NOSTALGIA CANAGLIA
torna Coolclub.it
Anno V, Numero 42
da giugno in distribuzione
…ho letto le menti migliori della mia generazione
__studio vocaboli nuovi e pazientemente aspetto_-
NOSTALGIA CANAGLIA
torna Coolclub.it
Anno V, Numero 42
da giugno in distribuzione
…ho letto le menti migliori della mia generazione
Lucio Battisti
da “La sposa occidentale”, I ritorni
testo di Pasquale Panella
E da quel punto in poi
sentimmo sotto di noi
svolgersi il sentimento,
largo e intento
ad una tutta sua meditazione,
non curante
che sopra la sua pelle si ballasse.
Le foglie coi barattoli, le casse
con i tronchi senza cuore.
E lo scandaglio calava dalle prore,
poi ritornava su
chiedendosi “Perché, perché il ritorno?”.
È sempre per prova che
sulle labbra torna
la parola “amore”,
per prove d’esercizio
perché si sa che poi non si sa mai
che potrebbe tornare utile.
Tornare, per raccontare
il furore e il gelo
delle notti aurore.
Bianca e assai provata,
scampata per un pelo per poter ritornare,
come dalle crociate, a un futile
sopravvissuto a tutto,
che ritorna più utile che vivo,
quindi innamorato ancora.
E torna, torna, lei gli ha detto torna
ed era una bambina, finalmente,
e gli diceva torna.
Abbiamo un solo limite:
l’amore che ci divide.
Come la ragione,
perché con la ragione
si sopravvive a tutto,
si distrugge il distrutto,
ricostruendo a intarsi la copia fedele
dell’innamorarsi,
e un tassello alla fine
o è dell’uno o è dell’altro.
E i sogni si allontanano
come i cavalli scossi,
caduti i sognatori;
bocconi tra le fragole, ma
più dolci e più rossi,
ridotti a dolenti spifferi.
E docili incompetenti
nella lotta incerta
tra il ridire e il fare
l’amore colloquiale.
E lei continua a dirsi:
“Si sopravvive a tutto per innamorarsi”.
Amarsi è questo: escludere
d’essere i soli al mondo,
i soli ad esser soli amando,
sterminandola l’invincibile armata.
(immagine, Padre Cristoforo e Don Rodrigo)
“Argomenti inediti per una selezione che finalmente si interessa alla realtà
includendo puntate lievi come «Testimone mancato » di Luciano Pagano.”
Alessandro Beretta, Corriere della Sera.it, ViviMilano
Il mio racconto intitolato “Testimone mancato” è risultato tra i dieci vincitori di Subway Letteratura 2008. Pepa Cerutti ha firmato l’introduzione e Massimo Dezzani è l’autore della bella copertina ‘al tratto’. Potete leggere il racconto qui.
Chi è stato condannato in via definitiva a 4 mesi e 20 giorni per resistenza a pubblico ufficiale per un reato commesso in Milano il 18 settembre 1996 durante una perquisizione disposta dal Procuratore della Repubblica di Verona nei confronti di tale Marchini Corinto, e poi estesa ad un locale ritenuto nella disponibilità del predetto presso la sede federale di Milano della Lega Nord per l’indipendenza della Padania? Il condannato ha riportato ferite cercando di difendere col proprio corpo, assieme ad altri leghisti, i locali dalla perquisizione.
Fonte: Wikipedia
Risposte:
1) immigrato rumeno
2) badante rumena
3) John Fante, immigrato italiano in America
4) Roberto Maroni, Ministro dell’Interno
§
Se volete potete chiedere l’aiuto a casa, oppure quello del pubblico, o ancora il 50 50.
(in foto, immigrati italiani a New York, immigrati rumeni a Roma)
Di Orodè ho scritto e con Orodè ho avuto modo di collaborare, stimo tantissimo la sua arte, e con un tassello alla volta, in milioni di piccoli pezzi, questo autentico “uomosaico” sta facendo i passi che merita. Perché Uomosaico? Perché riunisce il concetto di FragmentArt Man a lui caro, perché in più in questo termine che ho coniato apposta per lui c’è il sapore di Arcaico e Autentico che lo contraddistingue. Ecco: per definire un’artista come Orodè bisogna andare in cerca di parole nuove, come fa lui con i suoi quadri e con i suoi mosaici, ovvero prendere qualcosa e trasformarlo, di peso, con la materia. Apparentemente mettendo in disordine ciò che la disattenzione mette in ordine, per perderlo di vista. Dove lo stolto vede soltanto una mattonella…La sua arte mi ha sempre colpito per l’estrema vitalità.
