Può una bomba far brillare il cuore? L’esordio di Marco Cubeddu


COP_Marco Cubeddu_CUBAMSC_.inddPuò una bomba far brillare il cuore? L’esordio di Marco Cubeddu

Il romanzo di esordio di Marco Cubeddu, intitolato “Come una bomba a mano sul cuore” (Mondadori), tanto per cominciare, è molto più di un semplice esordio. L’inizio è un inizio dalla fine, dalla scena in cui l’amata del protagonista Alessandro Spera viene uccisa insieme a altre diciassette persone. Lo stesso cognome scelto per il protagonista, Spera, costituisce un refrain, un inno alla speranza che si concretizza nelle sue azioni disperate, un po’ all’opposto del Guglielmo Speranza che ne “Gli esami non finiscono mai” di De Filippo si trovava ad affrontare anche lui ‘prove’ della vita prima di coronare il suo sogno d’amore.

A distanza dai fatti tremendi occorsi dieci anni prima, Spera raccoglie le sue memorie in un volume, che consegna al suo avvocato, un memoir e allo stesso tempo un auto-da-fè, senza che il lettore se ne accorga, dato che il risultato è una road novel del tempo e dello spazio.

Si comincia quindi a ritroso, partendo dalla formazione del carattere di Alessandro, dove il romanzo di Cubeddu costituisce la dimostrazione del fatto che i bambini, in potenza, sono assassini e futuri criminali incalliti, finché qualcosa nella loro crescita non fa sublimare la cattiveria incanalandola in attività produttive, magari fantasiose come la scrittura, anche quando votata all’opportunismo e inframezzata da crudeltà, allucinogeni, droghe pesanti e droghe pesantissime, come accade a Alessandro. E se il nostro bambino decidesse di procrastinare il suo passaggio alla maturità, perfezionando nel sadismo la ribalta sul mondo? Va detto che il merito di tutto ciò va ascritto alla quieta connivenza di un padre, fumatore semiprofessionista di pipa tirolese, che poco ha fatto per sostenere l’azione educatrice della madre di Alessandro Spera, che per di più si trasforma nell’archetipo di madre che lui seminerà nei suoi romanzi.

In un centinaio di pagine il futuro scrittore, dopo avere abbandonato ogni speranza di irregimentarsi nel sistema dell’istruzione e in quello della società, e dopo essersi introdotto nei peggiori ambienti della sua città, diventa una mente criminale votata alla scrittura e all’amore, passando dagli anni novanta ai duemila, dall’adolescenza alla maturità. Soltanto il lavoro di pompiere e lo sport, con la cura del suo fisico e la pratica del mondo suburbano, fanno in modo che Alessandro sia capace di farsi scivolare addosso le incostanze dell’amore. Sarebbe un peccato fornire troppi particolari perché la scrittura di Cubeddu è rapida, seminata di particolari, la vicenda incalzante, e vale la pena di leggere questo frammento, anche perché offre una visione inedita di quel romanzo di formazione tanto inseguito dallo stesso Spera anche nella sua vita di personaggio.

Basta questo a collocare il testo, ad esempio, sulla linea che da “Due di due” di Andrea De Carlo arriva a “Bastogne” di Enrico Brizzi, passando per il meno conosciuto ma altrettanto rutilante “Sognavo di essere Bukowski” di Gino Armuzzi, e che dagli anni novanta, anche in questa seconda decade del millennio, rinnova la posta di un esordire forte, quello di Cubeddu, incisivo, incalzante, pulp, a tutti gli effetti un film che non sarà mai filmato perché la storia d’amore in esso narrata è eterea, evanescente, poesia pura. Un discorso a parte, per il divertimento e la malinconia, meritano le descrizioni degli scrittori, vere o fittizie, e delle aspirazioni coltivate da Alessandro, molto di striscio, nel loro mondo. Carlo Lucarelli, Alessandro Baricco, Dario Voltolini e, su tutti, Antonio Franchini, sono figure di passaggio, epifanie messe su un piedistallo dagli scrittorucoli che non capiscono, come capisce Spera, che la scrittura va vissuta e non mimata. I problemi, per chi non lo ha ancora capito, arrivano quando Spera si imbatte nelle due sorelle che gli cambieranno la vita, Benedetta e Mel InWonderland. Il ragazzo si innamorerà perdutamente di Mel e come accade in ogni storia di amore non corrisposto, quando uno dei due amanti scrive, il risultato sarà sublime. Così è per Spera, che in pochi anni brucia le tappe di una carriera letteraria folgorante, fino a diventare uno sceneggiatore di serie televisive hollywoodiane, ovviamente strapagato.

C’è qualcosa però che non va, tra i due, Mel infatti, malgrado il suo passare con leggerezza attraverso il mondo, è attratta dalle certezze, mentre Spera, che il mondo lo attraversa come un proiettile zen, non può offrire altra certezza che il suo amore infinito e, per l’appunto, disperato. Soltanto arrivati alla fine della lettura potremo sapere se questa storia finirà come è cominciata. L’esordio di Cubeddu è dirompente, e oltre a offrire un rapido spaccato dei nostri ultimi venti anni, visti con gli occhi di un adolescente e poi di un ragazzo, ci consegna una storia d’amore e morte dalla linearità quasi classica. L’autore inoltre, nonostante le assicurazioni finali, sembra somigliare molto al suo personaggio, e questo è un segno di sincerità.

Marco Cubeddu – “C.U.B.A.M.S.C. Come Una Bomba A Mano Sul Cuore” – Mondadori

5 Maggio 2013 – Marsala – “Tefteri. Il libro dei conti in sospeso” di Vinicio Capossela (il Saggiatore, le Silerchie)


Nel greco moderno Tefteri è la libretta dei conti che nei negozi di alimentari si usa per segnare i conti da saldare il giorno di paga. “Tefteri. Il libro dei conti in sospeso” è anche il titolo del nuovo libro di Vinicio Capossela, edito da ilSaggiatore nella collana “le Silerchie”, che verrà presentato in anteprima domenica prossima a Marsala in occasione del “3° Festival del Giornalismo d’Inchiesta Il Mediterraneo: dialogo e disincanto” (www.festivaldelgiornalismodiinchiesta.it).

http://www.musicaos.it

“Confessioni di un editore di merda” l’ebook di Luigi Tarantino recensito su Booksblog.it


“Confessioni di un editore di merda” di Luigi Tarantino,
recensito su Booksblog.it da Sara Rania alias Kitsuné

ecco la bella recensione dell’ebook di Luigi Tarantino,
pubblicata venerdì 5 aprile su Booksblog.it:

L’ebook in questione è una piccola scoperta che val la pena di assaporare velocemente ma non troppo, bighellonando in due racconti inediti di tono quasi opposto. “Confessioni di un editore di m…a” e “Te l’ha detto Emma”, parlano attraverso l’immaginazione del salentino Luigi Tarantino, ma le due voci che ne escon fuori sembrano entrambe frutto di uno stralunato e allucinatorio salto nel vuoto. La prima è quella di un editore un po’ cinico, o forse semplicemente troppo navigato per non conoscere a fondo alcuni orridi meccanismi che solcano il selvatico mondo dell’edizione a pagamento, la seconda è quasi inesistente e appartiene a Don Rafeli, un personaggio quasi mitico dal glorioso passato, che trascorre le sue giornate a letto in bel palazzotto, lasciando all’energica moglie Emma, il compito di gestire la casa, la lingua e tutto il resto.
E se nella prima storia a dominare è l’ego spropositato del protagonista, intento a tracciare una beffarda e realistica caricatura dello sconfortante stato di una certa deriva imbastardita della letteratura, in quella successiva è il Sud Italia che emerge e troneggia con le sue inarrestabili matrone, gli scugnizzi e le tradizioni popolari, in un tripudio di suoni, sensazioni e segreti che caratterizza l’anima del meridione.

“Nichilista dite? Qualcuno dice pure che sono comunista, mah.. fate voi, che volete che vi dica? Io non vorrei dirvi proprio nulla, che poi qualcuno comincia a parlare di anacronismo, di “spazzatura della storia” e via discorrendo. E forse è proprio quell’anacronistico senso della storia che mi permette di essere ancora vivo, quel vagheggiamento, tutto giacobino, di poter erigere un giorno in piazza quel singolare strumento che monsieur Guillotin propose, con grande successo, alla Francia del 1789. Per le barricate e corse selvagge non ho più le gambe, forse neanche il fiato, ma le gambe più di tutto. E allora vi confesso candidamente che me ne starei in poltrona a sfogliare qualche giornale, a guardare quelle spudorate facce dei nostri governanti e poi accartocciare i fogli, immaginando di accartocciare i loro corpi in carne ed ossa come in una sorta di rito vudu.
Qualcun altro mi chiedeva che lavoro faccio; un lavoro come tanti: faccio l’editore.”

“Confessioni di un editore di merda”
di Luigi Tarantino
ebook 09 – Musicaos.it

link: http://www.booksblog.it/post/46497/confessioni-di-un-editore-di-m-a-di-luigi-tarantino

Finalmente disponibile: “Il cuore in disparte” di Roberta Pilar Jarussi, ebook 10 – Musicaos.it


ilcuoreindisparte_robertapilarjarussi_musicaos_010“I racconti di Roberta Jarussi hanno forza di verità perché la sua scrittura ti trascina con impeto espressivo nella vitalità tormentata dell’animo dei personaggi. Le sue parole sono disarmanti, bruciano distanze sentimentali con rapide fiammate. Al tempo stesso, però, divampano con microscopico e geometrico rigore. [...] Il cuore in disparte alterna passato e presente d’un incontro impossibile fino all’epilogo dell’abbandono subito dopo il vertice carnale della passione cosicché sarà per lei inevitabile «associare alla parola “sparizione”, lo strappo in corpo e il piacere assoluto, la ferita che è solo quando la carne si apre e pulsa. Il resto è niente» se non diventa scrittura.”

(Michele Trecca, La Gazzetta del Mezzogiorno)

Il cuore in disparte” ci racconta di due mondi e due modi differenti per affrontare non solo la scrittura, ma anche la vita. C’è una via meticolosa dell’essere scrittore, quella di Filippo, che non si è fatta minimamente scalfire dall’ingresso massiccio dell’informatica nel pianeta della scrittura. Filippo scrive ancora con la matita e riempie risme di fogli A4, se non fosse per l’utilizzo sporadico che fa del pc per postare qualche racconto su internet si potrebbe a tutti gli effetti definire un “tecnoleso”, termine che da questo racconto di Roberta Pilar Jarussi entra con prepotenza nel nostro lessico, traducendo l’anglosassone “keeg”, ottenuto come speculare di “geek” (appassionato di tecnologia), e qui sdoganato dal dizionario degli appassionati per diventare pura letteratura.
E poi, accanto a quella di Filippo, c’è una vita, altrettanto meticolosa, maniacale, che si è fatta attraversare completamente dall’innovazione: Anna esce di casa con il portatile, e, quando le viene in mente qualcosa che deve scrivere, magari quando sta facendo una coda presso qualche sportello, piuttosto che prendere un taccuino e una penna apre l’ostrica del suo MacBook bianco (Montblanc per lui, white Mac per lei) e annota il suo pensiero. Ciò non toglie che la sua scrittura, pur immersa nel virtuale, non sia altrettanto ‘incisiva’ e scalfente. I due si sono incontrati per caso a un festival di scrittori, uno dei tanti, anche abbastanza affollato, nel sud del sud, in Lucania.

La bravura di Roberta Pilar Jarussi, in questo come negli altri racconti pubblicati di recente (“Panni sacri”, “La verità” presenti entrambi nella collana di narrativa di Musicaos), sta nel ‘riportare’ al lettore una realtà narrativa suddivisa su livelli differenti, facendo coincidere le diverse vicende, intersecandole, spiazzando, e, in poche pagine, mettendoci a tu per tu con i pensieri dei personaggi, con quello che è il loro passato immediato, con tutte le aspettative che vengono rivolte nel presente, fino a immaginare cosa sta per accadere lì, davanti ai suoi occhi, prontamente disatteso. È davvero difficile non resistere a questo gioco di rimandi e immedesimazioni, senza ‘prendere le parti’ o affezionarsi ai tic e ai modi di fare e dire di Anna e Filippo, per non parlare di tutto ciò che li circonda. Quando uno dei personaggi di Roberta Pilar Jarussi entra in un ambiente, sia esso un bar, un aeroporto o un ufficio, basta una battuta per ‘ottenere’ il personaggio, e tu sei lì, stai vivendo nella stessa scena, catturato da un potere evocativo che ti sbalordisce, ed è uno dei primi ‘sintomi da rilettura’. A questo si aggiunge l’altalena del tempo, con i flash-back, anche questi in perfetto montaggio, eventi passati da cui fuoriescono quelli presenti, e viceversa. La 504. Un numero assurdo, assegnato da un destino bizzarro alla stanza di una pensioncina che di stanze ne ha davvero poche. Un numero che diventerà ‘luogo’ per due corpi che si inseguono.

C’è una grande vastità che si nasconde nel cuore, e che si traduce tutta nella descrizione degli amanti al termine della battaglia d’amore, nei gesti che seguono, in quelli che precedono l’addio o il saluto. Roberta Pilar Jarussi, ne “Il cuore in disparte”, riesce ancora una volta, con una forza e un espressionismo unici, a trasformare in poesia, sorpresa e stupore, tutti quei piccoli frammenti di cui si compone una storia, o una non-storia, d’amore.

(dalla postfazione di Luciano Pagano)

ROBERTA PILAR JARUSSI. Ha pubblicato il romanzo “Nella casa” (2003, Palomar – collana Cromosoma Y, diretta da Michele Trecca e Andrea Consoli) e “Dal vivo”, racconti (2002 , zerozerosud). Nell’ottobre 2003, è selezionata a ‘Ricercare’ convegno-laboratorio per nuove scritture (Reggio Emilia), con un brano dell’allora inedito romanzo “Nella casa”. Con Musicaos ha pubblicato “Panni sacri” (Ebook 06 Musicaos) e “La verità” (Ebook 07 Musicaos).

ENRICO LO STORTO fotografo professionista, autore dell’immagine di copertina de “Il cuore in disparte“, è nato a Cerignola nel 1963, risiede a Foggia. Inizia a fotografare nei primi anni ’80 con una Olympus, per passare subito dopo alla Nikon, di cui possiede vari corpi corredati da ottiche fisse e non. Nel 2004 la sua espressione fotografica ha un forte scossone grazie sopratutto all’avvento del digitale che Lo Storto approfondisce, in ogni direzione. Enrico Lo Storto vanta varie partecipazioni e ammissioni a concorsi Internazionali e ultimamente ha collaborato con l’azienda italiana produttrice di gioielli, Bulgari. Già da numerosi anni è parte attiva del Foto Cine Club di Foggia di cui è anche docente oltre che facente parte delle commissioni Artistica e Formazione.

“IL CUORE IN DISPARTE”, di Roberta Pilar Jarussi, ebook 10 – Musicaos.it

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ebook@musicaos.it

catalogo

“È facile smettere di scrivere se sai come farlo” 10° nella critica, su Amazon.it.


lucianopagano_efacilesmetterediscrivere_ebook02_musicaos“È facile smettere di scrivere se sai come farlo!” (Ebook, Musicaos) l’antiguida alla scrittura di Luciano Pagano, risulta al 10° posto nella classifica di Amazon.it, relativa ai testi dedicati alla Storia della letteratura e critica letteraria (http://www.amazon.it/gp/bestsellers/digital-text/1345036031/?ie=UTF8&camp=3370&creative=24114&linkCode=ur2&tag=musicaosit-21), 11° nella categoria “Enciclopedie e opere di consultazione”.

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Storia della letteratura e critica letteraria
Classifica dei più venduti su Amazon.it
(al 25 Marzo 2013)

1. Doppio ritratto: San Francesco in Dante e Giotto (Biblioteca minima) Massimo Cacciari
2. Mondo, romanzo – Mario Vargas Llosa, Claudio Magris, Glauco Felici (Traduttore)
3. Letteratura italiana. Schemi riassuntivi, quadri di approfondimento (Tutto) – Aa. Vv
4. Lezioni americane (Oscar opere di Italo Calvino) – Italo Calvino
5. Ai piani bassi (Einaudi. Stile libero big) – Margaret Powell, C. Palmieri (Traduttore), A. Martini (Traduttore)
6. Danubio (Nuova Biblioteca Garzanti) – Claudio Magris
7. Viaggio in Sardegna (Super ET) – Michela Murgia
8. Anna Karenina – Lev Tolstoj
9. Il realismo è l’impossibile – Walter Siti

10. È facile smettere di scrivere, se sai come farlo! (Musicaos) – Luciano Pagano

“È facile smettere di scrivere se sai come farlo” – Luciano PaganoSCHEDA
http://www.scribd.com/doc/130257842/E-facile-smettere-di-scrivere-se-sai-come-farlo-Luciano-Pagano-Ebook-02-Musicaos-scheda

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“Meccaniche del pianeta terra” – Ebook in cerca d’autore? Musicaos Contest


“Sul pianeta terra il gioco all’infinito dei giovani dentro l’umanità per vivere contro l’andamento del mondo sembra essere tutt’uno con l’esistenza dell’umanità, soggetto ora al rialzo ora al ribasso nei tempi e spazi del mondo. La pagina più bella resta forse ancora da scrivere e a un certo momento può anche risultare indifferente, a distanza di anni, che cosa è accaduto prima e che cosa dopo, chi ha giocato prima del Sessantotto, per esempio nel ’64 a Berkeley quando dalla metà di settembre alla fine dell’anno la rivolta giovanile Free Speech Movement, «Movimento per la libertà di parola», portò un soffio di vita negli spazi del Campus, e chi dopo, nel Cile del ’73 una volta ucciso l’11 settembre Salvador Allende, o nella Milano del Movimento nato da «Autonomia Operaia» nel ’77. Cosicché può accadere che uno, sgattaiolando fra le memorie, finisca in un altro tempo, dove daccapo si incontrano giovani trasgressivi, nuovamente abbagliati da grandi idee. Ci saranno allora daccapo momenti in cui essi grideranno massime di fuoco e incolleranno manifesti sui muri.”

(Maria Corti, Le pietre verbali, 2001, Einaudi)

Meccaniche del pianeta terra“, ecco il titolo, e la copertina di uno dei prossimi ebook di Musicaos.it, in uscita nei prossimi mesi.

meccanichedelpianetaterra_ebook_contest_musicaos

Se avete scritto un racconto o un romanzo, di almeno 40.000 battute (spazi inclusi) e non più di 150.000 battute (spazi inclusi), e accettate di pubblicarlo, con il titolo di “Meccaniche del pianeta terra“, nella collana di narrativa degli ebook di Musicaos.it, speditelo al seguente indirizzo ebook@musicaos.it, allegando, insieme al file (in formato .DOC o .ODT) un breve profilo biografico (in un file dello stesso formato) corredato di tutte le informazioni che ritenete utili. Diamo per scontato che il racconto in questione sia inedito e che voi siate gli autori del racconto, e che non siete avatar, pseudonimi o altra forma di vita che non sia raggiungibile tramite telefono e email. L’invito è aperto a tutti gli autori. Potete consultare il nostro catalogo per avere un’idea delle nostre pubblicazioni, oppure anche visitare questo link.

Il racconto che verrà selezionato uscirà nella collana degli ebook di Musicaos.it, con il titolo “Meccaniche del pianeta terra“.
Domande? E se ci arrivasse più di qualche racconto, meritevole di essere pubblicato in questo ebook? Decideremo, magari, che l’ebook sarà antologico. E se di racconti belli non ne arrivano? Rilanciamo il contest fino al raggiungimento dell’obiettivo. Cosa c’entra la citazione di Maria Corti? Niente di più che uno spunto, come potrebbero essercene altri, per lasciarsi influenzare, in caso di nuove scritture, o non-influenzare, se quel che scritto è scritto. Altre domande?
Scrivetele qui: ebook@musicaos.it

Grazie,
Luciano Pagano

Ebook Musicaos.it
il catalogo: http://lucianopagano.wordpress.com/ebook-musicaos-it-catalogo/

Finalmente disponibile: “Confessioni di un editore di merda” di Luigi Tarantino, ebook 09 – Musicaos.it


luigi_tarantino_confessionidiuneditoredimerda_ebook_09_musicaos__“Confessioni di un editore di merda” di Luigi Tarantino
(ebook 09 – Musicaos.it)

Il mondo dell’editoria raccontato da un editore, in presa diretta, scritto da un libraio, per la prima volta, in un ebook.

“Vendere libri è arduo, ha ragione un mio amico libraio, il mondo dei libri è una bagatella continua: C’è il rappresentante editoriale che pronuncia Freud così come lo vede scritto invece di dire “Froid”, c’è il povero cliente che vuole “I fratelli Kulisciov” di un certo “Don Tojesky” o il “Sequestro di un uomo” di “Primo Allevi”. Poi il libro che chiedono è sempre quello che non c’è: se chiedono quattro libri e di questi quattro ne manca uno, puntualmente rispondono che è proprio quello che serviva di più e per dispetto non ne comprano neanche uno. Ha ragione il mio amico libraio che mi dice che i libri non sono tappeti, non sono scarpe, il libro non si indossa, non ti puoi vantare con nessuno perché non legge nessuno. Leggere è come inoltrarsi in mare aperto, con una barca a remi e senza motore: se ci riesci compare d’incanto una vela gonfiata dal vento che ti porta lontano, sennò rimani lì a spezzarti la schiena con un pezzo di remo in mano.”

L’autore apparecchia due scene diverse: da una parte c’è il personaggio dell’editore, poco fantomatico, molto realista, così vicino e allo stesso tempo così lontano dalla vulgata tradizionale che vorrebbe incarnata, nella sua figura, quella di un laico missionario della cultura e dell’oggetto libro. Il racconto è come sospeso nello spazio e nel tempo, capiamo che il centro di gravità attorno al quale ruotano queste considerazioni è una libreria, e capiamo anche che chi scrive ha veduto e sentito generazioni di lettori, librai, editori e, soprattutto, scrittori. Scrittori di ogni genere: non a caso è soprattutto la catalogazione dei vari ‘tipi’ che più ci sorprende e ci fa sorridere, dato che assurge qui a vera e propria scienza del temperamento, ai limiti della fisiognomica più spietata.

Don Rafeli è il protagonista del secondo racconto, il vecchio stanco che vive in un mutismo afasico, una sorta di Oblomov dal passato nobile ma sconosciuto, che si affida totalmente alle cure e alle attenzioni dell’energica moglie, donna Emma. L’immagine di Don Rafeli sconvolge, capace di vivere una vita immobile, quasi senza respirare, inseparabile dalla percezione dello spazio in cui vive come una fiera selvaggia, in cattività. Quelle di Luigi Tarantino sono narrazioni meridiane.

Luigi Tarantino, nato a Montesano Salentino nel 1964, vive a Lecce, scrive, lavora in una nota libreria. Da anni si dedica all’osservazione e allo studio delle tradizioni popolari salentine. È autore del saggio “La notte dei tamburi e dei coltelli” (Besa, 2001), uno studio dedicato alla tradizione religiosa e musicale di San Rocco, nella tradizionale festa del 15 Agosto, a Torrepaduli e alla “danza delle spade”.

“CONFESSIONI DI UN EDITORE DI MERDA”, di Luigi TARANTINO, ebook 09 – Musicaos.it

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ebook@musicaos.it

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Novità: “Panni sacri” di Roberta Pilar Iarussi, ebook 06 Musicaos.it


“Panni sacri” di Roberta Pilar Jarussi (ebook 06 Musicaos.it)
disponibile qui:
http://www.amazon.it/Panni-sacri-musicaos-ebook/dp/B00B6F63BS/ref=sr_1_1?s=digital-text&ie=UTF8&qid=1359246183&sr=1-1

“Ho stretto con forza il mio sesso giovane e l’ho spinto fuori da me. Ho chiuso le gambe. Ho irrigidito tutti i muscoli fino a sentire dolore. Ho serrato la bocca. Mi ha sporcato l’inguine di liquido giallastro senza seme, andava fiero del suo pesce morto come fosse un trofeo di guerra. Prima dell’orgasmo che non è arrivato più, ha sussurrato alcune parole in disordine, sbattevano nell’abitacolo della macchina e nella mia pancia e da tutte le parti…” (Panni sacri)

In un piccolo centro del nostro sud, decadente e insieme rassicurante, un prete anziano, socialmente impegnato e sensibile alle ferite dell’umanità, incontra casualmente una bellissima ragazza. La giovane donna è sola e anche il prete, a suo modo, lo è.
Tra i due nasce subito una forte intesa. L’uomo e la donna avviano una strana frequentazione, a metà strada tra la voglia ingenua della donna di affidarsi completamente e la smania dell’uomo di impastar le mani nelle vite degli altri.
La storia segue così un doppio filo narrativo: se nella vita vera, la ragazza si confronta con un uomo maturo, spirituale, distante dai nodi carnali che sempre complicano le relazioni, nella realtà virtuale, condita di chat erotiche notturne e veloci sms, la donna ‘frequenta’ un “Ragazzo” giovane, desiderante e lubrico. Evidentemente, però, le cose sono diverse da come appaiono.
Il racconto Panni sacri è parte di una mini raccolta che mette insieme tre diverse storie accomunate dall’elemento di uno ‘strappo’.
Il medesimo strappo in forme differenti. L’Amore, non solo erotico, quindi, e quell’inevitabile lacerazione che si porta appresso, quasi come se le due cose, piacere e ferita, fossero inscindibili.

