Canzoni tristi


Lorenzo Piantini
Canzoni tristi

Avevano risparmiato per tutto l’anno e finalmente Paolo e Francesca potevano passare i loro quindici giorni in Sardegna.
Siamo in agosto, i due fidanzati sono appena entrati in macchina e si lasciano il traghetto alle spalle. Sta guidando Paolo. I due ragazzi sono stanchi, il sole non è ancora alto nel cielo. I loro occhi sono nascosti dietro due spessi occhiali da sole. Un paio sono di Prada, un paio sono un’imitazione.
Francesca tira fuori il portacassette dal cruscotto. È vecchio e polveroso, come l’autoradio, del resto. Estrae la cassetta che vuole e, dopo averla brevemente esaminata, la infila nello stereo. Prima che cominci la canzone, alza il volume.
Dopo pochi secondi, Zucchero sta cantando di sere d’estate dimenticate e di dondoli che dondolano. A Francesca viene in mente quando, cinque anni prima come minimo, ha doppiato quella cassetta per Paolo. Non stavano ancora insieme. Si sente poco, il motore è rumoroso e ci sono molti scossoni.
“Vai più piano, per piacere”.
Paolo non stacca gli occhi dalla strada dissestata e lascia leggermente il piede dall’acceleratore.
“Sei stanco, caro?”
“Un po’. Un po’”.
Sembra voler aggiungere qualcosa, poi si trattiene. Ma Francesca insiste:
“Vuoi che guidi io?”
Parla con un mezzo sussurro. Paolo la capisce a malapena.
“No. Senti lascia stare”.
Lo dice con brusca dolcezza. Un grande senso di stanchezza avvolge l’abitacolo.
“Io lo so che c’hai, caro”.
“Sì? E che c’ho?”
“C’hai che volevi dormire in macchina e sei incazzato che ti ho chiesto se potevamo stare sul ponte tutta la notte”.
Paolo non risponde. Abbassa la radio.
“Non hai chiuso occhio, vero?”
“No”.
“Vuoi che guidi io, sì?”
“No”.
“Allora fai come ti pare, testone!”
Ha alzato il tono della voce, ma non di molto. Delle nuvole stanno passando davanti al sole. Paolo si tira gli occhiali sulla fronte, poi li rimette giù. Abbassa il finestrino e si accende una sigaretta con la mano destra. Francesca si stringe nel giubbotto di jeans e si rannicchia con la spalla contro la portiera.
La Tipo blu continua a scivolare sotto il sole mattutino. Vista dall’alto sembra un vecchio modellino.
Paolo sta scaricando i bagagli.
“Ti do una mano”, gli dice Francesca. Ma poi si mette a giocherellare al cellulare. Sono appena passati a prendere le chiavi. Paolo apre la porta, che cigola un po’. Spinge i due borsoni all’interno e va ad aprire le persiane.
“Sì, bravo apri. Senti che puzzo di vecchio”.
“Cazzo”.
Mentre stava aprendo, a Paolo è rimasta in mano una persiana.
“Si comincia bene, sì”.
Lei non gli dà retta e va a vedere la camera.
“Almeno siamo vicino al mare, no?”
Si sono avvicinati e provano ad abbracciarsi. Mentre stringe Francesca a sé, Paolo alza gli occhi al soffitto. Ci sono alcune crepe. È il primo piano di un vecchio rustico. Il resto della casa non è abitabile. I due si staccano l’uno dall’altra.
“Nell’annuncio su internet c’era scritto che c’era una camera, bagno con doccia, cucina e soggiorno, no?”
“Sì”.
“Mi sembra che ci siano queste cose, no, caro?”
“Sì, non era specificato che cascasse a pezzi o meno”.
Paolo ride, ma Francesca resta seria. Lui allora decide di star zitto, e ripensa al tempo che lei è stata dietro per l’affitto, il viaggio e tutta l’organizzazione.
“Su, diamoci da fare”, è tutto quello che Paolo sa dire.
Ma per un bel po’ i due ragazzi rimangono fermi, e si guardano intorno.
“Possiamo mettere a posto dopo, e ora andare un po’ sul mare, che ne dici?”
“Sì, è una buona idea. Mentre tu prendi l’asciugamano e il resto, io scarico la bici”.
“Ce la farai a pedalare con una cicciona come me in canna?”
“Ci proverò”, dice Paolo con una voce buffa.
Francesca sorride e Paolo la bacia. Poi esce e va verso la macchina.
