“Ketty 1″ – Un racconto inedito di Serena Corrao. “Lo sbaglio” di Flavia Piccinni e altri utili suggerimenti


“KETTY 1″
di Serena Corrao

Se qualcuno crede che i pomeriggi di città offrano solo grigie camminate tra le auto fumiganti, percorsi di guerra tra i passeggini intralcianti, l’insulso andare su e giù per i negozi col foglietto della spesa, non si è mai imbattuto in Ketty La Farfalla.
Ketty, monella, furia erotica per le strade della città, fa vacillare le certezze quotidiane che si tornerà a casa con la noia di sempre, stanchi dei supermercati affollati e dei semafori rossi. Lei, invece, nel far west del suo eros, trama agguati ai passanti ignari; li coglie al lazo soffocante delle sue oscene prodezze, cavallerizza indomabile e 17 anni di impenitente impudenza.
Esce sempre con un gonnellino leggero, ampio e cortissimo, nero a fiori rossi, che si adagia su quella linea dei glutei che spezza subito l’ovvio dei costumi quotidiani, dell’ethos civico, delle certezze assodate che nessuno mai mostrerebbe il sedere nudo su un autobus, fingendo che la gonna s’impigli mentre si china, con aria pietosa e innocente, a prender la moneta caduta alla vecchietta.
E invece lei lo fa.
Indomita, percorre le strade della città, violentando una sensibilità urbana regolata sul pane quotidiano del buon costume e della monotonia.
Dovete vederla; dovete seguirla, quando cerca i luoghi dove mettere a segno i suoi colpi. Quando esce dai bar poggiando la tazzina del caffè sul bancone e svoltando, sotto gli occhi di tutti, con tale ardore che il gonnellino si attorciglia per un istante intorno ai fianchi, lasciando vedere la linea orizzontale dei glutei. E gli avventori avvampano, lamentando che il caffè è tiepido.
Bisogna alzare il passo per non perderla, quando rincorre il suo piacere, di quel tipo che l’accende perché è fugace, è impertinente, è estraneo, dura un attimo, senza intimità: eros metropolitano in corsa.
Tocca prendere il tram e poi l’autobus e poi il metro, mentre percorre la città spruzzando come una gatta i suoi odori, pronta all’attacco, bambina cattiva e cattiva cittadina, sempre nuda sotto il gonnellino.
Qualcuno vorrà lasciarla perdere, stanco di quella lezione di filosofia, di sfida al buon senso civico, alla morale cittadina del cappotto grigio, lungo, delle camicette abbottonate fino al collo.
Ma forse la incrocerà di nuovo, quell’impertinente, maratoneta odorante di sesso che, infaticabile, fa suo ogni angolo di città.
Magari domani, magari su un bus; eccola lì, lì sul bus, Ketty, la Farfalla, gli occhi persi tra i palazzi, assorti in quelle geometrie metropolitane, il naso all’insù colpito dai mille odori della gente che si affolla nel mezzo. Ma che succede?
Un vecchio sale alla fermata 38. Il corpo robusto e pesante, la giacca scura e demodé, il ventre straripante sul bottone del pantalone grigio-verde. Le mani col peso della senilità e in esse un ombrello ben chiuso e affusolato. Il volto avido di gioventù, di tette, di culi, di belle ragazze. E Ketty lo sa. Legge nell’animo, legge negli occhi, vigile come una bestiola che odora il tuo desiderio. Non sfuggi.
Il vecchio prende posto dietro di lei e nel giro di due fermate l’autobus si ritrova quasi vuoto.
Ketty La Farfalla, libera, impudente, sentendosi gli occhi addosso, sulla spina dorsale, sulle natiche pressate, si sfila il gonnellino da sotto al sedere e lo lascia pendere dal seggiolino. Il vuoto tra lo schienale e il sedile fa come da cornice ai suoi bei glutei velati dalla stoffa che traballa agli orli per il movimento del bus. Ha preso il volo, Ketty La Farfalla, Ketty-impertinente, lolita metropolitana e pubblica.
Il vecchio regge l’ombrello-fuso tra le mani e prende a usarne la punta per sfiorare il gonnellino che gli penzola davanti agli occhi. Lo sposta di qua e di là, lo fa dondolare fino a ché, preso dal gioco, dà un impulso più forte all’asta e sfiora le natiche di Ketty.
Ketty regge lo sguardo fisso in avanti. Deve giocare e lottare, fingendo quella preziosa indifferenza che permette di non irrompere nella distrazione degli altri attirando gli sguardi. Ma in cuor suo si delizia e gode di quel tiro andato a segno. Gode di un gioco rischioso e senza regole, che a volte può morire se il caos del mezzo fa mancare la palla lanciata, se confonde l’indizio, che rotola via tra il frastuono degli utenti, le borse della spesa, le donne gravide che ti chiedono il posto, l’improvviso salire del controllore.
Altra fermata, altri passanti scendono, calori che si allontanano, aliti che si disperdono, lasciando nella rumorosa vettura il respiro di una più grande libertà.
Ketty si guarda intorno: due uomini assorti sui loro giornali, una donna in piedi che parla al conducente, un’altra traballante sui tacchi e in procinto di lasciare la vettura. Bene. Sente la superficie liscia del sedile pressare sulle cosce e le natiche nude. Sente la vulva palpitare, reclamare libertà. Con la noncuranza di una bambina che siede con le gambe aperte non per malizia, ma perché ancora ignara della buona educazione, si porta le mani sui fianchi e raccoglie il gonnellino tra le dita, alzandolo come un sipario. Poi inarca la schiena e sporge il sedere indietro, il più possibile fuori dal sedile, per quanto glielo consenta il vuoto nello schienale, finché parte della vulva sente l’aria che circola penetrando dai finestrini.
Puttanella, farfalla, birichina. Cortigiana tra il rombo dei motori e lo smog di città. Cosa fai?
Il vecchio impugna l’asta di legno lussuriosa e prende a sfiorare la carne di Ketty in mezzo alla linea dei glutei. La punta dell’ombrello le tamburella la vulva, le tenta il sedere. Il fuso si bagna, l’autobus si arresta. Ketty ha sfidato la presenza dell’ultimo grappolo di gente e ha vinto. Si precipitano tutti giù, abbandonando la vettura sgomenti; i due uomini sudati e coi cazzi all’insù.
Nella solitudine del bus vacuo e oscillante, gorgogliante sull’asfalto sconnesso, Ketty e il vecchio godono di ogni buca della strada che fa sussultare il mezzo e scuotere il sedere impertinente, ora infilzato, ora sfuggito. Ketty vola libera, in un gioco spudorato, farfalla che cerca i suoi fiori avventizi in una prossimità fatua, senza conoscenza, senza intimità.
Sono questi i suoi giochi di bambina, di peccatrice irredenta che ruba piaceri in corsa sugli autobus di città.
Cosa fai? Puttanella, pubblica, pubblicana. Innocente e oscena. Che provochi, fai avvampare, inorridire. Che fai smarrire i passanti, colpiti in un agguato di città, dolce e osceno, scuotendoli dai grigiori quotidiani con un breve sogno di impudicizia vergognosa, pericolosa e fresca.

