Archivio per Febbraio, 2008

Rivedere “Palombella rossa”

Febbraio 28, 2008

Rivedere “Palombella rossa” di Nanni Moretti.

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Può un film girato quasi venti anni fa descrivere con una discreta approssimazione l’attuale situazione politica e la sinistra, oggi? Se il regista è Nanni Moretti e il film in questione è “Palombella rossa” la risposta potrebbe essere un sì. “Palombella rossa”, del 1989, è una delle pellicole che più si addentrano nello studio delle anime e dei fantasmi della sinistra. Nonostante siano trascorsi quasi venti anni dalla caduta del muro di Berlino, nonostante il mercato del lavoro sia stravolto, nonostante siano mutati gli equilibri internazionali, in quella pellicola sono descritti alcuni dei termini di un conflitto di identità. Conflitto che con le prossime elezioni anticipate si cerca di risanare o dirimere, tutto e subito, prima di rischiare la sconfitta delle urne. Michele Apicella, esponente politico della sinistra parlamentare, in seguito a uno scontro avuto con l’auto, è soggetto a un vuoto di memoria. Amnesia. Ciò accade nel giorno in cui la sua squadra di pallanuoto deve affrontare l’avversario temuto, l’Acireale. Il giorno della partita precede il giorno in cui gli italiani si recheranno alle urne. Michele viene prelevato dai compagni di squadra “Già, quale squadra? Di che sport stanno parlando?” è la domanda che si pone Michele durante il tragitto in bus, insieme alla squadra e all’allenatore Mario, impersonato da Silvio Orlando, che fino all’inizio del match ripercorrerà le tattiche e le strategie da adottare contro l’avversario. Nello spogliatoio Michele è assorto. Il mister ha descritto gli schemi anche nella pause dopo il pranzo, al ristorante. Si tratta di un’insistenza che accresce l’ansia nei confronti della partita. Pallanuoto. Michele, leggendo un articolo di un giornale che lui ha scritto, si rende conto di essere comunista. Esclamerà proprio così, Io sono comunista. Michele ha un flashback di quando da bambino si allenava. Tutti i genitori seguivano i bambini, lui era accompagnato agli allenamenti da sua madre. Il padre? Comparirà una sola volta, più in là. Michele, nel passato e nel presente, è smarrito. La mancanza di guida che prova da bambino è la stessa che sente adesso, ora che la memoria va e viene per via dello shock subito, facendo emergere i suoi ricordi a tratti, lucidità, nebbie. Sul bordo della piscina viene avvicinato da due persone che si riferiscono a un gesto che lui ha commesso “martedì scorso”, durante una puntata del programma Tribuna Politica. Comincia a delinearsi uno dei significati della pellicola, quello per cui la piscina è una metafora dello scontro politico, con le sue tattiche, nel conflitto che vede contrapposte le due squadre, compresi colpi bassi e scorrettezze. La descrizione della sinistra operata da Nanni Moretti nelle sue opere ha accompagnato tutte le fasi di evoluzione di questo schieramento politico, dagli esordi ai giorni nostri, fino al Caimano (2006), passando per Caro Diario (1994) e ancora in Aprile (1998). I due avventori che avvicinano Michele si autodefiniscono “puri”, sono ossessivi “noi riceviamo tante lettere a cui non rispondiamo mai”. Michele si allontana. “Il potere dell’opposizione è la lotta”. Questa l’affermazione di allora, pronunciata da un altro avventore, un anziano che si definisce sindacalista. La soluzione per la sinistra consta nel sapere dirigere il potenziale conflittuale, nel dare a esso una forma, dei contenuti e soprattutto una direzione. “Siete un partito da rifare, siete scomparsi, galleggiate a mezz’aria”. Si delinea qui un tentativo di assumere la critica e l’autocritica del comunismo. “Mancate d’identità, avete almeno, tre anime”. Viste oggi, quelle immagini, risultano profetiche; non tanto perché prefiguravano ieri ciò che si sarebbe ripresentato oggi, quanto perché alcuni punti nodali del dibattito interno alla sinistra sono rimasti gli stessi. “Chi siete, siete un partito inutile, innocuo”. Sul piano narrativo e stilistico, ai discorsi politici che tutti gli avventori di Michele Apicella si sentono in dovere di promuovere, fa da contrappeso la partita vera e propria, non più politica, cioè lo scontro tra le due squadre di pallanuoto. È in questo momento, quando fa la sua comparsa l’allenatore dell’Acireale (la squadra avversaria che deve incontrarsi con la squadra allenata da Silvio Orlando), che avviene l’identificazione/parallelo tra politica e partita di pallanuoto, su quel terreno sono contenute le critiche al partito politico, il PC, di allora. Silvio Orlando si perde in tattiche e schemi complicati, bilanciamenti fumosi che non interessano gli stessi giocatori, gli unici due che restano a sentirlo sono Michele, (il politico che ha nostalgia del passato?) insieme al giocatore più giovane (il giovane idealista?). Ciò di cui raccontano queste immagini è il tarlo che si insinua come problema degli anni novanta, il progressivo allontanamento dalla base. L’allenatore avversario non si perde in chiacchiere, è consapevole che sulla carta la sua è la squadra vincente, dileggia gli avversari, addirittura sostiene di non prendere la partita sottogamba, perché altrimenti potrebbero sorgere difficoltà; a quell’affermazione, fatta davanti a una squadra di giocatori stravaccati come gli antichi romani alla sauna, tutti scoppiano in una grassa risata. Quel che bisogna sapere è che non c’è rispetto per gli avversari. L’elemento di punta della squadra avversaria è Imre Budavari, giocatore ungherese, nessuno vuole marcarlo. “Quello che è avvenuto in questi anni è un processo di trasformazione della nostra società.”. Michele comincia a ricordare frammenti del suo discorso televisivo. I due avventori di prima lo incontrano nuovamente, è il crollo. “La questione cattolica si intreccia con la questione del centro, noi dobbiamo lavorare per conquistare il centro, non per farci conquistare dal centro”. Uno dei due avventori dice che “Hanno paura di vincere, loro vogliono stare all’opposizione e moriranno all’opposizione”. Oggi si la questione si ripropone in termini diversi, la sinistra è pronta all’eventualità di condurre un’opposizione extra-parlamentare? Il fenomeno cui stiamo assistendo è lo sgretolamento di alcune vecchie leadership che non sono più in grado di dialogare con il Paese, perché hanno percorso tutte le modalità, le strade, senza risultati accettabili?