[dalla postfazione a "Panni sacri", Luciano Pagano]

‘Due che fanno sesso virtuale, come si chiamano?’. La prima domanda che compare in ‘Panni sacri’ di Roberta Pilar Jarussi, è di una semplicità disarmante, eppure nasconde quello che sarà uno degli atteggiamenti ricorrenti in tutta la narrazione, ovvero sia il contrasto continuo tra sacro e profano, tra ingenuità nell’amore e esperienza del sesso, tra conoscenza dei profondi anditi della psiche umana e ricerca ossessiva della verità corporea, quando due, tre persone, hanno a che fare con l’innamoramento e con la totale miscredenza delle reazioni che l’amore può indurre, d’improvviso.

La protagonista di questo racconto vive due storie contemporaneamente, più esatto sarebbe dire che vive diverse storie, dato che la schizofrenia amorosa, ad esempio nel rapporto con Ragazzo, si identifica con il duplice rapportarsi all’immagine virtuale, digitale, web-voyeuristica e all’immagine fisica, materiale, a quel verbo ricorrente con cui di denota l’incontro e l’atto insieme, cioè il “prendersi”.

Una realtà fatta di gesti, atti, sequenze di prendere, stringere, abbandonare. Roberta Pilar Jarussi, in questo suo trittico di storie che si intrecciano, presenta una vera e propria fenomenologia dell’amor ‘intrapreso’, per tentativi, approcci, manovre lontane che si appressano e diventano vere e proprie sospensioni di gravità. La cosa che colpisce di più il lettore è sempre questo correre su un crinale, da una parte la purezza della carne e dall’altra la (presunta) falsità di uno spirito che ambisce a qualcosa di impossibile, salvare le capre e i cavoli, avere tutto, possedere la carne e dominare il pensiero, carpire, se c’è, l’amore cerebrale. Come se ciò non bastasse Celso, il francescano narcolettico esperto in mercatali pesche miracolose e avances etoromani, è brutto e con la pancia, mentre Ragazzo è bello, punto e basta. La protagonista del racconto sembra oscillare come un pendolo tra entrambi, ed è come se la virtualità dell’amore, a tratti, concedesse un po’ di stupore in avanzo al fatto che la forma fisica, forse, non importa granché quando c’è di mezzo il desiderio.

Una lettura, quella di “Panni sacri”, che procede rapidamente, come scorrendo delle polaroid, una dopo l’altra, anticipando ciò che sarà, ripetendosi che no, la protagonista non cadrà nel tranello, per poi scoprire che è come se questi tranelli, in fondo, fanno parte di un gioco meditato, una partita a scacchi dove la regina è circondata, per scelta, da una manciata di minuscoli pedoni. Fino al culmine del suo personale viaggio al termine della notte, in un ‘solito’ pomeriggio, sudicio e afoso, col finestrino abbassato per respirare, in attesa di un afflato che non è spirito, perché lo spirito oramai se l’è squagliata…chissà che fine ha fatto, da questo quadro così perfetto, lo spirito.

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Roberta Pilar Jarussi ha pubblicato il romanzo “Nella casa” (2003, Palomar – collana Cromosoma Y, diretta da Michele Trecca e Andrea Consoli) e Dal vivo, racconti (2002 , zerozerosud). Nell’ottobre 2003, è selezionata a ‘Ricercare’ convegno-laboratorio per nuove scritture (Reggio Emilia), con un brano dell’allora inedito romanzo “Nella casa”. Collabora con BooksBrothers, sito e laboratorio letterario, che ha prodotto l’antologia “Frammenti di cose volgari – Acqua passata – Volume Uno 2006/08”, a cura di Maurizio Cotrona e Antonio Gurrado (2009), nella quale sono presenti alcuni suoi racconti inediti.

È operatrice culturale della Biblioteca Provinciale di Foggia. Dal 2006 al 2009, ha curato il progetto e Premio Letterario nazionale ‘Libri a trazione anteriore’ della Provincia di Foggia, in collaborazione con Casa Circondariale di Foggia, con la direzione artistica di Michele Trecca, che includeva, in Carcere, un ciclo di incontri con gli autori ed eventi per i detenuti’; ha collaborato con il Kollettivo – associazione studentesca dell’Università degli Studi Foggia, nella realizzazione delle prime edizioni di BAOL – concorso letterario per scrittori esordienti, rivolto agli studenti e ai detenuti di Foggia, giunto ora alla sua 4° edizione.

Nel 2006 ha curato l’organizzazione del convegno nazionale sui blog letterari, “Le tribù dei Blog”, tenutosi a Foggia e al quale hanno partecipato (anche) Christian Raimo, Maurizio Cotrona, Giulio Mozzi, Michele Trecca, Enzo Verrengia, Anna Maria Paladino, Rossano Astremo, Ivano Bariani, Luciano Pagano, Silvana Rigobon, Fabio Dellisanti, Manila Benedetto.

Ha collaborato con il gruppo di musica popolare ‘I cantori di Carpino’ e con studiosi e portatori della tradizione, lavorando sulla struttura originaria della Danza Tradizionale Pugliese e sulle sue contaminazioni.

Il suo blog personale è “In punta di dita”: http://robertajarussi.blogspot.com/

Inverno 2013 – Novità in libreria: Lupo Editore


D’inverno sono molti gli animali che vanno in letargo, orsi, ghiri, tassi, e perfino volpi. Tra gli animali che popolano il fitto bosco dell’editoria nazionale ce n’è uno, invece, che ha scelto proprio il culmine di questo inverno per presentare alcuni tra i suoi titoli più interessanti, si tratta di Lupo Editore. Le novità di Lupo Editore, che ci fanno già compagnia in queste fredde giornate o che presto potrete leggere in libreria (distribuzione Messaggerie), sono diverse e molteplici, si tratta di romanzi, poesie, saggi, accomunati da un filo conduttore, quello delle “storie”.

Per quanto riguarda i romanzi c’è l’imbarazzo della scelta, sia per quanto riguarda i generi, che gli stili, dal romanzo di fiction a quello storico passando per le storie di vita.
Il curatore segreto del Vaticano” di Umberto Vitiello è un testo attuale, che non mancherà di interessare tutti i lettori che sono appassionati di quello che, negli ultimi anni, è diventato un vero e proprio genere letterario, quello dedicato alle opere di cronaca, approfondimento e indagine letteraria che ruotano attorno all’affascinante mondo del Vaticano. “La donna lumaca” di Rosaria Iodice è una storia forte e al tempo stesso intima, delicata ma anche cruda, il racconto si sviluppa a partire da un oblìo, quello di una donna che viene accolta in uno ospizio per anziani. La sua identità celata nasconde un segreto e, allo stesso tempo, il dolore per un ricordo del passato. Attraverso i suoi occhi viviamo una storia che diventa anche la nostra. Il libro di Rosaria Iodice viene pubblicato da Lupo Editore nella collana Sput, ‘storica’ collana dedicata alle storie vissute al limite, storie di viaggio e di frontiera, di passaggio e mutamento, non solo interiore. “La cura dell’attesa” di Maria Pia Romano è un romanzo intenso, nel quale l’autrice conferma, come le sue prove precedenti, l’abilità nel cogliere gli elementi del proprio ambiente, trasfigurandoli dal particolare e rendendoli universali, così facendoci entrare in un mondo, quello in cui ambienta di volta in volta le sue storie, che grazie alle descrizioni ‘da vicino’ dei sentimenti provati dai protagonisti diventa nostro. Una scrittura particolare, dove gli elementi della natura si scambiano spesso con quelli della mente, come se anima e “corpi” fossero una cosa sola, non solo per la protagonista, ma per tutto ciò che la circonda. Romanzo, storia leggendaria, epopea, tutto questo è “Margarito” di Dario Stomati, che proietta il lettore nel XII secolo, per seguire le vicende de ‘Il leggendario arcipirata da Brindisi’, come recita il sottotitolo; un libro che ricrea a perfezione le atmosfere e le vicende avventuriere, piratesche, marinare, che ebbero come protagonista un uomo che si innamorò di una città, pirata bizantino divenuto ammiraglio del regno Normanno di Sicilia, grazie al quale si intrecciarono le storie della Puglia e della Grecia.

Carmelo Bene il fenomeno e la voce” a cura di Antonio Zoretti, come intuiamo dal titolo derridiano, è un testo che raccoglie il frutto di anni di studio del curatore, Antonio Zoretti, sulla figura di Carmelo Bene, un ambizioso ‘sunto’ di tutta l’esperienza artistica di uno dei più grandi maestri del teatro e della letteratura del Novecento. Un’opera che non può mancare sullo scaffale di stimatori, studiosi e interessati all’Opera del Maestro. “Lucia Solidoro, la ‘Santina’ di Gallipoli” di Maria Antonietta Manca presenta la storia, accompagnata alle lettere, di Lucia Solidoro, la “Santina” di Gallipoli, una figura popolare, vissuta nel secolo scorso e venerata ancora oggi dalla comunità gallipolina. Si tratta di un percorso affascinante nella vita di una devota, accompagnato a una ricca documentazione bibliografica e fotografica che non mancherà di incuriosire tutti coloro che, a titolo giornalistico o a puro scopo conoscitivo, si interessano delle storie che ruotano attorno a personaggi che hanno fatto della devozione mistica una loro ragione di vita.

Passiamo poi a due titoli di poesia, in un catalogo che cura con particolare attenzione la veste grafica e la selezione dei testi, si tratta di Marta Toraldo, con “El vacìo” e di Marco Vetrugno, con “Poetico Delirio“. Quello di Marta Toraldo è un libro ambizioso, nel messaggio delle singole liriche e nell’impianto di costruzione della raccolta, pubblicata direttamente con testo a fronte in spagnolo, ma nella quale si può affermare che ambedue le lingue si equivalgono. L’introduzione del testo è scritta da Stefano Donno, che inscrive questa raccolta – non a torto – nella storia di un percorso ‘poetico’ di voci di rilievo nel panorama culturale, non solo, salentino. Marco Vetrugno, trentenne, realizza con “Poetico Delirio” un vero e proprio ‘corpo a corpo’ di se stesso con la fisicità che pervade i suoi testi, ai quali non si può essere indifferenti perché abili a chiamare in gioco il lettore, con uno straniamento anche autoironico nei confronti della stessa, presunta, serietà dell’oggetto poetico, nel quale – per molti ma non per lui – le parole sono oramai soltanto macchie cadute su una pagina. “La bottega del rigattiere” di Paolo Vincenti è un testo che racchiude una grande ambizione, quella di costituire un’opera transgenere, che si presenti allo stesso tempo come prosa, poesia, riflessione, romanzo, teatro; parola scritta e allo stesso tempo spettacolo della parola. Paolo Vincenti non è nuovo a questo tipo di ‘ibridazioni’ letterarie e, in questa prova, ha raggiunto un equilibrio delle sue potenzialità espressive; non a caso, in contemporanea all’essere-libro della bottega, esiste uno spettacolo musicale-riflessivo-poetico, una sorta di wunderkammer rizomatica e itinerante ideata dall’autore.

Tutte le informazioni relative ai volumi possono essere reperite, insieme a altre notizie, sul sito internet di Lupo Editore, all’indirizzo http://www.lupoeditore.it

(Luciano Pagano)
http://lucianopagano.wordpress.com
http://www.musicaos.it
http://twitter.com/lucianopagano

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“Il curatore segreto del Vaticano” di Umberto Vitiello

Le aspirazioni, le delusioni, il coraggio di responsabile e ferma critica, l’impegno paziente e persistente in difesa e diffusione dei valori evangelici più genuini di tanti teologi contemporanei, vecchi e giovani, da Hans Küng a Vito Mancuso, in un romanzo avvincente in cui la Chiesa Cattolica proiettata nel futuro è alla sua svolta storica più significativa e radicale. Profeticamente collocata in un domani non molto lontano, la Chiesa accoglie tutti i cristiani del mondo in una semplificazione teologica che la rende universalmente accetta, ed è osservata criticamente dal futuro nelle sue tante contraddizioni presenti e passate, un groviglio di intrighi e connivenze stroncato a fatica dall’ultimo papa e dai pochi che credono con lui di riuscire a riportarla ai genuini valori evangelici dei primi secoli.

La narrazione segue i canoni del dissenso intellettuale: un metodo che consente, senza incorrere in accuse di eterodossia, una visione critica del reale stato in cui versa la comunità dei cristiani detti cattolici, scrutando le loro delusioni e scoprendone le aspirazioni, per delineare la configurazione progettuale della Chiesa da tutti agognata. Tutto si svolge alla vigilia del Concilio Vaticano III, convocato dal nuovo papa – un convinto “giovanneo” sudamericano – per attuare la riconciliazione dei cristiani del mondo intero in un’unica Chiesa, degna per la sua rinnovata natura di accogliere Cristo quando, alla fine dei secoli, farà ritorno sulla terra.

Grande è l’avversione della maggior parte dei curiali che, difensori della tradizione e dei propri privilegi, non disdegnano di ricorrere a raggiri e complotti pur di evitare che, con l’ecumenismo realizzato, la Chiesa Cattolica rinunci alla propria ricchezza e al plurisecolare patrimonio teologico che la rende del tutto diversa dalle altre comunità cristiane. La storia – (scritta con la collaborazione di un giovane teologo) – ha inizio con un omicidio commesso all’abbazia del Santo sul Colleprato che alla fine delle indagini vede coinvolti alcuni alti prelati e consente al papa di affrettare i tempi dell’innovazione e della riconciliazione. Ospite dell’abbazia da alcuni anni è un noto economista, ex professore di Oxford fattosi monaco, personaggio centrale dell’intera vicenda.

Chiamato segretamente in Vaticano, è lui che, definito “curatore”, informerà il papa della vera natura dei fondi dello IOR e il modo come liberarsi di questa istituzione e di tutte le operazioni finanziarie in netto contrasto con i principi evangelici, affinché la Chiesa del futuro, unica per tutti i cristiani, torni ad essere simile a quella delle sue origini. La conclusione della storia è nella convocazione del Vaticano III, ultimo concilio della Chiesa Cattolica e primo della Chiesa di Cristo di tutti i cristiani del mondo.

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“La donna lumaca” di Rosaria Iodice

Nell’ospizio per anziani e sbandati che l’ha accolta negli ultimi anni, Angela ripercorre la sua esistenza “diversa”. Ha visto la guerra da bambina, e poi la rinascita del Paese, ma ha subito la violenza delle convenzioni; ha vissuto le turbolenze di una società in mutamento, spaccata tra la spinta alla modernità e la ferocia di cupe ideologie, incapace di uscire dal guscio. La sua è sempre stata una lotta disperata e solitaria, segnata dai sensi di colpa e dall’autocensura, solo a tratti addolcita da una maternità che ha difeso con le unghie e coi denti. Ma la contraddizione e la menzogna a cui si è condannata da sé hanno finito con lo straziare il rapporto più prezioso spingendola alla fuga e al randagismo in cerca di espiazione. Eppure – come per Florentino Ariza e Fermina Daza – inaspettatamente l’amore negato trova la sua ora di riscatto e si afferma oltre il pregiudizio e il moralismo bigotto. La storia di una donna, tra tante.

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“La cura dell’attesa” di Maria Pia Romano

«Non era nuda abbastanza se non scioglieva i capelli. Lui la obbligava a farlo, ogni volta». Davide è stato per Alba la rivelazione della pulsante voce della vita, la scoperta dell’amore che s’incide sulla pelle, per la prima volta. Nel trascorrere degli anni lei ha cercato di scacciare l’immagine inopportuna di un volto riemergente dal passato, è diventata una donna decisa e brillante: un ingegnere capace di spiegare ai suoi studenti il mondo dei motori disegnando alla lavagna curve perfette come il suo grembo, tenero portatore di nuova vita.

Nell’attesa, Alba sfoglia le pagine della sua esistenza: l’infanzia chiusa nel cerchio perfetto della sua casa, gli anni a Ruvo di Puglia, poi il trasferimento nel Salento, la dedizione allo studio, le oscillazioni dell’animo. E lo sguardo innamorato di Filippo, il suo presente.

Cos’è l’amore? Il calore della sicurezza che accarezza e non delude? Oppure la sottile incertezza che sa infiammarsi di passione, facendo invertire la rotta all’improvviso? Le grandi storie come questa possiedono la forza per navigare in un mare di parole.

“Margarito. Il leggendario arcipirata da Brindisi” di Dario Stomati

Da migliaia di anni, nei caldi tramonti di luglio, le acque del Seno di Ponente si colorano di rosso sanguigno, mentre lambiscono le fiancate delle navi, che dolcemente s’accostano sicure all’approdo.La natura ha voluto che il porto di Brindisi s’aprisse, offrendosi maternamente ospitale, a tutte le navi che solcano il Basso Adriatico, senza chiedere se a bordo vi siano militari, pacifici viaggiatori, i grandi della Terra, la disperazione di immigrati senza patria, o persino pirati.

Da qui prende l’incipit il romanzo di Dario Stomati, proiettandoci in uno spaccato della storia nel XII secolo, per farci rivivere le gesta del greco Margarito, ammiraglio o pirata poco importa, che seppe dare lustro alla città, che lo aveva accolto e nutrito, amandola al punto da assumerne il nome e identificandosi completamente con essa. Pur alla prima prova da romanziere, l’autore, utilizzando sapientemente i canoni del romanzo storico, riesce a dare solidità alla ricostruzione della vicenda umana, personale e famigliare, di Margarito da Brindisi, continuamente intrecciandola con gli avvenimenti della Grande Storia.

“Carmelo Bene il fenomeno e la voce” a cura di Antonio Zoretti

“Ecco” – diceva Cesare Garboli – “quello che a volte ci manca quando si sente parlare di Carmelo Bene in maniera dotta e molto impegnata, oggi, è quell’esperienza degli anni ‘60 che, per chi andava a teatro, vedeva non solo qualcosa di straordinario…un attore geniale, ma la risata (non perché faceva il comico), una risata liberatoria, di uno che faceva piazza pulita, distruggeva montagne di carta in un colpo di mano. Non solo prendeva in giro i critici o le persone che pensavano di avere cultura (avendone dieci volte di più lui), stralciando soprattutto il resto dell’intellettualità italiana, ma faceva proprio piazza pulita di forme, valori, pseudovalori culturali.”

Per questo è importante tornare a riflettere sull’operato di Carmelo Bene, il quale è da considerare un fenomeno culturale del XX secolo. A conferma e a testimonianza dell’oramai unanime riconoscimento attribuitogli: essere considerato uno dei massimi artisti del Novecento.

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“Lucia Solidoro, la ‘Santina’ di Gallipoli” di Maria Antonietta Manca

Da tutti gli scritti di Lucia Solidoro possiamo dedurre che la Serva di Dio ha passato la sua breve esistenza nella pratica di una fede viva verso colui che costituiva la sua gioia. «Proprio in questo momento mi metto a letto con la febbre: mi è successo come la notte del giovedì santo e prego perché mi continuasse ancora», scriveva al suo padre spirituale.

Non cercava altro che la volontà paterna del Signore e amando questa volontà, vedeva nelle sue sofferenze la divina volontà. La serva di Dio trovava la sua gioia nella sofferenza. Innumerevoli sono le testimonianze di questa esperienza di gioia nella sofferenza che Lucia Solidoro offre nei suoi scritti. «Mi metto a fare preghiera e penso che volevo curare di più Gesù quell’amore che… gli dico che voglio soffrire e darmi una croce ancora più pesante. Il mio desiderio è quello di essere messa in croce come lui, ma so che questo desiderio non lo posso avere, allora voglio almeno immolarmi a te».

Maria Antonietta MANCA – Vive a Nardò, nel Salento. Laureata in Lettere presso l’Università degli Studi di Lecce, docente, si interessa di problematiche sociali e del territorio. Fa parte dell’Associazione Italiana di Geografia.

El vacìo” di Marta Toraldo

La poesia presentata in questa raccolta sembra essere dotata di vita propria ovvero pare che una volta inchiodata alla pagina dall’autrice cerchi di ritornare poi alla sua forma di totalità, che per un capriccio di chissà quale gioco cosmico può tanto rivelarsi per sostanza che per spirito. Spazio e Tempo sono due categorie che non appartengono a questa poetessa, che del romanticismo non ne fa melancolia e lacrima, ma forza distruttrice di attivo nichilismo, dunque incontenibile furia che consciamente sceglie di distruggere per costruire. (Stefano Donno)

Marta TORALDO Nata in 1991. È nata a Maglie (Le) nel 1991. Vive e studia a Lecce, dove frequenta l’ultimo anno della triennale di filosofia presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università. Ha pubblicato una raccolta poetica dal titolo Vie Fuggitive i cui versi sono stati tradotti in inglese (ed. Icarolibri, collana poetica “voli”, 2009). Alcune sono apparse in dicembre (2012) nella raccolta antologica della Fondazione Mario Luzi di Roma.

“Poetico Delirio” di Marco Vetrugno

Il mio orgasmo è l’inchiostro di queste parole. Il mio sogno scarabocchiato ha il peso di un foglio. La mia ispirazione ha articolazioni ossa vene e pelle. La mia gioia è stare seduto a delirare silenziosamente perché i sogni di vino sono effimeri e non possono aspettare.

Marco VETRUGNO – Nato a San Pietro Vernotico il 19.01.1983 e vive a Lecce. Provato dalla prematura morte del padre sospende il suo percorso di studi per intraprendere (deludenti) esperienze lavorative. Al suo rientro a Lecce, riprende la frequenza scolastica conseguendo il diploma all’Istituto d’Arte. Appassionato di letteratura, frequenta la facoltà di Beni Culturali ed è impegnato nella stesura di una seconda raccolta poetica.

 

“La bottega del rigattiere” di Paolo Vincenti

Ho iniziato a scrivere ché volevo cambiare il mondo, volevo fare la rivoluzione, poi ho cercato di cambiare il senso delle parole – troppo presto hanno iniziato a rovinarmi i poeti francesi – volevo cambiare la vita ma scrivere è difficile, troppo lungo l’apprendistato e non basta una vita…così ho iniziato a citare, riprendere, trascrivere o alla peggio, copiare. Sicché la mia, ora, si può davvero definire come una “bottega del rigattiere”.

Paolo Vincenti, giornalista e scrittore, vive a Ruffano (Lecce). Suoi testi sono presenti su svariate riviste salentine e sul web.
Ha pubblicato: L’orologio a cucù (Good times), I poeti de L’uomo e il Mare 2007; A volo d’arsapo (Note bio-bibliografiche su Maurizio Nocera), Il Raggio Verde 2008; Prove di scrittura, plaquette, Agave Edizioni 2008; Di Parabita e di Parabitani, Il Laboratorio 2008; Danze moderne (I tempi cambiano), Agave Edizioni 2008; Salve. Incontri, tempi e luoghi, Edizioni Dell’Iride 2009; Di tanto tempo (Questi sono i giorni), Pensa Editore 2010.

“Il romanzo osceno di Fabio” – FINE


Il romanzo osceno di Fabio” / 21 Set 2012 – 4 Gen 2013 di Luciano Pagano

Da oggi il profilo twitter @romanzosceno diventa privato e il sito http://romanzosceno.tumblr.com scompare.

Ringraziamenti.

Grazie a Claudio, per l’idea, una delle molteplici, che ho deciso di cogliere.
Grazie a Luigi per avere contribuito con il cipiglio di un pasticcere trotzkista nell’Italia degli anni ’50.

Grazie in particolare a @RobSaporito, @loredanadevitis, @dionisiacamente, @tunue, @robertajarussi, @RobyRecchimurzo, @GiuliaMadonna, @gloriapoetry, @OrodeDeoro, @simonacleopazzo, @_faprile, @TizianaCazzato, @MeLoLeggo, @decimocirenaica, @RobQuarato, @GrecoDaniele, @mastru1, @russoprof, @ThorVantek, @MaffiRaffi, @xybarbara, @SnowLeopard_89, @valsinthesky, @CosiWanKenobi, @ErikaBiancalana, @c_ipad

Questa storia è frutto d’invenzione, dal primo all’ultimo tweet.

Da oggi “Il romanzo osceno di Fabio” è disponibile qui:

http://www.amazon.it/The-obscene-novel-Fabio-ebook/dp/B00ASBB7NA/ref=pd_rhf_gw_p_t_2

“Follow me down”

10 Libri da leggere assolutamente DOPO il 21 Dicembre 2012


Gli ebook di Musicaos.it

Domani è il 21 dicembre 2012. Era tanto che aspettavate l’arrivo di questo giorno, ma anche no.
Ho chiesto ai miei lettori e amici, su twitter e facebook, di suggerirmi un libro da leggere, per Natale, avevo bisogno di un consiglio per darmi la possibilità di farmi un (auto)regalo senza pensarci troppo, a cuor leggero. Siccome domani è il 21 dicembre, vorrei approfittare di questi suggerimenti per condividerli con i lettori del mio blog. Li trovate qui di seguito. Approfitto per augurare a tutti buone feste, buon divertimento e buone letture.

