“Malafede” il romanzo della crisi che non è crisi del romanzo.


Si muovevano in una Taranto preletteraria i primi personaggi di Maurizio Cotrona, giovane narratore che esordì con “Ho sognato che qualcuno mi amava” (Palomar, 2006). Si muovevano al di là della narrazione in una bolla sottilissima fatta di sentimenti semplici, esigenze adolescenziali. Al di qua della narrazione quelle figure si muovevano invece in una Puglia aurorale dal punto di vista della scrittura, così diversa e così distante da oggi nonostante siano passati così pochi anni. Si muovevano in una collana, cromosoma Y, diretta da Michele Trecca e Andrea Di Consoli, che vale la pena menzionare per avere ospitato tra le sue fila autori come Roberta Jarussi, Francesco Lanzo, lo stesso Di Consoli, Dino Mimmo, Vincenzo Corraro, Giovanni Di Iacovo e Mauro Fabi.

Maurizio Cotrona si è trasferito a Roma da cinque anni, ha continuato a pubblicare con siti e riviste di letteratura, suoi interventi possono essere letti su booksbrothers.it, sito nel quale prosegue idealmente l’avventura editoriale poco fa menzionata.

Dicevamo che sono passati cinque anni e quel ragazzo, Maurizio Cotrona, è cresciuto e con “Malafede”, pubblicato nel 2010 da lantana editore nella collana “le stelle”, è alla sua seconda prova narrativa.

Malafede“, per chi non lo conoscesse, è una zona urbanistica di Roma, XIII Municipio, nel quale sorge il comprensorio “Giardino di Roma”.

Il rapporto del protagonista con la realtà è paranoico, numerativo, ossessivo, senza sfociare tuttavia in nessun tipo di stranezza particolare, tanto è vero che si comporta in modo impeccabile sul posto di lavoro che occupa in attesa di conferma al Ministero. “Anche se non saprei distinguere un pino da un faggio, adoro gli alberi e mi piacerebbe ammirarli da vicino, ma l’accesso al folto del bosco è impedito”. Sono i sogni, frequenti, la valvola di sfogo del protagonista che non è un insoddisfatto pur imbrigliato in un’esistenza che potrebbe essere migliore.
In “Malafede” ci sono almeno due caratteristiche che saltano subito all’attenzione fin dall’inizio delal lettura e che portopongono questo romanzo nel registro attuale di molta produzione letteraria recente, in lingua italiana. Il primo è la “mediocrità”. Il racconto delle vite comuni, di gente che non sa apprezzare della realtà più di quanto non gli abbia fatto notare il modello in 3d della stessa, oppure ciò che della realtà ci viene raccontato in tv.

Perfino quando l’uomo vuole costruire un paradiso urbanistico a pochi chilometri da Roma lo fa ispirandosi ai principi vincenti delle serie televisive, gli stessi di una Milano 2 ‘de noantri’ e della sua iperfunzionalità. Il protagonista viene dal sud, e “Malafede” per lui è una sorta di punto d’arrivo, tanto che non vede l’ora di portarci suo padre in visita da Taranto.

Il secondo elemento che caratterizza appieno questo romanzo è presente nello stesso titolo, “Malafede”, il luogo dove tutto accade, che è protagonista. Si tratta di un luogo dove l’indefferenza è la cifra dei rapporti inumani che non si intrattengono nemmeno tra inquilini, come accade sempre più spesso. A nessuno importa nulla di nessuno eppure tutti sono pronti a lasciare nell’ascensore post-it dettagliatissimi sulle presupposte infrazioni di un regolamento non scritto, quello per cui nessuno deve nuocere a nessuno e tutti devono badare ai fatti propri senza sconfinare nella solitudine del vicino.

Dopo averci descritto Malafede dal punto di vista architettonico e progettuale, Cotrona ci spiega subito quali sono questi ‘codici’ di comportamento, quelli per cui puoi crepare di notte ​davanti al televisore e essere scoperto un mese dopo: “ma non si va a bussare alla porta dei vicini a Malafede. Questa è la prima delle cose che non si fanno, la seconda è stringere le mani, la terza è fermarsi ad accarezzare i bambini, la quarta chiamarsi per nome, la quinta chiedere favori personali”.