Il modo è cambiato, la consapevolezza da parte dei cittadini nei confronti di alcuni temi (l’ambiente, l’economia, il lavoro, la partecipazione) sono cresciute. Ecco che i “circoli” sono una parola che Silvio Berlusconi ha messo nel suo dizionario appena ha compreso l’importanza dell’identificazione con il suo elettorato. A ciò contribuisce la continua propaganda che viene effettuata sui mezzi di comunicazione Mediaset. C’è un’apposita rubrica del TG4 dove le persone vengono intervistate sul caro-prezzi nei mercati rionali. I toni con cui la Destra accusa il Governo dei Sedici Mesi sono simili a quelli che si potrebbero utilizzare contro un governo che ha appena fatto ritorno dalla guerra. La pressione fiscale è aumentata, sono stati scoperti alcuni grandi evasori. Dov’erano le telecamere del TG4 tra il 2000 e 2006, gli anni che hanno preparato e fatto montare il caro-vita? Gli aumenti dei prezzi non sono iniziati ieri. Dov’erano i sondaggi? I governi di Silvio Berlusconi sapevano? Certo.
“Perché sei diventato comunista? Perché penso che sia giusto. Uno. Perché non ti senti isolato. Perché sei con altre persone che credono come te in certe cose. Le vivono come te. Con te. Sei parte di un movimento che va avanti in tutto il mondo. Vedi cos’è questa realtà e cerchi di trasformarla. Perché ami l’umanità e siccome ami quella vera fai in modo che venga fuori”. A parlare così è il Michele di quindici anni prima, 1974. Umanità. Umanesimo della sinistra. Attenzione ai problemi dell’uomo, della persona, prima di quelli della società, dell’economia, della ferrea logica dello sviluppo. Oggi un discorso simile non sembra plausibile. Quello di cui c’è bisogno è una ripresa che vada di pari passo con i problemi della persona, in primis quello dell’occupazione e dei salari. Quando l’amico di Michele gli ricorda di come, da ragazzi, hanno preso a botte un ‘fascista’, Michele è inorridito, non può credere che sono stati capaci di ciò. La virulenza della lotta politica non può resistere come cifra caratteristica del porsi. Il Partito Democratico, insieme al Popolo delle Libertà, giocano su un terreno che elegge il fair play a regola di condotta. La “fusione fredda” tra il partito di Silvio Berlusconi “Forza Italia” e quello guidato a Gianfranco Fini “Alleanza Nazionale”, e il gioco delle alleanze in Sicilia, hanno dimostrato che è difficile fare accettare una politica a tavolino, che non tenga conto delle alleanze sul territorio e del consenso degli elettori. Mai come oggi sembra che la cosa più difficile sia proprio fare la conta dei voti in anticipo. Lo stesso Pier Ferdinando Casini ha ammesso in una recente intervista televisiva che in Sicilia non si poteva non agire a questo modo. Una franchezza che fa paura perché dimostra un attaccamento a certi modi di fare politica che difficilmente possono essere sradicati, laddove hanno fino a oggi costituito la norma. È come se una delle nuove differenze debba essere quella di ‘fare le cose alla luce del sole’. Le alleanze vanno cercate e ribadite a questo modo. Chi accetta è dentro, chi non accetta è fuori. È la crisi. Michele si ricorda di quando ha incominciato a nuotare. Voleva cambiare sport. Si tuffa nella vasca, non riconosce gli schemi. Dopo un po’, in azione, ha paura dell’acqua alta “C’è l’acqua alta al centro“. Non riesce ad avanzare. Michele ha il terrore di tuffarsi e, una volta tuffato, ha paura dell’acqua alta. Finalmente si decide, attraversa il centro, un avversario gli ruba la palla con agilità. Non bisogna abbandonarsi ai dubbi, alle angoscie, alle incertezze. C’è una giornalista che cerca di ottenere delle delucidazioni sulle ultime settimane di campagna elettorale da Valentina, la figlia di Michele, interpretata da Asia Argento. Il giorno dopo ci saranno le elezioni. Il giornalismo parla un linguaggio superficiale. La giornalista che lo intervista, impersonata da Mariella Valentini, estrae un Bignami, un ipotetico bignami con la storia del PC. “Che sensazione ha essere in un partito ormai al tramonto?”. Nel famoso intervento di martedì un giornalista prende il suo orologio, lo mostra a Michele, dice che il suo orologio ha due quadranti, uno dei quali è regolato sull’ora di New York, “oggi, anche il suo orologio è regolato sull’ora americana?”. La risposta del Michele di allora “Non posso che ribadire il riconoscimento dell’adesione dell’Italia alla Nato” può confrontarsi con un passo del programma del neonato PD “Il PD è per il rafforzamento dell’amicizia e della collaborazione nazionale e europea con gli Stati Uniti.”. Michele non è d’accordo con chi crede che il Capitalismo abbia dimostrato di essere in grado di risolvere le sue contraddizioni. Tuttavia esistono dati oggettivi per cui il non allineamento a certe posizioni porta a un’esclusione dell’Italia dalla politica estera. Il timore di oggi si accompagna ai dati di crescita di altri paesi, come la Spagna, e di arretramento dell’economia del nostro paese. Michele scaraventa a terra un cattolico. “Io sono felice che tu esisti tu sei felice che io esisto?”. Michele Apicella risponde deciso “No”. Un tiro di Budavari è così forte da spaccare la traversa della porta. La partita si arresta. La giornalista prosegue nel suo dialogo a senso unico con Michele Apicella. È la dimostrazione che la realtà politica è fluida non solo per chi ne partecipa, ma anche per chi tenta una descrizione di essa. Rivelando che non soltanto è ridicolo pensare che possa esistere un bigino del PC, ma che lo stesso dibattito si sposti da un’area pratica a un’area concettuale, dove le “parole sono importanti”. Le parole sono le cose. Bisogna trovare quindi una descrizione che sia in grado di contenere la ‘cosa’ descritta. Michele, alla vista di una scena del Dottor Zivago alza il pugno sinistro. “Mai godersi nulla se prima non c’è stata una fatica”. Michele è un politico che viene assalito dai frammenti dei discorsi. “Il problema è il silenzio.” Il cattolico presenta a Michele un guru/teologo che gli ha cambiato la vita. Anche l’allenatore dell’Acireale ha un suo guru, è un maestro di yoga. Un altro aspetto che dell’ideologia che viene qui rappresentato è quello del deus ex-machina, un politico che si faccia portatore delle istanze del proprio partito, con l’altra faccia della medaglia, il rischio di vedersi trasformati in icona. L’arbitro della partita trova in uno psicanalista l’uomo della sua vita. Al fianco di Silvio Orlando c’è Remo Remotti, l’uomo che ha cambiato la sua vita, interrogato “Dicci qualcosa?” non dirà nulla. Gli avventori che compaiono all’inizio, quelli che continuano a portare dolci a Michele, lo avvicinano ancora, dopo che lui ha commesso un fallo, chiedono a Michele con insistenza di “fare i nomi e i cognomi”. Michele è stato espulso. Michele non si sposta dalla sua posizione. Dagli spalti parte un coro “Michele è finita, l’hai persa la partita”. Ecco che cosa ricorda la torta a Michele, da bambino aveva rubato una torta ed era stato spedito in collegio dalla famiglia. Si tratta di un sogno. È in pantofole in strada. “Noi dobbiamo essere insensibili, noi dobbiamo essere indifferenti alle parole di oggi. Chi parla male pensa male e vive male, bisogna trovare le parole giuste”. Michele incontra lo stesso ragazzo fascista a cui aveva appeso un cartello al collo, insieme ad altri manifestanti. Ne scaturisce un’acquisizione per cui Michele ammette di essere uno schematico. Silvio Orlando, l’allenatore, urla troppo, viene espulso anche lui. Si lamenta con l’arbitro per la sua corruzione. L’arbitro, deputato a far sì che vengano rispettate le regole, è un “cane”. Bisogna inventare un linguaggio nuovo, una vita nuova. Michele continua a rimuginare il senso travisato dell’intervista che ha appena concesso alla giornalista. “Se io traduco quello che ho in testa in una forma semplice, io fallisco…Bisogna pensare tutto, prevedere tutto…Un concetto, appena viene scritto, ecco subito che diventa menzogna….non bisogna fare un uso criminale delle parole”. Il terremoto politico avvenuto negli anni novanta, del quale la discesa in campo di Silvio Berlusconi, altro non è che una scappatoia, volge forse al termine, con la completa trasformazione della sinistra italiana. “Proviamo a recuperare, un goal alla volta”, dice Silvio Orlando. Nel 1991 ne “Il portaborse” di Daniele Lucchetti (con Nanni Moretti attore protagonista), descriveva la corruzione della politica. “Palombella rossa” contiene una descrizione dei temi che agitavano la sinistra di allora, alcuni dei quali sono gli stessi che chiedono una risposta oggi. Una delle differenze è semplice, sono passati venti anni, e certi problemi forse si danno già per risolti in maniera scontata. Forse alcuni problemi sono sorpassati. Sembra che soltanto oggi ci si stia accorgendo di quella che oramai è sulla bocca di tutti con la parola di “Casta”, a maggior riprova del fatto che i due governi precedenti, e non tanto l’ultimo governo Prodi, hanno mediaticamente ottuso i sensi.

