La tigre


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La tigre 

“a tutti quelli che cadono”

Sei immobile sotto l’ombra di un fico nel centro del grande prato, è qui che ogni giorno vengono a allenarsi i ragazzi dell’Unione Sportiva, assieme agli atleti sporadici del venerdì mattina, i single e le single in cerca di un’amicizia che si concretizzi oltre l’ubriachezza ondivaga di certe chat assonnate. Tu no. Sei qui, immobile da una ventina di minuti, mantieni la tua posizione, ci sei abituato – occupi la posizione della tigre – tre ore al giorno, non ricordi quand’è che hai cominciato. Chissà che cosa avrebbe detto Elisa, se soltanto fosse stata qui a guardarti. L’ultima cosa che ti ricordi di lei sono i suoi occhi, con il vagone che scivola sull’ovatta dei binari, quel giorno alla stazione, 19 nord, lei che ti singhiozza “ma sei sicuro…non possiamo darcene un’altra…ti prego“, tu che la guardi in silenzio, i tuoi occhi che in un moto impercettibile colgono un altro luogo, un altro pensiero “…ti prego“, il treno che parte.
Tu e Elisa vi siete conosciuti in Facoltà “anche te da Sulmona, da quanto è che stai a Roma? Frequenti? Ti va un caffè?“, lei era iscritta a Lettere Moderne, tu stavi quasi per laurearti in Architettura. Hai cercato di mettere ordine nella sua vita fin dal primo giorno in cui vi siete messi insieme, e non ci sei riuscito. Non sei riuscito a farle cambiare amicizie, non sei riuscito a convincerla che avere una laurea appesa in camera da letto sarebbe stato un gesto estetico, forse indegno per una beat come lei, ma pur sempre un gesto estetico.
Poi hai terminato i tuoi studi in Architettura e sei tornato in paese, dal giorno della tua laurea lasciasti passare tre mesi nei quali fosti capace di non sentire Elisa nemmeno una volta. L’estate del millenovecento76 è stata la prima estate che hai trascorso senza Elisa da quando stavate insieme, tre anni esatti. Vi siete messi insieme senza nemmeno capire il perché, pur di riuscire a diventare architetto in tempo avresti studiato e tracciato i tuoi disegni durante il sonno, Elisa, invece, pur di riuscire a toccare il fondo sarebbe riuscita a nuotare in apnea  e contro corrente per diversi minuti nel più nero dei liquami, aprendo la bocca per respirare il suo diavolo. Un mattino il tuo risveglio è stato acceso dall’urlo felice di tua madre, “che cosa è stato…“, poteva essere accaduta qualunque cosa, nulla ti avrebbe mosso dall’amore che provavi per il fresco odore delle lenzuola appena cambiate, era bello ritornare da Roma a Sulmona per trascorrere le vacanze in casa tua, trattato come un ospite di riguardo, “hai vinto, hai vinto tu, hai viiintooooo! Mio figlio ha vinto!“, soprattutto ora che avevi ottenuto la laurea. Al termine di quei tre mesi ti era arrivata la lettera che aspettavi, l’assegnazione dei lavori di progettazione del porto. Il tuo primo progetto. Il porto in questione costituiva lo sbocco sul mare di una cittadina che contava quasi centomila abitanti, una comunità che ruotava attorno alla pesca della mazzancolla, “c’è tutto mamma, edicole, benzinai, c’è anche una libreria, guarda qua…“, agitavi la tua copia ciclostilata di “Porci con le ali” come se fosse il tuo libretto rosso. Il progetto del porto-mercato era tanto ambizioso quanto essenziale, una vera novità per gli anni settanta. Avevi inventato una struttura nella quale la pesca e il commercio si sarebbero coniugate senza sottrarre spazio alle persone, l’ambiente naturale non avrebbe patito più di tanto la morsa necessaria del cemento, con la tua idea avevi convinto i membri della commissione, perfino “il Ruspoli”, così lo chiamavi. La “Grande Ala Sottile”, il GAS, era la sigla che contraddistingueva il tuo progetto. Peccato non poter condividere tutto con Elisa, chissà dov’era.