Per i suggerimenti su Twitter ringrazio: @ineziessenziali per avermi suggerito di leggere qualcosa di Philip Roth, una qualunque; @marinapallina per avermi suggerito di leggere Philippe Besson e Audur Ava Olafsdottir, due autori di cui ignoravo l’esistenza, grazie di cuore. Per lo stesso motivo ringrazio @FlaviaClaire per avermi suggerito Stiefvater Maggie. Grazie @Agne_75 per avermi suggerito di leggere “Correzioni” oppure “Libertà” di Jonathan Franzen, lo farò appena possibile.
Per i suggerimenti su Facebook ringrazio: Laura per avermi suggerito due bei libri di Dino Buzzati, che non ho ancora letto. Grazie a Antonio, per avermi suggerito Yu Hua e, infine, Alessandra per avermi suggerito l’ultimo di Benni. Siccome i libri suggeriti in tutto sono 7 e quando si fanno post di questo tipo anche i più stupidi suggeriscono di metterne 10, se proprio non siete riusciti a fermarvi a 5, ne aggiungo altri tre. Il primo è “GoodMooning!”, di Stefano Saldarelli, lo aggiungo perché mia sorella su facebook mi ha suggerito di leggere qualcosa di leggero e ironico. Poi aggiungo un libro che sto leggendo in questo periodo “I cento fratelli” di Donald Antrim. Il terzo libro che vi consiglio, è “L’inumano” di Massimiliano Parente.

Vi auguro un 2013 migliore di questo 2012 che sta per finire, cari lettori, so che non è difficile vista la pessima media raggiunta nel 2012 in questo nostro paese, però sono un “ottimista sistemico”, quindi non si può mai dire. Approfitto di questo post anche per ringraziare tutti i lettori di Musicaos.it, oltre 200.000. Se guardate il menu in cima al blog leggete, tra le prime voci “Novità, gli ebook di Musicaos.it” (; si tratta dei nostri primi 3 ebook pubblicati su Amazon.it, tutti e tre, insieme, costano meno di 10€; quindi se quest’anno vi regaleranno un ebook reader con la K iniziale, oppure quello della Mondadori, o ancora quello del portale che vende libri, potete acquistare anche gli ebook di Musicaos.it. Adieu!

Ps. Prima di chiudere questo post, su Twitter, ho ricevuto il suggerimento di @Robertofludd, che mi consiglia di leggere Solo, di Dasgupta Rana, quindi i libri diventano 11, e anche se fare un titolo “11 Libri da leggere assolutamente DOPO il 21 dicembre 2012″ potrebbe essere un gesto naif, non cambierò il titolo, perché non sono naif.
PpSs. Questo post è idealmente dedicato a due compari, Giuseppe Cristaldi, non sa lui perché, e Orodè, che mi ha chiesto una classifica dei 10 migliori libri del 2012 consigliati da me; non l’ho ancora stilata, ma ci sto ancora ragionando.

Dino Buzzati, Poema a fumetti, Mondadori

“Capita nella vita di fare cose che piacciono senza riserve, cose che vengono su dai visceri. Poema a fumetti è per me una di queste, come Il deserto dei Tartari, come Un amore.” Così Dino Buzzati presentava ai suoi lettori questo libro, troppo a lungo sottovalutato, se non dimenticato. Uscito con grande scalpore nel settembre 1969, è infatti rimasto per decenni irreperibile nelle librerie. In questa rilettura in chiave moderna del mito di Orfeo ed Euridice, Buzzati ci parla di se stesso, concentrando in 208 tavole a colori tutti i temi a lui più cari, a partire dall’eterno dialogo tra la vita e la morte. Attraverso un raffinato gioco di citazioni e autocitazioni, l’omaggio ad artisti di ogni epoca, la contaminazione di generi, queste pagine svelano l’intero universo creativo di Dino Buzzati, i suoi riferimenti culturali, le fonti di ispirazione, le suggestioni infantili, gli interessi di adulto, il metodo di lavoro. Facendo di “Poema a fumetti” un libro che ne racchiude in sé molti altri, come solo i capolavori possono fare.

Dino Buzzati, Un amore, Mondadori Un amore è un romanzo dello scrittore italiano Dino Buzzati ideato nel 1959 e pubblicato da Arnoldo Mondadori Editore nel 1963.
Si tratta di un’opera del tutto eccentrica rispetto alla produzione abituale dello scrittore, dettata da un’esperienza autobiografica che Buzzati aveva vissuto intensamente[senza fonte]. Attraverso una tecnica di flusso di coscienza utilizzata con originalità e maestria vengono vivisezionati i conflitti dell’uomo maturo irresistibilmente attratto dalla giovinezza, ma anche quelli del borghese colto affascinato da ciò che è popolare. Laide infatti rappresenta non solo il proletariato, ma anche i miti degli anni Sessanta in cui le classi incolte si stanno gettando a capofitto (le auto veloci, i “night clubs”, il consumismo montante) di cui Buzzati-Dorigo avverte, come una sorta di fascino dell’orrido, tutta la brutale energia. [Wikipedia]

Yu Hua, Brothers, Feltrinelli

Due fratelli crescono in un mondo che suona loro incomprensibile a loro che sono bambini e intollerabile agli adulti: la cittadina di Liuzhen è sconvolta dalla Rivoluzione culturale. La follia non ha limiti, ha un colore, però, il rosso delle bandiere, delle spillette di Mao e del sangue. Yu Hua racconta una storia palpitante che sgretola l’idea grigia di collettività come una massa indistinta, inscenando una commedia tutta cinese e una tragedia umana disarmante. Brothers è un mondo che travolge e risucchia, dove l’orrore più osceno si stempera nella risata più liberatoria e le passioni che fanno grandi gli uomini coesistono con le loro piccolezze. Il ruggito grandioso dell’oceano di notte, il trionfo incontenibile della primavera, un uomo e una donna che si amano teneramente. Una pazza che corre nuda nella campagna, un professore ucciso a bastonate e un disgraziato che spia il didietro delle donne. E due bambini, di fronte a questo mondo indecifrabile, stanno a guardare con il moccio al naso.

Stefano Benni, Di tutte le ricchezze, Feltrinelli

Martin è un maturo professore e poeta che si è ritirato a vivere ai margini di un bosco: è una nuova stagione della vita, vissuta con consapevolezza e arricchita dai ricordi e dalle conversazioni che Martin intrattiene con il cane Ombra e con molti altri animali bizzarri e filosofi. In questa solitudine coltiva la sua passione di studioso per la poesia giocosa e per il Catena, un misterioso poeta locale morto in manicomio. Questa tranquillità, che nasconde però strani segreti, è turbata dall’arrivo di una coppia che viene a vivere in un casale vicino: un mercante d’arte in fuga dalla città e Michelle, la sua bellissima e biondissima compagna. L’apparizione di Michelle, simile a una donna conosciuta da Martin nel passato, gonfia di vento, pensieri e speranze i giorni del buon vecchio professore. Il ritmo del cuore e il ritmo della vita prendono una velocità imprevista. Una velocità che una sera, a una festa di paese, innesca il vortice di un fantastico giro di valzer. Leggende, sogni, canzoni, versi di un poeta che la tradizione vuole folle e suicida, telefonate attese, contattisti rock, cinghiali assassini, visite di colleghi inopportuni, comiche sorprese, goffi corteggiamenti e inattese tentazioni: tutto riempie di nuova linfa una stagione che si credeva conclusa, e che si riapre sul futuro come un’alba. Martin e tutti quelli che lo circondano sembrano chiusi in un bozzolo di misteri: si tratta di attendere la farfalla che ne uscirà.

Philippe Besson, E le altre sere verrai?, Guanda

Una donna e un uomo in un bar di Cape Cod. Lei indossa un abito rosso e sorseggia un Martini. Lui pulisce con cura il bancone. Sono Louise, autrice teatrale, e Ben, barman del Phillies. Louise non rinuncia da anni al suo cocktail in quel locale un po’ appartato dalla folla, Ben non si perde nessuna messa in scena delle pièce di lei. Ma è anche lo spettatore, discreto e intelligente, della vita e degli amori della donna. Conosce Norman, attore passionale e uomo sposato, e sa che è da lui che Louise sta attendendo una telefonata, un cenno. Ma quando si apre la porta e sulla soglia compare Stephen Townsend, ex di Louise, il Phillies si affolla dei ricordi di un grande amore finito. Ma è finito davvero?

Rosa candida, Ólafsdóttir Audur Ava, Einaudi

Lobbi ha ventidue anni quando accetta di prendersi cura di un leggendario roseto in un monastero del Nord Europa. E stata la madre, morta da poco in un incidente d’auto, a trasmettergli l’amore per la natura, i fiori e l’arte di accudirli, il giardinaggio. Cosi Lobbi decide di lasciare l’Islanda, un anziano padre perso dietro al quaderno di ricette della moglie, e un fratello gemello autistico. Lascia anche qualcun altro: Flòra Sòl, la figlia di sette mesi avuta dopo una sola notte d’amore (anzi, precisa lui, “un quinto di notte”) con Anna. Con sé Lobbi porta alcune piantine di una rara varietà di rose a otto petali, molto cara alla madre, la Rosa candida. Questi fiori saranno i silenziosi compagni di un viaggio avventuroso come solo i viaggi che ti cambiano la vita sanno essere. Ad accoglierlo al monastero c’è padre Thomas, un monaco cinefilo che con la sua saggezza e una sua personale “cine-terapia” saprà diradare le ombre dal cuore di Lobbi. Ma sarà soprattutto l’arrivo di Anna e Flòra Sòl in quell’angolo fatato di mondo a provocare i cambiamenti più profondi e imprevisti nell’animo del ragazzo. Perché, per la prima volta, Lobbi scopre in sé un desiderio nuovo, che non è solo amore per la figlia e attrazione per Anna: è il desiderio di una famiglia.

La corsa delle onde, Stiefvater Maggie, Rizzoli

Succede ogni autunno, sull’isola di Thisby. Dalle gelide acque dell’oceano si spingono a riva i cavalli d’acqua, creature affascinanti e crudeli che gli abitanti catturano per montarli nella Corsa dello Scorpione. Il vincitore guadagnerà fama e denaro, i meno fortunati incontreranno la morte. Ma qualcosa cambia quando alla gara si iscrive Kate Connolly, capelli rossi e tempra di ferro. Kate è determinata a correre con la sua cavalla Dove, sfidando usanze secolari che vogliono solo concorrenti maschi e nessun cavallo ordinario. Certo, non ha molte possibilità contro Scan Kendrick, diciannove anni, il favorito, esperto domatore di cavalli. Nessuno dei due è preparato a ciò che sta per succedere, perché quest’anno la Corsa dello Scorpione non sarà solo questione di gloria e denaro, ma di amore e destino.

GoodMooning!, Stefano Saldarelli, Phasar Edizioni

La missione spaziale che portò l’uomo sulla Luna nel luglio 1969 non fu la prima. Anche se di pochi mesi, fu preceduta da un’altra. Assolutamente top secret. Poiché la posta in gioco era altissima e gli imprevisti inimmaginabili, fu deciso di inviare alcuni volontari sulla Luna per preparare lo sbarco ufficiale.

Questo libro raccoglie i diari di missione del programma spaziale più segreto al mondo, oggi conosciuto grazie al contributo di alcuni testimoni chiave che hanno messo a rischio la loro vita per far luce sul caso di insabbiamento più importante della storia.
Questa missione fu battezzata GoodMooning! ed oggi voi conoscerete la verità. http://www.phasar.net/catalogo/libro/goodmooning

I cento fratelli, Donald Antrim, Minimum Fax

Immaginate un ibrido fra l’estetica dark di Tim Burton, la comicità provocatoria dei Monty Python, la scrittura pirotecnica dei maestri del postmoderno: il risultato è I cento fratelli, a detta di molti il miglior romanzo di Donald Antrim, autore americano inclassificabile e geniale, oggetto di dichiarata ammirazione da parte di coetanei illustri come Jonathan Franzen, David Foster Wallace e Jeffrey Eugenides, e insieme a loro lanciato dal New Yorker come uno dei «venti scrittori per il nuovo secolo». Nell’enorme biblioteca diroccata di un’antica villa, cento fratelli (diversi per età, professione, interessi, carattere, ma uniti da un’infinità di piccole perversioni e devianze psicologiche) si riuniscono per cenare insieme e ritrovare l’urna delle ceneri del padre, temporaneamente smarrita. In un claustrofobico tourde force, esilarante e tragico al tempo stesso, seguiamo le loro vicende dal tramonto all’alba, fra scambi di insulti, formarsi e sciogliersi di alleanze, incontri di football improvvisati, scricchiolii sui soffitti, dobermann scatenati e un tasso alcolico in crescita perenne, finché le tensioni familiari non si scioglieranno in una sublime e sanguinaria conclusione.

L’inumano, Massimiliano Parente, Mondadori

Di cosa parlerà il nuovo romanzo di Massimiliano Parente, ex biologo e ora odiatissimo scrittore, noto nell’ambiente giornalistico e nei salotti televisivi per le sentenze tranchant e l’insulto facile? Poco o nulla è trapelato, se non il titolo, “L’inumano”, e il fatto che i suoi capitoli ripercorreranno lo scandirsi delle ere cosmiche e geologiche. Eppure Kara Murnau, titolare senza scrupoli dell’omonima casa editrice, ha già deciso di farlo concorrere al Premio Strenna, e organizza una serie di incontri con i giurati, perché l’autore possa conquistarsene, nei modi più spregiudicati, il favore. Ma Parente – che nel frattempo sotto pseudonimo firma la saga di Giusi S., romanzetti pornotrash di infima categoria e grandi tirature, e che tra telefonate anonime e più o meno reali pedinamenti si sente incastrato nelle trame di un presunto complotto – di quel libro non ha ancora scritto una riga. Così quando si risveglia, nudo, con i polsi e le caviglie legati, all’interno di una stanza buia in cui viene esposto – e sottoposto – a continue atrocità, lo scrittore sa che è giunto il momento di raccontare una storia completamente nuova. Sicuro che, per il mondo esterno, “Massimiliano Parente” non esiste più, che nessuno verrà mai a cercarlo, sente che non c’è via d’uscita all’orrore in cui si è trasformata la sua quotidianità. Se non quella di lasciare che si faccia di lui un esperimento biologico, nel tentativo estremo di superare il concetto stesso di “umano”…

Solo, di Dasgupta Rana

Diviso in due movimenti, “Solo” racconta la vita e i sogni di Ulrich, un chimico bulgaro nato nella prima decade del Ventesimo secolo. Nel primo movimento Ulrich, ormai cieco e vecchissimo, chiuso in un anonimo appartamento di Sofia, si abbandona ai ricordi e rievoca la sua vita. Figlio di un ingegnere ferroviario, poco più che bambino, Ulrich ha due grandi passioni: il violino e la chimica. Negatagli la prima dal padre, parte per la Berlino di Einstein e Fritz Haber per approfondire la seconda. Ma i suoi studi sono interrotti quando la fortuna di famiglia si estingue e deve tornare a Sofia per aiutare i genitori. Non lascerà più la Bulgaria. Le ambizioni che gli rimangono sono seppellite prima dall’avvento del comunismo e poi da quello del capitalismo selvaggio. Una vita fallimentare. Ma avvicinandosi alla fine, Ulrich si rende conto di come le frustrazioni della sua esistenza siano state un terreno fertile per la creazione di una vita sognata. E sono questi sogni che compongono la volatile seconda parte del libro. Nel secondo movimento, in un rapido balzo dal passato al presente, da vite vissute a vite fantasticate, Dasgupta segue i figli immaginari di Ulrich, che, pur nati nel comunismo, si fanno strada in un mondo post comunista fatto di celebrità e violenza. Personaggi e moventi s’intrecciano con il ritmo del sogno dietro alle palpebre dell’anziano narratore che vede i suoi figli sognati, variazioni sul tema della sua vita, tentare di vivere come a lui non è riuscito.

Gli ebook di Musicaos.it

Su Marco Montanaro alla maniera di un noto giallista di quelli che vanno in tv


[Interno Studio. Sagome di scrittori sparsi nello studio. Sagoma di amici e conoscenti di Marco Montanaro in bianco e nero sullo sfondo. Sagoma di Marco Montanaro a colori in primo piano. Luci].

“Romanzi. Parole. Persone. Dietro i libri si nascondono persone, dietro i romanzi si nascondono autori, raccontatori di storie. Storie. La storia di Marco Montanaro è una di queste. Marco Montanaro nasce nel 1982, l’anno dei Mondiali, l’anno di Pertini, l’anno in cui frequentavo la seconda elementare e l’anno in cui ho ambientato buona parte del mio secondo romanzo, un anno magico che a pensarlo viene in mente il Salento di pomodori da spremere per fare la salsa, con le bottiglie bollenti avvolte in panni, dentro le tinozze di metallo, a bagnomaria. Ma Marco Montanaro, nato in provincia di Brindisi, non si interessa di bottiglie bollenti avvolte in panni, né di tinozze di metallo, a dire il vero Marco Montanaro si interessa di poco e conduce una vita molto simile a quella dei suoi coetanei, trascorrendo gli anni novanta e diventando maggiorenne proprio nel duemila. Eh già, perché nel duemila, l’anno del millenium bug, Marco Montanaro diventando maggiorenne inizia a prendere consapevolezza di sé, così vuole lo stato italiano, così vuole quella realtà – anche letteraria – nei confronti della quale Marco Montanaro, fino a quel giorno, non ha compiuto nessuna azione oltraggiosa.

“Fin qui tutto bene” è la frase che ci viene in mente, già, fin qui tutto bene, fino al giorno in cui Marco Montanaro non inizia a scrivere e pubblicare un po’ di racconti in giro. È l’inizio per lui, che d’ora in poi chiameremo l’autore, di un percorso iniziatico e iniziativo, che lo condurrà in luoghi ancora inesplorati. “Sono un ragazzo fortunato” (Lupo Editore/Coolibrì) è il titolo della sua prima raccolta di racconti, prima pubblicazione arrivata dopo una serie di altre pubblicazioni, alcune delle quali anche su questo canale. L’autore, che fino a quel momento aveva condotto una vita normale al riparo dall’esposizione episodica contro cui il libro lo avrebbe scaraventato, ebbene, l’autore compie un gesto di chiusura. Un gesto che ci aiuterà a capire ciò che accadrà nel seguito della nostra storia.”

[Spot pubblicitari. Spot di dado gelatinoso che si scioglie nella pentola. Spot di scheda telefonica promozione 2000 sms verso chi vuoi tu, autoricarica quando ti chiamano, navigazione su internet anche quando non c'è campo. Spot di fiction rai ambientanta subito dopo poco prima del boom economico, tra gli anni cinquanta e sessanta, nella quale un noto pasticciere troskista decide di intraprendere la carriera di scrittore. Fine intervallo spot 1].

“Dicevamo quindi del gesto inedito di Marco Montanaro. Ebbene, SURF, “Sono un ragazzo fortunato”, è il suo libro, intanto perché questo titolo. Molti di voi ricorderanno la canzone di Lorenzo Cherubini, aka Jovanotti, alla quale rimanda questo titolo. Ebbene, la citazione dell’autore è una citazione nella citazione che si riferisce al momento in cui, nel film “Aprile” di Nanni Moretti, il regista canta questo testo. Tenete questo particolare bene a mente perché risulterà importante nel seguito di questa storia. La storia di Marco Montanaro. L’autore dicevamo, uscito il suo libro, anziché presentarlo decide di compiere un viaggio, un lungo viaggio. Si reca in un negozio di articoli sportivi, uno di quei grandi negozi che sono vicini ai centri commerciali dei capoluoghi di provincia, e acquista tutto il necessario per il viaggio. Tutto ciò accade pochi anni fa, ci avviciniamo ai giorni nostri. L’autore nel suo viaggio incontra diverse persone, libri, musica, tanta musica. E poi un giorno ritorna. Ritorna sul suo libro, ritorna a una realtà abbastanza ostile, e qui fa affidamento su un particolare che in questa storia non avevamo ancora menzionato. Un particolare importante.

[Spot pubblicitari. Spot di crema per massaggi sessuali rilassanti acquistabile da chiunque in qualsiasi supermercato. Spot di ultimo libro di Federico Moccia, quello che quando entri in libreria il libraio per spiegarti di che cosa si tratta ti dice che si tratta di un 'libro per adulti', ovvero sia di un libro che Moccia ha 'rivolto a un pubblico adulto' al contrario dei precedenti rivolti ai ragazzini, e pensi che è una stronzata perché la cosa più bella di quando si era ragazzini era proprio il fatto di leggere libri rivolti a un pubblico adulto, come ad esempio "Le 120 Giornate di Sodoma di Sade", senza nessuno che ti imponesse steccati nel gusto e nelle letture, allora quando il libraio ti dice, Moccia ha scritto un libro 'per adulti' tu nemmeno lo acquisti perché hai paura di trovare un fallo nella prima pagina, appena aperto, o una vulva, o qualcosa di simile. Spot che ti ricorda di pagare il canone Rai in tempo, operazione da eseguire quando siete allo stremo delle forze per tutti gli spot che avete visto. Fine Intervallo spot 2. Luci].

“Quindi, dicevamo, il Grunge. Il grunge è l’elemento che inquadra l’opera iniziale di questo autore, compreso i racconti successivi a SURF. In Italia, dopo l’uccisione per un attentato in volo di Enrico Mattei e dopo la strage del treno Italicus, non si è mai avuta una letteratura propriamente Grunge; e non si mai avuta una letteratura propriamente Grunge nemmeno dopo il ritrovamento dei diari di Moro, nella nota intercapedine. Anzi, negli anni novanta, per via della grande fascinazione che una pellicola come Pulp Fiction impose nei crani editoriali, la moda del “pulp” fu l’etichetta sotto cui si misero in evidenza diversi giovani autori. Una reclame incredibile, se si pensa che poco prima lo scouting di letteratura scritta da giovani si era arenato appena dopo le ricerche di Pier Vittorio Tondelli. Ecco, finita la stagione del pulp, scavalcammo il Grunge e ci trovammo nel duemila senza avere una Grunge Literature degna di questo nome. Una letteratura cioè prodotta dai nati negli anni settanta che ne avevano diciotto negli anni novanta. Tutto il resto è una malinconia strutturale che Marco Montanaro, e qui arriviamo a un punto saliente della vicenda, sa trasformare in arma contro l’appiattimento cerebrale di massa, imponendo al lettore la ‘partecipazione’. Già perché in momenti di condivisione virtuale due punto zero è difficile trovare autori che trovino l’umiltà sufficiente per staccarsi dal proprio libro come opera compiuta e comprendano che il proprio libro è una merce, non un feticcio, smettendo tuttavia di essere feticisti del proprio libro per diventare feticisti della merce. Insomma, in soldoni, per organizzarsi in modalità che permettano di vendere il proprio libro senza annoiare. Ma soprattutto, come nel caso di Marco Montanaro, per non annoiare e vendere”. Al termine della presentazione di Marco Montanaro resta un frammento di pagina strappata. Lo stesso che si può vedere riprodotto nella sequenza fotografica alle mie spalle. Questo frammento di “Sono un ragazzo fortunato”

[Spot pubblicitari. Spot del Governo che invita tutti quanti i cittadini a rimanere chiusi in casa, sprangando porte e finestre, perché una nuova generazione di autori, affamata, in delirio, senza alcun freno, è oramai decisa a conquistare il paese. Spot del Papa. Spot del noto cane Spot. Fine Intervallo spot 3. Luci]

“Non si vedeva un libro così viralmente impegnato e intriso di realtà dai tempi di “Comizi d’amore” di Pasolini o della “Vita agra” di Luciano Bianciardi; finalmente un autore che fa fare al dialetto brindisino il suo mestiere, quello di lingua, inesplorata, inattesa, deflagrante”. Questo giudizio comparso sul più noto quotidiano nazionale, Cronache dalla Sera, è riferito a “La passione” di Marco Montanaro, il suo secondo libro, di cui ci occuperemo in una delle prossime puntate di questa serie, dove vi mostreremo anche le immagini inedite riferite al ritrovamento de “Il corpo estraneo”. [Fine prima puntata]

“Mignotta” graphic novel di Giovanni Matteo, da un soggetto di Pier Paolo Pasolini. Disponibile su Amazon


È disponibile per il download da Amazon “Mignotta“, di Giovanni Matteo, graphic novel ispirata a un soggetto scritto per il cinema da Pier Paolo Pasolini e pubblicato nel volume “Alì dagli occhi azzurri” che raccoglie racconti, scritti sparsi, soggetti, redatti da Pier Paolo Pasolini nel periodo 1950-1965.
La postfazione dell’ebook è a cura di Luciano Pagano. Tutte le informazioni per il download qui. Si tratta del terzo ebook di musicaos, dopo “Il romanzo osceno di Fabio” e la guida “È facile smettere di scrivere se sai come farlo!“. Altre informazioni sugli ebook di musicaos qui.
Per informazioni o altro potete scrivere direttamente a lucianopagano[at]gmail[punto]com

La fiction, la merce, il reale, la vita vera.


