“Re Kappa” su “loSchermo” di Lucca


“Carta” – abbiamo letto per voi…
del 03/08/2007 di Flavia Piccinni

E’ il precariato, il tema del momento. Lo sa bene l’editore che chiama nel cuore della notte lo scrittore e gli dice: se non lo scrivi tu, lo faccio scrivere ad un altro. Inizia così il bel libro di Luciano Pagano, trentenne salentino con il pallino per la letteratura. Pagano dirige infatti la rivista elettronica Musicaos.it ed è redattore dell’interessante Tabula Rasa, pubblicata dalla stessa Besa che ha mandato in stampa il suo esordio. Re Kappa è il diario di una vita, fra il giugno 2005 e l’ottobre 2006, che apparentemente sembra bloccata e, in realtà, si dipana fra cambi di facoltà, rivalità letterarie e non solo. Nodo centrale del romanzo è la scrittura. Il problema che le ruota intorno, e arriva a inglobare le pareti della stessa narrazione, è il desiderio di fare della scrittura un lavoro. Pagano però conosce le difficoltà che un giovane aspirante autore deve affrontare e tutti i personaggi che ruotano intorno al portafogli vuoto, il frigo vuoto, il vuoto dentro, sono armi che accumula e che con il caldo salentino si squagliano al sole, ricomponendosi in quella misteriosa figura che è Michel Benoit, emblema di quel mondo letterario che osanna e s’inchina alle promesse mai mantenute. Benoit, nella fattispecie, per uno strano processo d’alchimia, deve la sua fama a Céline, di cui dice di possedere il leggendario manoscritto della Volonté du roi Krogold. Così, fra citazioni del Maestro francese, riflessioni mistiche e letterarie, il viaggio di Re Kappa si concluderà con un’amara riflessione, fulcro di ogni pensiero che ossessiona chi scrive: se è più facile barare perché continuare a sudare sulle proprie carte? La risposta è in questo incredibile esordio, che è giri di carte e giri di vite in quel mondo bicefalo che è l’editoria.

Di precariato hanno parlato in tanti. Penso ad Aldo Nove o a Mario Desiati. Il primo aveva scelto un’impegno quasi militare, e il secondo una storia d’amore. E lei, come mai hai fatto questa scelta?
“In realtà nel mio romanzo il precariato non entra in gioco come tematica bensì fa da ‘sfondo’ ambientale a ciò che accade, qualcosa contro cui dobbiamo lottare e che dobbiamo al tempo stesso accettare in via provvisoria, il vero precariato del protagonista senza nome di “Re Kappa” è forse quello dei rapporti che regolano il funzionamento di un mondo, quello culturale ed editoriale che lo circonda”.

La scrittura. La scrittura come lavoro, la scrittura come svago, la scrittura come ossessione. Il libro ruota intorno alla narrazione e, per lei, che cosa rappresenta scrivere? La visione del protagonista è autobiografica?
“Il personaggio non è autobiografico per quanto riguarda la vita, non al cento per cento, non quanto non lo sia nei pensieri, che rendono in modo alterato e eccessivo alcuni punti di vista personali.
Per me la scrittura ha sempre rappresentato e continua a rappresentare la necessità di comunicare me stesso agli altri e, in questa comunicazione, filtrare il mondo”
.

Il problema dei trentenni sembra quello di non riuscire a trovare un lavoro che corrisponda pienamente a quello che vogliono. Crede che effettivamente sia così?
“Il problema dei trentenni è forse più nel fatto di vivere in una società che ha concesso di arrivare fino a quell’età senza un inserimento possibile nel mondo del lavoro, molto spesso si tratta anche di giovani laureati, un peccato perché la loro formazione è un bene prezioso. Quello di cui mi rendo conto guardandomi attorno è che il lavoro non manca, semmai il governo presente ha ereditato strumenti legislativi (e dissesto) che rendono più difficoltosa una stabilizzazione in termini economici del lavoro precario. A ciò si aggiunge il fatto che l’Italia è un paese di evasori fiscali genetici”.

Call center, pubblicazioni a pagamento, aiuti economici da parte di parenti e istabilità emotiva. La generazione che descrive è quella che vorrebbe avere tutto e invece non ha niente, non ha quello che vuole almeno. La realtà è questa?
“Per quanto riguarda la descrizione del precariato in “Re Kappa” mi piacerebbe che emergesse il senso di fretta congenita di questa generazione, una fretta dovuta all’ansia di raggiungere senza un abbozzo di futuro l’età in cui non ci è dato più di porre le basi per costruire un futuro”.

Il pubblico spesso viene descritto come un ammasso di lettori cui è facile modificare il gusto. Crede che sia effettivamente così?
“Per nulla. I lettori non sono un ammasso, i lettori costituiscono una massa soltanto quando vengono considerati come acquirenti, in tal modo possono essere suddivisi in base agli acquisti, si può tentare di individuarne i gusti e prevederne i desideri, con un grande margine di errore e fallibilità, grazie al cielo. Prima di ciò i lettori non esistono, ma esiste il lettore”.

Il libro si conclude con un’epistola al lettore. Le piacerebbe essere contattato come chiede ‘Re Kappa’?
“In parte è ciò che sta accadendo, mi riferisco alle email che sto ricevendo da marzo in qua dai lettori e dai critici”.

Il tempo di vita medio di una bottiglia di plastica è maggiore di quello di un romanzo”. Si conclude così il romanzo. È una constatazione amara, come le riflessioni disseminate nel libro. Perché dice così?
“È il modo che mi è venuto in mente, parlo in particolare per la frase conclusiva, per rendere al lettore quello scoramento che a volte provano i critici, i lettori appassionati e gli scrittori, quando si accorgono che il tempo e le contingenze non ci permettono di dedicarci come vorremmo alla lettura dei libri che più ci interessano. È triste pensare che nella mare magnum delle pubblicazioni annuali di narrativa, poesia e saggistica, si potranno scegliere soltanto una manciata di titoli, piccola se paragonata agli sforzi e all’ingegno che ogni autore, nel bene e nel male, ha speso per cercare di raggiungere l’altro, il lettore”.

È facile barare. Chi crede che siano i Michel Benoit dei nostri tempi?
“Chiunque non si comporti con onestà, non solo intellettuale”.

Che consiglio darebbe ad uno scrittore giovane per pubblicare?
“Di non fermarsi al primo ostacolo ma nemmeno alla prima offerta”.

da loSchermo di Lucca del 3 Agosto 2007

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