Qui di seguito posto l’intervento che ho scritto per i suoi disegni che illustrano il sesto numero di Tabula Rasa, approfittando per augurarvi di visitare la sua personale e, se potete, conoscere l’artista Orodè.
§
Partiamo dall’inizio, dall’elemento primigenio, dal tratto caratteriale, dalla materia umana, qualunque essa sia e con essa il suo nome. Mutare il proprio inseguendo l’identità come la fiera di Caproni ne “Il Conte di Kevenhüller”, mettendosi in gioco come pronome o non-nome di se stesso. Qualunque artista, quando opta per un ri-battesimo di sé, è consapevole delle implicazioni di un gesto simile. Un azione di non ritorno che prelude ad un recupero insperato della propria nascita. Orodè, giovane artista tarantino, che ha vissuto a Lecce e oggi vive a Roma, ha sperimentato la sua arte su diverse materie. La sua opera più evidente, visitatissima è in quella Casa Museo “Vincent City”, a Guaguano, dove Orodè ha dato vita alle sue visioni sotto forma di 250 metri quadri di mosaico (vedi su www.fragmentart.it). È presente in diverse mostre personali e collettive dal 2001 a oggi, a Lecce, Roma (“Il Domasguardi contro l’arte dell’accecamento”, 2007, Arch Gallery), Barcellona (2006, Spazio Espositivo El Sol de Nit). Orodè aderisce così insieme a Gianluca Costantini, Efrem Barrotta e Giorgio Viva al nostro progetto di dare visibilità all’arte dalle pagine di una rivista dedicata alla letteratura. Si tratta di un artista a tutto tondo non nuovo a reading performativi e sperimentazioni, anche letterarie. Un esempio su tutti è costituito dal libro autobiografico, dal titolo di “Io sono della pietra”, disponibile in copyleft sul sito FragmentArt. Uno degli aspetti che affascinano di più della sua arte è la componente artigiana della stessa, la ‘fabbrica’ di Orodè è un paese delle meraviglie dove i concetti si mescolano ai tasselli, dove i colori finiscono sulla tela o sul cartone, indefinitamente ma non senza una causa ragionante, una definizione concreta che trova un messaggio forte nel desiderio di recuperare radici ancestrali, tratti archetipici e inconsci. Nel suo lavoro c’è una costante che costringe lo spettatore a definire ciò che vede con termini fisici, tattili, di forte impatto concreto. I disegni scelti per questo numero di Tabula Rasa sono testimoni dei tratti salienti della sua produzione, dove l’inquietudine e la sospensione sono capaci di creare un’attrazione repulsiva inconsueta.
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Personale di Orodè.
Presso “ARCH ART & JEWELS”, Via G. Lanza 91 A, a Roma
dal 23 Maggio al 14 Giugno 2008
dal Martedì al Sabato 15.30 – 21.30. Domenica e Lunedì chiuso. telefono/fax 06 45471695, cell. 3402179383
Dal 23 Maggio al 14 Giugno 2008, ARCH ART & JEWELS mette in mostra l’opera di Orodè, 14 dipinti inediti su tela di grandi dimensioni, composizioni dove la pittura si fonde col mosaico ed emerge inequivocabile la capacità dell’autore di coniugare spiritualità dell’atto creativo e funzione comunicativa dell’arte.
Fragmentart Man è un Golem, il leggendario gigante di argilla, che solo chi conosce le arti magiche può creare, forte ed ubbidiente, incapace di pensare, parlare e provare qualsiasi tipo di emozione.
