“Introduzione all’emisfero opposto” un racconto inedito di Giovanni Bono.


Questa è una storia di un incontro, senza spazio e senza tempo, perché si volò, si volò insieme, scavalcando numerosi fusi orari; quando tornammo a terra, alle normali leggi fisiche, il continente iniziò.

Io non sapevo affatto che, nell’altro emisfero, quello australe, non solo le stagioni ma anche le mappe di una cittá sono rovesciate. La ragione per cui dopo una settimana a Buenos Aires ero ancora indeciso circa est e ovest, nord e sud. Mi perdevo sempre.

La mia storia è tutta vera. L’avevo vista all’aeroporto Barajas di Madrid, due ore di stop prima del volo verso il Sudamerica. Venivo da Londra. Fumava una sigaretta rollata, tabacco DRUM e cartine verdi Rizla, quelle piccole. Capii allora che veniva da Londra anche lei. Sulla busta c’era infatti scritto: “smoking kills”. Io fumavo il Cutters’ choice, che diceva: “smokers die younger.”

Non chiedetemi come, perché saprei offrire soltanto elucubrazioni vuote e facilmente negabili, ma so come pensano le donne. E come usano i sensi, e come, in generale, estraggono conclusioni dalle percezioni sensoriali. Diciamocelo: faccio anche degli errori; ma data una donna ‘x’ in un aeroporto ‘x’, io vi dirò che cosa cerca, da cosa fugge, e, soprattutto, quanto è interessata al sottoscritto.

Lei non era certo inglese, gli occhi non mentono. Era chiaramente materiale latino. Non spagnola, però, e sicuramente non italiana. Non con quelle scarpe. E il sorriso al netturbino al momento di gettare la sigaretta? Mi escludeva all’istante Grecia e Turchia. E Cipro, ovviamente. Anche il Portogallo traballava, e di conseguenza, tutta l’Europa era sull’orlo dell’esclusione.
Lasciai il dilemma a ondeggiare, mi concentrai su di lei, perché era bella e attraente e non mi lasciava scampo. Frangetta. Forse un principio di lentiggini. Fantasticavo, sigaretta tra le mani. Scambiammo un paio di occhiate, di questo ne sono sicuro. Ma negli approcci, spesso le donne devono far finta di non vedere, di non sentire; di essere insomma delle mummie. E tutto passò. Arrivò la dittatura del presente, che rimosse la fetta del mondo a cui mi stavo dedicando con il suo inesauribile mutare: la persi di vista, quando entrò nella porta a vetri girevole e si perse tra gli altri viaggiatori, pochi e dannosamente inutili.
Ora, ricordiamoci che questi scali in aeroporto non sono altro che esaltazioni sublimi della non-presenza: ci troviamo a che fare con purgatori. Tutto quello che si vive è puramente fisiologico, esistenzialmente inutile, effimero come i sogni da sbronzi, e come si fa a lasciare un marchio? Luci, negozi, bar, birre, camerieri che non resteranno. Un pene da disegnare nel bagno è tutto il danno che possiamo fare. Ero insomma costretto a dimenticarmene, perché anche lei era parte del purgatorio, speculazione e nulla più; ma tutte le speculazioni sono altamente peculiari della sensibilità umana, e perno portante della nostra infelicità.
La frustrazione sopraggiunse. Circa tutta questa mia predilezione per l’attimo, per la rapidità, che prendeva e niente dava, e che in una società di dogane, membrane e divisioni poteva solo significare una cosa: maggior frustrazione.
E chi si aspettava che capitasse proprio dietro di me sul volo per l’Argentina. I posti erano bloccati al momento del check-in – una disposizione umanamente incontrollabile – e quando arrivai, secondo tradizione, per ultimo, trovai il vuoto che mi aspettava proprio davanti a lei. Non credo negli oroscopi, nel destino, negli umori dell’entropia, e nelle altre balle che ci si racconta ai picnic. Però mi rallegrai della coincidenza, e le assegnai un significato metafisico. Oltre la natura, come sapete voi amici grecisti.
Mi dissi, ci sono quindici ore, you have a chance. Take it. Signore e signori, l’uomo che ammiro non cerca disperatamente le occasioni per dare un significato alla sua vita. Ma quando arrivano, le afferra per il collo e ci aggancia il guinzaglio delle sue visioni.

