“Arrivederci a Taranto” – Disponibile in download a streaming


“Questo film rimane attualmente il più completo documento sulla storia della zona industriale della provincia di Taranto.”

Alla sua uscita, nel 2008, ebbi modo di realizzare un’intervista a Roberto Paolini, realizzatore insieme a Paola Podenzani del lungometraggio/documentario intitolato “Arrivederci a Taranto”. Chi non ha letto l’intervista può farlo in coda a questo post.

La comunicazione è un’altra; Roberto Paolini, come scrive in un messaggio appena recapitatomi, annuncia che il documentario è finalmente disponibile a chiunque, in download e in streaming. Dopo avere “tentato più volte di renderlo disponibile tramite distribuzione più o meno commerciale, redazioni e agenzie giornalistiche. Purtroppo, nonostante ci fossero spesso le premesse per un lieto fine, il documentario è rimasto sempre inacessibile a chiunque. Il film ha comunque vissuto esperienze felici: i Festival gli hanno dato degna visibilità e riconoscimenti; è stato utilizzato dai laureandi come documento per le loro tesi; è stato “pubblicizzato” da Beppe Grillo sul proprio blog e infine i numerosi articoli su giornali e riviste gli hanno reso un poco di popolarità.”

Questa notizia è per me una buona notizia perché finalmente un documento così eccezionale può ricevere ciò che merita, ovvero sia la possibilità di essere visto da tutti coloro che sono interessati alle tematiche inerenti all’opera. Questa notizia, però, è anche indicativa del fatto che nel nostro paese, come sempre, siamo pronti a calarci le braghe davanti a operazioni culturali che provengano da qualsiasi luogo eccetto i nostri luoghi. Mi spiego meglio, secondo me un prodotto del genere merita almeno un passaggio su Report (o affini), data la natura del servizio pubblico espletato dalla Rai. Cosa ne pensate? Potete commentare se volete.

Il 2011 è stato anche l’anno della pubblicazione di “Invisibili” (Kurumuny) di Fulvio Colucci e Giuse Alemanno, un libro/inchiesta che ha come argomento l’ILVA. Questo lungometraggio da una parte e quel libro dall’altra, costituiscono due documenti che suggerisco a chi vuole avere un’idea di quale sia il punto della situazione in proposito a una questione dinamica.

SCHEDA FILM:

Titolo: Arrivederci a Taranto
Titolo in inglese: Goodbye to Taranto
Lingua: italiano
Tipologia: lungometraggio documentaristico
Anno di produzione: 2008
Durata: 86 minuti circa
Sinossi: Il film indaga tutte le problematiche provocate dall’area industriale di Taranto soffermandosi in particolare sull’Ilva (ex Italsider), dalla nascita fino ai giorni nostri. Affronta tematiche quali il mobbing sul lavoro, le morti bianche, l’inquinamento ambientale e la situazione sanitaria a Taranto.
Produzione: Roberto Paolini
Interviste: Paola Podenzani
Trailer:

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Ritornare a Taranto. (Intervista di )

Ogni territorio possiede i suoi momenti storici, veri e propri “luoghi della memoria” per dirla con le parole del filosofo della scienza Paolo Rossi; ci sono zone dell’esistente che riescono a permanere lasciando un segno che non può essere cancellato. Letta in quest’ottica, prosegue lo studioso “l’arte della memoria consiste nel collocare le immagini nei luoghi”. Secondo questa interpretazione l’immagine non è più un elemento superficiale, adesivo dell’ente, ma qualcosa che ne ricolloca la memoria nel tempo. C’è un’immagine che secondo me è rimasta negli occhi di molti pugliesi e che in un certo senso ha sancito l’inizio di un modo differente di concepire la partecipazione dei cittadini a questo processo di “fare la memoria” attraverso la visione, partendo da quest’ultima per riappropriarsi della realtà, “fotogramma per fotogramma”. È una calda domenica di primavera, il giorno è il 2 aprile del 2006, sono le ore 10.30, 350 chilogrammi di tritolo fanno implodere i pilastri di uno dei ‘componenti’ di Punta Perotti, l’ecomostro che dal 1995 si staglia minaccioso all’ingresso del capoluogo pugliese. In pochi secondi avviene ciò che nessuno sperava, il profilo, visibile da undici anni cambia improvvisamente, e con esso cambia una concezione del territorio, è come se eliminare quell’immagine mostruosa fosse sufficiente a farci credere, finalmente, che l’abusivismo e il vilipendio del territorio non sono processi irreversibili. Ricordiamo quei fotogrammi tenendo a mente che ogni sforzo fatto per descrivere e cambiare una situazione simile va accolto come salutare. Questa è l’immagine che mi è venuta in mente prima di accingermi a scrivere del documentario “Arrivederci a Taranto” girato da Roberto Paolini (art director e film maker nato nel 1978, www.rupfabrica.com) e Paola Podenzani (con alle spalle un’esperienza nel settore dell’editoria), che verrà presentato in anteprima il 16 aprile per la IX edizione del Festival del Cinema Europeo di Lecce. La proiezione si terrà presso il Cityplex Santa Lucia alle ore 21.30.

