“Di me e di Tabù” un racconto di Moira Fusco


Foto tratta dal blog di Matthew Good

Ci sono intese che non si possono spiegare, si possono solo raccontare.
Conobbi Tabù una sera d’inverno. Ricordo ancora la sensazione del freddo pungente oltrepassare la lana del mio cappotto e insinuarsi prepotentemente tra le mie membra. Avevo camminato per ore senza una meta precisa, spinta dall’unico, essenziale bisogno di perdermi tra le vie del centro storico, lontana dal caotico vociferare della gente che assale i negozi e da clacson assordanti di macchine puntualmente in coda. Ad avvolgermi solo il silenzio e la luce diafana di lampioni senza tempo, spettatori attenti e disinvolti di mille storie, mille volti, che affondano le loro menti tra quegli anfratti secolari. Ero stanca, smarrita, lacerata da ricordi che non lasciavano più spazio a fragili malinconie, ma solo a un vuoto lacerante che presiedeva a buona parte della mia anima e a interi momenti delle mie giornate. Il mio umore oscillava tra desiderio di rivalsa e pura catatonia. Difficile dire quanto mi ci sarebbe voluto per riemergere, chi o cosa, avrebbero provocato il mio risveglio frantumando il muro di cristallo che avevo attentamente costruito tra me e il mondo esterno. Diveniva forte l’urgenza di comunicare quella tempesta emotiva che mi accompagnava da un tempo indefinito.
Assorta, mi addentrai in una viuzza stretta e umidiccia, intrisa di profumi un po’ acri e speziati di cucina d’oltremare. La mia attenzione fu catturata da un portone spalancato che lasciava intravedere l’androne di un antico palazzo e il suo cortile di verdi piante che disegnavano un semicerchio color bosco intenso. Alla destra del portone, in alto, su una piccola targhetta sbiadita poteva ancora leggersi “Centro Accoglienza Immigrati”. Oltrepassai speditamente il portone, ma la mia risolutezza fu presto arrestata dalla figura di un giovane uomo, alto, che mi bloccò all’ingresso spiegandomi che l’orario di apertura del Centro era già stato superato da un pezzo e, che per ricevere informazioni sarei dovuta ritornare il pomeriggio seguente e chiedere di Tabù. Tabù… che strano nome – pensai – è la marca di una liquirizia!

L’indomani ero lì, stesso percorso del giorno precedente, ma con l’accesa curiosità di dare un volto a quel nome così insolito. Entrai in una stanza modestamente arredata: una scrivania con su un vecchio computer che ricordava i primi Commodore 64, schermo grande e mobiletto laterale, un piccolo armadietto contente probabilmente la documentazione degli utenti del Centro e un’enorme finestra che lasciava intravedere la strada esterna in tutto il suo ovattato silenzio.

Mi accolse una donna giovane, occhi profondi nero petrolio e pelle scura che risaltava dalle vesti colorate. Parlava un italiano fluente accarezzato da un morbido accento francese: era Tabù. Aveva un fare garbato, quasi familiare, come se quello non fosse stato il nostro primo incontro, ma uno dei tanti, innumerevoli, già condivisi. Scrutava in fondo ai miei occhi, senza diffidenza, forse in cerca di complicità. Tabù mi descrisse il ruolo di mediatrice culturale che svolgeva per il Centro, spiegandomi del suo impegno verso coloro che oltrepassando l’Oceano, lungo il Mediterraneo, giungevano in Salento con l’unica certezza di cercare un’occasione in più di giustizia e libertà. Negli occhi di Tabù una luce inconfondibile mescolava speranza, a voglia di cambiamento e desiderio di ribellione. Era giunta in Italia dalla Somalia all’età di 18 anni, circa. La scelta di abbandonare il suo Paese d’origine era stata dettata dal bisogno di distruggere i vincoli con una società in cui non s’era mai riconosciuta, che rischiava di annullare per sempre il suo essere donna in difesa di modus vivendi anacronistici, ostinatamente tramandati di generazione, in generazione. Tabù aveva detto no ad un’educazione rigida e spersonalizzante, in cui l’unico ruolo della donna era costituito da un atteggiamento di assoluta abnegazione verso il proprio marito, la casa, i figli e dall’accettazione incondizionata e acritica delle leggi dettate dalla religione che finivano per trasformarsi in vere e proprie abitudini culturali. Tutte queste consuetudini rientravano in uno schema ben più profondo e complesso secondo cui le scelte degli individui non contano, in particolare se si tratta di donne.

