“Re Kappa” su “l’Unità”


“La cultura che non riscatta il Salento”
di Andrea Di Consoli

È un piccolo «nipotino» di Céline (posto in epigrafe), il giovane Luciano Pagano (salentino del 1975, redattore della rivista Tabula Rasa dell’editore Besa – http://www.besaeditrice.it – direttore del fortunato sito Musicaos.it), come lo fu, nella sua prova d’esordio, il pugliese Francesco Dezio con Nicola Rubino è entrato in fabbrica. Sarà anche una coincidenza, ma c’è furore vero nella nuova letteratura pugliese di questi ultimi decenni (da Tommaso Di Ciaula, mitico autore di Tuta blu, al Livio Romano prima della «normalizzazione»: al Livio Romano di Mistandivò).
Re Kappa è un romanzo con una trama centrifuga e sincopata: tutto ruota attorno al rinvenimento di un manoscritto di un autore importante della letteratura (tutto ruota, cioè, intorno al rapporto inevitabile, con la tradizione); ma ciò che più impressiona è il ritmo febbrile e nervoso dell’io narrante: un «io» giovane e inquieto, immerso nel delirio del «mondo culturale» di provincia: «Una cosa è certa, la poesia del tacco d’Italia fino a qualche anno fa era conchiusa nelle opere di notai, avvocati e affini di mestiere, dotti commercialisti e simili, professionisti d’altro modo di trattare le parole(…)».
Vi è qualcosa di stralunato, nella sintassi aggrovigliata e furiosa di Pagano; qualcosa di brutale – di poco letterario – ma è come se Re Kappa rappresentasse una sorta di agnizione delle «buone maniere» letterarie, per rifondare tutto a partire dallo stomaco, dalle «viscere», dagli umori (non c’è terra, in fondo, più umorale e incendiaria del Salento). Il Sud di Pagano è stremato di precariato, di modelli alti, di «industria» culturale, di distrazioni: un Sud poco pensato, ma vissuto a livello di epidermide, come un insetto snervante che punge.
Emerge in questo romanzo una fauna di «operatori culturali» da tragicommedia all’italiana (dagli attori ai consulenti editoriali). La prosa è violenta, spesso corre più veloce del pensiero, ma più che una storia, Pagano ha fretta di gridare i suoi sentimenti e i suoi umori. Non mancano variazioni di registro, momenti di vera e propria invettiva, e «linguaggi bassi» di tutti i tipi. È come se Pagano dicesse: laddove c’è troppa cultura, poi non ce n’è più nessuna. E Pagano sta, interamente, nel Salento moderno e sbandato di oggi: un Salento con troppa elefantiasi culturale, cioè senza cultura.

Andrea Di Consoli
da “l’Unità” del 6 Agosto 2007, p. 25

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