La scrittura è furto? Storia di un esordio


La scrittura è furto? Storia di un esordio
Luciano Pagano pubblica Re Kappa, un libro che pone il lettore nel processo affascinante della creatività

Scrivere di un esordio letterario, del proprio esordio, è come scrivere della propria nascita. Dell’evento in sé il protagonista non sa nulla – se non attraverso i ricordi di altri, o le leggende rivedute dal desiderio di eroismo e rivalsa di vecchie madri stanche – eppure si porta addosso, con caparbia insipienza, tutte le tracce di quell’immane fatica. Scrivere della propria nascita è, quindi, atto pericoloso, difficile, oltre che avventato, perché non vi è momento più doloroso, straniante e misterioso di questo nell’esistenza di un individuo.
Luciano Pagano è nato! verrebbe da scriverlo a lettere cubitali su tutti i quotidiani. Con lui e per lui il protagonista di questo nuovo romanzo: Re Kappa, edito dalla casa editrice Besa.
Ora voglio capire che tipo di scrittore è venuto al mondo. Quest’uomo di carta, in questo caso specifico, nascendo non ci racconta una storia, ma ci viene incontro, ci aiuta a capire e a capirlo, quantificando quasi numericamente il costo del gesto del suo raccontare. Una scelta infinitamente coraggiosa.
Pagano romanza il suo esordio tra avventura, mito e cronaca letteraria. Descrive con occhi che guardano soprattutto quello che è dietro gli occhi stessi; quello che è, prima che sia, prima che diventi. Una capriola all’indietro, praticamente. Non la realtà, la società, la gente, quindi, ma quello che sta prima tutto questo.
Tale esercizio, creativo e mnemonico al tempo stesso, richiede inevitabilmente la complicità del lettore, e infatti Pagano si rivolge sin dal principio e in maniera diretta al suo ipotetico sodale, cerca un interlocutore, cerca complicità, ma anche perdono, comprensione.
Ne viene fuori una narrazione metaletteraria, un monologo connivente che avanza alla ricerca di risposte, una voce senza filtri, un vero e proprio innesto cerebrale che mette il lettore al centro di un sogno d’arte altrui, al centro di un desiderio, di un bisogno. Qui il lettore infatti non è posto dentro una storia, come di solito accade in narrativa, ma dentro la scrittura stessa, nel suo processo creativo e in tutte le sue domande. Quella di Pagano, per questa ragione, è scrittura sulla scrittura, che faticosamente cambia, che procede strisciando, urlando, inventando, ammalandosi, rubando. Re Kappa è, infatti, un romanzo in movimento in cui il pensiero letterario, di pagina in pagina, diventa sempre più antropico, chimico, ossessivo. Il libro sul Mestiere in una società di mestieranti. Un libro colmo di metamorfosi.
Il primo capitolo in esergo premette, utilizzando le autorevoli parole di Luis Ferdinand Céline, l’impossibilità attuale, per chi scrive, di raccontare la vita – ancora la vita, sempre la vita – ad un universo di lettori ben capaci oggi di trovare quella stessa vita, narrata o narrabile, ovunque con estrema semplicità e con più velocità. Cinema, tv, stampa, strada: tutto racconta la vita a tutti. Siamo gonfi della vita di tutti. Vita vera. Vita di tutti. La vita c’insegue. E allora cosa resta? Come fuggire? Quale è la strada nuova?
La cancellazione, il ritorno alla memoria prima della vita: potrebbe essere questa la risposta. La riscoperta di quello che c’è prima, o quello che c’è dopo aver cancellato tutto. Il desiderio della vita, in sintesi. Poiché scrivere è come prendere la parola, è dire “io vorrei esserci” , non conta l’esserci, ma il desiderio dell’esserci. E’ quella la matrice.
Qui dunque comincia Re Kappa. Dove la letteratura contemporanea sembrerebbe fermarsi, Re Kappa comincia. Prende il via il percorso tortuoso di uno scrittore alla ricerca della sua trama, del suo libro tra gli altri.