Calcolai bene cosa dire, ma soprattutto quando: avevo tutto l’oceano Atlantico per farlo, e sappiatelo, negli spazi stretti non bisogna parlare troppo. C’è il rischio dell’otturazione. Un buon ritmo dipende dalla destinazione. Perciò mi decisi: una battuta ogni tremila kilometri.

Aveva il passaporto italiano. Che sorpresa! Ma occhio all’inganno, pensai. Il volo era pieno di passaporti italiani. Lo spettacolo più ordinario su qualsiasi volo dall’Europa all’Argentina. Il dilemma scomparì, e il tempo mi diede poi ragione: era argentina con nonni italiani.

La scusa che scelsi riguardava il mio schienale, se potevo reclinarlo durante il volo, eccettera eccetera. Un’apertura che avevo ruminato nella mia mente per buona parte dell’oceano. Usai quel mio ridicolo spagnolo, a cui le rispose in inglese, nè invitando, nè respingendo: go ahead. Ma aprii una breccia quando ormai sorvolavamo il Brasile, a circa quattro ore dal traguardo: daresti anche tu tutto quello che hai per una sigaretta?

Gli occhi di pieni di nocciola si strizzarono, e lei si ricordò di Madrid, del purgatorio rapido di poche ora prima. Un sorriso affiorò in superficie, e iniziò la discesa.

Era il momento delle superficialità: da dove vieni, dove vai, come ti chiami and shit like that. Il clima, le stagioni rovesciate. Soffrivo, ma resistevo. Mi consideravo d’altra parte un intellettuale. Come potevo parlare di sciocchezze? Avevo imparato che erano necessarie, il prezzo da pagare per interagire con la società. Un consiglio ai miei lettori: sappiate parlare del clima con il rispettivo sesso opposto. Pioggia, meteoropatia, preferenza tra caldo e freddo, umidità, visibilità. Soprattutto con gli sconosciuti. A chi piace il rischio, certo, è sempre consentito verificare i limiti: costoro aprono il dialogo pettegolando di bellezza, del senso della vita, di giustizia ed etica. E come Socrate, nelle mai dimenticate vecchie strade di Atene, consentiranno di partorire verità nascoste, ma saranno anche condannati al pubblico ludibrio e alla fama di corruttori sociali.

Noi, parlavamo senza correre: io girato verso di lei, il sedile che faceva da utile, irrisoria barriera, lei appoggiata al suo schienale. Mi chiese: e perché non parliamo in italiano? Seppi allora che cosa mi piaceva di lei: mi faceva sentire a casa.

Sapevo che l’atterraggio sarebbe stato un momento cruciale, quando tutti trafficano per recuperare borse e regali dai compartimenti sopra gli oblò, e si sta stretti stretti in fila indiana.

Avevo visto la copertina del libro che leggeva, qualcosa di miserabile su vampiri e tramonti romantici, uno di quei libri che vanno forte nel Regno Unito. Mi ci buttai a capoffito: quella roba è altamente vietata, dissi a spasmi.
Un’idea giunse, assolutamente non pianificata, frutto dell’ispirazione, dell’eccitazione, e del trasporto di quel momento. La pregai di accettare quel mio romanzo giapponese, che io avevo già letto tre volte, ti piacerà, e mi poi mi dirai cosa ne pensi. Dale? Sorrise, proprio in quel momento in cui notai che fuori c’era il sole dell’Argentina.

Due giorni dopo, passammo quindici ore consecutive correndo alla scoperta di Buenos Aires, vino Malbec incluso. Si era fermata nella cittá per salutare alcuni amici, e naturalmente per uscire, all’insaputa degli amici, con me. Aveva spazzato i piani precedenti e mi aveva dedicato quella giornata. Casa, profumo di casa! Caminito, Plaza Italia, Palermo, San Telmo. Tutto magico, tutto dolce.

