Daniela Gerundo recensisce “Il peso della farfalla” (Feltrinelli) di Erri De Luca


“Il peso della farfalla” di Erri De Luca
Daniela Gerundo

Un Cantico delle Creature in prosa; un inno alla vita in tutte le sue espressioni; un omaggio alla sorprendente bellezza della natura ed alla intelligente laboriosità degli animali: l’aquila, il ragno, l’orso, il camoscio, lo stambecco, protagonisti con pari dignità di un racconto breve ma intenso permeato da una visione rispettosa e positiva della natura. È l’analisi comparata di due esistenze e di due solitudini diverse quella che ci racconta Erri De Luca nel suo ultimo romanzo: un cacciatore ed un camoscio che si cercano, si spiano, si rincorrono, si temono; che assieme percepiscono il sopraggiungere del momento che metterà fine alla loro vita, solitaria per scelta, consumatasi nel silenzio dei boschi. “ Quando un uomo si ferma a guardare le nuvole vede scorrere il tempo oltre di lui”. Il terzo capoverso a pag. 41 potrebbe essere il giusto incipit per introdurci nella storia di due esseri stanchi che, sentendo approssimarsi l’ineluttabile momento della chiusura del ciclo vitale, scelgono di mantenere intatta fino all’ultimo la loro fierezza e la loro dignità. Nella narrazione si evidenzia da subito il rispetto e l’ammirazione che lo scrittore nutre per il camoscio, reso orfano ancora cucciolo dal cacciatore e divenuto “ il re dei camosci” forte di una taglia in più rispetto agli altri; costretto da solo a sperimentare le dure leggi della sopravvivenza; cresciuto senza regole ma capace di imporle al branco; capace di proteggere i cuccioli dagli attacchi delle aquile; capace di fiutare la presenza dell’uomo a grande distanza; determinato a non cedere la supremazia ad un maschio minore solo perché più giovane. “Re dei camosci” era chiamato a valle anche il cacciatore, esperto alpinista capace di scalare pareti impossibili e tuttavia consapevole di essere un “re minore” come quello che “soffiava nella sua armonica”. Aveva ucciso 306 camosci con le sue pallottole da 11 grammi ma era stato il suo percorso di vita a fare di lui un bracconiere. Era stato giovane durante gli anni di piombo quando l’estremizzazione della dialettica politica si tradusse in lotta armata, in accanita ostinazione a voler “rovesciare il piatto”. Ma “un uomo è quello che ha commesso”; se dimentica è come un bicchiere alla rovescia, un vuoto chiuso ed “il peggio è sempre possibile”. Da qui la scelta di vivere in una stanza a 1900 metri di altezza, immerso nella natura, pronto a recepire le lezioni di vita e di lealtà che gli animali sanno riservare al genere umano. Il sopraggiungere dell’età adulta per entrambi porta con sé delle crepe nei sensi , negli organi, negli arti. Per il cacciatore è una crepa anche l’appuntamento accordato ad una donna, una giornalista disposta a salire fino a 1900 metri pur di intervistare “l’ultimo bracconiere”. E’ una crepa l’incapacità di percepire il presente, di governare l’istinto che spinge a uccidere senza necessità, di comprendere quando le stagioni della caccia e della vita volgono al termine. “Ci sono carezze che aggiunte sopra un carico lo fanno vacillare” così come il peso di una farfalla che si posa sul cuore è “ la piuma aggiunta al carico degli anni, quella che lo sfascia”. E lo sfascio, la fine per entrambi, si preannuncia attraverso l’ ultimo episodio di caccia con il quale si chiude il racconto: l’ animale compie un atto di clemenza nei confronti del suo nemico – compagno di solitudine; il cacciatore, come già avvenuto in passato, compie un atto grave, pur nella consapevolezza di non potervi porre rimedio “ non poteva risarcire il torto , ma poteva rinunciare. I debiti si pagano alla fine una volta per tutte”. Un finale che non sorprende chi leggendo ha recepito un vago sentore di morale didascalica sovrastare le righe, senza tuttavia cadere nella facile retorica o gratuita precettistica. Nelle intenzioni dell’autore vediamo solo la volontà di offrire spunti di riflessione; la ricerca di stimoli per migliorarci; l’ occasione per guardarci dentro e confrontarci con le nostre sensazioni disancorate da melensi sentimentalismi. Si ritrova molto della biografia dell’autore nella storia del cacciatore: l’età, l’amore per la montagna, la passione politica, la morigeratezza nello stile di vita, l’importanza dei valori, dei vincoli parentali, dei codici non scritti che ispirano il comportamento degli animali e che l’uomo tende a dimenticare. Ritroviamo tra le righe l’innata spiritualità del non credente che comunque sente di voler ringraziare il “capomastro” rivolgendogli un pensiero al calar della sera; la passione per le sacre scritture nel riferimento al “vestito di vento di Elohìm”; le digressioni colte inserite con modestia e umiltà, con quella umiltà che traspare dai suoi occhi luminosi e malinconici, che tanto hanno visto e molto hanno ancora da raccontare.

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Nella prossima recensione su Musicaos.it Enrico Pietrangeli parlerà di “Giorgio Michelangeli – Dolseur e altri racconti” – Sandro Teti Editore

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