La bici è una vecchia bici da città nera, Paolo l’ha comprata da un suo amico che forse l’aveva rubata, ai tempi dell’università. Un paio di mesi dopo ha smesso di studiare ed è stato indeciso se darla indietro o meno. Ma poi se l’è tenuta e l’ha usata ogni santo giorno, con la pioggia o con il sole, per andare al lavoro. Quando in officina non c’è tanto da fare, Paolo sistema la sua bicicletta. Anche se ha qualche anno, è come nuova. Adesso la scarica dal portapacchi. Mentre lo fa, pensa che sia un miracolo che sia arrivata senza staccarsi, durante il viaggio.
“Telefono a mia madre e vengo”, dice Francesca. Si è messa in costume e si è affacciata alla porta.
“A quest’ora dovevamo già essere arrivati da un pezzo, sarà in pensiero”.
Francesca vive da sua madre da un paio d’anni ormai. Si è scoperta molto legata a lei. I genitori si sono separati quando Francesca aveva tre anni. È cresciuta nella casa del padre, fino a quando, sui vent’anni è andata a vivere nell’appartamento di Paolo. La cosa era durata un anno e mezzo, ma non è che funzionasse granché e il riavvicinamento alla madre ha portato Francesca a fare le valigie. Ognuno a casa sua il rapporto è ricominciato a funzionare. Paolo adesso divide l’appartamento con un paio di studenti che nemmeno conosce.
“Eccomi”.
Francesca esce e si mette a sedere, come al solito, sulla canna della bici. Paolo dà le prime pedalate con difficoltà, la bicicletta si muove a zig-zag, poi trova la giusta andatura. Fa caldo, c’è una breve ma ripida salita. Una volta scollinato, si comincia a vedere il mare. Oggi è calmo. Una tavola. Il sentiero si fa sempre più stretto.
“Una macchina mica lo so se ci passa”, dice Paolo. Ma Francesca non sembra ascoltarlo. La discesa la fanno tutta con i freni tirati.
Arrivati sugli scogli, dispongono la loro poca roba. Francesca si sdraia su un grande scoglio piatto, si tira giù gli spallini del bikini e prende il sole, con gli occhi chiusi.
“Vado a fare una nuotata”, dice Paolo, e si immerge nell’acqua. È calda, avverte subito un senso di benessere. Nella piccola caletta, e intorno, poche persone, cinque o sei. L’acqua è limpida e Paolo si vede bene i piedi. A un tratto si ricorda di essersi dimenticato la maschera. Non può neanche prendersela con Francesca, perché ognuno ha pensato a sé stesso. A Francesca non piace nuotare e di certo non si è portato nessun accessorio da nuoto.
Paolo va con la testa sott’acqua e apre gli occhi. Senza maschera è un problema. Dà le prime bracciate con vigore, si allontana un po’ dalla riva. Gruppi di pesci più o meno piccoli nuotano nella corrente, si orientano nel loro traffico. Non si scontrano mai. Paolo si mette a fare il morto. La testa verso il cielo. Non c’è una sola nuvola. Un aereo passa veloce lasciando la scia bianca. Chissà dove va, pensa Paolo.
Paolo procede con colpi di pedale decisi, ma lenti. Nel cielo ci sono un sacco di stelle, una vicina all’altra.
“Guarda, quella è Orione”, dice Francesca.
“Sì, sei sicura?”
“Sì. Me ne intendo, lo sai?”
“Certo. Sono contento che stasera tu stia meglio”.
Paolo distoglie gli occhi dal cielo e li riabbassa sul sentiero illuminato dalla vecchia dinamo.
È il dieci di agosto, la bicicletta sta viaggiando sul solito sentiero di tutti i giorni. Stavolta i due ragazzi vanno in spiaggia a vedere le stelle cadere. Da questi pochi giorni che sono arrivati, Francesca non è che sia mai andata molto in spiaggia. Non si è sentita molto bene. Ma stasera sta meglio e la notte di San Lorenzo bisogna stare fuori e guardare il cielo.
C’è un silenzio tra loro, per qualche secondo. Poi Francesca comincia a intonare È delicato, dall’ultimo album di Zucchero. La sussurra, le sa tutte già a memoria, le canzoni.
“Che bella, eh?”
Paolo non capisce bene, sul primo, a cosa si riferisce. Ha sentito una specie di sibilo. Francesca gira la testa verso di lui, come in attesa. Ha smesso di cantare.
“Sì. È una bella canzone, davvero”.
“Ma come farà a scrivere cose così belle, così poetiche?”
“Francesca, è un cantautore…”
“Sì, ma è come se conoscesse i nostri sentimenti, quello che proviamo. Come se fosse uno di noi”.
Paolo tace, continua a sentire questo sibilo.
