Walhalla. Orodè. (Film sonoro o quasi)


Orodè
WALHALLA

(Film sonoro o quasi)

La vita reale è soltanto un riverbero dei sogni dei poeti. Le corde della lira dei poeti moderni sono interminabili pellicole di celluloide.”

(Kafka)

N.B. I Bruciati: io e il mio trono di ceramica. Truccati. Tra Bosch ed Ensor. Maschere.

Ci sono degli individui e c’è il nulla. Ribellarsi. Ribellarsi all’ordine: è l’ordine! Ribellarsi! Ribellarsi all’ordine! Che cosa vogliono? Macchine! Hanno bisogno di macchine per fare soldi, per quantificarsi. Noi poeti non siamo macchine. Siamo barbagianni, verdura frullata, coglioni di toro, amplessi, secrezioni. Noi poeti siamo la morte non macchine. Noi poeti dobbiamo rubare, siamo ladri, truffatori, sgozzatori, santi, tutto tranne che macchine. La rivoluzione consiste nell’essere il più lontano possibile lontani dalle macchine, dall’essere una macchina. Hanno tolto il gusto. Il sapore a tutto. Hanno tolto le capacità. L’ordine è sbagliato! Ogni fuga dall’ordine avvicina l’individuo al Walhalla.1
La vita nell’ordine è una vita falsa, persa. Gli uomini e le donne sul pianeta sono degli stupidi bambini. È bene che ci si approfitti di loro. È bene che ci adorino!

CLEAN SLATE

Il Walhalla.

Pomodori dappertutto. “Pennuli”2 ovunque. Rosso su bianco. Collane di pomodori sui muri bianchi di calce.
Io ho paura della carne, dice il primo dei Carnivori. Le mani su morbide natiche, seni. Voi pensate che io mi annoi?
Così dicendo, disteso su corpi di donne, fluttua su frutta, stoffe antiche e consunte, si gira su uno dei bianchi, splendidi culi luminosi e lo penetra velocemente.

Solo rumore sapete fare, dice. Solo rumore.

A braccetto col mio morbido mandolino, dice. Passeggiando, attorniato da bellezze nude, calpestando acini d’uva. Un corridoio. Rivoli di mosto. In fondo, uno schermo gigante. Il volto di lei. Ondeggiante. Eterno. Il corteo va incontro a lei.

Sono il primo dei Carnivori, dice, amore mio, mia santità.

Peperoni sott’olio. Melanzane sott’olio. Capperi. Ogni tipo di conserva. Allineate su un armadio di ossa, di ossicini che decorano le ossa. L’immagine di lei che ondeggia flessuosa, fluttuante. Il viso che si allarga e occupa tutto lo schermo. Una maschera incantatrice. Il corteo è fermo di fronte a Lei. Tutte le nudità tremano. Si stringono. Non c’è più tempo, dice il primo dei carnivori. L’infinito si è rotto. Si accartoccia. Accompagnatemi di nuovo nella sala della Cicatrice. Puliremo la vergine. I fogli. Risorgeremo finalmente a nuova vita.

Lungo il corridoio, il lento corteo, totalmente bello nell’esposizione d’arte. L’opera prima del primo dei Carnivori. Tutti i corpi lucidi d’oli, profumati. I piedi, i polpacci blu. Rivoli di mosto e menta. Il primo dei Carnivori procede tenendosi il membro in mano. Sia fatta la luce senza la luce, dice. A braccetto. Non si capirà più niente, dice. Vivi e morti. Carne morta comunque. Morsi di cani. Orgasmi. Il tempo tutto per noi.