Un giorno di conversazione: discutemmo di amore, eroina, assuefazione in generale, psicologia infantile, Michel Focault, sesso con sconosciuti, religione, Karl Marx. Toccammo i limiti del litigio, ritornammo a piano terra. Non stavo più esagerando, mi ero stancato di recitare. Ero persino pronto a bere la cicuta. Le davo il meglio di me stesso e lei si ritraeva? Non avevo scelta: il guinzaglio era stato agganciato alla mia visione, che scalpitava, ringhiando. Ma seppe accettare tutto ciò che venne fuori dalla mia bocca, con uno sforzo non trascurabile. Mi piacque ancora di più. Non fu tutto perfetto, ma fu tutto vero. E perciò migliore.

Alle tre del mattino iniziò a spiegarmi come tornare a casa, appuntando una delle mie tre cartine della città. Non le dissi che tutto mi sembrava rovesciato, contrario; continuai invece a guardarla, ad ammirare la sua concentrazione. Era soave, delicata, e protettiva. Se hai dubbi su quando scendere dall’autobus chiedi al conducente di avvisarti. Non farmi preoccupare. Come una madre, sexy, forte. Ho sempre avuto un debole per il complesso di Edipo. E sono sempre stato un romantico: conservo ancora quella mappa.
La ringraziai, scuotendo la testa. Non era in fin dei conti necessario, ed ero io che volevo prendermi cura di lei. E’ quello che fanno gli uomini. Ma giocavo fuori casa, e accettai l’offerta con giovialità. Mi invaghii della sua mano, perché adoro le donne quando scrivono. Mi volle accompagnare alla fermata dell’autobus, un autobus che non arrivò mai. Bevemmo qualcos’altro in un altro bar. Finimmo senza soldi a camminare per il nord – sud? – della città, alla ricerca di un bancomat. Avevamo deciso di prendere un taxi.

Fu allora che scoprii le stupende verità della metropoli: topi, rifiuti – grossi mucchi di rifiuti -, adolescenti senza gambe, donne vestite con parsimonia. Tornammo in taxi che già tremavo pensando alla solitudine che mi aspettava, sebbene cercassi di convincermi che non l’avrei vista mai più. La abbracciai nell’ombra del sedile posteriore, e promisi qualcosa che non ricordo, circa i successivi giorni, assolutamente imprevedibili, che ancora ci vedevano nella stessa città.

Una volta solo, passai il tempo del tragitto verso il mio appartamento guardando fuori dal finestrino l’estate afosa di Buenos Aires. Solo, ma rilassato, godendo della serenità di chi ha fatto il massimo e dato spazio a un desiderio. Il riposo del guerriero, un guerriero edonista, se permettete: la mia mente viaggiava tra quei deserti urbani. Mi circondavano susseguendosi: i precipizi affascinanti e ignoti di quei viali; i grattacieli illuminati di una tensione che mai esplode; e le jacarandas fruscianti nell’aria elettrica. Erano le cinque del mattino, e dominavo la città come un pezzo post-rock domina il pubblico ad un live: le teste si muovono blandamente, la muscolatura diventa flessibile, la gabbia toracica si espande.

Quello stato di ebbrezza non durò molto. Il giorno seguente lo trascorsi in agonia soporifera. La pienezza di spirito e la contentezza di me stesso si distrussero, la fiamma interiore divenne fuoco esteriore, distruttore. Che fare della mia vita? Due giorni dopo, ancora sul letto, lei mi chiamò sulla linea di casa: stava per partire, alla volta del sud, dove viveva la sua famiglia. Addio, insomma. Ecco tutto.

Pensai alle cartine rovesciate, spazzai la paura, mi feci avanti: potevamo sempre prendere un caffé nell’ora rimasta? Ti raggiungo dovunque tu decida.
Ero sprovvisto di telefono – io e la mia romantica idea di povertá – e scommisi di incontrarla a Retiro, la stazione piú grande del mondo. Non ci sarebbe stato nessun tipo di feedback topologico; non so se mi spiego: non potevo sbagliare. C’era da aspettare davanti alle biglietterie 1-20. Avevo trenta minuti, e nessun margine d’errore. Di cartine rovesciate, ne avevo tre. E le istruzioni tenere di lei. Scesi in strada, e notai le prime nuvole di quel continente.