“Mi ascolti? Come farà ad avere queste intuizioni. Uno come noi non ci riuscirebbe mai ad avere idee così”.
“Certo l’isolamento e la natura in cui è immersa la sua mega-villa in Toscana lo aiutano”.
“Ecco, comincia a fare l’invidioso? Sei patetico”.
“Zitta!”
“Oh, ma come ti permetti? Sei fuori?”
Paolo ha smesso di pedalare. Ferma la bici e abbassa lo sguardo. Fa scendere Francesca.
“Porca puttana porca!”
“Ma che ti prende?”
“Mi prende che abbiamo bucato, cazzo! Cazzo!”
“E vabbe’, ma ce l’avrai una ruota di scorta, no?”.
Paolo aveva portato una camera d’aria di riserva, ma ha dimenticato di toglierla dal portabagagli e si è mezzo sciolta al sole. Se ne è accorto oggi pomeriggio.
Adesso lo sta spiegando a Francesca.
“Che idiota che sono! E non è neanche che ci si può venire in macchina, in spiaggia”.
“Ci toccherà qualche scarpinata sotto il sole”,dice Francesca, e si avvicina a Paolo. Gli fa una carezza.
Paolo lascia cadere la bici. Si mettono a sedere sull’erba ai lati del sentiero. Il tempo passa lentamente. Nessuna stella cade. Ma nessuno dei due stacca gli occhi dal cielo.
“E se facessimo l’amore?”, dice Francesca nell’orecchio del suo fidanzato.
Paolo la guarda.
“Adesso”.
Si baciano. Paolo sta per salire sopra Francesca, quando si sente il rumore di un motorino. È una vecchia Vespa, passa piano. Quando arriva all’altezza dei due ragazzi, l’uomo si ferma e li guarda.
“Buonasera”, dice Paolo. Il vecchio sulla Vespa non risponde. Poi riparte.
“Che tipo, certo”, dice Francesca. Si guardano per un po’, poi suona un cellulare. È la musica di Un kilo, la suoneria di Francesca.
“Ah, ciao, come stai?”
Paolo non sa con chi sta parlando e non vuole saperlo. Rialza gli occhi verso il cielo. Pensa a che desiderio esprimere nel caso vedesse una stella cadere.
Paolo cerca di girare la chiave nella toppa. Non è facile, la serratura è vecchia.
“Penso che anche se non la chiudessimo, nessuno ci entrerebbe”.
“No, credo di no”.
Non c’è molta luce. È ora di chiudere gli scuri, l’estate comincia già a finire. Paolo accende l’interruttore. La lampada al neon frigge un po’, poi si accende.
È venerdì sera, sono già le otto. I due ragazzi sono stati a vedere un mercatino tipico, oggi.
“Sono un po’ stanca, non ho neanche molta fame”.
“Non ti preoccupare, ci penso io alla cena. Faccio gli spaghetti, ok? Ti vai in camera a riposarti un po’”.
“Tesoro, grazie. C’è una conserva di mamma per condirli”.
“Non ti preoccupare, ti faccio un sugo speciale con quei pomodori e quel tonno affumicato che ho preso alla bancarella”.
“Non esagerare con le dosi per me”.
Francesca gli si avvicina e lo bacia sulla guancia. Poi va verso la camera. Chiude la porta e accende lo stereo portatile, con la stessa cassetta di Zucchero.
Paolo fischietta, è di buonumore, anche se da quando sono arrivati Francesca è sempre stanca, scostante, come se le mancasse qualcosa. Si mette di impegno. È bravo a cucinare. Una bella cena sistema tutto. Mette su l’acqua della pasta nella vecchia pentola. Intanto scalda un po’ d’olio con l’aglio e il peperoncino. Quando il soffritto ha preso colore mette i pomodori, lavati e tagliati fini. Poi si ricorda che Francesca non digerisce le bucce dei pomodori. Toglie la padella dal fuoco e li sbuccia, pezzetto per pezzetto, scottandosi un po’. Fa caldo dentro la cucina, Paolo comincia a sudare. Si toglie la canottiera, poi se la rimette. Prende un po’ di scottex e si asciuga il sudore dalla fronte. Dalla camera si sente il volume dello stereo che si alza. Paolo apparecchia la tavola.
Dalla finestra entra un po’ di fumo: qualcuno sta bruciando qualcosa. Si sente l’odore acre del fuoco. Paolo chiude la finestra. Poi butta gli spaghetti.
“Tesoro, dieci minuti”.