Nel corso del vernissage Orodè creerà il Golem di se stesso, presentandosi al pubblico in modo completamente diverso rispetto al solito fare formale dell’artista in passerella sarà parte integrante di una sorta d’installazione con artista. I visitatori della mostra non incontreranno Orodè, ma il suo camuffamento, il Golem Fragmentart Man che indosserà una pesante maschera mosaicata ed un lungo camicione dipinto, realizzati dall’artista stesso, e che siederà su suppellettili costruiti anche essi dal Golem/Orodè; allo spettatore sarà così resa una magnifica sintesi dell’opera orodeiana, oltre ad una suggestiva auto-rappresentazione piena di simbolismi e creatività.
“Di me – Scriveva Gustav Klimt - non esiste alcun autoritratto. Non mi interessa la mia persona come ‘oggetto di pittura’. Sono convinto che la mia persona non abbia nulla di particolare. Sono un pittore che dipinge tutti i santi giorni da mattina a sera. Chi vuol sapere di più su di me, cioè sull’artista, osservi attentamente i miei quadri per rintracciarvi chi sono e cosa voglio”
Orodè, anticonformista, anti-accademico, assolutamente autodidatta. A volte raffinato, altre schietto, irrompente e provocatorio nelle sue opere come nella vita. Raffigura prevalentemente corpi femminili, delineati spesso con una penna PILOT, definiti con acrilici, smalti, cera, oppure attraverso pezzi di ceramica sagomati con una semplice tenaglia. Difficile racchiudere la sua arte in un filone, anche se evidenti sono le influenze dei grandi maestri dell’espressionismo quali Schiele e Klimt.
Tra le esperienze, fondamentale per la sua formazione artistica la lunga permanenza nella casa-museo di Vincent Brunetti, a Guagnano in provincia di Lecce, dove dal 2000 al 2005 decora oltre 250 mq di superficie muraria con opere realizzate in ceramica, specchi e sassi inventando la Fragmentart, ovvero la matrice identificativa di tutto il suo lavoro.
Tra le ultime personali
2007- Arch Gallery- Roma “Il Domasguardi contro l’arte dell’accecamento”
2007 – Ass. Cult. Fondo Verri- Lecce “Mosaici, pittura e poesia di Orodè”
2006 – Spazio Espositivo El Sol de Nit- Barcellona (Spagna) “Orodè”
2004 – Ass. Cult. Fondo Verri- Lecce “Crepuscolo Celtico”
2003 – Ass. Cult. Il Raggio Verde- Lecce “L’odore di bruciato che brucia il cuore”
(dipinto, “le mele rosse”, di Orodè,
in foto, Orodè)
Medi_terra_neo – Sabato 17 maggio – ore 20,30
Ieratico poietico di Stefano Donno – Besa Editrice
presentano Antonio Errico, Luciano Pagano
video installazione di Andrea Laudisa
Ex Palazzo Colonna – Via Ruggeri- Copertino (Le)
“Ieratico Poietico” segna la cifra dell’incontro, non solo poetico, con Stefano Donno; incontro germinato nell’estate del 2003, e che ha portato diversi e ottimi frutti, dibattiti, scritture. Sabato sarà l’occasione per mettersi/ci a confronto, discutendo insieme a Antonio Errito di questo bel libro.