Bari, Taranto, Brindisi, Foggia, Lecce: esiste una forte convinzione negli ultimi tempi, per cui non si può più ragionare la Puglia come composta di pezzi diversi, in cui le provincie sono incollate senza interazione. Dall’ILVA alla Centrale di Cerano il passo è breve per accorgersi che Taranto-Brindisi-Lecce è una regione nella regione. Taranto è una città che ha molto da dire, la città della Puglia che ha visto più da vicino e ha vissuto più di tutte sulla sua pelle il conflitto interiore che vede da una parte i vantaggi economici in termini di occupazione derivanti dalla presenza di un’area industriale “storica” e d’altra parte tutti i rischi che i cittadini si sono dovuti assumere sulla propria pelle e che oggi presentano una contropartita oramai insostenibile. Una situazione i cui nodi sono venuti al pettine, complice anche una situazione politica che negli scorsi anni ha veduto il tracollo del bilancio economico della città tarantina. “Arrivederci a Taranto”, a scanso di ogni equivoco, non è un film sull’ILVA: anche di essa si parla, ma attraverso le parole delle persone, basta citare una testimonianza per tutte a proposito delle morti bianche (più di 150 nei primi 10 anni di apertura, facendo i conti più di un operaio al mese), definite un “Ecatombe”. Nei cento minuti di questo documentario, che alterna immagini di forte poesia a interviste di cittadini e diretti interessati, si parte dal racconto degli anni del boom fino ad affrontare il tema spinoso dell’inquinamento da polveri sottili e della diossina, si pensi che il 90% dell’emissione della sostanza tossica di tutti gli impianti industriali in TUTTA l’Italia viene prodotta proprio a Taranto. L’idea del documentario, dice Paola Podenzani, “nasce nell’agosto del 2007, mentre Roberto ed io ci troviamo per caso a viaggiare su un pullman che ci porta da Potenza a Taranto, per poi proseguire alla volta del Salento. Quel passaggio attraverso la zona industriale che accerchia la città fino alla stazione diventerà la tappa decisiva di un viaggio e di un percorso lavorativo. Lo spettacolo fuori dai finestrini è maestoso, dantesco, decadente, i colori innaturali, abbacinanti non possono non toccare ​l’immaginazione visiva di Roberto, che inizia subito a scattare fotografie”. Si parte da una suggestione visiva – che resta evidente anche nel risultato del lavoro finale – per affrontare un discorso più ampio su una delle realtà italiane più controverse, che ha partorito dal suo interno gli stessi anticorpi che sono in grado di cambiarla, questo sembra essere il messaggio di speranza e non di rassegnazione sotteso a questo documentario. “Arrivederci a Taranto” è dedicato alla volontà di cambiare dei cittadini di Taranto, un cambiamento che trova riscontro sul terreno a volte angusto delle scritture, non solo letterarie (emblematici a tal proposito i lavori dei giovani scrittori tarantini, come Cosimo Argentina, Maurizio Cotrona, Flavia Piccinni, Omar Di Monopoli, Giuse Alemanno per fare solo alcuni tra i nomi più conosciuti) ma anche cinematografiche. Abbiamo rivolto alcune domande a entrambi i realizzatori di questo lavoro, con l’intenzione di dare spazio anche alle ‘ragioni’ del loro incontro con Taranto. Ecco il dialogo a tre voci che ne è scaturito.

Il vostro documentario è forse uno dei primi tentativi di descrivere la realtà industriale di Taranto senza limitarsi alla descrizione dell’Industria-Taranto, cioè l’ILVA; è come se così facendo il vostro documentario non si accontenti di avere degli ‘spettatori’ ma reclamasse una ‘reazione’ da parte degli attori sociali in gioco, qual’è la prima reazione che vi aspettate da una presentazione sul territorio pugliese e nazionale del vostro lavoro?

Nel documentario non è contenuto nulla che non sia già stato reso pubblico a livello regionale, durante la lavorazione, ci siamo resi conto che stavamo per la prima volta unendo i puntini di quella che è una situazione “limite” a Taranto e in Puglia. Viste singolarmente queste tematiche (le morti bianche, le malattie diffuse, l’inquinamento, il mobbing, il fallimento comunale…) possono provocare sentimenti di protesta o paura, ritraendo la situazione nella sua totalità ci rendiamo conto di quanto questa provincia sia stata ignorata a livello nazionale. In Puglia il film potrebbe esser accolto con sufficienza considerato che non raccontiamo nulla di nuovo per chi è a così stretto contatto con questa drammatica realtà. Una realtà che invece, al di fuori di questa regione, è inspiegabilmente sconosciuta. Soprattutto nelle regioni più settentrionali. È di primaria importanza che tutto il quadro diventi di dominio pubblico.

