su “D’indolenti dipendenze” di Ilaria Seclì


E’ uscito nella collana dei Poet/Bar, diretta da Mauro Marino, l’esordio poetico di Ilaria Seclì, intitolato “D’indolenti dipendenze” e, come è successo per altri titoli di questa stessa collana (vedi Astremo, Semeraro, Benedetto, Petrelli), siamo qui a chiederci se anche questo volume mantenga le premesse di qualità, sperimentazione e ricerca che sono insite nel lavoro condotto da Mauro Marino e nella sua continua ricettività/ascolto di quanto accade attorno all’arte ed in particolare alla scrittura nella nostra regione. Ebbene quello di Ilaria è sicuramente uno dei prodotti più maturi usciti in questa collana. La maturità è data, in questo caso, dalla delineazione di sé e della sua poesia che la Seclì è riuscita a rendere visibile in questa raccolta. Fermandoci per il momento a questo risultato possiamo dire che qui sono contenute diverse e molteplici direttrici che porteranno altri buoni versi. Sarà compito dell’autrice scegliere di intraprendere una di queste direttrici come percorso, quella più interessante è sicuramente nascosta nel sottile intreccio tra la parola e il suono, la parola detta, sentita, strettamente collegata al suo significato. Mi riferisco all’intreccio di ‘corde’, ‘fiati’, ‘respiri’ cha danno densità a questi versi. L’effetto dell’opera d’arte ben riuscita è quello di provocare un effetto di ritorno. In alcuni testi della Seclì il ritorno è puramente ascrivibile all’utilizzo di alcuni vocaboli (barbari/barbarie, mongole corde, “Di odore di terra di fuoco carne e feto”), mentre in altri all’utilizzo di un ritmo ricorsivo. Dove il richiamo e l’influenza sono più manifesti l’autrice è brava nel accumulare una serie di immagini dense, che fanno sciogliere in soluzione gli elementi ascrivibili a questo effetto. Un’altra caratteristica rintracciabile in questi versi è la stretta connessione, a livello di senso, tra gesto quotidiano inteso come rito e gesto intriso di mistero della ritualità, il percorso dei mesi, il tempo che spazia attraverso il respiro (Quei mesi artigiani preparavano linde bende e resistenti di sepolcro/e le attorcigliavamo – occhi bassi e pazienti – ai tronchi delle viti.). E’ come se in certi versi – ma questa a dire il vero è una caratteristica che permea la poesia di Ilaria Seclì – ripeto, è come se in alcuni punti la parola venga masticata, venga triturata nei minimi rivoli del suono, in modo del tutto musicale, senza mai ammiccare ad un gioco puramente sonoro o privo di densità.
LODE AD ADE è una delle liriche simbolo del sapiente mescolìo che l’autrice sa condurre tra il sangue e la terra, spalmato nei miti delle teogonie (cfr anche “lo squarto di fegato titano”, in Postuma) e delle letterature, che quasi sempre rincorre e chiude in un’immagine finale degna delle migliori catastrofi: “Che lo sposo nell’utero polveroso attende/che mi asciuga il sudore e il liquido voglioso/la terra che mi succhia/e mi riprende”, così accade anche in Quei mesi artigiani : “[…] stirpe barbarica/a cavallo attraversava il paese/e se ne andava.”.
L’esordio di Ilaria Seclì è compiuto. Su più piani e più sensi, ed è compiuto. Lo è perché le tracce di influenze che affiorano in alcuni luoghi sono prontamente sopite da un carico di immagini notevole, lo stesso carico che viene dosato in un incedere ritmico, denso di rime internem proveniente dall’abitudine di leggere ad alta voce i propri versi, ripeterli come ritornelli, fletterli.
Alcune di queste poesie potrebbero essere tranquillamente cantate e ritmate, in particolare per una di queste (mi guarda di sottecchi mi ha riconosciuta) sembra quasi automatico il rintracciarne la trama e l’intelaiatura sonora. Un esordio che ha saputo coltivarsi ed attendere, buona fortuna.

D’indolenti dipendenze, Ilaria Seclì, Poet/Bar, Besa Editrice,
con un intervento di Giovanni Lindo Ferretti e postfazione di Michelangelo Zizzi

About these ads