Racconti da paura.


Luciano Pagano
Racconti da paura.

Copio e incollo estratti di articoli che ho letto di recente, con particolare interesse e attenzione, per una discussione eventuale sullo status e sulla ricezione nell’editoria dell’oggetto racconto nell’editoria con-temporanea. Il primo è comparso sul Corriere della Sera del 23 gennaio 2008, il titolo dell’articolo è “Le nuove vite del racconto breve” e contiene una disamina dell’attuale situazione/atteggiamento della critica, nonché dell’editoria, nei confronti del racconto breve, inteso sia come genere che come prodotto culturale. In questo articolo sono raccolte le opinioni in propositi di Mario Desiati, Andrea Di Consoli e Massimo Onofri, il primo sostiene che «sta prendendo corpo una scrittura ibrida, un misto di narrazione, saggio, inchiesta giornalistica che si presta particolarmente a una raccolta frammentaria, di brevi testi», mentre Andrea Di Consoli sostiene che «spesso i romanzi non sono altro che dilazioni artigianali e volontaristiche di nuclei narrativi brevi, cioè di racconti di poche pagine». Massimo Onofri riconosce l’importanza del racconto in termini di possibilità di sperimentazione, oltre che di incubazione di nuovi talenti e, aggiungo io, per chi già è uno scrittore affermato, di laboratorio per sperimentare «Nella camera iperbarica del racconto il giovane dà il meglio del suo talento”. Molti giovani autori hanno cominciato un proprio percorso dalla pubblicazione di racconti. Nell’articolo vengono presentati esempi, come quello di Stephen King, testimoni di una realtà differente che vede nel racconto un’espressione altra rispetto al romanzo che, per gli esiti, non ha nulla da perdere nel paragone. In tal senso assumono un ruolo differente le reviste di letteratura, che secondo me non stanno affatto languendo. Forse accade il contrario, c’è talmente tanta offerta di letteratura da leggere, pure sulle riviste, che un lettore pigro non riesce più ad adattarsi se non si fa ricercatore e discernitore. Torniamo al racconto. Semplicemente un racconto è un racconto e un romanzo è un romanzo. Oggi, leggendo un articolo comparso sul Domenicale, a firma di Giovanni Pacchiano. L’articolo si intitola “Una monetina per la vita” ed è la recensione del romanzo d’esordio di Valeria Parrella. Non entro nel merito della recensione per quanto riguarda il giudizio sull’opera, che è opinabile. L’articolo si chiude tuttavia con questo paragrafo “Anche la Parrella, come pressocché tutti i giovani scrittori italiani di oggi (pensiamo, ad esempio, a Pietro Grossi), ha il passo giusto per il genere-racconto. Non per il romanzo. Ma Lo spazio bianco ha grazia e stile, senza nessuna prosopopea. Vogliamo aspettarla”. È evidente che se da un lato si cerca di ridare nobiltà a un genere che negli ultimi dieci anni aveva vissuto in un totale stato di abbandono, a meno di non essere lettori seriali di antologie sensazionalistiche su sesso droga & rock’n’roll. Dall’altro c’è l’espressione di un giudizio di valore, come a dire, questa generazione non è in grado di esprimersi nel genere romanzo. Chi non crede nel rinascimento del racconto breve non ha letto ciò che in tali termini è stato prodotto negli scorsi anni. Partiamo dal primo aspetto. È vero che, tranne poche eccezioni, difficilmente una casa editrice pubblica il volume di racconti di un autore esordiente. Minimum Fax, Besa Editrice, Giulio Perrone Editore, Sironi? Perché un editore dalle grandi tirature può essere interessato alla pubblicazione di una raccolta di racconti se essa non risponde a un esigenza bensì è frutto del lavoro di un esordiente? Qualche anno fa abbiamo assistito alla pubblicazione di diversi romanzi nel quale l’idea centrale, al di là del romanzo in sé, era l’idea stessa di romanzo-mondo, adesso è come se stessimo assistendo a una vera e propria inversione di rotta, d’altronde gli stessi romanzi-mondo venivano spesso considerati sul paragone di una produzione d’oltreoceano piuttosto che come espressione di una necessità insita nell’autore o nella letteratura del nostro paese, le etichette sono spesso assicurazioni sul rischio. Che cosa in questa inversione è parte di un discorso editoriale e che cosa è invece parte di un discorso di stile? Facile, chi scrive racconti e romanzi continui a scriverli, al resto ci penseranno i lettori, sarebbe la cosa più facile da dire e da fare. L’importante è che il racconto risponda a livelli qualitativamente elevati di narrazione e stile, permettendo al suo autore di esprimere una realtà concreta ma sempre e soprattutto, un’idea. Il discorso in proposito apre a discussioni interessanti circa la tradizione del racconto e della novella nella letteratura italiana, una tradizione di tutto rispetto che non rischia certo di essere soffocata se non nella mancanza di intraprendenza di nuovi orientamenti. E insieme a Carver, King, Dick, non si possono trascurare le influenze, ad esempio, di un Carlo Emilio Gadda. Nel citato articolo comparso sul Corriere compariva un riferimento ai volumi curati da Pier Vittorio Tondelli, la fucina di Under 25 è stata un ottimo laboratorio, nel quale gli autori avevano uno spazio di espressione differente da quello delle antologie usa & getta. È un segno positivo, preparato da molti anni di lavoro, per dare una possibilità in più a molti autori e, da parte della critica e dell’editoria, un segnale di risveglio, in tutti i sensi. Quando penso alla parola racconto, ancora oggi, mi vengono in mente Lovecraft, Maupassant, Moravia, Poe, Calvino, Kafka, Mann. Certo, l’opinione di Pacchiano è diversa, perché concerne un giudizio di valore implicito nel quale il racconto non è nient’altro se non un ripiego, un fare-di-necessità-virtù di una generazione, che prende atto di un’immagine circostanziata, forse limitata nel tempo. Credo che si tratti di un giudizio riduttivo. Voi?