L’arbitro non concede un rigore lampante. La giustizia non sanziona. Silvio Orlando grida “Assassini!”. Lo psicologo suggerisce all’arbitro come comportarsi. Chi decide la giustizia non possiede lo spirito necessario per decidere. A un certo punto il ragazzo cattolico torna alla carica di Michele Apicella insieme al suo guru sudamericano, che enuncia una verità che molto si addice allo scontro odierno, in termini di grande coalizione “Siamo cattolici, religiosi, sportivi. Ma non buoni contro cattivi, buoni contro buoni. Così i buoni fanno goal. Ogni goal è un silenzio.”. Mentre dai bordi del campo i due avventori, quelli che lo hanno disturbato continuamente con profferte di torte, gli gridano che lui è un egoista, che pensa solo a se stesso, Michele ha la palla di un goal, il secondo che segna in pochi minuti. Non può perdersi in sterili pensiero socio-analitico-filosofici, deve segnare, è con l’acqua alla gola, tira, mette a segno. La piscina è una metafora del mondo in cui viviamo. A dieci secondi dalla fine la squadra di Michele è sotto di un goal. Viene finalmente assegnato un rigore, sull’8 a 9. Michele chiede una possibilità, può farcela, chiede a Mario (Silvio Orlando) di battere il rigore. Remo Remotti, il guru di Silvio Orlando, dà il suo consenso. In questa fase nessuno assume su sé la responsabilità delle proprie scelte, tutti si affidano alla decisione di una persona più grande “Valentina ce l’ho fatta. Batto il rigore, vinciamo il campionato”. Michele batte il rigore, troppo presto, l’arbitro non ha fischiato. “Ma quanti anni sono che parlo da solo. E non hai pietà tu di me”. Michele viene colpito da un avversario. “Cosa vuol dire ripensare le ragioni di fondo di una forza che vuole ripensare la società?”. Michele è pronto al secondo tiro, dal pubblico parte un fischio, Michele tira e sbaglia. Anche questo è un falso tiro. Siamo, finalmente, al terzo tentativo. Michele lascia la palla a galleggiare, esce dalla piscina. Tutti vengono attratti magneticamente verso il televisore dove nel frattempo il Dottor Zivago è giunto all’ultima scena. Tutti conoscono quella scena. È un film già visto. Visto e rivisto. Malgrado le regole del gioco siano cambiate, malgrado un tentativo, e un altro e un altro ancora, tutti sono bloccati dalla scena finale, quella del tram, in cui Lara si allontana dalla scena e Zivano tenta invano di raggiungerla. Gli spettatori del film incitano insieme, finché Zivago non scende dall’autobus. Urla di tutti. I presenti gettano le sedie per terra, tirano calci, pugni. Il film, visto e rivisto, delude sempre. “Ma dove vuole andare questo PC?”.

