A ciascuno il suo Avatar.


Avatar, il nuovo film di James Cameron destinato a sbancare i botteghini di tutto il mondo, è sostanzialmente una favola ecologista. Un kolossal che racchiude in sé tutto il meglio, a vederlo, dei film epici e delle saghe ai quali lo spettatore è stato affezionato negli ultimi trenta anni, da Guerre Stellari al Signore degli Anelli. La prima cosa che mi ha colpito positivamente di Avatar è stata la mancanza di ogni tentativo di comunicare una “morale” in senso lato. Mi spiego. Quando il protagonista/avatar entra in confidenza con la popolazione degli indigeni di Pandora (i Na’vi), entra a far parte di un vero e proprio mondo nel quale, antropologicamente parlando, non abbiamo che di scoprire. Nel film veniamo a contatto con i riti e le usanze di un popolo prima d’ora sconosciuto; un popolo che danza all’unisono, che caccia, che danza, che vive all’interno di un albero accovacciandosi in amache ricavate da foglie giganti. Una popolazione che ‘adora’ la natura ed è strettamente in comunicazione con essa.  Il protagonista una volta entrato a far parte di questo mondo ne acquisisce le tradizioni, fino a diventarne un abitante in piena regola. La parte del film dedicata all’approfondimento di questi aspetti è così curata e così preponderante rispetto al resto  (laddove per resto si intenda l’incipit e la prima dimestichezza con la tecnologia avatar e la conclusione finale della Grande Battaglia) che lo spettatore ha modo di affezionarsi a una popolazione appena conosciuta, dispiacendosi della brutalità dei tentativi con cui verrà brutalmente combattuta. L’effetto di ciò che avviene in seguito, quando i terrestri vogliono forzare la colonizzazione di Pandora, è molto simile nel copione a ciò che potrebbe avvenire in film come 1492. Il capo della spedizione pensa soltanto al profitto che può trarre dai minerali, che cosa può interessargli dei discorsi vanesi di una Sigourney Weaver, la scienziata che ha scoperto che gli abitanti di Pandora sono in collegamento (network) con le piante e con la terra del loro pianeta, che costituiscono cioè una Rete di informazione e memoria storica? I militari riceveranno l’ordine di attaccare il Paradiso Terrestre, con le ruspe, l’esercito, gli aerei, gli elicotteri/libellula e i missili aerocomandati. Una delle cose che di sicuro colpirà gli spettatori sarà il pianto degli indigeni quando avverrà la profanazione dei loro luoghi di culto e la distruzione del loro Albero Totem Villaggio, nel quale vivono. Parlavo dell’assenza di una volontà di comunicare una morale.

Il messaggio di fondo ecologista c’è, questo è vero, ma il tutto viene presentato rapidamente e con una leggerezza tale da non appesantire la visione del film come spettacolo puro. Non c’è lo spessore sufficiente perché le micro-storie (tranne quella tra il protagonista e la figlia del Re) vengano approfondite a scapito della narrazione. Tutto scorre rapidamente e, a essere sinceri, la durata totale della pellicola è poca rispetto a tutti gli spunti che vengono dati in pasto allo spettatore. Non a caso si parla di un kolossal dell’era Obama, semplicemente perché questa pellicola è la prima di questo livello nella quale si sia trasportata una sensibilità ‘differente’ nei confronti di un approccio all’altro. Per una volta gli americani, qui i  “terrestri” (You’re not in Kansas anymore…), vengono messi da subito in cattiva luce quando la loro intenzione è quella di arrivare, prendere tutto e tornare a casa, senza preoccuparsi della civiltà e della popolazione con cui vanno a scontrarsi. Quando tutto sembra perduto, quando ogni sforzo di contrastare l’attacco (anche sullo stesso campo dei nemici) sembra vano, ecco che è la stessa natura a raccogliere tutte le sue forze per ribellarsi in un attacco finale e risolutivo; anche qui vengono rispettati i principi di Gaia, secondo la quale il pianeta è dotato di una capacità di autoregolamentazione tale per cui nonostante i nostri sforzi per distruggerlo esso è capace di salvarsi e preservarsi autonomamente. La seconda riflessione, questa localizzata nella prima parte del film, è quella relativa al rapporto tra realtà vera e realtà virtuale. Quando parliamo di realtà virtuale siamo abituati a immaginare un qualcosa che è separato da noi e che non può essere contiguo. La genialità della soluzione inventata da Cameron per Avatar sta, secondo me, nel fatto che la realtà virtuale (l’Avatar vero e proprio) convive nello stesso spazio e nello stesso tempo, ovvero sia condivide lo spazio e il tempo, dell’originale. Quando il protagonista è nel suo avatar, il suo corpo è fisicamente in un altro luogo, quando Jake Sully deve risvegliarsi ecco che il suo avatar, nella foresta, cade in preda al sonno, letteralmente come corpo morto cade, sviene a terra. Una soluzione narrativa che rende la continuità tra protagonista Jake Sully e il suo avatar. Ogni riferimento all’avatar inteso come a doppio di una ipotetica Second Life filmica precipita prima ancora di prendere il volo, l’Avatar, in questo film convive in un altro spazio, comunque vicino, con l’originale. Tanto è vero che Jake Sully sarà quasi sempre accompagnato alla dottoressa Grace Augustine (Sigourney Weaver) anche quando prenderà il comando della ribellione della popolazione nativa. Al di là degli effetti speciali e di tutto ciò che concerne la tecnologia applicata , ciò che resta di Avatar è una favola/storia romantica nella quale una volta tanto non bisogna stare a rimpiangere il tempo passato, osservando le macerie e la distruzione che sono state portate come ferite dall’uomo bianco, in questo caso il “terrestre”. Almeno il finale è consolatorio, abbastanza perché ci si aspetti un Avatar 2, con il ritorno di chi è stato cacciato e una conseguente, nuova battaglia per la salvaguardia del Paradiso Terrestre, sia che si tratti di un paradiso proiettato nel 22 secolo sia che si tratti del nostro mondo. Buona visione.

pubblicato sul quotidiano “il Paese nuovo”
di Martedì 12 Gennaio 2009

Avatar su IMDB

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