Tabù aveva però, sogni troppo grandi e una mente troppo aperta e desiderosa di trasformarsi per accettare la battuta d’arresto che si voleva porre alla sua anima. L’integrazione in Italia e a Lecce, non era stato un processo semplice per lei. Aveva dovuto combattere la diffidenza di quanti continuavano a considerarla solo una profuga, un’intrusa, in una città gravemente segnata dal fenomeno della crisi occupazionale. Per l’ennesima volta, di lei si oscurava il suo essere individuo, la sua identità, lasciando avanzare pericolose stigmatizzazioni. Il peso profondo di tale percorso si scorgeva nel suo narrarsi, nel rapido movimento degli occhi che scivolavano verso il basso e negli accenti forti che vibravano a tempi alterni nella sua voce.

Decidemmo che avremmo iniziato subito a collaborare in vista di un evento che si sarebbe svolto di lì a poco e che coinvolgeva le donne immigrate presenti nella nostra città. Si trattava di una conferenza organizzata dal Centro, il cui tema emblematico rappresentava la principale battaglia di numerose donne straniere: “La donna nella società musulmana: ruoli, difficoltà, possibili trasformazioni”.
Ero entusiasta. L’immobilità della mia vita veniva spezzata da un fatto quanto mai inaspettato. Tabù non si limitava ad una semplice richiesta di cooperazione nella quale la mia professionalità di psicologa sarebbe stata inevitabilmente chiamata in causa; c’era molto di più : desiderava rapportasi con la parte più profonda di me, farmi addentrare pian piano, nella sua realtà per poi oltrepassare io stessa la mia anche a rischio di sperimentarne una nuova più cruda, ma altrettanto vera. Entrambe stavamo gettando le basi per un autentico processo di trasformazione che ci avrebbe condotte oltre noi stesse, oltre tutto ciò che fino a quel momento avevamo vissuto, oltre ciò che eravamo sempre state.

Campo profughi Daadab, uno tra i più grandi del mondo, abitato da circa 270.000 profughi somali. Situato a 500 km a nord di Nairobi e 80 dal confine con la Somalia, il campo è stato creato nel 1991. I profughi vivono qui, quindi, da oltre 20 anni e la maggior parte di loro ci è nata. Le condizioni di vita sono difficilissime e pessime quelle climatiche.

I giorni seguenti li trascorsi a ricercare del materiale che mi consentisse uno studio più consapevole della condizione femminile in Africa. Le ricerche lasciavano emergere imparità e violazione dei diritti umani, portando alla luce una condizione mortificante in cui la donna è oggetto di piani precostituiti a cui non è concesso opporsi, pena il disconoscimento totale da parte della società.
Mi resi conto che affrontare la questione con Tabù e con le altre donne presenti alla conferenza non sarebbe stato semplice. Non volevo essere fraintesa. Volevo essere incisiva, spronare al cambiamento, senza dimenticare il rispetto per una cultura “altra”.
Invece tutto accadde nel modo più naturale possibile. Ci ritrovammo nuovamente sole in quella piccola stanza, io e lei: Tabù con un mare di esperienze vissute sulla sua pelle, troppo giovane, in fondo, per essere già così adulta; ed io con tutto il mio universo emotivo in perenne moto, stringendo forte tra le mani articoli di giornale attentamente selezionati, quasi temessi di perderne il controllo. Quei resoconti erano vivi quanto noi stesse, squarciavano tenacemente la carta per liberare infinte voci che urlavano la loro solitudine, denunciavano violenze fisiche e psicologiche quotidiane rompendo un silenzio fatto di lacerazioni permanenti e perdita di sé.
Iniziai a leggere quelle testimonianze con la voce un po’ tremula. Ero visibilmente tesa, profondamente toccata da ogni parola. Non avevo ancora ben chiaro quali argomenti avremmo potuto affrontare durante la conferenza o se c’erano aspetti legati alla religione che avrebbero messo Tabù in seria difficoltà. Lei fissò intensamente i miei occhi, poi sorrise con quel mare calmo di dolcezza che la caratterizzava. Stai tranquilla, – disse – vorrei trasmettere una speranza di cambiamento combattendo per quanto possibile ogni forma di torpore e resistenza. Tutti abbiamo diritto a qualcosa in più della semplice accettazione della nostra esistenza, non credi? –. Come darle torto? Era stata sempre la mia lotta più precoce, una battaglia che negli ultimi tempi rischiava di consumarmi senza ritorno. Stavo per cedere, sarei potuta scoppiare in un pianto inarrestabile: autocontrollo zero.