In risposta alla domanda postagli durante la Tribuna Politica avviene l’episodio chiave del film. Michele Risponde così “Come dovrebbe fare? L’alternativa democratica mi sembra qualcosa di fisiologicamente maturo, utile, per il nostro paese, perché voi non ritenete possibile questo, perché voi non ritenete possibile il partito comunista al governo, cos’è che non va, cosa c’è che non va, il programma? Cosa dobbiamo fare, ancora? Noi dobbiamo guardare al nuovo, noi dobbiamo aprire le porte del partito a tutti, ai giovani, alle donne, ai lavoratori, ai movimenti, noi dobbiamo dire Venite! Venite nel partito, prendetelo, Vediamo insieme cosa possiamo fare, Questo Sentimento Popolare Nasce Da Meccaniche Divine, è un rapimento mistico e sensuale, mi imprigiona a te, dovrei cambiare l’oggetto dei miei desideri, non accontentarmi di piccole gioie quotidiane, fare come un eremita, che rinuncia a te”. Il discorso di Michele si scioglie nel canto di “E ti vengo a cercare”. La scena ritorna al presente, Michele continua a cantare, questa volta sta per battere il rigore decisivo della partita, dagli spalti anche gli spettatori cominciano a cantare “E ti vengo a cercare”, di Franco Battiato, in coro. Il rigore non è più importante. I nuotatori cantano, “Questo secolo è oramai alla fine, saturo di parassiti senza dignità, mi spinge solo ad essere migliore con più volontà…cercare l’uno al di sopra del bene e del male…essere un’immagine divina di questa realtà…Acireale! Acireale! Acireale”. Tutto il pubblico si alza in piedi. Michele viene risucchiato in ipotesi assurde sul terzo rigore “se io guardo a destra il portiere pensa che tiro a sinistra, ma io tiro veramente a destra…a destra, a destra, guardare a destra, devo guardare a destra e tirare a destra, il portiere mi lascia spazio a sinistra, no, forse è meglio a sinistra…” Michele tira e sbaglia. Gli spalti si riversano in acqua. La partita è persa. È perso l’appuntamento con la conferma della storia che si ripete su se stessa (Zivago), è persa la battaglia da parte di chi adotta la tattica dell’arrovellamento cerebrale distante dalla pratica (Mario – Silvio Orlando). “Se io avessi tirato veramente a destra”. Michele continua a ripensare al rigore, si dice, “torniamo a quel momento”. In chiusura, domina la nostalgia. I padri che incitano all’inizio sono sostituiti dalle madri che asciugano i capelli dopo la doccia, a tutti i bambini, negli spogliatoi. “Sono trent’anni che sto dentro l’acqua, stai attento all’acqua”. La morale è contenuta nelle ultime parole, dove la parola pallanuoto può essere sostituita dalla parola ‘politica’: “Io m’aspettavo di più…m’aspettavo di più dalla vita, di più, e meglio. Anche se questa pizza qui, lo spogliatoio. Ecco il motivo per cui per venticinque anni ho giocato a pallanuoto, che è uno sport che poi non mi piace nemmeno tanto, però, queste trasferte, i pullman, gli autogrill, il pubblico che ti insulta, che ti sputa addosso, i calci degli avversari, beh, tutto questo è bellissimo”. Michele è confuso, guida l’auto, esce fuori di strada per una seconda volta. Non si è fatto nulla. Un sole rosso sorge, tirato su un impalcatura, funge da scenografia per una probabile festa, mentre il sole rosso sorge, il Michele bambino ride. Cosa è cambiato e, soprattutto, cosa è rimasto ancora intatto nella sinistra?

Luciano Pagano

ai senza nome

Febbraio 24, 2008

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ai senza nome

Tu che da secoli inchiodi i secondi
Fai che dal giorno la notte ritorni
Originale differente.
Troppo spesso ho veduto giorni
Farsi tenebre buio vestite
Notti violate dai bagliori di proiettili
Imprecisi se è vero che la luce
È più rapida di tutte le cose
Il buio un manto.

pubblicata su “Il Bardo”, Anno XVIII
Numero 1, Febbraio 2008

(fermo immagine da Allegro Non Troppo, di Bruno Bozzetto, 1977)

Persone, alberi, mattonelle.