La fiction, la merce, il reale, la vita vera.

Molti, almeno quelli di voi che ogni tanto accendono il televisore per seguire qualche trasmissione, si saranno accorti che da qualche tempo in qua, nei quiz a premi come nelle fiction, è stata inserita una dicitura che suona pressappoco così, “il programma contiene prodotti a uso commerciale”. Ciò significa che, ad esempio, il concorrente di un quiz, al fianco della sua postazione, ha una bottiglia d’acqua di una marca in particolare, oppure che in una fiction la protagonista utilizza una borsa di una marca determinata oppure tutte le auto sono di una marca piuttosto che un’altra. Ciò che un tempo poteva essere una coincidenza, in tempi di crisi, si trasforma in un’opportunità economica in più per gli sponsor. Fin qui tutto bene, direte voi. Non so per quale motivo questo pensiero, qualche giorno fa, ha scatenato una serie di reazioni a catena che si sono concretizzate con quanto segue. Stavo vedendo una puntata della solita fiction, a ora di pranzo, quando l’occhio mi è caduto sul logo di una ditta.
In quel momento, la prima cosa che ho pensato non è stata “ecco, una pubblicità”, ma, ecco “un’intromissione della realtà nella fiction”. In effetti gli oggetti pubblicizzati, in quanto facenti richiamo esplicito a oggetti reali, merci della cosiddetta “vita vera”, rompono quel patto per cui quando osserviamo una fiction sappiamo di avere oltrepassato una porta con su scritto “sospensione della credulità” e realtà a essa annesse. Non si tratta di semplice product placement, si tratta di un ritorno forzato della realtà all’interno della logica della finzione. Facciamo un passo indietro. Tutti hanno presente le pubblicità in cui il giovanotto di turno lava i panni e li stende, per poi cantare le lodi del detersivo utilizzato. In uno spot del genere assistiamo alla ripresentazione di una scena di vita reale asservita allo scopo di veicolare un prodotto pubblicitario.
Ciò che avviene invece con i prodotti pubblicitari messi nelle fiction, pur essendo simile, in un certo senso ‘restituisce’ il prodotto dall’ambito del reale a quello dell’immaginario, stabilendo che ciò che vedete “è vero” potete trovarlo “anche fuori” dalla cornice della fiction. Dopo questa premessa, arrivo al punto della questione, ovvero sia al fatto, consistente, che nella vita vera, quella senza telecamere, i clienti sono già abituati a essere veicolo di un messaggio commerciale. Nell’attimo stesso in cui indosso un paio di scarpe di una determinata marca o guido un’auto, in un certo senso sono veicolo di un messaggio; questo lo sapevamo già. Quello che non sapevamo è che anche l’immaginazione, per forza di cose e per colpa della penuria di denaro, potesse essere invasa dagli sponsor.

La frontiera ulteriore del travaso del reale falsificato nella finzione sono le fiction come quella che a cui ho assistito ieri sera, ambientata nella solita fabbrica di automobili del Nord, a Torino, dove gli operai vengono ripresi mentre lavorano alle lamiere etc. etc. Ecco: quando le fabbriche in Italia saranno tutte chiuse non verranno dismesse, continueranno a essere utilizzate come set per girare le fiction ambientate nell’epoca in cui c’erano ancora le fabbriche.

Giuliano Sangiorgi in Puglia per presentare “Lo spacciatore di carne” (Einaudi)


Lo spacciatore di carneOggi, 15 OTTOBRE 2012,presso la libreria Feltrinelli di Bari di via Melo 119, alle ore 17.00, Giuliano Sangiorgi, voce e autore, dei Negramaro, presenterà il suo esordio letterario, “Lo spacciatore di carne” edito da Einaudi e già entrato nella classifica dei libri più venduti in Italia.
Ne parleranno con l’autore Rosella Santoro e Antonella Gaeta. L’attore e regista Mimmo Mongelli leggerà brani del romanzo.

“Lo spacciatore di carne” di Giuliano Sangiorgi, oltre al plauso dei lettori ha iniziato a ricevere buoni giudizi anche da parte della critica; Renato Barilli, individuando le influenze con il passato prossimo (vedi alla voce Ballestra) e le novità nell’utilizzo di una lingua ‘materica’, che si fa corpo, è il primo ad aver riconosciuto, nella prova del giovane autore, i segni di un lavoro che di sicuro, nel prossimo futuro, potrà portare buoni frutti nel campo della letteratura.

L’appuntamento si rinnoverà il giorno dopo, Martedì 16 Ottobre, a Lecce (evento organizzato da Liberrima), dove il romanzo verrà presentato presso il Cinema Multisala Massimo. In questa occasione, a leggere brani del libro, sarà l’attore Ippolito Chiarello.

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“Lo spacciatore di carne” (Einaudi), Giuliano Sangiorgi

Non c’è legame più forte del sangue. E il sangue, la carne, nella vita di Edoardo sono molto più che una metafora: sono la materia di cui è fatto il suo passato e quella a cui deve tornare. Aveva cinque anni, «cinque anni di niente» il giorno in cui ha visto suo padre sgozzare un agnello. Da allora il sangue non ha smesso di scorrere nel mattatoio, «la carne-officina» dove il padre macellaio (un tempo il suo gigante buono, adesso un estraneo) attende con pazienza che prenda la laurea prima di raggiungerlo e mettersi all’opera accanto a lui. Perché quello è il destino che la sorte – una sorte incarnata in famiglia – gli ha assegnato, contro cui Edoardo può al limite provare a ribellarsi nascondendo gli agnellini sotto al suo letto, illudendosi che giocare a proteggerli possa salvarli davvero dal loro futuro segnato, e non semplicemente rimandarlo. Dopotutto rimandare, nascondersi, è quello che fa anche lui: studente fuorisede a Bologna, è lontano da casa da due anni ma ha dato solo un esame, il più facile. Vive in un appartamento di via Zamboni con due ragazzi, in uno spazio a compartimenti stagni, dove l’unico contatto con gli altri è dato dagli odori e dal vuoto lasciato dai coinquilini quando vanno in facoltà. La sua è una vita in stallo, «un presente parcheggiato». Finché, sul treno per Bologna, incontra Stella. Un faccia bianchissima da bambima, vent’anni sulla pelle e mille negli occhi. Stella è bellissima, misteriosa, bacia e morde con la stessa passione, e Edoardo se ne innamora in un istante. È l’inizio di un rapporto simbiotico, un triangolo travolgente e pericolosissimo che ha come terzo vertice la droga. Per procurarsela (per lui, ma soprattutto per Stella) Edoardo rivende i tagli pregiatissimi di carne che suo padre gli spedisce orgoglioso ogni settimana: la carne in cambio della droga, la droga in cambio di Stella. Ma ciò che inizia nel sangue non può che finire nel sangue. Quando Edoardo capisce che Stella l’ha abbandonato, quella carne che alimentava il suo legame comincia a trasformarsi in ossessione. In un mondo ormai allucinato dove tutto appare possibile, la carne diventa denaro contante e l’amore diventa incontrollabile follia. L’abilità di paroliere dimostrata da Giuliano Sangiorgi, leader dei Negramaro, nei pezzi per il suo gruppo, l’ha trasformato in uno degli autori più richiesti dai grandi interpreti italiani (ha scritto tra gli altri per Jovanotti, Andrea Bocelli, Malika Ayane, Elisa, Patty Pravo, Adriano Celentano); oggi, il suo esordio letterario mantiene intatta la potenza di una delle voci più forti della nuova scena italiana. Diviso in 35 capitoli brevi e fulminanti come canzoni, Lo spacciatore di carne getta una sguardo straniato sulla vita studentesca, superandone i cliché e portando invece alla luce gli aspetti più ancestrali. Sangue, destino, amore e follia sono gli archetipi su cui Sangiorgi costruisce questo romanzo che sembra ispirarsi al mito, che gioca con la lingua e la scrittura e ci regala il ritratto inedito di una generazione in lotta con il futuro. Un libro appassionato e viscerale, come il rock migliore.”

(fonte Repubblica.it – Bari)

Esce L’ANTITEMPO, satira a colori. Monti candidato alla Premiership. “Era ora”


L’ANTITEMPO”, una cosa è certa, ce n’è bisogno. Se ne accorgono i mercati che alla notizia saltano in aria, seppure per poco, se ne accorge perfino Mario Monti che avanza l’ipotesi di candidarsi alla Premiership del paese, basta andare in America un giorno e ti vengono i pensieri. Già dall’editoriale mi viene voglia di consigliarvi la lettura di questa rivista satirica, “è tempo dell’Antitempo”, ho letto su un muro.
Non so se nelle librerie della città dove vivo arriverà, ovvero sia a Lecce; se non arriva peccato, bisogna chiamare qualche amico da fuori, magari aiutandosi con i social network tipo facebook, twitter, antony’s chain; in fondo ne vale la pena.

Tanto per cominciare sempre nell’editoriale facciamo i conti con una delle bestie più nere degli ultimi mesi, l’ottimismo; chi lo ha visto dice che ha assunto una forma terribile, tale da far scappare perfino i più temerari, a breve le strade saranno percorse da tir di vati inneggianti la fine del mondo; epperò, se questa è la fine, mica è peggio dello svolgimento, anzitempo. E io quindi lo leggo, anzi, lo mando giù tutto d’un fiato, come una dolce euchessina, dolce al momento, amara dopo il tempo.
Poi c’è Grègori, con il grammelot sinofirenzico, da fare invidia perfino a Renzi. A proposito, anche lui questa notte è stato gettato da Mario Monti nello scompiglio più leninista, “Che fare?”

E poi c’è la sezione dedicata ai libri della casa editrice “Giulio È in Audi”, delle vere chicche, roba da marketing editoriale al vetriolo, roba da comprare il plexiglass di plastica 21×29,7 e appenderle in casa, magari con il poster Boteriano; non si capisce, queste scoperte È in Audiane, fatte così bene, copertina, quarta, descrizione, estratto, se sono fuoriuscite dalla cartellina di qualche redattore della casa “È in Audi”, oppure sono fatte così ad arte perché questi di Èinaudi Seconda Fila sono bravi almeno quanto la prima fila e soprattutto non ti fanno mancare nulla, arte pura; anzi, la prima cosa che mi colpisce de “L’ANTITEMPO” o dell’Antitempo che dir si possa è proprio l’azzeratempo insito nel mio ricordatoio. Non provavo un’emozione simile da quando uscì Cuore, con la “C”, e non parlo di Edmondo De Amicis; ed è così, con Ehi Now Dì, e col 3d, ti prendo in giro quelli lì, gli scrittorì, radical scì. Un caldo strano, quello che accompagna l’uscita de “L’ANTITEMPO”, che oltre a essere contro il tempo per via dei contenuti sopraffini lo è anche perché affronta il problema di questo tempo senza sesto nel quale viviamo, e nel quale a fine-settembre-praticamente-ottobre possiamo andare ancora in giro in manichine, quindi ci sta bene la rubrica dal mare, il fumetto, le poppe, i coiti underwater, le zinne sotto al sole perfino la lettera del CattoPioBagnante; insomma!

Qua non si sono scorte nemmeno venti pagine che già c’è materia per rivoltar cervelli come guanti; a parte che 6 numeri a 25 euro è proprio poco; ma se arriva a Lecce…poi ti giri è c’è l’inserto enigmistico, da panico; anzi, forse non tutti sanno che…com’è che incominciai la prima guerra, come…è; non si fanno mancare proprio nulla i lettori del deleuziano Anti-tempo, rivista rizomatica che al prezzo di 5€ da molto, molto più di ciò che promette.
Pensate che c’è chi alla stessa cifra vi da i Pensieri di Biagio Pascal o Uno, nessuno, centomila di Louis Pirandello; classici, è vero, ma la verve che si respira ne “L’ANTITEMPO” è qualcosa d’altro; storie d’artista narrate a fumetti, storia a fumetti narrate da artisti, mescolate in doppiapagina per ottenere “Essi infilano” (Klacid), “Paul Niente” (Strolippo&Stan), La Ballata del ‘13-’18 (Grègori), Ora e sempre (Akab).

Il fatto è che questo è linguaggio puro, roba che ti anima, certe cose ti fanno pensare che alcuni autori, prima di mettersi a scrivere romanzi o poesie, dovrebbero leggere L’ANTITEMPO, non fosse altro che per accorgersi che le vere idee sono avanti, stanno altrove, corrono rapide, e se i tuoi pensieri sono chiusi in gabbia, perché sguinzagliarli ad un lettore? Chiudete i cassetti.

C’era bisogno di una sezione dedicata agli annunci cerco offro lavoro, data la grande quantità di lavoro sparso in giro per la penisola? La redazione, con molta probabilità, immaginava l’enorme numero di persone che già durante la preparazione del numero si sarebbero trovate a spasso, ad. es. giunte regionali, aspiranti premier, liste laterali. Coglierà questa timida nuances la Ministra Fornero, il Monti Bis, e il Ter e il Quater? Penseranno al lavoro come volontà e rappresentazione?
E poi eccoti alla fine una cosa che proprio non potevo farmi mancare, da buon autore de “Il romanzo osceno di Fabio”, un po’ di oscenità, in cauda, come venenum.

Per iniziare, in questo mio post precedente potete trovare gli appuntamenti in cui L’ANTITEMPO viene presentato:

https://lucianopagano.wordpress.com/2012/09/27/dal-28-settembre-2012-arriva-in-libreria-il-numero-4-de-lantitempo-rivista-satirica-a-fumetti/

Per continuare: L’ANTITEMPO 4 è tirato in numero mille esemplari non numerati e tutti uguali, ciò significa che manco è nato e già ce n’è penuria, affrettatevi dunque per poter dire un giorno, io c’ero.

Per qualsiasi informazione supplementare, non esitate a scrivere a ufficiostampa@ o per telefono: Andrea Coccia 348 72 92 696 e Vito Manolo Roma 340 2938514.

Inferno, VI – Letto da Simone Giorgino



Al tornar de la mente, che si chiuse
dinanzi a la pietà d’i due cognati,
che di trestizia tutto mi confuse,

novi tormenti e novi tormentati
mi veggio intorno, come ch’io mi mova
e ch’io mi volga, e come che io guati.

Io sono al terzo cerchio, de la piova
etterna, maladetta, fredda e greve;
regola e qualità mai non l’è nova.

Grandine grossa, acqua tinta e neve
per l’aere tenebroso si riversa;
pute la terra che questo riceve.

Cerbero, fiera crudele e diversa,
con tre gole caninamente latra
sovra la gente che quivi è sommersa.

Dante, Inferno – letto da Simone Giorgino, disponibile in formato MP3 su Musicaos.it

“How did you find this magazine?”. A column written for McSweeney’s contest


How did you find this magazine?
by Luciano Pagano

After having passed the 150,000 hits on my blog I decided to write this story. Once I have started writing this story I wondered why. Why should a young and promising Italian writer under forty years have decided to compete with one of his stories to collaborate on a magazine overseas? I found an answer in the questionnaire that I have attached below.

How did you find this magazine?

A) A friend told you about the magazine.

Impossible.

The only two friends that I know that have read some of the stories present on this magazine were not present in my office when I read the link about this contest on Twitter. Because of my job I spend a lot of time behind a computer and yet I can not write the amount of writing that I would like. I read a lot more than I write, unlike most writers I know.
However only one of two friends who know the magazine, making a total of fifty percent of my friends, has an account on Twitter but this friend of mine can not write fluently in English.
This fact means that even if my friend who knows this magazine and that has a Twitter account he had read the announcement of this competition, it would not be able to suggest to take part in it. I would not wish this answer could be inferred that I have a few friends, because I have a facebook page that has over 1700 fans.
How can a writer who has almost two thousand fans on his personal page on facebook does not even have a friend?

B) You saw an advertisement of the magazine on television.

Impossible.

In the state where I live, Italy, the transition from analogue to digital terrestrial television system has taken several years, at least five.
In recent years the small region where I live, better known as the “heel of Italy,” has not yet been reached by the terrestrial digital television system.
I own a satellite television system, but even on this type of system, tuning into the channels of the United States of America, I was able to follow television programs in which the magazine is advertised. Besides, I’m not used to watching much television. I work ten hours during the day and during this time I am aware of losing the best part of television programming. For example, I can never see the programs that are broadcast at noon, where teams of chefs make the race to see who cooks the best dish. To compensate for the lack of television I usually legally download and store a large number of movies on my computer. But I do not have enough time to see all those movies. The only thing I can earn and consume without getting behind in the purchases were the books.

C) Someone told you about the magazine during a séance.

Impossible.

A longtime friend, one day, he invited me into his home. For many years he had a problem to solve and did not know how. Without asking my friend what was the nature of the problem I joined him at his home on the day that we set to meet. The problem was simple: her grandmother before she died had promised that once arrived in the Kingdom of Heaven would appear in a dream to give him lottery numbers. In Italy we are very superstitious, everyone plays the lottery, several times during the week, at least three more times in the month, at least ten. Many young writers are frequent lottery players. The dedication of the Italians for the lottery is so morbid that anyone who comes to live in Italy, even if it comes from a distant country like China, it is immediately infected with this passion for the game.

You have to imagine that yesterday when I went to bet a dollar on my favorite lottery, before me, in the same betting center, a clerk in a china shop was pointing couple of hundred dollars on the same lottery. On the same numbers that I was betting. Despite the system of the lottery wants to make me believe that the clerk had two hundred times more likely to win than for me, I prefer to think that the chances of becoming a millionaire, for both was the same. If my friend wins the lottery for example, would finally be able to buy a restaurant and fulfill the dream of his life. In that restaurant could take a young writer as a waiter.

Finally I arrived at my friend’s house. Despite his grandmother had died a few years the old lady still had not appeared in a dream to my friend. The times in which the woman had appeared in a dream to my friend, had not communicated any number. My friend was frustrated. My friend convinced me to join him at his home, where he, along with a specialist in spiritualism, had organized a seance. When I entered the room where the seance was held, I felt a little embarrassed because among the people present there was my ex-girlfriend. “You just sit there, outside the circle,” said my friend, “take note of all the numbers that are mentioned during the session.” A daunting task. What happened is unbelievable. Indeed, during the seance, the spirit of my grandma’s friend is materialized in the room. The old woman had a large book in his hands. It was not a copy of the magazine. The spirit began to read aloud the numbers of the pages of the book. My friend was excited, finally would have bet on the numbers that he had heard from the spirit of his grandmother and became rich. However my friend before the seance had forgotten to tell me that his grandmother was Belarusian. I never studied in Belarus. I know the French, English, I speak German and understand Spanish. Nothing to do with Belarus. The impression I had was that the spirit of the grandmother said, twice the number 12. Unfortunately I was not able to understand all the other numbers.

D) You have received a brochure of the magazine in your mailbox.

Impossible.

I know that the magazine does not send mail at home, unless it is an issue of the magazine purchased with a regular subscription. Most of my mail is usually delivered can be divided into two categories. The first category includes the weekly letters that my girlfriend receives from the cosmetics shop in the mall. In those letters are proposed to my girlfriend big rebates on all products. Products that cost up to twenty euros the previous week are offered at twenty cents. Every time my girlfriend searches inside the mailbox and recognizes one of the letters of the cosmetics shop his eyes shine with a bright light, a light that does not happen to see me often and I remember the light that was in his eyes in the days of the first week we met.
All other letters are delivered to my house, that is the letters that belong to the second category, are payment notices or notices of payment due.

E) the Internet.

Probably yes.

The Internet is the source of knowledge for an increasingly large amount of people who know nothing, or who know little, or who would like to know everything. I admit that one of the most direct ways in which I was able to read the contents of the magazine was read the stories present on the website of the magazine. I am also a follower of the internet profile of the journal found on Twitter and then, during a summer night, I read about this contest.

At this point, after having explained how I came to the attention of the magazine, it is necessary for me to describe what happened today.

During the afternoon I and a friend of mine had an important business meeting. Me and my colleague have founded a company that deals with facilitating the exchange of news and information between large companies and the public. What we needed after a year of activity, it was a good contact with new companies. After several studies we finally managed to get a good contact with an important man that we would receive and that we could address to other companies just as important. We were both received by the director of a company in which we have made an interesting business proposition.

In our country, Italy, you are considered a young author until you reach the age of fifty years. Similarly, you are considered a young entrepreneur when you have not yet reached the same age. Italy is not a country for young people. Whatever you do in the field of industry and art in our country, if you have less than fifty years, you’re still a young man.
This argument works with everything except that with the crimes. If you kill someone and you have thirty years in the newspaper the next morning it will write: “The murderess is a man of thirty years”. However, if you are the victim, that is, if you have been killed and you have thirty years in the newspaper the morning after the title will be “murdered a boy of thirty years.” So in our country, if you’ve just passed the fifty years, from one day to the other, you come suddenly considered a captain of industry. Even without industry. It is as if maturity comes into your life without notice, and you wake up one morning and you’re old. You’ve just graduated, you got your first job, you’ve married and had two children. You’ve
finally bought a decent car, a house and boom! Fifty years you’re a captain!
In the meeting of work me and my friend had to convince the entrepreneur that we would have received that was worth investing the money on our own ideas. Most guys our age, instead of running this business risk, with the summer temperature of forty degrees there in the office, they would rather go to the beach to sunbathe.
After an hour spent talking business, the entrepreneur at one point he turned to the window and spoke these words: “You two, I like you, you look like two good fellows, we will do great business together!”

After the meeting I went home and started thinking about “everything”.
The choices I made in life are right? Why I decided that I would never teach in a school despite my degree with honors in philosophy? Why I left my last job and I preferred to stay in this city with my girlfriend and my dog rather than moving to a new city and earn more money, to live without a dog without a girlfriend?
Every time that my life has reached a point where I feel that you can not go without changing anything important in me then I stop and think “everything”.
On the radio today I happened to hear the words of our Prime Minister in a telephone would have said about these words “I’d go out of this shitty country.”

I love this country. And I love writing. That’s why I decided that despite all the African heat, where I spent the month of August would be useful to stay at home to write this story. I wrote this story for the good of my country. Every writer should always have great objectives in front of him. I asked for a hint to my dog, I always ask for a hint to my dog before embarking on something new. My dog’s name is Siro and is a bit ‘as if it were my I-Ching staff. My dog is a cross between a jack russell and another. I say that my dog is a cross instead of white because it is brindle. When my dog was born on google I sought help in the search field enter “jack russell tiggered” to see if it came out a few pictures belonging to a dog like mine. No response. So I asked my dog if he thought I’d better write a story for the magazine. If the dog had been standing since it meant that I would have done well. If my dog was gone, then I would have stripped and instead of writing I had a shower. The heat was unbearable. “I must write this story?”. My dog remained motionless. “Are you sure, I have to write this story?”. My dog stood still again. “I have to write even if I never wrote anything for this magazine, even though I’m Italian, even if our prime minister suggests implicitly to all the inhabitants of our country to escape?”. The dog remained motionless and barked. If the dog barked means that he wanted to give some strength to his suggestions. The suggestion was: “Write idiot.”
So I turned on the computer and started writing.

