’intelletto che non siano ancorate ben salde alle loro origini pulsanti, i nervi, il cervello, la vita di ogni giorno nelle costruzioni che prima di essere pensiero sono vita.

[3] Ecco perché in questo intervento non potrò scindere il mio vissuto personale di aspirante scrittore in Salento. Gli ultimi anni, qui in Puglia, hanno veduto una crescita di tutti i movimenti che sono legati sotto ogni aspetto alla scrittura. Una critica di superficie (non superficiale) desume questo fenomeno da un’accresciuta visibilità nazionale che hanno ricevuto questi luoghi. Questo processo sarebbe quindi figlio di una deriva mediatica e la letteratura raccoglierebbe le briciole di un banchetto al cui tavolo hanno già abbondantemente mangiato altri attori sociali di ruolo.

[4] La figura dell’intellettuale, avulsa dalla vita reale e gettata nel circo dei media rischia di essere confusa con quella del tuttologo. Un nome che deve comparire/apparire e comparendo si accompagna ad una qualifica, rende vano ogni tentativo di fuga dalle catalogazioni. Il tuttologo non può essere sfuggente. Tuttavia, ancora oggi, sembra che la categoria dell’intellettuale sia una metacategoria, nella quale lo scrittore, il filosofo e il poeta cadono in modo quasi ovvio. Il problema sorge quando in questa categoria, per fare numero e sopperire ad una momentanea carenza di tuttologi, viene archiviato chi ‘fa’ lo scrittore, ‘fa’ il poeta, ‘fa’ il filosofo.

[5] L’intellettuale deve esprimere la sua opinione anche quando non è richiesta.

[6] Gli ostacoli che si frappongono tra l’intellettuale e la società sono differenti e si moltiplicano se l’intellettuale è giovane. Lavoro, occupazione, arte, difficilmente riescono ad essere in accordo.

[7] Oppure, situazione ancora più confusa, si può essere scambiati per intellettuali solo per aver scelto di occuparsi di un determinato numero di argomenti con la scrittura. La forza di un intellettuale, nei confronti della società, dovrebbe essere mutuata da un carattere sporadico, dal riuscire a non affezionarsi troppo ad un modo, ad un veicolo, ad un apparato di metodi e metodologie. Il che non significa che l’intellettuale artista debba costantemente mutare le proprie idee, sono le sue strategie che devono continuamente adattarsi al mutamento come condizione.

[8] L’intellettuale, così, potrà essere un disadattato; ogni suo adattamento ad una condizione segna il momentaneo arresto della sua maturazione di ruolo, il suo ruolo di intellettuale scade in funzionalità cerebrale.

[9] Condizione essenziale affinché l’intelletto possa esprimere e filtrare la conoscenza per poi creare nuovi tasselli di conoscenza è la libertà. La libertà di espressione non è però da intendersi come libertà di parola su un tema piuttosto che un altro quanto nella sicurezza di poter disporre e vivere nelle migliori condizioni in cui la libertà possa essere esercitata. L’intellettuale che fa i conti con la società fa inevitabilmente i conti con l’economia. Il passaggio da un’economia della sopravvivenza ad un’economia dell’esistenza possibile è necessario, fondamentale. Per il momento mi considero intellettuale e artista nella misura in cui tento, attraverso la scrittura, di comunicare delle idee, e quindi di ricambiare con idee le idee che ricevo ogni giorno, vivendo la contemporaneità della mia contingenza. Mi piacerebbe essere di supporto e aiuto a chi magari le idee le possiede ugualmente ma non vive nelle condizioni di esprimerle.