II

Nella Sala della Cicatrice. Una finestra con cornice di sassi e cemento. La finestra non può più aprirsi. Tutto il corteo guarda fuori. Verso le campagne. Nel temporale. Il primo dei Carnivori siede su un trono mosaicato. Collane di peperoncini, di melanzane e pomodori secchi tutt’intorno. Alcune donne toccano il Re. Altre lo truccano. Gli dipingono dei grandi occhi di uccello rapace. Gli pongono sulla testa un vaso di rame capovolto. Tutte le donne indossano calze coloratissime e un intimo succinto. Si dispongono intorno al primo dei Carnivori. Su di lui. Sotto di lui.

Riprendono le coincidenze, dice il primo dei Carnivori. Vedete? Siete come volete!

Una creatura alla pecorina, con calze blu elettrico e un corsetto rosso con fiori dorati si guarda in uno specchietto nascosto tra i lunghi peli di un tappeto bianco. Il seno bello, penzolante. Il culo tutto pronto come una cagna. Le cosce allargate e frementi. Aspetta! Scultura, dice il primo dei Carnivori. I vostri seni pari alle montagne, superiori ad ogni forma di linguaggio. Siamo qui per essere e per dimenticarci. Come il vento, la lava… Io sono il successore di Picasso. Io mangio la bellezza. Nemmeno la cerco. La mangio! Capite? Così dicendo si solleva dal trono. Si dispone dietro la ragazza alla pecorina. Le allarga la fica con due dita e la penetra. Si sporge su di lei che ansima. Entrambi si guardano nello specchietto. Si cercano con gli occhi. Gridano all’unisono: voi operai avete distrutto il mondo! Voi operai avete distrutto il mondo! Voi operai avete distrutto il mondo!

Nello specchietto gli occhi ansimanti e le bocche frementi diventano pezzetti di pane che vorticano in una purea di favette.

III

Nella sala della Cicatrice la rossa Danae dice al primo dei Carnivori:

Nel mio nulla io sono bella ma mi sento in colpa per tutto. Cimento il sangue, la saliva. Ci metto tutte le mie ossa in tutto questo disordine. Ci metto tutto quello che posso… la rivoluzione serve proprio perché è inutile.

Siamo lontani dal mondo, le risponde il primo dei Carnivori.

Niente è tanto bello quanto colpire gli insetti. Colpirli al volo, sentire il loro squallido peso schiacciato, sconfitto, inerme per terra… morta merda. C’è ancora tanto dolore ma io non voglio soffrire.

Pensiamo ai fiori, qui nel Walhalla, e non al fallimento! Pensiamo ai fiori… ché sono venuti bene, dice il primo dei Carnivori.

Le lunghe dita affusolate della donna accarezzano il sesso del Re poeta, il primo dei Carnivori. Egli è disteso sulle gambe della donna che con un braccio e le ginocchia lo culla. Il Re guarda in alto. Non indossa più il vaso di rame. Il trucco è intatto. Sul soffitto vari schermi televisivi. Fermi immagine dei tanti miti passati sul pianeta Terra e… iti. Siti ma iti, dice, persino la Musica. E grida: Musica! Dal greco “mūsiké”… oh! Arte delle muse…

La modella, la rossa Danae, contorcendosi glielo succhia freneticamente.

IV

Il giardino del Walhalla di notte. Chiuso dal mare e da mura mosaicate dallo stesso Re a dalle sue ancelle. Con viali e alberi, tappeti sui muri e tavoli bassi. Una musica indiana. Alcune bellezze ballano. Indossano solo una gonna bianca da dervisci e ruotano, ruotano finché non cadono. Il primo dei Carnivori con una telecamera gira il suo film. Le ombre degli aranci si proiettano sulle gonne che vorticano. Una delle donne per terra, nuda e splendente, con voce trafelata, dice: primo dei Carnivori, voscenza usa la nostra carne come carta, come cibo. Lei ci fotte e ci strappa e ci mangia!

