Le difficoltà della parola carne. Sull’esordio poetico di Anna Maria De Luca


Anna Maria De Luca è autrice della silloge di versi intitolata “Divento”, pubblicata da Lupo Editore nella collana Ciribibi, diretta da Stefano Donno. Un discorso approfondito merita la cura della pubblicazione, Stefano Donno infatti da circa dieci anni conduce un discorso editoriale di scouting metodico nei territori della scrittura salentina e nazionale, discorso che ha dato esito nel recente passato a prodotti editoriali di ottimo livello, non soltanto opere di autori inediti, ma anche autori di un’indubbia caratura, penso a Pietro Berra, Marina Pizzi, Elio Coriano, soltanto per citare tre nomi. La premessa è utile perché l’autrice di cui scriverò è una scoperta autentica. Iniziamo dal titolo che nella sua polisemanticità evoca da subito una caratteristica che troveremo nei testi, il doppio senso implicito e amplificato riferito al divenire incessante della prima persona e all’elemento più etereo e allo stesso tempo tra i più forte della natura: il vento, che come scriveva Nietzsche nel suo Zarathustra, pure invisibile, riesce a piegare gli alberi secolari. Il volume si apre con un testo dal titolo Euridice, una vera e propria invocazione a Orfeo nella quale l’autrice chiede di essere lasciata agli inferi, in un limbo immaginativo nel quale è più facile lasciarsi andare alle suggestioni della poesia, come conferma di un volere obliarsi/oblarsi al mondo. È questo il testo programmatico anche del titolo “Trascendo/Leggera divento/Di vento”. Per orientarsi nella comprensione di questi versi bisogna avere chiari alcuni elementi. Tanto per cominciare ci troviamo di fronte a una poesia dove si bilanciano le diadi sensuale/sessuale e sensibile/sensoriale. Le gradazioni dei testi percorrono un quadrato ipotetico il cui confine è questo; una dichiarazione che trova riscontro in una delle poesie più belle e dichiarative della raccolta, Verba, “Mangiami cruda/e senza pelle./Sono fatta di parole/io”. Vienimi, Prendimi, Mangiami; la materia del narrato è contemporaneamente invocazione, invito, sfida e allo stesso tempo lotta, colluttazione d’amore.
Chi scrive poesia sa che essa pretende molto di più che la semplice scrittura, chi scrive poesia è consapevole che una scelta simile va accompagnata alla proposizione verbale e pubblica dei proprio versi, perché il poeta si agganci in modo chiaro al proprio messaggio. Non c’è niente di meglio dell’ascolto di versi detti dal proprio autore. È il modo più diretto per accedere al connubio di senso e emozione che gli stessi contengono. Anna Maria De Luca – ottima performer – scrive una poesia sensoriale, lo abbiamo già detto, che coinvolge nell’espressione il senso e il suo doppio, con uno sguardo attento perché il lettore colga la trasformazione insita nel narrato, “Sono fatta di parole/io,/pa-ro-le, pa-ro-le”, è chiara l’intenzione di rendere la misura del passo recitato. Un’opinione che mi sono fatto a una prima lettura e che mi conferma la rilettura della silloge è che l’opera di Anna Maria De Luca sia un buon esordio che va coltivato scegliendo, tra le tante direzioni possibili, le tematiche che più assecondano il senso e il lirismo insiti in questo primo lavoro. Si tratta di un giudizio di gusto personale. C’è un testo intitolato Calipso, ad esempio, che potrebbe smentire questa interpretazione grazie all’equilibrio tra dettato contemporaneo e ispirazione classica, peraltro presente in altri luoghi della raccolta. Officina di notte, Autostrade distratte e Panta Rei sono poesie che nella loro contemporaneità/classicità ricordano certi luoghi di Salvatore Quasimodo; altro luogo notevole è il componimento intitolato A furia di esser mare, “Ora che per me hai solo parole infeconde/E sguardi scomposti di albume e di sale/(madonna di carta, prigioniera di una campana di vetro)/Ora che volteggi a mezz’aria smembrata/(bambola rotta, snervata dagli anni)/Ora che è sera e lo sguardo reclini impaurita/Fremente alla mia carezza come un giovane cigno,/Ora che per te il tutto è niente e il niente è senza tempo,/l’infinito della tua Assenza colma ogni cavità erosa./Qui tutto è ruggine e vacuità”, dove l’intensità non lascia spazio alle ripetizioni e ai ‘ritorni’ esortativi, il verso è incalzante, lirico, comunicativo, originale. È difficile trovare una poesia che sappia risolvere con tale misura il rapporto verbale/verboso tra carne e poesia, come avviene in “Una morte piccola”: “Adesso vorrei morire/Adesso che le apnee/di un piacere antico/percuotono la carne/E la pelle ha mille pori aperti/Voraci come piccole bocche affamate/A pregarti ancora/A n c o r a/A n c o r a/D a m m i a n c o r a p i ù v i t a/Ancora/Per morire/Qui./Adesso./Piena”. Dice giustamente Teresa Romano, autrice della prefazione al volume, “Materia e cuore sembrano coagularsi nei versi di Anna Maria De Luca”, un vero e proprio atlante corporeo fatto di ruggiti, ferimenti, possessi, ingordigie, costati, vene, budella. L’anima non è più l’essenza racchiusa dal corpo, l’anima è la carne pulsante, il cuore che sussulta, la carne è spirito. La lettura di questo esordio lascia sperare in una prosecuzione di un lavoro che, se in alcuni tratti pare dominato dalla spontaneità e dal trasporto, dall’altro rivela sensibilità, chiarezza, perizia della parola; difficile trovare altre voci dove la poesia si fa corpo e carne con tale densità e spessore.

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