[10] Negli input per la stesura di questo articolo c’era la posizione di J. P. Sartre dove si accennava alla figura dell’artista come parassita della società, è inevitabile che questo rimanga uno spunto. Per cominciare, è chiaro che una posizione antitetica a quella sartriana presuppone che la presenza di intellettuali costituisca un patrimonio comune. Di recente si è riaperto il dibattito sulla possibilità della scrittura dal fronte ‘meridionale’. A questo proposito mi sembra interessante segnalare i due interventi che aprono l’antologia Best Off, edita da Minimumfax, e curata da Antonio Pascale. Gli interventi/racconti/reportage di Maurizio Braucci e di Roberto Saviano toccano argomenti di spinosa attualità in modo dettagliato, e, senza mezzi termini, affrontano una delle tante realtà del sud Italia, quella di Napoli. Quello di cui si ha l’impressione è che non si possa parlare, per grandi linee, di problematica della scrittura su questi argomenti, quanto di problematiche delle scritture. Lo scrittore, l’artista, dovrebbe essere in grado di ricevere gli stimoli dal territorio in cui opera, riuscendo ad individuare un veicolo che sia il più diretto possibile per l’espressione di questi stimoli. È difficile parlare di un sud perché di sud ne esistono tanti. La città in cui vivo, Lecce, grazie alla sua università, è divenuta un polo di attrazione non indifferente. Una recente statistica diffusa da tutti i quotidiani, dimostrava come la percentuale dei laureati effettivi sul numero degli iscritti sia comunque bassa. Deve necessariamente esistere un anello della catena in cui alcune premesse non vengono mantenute. Il centro della città diviene una cittadella universitaria, vengono costruite nuove sedi, periodicamente per alcune facoltà si presenta il problema della mancanza di aule, le sedi vengono diffuse sul territorio. In sostanza si crea un indotto economico che coinvolge la città, per la costruzione di nuove strade, l’adeguamento delle infrastrutture e degli appartamenti, l’università che è un cantiere aperto trecentosessantacinque giorni all’anno. Tutto ciò non ha una ricaduta diretta sulla formazione delle ‘risorse umane’. L’economia riesce a risucchiare la vita per poi espellerla. Se l’economia funziona allora non sembrano esserci problemi, gli investimenti vengono fatti fruttare, i fondi stanziati vengono messi in circolazione, il numero dei laureati non aumenta in modo vertiginoso. “Una società che crede nel futuro delle proprie risorse intellettuali non può non investire concretamente in esse” questo aforisma sarà passato sulla bocca di diversi esponenti della società, della cultura, dell’economia e della politica.
Le risorse intellettuali sono persone. Il giovane intellettuale e artista deve maturare in assoluta libertà di mezzi. Gli intellettuali e gli artisti che ho modo di frequentare quotidianamente appartengono alla categoria degli intellettuali della società temporanea, la loro formazione è prevalentemente umanistica, la laurea, se c’è, è ottenuta con i massimi voti, lo sbocco sul mercato del lavoro è difficilissimo. Ne consegue che riuscire a studiare, scrivere e intervenire con azioni in un dibattito che ambisca ad ottenere un riconoscimento del dialogo continuo con l’esterno, diviene una lotta quotidiana. C’è un’altra categoria, cui appartiene una schiera di scrittori, tra i trenta e cinquanta anni sempre in Salento, e cioè la categoria degli intellettuali e artisti insegnanti. La loro condizione è apparentemente più felice perché meno afflitta da problemi economici e il tempo libero di cui dispongono permetterebbe loro di dedicarsi di più alla scrittura e alle attività di operatori culturali, cosa che in parte accade. In effetti è impossibile ridurre un fenomeno così complesso a due semplici categorie. Esistono operatori culturali che organizzano eventi culturali con un minimo dispendio economico e un massimo dispendio di energie, inizialmente senza il supporto delle amministrazioni, che giungono a patrocinare economicamente un’iniziativa quando questa è già divenuta un evento culturale. Esistono situazioni di confine, compagnie che vanno a fare teatro e veicolano discorsi nelle scuole di periferia. A volte il sostegno economico che un’amministrazione può fornire è così basso da risultare quasi imbarazzante e, naturalmente, tra gli artisti e gli intellettuali si crea un cortocircuito che fa perdere di vista ogni nobile ragione intellettuale e fa pensare unicamente in termini di concorrenza sul territorio.

[11] La cultura, in Salento, è resistente. Si producevano interventi e dibattiti venti anni fa, dopo che la stagione poetica dei Comi, Bodini e Pagano si era conclusa, in luoghi e occasioni che non erano ancora collocati in un immaginario collettivo. Il fenomeno più interessante, a cavallo tra gli anni ottanta e i novanta, è forse costituito dal fatto che buona parte della produzione intellettuale e forse alcuni degli stimoli più interessanti, sono provenuti da persone che non lavoravano nell’Università, il che vuol dire che è possibile avviare discorsi dotati di senso anche al di fuori dell’ambito accademico, magari (come succede di recente nell’organizzazione di convegni) riuscendo ad affiancare questi due modelli e questi ambiti differenti (e persone) di provenienza. La cultura oltre che ad essere resistente non è cultura del sottosuolo, importante in proposito dovrebbe essere un processo di apertura degli archivi, catalogazione delle carte, approfondimento storico di quanto è accaduto in letteratura, opposto ad un processo di costruzione degli altari ed estenuazione di nomi sempre identici, il che vuol dire, in una parola, aprire gli innumerevoli ‘fondi’ prima che se ne smarriscano le chiavi.

[12] Al termine della stesura di questi appunti è come se avessi dimenticato qualcosa, mi sento come se non fossi riuscito ad esprimere nella totalità quello che avevo in mente. Ne approfitto per suggerire la lettura di un articolo, che ho scritto nello scorso mese di marzo e ho pubblicato sulla nostra rivista (trova qui), ne approfitto semplicemente perché il sottotitolo di quell’intervento era “Le ragioni del lavoro intellettuale” e mi sembra che alcuni temi che non ho affrontato in questa sede, non sono stati affrontati per non dare una replica degli stessi. Era impossibile, lo sapevo, parlare di intellettuale e società, un argomento davvero ampio. Da questi frammenti traggo un possibile bilancio; difficilmente l’intellettuale o l’artista potranno essere solo intellettuali o solo artisti, il mondo in cui viviamo non ci permette di occupare lo spazio come ipostasi o epifanie; altrettanto difficile è pensare che il percorso formativo possa essere racchiuso all’interno dell’università e dei corsi di specializzazione. Questo soggetto così difficilmente proponibile, così evanescente come l’intellettuale, deve essere in grado di comprendere ed agire nel mondo, anche nel mondo del lavoro, per non esserne fagocitato o assommato a scrittore di contenuti, non più attore sociale, utile solo a riempire delle caselle rimaste vuote.

pubblicato in “Ulisse n.4

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