Patrizia Caffiero recensisce “È tutto normale” su “Testi appunti note”


La parola d’ordine di questo libro, la chiave non nascosta della narrazione è minimizzare.

Come se fosse il racconto di un racconto.
Ci sono vari spessori di carta, cartoncino o carta velina fra l’autore e i personaggi, fra l’autore e la storia.

Lo stile è accurato; nitidezza e coerenza interna. Il ritmo narrativo tenuto costante dall’inizio alla fine.

L’ambientazione. Mappatura di un Salento non di maniera. Assenza quasi assoluta di descrizioni in un testo pochissimo descrittivo in genere; sfrecciano riferimenti a città o a luoghi come se anche il paesaggio arrivasse alla percezione indirettamente, come se fosse chiamato dopo aver guardato distrattamente dal finestrino di un treno – o guidando un auto.

Anche i fatti della storia nazionale corrono paralleli e sfiorano i protagonisti non sovrastandoli con il loro rumore; decibel un po’ al disopra di quelli prodotti dal ronzio delle mosche nella veranda, nella controra estiva:
“Non si accorge dell’ingresso di Carlo, il giornalista in tv sta dicendo che hanno sparato al Papa”.

La scelta incontrovertibile di Luciano Pagano è quella di un linguaggio sommesso, attutito, limato. Percezione limata. Nessuna idealizzazione del reale, che è citato con nomi e cognomi, con l’entrata nello stile semplice del testo narrativo di lemmi del linguaggio commerciale:
“Per acquistare l’auto con tutte le modifiche sul modello base devi prenotare con due mesi d’anticipo” ;
citazioni di riviste glamour: “Le teorie di Ludovico poggiano su solide basi, pilastri composti da pile di copie di Vanity Fair,Cosmopolitan, GQ, MAX”;
citazioni di canzoni: “La mia classe fu allevata con latte di una capra e del pane di frumento/ a quei tempi per divertimento non avevano inventato il telegiornale”. .
In alcuni momenti il linguaggio diventa esplicito :”Il tuo membro in quei luoghi avrebbe la stessa utilità del piede di porco per uno scassinatore, niente di più che un attrezzo per aprirsi un varco nella vagina”.

Nella grammatica linda del libro si aprono momenti di poesia, come se l’autore se li fosse lasciati sfuggire. Ovviamente, non è così, tutto è strategicamente ordinato, anche quei grumi di caos o lirici che si tuffano ogni tanto nei capitoli.
La prosa minima di Pagano lascia affiorare delle bellissime alghe che riposavano dietro le parole sparate con il silenziatore:

“Parole intermittenti che restavano impigliate nel bosco di ulivi secolari come lacrime cadute dall’alto di cieli solcati da aerei”;
oppure: “Due corpi inerti scaraventati sulla spiaggia del pianeta oblio. Lucertole antropomorfe. Stanche dopo una nuotata.”.
O ancora “Sforzi fatti dalle fibre del suo cuore perché il seme del suo pianto fosse gettato altrove”.

Fioriscono spesso piccole sentenze moralisticheggianti, alcune convenzionali e e insipide, d’altronde i personaggi sono alto-borghesi, mica degli eroi:
“I genitori credono che fare un figlio sia, ad esempio, cercare di fare in modo che cresca bene, istruito e tutto il resto.”
e riflessioni d’altra portata: “Fine delle lezioni. Lo scontro della realtà equivale a quello che potrebbe avvenire fra un lottatore e uno scacchista”.
Notazioni antropologiche:”Una svogliatezza che alla sua età può rivelarsi socialmente irritante se non ridistribuita in società sotto forma di lavoro“.

E’ tutto normale è anche una storia del Salento collegato con vasi comunicanti di altre parti dell’Italia, dove i figli di salentini da decenni affittano casa e studiano prendendo il largo dalla terra coltivata ad ulivi.

Vista dal sud, l’Italia diventa il videogame dove si possono unire alcuni punti con lineetta; i punti sono le università dove i figli di papà e mamma migrano, in una specie di bacino artificiale da cui spesso ritorneranno, alla fine degli studi.

La Grecia diventa una naturale propaggine del Salento; a Pagano probabilmente serviva un luogo mitologico (come indica anche la scelta dei nomi ancestrali di Ettore e Andromaca, i nonni di Marco) dove i rapporti convenzionali di una relazione a due, rigorosamente etero, potessero fluidificarsi, schiudersi ad altre possibilità.

Interessanti i riferimenti in più tratti dell’autore alla Polinesia ed altri lontani paesi, dove la paternità è un’altra cosa, è un legame più debole di quello nostro.

