Il codice dei vinti. Su “Il contagio” di Walter Siti


Il codice dei vinti.
“Il contagio”, di Walter Siti

Quale può essere stata la sensazione che provarono, nel 1955, i primi lettori di “Ragazzi di vita” di Pier Paolo Pasolini? Questa domanda è utile alla comprensione dell’ultimo romanzo di Walter Siti, “Il contagio”, edito da Mondadori, un libro che racconta in presa diretta una realtà difficile e poliedrica, quella della borgata romana. Walter Siti è profondo conoscitore dell’opera di Pasolini, della quale è curatore nella sua completezza per l’edizione dei Meridiani mondadoriani. Fare un parallelo tra la pubblicazione dei due romanzi è utile perché di riflesso il lettore può accorgersi di come sia cambiata la realtà della vita nelle città italiane tout court, quindi non solo nella Capitale. Non c’è molta distanza tra i ‘ragazzi’ di Pasolini e quelli palestrati, drogati, cavalli di razza (da monta o da corsa, a seconda del caso) descritti in questo romanzo, c’è un filo che lega le madri del dopoguerra alle ragazze madri di oggi; la cifra è nella disperata vitalità, per utilizzare un’altra espressione cara allo scrittore di Casarsa. Nel suo precedente romanzo, “Troppi paradisi” (2006), Siti aveva rappresentato con spietato autobiografismo un mondo in cui il cortocircuito narrativo tra realtà e finzione non era che uno specchio dove cogliere l’esasperazione con cui, ad esempio, la realtà viene oggi presa di peso o ricercata dagli occhi affamati di spettatori televisivi, una vera e propria superficie di realtà che diventa reality. La prosa, in quell’opera, raggiungeva uno dei risultati più bilanciati, lineari, e rigorosi, della recente produzione narrativa nella nostra lingua. La partita adesso si gioca tra pietà e rassegnazione, tra accettazione della vita e desiderio di evasione. C’è un codice non scritto, quello della borgata, che dice “godere tutto e subito, non conservarsi rimpianti per l’età matura, non negarsi nessuna esperienza”. Perché allora questo “Contagio” è un libro difficile? Anzitutto perché Siti ha optato per l’utilizzo di alcune ‘forzature’ che possono essere messe in gioco soltanto da un professionista della scrittura, con risultati in questo caso eccellenti. Partiamo dalla trama: non c’è una vera e propria trama all’interno di questo lavoro per il quale sarebbe più opportuno parlare di ‘trame’, la borgata offre una gamma inesauribile di personaggi e immagini; racconti e storie che difficilmente potrebbero entrare in un romanzo, non basterebbe una vita per descrivere nei minimi particolari tutte le sfaccettature, chiunque di noi potrebbe fare l’esperimento, uscendo in strada e immaginando la vita che si nasconde dietro alla smorfia dolente di chi ci passa oltre. Walter Siti, che ha insegnato letteratura italiana all’Università dell’Aquila, sceglie un luogo determinato, un condominio – come il Perec di “Vita: istruzioni per l’uso” – nel quale fare interagire i suoi personaggi. Non vi è nulla di certo, né di scritto, dal mestiere all’identità sessuale dei personaggi; ognuno di loro è marchiato a fuoco dal proprio passato, ognuno di loro ha vissuto una vicenda che lo ha portato nella borgata, come termine irriducibile di resistenza alla vita. Il prospetto del condominio è riportato fedelmente fin dalla prima pagina del romanzo, un elemento questo che sposta il baricentro della narrazione al di qua, dalla parte del lettore che in certi casi è morboso voyeur di ciò che accadrà, conosce infatti le premesse maggiori di un discorso illogico, i personaggi in gioco, alcuni dei quali, come Marcello e il ‘professore’ (figura defilata dietro cui si nasconde l’autore), provengono da altri racconti e romanzi dell’autore. Ci si attende una risoluzione tragica o comica ed è quello che accade, moltiplicato per cento. Una volta affidati i personaggi alla quotidianità dell’improvvisazione ecco che sono i luoghi a emergere come attori di quest’opera; dove insieme al condominio, un Essere Multiforme, c’è la borgata, verrebbe quasi da dire mamma Roma, dove “la sola forma di fiducia è l’indolenza, il solo pubblico ministero è il fatalismo”. Ci si arrangia in cerca di un destino che è stato negato e non lo si fa con la rassegnazione ma con un ghigno che somiglia a un sorriso. Colpisce positivamente il continuo passaggio tra i due registri linguistici, quello italiano e quello dialettale, in un romanesco che, come il napoletano, è una lingua che ha saputo imporsi più di tutte nell’immaginario dei lettori. Nella borgata c’è spazio per la coppia che spende trentamila euro per un matrimonio al lago di Bracciano, come Eros e la Hunzicker e ci sta lo spacciatore di cocaina che tenta di fare il colpaccio e entrare in un giro più grande, quello della produzione cinematografica, “Coi soldi ripuliti della cocaina ormai in Italia puoi fare tutto, spadroneggi anche nel mondo finanziario; e di questo immenso potere ognuno dei borgatari seduti a quel bar si sente partecipe e complice, perché ne ha in tasca un piccolo frammento, un sacchettino da un grammo”, in un paese dove una dose di stupefacente vale più di un’azione dell’Alitalia. C’è il lato oscuro del sesso, con la prostituta che riceve in casa i suoi clienti, mentre il compagno si nasconde, restando a origliare, e c’è il gigolò ex campione di culturismo, o la moglie che viene picchiata a sangue dal marito. Non esiste un miraggio di lavoro perché qui si arriva una volta che tutti i sogni sono svaniti in miraggio. Nel suo penultimo romanzo Siti ci aveva descritto i paradisi ‘infernali’ della mediocrità di cui si nutre il mondo della letteratura, della televisione e dell’università. E se in “Troppi paradisi” il professore ‘gongolava’ dietro i finti specchi del “Grande Fratello”, nel guardare Pietro Taricone che faceva la doccia qui è Marcello che insieme alla sua ragazza incontra il Pietro nazionale nel “più grande centro commerciale d’Europa, duecentottanta punti vendita e nove sale cinematografiche”, dove sta “inaugurando un negozio di articoli per sport equestri”, e si accorge che il ragazzo ha conservato la modestia. Nel suo ultimo romanzo Walter Siti descrive una categoria anomale, fatta di “umili immodesti”, scendendo di qualche centinaio di gradini nei meandri di veri e propri inferi ‘paradisiaci’, dove tuttavia, come direbbe un grande poeta del nostro secolo Fabrizio De Andrè, “c’è amore un po’ per tutti e tutti quanti hanno un amore, sulla cattiva strada”.