Febbraio 23, 2008

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Chiedo scusa per la foto, dovuta all’imperizia da non-fotografo con il telefono cellulare. Anticipo che qui di seguito leggerete opinioni suscettibili di verifica, per l’appunto. Opinioni personali. Non ho mai fatto specie della ribellione che l’arte della fotografia nutre nei miei confronti. Come vi sentireste se pur disponendo di tutto lo spazio di cui avete bisogno per respirare e vivere qualcuno vi costringesse attorno un’armatura di cemento? Lecce, molti di voi se ne sono accorti, negli ultimi anni è cambiata. È cambiata la sua fisionomia, abbellita di molto rispetto agli anni precedenti. Malgrado ancora oggi restino vive alcune sacche di resistenza al cemento, soprattutto da parte di alcune buche che non volendo sapere di reagire all’attacco sferrato da suddetto materiale, riempiendosi di esso, preferiscono restare scoperte, come a voler respirare anch’esse aria pura. Le voragini che si aprono come funghi nelle strade della città non sono altro che una alternativa allo strapotere dell’inquinamento, è difatti cosa nota che gli autoveicoli privi di sospensioni in titanio monroe di cui sono provvisti i centomila suv che circolano in città non possono attraversare le strade con voragine e, di conseguenza, l’invito per tutti è quello di camminare a piedi, stando attenti a non finire nella voragine sbagliata, magari avvisando a casa prima di uscire per avvisare, in caso di mancato arrivo, di allertare la protezione civile per venirci a cercare. Il problema di cui voglio informarvi, tuttavia, non riguarda le povere bestie umane, bensì quelle arboree, gli alberi. Chi di voi ha percorso le strade dei viali si è accorto, forse in concomitanza del termine dei lavori per il filobus, che tutti i marciapiedi di Lecce stanno subendo in questi mesi un maquillage. D’altronde i marciapiedi si apprestano a divenire le future piazzole di sosta e passeggio per i fruitori del servizio, oltre che per i sempre bersagliatissimi pedoni, chi gioca a scacchi sa che i pedoni sono le pedine più sacrificabili della scacchiera.
Ebbene, chi di voi percorre oggi viale degli studenti, sul lato destro dal Bar Commercio all’Obelisco, può osservare in che considerazione sono tenuti alcuni alberi della città di Lecce. Sì, proprio loro. Mi ricordo che quando venne rifatto il Viale dell’Università l’allora Sindaco di Lecce rassicurò gli ambientalisti che gli alberi espiantati sarebbero stati sostituiti con altrettanti, anzi, con un numero maggiore di piante. E così fece. Lo stesso tipo di sensibilità sarebbe oggi il desiderio degli alberi di quel trattino di strada, se potessero parlare. Il nuovo marciapiede è teatro di un fatto curioso. Andate a vedere con i vostri occhi, vi accorgerete che la base degli alberi è perfettamente circondata, in maniera uniforme, dalle piastrelle. Così bene che se domani mattina piovesse le radici degli alberi si disseterebbero con difficoltà. Un lavoro di fino, egregio. Magari si poteva lasciare chessò, un cinque centimetri di spazio alla pianta. Se l’albero deve crescere che cresca pure, tanto se le radici sono d’intralcio si può sempre estirpare e sostituire, nulla da eccepire. Ma mi chiedo, non è triste vedere le mattonelle tagliate a regola d’arte per fare sbucare l’albero dal cemento come un palo della luce? A proposito, c’è un pezzetto di marciapiede dove un albero è di fianco a un palo della luce, sono uguali. È stato applicato più o meno lo stesso principio estetico molto in voga in alcune ville. Un trattamento così non si riserva nemmeno agli ulivi espiantati abusivamente. Grazie al cielo il rifacimento del marciapiede è ancora a metà strada. Magari ai fusti dei prossimi alberi potrà essere concesso qualche centimetro d’aria in più. Chissà. Ogni albero possiede quella che tecnicamente viene definita come AREA DI PERTINENZA, ovvero: l’area definita dalla circonferenza tracciata sul terreno avente come centro il centro del fusto dell’albero. Non sono un esperto, quindi forse ci sarebbe bisogno di un esperto in materia. Faccio un esempio. Il Comune di Prato – ho scelto un nome reale e simbolico allo stesso tempo – in merito all’attuazione delle leggi seguenti

  • Costituzione Italiana art. 9 – La Repubblica promuove lo sviluppo e la ricerca scientifica e tecnica Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione;
  • RD 30 dicembre 1923 n 3267 – Riordinamento e riforma della legislazione in materia di boschi e terreni montani;
  • DPR 11 luglio 1980 n 753 – Nuove norme in materia di polizia, sicurezza e regolarità dell’esercizio delle ferrovie e di altri servizi di trasporto;
  • Legge 29 gennaio 1992 n 113 – Obbligo ai comuni di mettere a dimora un albero per ogni neonato
  • Legge 11 febbraio 1992 n 157 – Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio.
  • DLgs 30 aprile 1992 n 285 – Nuovo codice della strada;
  • DPR 16-dicembre 1992 n 495 – Regolamento di esecuzione e di attuazione del nuovo codice della strada;
  • DLgs 22 gennaio 2004 n 42 – Codice dei beni culturali e del paesaggio;
  • LR 3 gennaio 2005 n 1 – Norme per il governo del territorio;

in materia di AREA DI PERTINENZA stabilisce quanto segue:

Le aree di pertinenza delle alberature possono essere interessate da pose di pavimentazioni superficiali, purché sia garantito il mantenimento di un’area a terreno nudo (superficie libera), pacciamata, inerbita o impiantata con specie vegetali tappezzanti, circostante il fusto, complessivamente di superficie non inferiore a:

Dimensione delle piante Pavimentazione
per piante di terza grandezza (altezza < 12 metri) mq 4 (distanza minima dal tronco 0,6 metri)
per piante di seconda grandezza (altezza 12 – 18 metri) mq 6 (distanza minima dal tronco 1 metro)
per piante di prima grandezza (altezza > 18 metri) mq 10 (distanza minima dal tronco 1,5 metri)

Gli interventi di posa delle pavimentazioni non devono comportare sottofondazioni e scavi che alterino lo strato superficiale del terreno per una quota superiore a cm 15, misurata dalla quota originaria del piano di campagna. Tali aree di pertinenza devono essere considerate nel caso di progettazione di nuovi impianti. Per gli alberi posti lungo i viali e in aree adibite a parcheggio, pubblico o privato ad uso pubblico, la superficie libera può essere interessata da pavimentazioni permeabili che consentano l’inerbimento (autobloccanti forati, griglie in ferro o ghisa ecc.) Per il verde esistente, nel caso in cui l’area di pertinenza superi i confini della proprietà sulla quale insiste l’albero, le dimensioni della suddetta area saranno definite dai confini stessi.

Questo succede, ad esempio a Prato. In altre città (ad. es. Omegna, Granarolo) non si scende oltre il metro di area di pertinenza nelle aiuole di nuova costruzione. La foto è sfocata, potete andare di persona e accorgervi che (scrivo alle ore 18.00 di sabato 23 febbraio) la situazione è tale per cui gli alberi presenti nella zona di marciapiede che è stata rimattonata in questa settimana sono circondati. Ora, ripeto di non capirci nulla, ci vorrebbe un esperto.

Il sosia (5)

Febbraio 21, 2008

[...]