[Pubblico qui il racconto "How did you find this magazine?" con cui ho partecipato al Column Contest indetto dalla rivista McSweeney's. Per la traduzione ringrazio Mr Thanks]

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Chiunque voglia contribuire a Musicaos.it, con Racconti, Recensioni, Suggerimenti, O-Altro-Tipo-Di-Materiale-Che-Sai-Tu, può seguire le semplicissime istruzioni contenute nella pagina dei contatti]

“Ketty 1″ – Un racconto inedito di Serena Corrao. “Lo sbaglio” di Flavia Piccinni e altri utili suggerimenti


“KETTY 1″
di Serena Corrao

Se qualcuno crede che i pomeriggi di città offrano solo grigie camminate tra le auto fumiganti, percorsi di guerra tra i passeggini intralcianti, l’insulso andare su e giù per i negozi col foglietto della spesa, non si è mai imbattuto in Ketty La Farfalla.
Ketty, monella, furia erotica per le strade della città, fa vacillare le certezze quotidiane che si tornerà a casa con la noia di sempre, stanchi dei supermercati affollati e dei semafori rossi. Lei, invece, nel far west del suo eros, trama agguati ai passanti ignari; li coglie al lazo soffocante delle sue oscene prodezze, cavallerizza indomabile e 17 anni di impenitente impudenza.
Esce sempre con un gonnellino leggero, ampio e cortissimo, nero a fiori rossi, che si adagia su quella linea dei glutei che spezza subito l’ovvio dei costumi quotidiani, dell’ethos civico, delle certezze assodate che nessuno mai mostrerebbe il sedere nudo su un autobus, fingendo che la gonna s’impigli mentre si china, con aria pietosa e innocente, a prender la moneta caduta alla vecchietta.
E invece lei lo fa.
Indomita, percorre le strade della città, violentando una sensibilità urbana regolata sul pane quotidiano del buon costume e della monotonia.
Dovete vederla; dovete seguirla, quando cerca i luoghi dove mettere a segno i suoi colpi. Quando esce dai bar poggiando la tazzina del caffè sul bancone e svoltando, sotto gli occhi di tutti, con tale ardore che il gonnellino si attorciglia per un istante intorno ai fianchi, lasciando vedere la linea orizzontale dei glutei. E gli avventori avvampano, lamentando che il caffè è tiepido.
Bisogna alzare il passo per non perderla, quando rincorre il suo piacere, di quel tipo che l’accende perché è fugace, è impertinente, è estraneo, dura un attimo, senza intimità: eros metropolitano in corsa.
Tocca prendere il tram e poi l’autobus e poi il metro, mentre percorre la città spruzzando come una gatta i suoi odori, pronta all’attacco, bambina cattiva e cattiva cittadina, sempre nuda sotto il gonnellino.
Qualcuno vorrà lasciarla perdere, stanco di quella lezione di filosofia, di sfida al buon senso civico, alla morale cittadina del cappotto grigio, lungo, delle camicette abbottonate fino al collo.
Ma forse la incrocerà di nuovo, quell’impertinente, maratoneta odorante di sesso che, infaticabile, fa suo ogni angolo di città.
Magari domani, magari su un bus; eccola lì, lì sul bus, Ketty, la Farfalla, gli occhi persi tra i palazzi, assorti in quelle geometrie metropolitane, il naso all’insù colpito dai mille odori della gente che si affolla nel mezzo. Ma che succede?
Un vecchio sale alla fermata 38. Il corpo robusto e pesante, la giacca scura e demodé, il ventre straripante sul bottone del pantalone grigio-verde. Le mani col peso della senilità e in esse un ombrello ben chiuso e affusolato. Il volto avido di gioventù, di tette, di culi, di belle ragazze. E Ketty lo sa. Legge nell’animo, legge negli occhi, vigile come una bestiola che odora il tuo desiderio. Non sfuggi.
Il vecchio prende posto dietro di lei e nel giro di due fermate l’autobus si ritrova quasi vuoto.
Ketty La Farfalla, libera, impudente, sentendosi gli occhi addosso, sulla spina dorsale, sulle natiche pressate, si sfila il gonnellino da sotto al sedere e lo lascia pendere dal seggiolino. Il vuoto tra lo schienale e il sedile fa come da cornice ai suoi bei glutei velati dalla stoffa che traballa agli orli per il movimento del bus. Ha preso il volo, Ketty La Farfalla, Ketty-impertinente, lolita metropolitana e pubblica.
Il vecchio regge l’ombrello-fuso tra le mani e prende a usarne la punta per sfiorare il gonnellino che gli penzola davanti agli occhi. Lo sposta di qua e di là, lo fa dondolare fino a ché, preso dal gioco, dà un impulso più forte all’asta e sfiora le natiche di Ketty.
Ketty regge lo sguardo fisso in avanti. Deve giocare e lottare, fingendo quella preziosa indifferenza che permette di non irrompere nella distrazione degli altri attirando gli sguardi. Ma in cuor suo si delizia e gode di quel tiro andato a segno. Gode di un gioco rischioso e senza regole, che a volte può morire se il caos del mezzo fa mancare la palla lanciata, se confonde l’indizio, che rotola via tra il frastuono degli utenti, le borse della spesa, le donne gravide che ti chiedono il posto, l’improvviso salire del controllore.
Altra fermata, altri passanti scendono, calori che si allontanano, aliti che si disperdono, lasciando nella rumorosa vettura il respiro di una più grande libertà.
Ketty si guarda intorno: due uomini assorti sui loro giornali, una donna in piedi che parla al conducente, un’altra traballante sui tacchi e in procinto di lasciare la vettura. Bene. Sente la superficie liscia del sedile pressare sulle cosce e le natiche nude. Sente la vulva palpitare, reclamare libertà. Con la noncuranza di una bambina che siede con le gambe aperte non per malizia, ma perché ancora ignara della buona educazione, si porta le mani sui fianchi e raccoglie il gonnellino tra le dita, alzandolo come un sipario. Poi inarca la schiena e sporge il sedere indietro, il più possibile fuori dal sedile, per quanto glielo consenta il vuoto nello schienale, finché parte della vulva sente l’aria che circola penetrando dai finestrini.
Puttanella, farfalla, birichina. Cortigiana tra il rombo dei motori e lo smog di città. Cosa fai?
Il vecchio impugna l’asta di legno lussuriosa e prende a sfiorare la carne di Ketty in mezzo alla linea dei glutei. La punta dell’ombrello le tamburella la vulva, le tenta il sedere. Il fuso si bagna, l’autobus si arresta. Ketty ha sfidato la presenza dell’ultimo grappolo di gente e ha vinto. Si precipitano tutti giù, abbandonando la vettura sgomenti; i due uomini sudati e coi cazzi all’insù.
Nella solitudine del bus vacuo e oscillante, gorgogliante sull’asfalto sconnesso, Ketty e il vecchio godono di ogni buca della strada che fa sussultare il mezzo e scuotere il sedere impertinente, ora infilzato, ora sfuggito. Ketty vola libera, in un gioco spudorato, farfalla che cerca i suoi fiori avventizi in una prossimità fatua, senza conoscenza, senza intimità.
Sono questi i suoi giochi di bambina, di peccatrice irredenta che ruba piaceri in corsa sugli autobus di città.
Cosa fai? Puttanella, pubblica, pubblicana. Innocente e oscena. Che provochi, fai avvampare, inorridire. Che fai smarrire i passanti, colpiti in un agguato di città, dolce e osceno, scuotendoli dai grigiori quotidiani con un breve sogno di impudicizia vergognosa, pericolosa e fresca.

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Serena Corrao, assegnista in Filosofia Morale presso l’Università del Salento è l’autrice di questo racconto inedito, tratto dalla sua prima raccolta. È il secondo racconto che pubblichiamo dopo le ‘vacanze’ estive, il primo, di Luigi Salerno, potete trovarlo qui, http://lucianopagano.wordpress.com/2011/09/09/sera-del-giorno-decimo-un-racconto-di-luigi-salerno/ (Sera del giorno decimo). Questi sono i link delle pagine per chi vuole inviare materiale in lettura (http://lucianopagano.wordpress.com/contatti/, http://lucianopagano.wordpress.com/about-2/).

Gli ultimi libri di cui potete leggere recensioni sono: “L’interdetto” di Luca Canali, “Bambina e la fatina computerina” di Virginia Defendi, “Malafede” di Maurizio Cotrona, “Vangelo del cavolo” di Edoardo Monti e “L’isola dei voli arcobaleno” di Sabrina Minetti.

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“Lo sbaglio” (Rizzoli), il secondo romanzo di Flavia Piccinni.

Nel Best Off 2006, edito da Minimim Fax, la giovane scrittrice Flavia Piccinni esordiva con un suo racconto uscito su Musicaos.it. In seguito pubblicò il suo bell’esordio, il romanzo “Adesso tienimi” (Fazi Editore), del quale ho scritto qui. Il secondo romanzo di Flavia Piccinni è da pochi giorni in libreria, si intitola “Lo sbaglio” ed è edito da Rizzoli. Vi consigliamo di leggere questo romanzo, qui di seguito la descrizione della vicenda attorno alla quale ruota la storia.

“Caterina gioca a scacchi e studia farmacia. È una studentessa mediocre ma come giocatrice sa sempre condurre i propri avversari dove vuole, fino a sbagliare la mossa decisiva. Davanti alle sessantaquattro caselle Caterina ha imparato a perdere ogni insicurezza, a rimandare le decisioni sgradevoli e ad accettare le partite della vita in cui per gli altri, i familiari il fidanzato Riccardo, lei è solo una pedina. Sa bene, Caterina, che una logica spietata impedisce alle cose di cambiare, e che il suo destino è già scritto: nonostante ora sia a un passo dalle Olimpiadi, sua madre ha deciso che dovrà essere una farmacista, nella migliore tradizione di famiglia. Quando però una variabile imprevista irrompe nel suo mondo, tutto sembra andare in frantumi e a nulla servono gli sforzi di nonna Ines, che è arrivata da Taranto illudendosi di poter incollare cocci. Così, sullo sfondo di una Lucca assonnata e infelice, impietoso specchio della provincia italiana di oggi, Caterina capirà che forse una via d’uscita c’è ma che, proprio come il suo idolo Paul Morphy, l’ultimo scacchista romantico, dovrà osare e rischiare tutto contro ogni logica, senza farsi dominare dalla paura. Perché a volte la vita stessa è una crudele partita a scacchi in cui anche la mossa apparentemente più insignificante può rivelarsi fatale.”

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http://twitter.com/lucianopagano

“Vecchio Angelo Mezzanotte” da Kerouac a Asfalto Teatro, intervista a Aldo Augieri


Domenica 22 Maggio, presso lo storico Teatro Politeama Greco di Lecce, alle ore 21.00 (con preserata/degustazione a cura della cantina Castello Monaci alle ore 20.00), debutterà “Vecchio Angelo Mezzanotte”, l’ultima – in ordine di tempo – attesa, produzione di Asfalto Teatro. Da scrittore, prima ancora che da spettatore, sono stato sempre incuriosito dalle produzioni (questa è in coproduzione con La Collaboratori Particolari) di Asfalto Teatro; mi hanno incuriosito, fin dall’inizio del loro percorso, le scelte dei testi e degli autori, Kafka, Carroll, Klossowski, che mi hanno sempre fatto pensare a un teatro che nasce (erano i primi anni del duemila) con grandi ambizioni e che, nel corso degli anni, ha realizzato alcune delle messe in scena più interessanti che mi sia capitato di vedere nella nostra città. L’impressione che ha lo spettatore di Asfalto Teatro è quella di entrare in una vera e propria Wunderkammer dove l’incoscio, a occhi aperti, fa i conti con il testo, la scena, le musiche e gli attori, per poi ritornare alla realtà, sicuramente cambiato. Ho avuto modo di incontrare Aldo Augieri, regista e riscrittore per la scena di “Vecchio Angelo Mezzanotte”, e di fargli alcune domande; il mio obiettivo non era quello di ‘aggiungere’ a ciò che è compiuto, quanto di dare modo ai lettori di questo quotidiano di apprezzare le tappe di un percorso decennale che ha portato a questa ‘prima’ di valore.

D – Sono passati undici anni dalla prima produzione di Asfalto Teatro, era l’anno di inizio del nuovo millennio, il Duemila. Cosa è cambiato e quanto è rimasto uguale, di quel periodo? “Chi è” e “Chi sono” oggi, Asfalto Teatro?

R – Asfalto Teatro è nato dopo l’esperienza fatta nel manicomio di Lecce – ma in realtà da quel manicomio non sono mai uscito – Sono passati undici anni a quanto pare – all’epoca cominciai con Stefania De Dominicis – una valida compagna capace di credere a quello che stavamo facendo anche quando non ci credevo neanch’io – aveva molta più esperienza di me e con lei rimanevamo stupiti nel renderci conto che l’attore all’inizio del processo deve essere…”paziente” –
Lo psicofarmaco voleva che il mio lupo se ne stesse a casa – la scena invece moltiplicava i lupi e li faceva correre – Oggi rughe non se ne vedono ma è cambiato lo sguardo – Lì – nel Padiglione-uomini una cosa mi è rimasta impressa – la scena è il luogo del “fottere” – inseguito da infermieri e da psichiatri baciavo i pazienti sulle dita – Grazie alla lettura di Klossowski cominciai ad innamorarmi dei soffi e a far muovere lo spettacolo intorno alla creazione di simulacri.
“Lo schiaffo del soldato” infatti era la creazione di un simulacro chiamato “principe dei mutamenti” uomo e donna insieme – un soldato martire con gli occhi di S. Teresa – Capì ben presto che il corpo è un albergo – nella stanza 113 dorme il direttore – Ogni spettacolo richiamava tipologie diverse di persone – creando ogni volta un gruppo nuovo. Solo alcuni restano e il teatro si trasforma in una specie di porto – si viaggia insieme sino allo spettacolo e poi ci si saluta – Arrivederci – Antonio Cazzato è uno di questi – ha sdoppiato il processo in attore e scenografo – ogni giorno gli dò una mano e una pacca sulla spalla – Claudia di Palma la incontrai per strada – preparavo Alice – era perfetta – non ci siamo più lasciati – continuo a vederla Alice e lei continua a chiamarmi Babbo Guglielmo – e poi ci sono i nuovi incontri – quelli che ha permesso Kerouac – Davide Morgagni – con lui è iniziata un’ amicizia molto particolare – viaggiamo standocene fermi sul posto parlando di scrittura e furti – lui è una specie di Dean (personaggio del romanzo “On the road “) io alzo il pollice e lui mi porta sulle cime delle montagne – Daniele Sciolti che aveva già alcune esperienze come scenografo – ma insieme scoprimmo che era anche un ottimo attore volubile e malleabile – la sua carne sembra ‘plastichina’ – e infine Anna Gabrieli – trucca il viso come fosse un paesaggio. In questa versione di “Vecchio Angelo Mezzanotte” saranno inoltre presenti Marzia Marzo e Anna Brull Pinol sulla scena, Marcello Maruccia ed Emanuele Augieri al lavoro fonico-musicale, Fiamma Benvignati ai costumi, e il marinaio Andrea Cariglia – compagno di viaggio.

D – Dopo avere rappresentato le vostre produzioni sia in teatro che in altri luoghi dell’agire e della dimensione dello spettacolo – penso alle produzioni che sono passate nell’ex-laboratorio saldature zona ex-knos e alla riuscita esperienza della vostra ultima rappresentazione al Teatro Paisiello (nell’ambito della Rassegna teatro a ’99 centesimi’ curata da Carla Guido) – la prossima domenica 22 maggio alle ore 21.00 sarete al Politeama Greco di Lecce con “Vecchio Angelo Mezzanotte”.
Si tratta dello spettacolo nato dal vostro studio “Il pompelmo rosa” su Jack Kerouac. Lo spazio teatrale del Politeama si è reso necessario per dare più respiro al progetto dello spettacolo. Ci saranno novità dal punto di vista scenico, tecnico, scenografico?

R – Dopo tre anni di lavoro su Kafka l’incontro successivo con Kerouac ci ha permesso di continuare a cavalcare una linea di ricerca – (una linea spesso curva, piena di vicoli ciechi, piena di buche) – non su testi teatrali – ma su scritture e letterature minori –
Questo consente di poter far dialogare la scrittura con la parola viva e dare inizio a personali trame e a nuovi montaggi che la scena suggerisce – Il Pompelmo Rosa è stato un passaggio – una fase del processo – abbiamo cominciato a capire l’importanza dell’amplificazione a teatro, specialmente se la lingua adoperata richiede velocità, variazioni e intensità – Inoltre lo spazio ristretto della scena ad Asfalto Teatro non ci ha permesso di realizzare tutti gli effetti luce e scenografici che saranno presenti al Politeama – Il lavoro d’amplificazione permette di provare sulla scena la gioia di gustare suoni e parole deliranti, sentire il ritmo e il silenzio, proprio come scriveva Franz Kafka: Il silenzio delle sirene.

D – Il Salento e la Puglia sono luoghi favorevoli allo sviluppo di relazioni artistiche e alla nascita di compagini teatrali. In che modo Asfalto Teatro si è relazionata al suo territorio, ai teatri, alle scuole, e in che modo ha fatto i conti con il ‘bagaglio’ artistico di eventuali ‘maestri’?

R – Sinceramente quando mi chiedono dove faccio teatro rispondo alle Hawaii – Il tentativo è stato quello di non fare entrare mai il territorio e i suoi deliri sulla scena. Inoltre quando anni fa mi proposi in alcune scuole, notavo che le insegnanti mi scambiavano spesso per un precettore – confondendo il teatro con l’ennesima ora di catechismo – I maestri dicono che i maestri non esistono, restano delle lezioni, e quando gioco a biliardo alcuni ragazzi della malavita mi chiamano il Professore. Gli incontri sono sempre casuali e ci si riconosce dai tic.

D – “Vecchio Angelo Mezzanotte” è solo una tappa nel vostro percorso di scrittura e riscrittura del testo classico in chiave teatrale contemporanea. Nel 2002, una delle vostre prime produzione dal titolo “Lo schiaffo del soldato”, di cui ci hai parlato, partiva dal Bafometto di Pierre Klossowki, avete lavorato sulle favole di Lewis Carrol, sui testi di Jorge Louis Borges e, di recente siete entrati nel ‘mondo’ di Franz Kafka. Adesso vi confrontate con Jack Kerouac, lo scrittore famoso oltre che per “On the road” per la sua fase di produzione più ‘mistica’. Kerouac pubblicò i suoi primi lavori tra la fine degli anni cinquanta e in piena contestazione, negli anni Sessanta. Era il periodo in cui Jerry Rubin pronunciò lo slogan “don’t trust over 30”, non fidarti di nessuno che abbia più di trenta anni. Con quale ottica Asfalto Teatro ha affrontato la ‘stesura’, dello studio prima e poi dello spettacolo “Vecchio Angelo Mezzanotte”?

R – Leggevo il Bafometto di Klossowski notte e giorno fino a quando feci un’esperienza magica. Le parole cominciarono a muoversi sulla pagina, a cadere per terra e a correre come tanti ragni rossi risvegliati ed io mi fidai di loro.
Bisognerebbe fidarsi anche di chi non ci si può fidare – è molto più frizzante – L’incontro con il testo “Vecchio Angelo Mezzanotte” ha spalancato parecchie finestre facendo affiorare parole che alimentano la ricerca (ritornelli che fungono da stimolatori per la macchina) – I testi di Kerouac che si sono incrociati sono stati soprattutto “Vecchio Angelo Mezzanotte” e il poema “Il mare” scritto alla fine del romanzo “Big Sur” – ma non solo. Grazie a questi testi si è passati dal racconto narrativo al montaggio d’intensità, dal personaggio al fantasma. La figura sulla scena che incontra le onde – sia detta una volta per tutte – è Mr. Mission, il cacciatore di fantasmi e tamburi. Finalmente la scena dà libero sfogo al proliferarsi di microbi – anche per questo è consigliabile per chi decidesse di venire il 22 Maggio al Politeama Greco alle ore 21 – di munirsi di maschere anti-virus – o comunque di predisporsi all’ascolto. “Vecchio angelo mezzanotte” è linguaggio ottico – sonoro.

D – Il teatro, prima ancora che la scrittura, è uno dei luoghi di incontro, critica e scontro con le logiche del ‘sociale’. Quanta ricerca e quanta denuncia c’è, in tal senso, nel lavoro di Asfalto Teatro?

Il sociale appartiene al territorio dunque non entra in scena, perché il territorio cerca un teatro maggioritario. Il teatro che ci piace non incontra e non si scontra con nessuno, al massimo suggerisce. La scena dovrebbe portare alla luce le connessioni più impensate e non le connessioni culturali e addomesticate dal mercato, ho capito grazie a Lewis Carroll che la denuncia non è rappresentabile – che le parole sono in gabbia e che ognuno è il censore di stesso – quando mi sveglio la mattina faccio sempre fatica a muovere le zampe – sento bussare alla porta e so già chi è – due ispettori con la cravatta mi ripetono la lezione e ciò che va fatto ma poi apro una botola e scendo giù dove mi aspetta il popolo dei topi – buona visione!!!

pubblicata su “Il Paese Nuovo” dell’11/05/11

Lo spettacolo “Vecchio Angelo Mezzanotte” debutterà a Lecce, presso il Teatro Politeama Greco, Domenica 22 Maggio 2011 alle ore 21.00. La serata sarà preceduta da una degustazione di vini a cura della cantina Castello Monaci alle ore 20.00.

“Straniero sarai tu. Quando il semaforo non basta”. Un racconto


Straniero sarai tu.
Quando il semaforo non basta.
Un racconto

“Io sono il numero zero
facce diffidenti quando passa lo straniero”
Sangue Misto

Caro lettore, mi preme rassicurarti, prima ancora che tu prosegua nella lettura di questo racconto, che qui non si parlerà di viabilità, di domeniche in bicicletta, di filobus e/o eventuale procrastinazione del servizio di trasporto pubblico, e argomenti simili. Il semaforo, in questo caso, è inteso come luogo di concentrazione del ‘lavoro diffuso’, elemento reso stabile da una precarietà oramai storicizzata e soprattutto denigrata dalle stesse parole del Premier e dalle sue recenti affermazioni sul Decreto Sviluppo. Silvio Berlusconi, in più di un’intervista concessa alle sue reti personali, ovvero sia “Rete 4” e “Rai Uno”, ha ribadito i risultati ‘forti’ del suo governo, che poi sono quelli di facciata più visibili dal punto di vista mediatico ma smentiti nell’attimo stesso in cui ne viene data notizia. Il leit-motiv che ci ha accompagnato nel periodo delle elezioni nei Comuni sarà lo stesso tormentone che ci accompagnerà fino alle prossime Politiche, ovvero sia il trittico “Spazzatura” – “Terremoto” – “Come Siamo Usciti a Testa Alta dalla Crisi”.
È per questo motivo, caro Lettore, che mi sembrava giusto riportare una testimonianza, qualcosa di piccolo di fronte a tanto dispiegamento di mezzi informativi, e lo farò a partire dal semaforo. Il semaforo in questione è quello davanti al quale ho modo di passare ogni giorno, per più di una volta al giorno.

C’è un rumeno, sempre lo stesso da almeno cinque anni, che chiede i soldi in cambio di una lavata di vetro. Un giorno, passando vicino a una cabina del telefono, mi sento chiamare “Amico, amico!”, quando un rumeno ti chiama ‘amico’ è come se un uomo di colore, nell’Harlem degli anni sessanta, ti chiamasse ‘fratello’, stesso effetto semantico, “vieni, ci serve un favore”. Mi avvicino alla cabina rispondendomi nella testa alla domanda “ma chi può utilizzare, nel duemila, una cabina telefonica?”, uno che deve fare un numero verde in mezzo alla strada, ecco chi. Pietro (questo il nome tradotto in salentino) mi mostra la ricevuta di un bonifico estero effettuato con un corriere espresso. In pratica gli hanno invertito il nome con il cognome e quindi, la persona dall’altra parte del globo, in Romania, non può riscuotere la cifra. Pietro mi chiede di fare il numero verde, ascoltare, seguire le istruzioni e segnalare il problema all’Ufficio Clienti. La mia esperienza nei call-center mi fa subito capire che Pietro si trova alle prese con un problema degno dei tempi moderni, ovvero sia l’incomunicabilità tra uomo e operatore. Prendo il telefono, faccio tre tentativi (una buona media per essere un presupposto esperto), riesco finalmente a parlare con una signorina, risolvo il problema. Da qualche parte in Romania la sorella di Pietro, oggi, riceverà 100 euro. Caro Lettore, devi immaginare che quando stavo chiuso dentro la cabina, lì fuori, insieme a Pietro, c’erano altri due suoi amici; se fossi stato più suggestionabile avrei creduto che non mi avrebbero fatto uscire senza una soluzione, se tu stesso li avessi incontrati da soli magari avresti potuto credere che non erano tipi raccomandabili, ma questo è l’effetto che ti fa vedere alcuni telegiornali, quelli che dipingono l’altro come nemico; io non l’ho pensato, anche se uno dei due aveva la chiostra dei denti completamente d’oro. Da quel giorno sono amico di Pietro. Gli ho risolto un problema senza mandarlo a quel paese temendo chissà cosa, l’ho trattato come una persona e non come un lavavetri, quindi ha deciso che siamo amici. Quando arrivo con la macchina davanti al semaforo lui mi dice sempre ‘ciao amico, ti saluto e ti stringo la mano’, a Pasqua mi ha fatto gli auguri.

Caro lettore, dovevo farti questa premessa per raggiungere più semplicemente la conclusione, avvenuta stamattina, quando, fermo con l’auto al semaforo, scambio il mio solito saluto con Pietro. Lui si avvicina, mi stringe la mano, gli dico “Apposto?”, lui mi risponde “facciamo finta di dire apposto! è diventato più complicato, troppe tasse da pagare, il semaforo non basta più”.
Ecco, in quel momento mi sarebbe piaciuto tanto che, a quel semaforo, facesse la sua comparsa San Silvio B., patrono delle emergenze risolte in televisione e rimaste tali nel mondo reale, con le sue rassicurazioni di avere esteso la cassa integrazione anche a fasce dei lavoratori che precedentemente non ne usufruivano; lo stesso San Silvio B. che si prepara a benedire i risultati del recente turno elettorale come un vero e proprio ‘test di governo’, mentre la Confindustria e la Marcegaglia, appoggiata da tutti i precedenti presidenti della Confindustria, continua nell’affermare che l’Italia è un paese frenato, e che il Governo è uno dei freni più forti al rilancio dell’economia. Altro che Decreto Sviluppo. Cosa ne pensa del Ministro Tremonti il nostro Pietro, lavavetri che paga le tasse e nel frattempo deve anche sorbirsi le prediche di una quindicina di commercianti limitrofi che a turno gli sparlano alle spalle recitando la litania del “e perché non torni nel tuo paese, e come fai a camparti con l’elemosina chissà cosa fai di losco, e quanti siete, e se vi contassimo a tutti i semafori, tirate su un milione di euro al giorno”. Mi chiedo, ma c’è stato qualcuno che ha mai chiesto a Pietro se pagava le tasse, prima di dirsi – nel pregiudizio – che è venuto a fregarci i soldi nell’illegalità?