pubblicato su “il Paese nuovo”
del 23 aprile 2008

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8 pensieri su “Il codice dei vinti. Su “Il contagio” di Walter Siti”

  1. molto bello, un po’ crudo, le cose mie che ho ritrovato in questo libro: l’amore, la miseria intesa come quasi disperazione, l’amore per i cani, ….

  2. Molto crudo e molto “pasoliniano”, in tutti i sensi.. sicuramente da leggere e da confrontare, in un parallelo moderno su quella che poteva essere la vita nelle borgate cinquanta anni fa, dove Pasolini vedeva però ancora molta umanità, tutto sommato, rispetto a quanto descritto spesso ne “il contagio”.. però secondo me è l’ennesimo ritratto a fosche, foschissime tinte della realtà di questi quartieri che alla gente piace continuare a chiamare borgate e che avrebbero bisogno di mettere in luce quello che c’è di buono: la gente. Non quella pe rversa ritratta nel libro di Siti, ma quella comune, i bambini, i ragazzi, un pò strafottenti magari ma non così persi, spaventati, magari, ma non da chiudere in questa gabbia di disperazione, di niente, di droga e di sesso perverso senza amore. Il voyeurismo sulle borgate romane continua a far moda, fra intellettuali, giornalisti, curiosi..il libro è una descrizione fedelissima della realtà.. ma di una parte sola. e credo sempre la più piccola. la gente di roma, non è solo questo. è purtroppo, a volte, “anche” questo.
    l

  3. sono d’accordo. Penso anche che scrivere di situazioni difficili serva a farle conoscere, altrimenti la tensione generale è quella di voltare la testa da un’altra parte. Facciamo finta che dovessi descrivere un personaggio di quella che tu definisci “altra” parte, quella non descritta da Siti; potrei utilizzarlo per ‘portate un esempio’? Personaggi simili sono mescolati a quelli di altra natura e non tutto deve essere negativo, ma senza contrasto non c’è movimento. Il senso secondo me sta anche nel ‘contagio’ con una certa realtà, che – restando nei termini – come una malattia ci deve contagiare, dobbiamo portarcela addosso per capire di cosa si tratta e non scadere nel voyeurismo

  4. Vero, questo è vero.. quello su cui volevo puntare l’attenzione io era però il fatto che si descrive, dall’esterno, o comunque da parte di chi non “è” davvero di questi contesti ( intelletttuali di vario stampo e natura, solitamente, perchè è un interesse umanistico-sociologico che spinge ad osservare e forse a cercare di capire ) sempre e solo la parte negativa, che va sicuramente non nascosta, ma dall’esterno chi legge sa che le “borgate” sono solo perversione e disperazione.. e magari invece il quartierino del centro è bello e sfavillante, magari pure solidale.. e non è sempre così. Quindi si continua un pò sempre ad etichettare la gente “bene” e “male”.. a me fa rabbia soprattutto per i più giovani, che crescono etichettati e poi si incattiviscono. E la spirale continua. Cioè, è un discorso di percentuali: va bene descrivere la parte negativa, ma quando mai qualcuno spenderà inchiostro e fatica a descrivere anche la parte positiva? Ovviamente non è una critica all’opera di Siti, ma un’osservazione di carattere generale che mi è sovvenuta leggendo la sua opera. Il romanzo di Walter Siti mi è parso davvero essere la più riuscita soluzione di continuità in senso moderno dell’opera pasoliniana di osservazione della realtà dei quartieri popolari romani. Cambiati, anch’essi, in meglio o in peggio, comunwue diversi.

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