su “Dies Irae” di Giuseppe Genna


Nel lancio di “Dies Irae” è contenuto un riferimento ad Underworld, romanzo al quale l’opera di Giuseppe Genna si ispira per un modo di osservare i fatti e la storia del nostro paese e, come doppio di uno stesso binario, l’evoluzione dell’attore principale della vicenda, in questo caso lo stesso Giuseppe Genna. Potremmo scrivere di quest’opera come di un romanzo che prende con tutto uno sguardo la nostra storia recente, per restituirci un giudizio amaro e cinico, in tempi oscuri come questi si tratterebbe quasi di una luce, anche flebile, di cui necessita il lettore che si sente di appartenere ad una comunità civile. La tensione iniziale di “Dies Irae” è tutta qui, in questo compito così alto che l’autore, Giuseppe Genna, assume alla scrittura dell’opera. Se ne accorge subito il lettore, che nell’incipit rinviene il cadavere doppiamente vilipeso di una Repubblica che giunge in diretta dai versi di un’altra coscienza poetica, quella di Mario Luzi, che scrisse nel 1977 con riferimento agli anni di piombo “muore ignominiosamente la repubblica/Ignominiosamente la spiano/i suoi molti bastardi nei suoi ultimi tormenti/[…] E l’udienza è tolta.”. Qui tuttavia non si parla degli anni di piombo, il colore che qui predomina non è né il rosso acceso né il cupo nero, bensì il grigio, il grigio di un’atmosfera greve, una cappa che preme sui diaframmi, il griogio nel quale i colori si mescolano senza nitidezza, la zona grigia dell’oblio dove l’intellettuale perde la facoltà di parola, smarrita da non avere nessun ascoltatore: “Lo scrittore, non l’intellettuale, poiché da anni non si accenna minimamente a questa figura vetusta e generalista che fu l’intellettuale”. Eppure è testimone, l’autore, proprio di una trasformazione sociale di questa figura, per parlare di certe cose e scrivere, appunto, bisogna essere scrittori, il che suona come un’ultima chance e concessione, mi vengono in mente stralci della trasmissione di Carlo Lucarelli sui misteri d’Italia, l’orazione civile e l’invettiva ci sono tutti, in questo modo di mettere in sequenza le cose, con la lucida e autoironica consapevolezza (ma solo verso il finale del romanzo) che tutto ciò che resta da narrare non sia fiction, ma faction, quel che le persone desiderano, la realtà non è reale se non viene filtrata da un obiettivo. Somigliante al Lunar Park di Bret Easton Ellis nei tratti in cui il cinismo e la crudezza fanno emergere il personaggio Giuseppe Genna, in un paragrafo dove alla velocità della luce enumera un pantheon di scrittori dello scetticismo contemporaneo (DeLillo, Lobo Antunes, Saramago) e proprio in una ‘scena’ girata in un bagno, con la cocaina sul lavabo che ha il sapore di una citazione. Il bagno in questione è a casa di Monica. Suo marito lavora all’ideazione di format televisivi. Il format terribile e rivoluzionario al quale sta lavorando in questo momento avrà conseguenze politiche, il materiale a disposizione farà tremare, il titolo della nuova trasmissione è “Dies Irae”, avviene qui uno slittamento dal quale un poco alla volta scopriamo che tutti i personaggi coinvolti nel romanzo sono strettamente legati da un filo, un urlo silenzioso proveniente da un pozzo profondo sessanta centimetri e largo trenta, come in Underworld il gruppo di artisti resta sconvolto dalla visione del video di Zapruder dove si assiste all’uccisione di JFK qui, in “Dies Irae” la morte del piccolo Alfredino diviene un avvenimento centrale che travalica il tempo e la storia, dei personaggi, di un paese, di un pianeta. Un esempio di letteratura in cerca di riflessi continui, specchi di rimandi, un’opera scritta della quale Genna poco prima ha ribadito l’”affidabilità” sulla lunga durata, rispetto all’opera filmica, che qui diviene pretesto e appoggio.
La vita e i ricordi personali dell’autore sono l’altro filo che seguiamo nell’evoluzione della vicenda. Le riflessioni sullo statuto della stessa scrittura sono molteplici. E’ interessante notare che dette riflessioni non vengono presentate come elucubrazioni stilistiche nelle quali viene studiato il rapporto tra autore e lettore (e c’è anche questo) oppure tra autore e mercato; le riflessioni di Giuseppe Genna sono radicali e originarie del rapporto tra scrittore e società. L’Italia, il paese che ha vissuto l’ignominia di questi ultimi 25 anni, merita una Storia, e se sì, essa viene scritta da ognuno di noi? C’è luce in tutto questo, può esserci scrittura a ridosso di questa catastrofe dove ognuno ha giocato la sua partita di comodo per fuggire in tempo da una nave che affondava? “Gli archivi sono corrotti”. Massimo e Giuseppe hanno qualcosa in comune, entrambi elaborano a modo loro la risoluzione di equazioni delicatissime conoscendo un dieci, massimo undici percento delle variabili in gioco, i format, il romanzo. “La scena evolve rapidamente, è una scena notturna, viene estratto dal cunicolo il corpo in stato cadaverico del bambino”. Giuseppe da bambino scriveva già, la prima cosa che scrisse era un dossier finto-scientifico, così come lo poteva raccogliere un bambino lavorando d’invenzione e copiando notizie da libri e sussidiari, il dossier descriveva il piano di colonizzazione di Marte da parte dell’uomo. Questo elemento diventerà un elemento narrativo, il dossier DIES IRAE, relativo allo sbarco su Marte e in seguito e numerose missioni di esplorazione intergalattica conterrà inquietanti collegamenti alla vicenda di Alfredino e alla vita personale di Giuseppe Genna. Paola, invece, attraverserà la Storia, dalla Berlino dell’89, la città dove mescolerà droga e sesso fino al suo limite di sopportazione, per poi finire ad Amsterdam, dove ripercorrerà esattamente lo stesso percorso, per poi liberarsi definitivamente ed essere pronta, a Milano e a distanza di anni, a liberare un’altra persona bisognosa di aiuto, una mente sovrumana e ossessiva chiusa in un corpo limitante. Fanno parte del paesaggio, in tutta la prima parte, gli anni ’80, in descrizioni e particolari che non hanno nulla di nostalgico. Non c’è innocenza nel “Dies Irae” di Giuseppe Genna, c’è redenzione, è il romanzo dove ogni nodo temporale si trasforma nel travaso di bile del corpo-romanzo, tragedia psichiatrica, tragedia del suicidio, tragedia del complotto politico, a tratti una eco delle narrazioni semivisionarie e realissime di Giampaolo Pansa (L’intrigo, Il regime), dove ogni politico era attore di una farsa con il suo nomignolo. C’è un’altra caratteristica, lovecraftiana, di aderenza del mito al particolare di alcuni personaggi, il bambino nel pozzo, il puer, il bambino cosmico che ricongiunge la storia del pianeta a distanza di milioni di anni incalcolabili. Il ritmo è sostenuto fino all’ultimo, finché non matura nel lettore la consapevolezza che il tutto sta per colmare in una fine dal risvolto incredibile, degna dell’anno del contatto. C’è redenzione in tutto questo. A me sembra di si.

per leggerne ancora Giuseppe Genna Centraal Station

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