Ecco, caro Lettore, quello che mi premeva dirti con questo racconto è: mentre in questi dieci anni ‘davi addosso’ allo straniero, in tutte le salse e su tutti i canali e con tutte le proposte di leggi allucinanti, le persone che fomentavano il tuo odio erano le stesse che contribuivano a impoverirti al punto da raggiungere una soglia di sussistenza minima, in un paese dove il tasso di disoccupazione giovanile è del 28,2% e dove ci sono fasce della popolazione che non sono MAI state assunte e quindi non hanno MAI, tecnicamente e realmente, lavorato e quindi non sapranno MAI cosa vuol dire essere tutelati. Ma noi continuiamo a dare addosso allo straniero. C’è una canzone dei Sangue Misto, il gruppo cui apparteneva Neffa, che si intitolava “Lo straniero” (1994), ascoltarla oggi e vedere che così poco è cambiato fa venire la pelle d’oca, “Io quando andavo a scuola da bambino/la gente nella classe mi chiamava marocchino,/terrone “Muto! Torna un po’ da dove sei venuto!”

Questo racconto, caro Lettore, è dedicato a Pietro che paga le tasse su quella che tu chiami elemosina, nel paese del lavoro sommerso, ma anche a tutte le famiglie del Nord Italia che alla sera cenano con latte e biscotti perché non hanno più soldi per fare la spesa. Grazie di averci preso in considerazione, Lettore, le faremo sapere al più presto.

pubblicato su “Il Paese Nuovo”
di Domenica 15 Maggio 2011

http://twitter.com/lucianopagano

Post della domenica. “Col bene che ti voglio” (2008) ripubblicazione


Da sette settimane circa, sul portale Scribd.com, sto ripubblicando episodio dopo episodio il mio secondo romanzo, “Col bene che ti voglio“. Il romanzo è stato pubblicato a puntate nel 2008 sul quotidiano “Il Paese Nuovo” (dall’8 maggio 2008 al 12 giugno 2008). Per una serie di motivi e coincidenze la pubblicazione si arrestò al sesto episodio, il che vuol dire che dal settimo episodio online il romanzo è edito, per la prima volta, in rete.

L’indirizzo per leggere tutti gli episodi è questo 
http://www.scribd.com/my_document_collections/2964163
.

Fino a oggi, la somma dei download per i primi 7 capitoli è stata di 862 scaricamenti.

Ogni sabato farò l’upload di un episodio, fino a completare l’upload dei 16 episodi.

Questo è il link del post da cui, l’8 maggio 2008, segnalavo l’inizio della pubblicazione di “Col bene che ti voglio” http://lucianopagano.wordpress.com/2008/05/08/col-bene-che-ti-voglio-da-oggi-in-edicola/

Ecco la trama del romanzo.

“Col bene che ti voglio” (2008) – Luciano Pagano

4 Luglio 1998. Andrea vive a Lecce, frequenta la facoltà di Filosofia. Prossimo alla laurea, trascorre le sue giornate oziando nell’abulia, dimentico del fatto che deve terminare la stesura della sua tesi. Il giovane divide il suo appartamento con M., il suo amico che è partito da due giorni per trascorrere le vacanze in India, lasciando Andrea solo nell’appartamento, con la mansione di innaffiare le piante. Andrea una mattina riceve una visita, si tratta di Marina, un’amica del suo coinquilino che credeva di trovarlo in casa. Marina è una ragazza attraente, spigliata, disinibita, risponde all’identikit delle amiche di M., in parole povere è il tipo di ragazza con cui Andrea non ha mai legato. Sempre quel sabato mattina fa irruzione nell’appartamento Pesaro, l’ex-marito di Marina. Pesaro ha pedinato la donna, è furioso, quando entra in casa e vede la sua ex insieme a Andrea, viene preso dalla furia, fracassa lo stereo con un pugno e viene cacciato da Marina appena prima che possa fare altri danni. Marina resta a pranzo con Andrea, che resta affascinato dalla donna. La sera stessa Andrea andrà a Torre Sant’Andrea dove c’è un concerto, per cercare sollievo dal caldo opprimente e per trascorrere un sabato sera assieme agli amici. Nella pizzeria del locale incontrerà nuovamente Marina, una felice coincidenza. Andrea trascorrerà la serata insieme alla ragazza, si ubriacherà a tal punto da sentirsi male. Marina lo accompagnerà a casa in auto, trascorrendo la notte insieme a lui, i due faranno l’amore. Al mattino dopo Andrea si sveglierà nel letto da solo, nel pomeriggio camminerà senza meta nella città, indeciso se chiamare o meno Marina al telefono. Quando arriverà a casa troverà la ragazza ad attenderlo nel suo appartamento, Marina possedeva le chiavi, lasciatele da M. I due fanno nuovamente l’amore. Andrea vorrebbe restare con la ragazza che tuttavia deve tornare a casa, c’è qualcosa che la preoccupa, Andrea non le chiede nulla perché non vuole sembrare invadente, intuisce che il problema, se c’è, è dovuto al rapporto con il suo ex-marito, Pesaro.

Al mattino dopo Andrea si alza presto e decide di andare al mare, entra in un bar per fare colazione e apprende sfogliando un giornale che Marina è stata trovata morta, probabilmente uccisa, in casa sua. Da quel momento i giorni di Andrea cambiano. Tanto per cominciare fa ingresso nella sua vita la strana figura del Commissario Tini, un personaggio che non va tanto per il sottile e che lo attende al suo ritorno a casa per condurlo in Questura e interrogarlo. Ma non è tutto, a quanto pare dietro la morte di Marina c’è molto di più, Andrea scopre infatti che Marina è figlia dell’Onorevole Pilieri, un parlamentare e allo stesso tempo il proprietario a Lecce di una grossa ditta di costruzioni, che sta per candidarsi come Sindaco della città. Andrea sarà costretto suo malgrado a scoprire i segreti di Marina, grazie all’aiuto del Commissario Tini, che intende sfruttare quei due giorni che il ragazzo ha trascorso con Marina per mettere in trappola Pesaro, indiziato da subito per l’omicidio della ragazza. Tuttavia le cose non sono come sembrano, dietro l’omicidio di Marina c’è molto di più, Andrea, Pesaro e lo stesso Commissario Tini si riveleranno pedine di un gioco più grande.

Questo è l’elenco dei pezzi che compongono la colonna sonora del romanzo:

Luglio, Riccardo Del Turco, 1968
Pink Floyd, I wish you were here (live)
Radiohead, Paranoid Android
Bob Marley, One love
The Police – Every breathe you take
Beautiful (soap) – Main track
Rolling Stones – Paint it black
Depeche Mode – It’s not good

“VECCHIO ANGELO MEZZANOTTE”, Asfalto Teatro al Politeama Greco di Lecce, Domenica 22 Maggio 2011


ASFALTO TEATRO

DOMENICA 22 MAGGIO 2011
ORE 21.00
TEATRO POLITEAMA GRECO – Lecce

ASFALTO TEATRO presenta
“VECCHIO ANGELO MEZZANOTTE”
regia di Aldo Augieri
Tratto da Jack Kerouac

Asfalto Teatro ritorna su Kerouac e trova concretezza in questa sua undicesima produzione, nella quale il lavoro attoriale e di ricerca sui testi e sulle parole, si amalgama con la lirica dei suoni e delle voci amplificate di due cantanti, all’interno di una scenografia spettacolare.
Asfalto Teatro con “Vecchio Angelo Mezzanotte”, come negli altri lavori della compagnia, crea un testo a partire dalle suggestioni e dal lavorio di ricerca incessante su più testi tratti dall’opera di Jack Lebris de Kerouac. Il punto di partenza non è un unico scritto dell’autore ma l’opera nel complesso.

Il prologo apre ad un proscenio non ben definito, che potrebbe sembrare l’antro di un vecchio palazzo. Un Conte annuncia la mezzanotte e traghetta gli spettatori nella sua opera di creazione del mondo, mentre un bislacco suggeritore gli rammenta la sontuosa cena a base di sangue e denaro…Ma presto questi simpatici spettri si rivelano la visione lisergica di un naufrago, che abbandonato da tutti gli esseri viventi, entra in scena, solitario, con una pallida lanterna nella notte senza stelle. Si entra così nella notte dei rimbombi, fonici e abissali. Nella notte dei rimbombi e delle pieghe dell’anima.

La scena è notturna, marina, amplificata, tutto accade su di un incrocio di ponti e sotto la x è il buco nero – il linguaggio prende a naufragare nel mare e del mare ne assume le sue molteplici onde, e non smette di divenirne le sue molteplicità sonore. Le quattro voci di donne (due delle quali di cantanti liriche), rapiscono il protagonista, se ne prendono gioco e lo spaventano, lo gettano in un vortice erotico di continua trasformazione, alle volte con rivelazioni spudoratamente prive di senso e sensualmente ricche di echi vibranti. Le onde paiono geishe, e forse lo sono, e in scena ripetono al vagabondo la cerimonia del mare, mare mitragliatrice, ne servono il thè del deragliamento sonoro con canti lirici e formule acide, che il protagonista assorbe, assume su di sé, ingoia, quasi divenendo un tutt’uno con esse, sino a spingersi in uno un stregato divenire altro, animale, uccello, lumaca. È stato un sogno, un delirio, o una cattura? Il vecchio angelo vagabondo continua il viaggio, sulla strada, quella battezzata da Kerouac: l’eternità dorata. La mezzanotte può cominciare in Messico.

Vecchio Angelo Mezzanotte - Asfalto Teatro - Foto di Giuseppe Affinito

Vecchio Angelo Mezzanotte - Asfalto Teatro - Foto di Giuseppe Affinito

Lo spettacolo avrà inizio alle ore 21.00 e sarà preceduto, nel foyer del teatro, da una degustazione gratuita che avrà inizio alle ore 20.00

ASFALTO TEATRO è un’associazione culturale Onlus, nata nel 2000 a Lecce, che si occupa di ricerca teatrale, intrecciata al video, alla fotografia e alla scrittura. Con “Vecchio Angelo Mezzanotte” la compagnia è alla sua undicesima produzione, dopo undici anni di lavoro. Le sue produzioni precedenti sono “Ex-stasis” (2000); “Guai in un paese di utopia” (2001); “Leccesso” (2002); “Porkopolis” (2002); “Lo schiaffo del soldato” (2005); “La caccia allo Snark” (2006); “Descrizione di una battaglia” (2007); “La condanna” (2008); “Odradek” (2009); “Il Pompelmo rosa” (2010).

§

“Vecchio Angelo Mezzanotte”
Regia e riscrittura teatrale ALDO AUGIERI

Aiuto regia Stefania De Dominicis Davide Morgagni
Con Aldo Augieri, Antonio Cazzato, Anna Brull Pinol, Stefania De Dominicis, Claudia Di Palma, Maria Marzo, Daniele Sciolti
Scenografia: Antonio Cazzato, Daniele Sciolti
Oggetti di scena: Antonio Cazzato
Tecnico suono: Marcello Maruccia
Tecnico musicale: Emanuele Augieri
Disegno luci : Franco Macchitella, Giuseppe Calabrò
Costumista: Fiamma Benvignati

Asfalto Teatro - Vecchio Angelo Mezzanotte - Foto di Giuseppe Affinito

Asfalto Teatro - Vecchio Angelo Mezzanotte - Foto di Giuseppe Affinito

NOTE DI REGIA:

Alba e vento. Un uomo nella notte segue le tracce di chi? ah ah ah…tutto nella testa rimbomba. Come la lingua che Kerouac rende ubriaca e schizzante. Linguaggio scritto a pennellate. e il corpo si annebbia. Un ispettore tra le onde segue le tracce di chi?? ah ah ah…. forse il castello del vampiro e’ un castello cinese??
Tutto accade nell’orecchio….orecchio disabituato a sentire poco a poco….Dov’è il filo?? ah ah ah… ragazzo, e’ tutta una questione di gusto e di denaro. Kerouac sugli scogli a Big Sur non dorme nel letto, fa l’autostop sugli scogli e fantasmi e tassisti vampiri gli danno un passaggio verso il deragliamento sonoro.
…..
Il teatro non può che essere sperimentale, ci sono troppe cose da approfondire e la ricerca scopre ogni volta nuove possibilita’. La scrittura di Kerouac è una scrittura nervosa, spontanea, fluisce senza fermarsi mai, Kerouac infatti scriveva su dei rotoli di carta senza voltare mai la pagina, gesto che avrebbe interrotto il flusso. Lo spettacolo che ne è venuto fuori è un tuffo nel mare continuum del suono. Un uomo attraversa il rimbombo, sembra un cercatore di onde. On the radio?? Questo teatro incarna le sperimentazioni linguistiche, ha smesso di riferire o di raccontare gia’ da molto tempo al massimo fischietta. Kerouac si accorda bene con queste intenzioni proprio perchè il suo è un modo di raccontare affidato totalmente all’imprevisto, alla scrittura che attira e attrae con frasi brevi, parole- suono e ritmi jazzistici. È una scrittura veicolo che trascina a velocità sempre più veloci o sempre più lente e che trasporta l’attore in un viaggio affidato alle variazioni continue del suono e lo spettatore in un ascolto in cui non ci sono più discorsi ma correnti marine.

Aldo Augieri

TEATRO POLITEAMA GRECO – LECCE, 22 MAGGIO, 2011
ORE 21,00 PRENOTAZIONE CONSIGLIATA

Info 3471880889 – 3382433222
asfaltoteatro@libero.it

http://asfaltoteatro.ning.com/

facebook: Asfalto Teatro

foto: Giuseppe Affinito

PREVENDITA BIGLIETTI:

Castello Carlo V, Via XXV Luglio, – Lecce
La Bottega Libraria Shuluq Via Palmieri 37/a – Lecce
Teatro Politeama Greco Via XXV Luglio, 30 – Lecce
Libreria Milella – Lecce
Libreria Palmieri Via Trinchese , 62 – Lecce

Extraterrestre, vattene via (da Los Angeles)


Extraterrestre, vattene via (da Los Angeles).
Quando gli alieni non decidono più

“12 Agosto 2011. Abbiamo un’unica certezza. Il mondo è in guerra.” Basta questo per riportare indietro le lancette dell’orologio a una data mitica nell’epoca delle narrazioni contemporanee, mi riferisco a quel 30 ottobre 1938, giorno in cui un uomo di nome Orson Welles, davanti a un microfono, incominciò a leggere “La guerra dei mondi”, romanzo del suo quasi omonimo H. G. Wells, gettando nel panico quei radio-ascoltatori che credettero di stare ascoltando un radiogiornale.
Da quel momento il modo migliore di presentare l’invasione aliena agli occhi e alle orecchie stupite degli spettatori è stato farlo nel modo più semplice, ovvero sia scegliendo la via del realismo.

È quello che si evince fin dalle prime immagini di “World Invasion: Battle Los Angeles” (diretto da Jonathan Liebesman), film che con questo titolo fa già immaginare una serie di film dedicati alla resistenza contro gli alieni ambientata nelle diverse città degli Stati Uniti d’America.
Lo stratagemma narrativo dell’incipit utilizzato da “World Invasion” è lo stesso del recente “Skyline”, altra pellicola nella quale si narra dell’invasione della terra e del tentativo di sterminio del genere umano da parte degli alieni. Si inizia entrando ‘in medias res’ presentando la situazione di catastrofe già in corso, e dopo qualche minuto si riporta il contatore indietro di ventiquattro ore, facendo vivere allo spettatore ciò che è successo il giorno prima dell’attacco. È una regola non scritta dei nuovi film apocalittici e di azione, quella per cui lo spettatore, una volta al suo posto, vuole subito prendere parte alla catastrofe per poi capire come ci si è arrivati. Questo forse accade perché a causa delle molte distrazioni domestiche, quali possono essere libri, partite a scacchi, riunioni di circoli ricreativi dove si commentano i classici della letteratura latina e affini, lo spettatore esige di essere risarcito subito di quanto ha pagato al botteghino. È un principio che i registi di questo tipo di pellicole conoscono bene.

Ci sono i soldati che giunti al termine del loro percorso di addestramento vivono pensando che da un momento all’altro potranno essere impiegati in quale missione speciale, Iraq, Afghanistan, Medio Oriente, Libia. C’è il soldato che si congeda un giorno prima dell’attacco, giunto al termine della sua carriera, dopo avere sacrificato all’arma tutta una vita. I marinai in questione festeggiano di sera, lanciando palline da golf in un campo deserto, con la musica di sottofondo, in compagnia di belle ragazze, anche esse pericolose appartenenti all’arma dei marines. Ci troviamo di fronte alla classica scena da fine-corso-college-nel-tipico-campus-USA, per intenderci quella che precede di poco l’evento cardine della vicenda. Il Sergente Nantz nasconde un’ombra nel suo passato. Il tempo stringe, le notizie dei telegiornali si accavallano, i cieli nello spazio sono solcati da strani oggetti. Un fenomeno che normalmente si sarebbe dovuto verificare in diversi mesi avviene rapidamente, uno sciame di meteoriti si avvicina al nostro pianeta.

La scena in cui tutto si svolge è il campo di addestramento di Pendelton, dove i marines devono prepararsi all’evacuazione della costa ovest per l’arrivo dei primi meteoriti su Los Angeles. Il Sergente Nantz ha deciso di abbandonare l’arma proprio nel giorno che precede lo scoppio dell’emergenza, circondato da una brutta fama che gli deriva dal fatto che i suoi compagni sono morti nella sua ultima missione, forse per causa sua, così dicono le voci che girano sul suo conto. Alla partenza della missione è subito chiaro che non si tratta di meteoriti, ciò che sta attraversando i cieli di tutto il mondo per atterrare nell’acqua della West Coast sono astronavi aliene. È iniziato il conto alla rovescia per l’invasione del mondo.

La prima missione rivela fin da subito le difficoltà che avranno gli umani ad affrontare i soldati alieni sparatutto, che sembrano avere un unico punto debole, ovvero sia il fatto di muoversi a terra e su due gambe, per quanto meccaniche, ma di non essere supportati da mezzi aerei. Per quanto forti gli alieni sembrano essere vulnerabili all’attacco dei marines, se questi restano uniti in gruppo. Finché non accade che, giunti sul luogo del primo obiettivo da evacuare, i marines si imbattono nei primi alieni dotati di supporto aereo. La cosa che salta subito all’occhio è il realismo delle riprese di una città, Los Angeles, rasa completamente al suolo. Ciò che sta avvenendo sotto gli occhi di tutti è una colonizzazione in prima regola, dove l’interesse alieno è impossessarsi di tutte le risorse del nostro pianeta sterminando ogni abitante. A quanto pare il pianeta terra è uno dei pochi che nell’universo dispone di risorse d’acqua allo stato liquido e l’acqua è il carburante delle astronavi aliene. Le squadre hanno 3 ore per evacuare tutta la costa prima che venga rasa al suolo dai bombardamenti a tappeto, quando arriva l’ora attesa non accade nulla. La contraerea è stata abbattuta, la base militare distrutta. Un plotone di marines capeggiato proprio dal famigerato Nantz si trova a essere l’unico fronte di resistenza. Come andrà a finire potrà saperlo soltanto chi vedrà interamente le quasi due (rapidissime) ore di questa pellicola.

“World Invasion” è di certo migliore e meglio girato rispetto al più brutto e recente Skyline, uscito da poco più di tre mesi e già dimenticato per via del messaggio distruttivo e molto poco edificante circa la sorte degli umani. Con ciò che accade nel mondo reale del non-filmico l’ultima cosa con cui mi va di fare i conti è un’umanità che non riesce a fronteggiare un attacco extraterrestre. Il Sergente Nantz è l’equivalente contemporaneo di John Wayne, l’uomo che sacrifica la sua vita intera al dovere, fino all’ultimo. Alla fine resta il motto “Ritirata? Al diavolo. Al diavolo cosa? Al diavolo la ritirata, un marine non si ritira mai”.
La cosa più triste invece, è notare che il tipo di missioni e l’addestramento che vengono rappresentati sullo schermo, malgrado siano atti a fronteggiare una minaccia aliena di proporzioni immani, cerchino di restituire il sogno che una truppa di marines, in poco meno di due giorni e mezzo, riesca in ciò dove più di centomila soldati nel deserto del Medio Oriente, e senza extraterrestri come nemici, hanno fallito.

http://twitter.com/lucianopagano

articolo pubblicato sul quotidiano “Il Paese Nuovo” di oggi

Un Papa per chi è stufo dei “Papi”


“Habemus Papam”, l’ultima pellicola del regista Nanni Moretti, da qualche giorno nelle sale, è a mio parere uno dei risultati meglio riusciti del regista. Lo dico a scanso di equivoci anteponendo le parole “a mio parere”, al giudizio della critica e a tutto ciò che già in questi giorni sta nascendo in ambito cattolico sotto forma di prime critiche nei confronti di questa pellicola. Quale il perché di questa affermazione? Tanto per cominciare prima della visione partivo dalla piccola delusione a seguito de “Il caimano” (2006), il film incentrato sulla figura del premier Silvio Berlusconi. Prima ancora che la realtà oltrepassasse la fantasia (Rubygate etc. etc.), di quel film, comunque un bel film ‘morettiano’, non mi era piaciuto l’incastro narrativo dei diversi nuclei presenti nella storia e in particolare come si passava da una fase iniziale tutta fatta di preparativi per un film ‘definitivo’ da allestire a opera del produttore Silvio Orlando in conflitto ‘costruttivo’ con la giovane regista, interpretata dalla bravissima Jasmine Trinca, a una fase in cui il finale mi sembrava troppo ‘bruciato’ date le aspettative, e nel quale il finale, seppure altamente rivelatore, lasciava con un senso di impotenza narrativa prima ancora che di impotenza descrittiva, in poche parole, amaro in bocca. In “Habemus Papam” si ha proprio ciò che ci si aspettava dalla visione de “Il Caimano”, ovvero sia vedere la realtà cambiata, stravolta, immaginata, reinventata. Ciò che Nanni Moretti non era riuscito a realizzare con una pellicola su Silvio Berlusconi (molto più difficile sarebbe girarne una ora, forse) riesce invece con un film d’invenzione che parla della breve storia di un papa eletto immediatamente dopo la morte di Giovanni Paolo II.
Il Pontefice viene assalito dai dubbi fin dal primo sentore di dovere essere lui, l’eletto. Raccontare la pellicola, dove non c’è un solo punto della sceneggiatura che sappia di scontato o nemmeno gratuito, sarebbe un peccato.

Molti si sarebbero attesi la descrizione di un pontefice-macchietta, caratterizzato dall’essere l’uomo sbagliato nel momento sbagliato. Quello che capiremo soltanto quando l’ultima scena della pellicola si sarà consumata è che forse, nel dramma umano di questa umanità, la figura impersonata da Michel Piccoli è niente meno che un uomo giusto nel momento giusto, a essere sbagliata è l’aspettativa di un mondo che non potendo più attendere né sperare in una redenzione afideistica, si affida all’elezione di un leader maximo. E se l’”Habemus Papam” di Moretti fosse una metafora filmica atta a descrivere il meccanismo dell’esigenza di leader, innescato da Silvio Berlusconi, e contagioso pure per la sinistra? E se il regista avesse scelto un soggetto, un tema, un tempo e una vicenda ‘blindati’, per parlare d’altro?

Si potrebbe quasi dire che Nanni Moretti, dopo avere previsto e descritto ne “Il caimano” i germi di tutto ciò che negli anni successivi, nonostante il Governo, avrebbe decretato il decadimento del “Papi”, sia passato a descrivere ‘criticamente’ – e senza criticare, il nucleo fondamentale della nostra cultura, ovvero sia la forte unione tra Stato e Chiesa. Proprio nell’anno del 150° anniversario dell’Unità d’Italia uno dei nostri registi più apprezzati all’estero ci ricorda del nostro conflitto storico con il Cattolicesimo, la Religione e Dio, conflitto vissuto molto più interiormente di quanto non sia dato di immaginare. Si paventa quasi l’ombra di quel “Porno-Teo-Kolossal”, ultima opera alla quale lavorava Pasolini, contemporanea a ‘Petrolio’ e alle ‘Salò o le 120 giornate di Sodoma’. Segno che per un regista dello spessore di Moretti il confronto con il tema trattato in “Habemus Papam” rappresenta una tappa cruciale, anche perché a prescindere che si tratti di un Papa, quello della ‘successione’ è un tema ricorrente di questi tempi e importantissimo, basta fare qualche nome (Berlusconi, Fidel Castro, Gheddafi etc.) per immaginare tutte le tematiche relative alla successione e alla ‘sudditanza’ psicologica da leader, fenomeno di deriva molto psicoanalitica e molto poco democratica. Ecco perché Nanni Moretti, come ne “La stanza del figlio” e come in altre pellicole, vedi “Sogni d’oro”, torna a fare lo ‘psicoanalista’, è il personaggio che nella contemporaneità, come un tempo solo gli dei dell’Odissea, domina e allo stesso tempo fa da supervisore alle psicologie, ai caratteri e alle anime di tutti i personaggi.