Tabù prese ancora la situazione tra le mani, quasi volesse liberarmi dall’impasse che stava per immobilizzarmi. Mi parlò di sé, ma in modo più profondo. Sentivo che stava per regalarmi qualcosa di valore inestimabile, di non tangibile se non tra le corde della propria anima, in quella sfera recondita del sé che abbraccia il comune bisogno di tutti gli uomini di “sentirsi parte” di qualcosa e che tanto mi era mancato negli ultimi anni! Avvertì un immediato senso di condivisione che alleviava la morsa della mia angoscia: non ero più sola, inspiegabilmente alleata di una donna la cui vita difficile richiamava la mia nel suo percorso di ribellione, non accettazione, urgenza di rielaborare e ridefinire prospettive risolutrici.

Mi raccontò dell’infanzia che le era stata negata, dell’istruzione che non le era stata concessa; della fuga dalla sua famiglia e del viaggio in Italia tra incertezze e sogni; della tanto attesa rinascita resa possibile dall’incontro con il marito senegalese, Lai, già da anni integrato nel nostro Paese e attivamente impegnato nel lavoro del Centro con i Servizi Sociali. Un uomo unico che l’aveva fin da subito rispettata, autenticamente amata, facendole scoprire una vita degna d’essere chiamate tale. Eravamo ormai giunte ad un punto di contatto tale da far cadere ogni difesa e prima ancora d’accorgermene, stavolta ero io a raccontarle di me senza freni di sorta: mi stavo narrando, mi stavo svelando in quanto avevo fino ad allora vissuto, sperato, cercato.
Parlai a Tabù del mio incessante desiderio di interagire con una cultura diversa da quella in cui ero cresciuta, per decentrarmi dal mio universo che avvertivo ormai sempre più limitato. Avevo voglia di addentrarmi in ciò che non conoscevo abbastanza e al tempo stesso di offrire un po’ di me, del mio mondo, a quanti avessero cercato di scoprirlo avventurandosi in esso. Era l’unico modo per rialzarmi anch’io ad un’ esistenza nuova, intrisa di stimoli ben più profondi, in grado di dissolvere i vecchi fantasmi che si agitavano costantemente all’ombra delle mie notti bianche.

Tabù mi strinse forte le mani: avevamo un mondo da condividere e scambiarci! I nostri occhi, di colpo, si attraversarono come due pianeti in viaggio da milioni di anni con l’unico intento di incontrarsi e fondersi in un elemento solo.
Decidemmo che gli argomenti da trattare avrebbero toccato temi come la sessualità femminile nelle società musulmane; il problema del controllo della verginità; la difficoltà del farsi strada di un’istruzione per le donne con le relative implicazioni che ne conseguivano; il ruolo della donna nella complessa relazione del matrimonio. Entrambe eravamo d’accordo a dedicare una parte della conferenza alle testimonianze dirette di donne africane che avevano deciso di raccontarsi, confrontarsi e riscoprirsi: riscoprirsi esseri nuovi con pari diritti, opportunità e dignità.