Un allegro inferno da centometriquadri cadauno, una sterilizzazione dei rapporti tesa al mantenimento della pace (o della specie?), un orizzonte utopico quasi evangelico mantenuto con mezzi diabolici di silenzio e incomunicabilità.

Alla descrizione di Malafede segue quella di Vittoria, la ragazza del protagonista, Giordano, e del lavoro di entrambi. Lei fa pratica gratuita a rimborso spese presso uno studio commerciale e lui lavora al Ministero come amministratore pubblico. Un quadro desolante perché nella narrazione cresce la distanza tra sogno e desiderio, tra volere una vita migliore e accontentarsi di ciò che si possiede; in poche parole il destino di buona parte di una generazione di trentenni e oltre che si fa in quattro per avere un po’ meno di ciò che serve per avere una vita di poco al di sopra della soglia di sussistenza. La solitudine, i sogni inespressi, sono elementi che potrebbero implodere fino all’esaurimento delle forse. È questo che si chiede il lettore per buona parte del romanzo, tendendo un arco sottile invisibile, quanto durerà la pace?

Giordano nonostante la nostalgia e l’attaccamento per il padre, che vorrebbe andare a trovare, è integrato nel suo lavoro e nella realtà di Malafede. Vittoria conduce una vita poco eufemisticamente di merda, perché se la sua esistenza deve essere narratologicamente assurta a condizione della contemporaneità giovanile è giusto che venga indicata con il nome giusto: otto mezzi pubblici per andare al lavoro, una casa da portare avanti, un destino simile a quello di tante ragazze neo-casalinghe costrette a lavorare il doppio per pagare lo scotto di avere rinunciato a una vita da bambocciona. L’equilibrio e l’amore tra i due sono apparentemente solidi, malgrado la fragile stabilità della psiche di lei.

L’ambiente di lavoro di Giordano è altrettanto asettico, percorso da invidie e piccole epiche sotterranee dalle quali la personalità dei caratteri si distingue con una caratteristica comune, riassumibile nel motto che gli altri, in fondo, non siamo noi e quindi degli altri nulla ci interessa. La dottoressa Pastore è la comandante in capodi questo gruppetto di precari solerti e intercambiabili, così identicamente ‘funzionali, che il collega/amico di Giordano è stato assunto lo stesso giorno per svolgere sua la stessa mansione nello stesso ufficio. Non ci sono increspature, in questo mondo, non ce ne devono essere perché qualora il contrasto e il conflitto entrassero sulla scena si rivelerebbe subito la profonda distanza tra chi comanda e chi deve obbedire nel ricatto di una possibile non-conferma a contratto indeterminato.

Purtroppo, e questa è una regola paradigmatica dei romanzi ai tempi della crisi, le cose in “Malafede” vanno come vanno nella realtà. Giordano vuole andare da suo padre, compie questo viaggio che per Vittoria è come uno sparo a bruciapelo, saltanto a piè pari il timore di lasciarla sola, incapace di tenere a bada le proprie crisi di panico. Questo passo egoistico segnerà la svolta del romanzo, in un precipizio incredibile e avvincente, fino al culmine – a dire il vero più di uno – inaspettato e coerentissimo.

“Malafede” è un romanzo maturo, nel quale Cotrona dimostra di essere capace di descrivere la nostra realtà con una poeticità inaspettata; un libro nel quale le considerazioni sull’attuale stato del nostro paese sono speculari agli effetti sul carattere e sulle vite dei personaggi, svuotate di senso proprio per colpa di una realtà che ci circonda senza darci per un solo attimo l’impressione che potremmo fidarci di essa. Un libro che vale la pena di rileggere.

MALAFEDE, Maurizio Cotrona, lantana editore, pagine 190, €15, 9788897012115

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