Paternità vista in senso anche lato, come ordine costituito, principio autoritario cieco e muto, che non consente scarti evolutivi, verso cui la ribellione dei figli non ha scampo.
Dove rintracciare una diversa paternità?
Diversa da quella di Ettore, vissuta maggiormente nella modalità costrittiva che come frequentazione intima padre-figlio; ma anche, in parte, da quella dei due amanti coniugi e genitori di Marco.

Come se nel luogo salentino non potesse entrare, se pur ne avesse voglia, una mitologia diversa da quella del dio Kronos, e si dovesse cercare un’altra latitudine; almeno Roma (altra zona depositaria di antico passato), per cercare di sfuggire al fato che piega le famiglie.

Marco compie un processo diverso da quello dei genitori; mentendo, immagina una realtà ingenuamente altra, impossibile, in cui accogliere una ragazza convenzionale; cova il desiderio di integrazione.

Kris (pugnale) è bella come uno degli edifici che Marco potrebbe disegnare nella qualità di architetto appena laureato.
La madre precocemente scomparsa di Marco, Eleonora, e Kris amano la poesia, sono collegate indirettamente da adiacenza di studiosi, conoscenze comuni, in qualche modo.

(certe assenze)

Se Kris si è legata a Marco è anche perché sembra un poeta, non per interessi economici, non conosce ancora la sua solidità finanziaria dovuta alle sue radici, ai padri.
Kris ama la poesia ma odia i deboli e i poveracci e ha alle spalle, anche lei, una paternità ingombrante.

Marco spera vagamente che Kris cambi, centrifugando con operazione artificiale, volontaristica, la bellezza del suo corpo e la sua splendida disinvoltura nei rapporti sessuali dalla sua intolleranza cruda verso i piu’ deboli.

Il sentimento di Marco è una proiezione, la venerazione di un’icona vuota:
“Marco la adora come si adorano le forme di una divinità“.
Un pugnale dentro una teca, un pugnale perfetto.

Nel libro non si respirano sbalzi di temperatura emotiva, si descrivono a tratti con parole che rimandano a parole. I sentimenti non sono trattenuti, e neppure invisibili. I protagonisti non parlano quasi mai di cose vitali, fondamentali.

Un clima ovattato, quello privilegiato delle automobili di grossa cilindrata e dei bei vestiti (quello che chiunque sia originario di Lecce riconosce quando si nomina il Circolo tennis), dove hanno uso le chiacchiere delle donne pigre e superficiali:
Dall’altro capo del terrazzo stavano le mogli, sedute a consumare granite e spumoni (…) bisognava stare attenti alle rughe, prenotare la visita dall’estetista, ‘meno male che io quest’inverno mi sono fatta un po’ di lampade’“.
E’il mondo a cui appartengono i protagonisti; anche se loro, per motivi diversi, da quel mondo in parte deragliano.

Rimanere sopra le cose, senza incuneare mai il coltello, senza scoperchiare le bare, senza svellere il terreno. Nascondere. Tutto è livellato al livello del mare, e in questo mare non ci si tuffa.

Ad Eleonora e a Kris si affida una qualità molto importante della visione, una visione tarpata e attutita che rimanda alla poesia, che si rimpiange pur portando con decisione occhiali grigi sulla vita e tappi nelle orecchie.

La poesia è vista nostalgicamente e con nostalgia si ricorda Eleonora; è rintracciata qua e là su foglietti e taccuini. Il poeta amato da Kris è morto giovanissimo, una meteora che ha preso presto fuoco; si ribadisce la posizione secondaria a cui si relega la visione poetica, separata inesorabilmente dalla quotidianità.

Ad Eleonora è affidato il ruolo di un’emissaria di sentimenti di livello, il figlio si rivolge a lei per invocare una qualità di sincerità che non possiede, come se l’amputazione della sua morte avesse inaugurato la nascita di parecchie bugie in fila.
L’inizio di forzature all’ordine normale delle cose, visto che dopo la sua morte comincia la vita ufficiale di coppia di due uomini?

L’ordine normale delle cose (quest’idea trasmette il romanzo di Pagano), consentirebbe che le persone potessero amarsi in modi anche non convenzionali; permetterebbe di aprire i bronchi e di respirare; lascerebbe che il desiderio, l’eros, viaggiasse in modi fluidi e lontani da paralizzanti schemi antropologici e sociali.

leggi qui il testo originale
di Patrizia Caffiero sul blog “Testi appunti e note”

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