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4 pensieri su “Racconti da paura.

  1. be’, lunga vita al racconto breve – non è una battuta -.
    penso a molti (bei) film tratti da racconti brevi, o da piccoli romanzi. ovviamente in america. e penso che la soluzione sia quella che suggerisci: chi vuol scrivere scriva romanzi o racconti brevi, decida poi il lettore.

  2. Domanda: si può parlare di un vero e proprio fallimento delle antologie, troppo spesso accusate di essere operazioni “commerciali” o di scambio di favori? Insomma, contenitori dai quali la qualità del contenuto è una questione secondaria?

    Altra domanda: il fioccare di riviste letterarie è un modo dei “pesci piccoli” di tenere testa ai grandi editori oppure è frutto di reali esigenze di ricerca o ancora di una crescente domanda?

    Il che mi riporta ad un annoso problema: ma in Italia non si legge oppure lo “stato di emergenza” è puramente fittizio?
    Ultima domanda, per Luciano: perché il romanzo-mondo dovrebbe essere ricalcato sulle esigenze di mercato Usa, quando in Europa c’è una lunghissima tradizione in tal senso? E, per esempio, un “Dies irae” non è un esempio di come tale romanzo potrebbe funzionare perfettamente senza guardare agli Stati Uniti? (questo senza disconoscere l’importanza e l’influenza degli Usa nel ’900 in materia)

    Una piccola riflessione: sono pienamente d’accordo sul fatto che lo stile e la qualità debbano essere tenuti alti a priori.
    A proposito di questo, credo che racconti brevi e romanzi siano cose diverse e nettamente distinte. Credo che entrambe, in tutte le varianti, rappresentino una prova importante di sapienza e potenza da parte degli autori. Che se non fossero intraprendenti-in senso lato- non dovrebbero nemmeno provarci.

  3. Alla tua prima domanda rispondo: Secondo me no. Nel senso che il mio intervento non ha affatto nulla contro le antologie, tanto è vero che queste riflessioni mi sono venute proprio da un lavoro di antologia che sto conducendo da qualche mese, se la qualità diviene secondaria la ‘partita’ del curatore è perduta in partenza. Seconda: le riviste letterarie nascono perché ci sono persone che scrivono e che vogliono esprimersi e farsi leggere, perché è così da sempre e sempre sarà. Ultima: non credo che da quanto ho scritto si desuma che il “romanzo-mondo dovrebbe essere ricalcato sulle esigenze di mercato Usa”, il giudizio su Dies Irae secondo me non rientra nel contesto in cui poni la questione. Ovvero: Dies Irae è un ottimo affresco narrativo e una bella storia. Il suffisso -mondo, se non è circostanziato criticamente, rischia di essere un nuovo -ismo.

  4. Mi inserisco volentieri in questa discussione perchè l’importanza del racconto mi interessa molto e non da adesso.
    Sono d’accordo con Luciano sul fatto che è riduttivo pensare che scegliere di scrivere racconti sia un ripiego.
    Sebbene sia un pò per tutti l’approccio alla scrittura non è detto che abbia meno autorevolezza del romanzo.
    Io parlo anche da lettrice.
    Ho sempre amato i racconti quando hanno una qualità di scrittura e penso che siano anche uno stimolo alla sperimentazione.
    Nello scrivere i racconti è stimolante cercare la sintesi, per dirla con Desiati, questa scrittura ibrida che, per come la vedo io, coglie l’attimo, condensa in un frammento di vita tutto ciò che si coagula.
    Penso anche che il racconto corrisponda anche allo spirito dei tempi.
    Riuscire a dire in poche parole cose che possano entrare nel cuore delle persone è importante.
    Purtroppo non si ha più il tempo e la pazienza per leggere molto ma non è detto che non si voglia leggere.
    E qui si può inserire anche il discorso sul fatto se è proprio vero che in Italia non si legge.
    Il grande successo delle riviste on-line testimonia secondo me che il racconto può rispondere alle esigenze odierne di lettura veloce che non è detto che non sia voglia di leggere cose profonde.

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