Una scena per la mente. Simone Franco. Per una riflessione ulteriore

Il 30 marzo scorso, presso il Teatro Paisiello, è stato rappresentato “Il mulino degli sconcerti”, la prima produzione di Simone Franco, concepita nel 2004 e già circolata in diversi teatri d’Italia. L’idea dello spettacolo è nata in occasione della “Mostra omaggio” dedicata al pittore Gino Sandri, tenutasi a Roma presso il Palazzo delle Esposizioni, nel marzo 2002 e curata dall’architetto Paolo Conti, custode infaticabile delle opere e dei diari dell’artista. Fu allora che Simone Franco venne a contatto con l’opera e con gli scritti di Gino Sandri, decidendo di dare vita a uno spettacolo-evento che rendesse possibile apprezzare a un pubblico più vasto il mondo di Sandri, oltre che venire a conoscenza della sua tragica esperienza. Quella a cui potranno assistere gli spettatori non è altro che il culmine di una tre giorni, uno spettacolo ‘diffuso’ che è allo stesso tempo un omaggio e un’occasione di discussione per tematiche attuali, come quella della psichiatria e delle strutture nate dopo la Legge Basaglia di cui quest’anno ricorrerà il trentennale. Il 28 marzo presso i Cantieri Teatrali Koreja si è tenuta un’anteprima dello spettacolo. Dal 20 marzo presso la libreria Ergot (Piazzetta Falconieri, Lecce) è stato possibile apprezzare le opere pittoriche dell’artista. Il 29 Marzo, presso le Manifatture Knos (Via Vecchia Frigole 34, Lecce) si sono potuti invece vedere filmati che affrontano i temi dello spettacolo, dal versante artistico e da quello documentario. La vicenda di Gino Sandri è la storia di un internamento forzoso con motivazioni politiche, un episodio estremo in cui la sua vita si fa emblema dell’arte come forma di resistenza, oltre che di descrizione della realtà, una vera e propria via di fuga, l’unica di cui disponeva questo pittore durante i lunghi periodi trascorsi nel carcere psichiatrico. Gino Sandri, nato nel 1892 a Rossiglione, vivrà diversi internamenti ‘obbligatori’ per motivi politici, che culmineranno in un internamento definitivo nel 1953, a Roma. Questi periodi svolgeranno un ruolo determinante nella formazione delle opere dell’artista, gli stessi disegni dei degenti saranno fonte di ispirazione. Lo spettacolo del giovane attore leccese, che vive a Roma, si propone di ricostruire frammenti e quadri a partire dai suoi diari e dalle opere di Sandri. Una scena oscura, disadorna, costituisce la stanza della memoria, un antro che è antro amniotico e allo stesso tempo luogo del ricordo. La scena diventa padiglione, cortile, paese. La vicenda di Gino Sandri viene narrata nelle sue diverse fasi, dai giudizi psichiatrici all’atroce esperienza dell’elettroshock, di cui nello spettacolo viene spiegato il funzionamento dal “Dottor Cerletti”. Importante è l’utilizzo delle opere dell’artista, nello spettacolo, accompagnato a quelli che saranno i giudizi dei medici e i referti. Lo spettacolo, diviso in quattro parti, culmina in una scena dove il monologo dell’internato è agito in fondo, in disparte, alternato all’eloquenza dei gesti, laddove nemmeno le parole non possono descrivere l’indescrivibile. L’elemento documentale di questo spettacolo gioca un ruolo importante, come in tutti i progetti di Simone Franco, il suo prossimo spettacolo “Sulle ali della giustizia e della libertà: il volo contro”, è dedicato alla figura del pilota Giovanni Bassanesi. Il teatro di Simone Franco ricostruisce frammenti di realtà in cui il ruolo giocato dalla Storia è determinante. Una scena per la mente nella quale il teatro riesce a restituire ciò che le circostanze hanno negato, il riconoscimento di un grande artista per noi e, per Simone Franco un’ottima prova, conferma di un anno di intenso lavoro che lo porterà a far debuttare il suo prossimo spettacolo in Svizzera, in maggio.

materiali da “Il paese nuovo”