Francesca non risponde. Paolo va verso la camera. Apre la porta. Francesca è sul letto, il cellulare in mano, i piedi e le gambe scalze. Sul volto un sorrisetto ironico. Paolo deve tornare ai fornelli.
“Capito, sì?”
“Sì, sì, arrivo”.
“No, ma c’è ancora un po’”.
Esce dalla stanza.
“Chiudi la porta, per favore”.
Paolo vorrebbe dirle di abbassare il volume, ma poi ci ripensa e non dice niente.
C’è da scolare la pasta, adesso. Otto minuti della loro vita se ne sono già andati. Paolo cerca le presine. Gira intorno alla cucina con lo sguardo. Niente da fare. Allora stacca due pezzi di scottex, li doppia, e scola la pasta. La pentola è bollente. Adesso la pasta è tutta nello scolapasta. Paolo non la scola del tutto e la mette in padella, coi pomodori. Assaggia uno spaghetto: è ancora al dente. Poi, con movimenti decisi del polso, fa saltare la pasta, come i veri cuochi. Per quei pochi secondi, Paolo sente che gli sta riuscendo bene, e non pensa più a niente. Toglie la pasta dal fuoco e ci aggiunge il tonno tagliato a listarelle. Mescola un po’, poi divide le due porzioni nei due piatti, con cura. Il piatto di Francesca ha meno pasta, ma è più condito.
“È pronto”.
Francesca non risponde. Paolo sta per andare in camera, quando la porta si apre.
Francesca esce col cellulare in mano. Sta esaminando un messaggio. Poi si sente la suoneria. La stanno chiamando. Paolo torna in cucina.
“Fai in fretta, che la pasta è nei piatti”.
“Sì, d’accordo”.
Francesca torna in camera, per parlare.
Paolo si siede al tavolo della cucina. La sedia traballa un po’. I due piatti davanti a lui fumano. È abituato a mangiare la pasta a cena. In officina pranza sempre con un panino. Come pranza Francesca, quando lavora al negozio della madre, Paolo neanche lo sa. Di certo quando la sera va in palestra, non cena nemmeno. Paolo ha smesso di andare in palestra. Gli piaceva, ma non poteva permetterselo. Quando, qualche sera, torna dall’officina e non è troppo stanco, e fuori non piove, va a correre sul lungofiume. Ma di solito è troppo stanco.
Paolo continua a fissare i piatti davanti a lui e d’improvviso, si sente una grande stanchezza addosso. Si sente stanco in ogni centimetro quadrato del suo corpo. Gli è anche passata la fame. Cerca di scuotersi: assaggia una forchettata di pasta. Sa che non dovrebbe, ma rischia di asciugarsi troppo. È buona.
“Ma che aspetta? Mi piacerebbe saperlo!”, dice a voce alta.
I piatti continuano a fumare, ma sempre meno. Il tempo sta passando. I gomiti di Paolo sono sul tavolo. La testa, tra le mani.
Paolo arrotola un’altra forchettata di spaghetti controvoglia. Lo sa che non dovrebbe. Ma sa anche che se si fredda non è più così buona. Comincia a masticare. Paolo mastica come mai ha fatto prima, lentamente, sminuzzando il cibo nelle più minime parti, prima di inghiottire. Fa fatica a deglutire.
Dopo un paio di minuti, Francesca esce dalla camera. Entra in cucina col cellulare in mano, senza staccare gli occhi dal display.
“Sai, era Luca, al telefono?”
“Sì?”
“Sì, tanti saluti”.
“Dai, mangiamo che sennò si fredda”.
Francesca mette gli occhi sulla tavola per la prima volta. Posa il cellulare sulla tovaglia.
“Ma che bel lavoro che hai fatto, eh? Chissà che buona”.
“Assaggia, dai”.
Mentre Francesca si porta alla bocca le prime forchettate, Paolo ha quasi finito.
“Bravo, è davvero buono”.
Finge di battere le mani.
“A te si vede che piace, eh? Hai già finito?”
“Senti, Francesca, è mezz’ora che aspetto come un cretino, avevo fame, va bene? Sempre con quel telefonino del…”
Si trattiene.
Francesca continua a mangiare, lentamente. Sembra giocherellare col cibo.
“Ma che voleva, poi?”, Paolo si è alzato per prendere la padella con l’altra pasta.
“No, niente”.
“Come, niente, ci hai parlato un quarto d’ora”.
“Ma niente, lo sai è anche lui in vacanza in Sardegna”.
“Non mi dire!”
“Dai, non fare lo scemo, ora. Voleva chiedermi se avevo intenzione di…”
“Di…”
“Se avevamo intenzione di andare al Billionaire, la sera di Ferragosto. Potrebbe farci avere delle riduzioni. Lui ci va spesso”.