Pagano in via preliminare tratteggia il suo ambiente: l’inquietante mondo pop delle lettere salentine. Ambiente del quale intravede strani bagliori alla fine del canale attraverso il quale è costretto a strisciare per arrivare a vedere alla luce. Apre così sipari fulminanti su coppie standard: il critico e l’esordiente, l’attore e l’organizzatore di eventi estivi, l’editore e lo scrittore a contratto, lo scrittore affermato e quello che si affaccia timidamente sulla scena artistica locale. Osservando, cerca di capire. Chi è l’esordiente? Quanto dura l’esordio? Chi sostiene l’esordio? Quante tipologie d’esordio esistono? Ci sono quelli che ci provano a 18 anni e quelli che lo fanno dopo i 40; quelli che aspirano a restare per sempre esordienti, quelli che ritornano ad esserlo dopo molto tempo, quelli che sciupano l’evento, quelli che non fanno altro che creare occasioni d’esordio, quelli che dopo scompaiono, quelli che non ci arrivano mai. Da queste combinazioni esistenziali, Pagano passa poi, con squarci repentini, ricorrendo anche all’uso del flashback, all’analisi delle mille notti al sud, un sud di lettere e alcol, il sud delle attese da dimenticare, il sud delle anticamere, là dove ogni sogno è oggetto di scambio, dove i progetti più temerari fanno ridere, dove ogni uomo è libro ed ogni libro è cibo da PiErre. Da quello, ancora poi si spinge fin dentro la più buia solitudine, fino all’alterazione chimica psichica dell’abbaglio e del genio.
Il percorso che porta alla liberazione del protagonista, comunque, non scorre mai in discesa. Sembra ostacolato da un antagonista preciso. Benoit. Il nemico.
Benoit è scrittore senza aver pubblicato nulla; lui ha in sé il fascino immotivato del francesismo, lui è talento indimostrato e indimostrabile, lui è leggenda. Benoit non è mai nato, ha saltato i passaggi più dolorosi a cui sono costretti i neofiti, eppure sa bene chi sono i neofiti della scrittura, sa come e dove colpire. Benoit è terribile. Benoit ha in mano un’arma micidiale: la parola scritta di uno dei miti letterari del nostro neofita. Benoit è un nome, mentre il nostro protagonista è eroe affannato, senza nome, senza identità, ancora privo di una sua vita letteraria.
La parola che possiede Benoit è così autorevole da poter sciogliere tutti i dubbi. Una verità utilissima per chi è ammalato di scrittura.
Benoit si serve di questo manoscritto misterioso come di uno stendardo. Lo sbandiera senza rivelarne nulla. Benoit, proprio grazie a questa circostanza, potrebbe prendere il posto del nostro esordiente e, con la sua sicumera, ne accrescere quotidianamente dubbi e paure.
Chi è Benoit? Di chi è quel manoscritto? Benoit sembra invincibile. Prima sembra sincero e dopo bugiardo.
Benoit è la guerra, Benoit è invidia. Benoit è la pagina bianca.
Pagano descrive il crescere della tensione, l’insabbiarsi dell’ispirazione, la sofferenza fetale, il battito che rallenta, monitorandone ogni secondo come fosse l’ultimo. Mentre il tempo stringe.
Il viaggio verso l’esordio sembrerebbe a questo punto doversi concludere con un furto, per privare il rivale del suo potere ipnotico. Questo l’unico intervento ancora possibile. E del resto a suo tempo un furto era stato commesso dallo stesso Benoit e ora un altro sembra destinato a verificarsi, al fine di consentire la nascita di una nuova letteratura. La storia si ripete. Un libro, dopo un libro, e poi ancora un libro. Per trovare la vita, lo scrittore sembra costretto a rubare la vita, il sogno, la menzogna di un altro. E altri dopo di lui. A volte ne consegue la vita. A volte il trionfo, a volte la morte. A volte l’oblio. A volte la galera. Un colpo di scena dopo un altro.
Quella che sembrava essere la dettagliata descrizione di un parto metaforico, si trasforma così nella descrizione di un crimine. Ma è solo apparenza.

“La storia della scrittura è piena di gente che ha lavorato a tal punto da assumere su di sé, somatizzandole, le forme più strane: la forma del mulo, la forma del tapiro, la forma dell’elefante.”

Pagano analizza questa preziosa refurtiva che è la scrittura, in un monologo ossessivo ed autentico, che di reale ha solo la voglia di fuga, il cui obiettivo segreto è, invece, proprio alimentarne il mito. L’inestinguibile mito.

Elisabetta Liguori
su
“Paese Nuovo” di Sabato 31 marzo 2007

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