Il giorno della conferenza fu indimenticabile. La discussione fu viva e partecipata da parte di ogni presente. Donne di città differenti si ritrovarono riunite ad affrontare problemi della realtà quotidiana di ognuna, vissuti su pelli ora stanche, ora deluse, ora speranzose, ora accese dalla necessità di conquistare più spazio e voce in una società che per tanto tempo le aveva relegate al ruolo di spettatrici passive di una vita che scorreva troppo velocemente per poterla fermare. Ancora più forte era la necessità di far emergere il rispetto della propria libertà in tutte le infinite sfaccettature che il termine racchiude, prima fra tutte, quella di lasciar correre l’ immaginazione alla ricerca di un miglioramento della propria esistenza.
Molte si preoccupavano di ridefinire il concetto di “rispetto” nei confronti di religioni e culture non occidentali: il rispetto – affermò una di loro – non può coincidere con un atteggiamento semplicistico di eccessiva conciliazione, ma deve tradursi nel riconoscimento e valorizzazione dell’identità di ognuno in funzione di una crescita su più livelli, il cui evolversi non potrà mai arrestarsi.
Ascoltavo con interesse interiorizzando il più possibile quanto si stava discutendo come spugna assorbente, lasciando ampio sfogo a quella tempesta di emozioni, riflessioni, domande provocatorie che si agitavano nella mia mente in modo così rapido. Le ovvietà della mia vita quotidiana mi davano un senso di sconfinata miseria rispetto a ciò che ognuna di loro aveva dovuto conquistare, difendere, per il solo fatto d’essere nata in un luogo geograficamente diverso dal mio. Le sentivo tutte vicine per i loro desideri, la motivazione, i sogni, le delusioni subìte. Ero parte di loro e di quella forza di dire “no”, di afferrare il presente e ridisegnare un futuro dalle pennellate più calde, più colorate, accese e rasserenanti.

Potevamo farcela tutte: ognuna con il nostro percorso da seguire, con la voglia ardente di impegnare noi stesse in qualcosa che lasciasse scorgere in quella faticosa salita, una più dolce e soleggiata discesa. Identità da ridefinire coraggiosamente e limiti da oltrepassare in virtù di nuovi spazi da riempire con noi stesse nel modo che più ci rispecchiava.
Un momento particolarmente lieto fu il buffet di dolci con tutti gli intensi profumi caratteristici della cucina etnica: dall’estrema delicatezza dei dolcetti al cocco, alla morbidezza dei koeksisters; dalla semplicità dei budini di riso, ai mille colori del couscous; tutto accompagnato dall’aroma amarognolo tipico del the verde. La mia mente corse rapida all’Africa, sforzandosi di immaginare la preparazione di ciò che il mio palato si apprestava ad assaporare, alla ricerca di odori, sapori, istantanee di paesaggi da catturare e tradizioni antiche quanto il mondo da scoprire, da sempre intrecciate alla luce di suoni neri frutto di percussioni dai ritmi serrati e incalzanti.

A quell’incontro ne sarebbero seguiti altri: una sera a settimana da dedicare alla narrazione di ciò che stavamo vivendo e all’analisi delle difficoltà che quotidianamente provavamo a gestire con gli strumenti di cui disponevamo, primo fra tutte, una maggiore fiducia in ciò che siamo e che vorremmo essere.
Per comprendere la complessità della realtà che ci circonda occorre necessariamente ampliare il nostro sguardo; ciò richiede continui aggiustamenti del nostro raggio d’azione, ma ci regala l’occasione di sperimentarci individui nuovi, dotati di un’umanità innegabilmente più profonda.
Io e Tabù, due oceani sconfinati in perenne moto: ora tumultuoso e ora quieto, in virtù dell’arrivo di venti d’oltreoceano portatori di significati sconosciuti, che attendono solo d’emergere in tutta la loro essenza più autentica attraverso lo scambio profumato dei nostri animi caldi.
Di me e Tabù: due donne, due vite, un’unica storia… la continua ricerca di se stesse.

§

Moira Fusco ha 34 anni, è insegnante di Psicologia. Ha studiato Scienze dell’educazione a Lecce, frequentando un master in Progettazione pedagogica nell’ambito della giustizia a Milano e si è abilitata in Psicologia presso l’Università di Ferrara. Negli ultimi anni ha viaggiato molto e in tutto il mondo, nello scorso Ottobre, grazie a una borsa di studio della Comunità Europea ha insegnato italiano e psicologia in Portogallo, nel paesino di San Teotonio.

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