Un vostro collega di studi di nome Antonio – lo avevi incontrato ad un concerto jazz – ti ha detto che Elisa è andata a Londra, forse lavora lì, nel frastuono eri riuscito a cogliere una mezza frase “forse si fa ancora, forse no…“. Non ti importa più di Elisa, non ti importa dei suoi amici, non te ne frega un cazzo della roba, dei viaggi e di tutta la cattiveria che si è sparata nel sangue, quando litigavate per tutto dalla sua bocca sembravano uscire chiodi, i suoi occhi neri erano spenti, avvolti da una cortina di miele grigio, il suo cuore non c’era più, e tu non sapevi più cosa fare per riprenderla. I lavori del porto iniziarono nel novembre del ’76 e terminarono il 20 dicembre del 1979, in tempo per l’inaugurazione dell’anno nuovo, il 2 gennaio millenovecento80.
Guarda quei due lì, si vede che sono venuti qui a correre per la prima volta, è logico, sta per avvicinarsi la bella stagione, li ha presi l’ansia di dover perdere peso prima dell’estate, sperano di dimagrire in tempo per indossare i loro costumini attillati. Lui indossa un paio di scarpe da 10€, il modello base di decathlon, “inconstant runner“. Quest’estate i loro corpi si confonderanno insieme agli altri, sotto l’ombrellone, l’unica consolazione che potranno sopportare sarà la frescura di un gelato e l’mp3-alienazione.
Elisa non ha mai voluto venire al mare con te, non voleva spogliarsi, era innamorata di se stessa e della sua pelle bianchissima, “sei sicura, guarda che una volta lì ti diverti, al mare ti diverti anche se non fai niente, dai, vieni…“, non c’era cosa più difficile del convincere Elisa a fare qualcosa che non voleva, prima che tu decidessi di lasciarla per sempre la sua anima era un colabrodo senza spessore, un corpo privo di passione.
Poi c’è stato il silenzio, il lavoro assiduo. Poi c’è stato Antonio che non era contento del suo, di lavoro, “sai com’è, tu mi ci vedi a progettare palazzine per tutta la vita? A me non mi frega della scatola, a me mi frega del contenuto“. Antonio divenne assessore ai lavori pubblici, proprio nella cittadina dove avevano costruito il GAS, si era candidato con la DC e aveva vinto alla prima tornata con la bellezza di seimila voti, “ma dove li hai trovati tutti quanti?“, “non preoccuparti, hai bisogno di qualcosa?”.
Un trafiletto dal “Centro” datato ventisette aprile millenovecento86 riporta una notizia: la salma di Elisa B. ha fatto ritorno a Sulmona, giace nel cimitero comunale. Elisa B. è stata trovata morta a Londra, una settimana fa, i dottori che hanno stilato il referto hanno scritto che è morta a causa della denutrizione, “morta di fame”. Negli anni che sono trascorsi non sei riuscito ad instaurare un rapporto umano che non si limitasse ad essere professionale, non ti sei legato a nessuna e nessuno, la tua mancanza di passione, al contrario di Elisa, è figlia della privazione.
La tua certezza è altrove, nelle quote, nelle tacche e nelle misure, nei trasferibili e nelle fonti dei caratteri, in una realtà brillante come una stella, perfetta come il modello dello Shuttle Columbia stilizzato a due dimensioni nell’Autocad 2.17b, i tuoi ricordi sono nascosti nei cataloghi delle mostre che hai visitato e nei mille rilievi che hai fatto per cercare di far aderire la realtà al tuo disegno, perfino nella foto dei pescatori di mazzancolle che tieni appesa dietro alla scrivania del tuo studio, il Tiger, dove lavorano quarantasei persone, ventidue delle quali hanno meno della metà dei tuoi anni, chissà come si chiama quella ragazza che abbiamo assunto, somiglia così tanto ad Elisa, nei suoi occhi sembrano nascondersi gli stessi discorsi che facevi con lei, eppure non la conosci nemmeno, non avete scambiato una parola.
La tua certezza è altrove. Il quadrato del parco, l’erba che accoglie le tue scarpe da ginnastica, la sinistra a destra e la destra a sinistra, i calzini fosforescenti che sbucano fuori. I piedi nudi sul prato. Una nuvola si dissolve nel cielo di cenere. Mentre una lacrima trasparente riga la guancia della tigre.

pubblicato su “Scemo chi legge…” il numero di Agosto/Settembre di Coolclub.it

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