…notizia poco attendibile…secondo una proposta del neoesecutivo potrebbe essere concessa l’autorizzazione di permanere sul suolo del magnifico stato (il bel paese), soltanto agli immigrati che possano certificare uno ’stipendio minimo’, come ovvio provente di attività lecite. Ebbene, si vocifera che il prossimo passo, attuabile entro qualche anno, sarà quello di estendere il provvedimento anche ai cittadini italiani: così facendo potrebbero restare cittadini italiani (pena l’espulsione in Romania) soltanto coloro che saranno in grado di certificare detto stipendio…resta da stabilire quale sarà il tetto di euro al di sotto del quale anche i cittadini italiani saranno allontanati dalle loro città, abitazioni, famiglie…pare che qualche avvocato si stia organizzando per un’azione civile, sembra che Romania e Italia appartengano entrambe alla comunità europea, questo l’assurdo cavillo portato a giustificazione dell’azione…il tetto minimo potrebbe oscillare tra i 1500 e i 2000 euro, chi non sarà in grado di dichiarare tale somma potrebbe essere costretto all’espatrio…
Antonio Leonardo Verri
(Caprarica di Lecce, 22 febbraio 1949 – 9 maggio 1993)
“Per giungere nel retro osteria, occorreva attraversare un corridoio largo e lungo scoperto, che l’uomo dei curli, Antonio Verri, attraversava sempre con un suo modo di camminare tipicamente ondulante. Guardandolo, francamente, veniva un po’ da ridere, ma nessuno si permetteva di farlo, data la grande serietà che egli poneva in tutte le sue cose, soprattutto quelle riguardanti il senso profondo della vita. Dunque l’uomo dei curli, Antonio Verri, camminava quasi sempre danzando. Poggiava prima un piede, e su di esso adagiava poi il corpo grande e grosso come quello di un uomo-elefante. Passava quindi all’altro piede ripetendo così l’azione. Alla fine ne veniva fuori una deambulazione ondulante, un salire e scendere di un corpo ben fatto sì, ma che non riusciva a stare sempre ben eretto. Molto tempo dopo che l’uomo dei curli, Antonio Verri, era volato via in un posto magico fatato, qualcuno disse che forse quel suo modo di camminare era dovuto alla corea, una sorta di sofferenza che dà pure qualche dolore alla nuca e alle articolazioni. L’uomo dei curli, Antonio Verri, dunque, attraversava il corridoio largo e lungo del Mocambo con il suo passo coreutico per giungere infine nelle due stanze del retro osteria. E’ stato sempre un luogo ben pulito questo, raccolto e intimo, che subito, a chiunque vi mettesse piede dava un senso di confidenza, di appartenenza atavica, di sicurezza. Proprio quella che l’uomo dei curli, Antonio Verri, cercava da sempre, da quando cioè aveva sentito forte il battito profondo del cuore contadino di sua madre Filumena.
«Mamma», diceva l’uomo dei curli, Antonio Verri, alla sua nonna-madre, «raccontami un racconto».”
Maurizio Nocera, Mocambo,
Apulia, Settembre 2001
Antonio Verri, La cultura dei tao da Musicaos.it
Antonio Verri, Port Bou: quasi un diario da Musicaos.it
Antonio Errico, “Tutta la vita per un declaro” da Apulia
Fabio Tolledi, La pratica poetica (2) da Apulia (diritti riservati)
“Fondo Verri accoglie l’eredita’ e l’operativita’ del maestro di scrittura e di vita Antonio Leonardo Verri.”
§
FATE FOGLI DI POESIA, POETI
(manifesto poetico di Antonio L. Verri)
Cominciate, poeti, a spedire fogli di poesia
Ai politici, gabellieri d’allegria
A chi ha perso l’aria di studente spaesato
A chi ha svenduto lo stupore di un tempo
Le ribalte del non previsto,
ai sindacalisti, ai capitani d’industria
ai capitani di qualcosa,
usate la loro stessa lingua
non pensate, promettete
…”disarmateli” se potete!
(al diavolo le eccedenze, poeti
Le care eccedenze, le assenze anche,
i passeri di tristezza, i rapimenti
i pendoli fermi, i voli mozzi, i sigilli
le care figure accostate al silenzio
gli addentellati, i germogli, gli abbagli…
al diavolo, al diavolo…)
disprezzate i nuovi eroi, poeti
cacciateli nelle secche del mio gazebo oblungo
(ricco di umori malandrini, così ben fatto!)
Fatevi anche voi un gazebo oblungo
Chiudeteci le loro parole di merda
I loro umori, i loro figli, il denaro
Il broncio delle loro donne, le loro albe livide.