Comunque la città fosse orientata, comunque le mie tre mappe fossero progettate, avrei dovuto farcela. Finalmente avevo lasciato il letto. Finalmente volevo qualcosa: le sue gambe, le sue labbra, il suo micidiale accento contaminato.
Raggiunsi Retiro, come si dice, in un batter d’occhio: fortuna o destino? Parole inutili. Pioveva. C’erano i venditori di hot dog, le pozzanghere grigie, la musica house di Porto Rico. Aqui se baila como bailan los pobres. La pioggia era intensa e i taxi aspettavano l’Esercito dei Turisti Invisibili. Magliette di Maradona e Messi. Paraguas, qualcuno mi urlò nell’orecchio. Un po’ di bambini dormivano sotto dei cartoni, e solo ciabatte e caviglie nerastre spuntavano fuori. Tutto quello che mi aspettavo di trovare in America Latina: i graffi della realtà, e una donna in partenza da incontrare.

Biglietterie 1-20: ero già li, mani in tasca, quando vidi il vestito viola a fiori sul corpo agile di un altro emisfero. Le cartine rovesciate non ce l’avevano fatta: ci abbracciammo. Il primo incontro non si scorda mai, ma solo gli insensibili e gli schiocchi dimenticano il secondo e il terzo: che annaffiano i semi deposti, confermando e disilludendo le friabili impressioni dei primi frangenti. Insomma, una buona canzone può piacere al primo ascolto, ma si insinua fortemente solo in seguito, solleticando le aspettative infantili della coscienza. Quanto era lontano quel purgatorio di Madrid? Impossibile dirlo, per fortuna. A vederla li, accanto a me, sorridente, vestita di viola, mi rallegrai di un altro tratto distintivo degli essere umani, che misura la dignità della loro esistenza: l’intenzione; che a tutti i livelli del reale, dalla guerra in Afghanistan a un pomeriggio d’estate, è capace di generare effetti poderosi, e, in una sola espressione, di cambiare il mondo.

La aiutai a portare quel grosso borsone blu, e quando non staccò la sua mano, toccando la mia, e lo tenemmo insieme, mi convinsi che c’era del futuro da condividere. Comprammo il suo biglietto. C’erano altri trenta minuti, il tempo di un caffè e di una sigaretta: una combinazione che frequentemente è meglio del sesso.

La cosa bella in Argentina quando si prende un caffè: ti portano anche i biscotti e un bicchiere d’acqua. Non c’era più disperazione, paura dell’abbandono. Il continente era troppo nuovo ai miei occhi, in fin dei conti. Parlammo delle mie impressioni della città, dei suoi piani per il futuro. Sarebbe tornata in Inghilterra, dove avrebbe cercato un lavoro. Io lavoro non ne volevo, e avevo un continente da scoprire. Cambiammo argomento. Mi mostrò le foto che mi aveva scattato in Plaza de Mayo. Mi disse che il libro giapponese le piaceva. Quando schiacciammo i mozziconi sotto i piedi, gli sguardi tra di noi avevano preso il posto di ogni parola.
Ora pioveva fortissimo, come in “Cent’anni di solitudine.” Buon viaggio. Un altro abbraccio forte giusto prima che salisse sull’autobus; il profumo del suo collo; la fretta del mondo e l’aria piena di sporcizia; il vestito viola bagnato. La vidi prendere posto, poi voltai le spalle.
A quel punto, il continente iniziò.

§

Giovanni Bono, autore di questo racconto, è nato nel dicembre del 1983. È italiano, originario di Gallipoli, e, nel momento in cui leggete questo racconto (sempre che lo facciate nei giorni in cui è stato pubblicato) è a La Paz. Giovanni Bono nasce in Italia per poi lasciarla. Ronza da continente a continente, incapace di affogare. ‘Sono il nuovo Tolstoj’, ha dichiarato.

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