“Ti piace, eh, Luca? Occhiali di Gucci, scarpe di Prada, Porsche e villa in Sardegna? Il meglio che si può avere dalla vita, no?”
“Ma che dici, idiota? Per chi mi hai preso?”
“Eh, lo so io, che se non fossi un poveraccio…”
“Ma che dici?”
“Se anche te e tua madre ci aveste i soldi…”
Paolo non sa più quello che dice.
“Non sai quello che dici, Paolo. Comunque non ti preoccupare, gli ho detto di no”.
“Ah, sì? Gli hai detto che siamo due poveracci e che non abbiamo i soldi per la benzina e il resto, per andare una sera a quel locale da stronzetti?”.
“Come sei stasera! No, gli ho detto che ci avevano invitato a una festa a San Teodoro, e che avevamo accettato. Poi il Billionaire è troppo lontano da noi”.
“Troppo lontano, eh?”
“Sì”.
“Festa a San Teodoro? Ti vergognavi a dirgli la verità?”
“Che verità?”
“Che sono un poveraccio. Che non possiamo permetterci una vacanza decente. Che per stare in questa merda di posto abbiamo fatto i salti mortali, da gennaio”.
“Ma sei impazzito?”, dice Francesca. Ma non lo dice convinta.
I due ragazzi hanno smesso di mangiare da un pezzo.
“Senti, adesso, sono io che non ho più fame. Anzi, ho ancora fame, ma non ho voglia di mangiare qui”.
Paolo prende la padella e il forchettone di legno. Va verso la porta. Mentre esce dice:
“Esco un po’”.
Appena uscito, Paolo appoggia sul cofano dell’auto la padella. Non è che abbia davvero così fame. Si volta per vedere se Francesca l’ha seguito. No. Si incammina, verso il mare. C’è andato un paio di volte a piedi. Da quando la bici è ko, Francesca non ha più messo il piede in spiaggia.
Mentre cammina Paolo vede una stella cadere. Non che sia importante. Abbassa la testa sul sentiero e guarda dove mette i piedi.
Nella casa, Francesca guarda il suo piatto, ormai quasi vuoto. Non ha voglia di finire. Il suo sguardo vaga un po’ per la casa. La porta di camera socchiusa. La luce ancora accesa. Francesca torna a sedere sul letto. Le lacrime cominciano a scendere. Accende lo stereo. Francesca pensa possa farla star meglio. Non migliorare le cose tra lei e Paolo, non far decollare la vacanza, non darle un lavoro da sogno. Ma farla star meglio, sì. Meno male c’è sempre uno che canta e la tristezza ce la fa passare.
La musica parte.
“Ho una canzone triste nel mio cuore”.
“Come mi conosce!”, dice Francesca a voce alta. La voce è un po’ rotta dal pianto. Francesca si sente così sola. Adesso sta proprio singhiozzando.
Da un’altra parte della Sardegna, in quel preciso momento, 850 persone stanno ascoltando una canzone di Zucchero. Hanno pagato mille euro, per cena e concerto. Stanno mangiando aragoste, ostriche, caviale e bevono champagne. Zucchero sta cantando a bordo piscina dell’Hotel Cala di Volpe, il compenso per la serata è di 300 mila euro.
Una signora sta scrivendo un sms sul telefonino. Zucchero se ne accorge, si arrabbia e inizia ad insultarla:
“Lavandino, baraccone, bagascione, cassonetto, sei uno schifo, puzzi come un’aringa”.
Poi il cantante prende una bottiglietta di Gatorade e la lancia in direzione della signora, ma sbaglia mira. L’oggetto sfiora un bambino e cade su un tavolo di miliardari russi. I russi rilanciano verso Zucchero la bottiglietta di plastica, che cade sul palco, poi cominciano a tirare bottiglie di vino e superalcolici. Bloccati al momento del lancio dagli addetti alla sicurezza, tentano allora l’assalto al palco per aggredire il cantante. Spintoni e urla. Zucchero continua a cantare. Solo i pompieri calmano la situazione. Un’altra canzone finisce. Zucchero dice:
“Non sono qui per voi ma per i soldi che mi danno”.
C’è qualche istante di silenzio. Poi, proprio come nello stereo di Francesca, comincia un’altra canzone.

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Un pensiero su “Canzoni tristi”

  1. Stile asciutto e attenzione ai dettagli.
    Mi sembra di essere entrato in punta di piedi dentro la storia di questi due ragazzi. Triste storia, nella quale il vero protagonista è il denaro.
    Mi è piaciuto molto.

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