Tutto doveva essere incominciato con quel fatto dell’uomo anonimo, ma sì. Gli capitava di ricevere messaggi anonimi. Qualcuno li aveva spediti come si sarebbero potuti spedire messaggi nelle bottiglie. A quei messaggi non rispondeva a meno che non si trattasse di domande. “Quanto guadagni? Come spendi i tuoi soldi? Che cosa fai nel fine settimana?”. È incredibile il numero di quesiti che può passare nella mente di una persona, soprattutto se le domande in questione riguardano voi. “Quanti chilometri credi si possano percorrere senza trovare il coraggio di rivelare la consistenza di una farsa alla persona che dici di amare?”. I messaggi di anonimi si infittivano. Come soldi accartocciati nel taschino dei jeans. Perché qui? Perché adesso? Decise che era venuto il momento di chiudere con questa storia. Con il sosia, intende. Così infilò il cappotto, uscì di casa, si diresse a grandi passi verso la casa del sosia. Sapeva che per prima cosa avrebbe detto al sosia “Ma non sei stanco?”

[continua]

L’Italia del giorno dopo

Febbraio 16, 2008

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A volte mi chiedo come possa succedere che determinati gruppi di persone, molte, tanti, decidano che a un certo punto della storia sia importante, quasi necessario, imporsi di fare un passo indietro piuttosto che un passo in avanti. Rivedere la 194 nella quale e per la quale è stato affermato un diritto da parte di un popolo. A proposito, a quando un bel movimento politico che si ripromette di mettere in discussione la Repubblica rispetto alla Monarchia, magari con un altro referendum? La cosa che mi chiedo è, queste cose accadono soltanto da noi? A quanto pare la risposta è sì. C’è la questione dei medici obiettori, liberissimi. Ci sono quelli che nel duemila non accettano trasfusioni, perché scandalizzarsi di un obiettore – meglio se cattolico – che non somministra la pillola del giorno dopo? Quando frequentavo il liceo, l’ora di religione veniva di preferenza sfruttata per preparare i compiti dell’ora seguente, diciamo che i professori del mio corso di studi ci mettevano abbastanza sotto torchio. Ecco, l’utilizzo alternativo di quell’ora era la discussione dei temi del giorno, partendo da ciò che veniva letto sul giornale. Una volta si arrivò a postulare addirittura la possibilità di togliere il crocifisso appeso alla parete, magari per liberarlo un po’ dal chiasso che facevamo. Per poi discutere non di religione bensì di religioni. Che fine ha fatto il laicismo in un paese dove ogni questione è buona per fare una crociata alla settimana? Il papa che va all’università, il papa che non va all’università. L’aborto, imperdire l’aborto. Già, che fine ha fatto? Resiste nel buon senso delle madri di famiglia che scendono in piazza perché intuiscono che giornalisti, opinionisti, politici, tutti insieme non possono muovere un dito contro qualcosa di più grande di loro. Il buon senso.

Cielo, un astronauta!

Febbraio 16, 2008

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Una storia che dimostra, nel suo piccolo, che “niente è come sembra”, a volte. Qualche giorno fa mi capitò di imbattermi in alcuni strani video su youtube, non ricordo esattamente come è stato, un link segue l’altro. Non sai mai che cosa puoi trovare. C’era un gioco che facevo da piccolo. Prendevo un volume della GE20 a caso, da una parola saltavo a un’altra, leggevo le definizioni, eccetera. Eccetera. Ieri su Google News leggo che è stato scoperto un sistema solare analogo al nostro a distanza di 5000 anni luce dalla Terra, nella nostra galassia. Non sono mai stato scettico a riguardo dell’esistenza di altre forme di vita. Però. Un po’ come i batteri. Immaginate che la Galassia Centrale sia come una guazza, una pozza putrida piena di batteri. Ebbene, è inevitabile che i batteri si sviluppino un po’ dappertutto. Poi seguendo alcuni link che cosa ti trovo, qualcosa che non mi aspettavo. Ero abituato ai capolavori della fabbrica di Giuseppe Zimbalo scolpiti sulla facciata dei Celestini a Lecce, ma questa mi mancava. L’immagine che vedete raffigurata sulla sinistra è il famoso astronauta scolpito tra le figure della Cattedrale di Salamanca. Ho provato a dirmi che non sembra plausibile. Del tipo: uno se è abbastanza visionario può immaginare qualsiasi cosa, l’importante è essere visionari. Chiunque, anche tu, avresti pensato che nel XVI secolo un’astronauta del secolo scorso è rimasto impigliato nelle maglie del tempo. Un po’ come si diceva di Nostradamus, un uomo che a detta di molti esegeti aveva costruito una sorta di ‘radio’ capace di captare l’audio delle nostre trasmissioni radiofoniche e televisive. Il profetico Nostradamus altro non avrebbe fatto se non trascrivere a modo suo ciò che ascoltava. Visioni che durano cinque, intensi, minuti. Durante i restauri avvenuti nel corso degli anni ottanta i restauratori decisero di sopperire alla mancanza di alcune immagini scolpendo ex novo alcuni simboli del loro tempo attuale. Evoluzione = Progresso = Ricerca scientifica = Conquista dello spazio = Astronauta. Ecco il perché di questa immagine scolpita. “Niente è reale”.

Apocalisse di Giovanni

Febbraio 13, 2008

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Il mio racconto intitolato “Apocalisse di Giovanni” è risultato terzo al concorso Creative Commons Noir, indetto nel 2007 da Stampa Alternativa e del quale ieri sono stati divulgati i risultati. A giorni il racconto sarà pubblicato sul blog di Stampa Alternativa “Fronte della Comunicazione“, insieme a quelli degli altri partecipanti, successivamente sarà raccolto in un’antologia dedicata, nel formato Millelire. Ringrazio.

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Guardarsi le spalle.

