L’ottobre del 1969


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L’Ottobre del 1969

Che (parola illeggibile) di corpi a Cerveteri o Orvieto
quando si ammucchiano, per poi subito disperdersi,
e per poi ritrovarsi, a caso, mentre c’è la stasi
domenicale dell’aria fredda. La Chiesa allora accoglie
li accoliti; entrano uno per uno (parola illeggibile)
ottusi, non intingono il dito nell’acqua santa,
no, no, entrano, fanno la loro visita cieca, a tentoni,
ed escono poi subito, come ansiosi di altro.
Non sanno, davvero ottusi, che uscendo di fuori
nel sole che batte sull’acciottolato invernale,
li aspetta, subito asciugati, nient’altro che l’agonia
di una morte all’aperto tra cespugli, e strade, e case,
e poi, forse, caserme, ospedali, viali e lungomari;
la fretta che li conduce all’aperto li conduce al sole
che imprigiona generi, suoceri e già fecondi nipito,
perdendoli nel bel colore del freddo al calare della sera
coi risultati delle partite di calcio e Orione;
ma la Chiesa resterà vuota per poco, un nuovo
visitatore portato dall’ottobre ancora caldo,
perduto nel sole come un cane bastardo a mezzanotte,
chiede di entrare, lui e i suoi amici, arrivati per caso;
entra lui, seguito poi dagli altri, senza guardarsi intorno
per la porta comunque stretta; la loro preghiera è frettolosa,
non si rivolge a nessuno, deve finire al più presto,
per una liberazione che dà gioia solo a chi si libera
e non si dà pensiero dell’immediato ritorno alla necessità;
si getta a liberarsi a testa bassa come un animale,
ripetendo sempre le stesse poche parole
prive di ogni pudore, anzi innocentemente brutali,
niente lo turba, perché non è lui a dover pagare l’obolo
alla Chiesa, anzi, è pagato, e ciò lo assolve
da ogni dovere verso se stesso; poi riesce com’era entrato
e il crepuscolo di ottobre lo spinge odoroso
a vagare intorno dove capita nei paesi, a morire
in quell’esterno che egli considera vita.
Anche nella Chiesa, dopo gli ultimi visitatori
della notte frattanto sopraggiunta con la luna sull’Appennino
si spengono i lumi, si fanno sbadate pulizie:
ma i visitatori, per quanto muti, per quanto ciechi,
hanno lasciato le tracce della loro presenza,
e nel vuoto della notte la loro creduta vita
riempie dell’illusione (parole illegibili)
Rimangono allora intorno alla Chiesa che si erge sola
contro il cielo svuotato di vita, gli odori
precedenti la vita stessa, di bosco e serate di poveri;
gli incensi non son stati bruciati là dentro, no, no,
gli incensi sono fuori, sui mucchi di giovani uomini poveri,
corpi radunati insieme solo per ragioni di età,
vestiti con generale soddisfazione di panni buoni,
mentre le sigarette stanno obbedienti fra le grosse dita:
le fungaie, i gelsomini, oppure gli arbusti e le foglie secche
che odorano forte all’umidità dell’autunno caldo come l’estate,
non sono altro che il contorno di quei visitatori,
niente altro che un po’ di radicchio intorno alla carne.
Ci vogliono anch’essi! E anche – in altre occasioni -
gli odori delle locomotive ferme sui binari morti,
dei rifiuti sulle scarpate, dei copertoni bruciati,
che il sole dop averli tanto riscaldati abbandona all’acqua.
Un po’ alla volta – dopo aver dato tanta emozione
dovuta al sentimento che essi – con gli altri odori, più nobili,
e con tutte le innumerevoli cose della loro stessa natura,
mettiamo l’acqua del mare, la luna – sarebbero stati
il possesso da godere per un’intera vita,
con altro futuro dopo il futuro – essi hanno finito
con l’ammassarsi come tabernacoli non più venerati.
Altro non pretendevano che il piacere puro e semplice
(ma sconfinato) d’essere contemplati; ora non è più possibile;
perché della vita non resta che una piccola parte,
ed essi non sono più garanzia di un lungo diritto futuro.
Un po’ alla volta si forma un Tempio accanto alla Chiesa.
Siete voi a innalzarlo, Inutilità del cosmo. E i visitatori
cominciano a farsi meno accalcati e meno quotidiani;
le resse davanti alla porta, ad aspettare il turno,
si diradano un po’. Occorrono delle domeniche di sole,
lungo il mare, o nell’interno dei colli appenninici,
perché la calca davanti alla porta aspiri agli antichi fasti,
e loro, i figli, dopo essere entrati nella vecchia Chiesa,
che è la vita – per tanti anni insofferente di contemplare -
riguadagnano frettolosi l’esterno, là dove si perdono
le strade assolate dell’agonia. Occorre qualche calda ora d’ottobre
perché la gioia che tanti devoti, o clienti, incapaci a sapersi sacri
nel loro mucchio (parola illeggibile) alle distratte risate,
ritrovi l’antica e prepotente ansia del martirio.
Forse il senso si sta trasferendo da quella Chiesa semiabbandonata
a quel nuovo Tempio in cui niente possiede, e niente è posseduto.

da “Trasumanar e organizzar“, Pier Paolo Pasolini, Garzanti, 1971
tutti i diritti sono riservati

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