Spedite fogli di poesia, poeti
Dateli in cambio di poche lire
Insultate il damerino, l’accademico borioso
La distinzione delle sue idee
La sua lunga morte,
fatevi poi dare un teatro, un qualcosa
raccontateci le cose più idiote
svestitevi, ubriacatevi, pisciate all’angolo del locale
combinate poi anche voi un manifesto
cannibale nell’oscurità
riparlate di morte, dite delle baracche
schiacciate dal cielo torvo, delle parole di Picabia
delle rose del Sud, della Lucerna di Jacca
della marza per l’innesto
della tramontana greca che viene dalla Russia
del gallipolino piovoso (angolo di Sternatia)
dell’osteria di De Candia (consacratela a qualcosa!).
osteggiate i Capitali Metropolitani, poeti
i vizi del culto. Le dame in veletta, i “venditori di tappeti”
i direttori che stupiscono, i direttori di qualcosa,
i burocrati, i falsi meridionalisti
(e un po’ anche i veri) i surrogati
Le menzogne vendute in codici, l’urgenza dei giorni sfatti,
non alzatevi in piedi per nessuno, poeti
… se mai odorate la madre e il miglio stompato
Le rabbie solitarie, le pratiche di rivolta, il pane.
Ecco. Fate solo quello che v’incanta!
Fate fogli di poesia, poeti
Vendeteli e poi ricominciate.
Fatevi disprezzare, dissentite quanto potete
Fatevi un gazebo oblungo, amate
Gli sciocchi artisti beoni, i buffoni
Le loro rivolte senza senso
Le tenerezze di morte, i cieli di prugna
Le assolutezze, i desideri di volare, le risorse del corpo
I misteri di donna Catena.
Fate fogli di poesia, poeti,
vendeteli per poche lire!
§
(foto Claudio Longo, Luoghi d’Allerta, ed 2005)
- Il pane sotto la neve. Più altro pane
- Il fabbricante di armonia Antonio Galateo
- La Betissa. Storia composita dell’uomo dei curli e di una grassa signora
Da oggi e per sedici settimane, ogni giovedì, sul quotidiano “il Paese nuovo“, potrete leggere il mio secondo romanzo, “Col bene che ti voglio“. Approfitto di questo blog per ringraziare la redazione e il quotidiano, per primo Mauro Marino, che crede e ha appoggiato la ‘faccenda’, faccenda tra virgolette perché si tratta di un termine che tornerà nel romanzo. La storia è ambietata a Lecce, nel 1998. Non dico altro. Non voglio togliere il gusto (per chi lo avrà) di leggere la storia di questo “fogliettone” Salentino, un po’ noir e un po’ commedia. Chi fosse lontano dai luoghi distribuzione del romanzo (ovvero le edicole di tutto il Salento) potrà iscriversi gratuitamente al sito del quotidiano (www.ilpaesenuovo.it) e leggere la pagina incriminata ogni giovedì pomeriggio, sul pc. Vi ringrazio e vi auguro buona lettura.
(in foto Via Marco Basseo, uno dei luoghi del romanzo)
Quello che segue è un estratto da Wikipedia della voce Flavio Tosi, attuale sindaco di Verona. Quel che potete leggere può fornire uno spunto per una discussione sui temi della sicurezza, al centro delle ultime elezioni che hanno portato alla vittoria del centro-destra, soprattutto in un comune dove non sono poche le ordinanze per rimettere le cose apposto.
La voce completa è qui.
§
Tra i provvedimenti varati dalla giunta Tosi, vi è stata l’ordinanza anti-prostituzione, che vieta, in tutto il territorio comunale, di fermare il proprio veicolo per contrattare prestazioni sessuali[9]; mentre per salvaguardare l’igiene pubblica è stata emessa un’altra ordinanza, che vieta, tra le altre cose, di consumare cibo da asporto vicino all’ingresso dei monumenti cittadini, di gettare rifiuti per strada, di imbrattare gli edifici, di effettuare bisogni corporali in luoghi pubblici.[10] Tale ordinanza ha fatto discutere quando sulla stampa è apparsa la notizia che un bambino di quattro anni era stato multato per aver mangiato un panino davanti a Palazzo Barbieri.[11] Tosi ha però chiarito che ad essere stato multato non è certo il bambino, che come minore non è ovviamente perseguibile, bensì i genitori, che anch’essi stavano consumando dei panini e sono stati multati solo dopo che i vigili urbani li avevano inutilmente invitati ad allontanarsi.[12] Tosi ha inoltre vietato la consumazione di bevande alcoliche in alcuni luoghi del centro e nei vari giardini pubblici (esclusi naturalmente i plateatici concessi in uso ai pubblici esercizi), allo scopo di mettere un freno alla presenza di ubriachi che troppo spesso molestano ed aggrediscono i cittadini di passaggio.[13]
Sul campo nomadi di Boscomantico, Tosi ha denunciato il fallimento della politica di integrazione perseguita dalla precedente giunta di centrosinistra[14], alla luce dei molti episodi criminosi ad esso collegati (la stessa Procura della Repubblica di Verona ha definito il campo “una fucina di delinquenza”[15]), ed ha avviato contatti con l’Istituto Don Calabria [16] ed il Vescovo di Verona mons. Zenti[17] per trovare una nuova sistemazione per i nomadi.