Febbraio 9, 2008

Il 13 e il 14 aprile gli italiani sono chiamati alle urne per esprimere il loro voto. Ci andrò anche io, come sempre. Nonostante i mille dubbi e tutte le incertezze le idee sembrano essere chiare. Chissà. Alcuni giornali internazionali tendono a descrivere il nostro paese come il paese della continua emergenza, della continua agitazione, della continua incertezza. Qualcosa sta accadendo. Imbarazzo nel G7, il mondo si impoverisce. Perfino il mondo ricco inizia a impoverire? Non ci produce abbastanza? Già. Finché si produce molto è facile non preoccuparsi di alcuni che non consumano. I problemi nascono quando il rallentamento cogli tutti un po’ impreparati. Austerità. Ci vuole questo? Dobbiamo mettere l’orologio indietro di dieci anni? Troppo tardi. Dobbiamo svecchiare la classe dirigente? Se non suonasse come uno slogan e divenisse realtà sarebbe forse una delle più belle. Realtà. Nella città dove trascorro più tempo, cioè Lecce, sento molti che si lamentano. Proprio stamattina quando sono andato a comperare il giornale un uomo, prima di me, stava incazzato nero, rivolto all’edicolante “Se vince ancora la Sinistra siamo rovinati! Altroché, guardate come ci hanno ridotto!”. Poi l’uomo fa per andarsene e mi pesta il piede. La sua pianta aderisce al mio piede per un buon sessanta percento, saranno stati si e no settantacinque chili. “Ma si guardi le spalle piuttosto!“. Per non parlare della lista di proscrizione dei 162 professori che gira in questi giorni nella cache di google, ripescata dai blogger, letta e spammata un po’ dovunque. Che tristezza. A certi cretini il passato non ha insegnato nulla. Se solo imparassero a guardarsi le spalle. Ennio Flaiano scriveva “I fascisti amano il calendario. Quando non sanno che cosa celebrare si sentono infelici. Una volta celebrarono persino il primo anniversario di un cinquantenario”.

Un cielo senza repliche. Prossimamente il nuovo libro di Vittorino Curci

Febbraio 6, 2008

Sta per essere pubblicata, presso i tipi di Lietocolle, la raccolta di poesie “Un cielo senza repliche“, di Vittorino Curci. Di certo una delle voci più interessanti, lucide, ferme, nel panorama della poesia di oggi. Se non avete mai letto suoi libri avete perso un’occasione importante, la sua è una poesia che fa pensare. Chi fosse interessato alla mia opinione in merito può leggerla qui

su “La stanchezza della specie

e su “Era notte a Sud“.

Vittorino Curci
UN CIELO SENZA REPLICHE

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LietoColle – Collana Aretusa
ISBN 978-88-7848-376-7 € 10,00

per ordinare online cliccate qui

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Camminamenti (2006-2006), Compagni (2006), Il senso di un’epoca (2006-2007), La parola data (2007) sono le quattro sezioni che compongono la nuova silloge di Vittorino Curci dal titolo “Un cielo senza repliche”. È nelle corde dell’Autore – che ricordiamo è musicista – il ritmo nella scrittura sempre ben scandito, che si tratti di componimenti in versi o in prosa. La radice artistica genera un amalgama di toni modulati con cambiamenti repentini di contenuti e con variazioni di forma. Assoli di punteggiatura – o assenza di questa, iniziali maiuscole e parole interrotte e riprese a capo, sospensioni e pause si susseguono quasi come improvvisazioni di un brano jazz eseguito al sax. Questi testi vibrano di immensa dolcissima nostalgia, o stridono rauchi nella denuncia sociale di un vivere quotidiano difficile, o ancora struggono nella narrazione di un ambiente devastato. Poi tacciono, attoniti, sotto un cielo che non concede repliche.
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CAMMINAMENTI
(2005-2006)

L’atto simultaneo e ripetuto
Sul piano ingombro
Di cose che ho portato

E noi qui impietriti dal ruolo
Nel punto invalicabile
Avuto in sorte

La sequenza vale più di noi
E rende grande il poco, il possibile
L’intatto giacimento dei verbi

È la furia di un giorno
La verità del braccio, la storia
Dell’uno che diventa due

La nostra personale via d’uscita
Tra cose già viste e altre
Che potrebbero servire

niente più che i pensieri
di una donna sola che pensa…
una che diversamente,
dissimulando,
mi ha insegnato il passo…

Piagnucolava per dare qualcosa al tempo,
l’una per l’altro ansimava ad ogni a capo.
A noi la stanchezza faceva un altro effetto
(per essere chiari, che vuol dire se
una persona che ti odia
in sogno ti accarezza?) e il punto
eravamo noi, acerbi e con segni sui visi,
un paradosso che non riuscivamo a capire.


L’INCONSCIO DI QUESTI UOMINI
mette insieme pezzi e paesi di-
versi, cibi che non saziano, le lunghe frasi
per cercare un senso che non c’è mai,
lo spessore di uno sguardo, macchie,
un fermentare di cose già scritte

se non fosse questo il punto sa-
rebbe questa la casa, ma in che modo
si potrebbe entrare?… perché qui
il tempo involge e ripete la stes-
sa numerazione

qui, nel conteggio
dei respiri e delle pagine, dove
più forti sono le vie del sangue
e le piccole vite, prossime alla storia

UN SOVRAPPIÙ DI ORE
Hanno messo insieme le pietre per fare come gli alberi che crescono verso il cielo.
La luce dietro di loro scompare tra casa e muro in qualcosa di ruvido che uno può soltanto guardare.
Nei sogni è un posto come gli altri. La gioia si capisce dagli occhi, dalla decisione con cui impugnano.
Sì, fare questo perché tutti sappiano che si è fatto qualcosa. Un tramestio di arrivi che li fa sentire più vicini alla leggenda che loro stessi hanno creato.

COMPAGNI
(2006)

LA CASA CHE NON C’È PIÙ
ora
la discesa
verso una città in tre divisa
nemica di se stessa
nella piazza dei santi dove c’era
la guerra la tua pedestre Odissea
le labbra screpolate dal fumo

qui
tu sei stato e sei il primo
l’adolescente impacciato con l’alba
in gola
che in silenzio torna al battesimo

IL GIOCO DEI NOMI

cose a cui penso
invecchiando in un paese che invecchia

E non di meno la invoca per una spartizione e io sono felice per tutto quello che accade. È giusto che lo difenda, noi scarafaggi miniamo il campo. In una lingua segreta volgiamo i fatti al passato.
“Chi era?”
“No, niente… uno che diceva”.
E così, per dovere, ci sono proprio tutti: Convalescenza, Il pastore di anime, L’uomo silenzioso, Intreccio, Hobo, Cambi, Il bevitore d’inchiostro. E Mimì, allievo della privazione, che squarciava i silenzi da tergo.
“Non sono per noi i nomi… non li abbiamo mai avuti”.

