Extraterrestre, vattene via (da Los Angeles)


Extraterrestre, vattene via (da Los Angeles).
Quando gli alieni non decidono più

“12 Agosto 2011. Abbiamo un’unica certezza. Il mondo è in guerra.” Basta questo per riportare indietro le lancette dell’orologio a una data mitica nell’epoca delle narrazioni contemporanee, mi riferisco a quel 30 ottobre 1938, giorno in cui un uomo di nome Orson Welles, davanti a un microfono, incominciò a leggere “La guerra dei mondi”, romanzo del suo quasi omonimo H. G. Wells, gettando nel panico quei radio-ascoltatori che credettero di stare ascoltando un radiogiornale.
Da quel momento il modo migliore di presentare l’invasione aliena agli occhi e alle orecchie stupite degli spettatori è stato farlo nel modo più semplice, ovvero sia scegliendo la via del realismo.

È quello che si evince fin dalle prime immagini di “World Invasion: Battle Los Angeles” (diretto da Jonathan Liebesman), film che con questo titolo fa già immaginare una serie di film dedicati alla resistenza contro gli alieni ambientata nelle diverse città degli Stati Uniti d’America.
Lo stratagemma narrativo dell’incipit utilizzato da “World Invasion” è lo stesso del recente “Skyline”, altra pellicola nella quale si narra dell’invasione della terra e del tentativo di sterminio del genere umano da parte degli alieni. Si inizia entrando ‘in medias res’ presentando la situazione di catastrofe già in corso, e dopo qualche minuto si riporta il contatore indietro di ventiquattro ore, facendo vivere allo spettatore ciò che è successo il giorno prima dell’attacco. È una regola non scritta dei nuovi film apocalittici e di azione, quella per cui lo spettatore, una volta al suo posto, vuole subito prendere parte alla catastrofe per poi capire come ci si è arrivati. Questo forse accade perché a causa delle molte distrazioni domestiche, quali possono essere libri, partite a scacchi, riunioni di circoli ricreativi dove si commentano i classici della letteratura latina e affini, lo spettatore esige di essere risarcito subito di quanto ha pagato al botteghino. È un principio che i registi di questo tipo di pellicole conoscono bene.

Ci sono i soldati che giunti al termine del loro percorso di addestramento vivono pensando che da un momento all’altro potranno essere impiegati in quale missione speciale, Iraq, Afghanistan, Medio Oriente, Libia. C’è il soldato che si congeda un giorno prima dell’attacco, giunto al termine della sua carriera, dopo avere sacrificato all’arma tutta una vita. I marinai in questione festeggiano di sera, lanciando palline da golf in un campo deserto, con la musica di sottofondo, in compagnia di belle ragazze, anche esse pericolose appartenenti all’arma dei marines. Ci troviamo di fronte alla classica scena da fine-corso-college-nel-tipico-campus-USA, per intenderci quella che precede di poco l’evento cardine della vicenda. Il Sergente Nantz nasconde un’ombra nel suo passato. Il tempo stringe, le notizie dei telegiornali si accavallano, i cieli nello spazio sono solcati da strani oggetti. Un fenomeno che normalmente si sarebbe dovuto verificare in diversi mesi avviene rapidamente, uno sciame di meteoriti si avvicina al nostro pianeta.

La scena in cui tutto si svolge è il campo di addestramento di Pendelton, dove i marines devono prepararsi all’evacuazione della costa ovest per l’arrivo dei primi meteoriti su Los Angeles. Il Sergente Nantz ha deciso di abbandonare l’arma proprio nel giorno che precede lo scoppio dell’emergenza, circondato da una brutta fama che gli deriva dal fatto che i suoi compagni sono morti nella sua ultima missione, forse per causa sua, così dicono le voci che girano sul suo conto. Alla partenza della missione è subito chiaro che non si tratta di meteoriti, ciò che sta attraversando i cieli di tutto il mondo per atterrare nell’acqua della West Coast sono astronavi aliene. È iniziato il conto alla rovescia per l’invasione del mondo.

La prima missione rivela fin da subito le difficoltà che avranno gli umani ad affrontare i soldati alieni sparatutto, che sembrano avere un unico punto debole, ovvero sia il fatto di muoversi a terra e su due gambe, per quanto meccaniche, ma di non essere supportati da mezzi aerei. Per quanto forti gli alieni sembrano essere vulnerabili all’attacco dei marines, se questi restano uniti in gruppo. Finché non accade che, giunti sul luogo del primo obiettivo da evacuare, i marines si imbattono nei primi alieni dotati di supporto aereo. La cosa che salta subito all’occhio è il realismo delle riprese di una città, Los Angeles, rasa completamente al suolo. Ciò che sta avvenendo sotto gli occhi di tutti è una colonizzazione in prima regola, dove l’interesse alieno è impossessarsi di tutte le risorse del nostro pianeta sterminando ogni abitante. A quanto pare il pianeta terra è uno dei pochi che nell’universo dispone di risorse d’acqua allo stato liquido e l’acqua è il carburante delle astronavi aliene. Le squadre hanno 3 ore per evacuare tutta la costa prima che venga rasa al suolo dai bombardamenti a tappeto, quando arriva l’ora attesa non accade nulla. La contraerea è stata abbattuta, la base militare distrutta. Un plotone di marines capeggiato proprio dal famigerato Nantz si trova a essere l’unico fronte di resistenza. Come andrà a finire potrà saperlo soltanto chi vedrà interamente le quasi due (rapidissime) ore di questa pellicola.

“World Invasion” è di certo migliore e meglio girato rispetto al più brutto e recente Skyline, uscito da poco più di tre mesi e già dimenticato per via del messaggio distruttivo e molto poco edificante circa la sorte degli umani. Con ciò che accade nel mondo reale del non-filmico l’ultima cosa con cui mi va di fare i conti è un’umanità che non riesce a fronteggiare un attacco extraterrestre. Il Sergente Nantz è l’equivalente contemporaneo di John Wayne, l’uomo che sacrifica la sua vita intera al dovere, fino all’ultimo. Alla fine resta il motto “Ritirata? Al diavolo. Al diavolo cosa? Al diavolo la ritirata, un marine non si ritira mai”.
La cosa più triste invece, è notare che il tipo di missioni e l’addestramento che vengono rappresentati sullo schermo, malgrado siano atti a fronteggiare una minaccia aliena di proporzioni immani, cerchino di restituire il sogno che una truppa di marines, in poco meno di due giorni e mezzo, riesca in ciò dove più di centomila soldati nel deserto del Medio Oriente, e senza extraterrestri come nemici, hanno fallito.

http://twitter.com/lucianopagano

articolo pubblicato sul quotidiano “Il Paese Nuovo” di oggi

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