Non affonderemo cantando


\"all you need is wall\" (Lecce, Via di Valesio, Anonimo)

Un fantasma si aggira per l’Italia. Se ne sono accorti tutti. Se ne sono accorti i politici, che sotto le elezioni hanno tirato per la giacchetta i lavoratori precari, quasi tre milioni stando alle ultime stime. Se ne sono accorti gli istituti finanziari, che concedono credito a tutto e tutti, alimentando l’illusione di un credito facile e portando molti cittadini a concepire la vita economica della famiglia non più sull’unità del reddito, bensì sulla capacità di frazionamento dello stesso, con una formula che sta diventando tristemente nota, secondo la quale ciò che resta dello stipendio al decimo/quindicesimo giorno del mese, viene utilizzato per pagare i debiti e le insolvenze. Nel frattempo sui giornali viene agitato un altro spettro, quello di una recessione economica che come uno tsunami sembra essere in avvicinamento, in seguito allo scandalo dei mutui subprime che ha letteralmente sconvolto l’economia statunitense nell’estate scorsa. Gli scrittori italiani, nei romanzi scritti negli ultimi anni, hanno contribuito non poco a fornirci uno spaccato della realtà italiana. Basta fare pochi nomi, Aldo Nove (Mi chiamo Roberta, ho quarant’anni, guadagno 250 euro al mese…), Francesco Dezio (Nicola Rubino è entrato in fabbrica), Andrea Bajani (Mi spezzo ma non m’impiego), Mario Desiati (Vita precaria e amore eterno). A queste esperienze, “intercettate” da editori come Einaudi, Mondadori, Feltrinelli, si dovrebbero aggiungere a mio parere tutte le esperienze personali, tutti i romanzi “non scritti” e tutti i racconti che si possono rintracciare in rete, nei forum, nei luoghi di dibattito dove si discute del lavoro. A proposito del precariato la rete si è rivelata, come sempre, un forte punto di aggregazione, con la possibilità di raccogliere e condividere le esperienze, disparate e disperate che fossero. Dal blog di Beppe Grillo è possibile scaricare e leggere gratuitamente il libro intitolato “Schiavi moderni” (http://grillorama.beppegrillo.it/schiavimoderni/), che raccoglie diverse testimonianze e riflessioni sul mondo del precariato. Il blogger più seguito d’Italia dice che leggere le ventimila lettere inviategli dai precari di ogni età e condizione gli ricordava Fantozzi; con una piccola differenza, il personaggio creato da Paolo Villaggio, infatti, si gettava ogni mattina dal letto per prendere l’autobus ‘al volo’ con una precisione maniacale, costruita su anni e anni di esperimenti effettuati con la sveglia, la moglie e la figlia. Chi sarebbe in grado, oggi, di sapere in anticipo che lavoro farà tra dieci anni? Sia chiaro, la flessibilità non fa male a nessuno, anzi, essa non fa che accrescere la possibilità di maturare nel proprio percorso lavorativo. Nel nostro paese tuttavia la flessibilità non è venuta prima del precariato, ma ne è fuoriuscita, come Minerva dalla testa di un Giove dolorante. Il precariato, oggi, non può più dirsi un semplice fenomeno. L’accezione di “fenomeno” è infatti propria di qualcosa che conserva i caratteri dell’emergenza. “Fenomeno” è tutto ciò che prima non esiste, dopodiché irrompe come elemento nella scena del dibattito, suscitando le reazioni e le modalità per le quali si cerca di porre un rimedio e trovare una soluzione, perché il fenomeno svanisca, date queste premesse si può affermare che il precariato non è più un fenomeno nella misura in cui abbiamo potuto assistere a una sua crescita esponenziale fino alla sua trasformazione da emergenza in “condizione permanente”. La condizione del precariato. È come se un paese intero, a un certo punto del suo sviluppo economico, si fosse accorto che è opportuno fare un passo indietro, fermo restando il fatto che la condizione del precariato non sembra più essere sostenibile. Succede che persone che hanno abbandonato la loro terra per andare al Nord in cerca di occupazione facciano ritorno, perché quel poco che si è guadagnato e che si può guadagnare è meglio metterlo da parte, spendendo dove la vita costa un po’ di meno. Succede che osservando i grafici che indicano l’andamento del potere d’acquisto dei paesi europei, si possa notare come l’Italia dal 2002 al 2008 sia crollata del 50%, e sia destinata a raggiungere la Romania entro il 2020 (fonte Sole 24 Ore). È un dato di conforto, benché ciò non costituisca una soluzione al problema, che diversi ‘attori’ del mondo della cultura si facciano compartecipanti di un messaggio così urgente. Se ne sono accorti i musicisti, basta ascoltare due brani qualsiasi di uno dei gruppi italiani pop tra i più diretti su terreno come i Tiromancino, che nel loro ultimo album ospitano due singoli “Il rubacuori” e “Quasi 40″, che prendono spunto dalla descrizione delle ferree logiche del precariato calate nell’universo esistenziale. Un verso per tutti “Oh mamma ho quasi quarant’anni, che cazzo ho fatto fino adesso”. Se acquistare coscienza della propria condizione può risultare difficile, diviene più facile quando le cifre del problema