Quest’anno ricorre il trentennale della Legge Basaglia. Ho avuto modo di vedere e lo spettacolo “Il mulino degli sconcerti” e, soprattutto, di vedere i video che vanno a costituire il ’sostrato’ teorico alla ricerca condotta da Simone Franco nella sua produzione teatrale. La mia prima impressione è che si tratti di un lavoro notevole. Anzitutto per il modo in cui è stata condotta la ricerca, con una puntualità e allo stesso tempo un sapersi mettere sempre in gioco e in discussione da parte del regista dello spettacolo. Un altro elemento importante è costituito dal fatto che, paradossalmente, soltanto vedere come è fatto il teatro dimostra la ‘differenza’ del teatro dalle altre forme di espressione artistica. Il teatro è scrittura e allo stesso tempo è scena, narrazione nel tempo e in luoghi differenti. Tutti elementi che entrano in gioco nel teatro di Simone Franco. Perché allora “Una scena per la mente”? Semplice, perché se dovessi spiegare che cos’è la legge Basaglia a qualcuno, se dovessi far passare quali sono le implicazioni e i retroscena di quanto è accaduto dal 1978 a oggi, ebbene, suggerirei di vedere questo spettacolo, naturalmente in tutte le sue parti, sia quella propriamente spettacolare, che può convivere a sé stante, e sia la parte documentale, i video, i quadri di Gino Sandri. Simone Franco riesce nell’intento di portare sulla scena un monologo ‘esploso’, dove egli si fa interprete di tutti i personaggi della storia, componendo sulla scena i diversi momenti in cui questi interloquiscono tra di loro, senza sovrapposizioni, affastellamenti, ridondanze; lo spettatore all’inizio crede quasi di dovere assistere a una commedia, perché quando si parla di ‘pazzi’ e ‘follia’ la tentazione rassicurante è sempre quella di affrontare gli aspetti ridicoli di una vicenda che invece è terribile. Non accade così. Ciò che accade, dall’inizio alla fine, è di venir risucchiati in un tunnel senza uscita, le cui pareti si fanno via via più strette, finché dell’uomo non resta nulla, un manichino vuoto, senza anima. Diversamente da quanto si potrebbe presupporre, dopo il trattamento degli elettroshock, il presunto malato non si trasforma in un involucro senziente, bensì in un non-involucro privo di qualsiasi risposta nei confronti del mondo. Ci si potrebbe fare qualsiasi cosa. La scelta della maschera del “medico della peste” è emblematica e rimanda a un simbolismo che per tutto lo spettacolo è sottile. Il medico della peste è quel medico che quando crede di stare curando porta il morbo mortale di casa in casa, rendendo possibile un parallelo con il medico dei pazzi, che con gli elettroshock brucia il corpo e l’anima del paziente. Perfino la regia attua l’epoché, una vera e propria sospensione del giudizio su quanto lo spettatore è costretto ad accettare e vidimare, la descrizione della scoperta dell’elettroshock, delle sue prime applicazioni e del passaggio dalla sperimentazione dai maiali ai ’soggetti’ umani. La vicenda di Gino Sandri è paradigmatica anche perché accade a ridosso del Fascismo, quindi con largo anticipo rispetto al 1978, in un periodo nel quale i pazzi erano ‘alienati’ dalla società, veri e propri ‘alieni’, altri da noi. La scena dinanzi alla Procura, con il giudizio di condanna, costituisce il punto di non ritorno oltre il quale non sarà più possibile ricostruire i frammenti di esistenza di Gino Sandri, oramai relegato alla stregua di una pratica abbandonata, ingestibile da un sistema che lo ha preso, distrutto ed espulso. Simone Franco riesce a rendere la vicenda di Gino Sandri universale, ecco perché il messaggio in essa contenuto travalica il tempo e arriva fino al 1978 e, trent’anni dopo, ai giorni nostri. “Il mulino degli sconcerti” è uno spettacolo che si concede a una lettura su più livelli, e credo che in ciò sia l’elemento più riuscito di una regia che riesce a raccontare una storia individuale e trasportarne il significato fino ai nostri giorni, trasformando in ‘racconto’ il frutto di una ricerca così approfondita.

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"Re Kappa è un Candido minore, ironico e leggero, all’avventura nel «migliore dei mondi possibili», quello della cultura, un mondo tanto bello che non di rado fa quasi schifo."
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"Vi è qualcosa di stralunato, nella sintassi aggrovigliata e furiosa di Pagano; qualcosa di brutale - di poco letterario - ma è come se Re Kappa rappresentasse una sorta di agnizione delle «buone maniere» letterarie, per rifondare tutto a partire dallo stomaco, dalle «viscere», dagli umori (non c’è terra, in fondo, più umorale e incendiaria del Salento)"
Andrea Di Consoli su "l'Unità" del 6 agosto 2007

"Pagano vuole rappresentare quell’incrocio casuale di destini oppure quel verificarsi di congiunture che a volte annodano un’esistenza - o una rete di esistenze - ad uno scartafaccio, quella sorta di magia che dal nulla crea una straordinaria testimonianza del proprio essere ed esistere con le figure e gli intrecci di un universo fatto di parole."
Antonio Errico su "Nuovo Quotidiano di Puglia" del 25 Luglio 2007

"C’è scrittura in Pagano, così come atmosfera, e il tutto è reso in un linguaggio contemporaneo, ma in uno stile che guarda al post moderno, con inserti strumentali mutuati dal passato. Sta nascendo uno scrittore a 360 gradi"
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"a sfogliare le pagine del lavoro di Pagano, ci si sente come scossi da una scarica elettrica, come se sorgesse repentino un imperativo categorico che spinge a dedicarsi alla parola"
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"Luciano Pagano ha dimostrato di non aver paura di sperimentare e di saper dar vita a un teatrino di personaggi memorabili: il tutto è condito con ironia, il che non guasta mai."
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