IL SENSO DI UN’EPOCA
(2006-2007)

FICTION
Dirsi presto e cominciare dai nomi. Centrato in pieno dal vomito. “Noi stiamo insieme” dice. “Fuori dalle case non è più tempo di piangere. Hanno alzato le bandiere della sproporzione”.
Si toglie tutto alle pance degli alberi e si prende a schiaffi da solo per compiacere il corpo che lo tiene in vita.
“Niente più di questo: il frasario di un tempo storico. Sì, un rompicapo”… “Per ora possiedo le sole iniziali… e potrei tornare indietro di molti anni, alle vicende partigiane che non ricordo… perché è solo quella la fiction che mi piace, una guerra ben fatta sulle colline”… “E quel giorno avevo deciso di essere un commesso viaggiatore… ero stato incerto fino all’ultimo… un venditore di paglie o un commesso viaggiatore”.

MAREZZATURE

Questo è un uomo che legge, fermo e sfinito nei suoi denti, nel suo tempo inarrivabile.
Ce l’avevano su con lui perché, dicevano, era un calco di fedeltà vocale tra parole viste in ogni luogo. E gli avevano dato il nome di un cane e la raucedine di un figlio buono, convinti che non si sarebbe mai smarrito nella chiusa povertà dei fatti.
Tutto quello che ha vissuto
ora non serve.

LA PAROLA DATA
(2007)

VELOCISSIMA STELLA
Un disastro a zero. A mille. Tra parole vicine che non vedo. Sul confine i secchi giuramenti, le credute volte.
Le passioni soffocano dove c’è più aria. La lezione di caldo non ha fatto conquiste ma costruisce il principio delle cose ignorando ciò che è stato.
Per chi scrivo non sa come e quando collasserà il Sole, come si potrà posare uno sguardo compendioso su Estro e Conoscenza.
Per chi scrivo è ora nei fondali di un mare. Nel più calmo, notturno, agosto.

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Vittorino Curci è nato e vive a Noci, in provincia di Bari. Nel 2005 ha pubblicato con LietoColle “La stanchezza della specie”. Collabora alla rivista Nuovi Argomenti e ai quotidiani Repubblica-Bari e Corriere del Mezzogiorno. Nel ‘99 ha vinto il Premio Montale per la sezione “Inediti”.

Un racconto

Febbraio 5, 2008

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Il seminterrato è umido, questa stanzaccia è incollata alla rimessa di sopra, separata da una botola di compensato e una porta di rame. Con tutti i soldi che buttano via guarda dove cazzo doveva finire. Avanti di due. Eccolo. Ancora due. Avanti. Stop. Ecco un fotogramma dove gli occhi e il volto sono quasi distinti. “Lo abbiamo. È lui” pensò.

da “Il quarto agente” continua a leggere su Via delle belle donne

Tristano. 104 Anni e non sentirli!

Febbraio 1, 2008

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Ha 104 anni. Ma non li dimostra. È magro. Pesa appena 56 pagine. Si direbbe che l’asciuttezza del suo stile e la precisione nella descrizione degli stati d’animo lo abbiano preservato dall’invecchiamento precoce cui sono soggette le mode letterarie. Di cosa parla quando lo si interroga? Di declino, del transito, del tramonto, come uno zarathustra borghese. Come si chiama? Tristano, romanzo breve di Thomas Mann, che rappresenta un esempio mirabile di come in poco spazio possa essere conclusa un’opera ideale, allo stesso tempo prefigurazione di temi che verranno ampiamente trattati nel capolavoro “La montagna incantata” (1924). Capolavoro è una parola che con Thomas Mann rischia di vedere smussata la propria patina di sensazione. “I Buddenbrook” (1901) un capolavoro che descrive il declino di un’epoca. Il “Doktor Faustus” (1947) un capolavoro nel quale si affronta il tema dell’attuazione di un’utopia ideale. Nel Tristano la vicenda è chiusa nello spazio breve di una casa di cura dal nome emblematico “La Quiete” e nel tempo breve di qualche mese. Il tempo che basta perché una giovane madre affetta da un male alla trachea (Gabriella Klöterjahn) venga accompagnata nella casa di cura dal burbero marito (Klöterjahn) per curare i suoi malanni. Sarà qui che, tra i personaggi presenti, verrà catturata nelle malìe di un debosciato, un intellettuale (Spinell) che stranamente scriveva un sacco di lettere il cui numero di risposte che riceveva non era mai elevato come il numero di quelle che faceva uscire dalla sua stanza. Una di queste lettere tuttavia sarà fatale, quella in cui Spinell spiattellerà in faccia a Klöterjahn tutta la verità sul suo presunto appartenere a uno stadio animalesco e barbarico della vita, dove la cosa più importante sono il denaro e gli affari. Come è giusto che sia Spinell con quella lettera farà un buco nell’acqua, e Thomas Mann approfitta del suo personaggio per dare forma a una critica dell’ideale di pensatore decadente e decadentista, chiuso nella sua torre d’avorio, con la presuzione che nella sua weltanschauung atrofica riesca addirittura a prevedere e cristallizzare in omologazioni i giudizi sulle persone che lo circondano. Il tutto in uno stile asciutto, essenziale, senza pari. Thomas Mann vincerà il Premio Nobel per la Letteratura nel 1929 “principalmente per il suo grande romanzo I Buddenbrook, sempre più riconosciuto come una delle grandi opere della letteratura contemporanea”, un romanzo che di anni ne ha 107 e, se è concesso, ha resistito al declino della classe sociale di cui ha eretto un monumento.

(in foto Thomas Mann e la sua famiglia)