C’è uno scambio di battute nella pellicola, quello in cui si descrive la posizione del Pontefice nella gerarchia ecclesiastica, laddove si dice che il Papa è il ‘primo’ fedele, ma che è anche l’ultimo. Nel rappresentare sua Santità come un uomo, con i suoi drammi e con le sue titubanze, Nanni Moretti fa un favore anche ai fedeli, innalzando loro stessi a ruolo di ‘primi’. Lo psicanalista impersonato da Moretti non è un credente, non importa, quel che importa è che la Chiesa, in questi giorni che seguono immediatamente l’inizio della proiezione, anziché scagliarsi contro una pellicola per affermare la sua primazia su ogni dubbio ‘umano’ che potrebbe investire la ‘carica’, rischia di fare un autogol. Ciò di cui dovremmo essere curiosi, come fedeli, dovrebbe essere molto di più un altro quesito, ovvero sia “Che cosa pensa, di questa pellicola, Joseph Ratzinger?”.

Fornire allo spettatore un’apertura al dubbio umano, laddove il mondo richiede certezze per essere rassicurato. Dare al lettore certezze in un campo dove il dubbio, la ricerca, l’approfondimento empirico e le leggi fisiche sovrastano la nostra capacità decisionale diventando problemi morali. Questi sono i due estremi delle riflessione che scaturiscono dalla visione di un film, “Habemus Papam” pellicola del regista Nanni Moretti in questi giorni nelle sale, e dalla lettura di “Scienza e verità” (Pensa Multimedia), libro che raccoglie le encicliche dedicate alla scienza da Giovanni Paolo II e che assume un ruolo particolare proprio in questo breve lasso di tempo che ci separa dalla fatidica data del 1° Maggio 2011, giorno in cui Giovanni Paolo II verrà beatificato. Perfino il fatto che un Pontefice venga beatificato, dovrebbe essere oggetto di riflessione da parte di credenti e non credenti, in quanto con questo contesto un uomo viene innalzato agli onori degli altari, con un processo – potremmo dire – ‘transumano’.

Mentre “Habemus Papam” ci presenta un papa dubbioso, questa raccolta di discorsi e lettere di Giovanni Paolo II ai rappresentanti delle più importanti istituzioni e accademie scientifiche del nostro tempo ci restituisce il pensiero consapevole di un pontefice che è stato ‘cardinale’ nel suo ruolo di trait d’union tra epoca moderna e epoca contemporanea. Grazie a lui infatti il dibattito sulla sul rapporto tra scienza, filosofia e morale è potuto divenire tale, e non si è fossilizzato in un’esacerbazione di posizioni a senso unico da parte della Chiesa, che ha, nel suo pontificato, ritrattato e rivisto alcune posizioni oltranziste dal punto di vista storico, basti pensare all’episodio di Galileo Galilei. Lo studio e l’approfondimento del creato da parte della scienza non vanno viste come la numerazione di una serie di cause che minerebbero l’esistenza di Dio, anzi “La scienza contemporanea, la vostra, permette di scoprire un mondo molto più meraviglioso, ed essa ci rinvia ancor più fortemente al Creatore, alla sua saggezza, alla sua potenza, al suo mistero, ed al mistero dell’uomo al quale Dio ha donato questo potere di decifrare ciò che esiste prima di lui”. Tutto rimanda alla gloria e alla potenza del Signore che si dispiega nel creato, sosteneva Giovanni Paolo II, e ben venga che l’uomo possa scoprire gli infinitesimi componenti della materia, siano essi atomi, leptoni, quark: tutto ciò non fa che ribadire la complessità e la bellazza della creazione. Lo stesso dicasi dell’atteggiamento di positività della Chiesa (cfr. “Gaudium et Spes”) nei confronti dei miglioramenti che la scienza apporta di continuo nella nostra vita quotidiana. Ecco perché questo libro “Scienza e Verità” (Pensa Multimedia,Giovanni Paolo II, introduzione a cura di Mario Castellana, in appendice scritti di Arcangelo Rossi e Demetrio Ria, Pensa Multimedia, pp.196, € 14,00, 9788882327910), curato da Mario Castellana, Docente Epistemologia e di Filosofia presso l’Università del Salento, e che si avvale delle riflessioni di Arcangelo Rossi e Demetrio Ria, presenta in un unico volume quella che potremmo definire l’”avanguardia” del pensiero della Chiesa circa il suo rapporto con la scienza e gli scienziati. Non mancano le sorprese, nella lettura, anche per chi più scetticamente crede nell’immobilità dell’istituzione cattolica.

Concludo suggerendo che la visione della pellicola “Habemus Papam”, così come la lettura di “Scienza e Verità”, sono capaci di porre lo spettatore, così come il lettore, di fronte ai limiti della propria coscienza nei confronti del sacro, elemento dal cui rapporto non possiamo prescindere nella vita di ogni giorno, a prescindere che siamo credenti oppure no.

http://twitter.com/lucianopagano

pubblicato sul quotidiano “Il Paese Nuovo” di oggi mercoledì 20 aprile 2011

Per un’arte a carte scoperte. “Bluff Point” di Massimiliano Manieri. Il 31 Marzo 2011 a Perugia


“Per un’arte a carte scoperte”
su “Bluff Point” di Massimiliano Manieri

La terza performance di Massimiliano Manieri di cui mi occupo su Musicaos.it (dopo “Plink” e “L’inizio delle trasmissioni”), si intitola “Bluff Point”, potrà essere vissuta la prossima volta giovedì 31 marzo 2011 presso la ROCCA PAOLINA SALA “EX BOOK SHOP”, a Perugia, nell’ambito di un’interessante manifestazione curata da Alessandro Turco, “SalentinUmbria. Pietra nella pietra: Suggestioni dal Tempo”. Il Salento incontra l’Umbria.

Massimiliano Manieri, presenterà “Bluff Point”, definita programmaticamente come “un cubo contiene un abitante che interagisce con l’esterno, quindi col visitatore, solo attraverso un foro attraverso cui passa il braccio dell’abitante interno al cubo. Al visitatore è permesso interagire tattilmente con la mano dell’abitante rinchiuso, ma anche di parlare attraverso la seta che ricopre il cubo”.

Esiste una menzogna messa in circolazione da diversi millenni secondo la quale l’arte incorpora un processo di condivisione con il quale l’artista cerca di esondare all’esterno, verso un ipotetico mondo, qualcosa che è al suo interno. “Bluff Point”, di Massimiliano Manieri, colpisce direttamente al cuore di questa antica certezza. Una braccio bianco è l’unica cosa che fuoriesce dal buco praticato in un drappo rosso. Il gesto di tendere una mano è forse il gesto storicamente più fraterno, sotto il sole. Come potremmo intendere questo gesto se non con il tendere una mano al prossimo, tendere una mano al nemico in segno di riappacificazione? Questa mano bianca è la stessa che si tende come in un trucco, porgendo una carta che potrebbe contenere il prossimo bluff, il bluff della fratellanza e insieme a esso il bluff che vorrebbe l’uno amico dell’altro.

Per questa volta Manieri rinuncia alla totalità del suo corpo trafitto o del suo corpo scagliato sul suolo, come aveva fatto in precedenti performance, per concentrarsi sul messaggio. Il linguaggio non è in fondo una protesi del nostro essere che comunica? Quindi perché non ridurre tutto il nostro corpo a una sola parte? Con parsimonia di mezzi e concentrandosi ancora di più sul messaggio Massimiliano Manieri astrae il corpo dal luogo della performance per ridurlo a protesi organica di braccio che comunica. Quel che ne risulta è una sinèddoche esistenziale irredimibile. Non c’è più senso nel cercare una verità in un arto che non comunica oltre il gesto; eppure, se riflettiamo sul senso di questa performance, non è forse il linguaggio dei gesti quello che più ci caratterizza, così forte da essere accompagnato (parlo per noi italiani – volenti e nolenti) da una gestualità così marcata? Al di là della proposta stelarchiana di protesi meccanica (anche questa possibilmente messa in ridicolo dalla ‘semplicità’ anestetica e priva dell’elemento dolorifico) il braccio di Manieri non intende farsi portatore di un messaggio bionico, il corpo-oggetto che si dà è tutto lì, nell’essenza di quel qualcosa che viene nascosto, sicuramente un uomo, sicuramente un beffardo, di certo un giocatore astuto che sa quale carta porgere per suscitare la riflessione o il riso dello scherzo. Il richiamo al colore rosso può significare alcune delle riflessioni che si celano al di là della performance.

Le domande e le risposte, per una volta, non sono sullo stesso piano. Il ‘rosso’ di Massimiliano Manieri, ad esempio, è un segnale o una scusa? Ecco quindi spiegato uno dei motivi dell’importanza della ricerca di questo performer: non dobbiamo chiedere all’artista il senso della performance, ma è la performance, forse, che deve stillare in noi il desiderio e il moto di approfondimento del nostro senso di spettatori. Tanto è vero che perfino chi volesse trovare un filo rosso dovrebbe scontrarsi proprio con questo colore, così presente in questa come in altre sue opere.

Un “Bluff Point” che funge da ‘check point’ per le nostre illusioni, dove l’artista rappresenta come sempre se stesso nell’atto triplice di essere-artista, essere-opera e essere-artista che rappresenta se stesso e il suo rapporto con il mondo dell’opera d’arte; chiuso all’interno di una gabbia, velato da un rosso che lo nasconde per lasciare libero di agire soltanto un braccio dipinto di bianco. Questo braccio comunica con l’esterno grazie al senso e alle carte da gioco. “Uno scandalo che dura da secoli”, questa frase accompagnava nel retro della copertina il capolavoro di Elsa Morante, “La Storia”. Uno scandalo millenario concentrato nei pochi anni a cavallo della Seconda Guerra e del Dopoguerra. Lo stesso arco di tempo millenario che si traduce in questo cubo rosso, dove lo scandalo dell’arte di Massimiliano Manieri e della sua ripresentazione che non rappresenta riesce a mettere in difficoltà anche i critici e gli spettatori più saccenti. Il bluff della comunicazione e del suo cortocircuito – qui oggi, altrove sempre – sono compiuti.

Luciano Pagano

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Progetto BLUFF POINT – Scheda Tecnica:

L’installazione consiste in un cubo delle dimensioni di 2 mt. in ogni direzione.
Il cubo contiene un abitante che interagisce con l’esterno, quindi col visitatore, solo attraverso un foro attraverso cui passa il braccio dell’abitante interno al cubo.
Al visitatore è permesso interagire tattilmente con la mano dell’abitante rinchiuso, ma anche di parlare attraverso la seta che ricopre il cubo.
La voce dell’abitante è microfonata ed amplificata dall’interno.
Chiaro che le presenze non rivelate lasciano il dialogo sospeso all’interno di un concetto di “incontro tra sconosciuti” che tale rimarrà…
Compito dell’abitante del cubo è tirare fuori dal visitatore la voglia di parlare liberamente del proprio “io”
La componente teatrale dell’installazione non concede comunque spazio a cliché, sicché ogni visitatore porta con sé le proprie problematiche, i personali segreti, che volendo confesserà, viceversa tra i due si instaurerà un semplice rapporto di ascolto che tocca i semplici cassetti che il visitatore vuole toccare ed aprire…
Intorno al cubo sono disseminati oggetti surreali e simbolici che rendono la scena una specie di territorio di sogno che vorrebbe toccare corde legate a ricordi, rimandi a fanciullezze mai del tutto svilite.
Si accede all’installazione uno per volta, ed i due personaggi, una volta entrati in contatto, sono isolati dal resto del luogo, in una reale possibilità di intimo dialogo.
La durata media di ogni singolo incontro varia dai tre ai sei minuti, tempo sufficiente per accorgersi di che livello assumerà l’approccio e liberare i gradi di confidenza voluti.
All’interno del luogo che contiene il Bluff Point viene diffusa musica molto rilassante che immerge ulteriolmente lo spazio in una atmosfera di assoluto distacco dal resto.
Naturalmente, non essendoci condizioni dettate, ognuno, nel dialogo, a seconda del livello di profondità intrapreso, scava nell’altro ciò che l’altro concede, ma il risultato è, nella media, intimo e soffuso, molto più raccolto delle possibilità naturalmente offerte dagli schemi quotidiani fatti di diffidenze legate a delusioni, amarezze.
All’interno del BLUFF POINT non si deve dimostrare nulla, non avendo aspettative mirate, ci si libera e ci si confida, in un semplice momento vuotato da zavorre…

[Se spesso lo sguardo altrui ci precipita in un maelstrom personale spalancato da quegli stessi infiniti che, attraverso il buco della pupilla, ci inondano e ci stramazzano, si provi a pensare a come l’assenza di quegli stessi occhi possa raggelare.
Un’indagine nei propri meandri quotidiani, guidati solo da una voce al di là di una tenda rossa, dall’inquietante forma di un cubo, e da un braccio lattiginoso che segna il cammino della nostra autoanalisi a tentoni: questo il Bluff point.
Per dimostrarsi che non solo gli altri sono il nostro inferno]. (Giovanni Carrozzini su “Bluff Point”)

§


Più che un’installazione, la costruzione di un’esperienza…
Più che il passivo assistere, un più diretto modo di esserne al centro…
Un modo differente di attraversare un aspetto di noi…
Si richiede forse un pizzico di incoscienza, di abbandono…
Da qualche parte dovrebbe essercene rimasta, un poco…

§

“BLUFF POINT”

Osservate…
l’alieno rinchiuso…
e l’uomo libero…
Tenetelo d’occhio…
Questo posto è al sicuro, ora, dicono…
Ed ora che i selvaggi sono ammanettati, strappati ai luoghi nativi e la nostra arroganza ben protetta, si può prosperare sereni, sembra…
E se invece vi offrissero un punto di squilibrio a questo fingersi giornaliero…
Un luogo neutro dove impiccare per un momento la corazza,
Di cosa sareste capaci…?
Quale parte di voi rimarrebbe denudata…?
In questo punto rosso…
in questo angolo cosa portereste di vero..?
In un luogo così anomalo fare incontrare un prigioniero assoluto ed apparente…
E qualcuno solo “relativamente” libero…
Uno dei tanti, davanti ad un confine non segnato dalle mappe, ma soltanto esiliato, nella mente…

Benvenuti al BLUFF POINT

§

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È TUTTO NORMALE (Lupo Editore) al Festival della Cultura 2011 – Giovedì 17 Marzo ore 17.00


(H)OMO ITALICUS, ovvero: È TUTTO NORMALE al Festival della Cultura 2011 – Giovedì 17 Marzo ore 17.00

Carissimi amici e lettori,

vi scrivo per dirvi che Giovedì 17 Marzo, alle ore 17.00, nell’ambito del Festival della Cultura 2011, a Galatina (Quartiere Fieristico), presenterò il mio secondo romanzo, “È TUTTO NORMALE” (Lupo Editore), insieme all’artista e pittrice Paola Scialpi.

Sono passati otto mesi dalla pubblicazione del romanzo, otto mesi di soddisfazioni che costituiscono soltanto l’inizio di tutto quello che questo romanzo, al quale ho lavorato tanto, potranno darmi.

È PER QUESTO CHE DURANTE LA PRESENTAZIONE DI GIOVEDÌ 17 MARZO HO DECISO DI FARE UN REGALO AI MIEI LETTORI:

A tutti coloro che verranno alla presentazione regalerò una copia di CELLE (2003, utal), la mia seconda autoproduzione, stampata in 200 esemplari numerati presso la storica UTAL (Unione Tipografica Artigiana Lecce). Chi ha già acquistato È TUTTO NORMALE potrà venire con la sua copia per ricevere in regalo “Celle”. Se avete acquistato È TUTTO NORMALE e abitate fuori dalla Puglia potete mandare un amico o amica, se non avete acquistato È TUTTO NORMALE potete appprofittare dell’occasione per avere due opere al prezzo di una, “Celle” è un titolo a tiratura limitata, quindi difficilmente potrò ripetere un esperimento del genere.

“Celle” è un racconto di fantascienza scritto nel 2001. Non scorderò mai l’immagine che mi fece scrivere il testo, un sogno nel quale una colonna di veicoli fuggiva da una città nella quale era successo ‘qualcosa’ di indefinito.

“Celle” è il testo grazie al quale ho deciso di approfondire alcuni aspetti della mia ricerca letteraria. Il rapporto tra utopia/ucronia e distopia/discronia sarà uno degli aspetti che verranno approfonditi nel mio terzo romanzo, attualmente in lavorazione.

“Celle” testimonia il sodalizio con l’artista Fabio Colella, la sua opera ASSENZE è l’illustrazione della copertina, così come “Go-Fly_Me” illustrava la mia prima autoproduzione dal titolo “Opuscriptu”.

Alcuni giudizi critici:

“Il tentativo di ribellione dell’io narrante, nel suo passaggio da una condizione di prigionia ad una di assoluta libertà, si costruisce attraverso una prosa frammentata, sincopata, a tratti strozzata. La lotta quotidiana del protagonista è lotta anche con i limiti del linguaggio, che non riesce mai a dire quanto di profondo siamo in grado di sentire. Celle, che si chiude con un finale a sorpresa, non è scrittura nichilista allo stato puro, pessimismo grondante di incertezze, ma lascia uno spiraglio, lascia la certezza che le sbarre mentali e fisiche nelle quali le nostre esistenze sono rinchiuse possono essere e devono essere divelte, come dimostra il finale: “La pace era interrotta da tempo. Gli abitanti della Città erano da sempre bersaglio prediletto di ogni sua critica. Non sapeva più cosa pensare. quel che adesso poteva fare per scrollarsi questa notizia di dosso era camminare” ["Celle, il viaggio sinuoso che va dalla reclusione al risveglio", Rossano Astremo, leggi il resto della recensione qui: http://www.musicaos.it/interventi/26_astremo.htm]

“Celle è la parafrasi delle nostre schiavitù, un interrogativo per la coscienza, un libro aperto sulle enigmatiche barriere che sovrastano la nostra specie.” [Davide D'Elia, leggi il resto della recensione qui: http://www.musicaos.it/interventi/2005/89_pagano_delia.htm]

La presentazione di GIOVEDÌ 17 MARZO sarà una bella occasione per ritrovarci, grazie a un romanzo come “È TUTTO NORMALE”.

Vi aspetto!

Luciano Pagano

“Prosit”, un racconto di Evelyn De Simone.


“PROSIT” di Evelyn De Simone

Siamo seduti a questo tavolino da circa due ore e sono circa due ore che me ne sto curva sul mio quaderno, simulando trance creativa, solo per sottrarmi alla discussione in corso tra Luca e Alessandro, circa l’amicizia, i legami, la fiducia. Tutte quelle parole che, solo a pronunciarle, ti riempiono la bocca.

Se c’è una cosa che non sopporto è quando la gente continua a parlare per tanto tempo dello stesso argomento, pur essendo totalmente d’accordo su qualsiasi aspetto della questione. È come in quegli stupidi talk show del primo pomeriggio in cui tutti si contraddicono urlando, per dire la stessa cosa. Almeno Luca e Alessandro sanno usare i congiuntivi e, soprattutto, parlano a volume abbastanza moderato.
- Certe volte non puoi prevederlo. È inevitabile fare qualche errore di valutazione: ti fidi degli altri, dai loro ciò che puoi e…
- Tac! Ti fottono in men che non si dica. Il punto è che non bisognerebbe dare tanto. O forse pur di evitare le delusioni non bisognerebbe dare tanto aspettandosi di ricevere tanto..non so..
-Io lo so: per preservarsi non bisognerebbe dare tanto a chi vuole ricevere tanto. E comunque se ti faccio un favore, se condivido una cosa con te lo faccio visceralmente, senza una vera intenzionalità razionale. Non lo faccio perché tu lo faresti (anche se a posteriori so che è così), il moto del “farlo”, del “darsi” è una forma di prepensiero elicitata da…
-Solo da determinati tipi di rapporti. E se le viscere, qualche bella volta, si sbagliano?
-È proprio questo, ciò che cercavo di dirti. Le viscere possono sbagliarsi, eccome, e noi non possiamo farci niente: possiamo scegliere se fidarci o meno degli altri, ma non possiamo non fidarci del nostro stesso istinto. Non si può sfuggire a lungo all’istinto, sarebbe come vivere in una cella di isolamento.
-Prima o poi ci convinceranno che saranno giuste le amicizie “con i beni separati e con i mali in comunione”.
-Adoro quel pezzo, cazzo ha un sound…comunque ti dicevo…

E avanti così, ancora, smetto persino di stilare quello schema mentale in cui appunto le posizioni dell’uno e dell’altro. Mi alzo per andare in bagno e quando torno, Alessandro sta dicendo qualcosa circa i condizionamenti ambientali che subiscono le nostre viscere e Luca sembra dare i primi segni di cedimento: ha smesso di guardarlo in faccia, preferendo la vista di un gratta&vinci che sta grattando con la cura con cui si spogliano le mogli durante la prima notte di nozze.

Riprendo il quaderno tra le mani e inizio a disegnarli. Due bicchieri di birra a metà e due vuoti allontanati al bordo destro del tavolo. Abbozzo il modo gentile di toccarsi i capelli di Alessandro, le sue labbra carnose inclinate in un mezzo sorriso benevolo. Di fronte stendo due/tre righe per la sagoma di Luca, aggiungo le rughe di concentrazione sulla fronte, la testa piegata di lato per guardare meglio il biglietto, la bocca serrata, non sorride, non è triste, non è seria. Alzo la matita dal foglio solo quando sento Luca che, continuando a guardare tra i disegni idioti del biglietto, dice:

- Sai cosa ti dico? Che alla fine è tutto una presa per il culo. L’amicizia, la fiducia, la reciprocità. Sono parole prive di significato, sono solo aria che mette in subbuglio, inutilmente, neuroni e corde vocali.
- Cosa?
- Sì, è così. Qualsiasi forma di altruismo o di affiliazione nasconde solo il desiderio intrinseco di scampare alla solitudine o di trovare gratificazione attraverso le carenze degli altri o di ricevere ciò che vogliamo per pura avidità. Tu, per esempio, mi sei amico e mi dai ascolto in previsione di ciò che riceverai. Altro che prepensiero, caro mio. Non darmi niente perché non voglio niente, perché non ti darò niente.

Riabbasso la testa e riprendo a disegnare, con l’ostinazione degli autistici. Luca parla ad Alessandro con un tono di voce che gli ho sentito assai di rado, parla ad Alessandro, ma fissa il suo gratta&vinci e quando si blocca un attimo, per prendere fiato, un fugace impercettibile sorriso gli increspa le labbra. Forse Alessandro neanche se ne accorge. Eppure io l’ho visto: ha guardato quel biglietto e ha sorriso, per un attimo, d’istinto. Non si può sfuggire a lungo all’istinto.

Torno a scrivere e questa volta non lo faccio per sfuggire alla conversazione, torno a scrivere di quel sorriso, dei suoi occhi raggrinziti che cercano disperatamente di mettere a fuoco i numeretti sul biglietto, delle sue mani, ora evidentemente sudate, che lasciano impronte sulla plastica verde del tavolino. Scrivo, mentre loro continuano a parlare di amicizia, di fiducia e di legami. Tutte quelle parole che ti viene difficile pronunciare quando pensi di avere un segreto tra le mani che speri possa cambiarti la vita, ma un pezzo di carta non può cambiarti la vita e sto ancora scrivendo quando la voce di Luca torna quella di sempre, si apre una risata, e dice “Dai, scherzavo” col tono delle fiction buonalaprima. “Vado a prendere da bere, questo giro lo offro io!” dice, ancora con quel tono. Lo guardo alzarsi, prendere il gratta&vinci, accartocciarlo e gettarlo nel cestino all’entrata del bar e quando ritorna al tavolo con tre birre appena spillate brindiamo all’amicizia e alla lealtà, cercando di crederci davvero.

§

Questo è il secondo racconto di Evelyn De Simone , pubblicato su Musicaos.it, il primo, intitolato “The Spirit of Innovation” è qui.
Per invio materiali, suggerimenti, eccetera e altri eccetera a Musicaos.it, leggete le istruzioni qui: http://www.musicaos.it
C’è una pagina che ha poco più di cento fan su facebook, è la pagina di Musicaos.it, la trovate a questo indirizzo.  Se siete interessati a seguire giorno per giorno le riflessioni, i post, i link, e i pensieri del curatore di musicaos.it potete leggerlo su twitter, un assaggio è nella colonna a destra di questo blog. Alcuni dei libri in lettura attualmente sono “Afra” (Besa Editrice) di Luisa Ruggio, “Cadenza d’Inganno” (Lupo Editore) di Alfredo Annicchiarico, “In cielo come in terra” (Laterza) di Susan Neiman, “Invisibili” di Fulvio Colucci e Giuse Alemanno (Kurumuny), “La passione” (Untitl.ed) di Marco Montanaro, “451 Via della Letteratura della Scienza e dell’Arte” e – che non guasta mai – La Divina Commedia nel commento audio di Vittorio Sermonti.