Quali sono stati i primi riscontri su chi vive ogni giorno sulla sua pelle le problematiche che affrontate in “Arrivederci a Taranto”?

R: Non c’è nessuno a Taranto che non abbia perso un famigliare per malattia tumorale. I tarantini convivono con questa realtà da cinquant’anni. C’è una spaccatura piuttosto netta tra chi ancora vede l’industria come una risorsa e chi come una minaccia. La tensione tra queste due parti è continua e si sta verificando una crescente emigrazione da parte delle ultime generazioni.

P: È verissimo. Esiste netta contrapposizione tra chi ancora considera l’industria come una parte integrante del tessuto sociale tarantino e la vorrebbe più “pulita”, “ecosostenibile”, più “attenta alle esigenze di cittadini e lavoratori” e chi invece semplicemente vorrebbe fosse cancellata e rasa al suolo per sempre. In entrambi i casi comunque la rabbia è forte. La situazione dovuta all’inquinamento ha raggiunto livelli insostenibili, le cui ripercussioni sono divenute un problema regionale e non più limitato alla sola città di Taranto, che a sua volta, da due anni in qua, ha vissuto uno stravolgimento anche politico delle sue istituzioni.

R: L’inquinamento proveniente da Taranto ha sempre rappresentato un problema per tutta la regione. Si dovrebbe raggiungere la consapevolezza che le sostanze inquinanti sono una minaccia per tutta la nazione se non addirittura a livello globale, pensare che i problemi di ​Taranto non tocchino anche le regioni del nord e il resto dell’Europa è un’ingenuità che potrebbe costare cara a noi tutti.

P: Il fallimento politico poi, o se vogliamo istituzionale, è stato inevitabile e non lo si può certo pensare staccato dalle problematiche legate all’industrializzazione. Le passate classi dirigenti tarantine sono state le prime a trattare la cittadinanza come “italiani di serie B”, permettendo che si verificasse a Taranto una situazione che in nessun altra parte d’Italia o d’Europa sarebbe stata tollerata.

[D] Quale è stato il vostro approccio con le istituzioni? C’è stato dialogo? C’è stato scambio?

R: Non eravamo interessati a un intervento di ‘opinionistico’ da parte delle istituzioni politiche. Ci siamo rivolti a soggetti ed associazioni (anche patrocinate dalla regione) che potessero documentare in maniera concreta la situazione tarantina.

P: A questo proposito terrei ad aggiungere che abbiamo cercato più volte un confronto con l’ILVA stessa. C’è stato un lungo scambio di mail tra noi e l’ufficio relazioni esterne dell’azienda e abbiamo più volte richiesto un incontro per un’intervista. Ma alla fine non ci hanno più contattato.

[D] Raccontate di avere ‘scoperto’ Taranto in un viaggio che vi stava portando in Salento, il titolo “Arrivederci a Taranto” contiene un insito messaggio di speranza, è un po’ come se il documentario oltre che descrivere la situazione di una città contenga le premesse del cambiamento che parte da ogni singolo cittadino.

R: In effetti il titolo presuppone che il film stesso provochi in seguito una consapevolezza e un cambiamento. Il messaggio che ne consegue non vuole essere solo di speranza ma anche e soprattutto di sfida. Vogliamo che il film diventi di dominio pubblico a livello nazionale perché in questo paese soltanto quando un problema arriva ai media e agli occhi di tutti, la classe politica si sente costretta ad agire e reagire.

P: Credo sia normale che qualche tarantino DOC si senta pungolato dal fatto che due milanesi siamo andati a scuotere un po’ le acque. Se questo può aiutare a risvegliare un po’ di sano orgoglio di appartenenza, e a reagire, allora il nostro film avrà avuto uno scopo.

[D] Voi, in un gioco temporale, che cosa vorreste trovare ritornando a Taranto con lo stesso sguardo e che cosa non vorreste più trovare?

R: Ci piacerebbe ritrovare a Taranto un atteggiamento e un dialogo più rivolti verso l’esterno. Finché ci si limiterà a discutere di queste questioni nella propria provincia, sarà più difficile riscontrare un cambiamento reale.

P: Già, solo attraverso l’apertura verso l’esterno ci sarà la speranza di vedere una Taranto più consapevole, più sicura e tenace nell’affrontare i problemi. Le cose che vorrei ritrovare tali e quali invece sono infinite, la prima è l’allegria della gente, la seconda senza dubbio i tubetti con le cozze…

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