raggiungono i picchi di questi ultimi anni. Mai come in questo periodo l’arte e l’industria culturale si trovano a fare i conti con il precariato, mentre si moltiplicano gli altari eretti a San Precario (www.sanprecario.info), santo fai-da-te che vanta una vita da cui si desume che “All’età di 25 anni decise, in contrasto con la famiglia, di vedere il mondo e di cercarsi lavoro in modo indipendente.”, con tanto di miracoli e santini pronti per il download, per la cronaca il santo in questione si festeggia il 29 febbraio. Nel teatro invece si possono fare i nomi di Massimiliano Bruno (Gli ultimi saranno gli ultimi, con Paola Cortellesi) e di Ascanio Celestini, con il suo recente documentario intitolato “Parole sante”, che descrive la realtà del più grande call-center italiano (Atesia, Cinecittà); ecco un estratto del testo che dà il titolo al suo lavoro: “Verrà quel giorno, il giorno è venuto, che ricorderemo, i precari del lavoro, come alla liberazione, con i fiori e le bandiere, i caduti della guerra, del conflitto mondiale [...] tutti gli altri stoppati, licenziati, non riassunti [...] avevamo versato il sangue per una Repubblica fondata sul lavoro“. La pellicola di Paolo Virzì, “Tutta la vita davanti” è l’ultima comparsa in ordine di tempo, a seguire verrà “Riprendimi”, di Anna Negri, che uscirà nelle sale il prossimo 11 aprile, in questa pellicola è descritta la vicenda di una giovane coppia della quale si vuole filmare l’esistenza precaria, i due protagonisti si lasciano, il precariato sul posto del lavoro incide sugli affetti. Paolo Virzì è un regista affezionato che in più pellicole ha descritto sia il “sottoproletariato urbano” (Ovosodo) che il “conflitto di classe” (Ferie d’agosto). Il solo fatto che il manifesto di questo suo ultimo film ci dia una “riscrittura” del famosissimo quadro di Pelizza da Volpedo, “Il quarto stato”, è una traduzione dell’equazione riguardante il precariato, quella cioè per cui il popolo dei precari, quest’oggi, è paragonabile a pieno titolo al popolo delle fabbriche negli anni della contestazione. Chi fra una ventina d’anni si troverà a descrivere l’attuale panorama della produzione culturale, letteraria, cinematografica o teatrale, dovrà fare i conti con queste tematiche, e su come queste siano state affrontate in questo periodo. Ebbene, nell’immediato futuro, bisognerà chiedersi se c’è partecipazione, in tutto questo, o soltanto descrizione. Sicuramente c’è partecipazione da parte di chi ha dato vita a questi prodotti, anche perché una delle caratteristiche del precariato è proprio la sua diffusione capillare, in tutti i settori. La società liquida è composta da elementi altrettanto liquidi. Chiunque nel mondo dell’arte dell’industria, dell’agricoltura, conosce queste storie, perché le ha vissute sulla propria pelle oppure perché conosce persone che versano in condizioni precarie. Una cosa è certa, non si può descrivere la realtà senza filtrarla con la lente del precariato, oggigiorno ciò equivarrebbe a fornire una descrizione falsata di ciò che accade in ogni città italiana. Perché non approfittare allora per rivedere film come “Volevo solo dormirle addosso” (2004), di Eugenio Cappuccio, dove un giovane Giorgio Pasotti viene chiamato da un’azienda per licenziare un gran numero di dipendenti nel modo più ‘morbido’ e con meno ricadute possibile? Oppure perché non leggere “Donnarumma all’assalto” (1959), il bellissimo romanzo di Ottiero Ottieri nel quale si racconta di uno psicologo mandato in avanguardia nel Sud per conto di un’azienda che deve aprire un nuovo stabilimento? Oppure ancora “Tuta blu” di Tommaso Di Ciaula (1978)? Non stiamo forse assistendo a un riflusso? Sarebbe auspicabile che la spettacolarizzazione del precariato diventasse un punto d’incontro per smuovere (o rimuovere?) gangli del potere e allo stesso tempo modificare gli strumenti, ovvero le leggi, che sono stati i mezzi con cui questa situazione è stata tesa al massimo; per non parlare del fatto che per un lavoratore precario, soprattutto al sud, forse ne esistono due che lavorano in nero. La cosa più brutta, anche dal punto di vista terminologico, è accorgersi che se fino a trenta anni fa aveva un senso utilizzare il termine “proletario” in relazione al “proletariato”, oggi, con il livellamento delle classi e con la divisione tra ricchi e cittadini al di sotto della soglia di sopravvivenza, il “precario” che proviene dal “precariato” non proviene da una classe sociale che ha un volto, ma da un anonimato esistenziale, come uno zero trasversale che chiude tutti quanti in un circolo asfittico. È arrivato il momento di parlare, scrivere, filmare. Se è vero, come dice Ascanio Celestini, che “Non siamo mica il Titanic, non affonderemo cantando”, allora è anche vero che più di qualcuno ha deciso di alzare la voce.

pubblicato su “il Paese nuovo”
di Mercoledì 9 Aprile

(la foto è stata catturata stamattina
su un muro di Via Valesio, Lecce
complimenti allo stencilartista)

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