Al momento di scegliere due rappresentanti del Comune per l’Istituto Veronese per la Resistenza, il Consiglio Comunale ha optato per Andrea Miglioranzi, eletto nella lista di Tosi e membro del Movimento Sociale Fiamma Tricolore, e Lucia Cametti di Alleanza nazionale. Il fatto, oltre ad aver suscitato vive polemiche, ha portato a vari articoli sui principali giornali nazionali.[18] In seguito a queste proteste Miglioranzi si è dimesso dalla carica; al suo posto il Consiglio Comunale di Verona ha nominato il consigliere Giampaolo Beschin.[19] Tosi ha ribadito che le nomine non sono state decise da lui, ma dal Consiglio Comunale su indicazione dei capigruppo della maggioranza, e ha comunque difeso la scelta, affermando la necessità non di “riscrivere la storia, ma di approfondirla in una visione pluralista”.[20]
Politicamente, val la pena sottolineare che Tosi, pur appartenendo ad una giunta di centrodestra, per quanto riguarda l’ordine pubblico ha fatto spesso fronte comune (oltre che col vicesindaco ed ex sindaco di Treviso, il leghista Gentilini) anche con alcuni sindaci di centrosinistra (tra cui il sindaco di Padova Zanonato[21], il veneziano Cacciari[22], il bolognese Cofferati e il fiorentino Domenici[23]) dichiarando che i sindaci dovrebbero avere a tal proposito maggiori poteri, e che nei problemi di ordine pubblico non è la politica che conta, ma il buon senso.[24]
§
Questa volta del blog di Salam(e)lik prendo una notizia datata 26 dicembre 2005:
«È un atto di discriminazione razziale non servire il caffè a clienti extracomunitari che si fermano al bancone di un bar per prendere una consumazione. Lo sottolinea la Cassazione che ha confermato la condanna a 4 mesi di reclusione nei confronti di Luca Z., un barista di 43 anni di Verona che gestiva il bar “Giardino”. L’esercente – dal giugno ‘98 al novembre ‘99 – si è rifiutato di somministrare le consumazioni agli extracomunitari che entravano nel suo bar, finchè un giorno due nordafricani, lavoratori con regolare permesso di soggiorno, chiesero l’ intervento della polizia (*). Luca Z. si rifiutò di dargli il caffè e li invitò ad uscire dal locale».