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Serena Corrao, assegnista in Filosofia Morale presso l’Università del Salento è l’autrice di questo racconto inedito, tratto dalla sua prima raccolta. È il secondo racconto che pubblichiamo dopo le ‘vacanze’ estive, il primo, di Luigi Salerno, potete trovarlo qui, http://lucianopagano.wordpress.com/2011/09/09/sera-del-giorno-decimo-un-racconto-di-luigi-salerno/ (Sera del giorno decimo). Questi sono i link delle pagine per chi vuole inviare materiale in lettura (http://lucianopagano.wordpress.com/contatti/, http://lucianopagano.wordpress.com/about-2/).

Gli ultimi libri di cui potete leggere recensioni sono: “L’interdetto” di Luca Canali, “Bambina e la fatina computerina” di Virginia Defendi, “Malafede” di Maurizio Cotrona, “Vangelo del cavolo” di Edoardo Monti e “L’isola dei voli arcobaleno” di Sabrina Minetti.

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“Lo sbaglio” (Rizzoli), il secondo romanzo di Flavia Piccinni.

Nel Best Off 2006, edito da Minimim Fax, la giovane scrittrice Flavia Piccinni esordiva con un suo racconto uscito su Musicaos.it. In seguito pubblicò il suo bell’esordio, il romanzo “Adesso tienimi” (Fazi Editore), del quale ho scritto qui. Il secondo romanzo di Flavia Piccinni è da pochi giorni in libreria, si intitola “Lo sbaglio” ed è edito da Rizzoli. Vi consigliamo di leggere questo romanzo, qui di seguito la descrizione della vicenda attorno alla quale ruota la storia.

“Caterina gioca a scacchi e studia farmacia. È una studentessa mediocre ma come giocatrice sa sempre condurre i propri avversari dove vuole, fino a sbagliare la mossa decisiva. Davanti alle sessantaquattro caselle Caterina ha imparato a perdere ogni insicurezza, a rimandare le decisioni sgradevoli e ad accettare le partite della vita in cui per gli altri, i familiari il fidanzato Riccardo, lei è solo una pedina. Sa bene, Caterina, che una logica spietata impedisce alle cose di cambiare, e che il suo destino è già scritto: nonostante ora sia a un passo dalle Olimpiadi, sua madre ha deciso che dovrà essere una farmacista, nella migliore tradizione di famiglia. Quando però una variabile imprevista irrompe nel suo mondo, tutto sembra andare in frantumi e a nulla servono gli sforzi di nonna Ines, che è arrivata da Taranto illudendosi di poter incollare cocci. Così, sullo sfondo di una Lucca assonnata e infelice, impietoso specchio della provincia italiana di oggi, Caterina capirà che forse una via d’uscita c’è ma che, proprio come il suo idolo Paul Morphy, l’ultimo scacchista romantico, dovrà osare e rischiare tutto contro ogni logica, senza farsi dominare dalla paura. Perché a volte la vita stessa è una crudele partita a scacchi in cui anche la mossa apparentemente più insignificante può rivelarsi fatale.”

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http://twitter.com/lucianopagano

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