Tu, con le tue grandi e piccole labbra, le risponde il Re, non capisci, piccola mia: io creo! Balla con me! Questa pipinara ci farà bene! Balla! Chiudi gli occhi e ascolta! L’abbracciò. La verità è nascosta nel buco di culo di qualcuno… ed io devo cercarla. Così la piegò sul trono. Le abbassò la gonna da derviscio. Diede alcuni colpi nella fica e le infilo il tirso nel culo, ferocemente, facendola gridare: “Oimmè! Sorta rande!”3

E il Re intanto la canzonava: “Na na!… Ciu ciu ciu!…. Cquà cquà!…. pìu pìu pìu…. Nane nane nane…. Ruccu ruccu…. Àa…a!…. isci…ii!….iù….u!…..arri!”4

Riprendendo il di lei culo meraviglioso, penetrato, i suoi lombi, la sua pelle, il suo collo fremente, le sue orecchie… riprendendo il proprio tirso che entra ed esce, entra ed esce nella stretta carne della modella… cercandole l’anima a morsi, stringendole i seni, mentre tutte le altre fremono eccitate, applaudono e fremono.s

V

Lo stesso giardino. Su uno schermo la proiezione della Danza dell’Eccesso. Il poeta maledetto Alessio dei Rifiuti, uno dei Bruciati, piegato su sé stesso a punto interrogativo, apre le braccia e arresta una massa di umani. Li blocca con la sola forza della sua pazzia. E balla, balla la Danza dell’Eccesso. Il Re sorride, tutta la corte sorride.

Io sono troppo delicato, dice il primo dei Carnivori. Onorate il grande Cendrars.

Le donne si voltano verso la grande statua dell’autore di Moravagine, scolpita e mosaicata dal primo dei Carnivori. Alta tre metri, raffigura il genio svizzero in smoking… una manica nera penzolante e un cappello nell’unica mano. A gambe divaricate con un membro ritto di 50 cm di legno nodoso che le donne venerano e succhiano come se fosse vivo, come ai bei tempi antichi.

Alcune se lo infilano. Il cielo è stellato.

VI

L’artista e l’essere umano devono riconciliarsi! Che conflagrazione! La società vuole che l’artista sia morto! L’artista puro, non il giocattolo del mercato, chiede alla società di allentare la pressione, di abbassare la temperatura. La società, come cadendo dalle nuvole, con le mani ancora sui pulsanti del potere, delle decisioni, chiede se la temperatura va bene, se la pressione-punizione è giusta. Cara società, tu puoi fare quello che vuoi, questo gioco tra il gatto e il topo è una trappola. Cara società, dove appendo i miei quadri? Dove lascio penzolare la mia lingua? Cara società, quando guardo i miei quadri sento che sono vivi. Tu? La melassa che proponi, il popcorn che hai ordinato, con me non funziona. Fai paura, società, ed io devo fuggirti, fuggirti. Mettertela nel culo e salvarmi. Che modello di eroe propongo? O di antieroe? Vediamo. Propongo un modello d’eroe che deve fuggirvi, perché la confusione è troppa. E l’ecosistema sta collassando. Propongo un modello di eroe che, quando aprite bocca, quando vi muovete, gli cadono le braccia e gli si tappano le orecchie. Un modello di eroe che non riesce ad utilizzare tutto il proprio cervello perché la classe è ritardata. Così, pur di non fare la fine di Cristo, rischia di implodere, di vedersi colare la genialità dalle orecchie. Un modello di eroe che, anche se veste i panni del gatto, è meglio sia topo. Perché voi, brutta società, fate cacare. Non mi farò sparare. Non mi farò fucilare. Non mi farò eliminare. Per me merdona società te la puoi prendere nel culo. Anch’io devo andare avanti!

Chi lo dice questo? E che fa?

VII

Nel sogno del primo dei Carnivori. Saltare di casa in casa con una leggerezza alla Chagall. Entrare e depredare. Servirsi da soli. Self-service! Nella lotta tra il bene e il male, sul pianeta Terra, c’è una lotta tra un unico modello di bene, il bianco, e un unico modello di male, il nero. Lavoriamo sul rosa ch’è meglio! Lavoriamo sulle nostre mani- non solo con le nostre mani. Io passo per mostro. Vi ficcherò questo “ramonzo” nel culo!