Chi di voi non ricorda quel meraviglioso film di Massimo Troisi “Ricomincio da tre”, dove il giovane attore – non nel film, ma nella vita – decideva di prendere armi e bagagli e andarsene da Napoli? In un periodo in cui avviene sempre di più il contrario fa una certa emozione ricordare la scena in cui Troisi, insieme a un altrettanto giovane e oggi valente giornalista Michele Mirabella, discutevano in macchina; ebbene, era proprio Mirabella a porre la fatidica domanda, dopo che il protagonista diceva infatti di stare andando a Firenze da Napoli si sentiva sempre rispondere con un’insinuazione “Emigrante?”. Il mito dell’emigrante e del treno di Schaffhausen (nelle sue traslitterazioni di Sciaffausen, Sciaffùsa) fa parte del nostro dna, passa dalle liriche di “Soul Train” (1996) dei Sud Sound System (Pallidu politicu nu nci a statu mai in seconda classe sul treno che va da Lecce a Schauffausen chinu de gente si ma gente ca sta fugge lontano dalla loro terra d’origine amara e resa pesante come il piombo mandata allo sbaraglio) e arriva, quest’oggi, nel bel romanzo di un attore e regista teatrale, Mario Perrotta. Leccese, è nato nel 1970, “lavora in teatro, cinema, televisione”, come recita il risvolto di copertina di questo “Emigranti Esprèss” (edito da Fandango Libri, €14), scritto che si colloca tra il racconto e reportage narrativo e che approda alla carta dopo essere stata una seguita piece radiofonica. La storia autobiografica che fa da cornice al testo è intrigante, il piccolo Mario ogni settimana prende il treno Lecce-Milano per andare a trovare suo padre, che lavora a Bergamo. Il piccolo ha soltanto dieci anni, così sua madre si preoccupa di trovare qualcuno che si occupi di fare compagnia e allo stesso custodire quel bambino, durante un viaggio lungo più di mille chilometri. Il linguaggio utilizzato è un miscuglio di dialetto parlato e italiano che si adatta bene al protagonista, la lettura, malgrado una forzatura iniziale dovuta a un normale ‘riposizionamento’ nelle corde dell’autore, ci fa subito immaginare i pensieri come detti ad alta voce da questo ragazzino abituato a viaggiare da solo per migliaia di chilometri. La scrittura di “Emigranti Esprèss”, stretta tra le pagine del libro, esige di essere detta a ogni chilometro di binario che viene percorso. Le stazioni sono come grani di un rosario (Lecce, Brindisi, Bari, Pescara, Ancona, Rimini, Bologna, Parma, Milano, etc.) che portano fino al chilometro numero 1085, a Milano, dove il padre di Mario lo attende e se non c’è lui c’è qualche parente che ha ricevuto l’incarico. Un romanzo on the road, stazione dopo stazione, dove incontriamo l’emigrante che ha fatto il minatore in Belgio, e racconta la sua storia. C’è la donna che ha lavorato con i mattoni in Svizzera, e anche lei si intrattiene con il protagonista raccontando di come è stata cacciata via dopo aver resistito alle ‘attenzioni’ del datore di lavoro. Le storie sono tante, tutte impastate di umanità, sofferenza e grande speranza. C’è qui la descrizione del mondo visto attraverso gli occhi di un bambino sveglio, che ha imparato a raccontare le bugie per non dire una verità così strana, chi crederebbe che quegli oltre duemila chilometri al mese vengono fatti per ‘registrare’ l’apparecchio ai denti? Questo romanzo è interessante anche perché documenta la realtà in evoluzione di un non-luogo per eccellenza, il treno, dove ogni passeggero si affida, tra partenze, arrivi e ritardi, per un viaggio che è soltanto l’inizio di quello che lo troverà dal suo arrivo in poi. Ogni stazione è lo scenario per una storia e per un capitolo differente. Mario Perrotta appartiene a quel filone – vedi autori come Marco Paolini, Ascanio Celestini – che riprende una tradizione in cui il teatro si fa rappresentante della realtà e portatore di denuncia, infatti le storie che vengono raccontate dai passeggeri mescolano la vita quotidiana agli ultimi trenta anni di storia del nostro paese, regalandoci una storia veduta dal finestrino di un treno in corsa, negli spazi angusti di corridoi e scompartimenti. In questo romanzo in particolare Perrotta approfondisce il tema dell’emigrazione, già affrontato nei suoi fortunati spettacoli “Italiani cìncali – Parte prima: minatori in Belgio” e “Parte seconda: Odissea”, in particolare “Emigranti Esprèss” è il titolo del programma in quindici puntate andato in onda su Radio2 nel 2005, e vincitore del Jury Special Award al concorso TRT (Türkiye Radyo-Televizyon) International Radio Competition.
pubblicato su “il Paese nuovo”
del 28 marzo 2008
“Col bene che ti voglio”
romanzo in sedici episodi settimanali
di Luciano Pagano
da Giovedì 8 Maggio su “il Paese nuovo”
Credits:
Soundtrack
Luglio, Riccardo Del Turco, 1968
Pink Floyd, I wish you were here (live)
The Police – Every breathe you take
Rolling Stones – Paint it black
Immagine cover digitale ( Ul_Marga, via Flickr)