N.B. Stanze monotematiche tappezzate di “cannizzi”5 di pomodori, muri di origano secco appeso o peperoncini. Contadini, operai, truccati con segnali di guerra. Tutti a lavorare-lavorare. Tutti nell’ingranaggio per non fare nulla. Tutti contro i pochi.

VI/B

Uno alla volta o due alla volta, siamo in trappola. Guardiamo lo scoglio affondare, il cuore che se ne va e si ferma. Una nuvola di moscerini intorno al cuore, la barca lontana. Una mano è solo l’onda, le tante mani tutte le onde. Le tante falangi sorridenti e i tanti denti di tricheco. Mentre un mostro di sabbia mi tiene a terra la testa e la pesta.

Io, sono senza di te un resistente acaro della verità. Uno di quelli che dovrebbe essere già morto.

Si potrebbe disegnare nel male del mio cuore un paesaggio marino. Il ripetersi del languore con passi da giaguaro. La fine delle credenze e la necessità del salvagente incatramato che il primo che passa afferrerà. Ma nel ripetersi del mal di cuore si potrebbe disegnare un cinescopio al posto della mia testa. Con il corpo che non la regge più. E una resistenza sfrontata e inutile a questo lasciarsi andare nello stesso pianeta, nello stesso tempo, con gli stessi occhi. Senza più senso all’orizzonte.

Un esercito di chiwawa bianchi al galoppo, sono le onde del mare.

Canto la canzone d’amore.

Chi?

VI/C

Sentirmi inutile a 33 anni. Con questa mano che si rifiuta di scrivere. Rallenta il corso dei pensieri. Rimpicciolisce la scrittura. M’impone di guardarla. Come regge la penna. Come si sa muovere sul foglio. Che sfila per me come una puttana. Coi suoi peli delicati. Con le mie cicatrici- sue. Coi suoi occhi sul cappuccio. E mi fa sospirare profondamente. Con l’orologio che batte il tempo. Una bottiglia di vino scadente.

Ubriaco ormai, che non ho bisogno di bere. Fumato che non ho la forza di fumare. Occhi che vedono il tavolo e la scrittura. E la testa, la fronte pesante. Mi pare che i tanti tasti dolenti- non vogliono più essere tastati. Mi rimane una scacchiera che mi pietrifica. Tante parole che mi hanno distrutto. E fatti pochi per la verità. Pochi- pochi- per pochi- da pochi!

Sapere che la vita è più semplice e più complessa. Sentirmi un idiota. Credere troppo nel sogno per difendere chi, poi? Non sono resistente. O forse ho incassato troppo. Credere di salvarmi ma ho toccato il fondo un’altra volta. Cercare di salvarmi ma mi viene da ridere. Sentire. Sentite! Sentite! Tutto il mio operare lo riducete in polvere e me lo sputate addosso!

Nella mia nullità devastante, pitturicchio, sbudello, intervengo. La terminologia esatta fa male perché è vera. La terminologia esatta forse non ha le gambe corte. Il mio vuoto inutile. Incredibile nulla. Attende. Vuole mangiare.

VIII

Io sono come le erbette sulle nostre chiese barocche.

Di certo verrò divelto- se ci arrivate-

ma rinascerò da altra parte.

È inutile crepare!

Orodè

1 “Walhalla”. Nella mitologia nordica, l’oltretomba riservato agli eletti del dio guerriero Odino, quivi condotti dalle valchirie (propr. Tempio dei caduti in battaglia)

2 Collane di pomodori

3 Che dolore! Che maleficio!

4 Tutte voci, versi per comandare gli animali!

5 Cannicci: graticci di canne per vari usi (come riparo, per seccare la frutta, ecc.)

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