“Una notte d’agosto”. Un ricordo di Edoardo Sanguineti scritto da Josè Pascal


Una notte d’agosto, seduti sul muraglione del porto di Costsaid, al riparo dall’assordante formicaio turistico estivo, proveniente dal centro storico del piccolo e prezioso paese, discorrevamo placidamente io, Edoardo e gli altri.
Nel cielo, la Luna baldanzosa e piena di sé si specchiava nell’esausto Mar. Solita com’è Lei a chiacchierar con le stelle, ascoltava in lontananza il fermento musicale che sgorgava dai locali protesi sul mare.
Era da un paio d’anni che non mi rincontravo con Edoardo. Da piccoli, durante le nostre estati solevamo venir qui la sera, per cercare un angolo di pace nel nostro paesino stuprato dal branco turistico. Lui invece, come tanti miei amici, era emigrato per studiare e probabilmente in futuro per lavorare.
Impaziente mi voltai verso lui e dissi: “Ogni volta che mi ritrovo a parlare con qualcuno che non vedo da un po’ di tempo, rammento che il tempo passa inesorabilmente e non è possibile tornare indietro. A volte la malinconia assale il mio cuore spingendomi a ricordare alcuni piacevoli episodi passati; altre volte invece sono molto più felice di ciò che sono ora e non rimpiango minimamente quel che è stato. Dipende molto dal mio interlocutore!”.
Eduardo, dacché ricordi, aveva sempre avuto la predilezione nello scrivere poesie e pensieri sul suo caro diario, ma quella notte mi regalò dei versi indimenticabili. Fissando il quieto Mar, mi disse:

“Quando ci penso, che il tempo è passato,
le vecchie madri che ci hanno portato,
poi le ragazze, che furono amore,
e poi le mogli e le figlie e le nuore,
femmina penso, se penso una gioia:
pensarci il maschio, ci penso la noia.
Quando ci penso, che il tempo è venuto,
la partigiana che qui ha combattuto,
quella colpita, ferita una volta,
e quella morta, che abbiamo sepolta,
femmina penso, se penso la pace:
pensarci il maschio, pensare non piace.
Quando ci penso, che il tempo ritorna,
che arriva il giorno che il giorno raggiorna,
penso che è nulla una pancia di donna,
e casa è pancia che tiene una gonna,
e pancia è cassa, che viene al finire,
che arriva il giorno che si va a dormire”.

E’ da tanto che non ci vediamo io e Edoardo. Ma penso ancora a quella notte, quando la Luna si specchiava nel Mare stremato e le stelle pulsavano nel Ciel.

(In ricordo di Edoardo Sanguineti “Ballata delle donne”)

§

Josè Pascal (figlio di Mattia Pascal) è lo pseudonimo dell’autore che scrive sul blog “In parole semplici“, che tutti noi dovremmo leggere e che abbiamo inserito nei nostri link. Josè Pascal scrive pensieri, poesie e racconti. Su Musicaos.it pubblicheremo altri suoi interventi. Buona lettura. Se volete intervenire, inviare materiale, le istruzioni sono a questo indirizzo: http://www.musicaos.it se siete così interessati da ricevere aggiornamenti potete iscrivervi ai feed di questo blog o, addirittura addirittura, diventare fan della pagina di Musicaos.it a questo indirizzo http://www.facebook.com/musicaosrivista.

Vi ricordiamo (il Premier direbbe ‘ci tengo a precisarlo’) che diventare fan della pagina di Musicaos.it sul facebook non vi rende ‘automaticamente’ fan della letteratura.

Saluti, Luciano Pagano

Il Viandante e La Sua Ombra. Dal 25 Marzo 2011 al 15 Aprile Centro Labicano di Arte Contemporanea


Il Viandante e La Sua Ombra

Dal 25 Marzo 2011 al 15 Aprile
Centro Labicano di Arte Contemporanea

via Casilina 675 – Roma

Giorno 25 Marzo 2011 verrà inaugurato Il Centro Labicano Arte Contemporanea con una collettiva dal Titolo “ Il Viandante e la sua Ombra”. Fondato per iniziativa dei consiglieri municipali Massimo Lucà e Gianluca Santilli si è posto una serie di ambiziosi obiettivi:

  1. Introdurre l’area archeologica circostante – Ad Duos Lauros – nei circuiti turistici, permettendo la valorizzazione delle catacombe di San Marcellino e Pietro e dei resti dell’epoca di Costantino;
  2. Fungere da incubatore nel VI Municipio per realtà imprenditoriali come gallerie e studi d’arte;
  3. Fungere da vetrina per artisti emergenti;
  4. Permettere una conoscenza diffusa e pervasiva del contemporaneo;
  5. Collaborare con le giovani gallerie e con le riviste d’arte e di cultura.

Il Viandante e La Sua Ombra: è ispirato all’unico dialogo scritto dal filosofo Nietzsche. Un’opera, quella del filosofo, che si pone nella lunga tradizione che considera il viaggio come metafora della conoscenza del Mondo e dell’Io; eppure la tradisce, perché a differenza delle figure classiche, definite dall’aver una meta, uno scopo, il suo viandante ha rinunciato ad ogni obiettivo.

Perché l’Ombra è qualcosa di più e di diverso dalla semplice parvenza o dal proprio lato oscuro: è il Passato che grava sul presente e che genera il Futuro, poiché contiene tutte le concatenazioni causali che lo produrranno.

Non è soltanto istinto o abisso: è la tradizione, l’esperienza, l’insieme di ragionamenti e convenzioni che definiscono la forma della nostra vita.

Artisti Partecipanti: Alessandro Di Gregorio, Salvatore Melillo, Andrea Martinucci, Dorian Rex, Marco Rea, Claudia Venuto, Vincent Bios, Ignazio Fresu, Valentina Majer, Luca Lillo, Marco Besana, Irene Salvatori ,Francesca Fini, Gloria Vanni, Fabrizio Jelmini, Chiara Ferini.

Un grazie agli sponsor e partner: Misael, Artfellas, Albavision, Equilibriarte, Masseria Felicia, Potpourri Magazine.

Info:

Direttore Artistico:

Alessio Brugnoli
Cellulare: 3316002678
Mail: brugnolialessio@gmail.com

Ufficio Stampa:

Flavia Lanza
Cellulare: 3409245760
Mail: flavialanza6@gmail.com

Emanuela Cinà
Cellulare: 349685303
Mail: emanuelacina.press@gmail.com

 

Antonio Verri. La cultura dei tao


Antonio Verri
La cultura dei tao

a Damiano Stefano

<<Era ancora luna chiara di gennaio, giovane luna. Il freddo di quell’inverno tagliava le gambe. A casa c’era poco. Voi figli uscivate coi pantaloni gonfi di fichi secchi, le domeniche le passavamo con della pasta d’orzo, con bocconi che m’ingegnavo d’insaporire per voi signorini seduti su sedie altissime. Qualche volta cuocevo sciscèri di pollo, qualche altra volta si ammazzava una pecora che stava male, poi c’era il pane cotto e il lardo che tutto condiva…
Era questa la vita e voi avevate grandi occhi da birbanti…solo tu, ecco, imbronciavi un po’ più spesso sui carrettini che da me ti costruivo…
L’inverno fu tristissimo quell’anno. Non era ancora febbraio ed era già bella e finita la scorta della monda.>>

La madre. La mar. La scorta della monda. Cioè, grossi rami inutili ma soprattutto le giovani cime, a colpi di forbice e serracchio, per impedire la crescita, per impedire quell’avanzo in armonia di un albero bello sì, temerario sì, ma senza frutto.
<<Se no dà in furia>>, dice la mar. Col tremore di chi di quella furia è madre.

Caprarica di Lecce, 30 Aprile 1986

* * *

Tanto ho appreso, altrettanto mi è stato insegnato. Mi è stato insegnato, per esempio, che per molti fiori di giardino esiste un corrispondente selvatico: e allora ho scoperto che mi era caro il profumo del secondo dei due tipi di ciclamino, rose, mimose, margherite…
Mi è stato insegnato – ma poi l’ho sperimentato da me – che vivendo, stando quanto più possibile lontano dal nulla, non si può fare a meno della saggezza e del piacere curioso dei proverbi, dei mille proverbi che dalla terra nascono; che i proverbi aprono al mondo, a variegate realtà, che niente c’è di tanto misterioso, di tanto affascinante, di tanto poetico, quanto un proverbio che si dipana al punto giusto, al posto giusto; che attraverso i proverbi è tanto magica, tanto plastica l’interpretazione del mondo che niente, nessuna cosa sulla terra, mi è parsa, mi pare così naturale, così saggia, così strapiena di candore…
Mi è stato anche insegnato, con ardore, ad apprezzare – ed io continuo a guardare e amare con tale ardore… – poveri oggetti (stilizzati, essenziali, ma solidi), situazioni le più umili, ma portate con tale dignità, che serenità, buon senso, innamoramenti al limite del pianto, sono cose che oggi io, figlio di questa cultura, posso opporre a volte con tale incauta destrezza da rischiare di bruciare, con legna d’ulivo, il sibilo lungo di una cultura millenaria…
Cambia, cambierà, di molto il volto della campagna, degli aggregati umani, di interi paesi: è cambiato dal dopoguerra ad oggi, cambierà ancora tra due, tre generazioni. E cambieranno naturalmente anche abitudini, modi di lavoro, rapporti…, ecco, quello che non cambierà mai sarà l’idea del dialogo con la terra che l’uomo ha stabilito dal tempo dei tempi, il grosso respiro, il sibilo lungo che si può udire solo di mattina, mirando nella vastità dei campi, con accanto sentinelle silenziose gli alberi d’argento…
Ma torniamo al racconto, nostra sede, ad uno dei mille rivoli del racconto…al padre che nella canna ricurva della pipa di pietra infila una di quelle chiavi di cinquant’anni fa, la fa partire, ecco, adesso gira nell’aria, la canna percorre il tondo della chiave, adesso basta un impercettibile armonioso movimento della mano per far andare il tutto. Il padre, nell’eterna sua magrezza, a capo chino, severo, somiglia un pìstico sognatore di lucchi, un tenero rabdomante di chissà quali sotterranei giacimenti, di chissà quali gore di distanza. Di rado bofonchia, è come assorto nel suo gioco, con la nequizia, la permalosità di sempre. Dal giro della chiave nasce un suono, un leggero crepitìo…
Le figlie sposate in altri paesi (quanto sono cambiate!) rientrano, fuori è il venticinque aprile, San Marco, giorno della fiera, con i venditori “napoletani” di Martina, di Ceglie, di Corato, che dal barese, dal foggiano si riversano in questa come nelle altre fiere che in tutto il meridione hanno scadenze regolate da cicli agricoli, attese con genuina allegria, infinita baldanza, con intensità pari solo alle “straordinarie” mercatanzie che verranno acquistate: lunghe teorie di attrezzi da lavoro, finimenti, “quernamenti”, solidi utensili modellati sul vecchio tipo, piatti per l’occasione vengono dichiarati “infrangibili”, rosette per uno spruzzo a largo raggio, lo spargisale da campagna ultima novità, e poi creta rozza, creta smaltata, cippi, vasi, campanelli, chicche sonore dei buoni tempi andati, la dignità solita di una baracca di cappelli, ogni anno al solito posto, sotto il castello (anche i cappelli hanno un loro posto importante nella vita di un paese… a cominciare da uno sfanciato, di piché, per finire a quello che mettono nella cassa da morto: serve al congiunto per presentarsi a Dio!), e ancora, cupeta e mostaccioli, tovaglie, corredo, polveri e sementi per la campagna, Lattuga gigante, Spronelle di Corigliano, Cicorie rizze; e poi, è un affarone il nuovissimo pupazzo gigante per far bolle di sapone?
Bisogni, necessità per tutto l’anno, futilità le più ingenue, cose da conservare sul comò, la scapece da consumare a mezzogiorno, la faenza (bicchieri, tazze, chincaglierie) da mettere in mostra nell’elegante credenza, grida, fatti, parole che dei fatti trasmettono il suono… è questo il paese, è questa la cultura del sibilo lungo!
Sta per arrivare la banda… C’è armonia, c’è avventura, c’è completezza in tutto in quei posti. E quando anche quest’armonia dovesse esse rosa in qualche punto, ecco, c’è la madre riparatrice, ispiratrice, che aizza all’ardore, al furore di parole… è lei la depositaria, è lei rappresentante di questo mondo. E la stagione è l’inverno !

L’inverno era di quelli allegri, mai mesti, del pirichilli. Di quelli che poi se vengono qualcosa dovrà succedere, qualche nato importante, ribeglione, o qualche grande morto che tiene fino al freddo. L’inverno del pirichilli. Freddo cioè, dal mangiarsi sul serio anche cardilli. Stranamente freddo però, ecco, tanto da panegorisare contrade, crocicchi, pianori, interi paesi che solo per l’occasione bruciano bitume, resti di olive, trucioli, lievi napte di legno trinciato. Tutto. Tutto.
Inverni del genere arrivano ogni due, tre generazioni, quando ormai i ragazzi natanei non servono che loro stessi, esplodono di solito con l’accensione dei fuochi di metà gennaio ma sono nell’aria fin dall’ultima fiera di dicembre: li annuncia con testardo, sonante furore di parole, l’òrico venditore dal pelo rosso, l’incomparabile mestatore, molitore di segni e di linguaggi.
Arrivano così in questi strani posti questi strani inverni, come falsi castighi, come cose nibate, indicibili, con lo stupore gelato che sosta su case basse, che dà vita rotante ai vicoli, che cala nel fondo dei frantoi, risale, mulinella nei secchi del pozzo, agli usci delle porte; si perde poi sui terrazzi, su schegge di pietra che tengono, uno sull’altro, solidi massi fuori squadro. Uno sull’altro. Più su, più su…
-‘Na lusione, ‘na lusione, dice la mar che, con sciroppo di lauro e di mortella, in inverni come questo, separava, puliva e preservava i sonni, le parole, le iose di un figlio che segue l’abuso, che vive per l’eccesso… La mar, la mar, che vede del figlio quel che con lei è nato, che non sa di quell’altro che brucia sperso negli inverni, di quell’altro dagli occhi spalancati dal sogno, dalla voglia di farcela, per il padre, per lei…
Ecco, la mar dice del tempo cambiato, di quando la navetta correva legata a bande di colore, ci ripete che vededi noi pilladori quel che con lei è nato. Durano conti… Durerà quel nitore di carta, o mammaniva, quel narrare brandea di teneri suasori?
Ecco, la mar m’abboffa come se dovesse nicare. Ma nicare non nicherà, passerà come lento fiume il tempo – l’idea del tempo che passa, del tempo cambiato, della navetta che corre a bande bianche a bande di colore, la dette lei, lei l’ideò quando, intristita dall’umido del cucinino, disse: “ Un tempo mettevano zorfo in questi uncini! ”.
Ecco, la mar m’abboffa come se dovesse nicare…parole e suoni avviticchiati alle cose che mi racconta, alle cose che mi avvicina col solito decoro, parole che copre nei canestri – le parole del figlio a zacchinetta – per farle maturare, per far colar quel croco che al figlio assicuri la narrazione del santo pancro, l’oromìa, l’olòfora, l’incanto; xhe questo che cuce sia palisma, òrico, sonoro, dolce impanto.
Mar, o mar, nicare non nicherà, nicare proprio non nicherà!
Oh nive, oh nive bianca, oh tantanton de barba bianca!
- Figlio, sempre qualcosa mette ciglio. La mar. Mi dice ancora del tempo cambiato – passano quadri piscatori – del tempo che oggi corre dietro al fiscolo del niente… Lei, intanto, quando non balla tabacco secca palate, ha mani sapienti, bianche cedono coperchi pressati nove volte… e invece di boccoli di pane, frigge piccoli tesori del tempo dei suoi tramonti rossi!
- La prima volta che vidi un treno gridai “ passa la tuzzuìa, passa la tuzzuìa ”, e la campagna bianca rispose “ passa la tuzzuìa, passa la tuzzuìa ”, e la contrada col nero dei camini “ passa la tuzzuìa, passa la tuzzuìa ”,e i miei morti e la mia casa, i miei viaggi e il mio biroccio, e il mio vestito e il mio terrazzo, tutti insieme gridarono “ passa la tuzzuìa, passa la tuzzuìa ”, e ancora  “ passa la tuzzuìa, passa la tuzzuìa…! ”.
Ecco, dissi, ancora una volta prima di spegnere, con un suono grave che ancora ho nelle orecchie: “ Sarà quel che sarà, ma tu cerca… al mondo stiamo per cercare!”.
È vero, o mar, non sono ancora passato al libro vecchio, non riesco a seguire il tuo “ quanto conta il saper fare ”, le parole, soprattutto per me, sono un po’ come cirase (una tira l’altra), febbraio è sempre un mese corto e amaro, le serpi sono ancora nascoste e le rane non “cantano” ancora… ma sono il figlio della storia del miglio e del mortaio, della camomilla dorata della sera, quello che perdeva gli occhi su quel vecchio comò a casa della nonna, con la campana del santo, due candelieri argentati (quelle cose che in una casa arrivano non si sa come, da tutti considerate pregiate, si conservano con orgoglio smisurato, diventano simbolo della famiglia, a volte; quelle cose che restano negli occhi dei piccoli di casa anche quando la casa non c’è più…), un centrino sul marmo, qualche fiore la cui continua freschezza è l’effetto di un incanto… Tutto fermo là, pissocerato, quasi un altare al dio del buon consiglio che vive, con altri folletti, nel rosso fumante della terra appena “scapolata”… Ma cercate dovunque, nelle foto qui dietro, altrove, ci deve essere quel vecchio comò, ci deve essere quella vecchia credenza (il figlio, nella nicchia accanto, rubava liquore giallo), una cassapanca essenziale e capiente, il cassone dei fichi secchi, il saccone di fronze, la monaca scaldaletto, la cucina sempre bianca, lo stipo di legno che conservava ruote di creta che chiamavano piatti, la paglia nella pagliera, l’“acchiattura” nella stanza accanto…
Ma è ancora inverno. Non è cambiato molto, o mar. Oggi girano squadre per la monda come allora. Il paese intero è diviso in squadre, come allora. Mi dicono che hanno le loro leggi, regole loro, ogni squadra ha una sua carta di comportamento, di tenuta. A volte, o mar, sono così necessarie alla vita del paese che mondare mondano un po’ tutto (ogni squadra ha un suo declaro, ecco, e sfronzare gli eccessi… non è soltanto un vezzo!).  Comune a tutte, però, è la proibizione del vino, del vino prima di salire: svettare l’olivo, far sì che cresca in chioppa, non è cosa da niente!.
Solo qualche capomonda permissivo, distratto, nembrotico, istigatore, a volte permette il vino, permette di danzare, il tsiritirò… e allora l’albero è libertà, piacere e tentazione, riso, sghignazzo, intolleranza… ecco, riprende con foga la navetta, torna a rotar la tuzzuìa, ricresce, bòffolo, il sogno…
- Un tempo avevo occhi che tutto miravano. Tuo padre giovane…
Ma è sempre inverno: si attenua il dolore al ginocchio, tutte le storie sono cariche di lusione che in altri posti un nonno favolista vendeva a costo di decoro, storie intorno al tavolo, col fuoco, col padre appeso al miracolo della radio, con la foto del figlio lontano bene in vista, gli scampoli di una figlia sarta, uno specchio senza cornice, ad angolo, interrogato chissà quante volte, chissà quante volte odiato…
Durano conti…! Parole nugose, cantilenanti, sogni, costruzioni le più audaci (da far impallidire scrittori di professione), artifici, fisime di smalto, possibili solo a terreno cherso, nella stagione morta, o di sera quando il ragazzo figlio ascolta, risponde, sorride, anche se il suo pensiero, lui stesso, è sulla ciminiera accanto, dove un galletto, nella sua muta nettezza a mezz’aria, compie giri quasi completi…
La letteratura di questa gente magra, dalle mani callose, è fatta di fole e di angiolesse, di orchi benevoli, di tao che girano a mezz’aria, di spiritelli biricchini, di donne di pasta cresciuta, di fibule, glimpe, pènule, di purissimi cavalieri che di notte riposano sui tetti bassi delle case bianche, o nelle corti, sotto la prèula, accanto al gelsomino, o in stàbule di campagna sopra lettiere di sarmenti, nella paglia (sono loro, i cavalieri, che di mattina prestissimo, innaffiano d’argento gli olivi, intonano il colore delle margherite, spargono a caso fiori di lampone…), succhiando liquirizia a pesciolini, sciogliendo in bocca un tripizzo dolcissimo, facendo capriole inaudite, lasciando biglietti a ragazze dai lunghi capelli, sacchetti di talleri d’oro, colore per le guance, crinoline e merletti per gli anni a venire…
La letteratura della mar era il narrare dei sogni il mattino dopo, degli idoli suoi, i morti , che venivano a trovarla – fresca, mai turbata, come fosse un altro sorriso, un altro abbraccio alla sua gente…
Ecco, durano i conti… e ci sarà sempre un povero favolista a narrarvi di un cuecolo di neve che molto tempo fa dei ragazzi festosi, goliardi, furenti, cominciarono ad appallottolare nella piazza bianca per farlo poi rotolare, alimentandolo, per una discesa in paese: tre mesi restò giù senza squagliarsi… Tutti tornarono. Tutti. Meno Stefan. Stefan, cominciò a dire la mar, fu rapito dai tao!

- Credeva fosse uno dei soliti pupazzi di neve, uno dei soliti pupi bianchi che da ragazzi si fanno, e uscì di casa col passello per fornarne gli occhi… Non l’ho più visto. Chissà… Il portamento, l’allegria, tutto in lui poteva far innamorare un tao, un lieve tao, un tao del freddo, uno di quei tao insolenti che saltellano a mezz’aria mangiando girandole di neve, col corpo in piena luce…
- Tuo padre fece poi una guarnice ai suoi grossi occhi chiari, e da allora aspetto…Oh, aspetto la tornata dei tao, il mio ribaldo!
La mar. La solita storia. La sentivo cento volte al giorno, ne sapevo pieghe e accenti, ogni particolare, tutto quello che accadde, tutto quello che un tempo rese possibile. Era ormai diventato tutto così assurdo, così strano, così ingannevole, che sia io che lei, all’improvviso, eravamo entrati come in un vortice nugoso, in una grande ruota bianca, avvolti, per nostra stessa volontà, per tacito patto, nel manto perlaceo di parole sonanti, favolose, antiche, cantilenanti…
- Come! Lasciarsi prendere dai tao!?!
La mar.
Parlava di un figlio che a vent’anni s’era allontanato da casa gridando come un matto, correndo festoso verso il cueculo di neve che stava per nascere, che già cominciava a rotolare… Molte madri non videro i figli per tre giorni, quanto durò l’inusuale appallottolamento. Poi tutti tornarono, meno lui. Meno Stefan. Stefan non tornò.
- Il mio magnuccio! La mar.
I tao. Da quel momento la mar cominciò a parlare dei tao, s’inventò i tao, questa specie di folletti predoni, di elfi colorati, che vivono a mezz’aria, che così maleficamente sono entrati nella sua vita… Poi s’inventò dell’altro. Del figlio in stàbula, un casolare lontanissimo – ne vedeva il lumicino -, perso a giocare a zacchinetta. Perso perdente.
Altro, tanto altro. Tante sorti del figlio s’inventò, tante vite, tante possibili buone soluzioni, pensate per piacere di spasimo, per quel follicolo di voluttà che ricopre – li argenta – i percorsi di vane illusioni. La mar.
Era stato proprio un inverno tristissimo quello. L’inverno della calata dei tao. Un inverno come pochi altri inverni. Così amaro!!!
Ecco. La cultura dei tao. La mar. La sua costante autorizzazione al furore, il suo costante invito a fabulare, ad abusare della lingua… E tutto ciò che entra tra le nostre righe è quel croco che non ha vissuto, che ha sempre inseguito, di cui ci ha sempre parlato, e che ora per noi è suono, armonia nascosta, nive, nive farinosa…
I tao ci sono sempre in un paese. I nostri paesi ne sono strapieni. Esistono anche per questo i campanili nei paesi.
L’idea del campanile arriva quando la gente è esasperata, quando non ce la fa più a sopportare i tao. Formelle su formelle, cotto su cotto – in un silenzio operoso – la gente alza il campanile per sorprendere i tao, per piombare di sorpresa sui tao come sempre intenti a biffarsi dall’alto le zone in cui predare.
Bisogna dire, però, che i tao sono dei predoni fascinosi, a volte quasi necessari… guardate la mar, per esempio, lei è ormai al punto che coi tao ci gioca, azzarda, retrocede, favoleggia, lei ormai è di quel mondo a mezz’aria, non esiste altro mondo per la mar – dapprima, un po’ come tutti qua in paese, covò il campanile, con furia, con disperazione, poi tutto cambiò, cominciò ad usare, a viverci nel campanile, ad un certo punto cominciò, con gessi neri, a scrivere sui muri del campanile, dapprima strofette al figlio, poi le canzoni della giovinezza, le contra che lei cantava così bene, i cori d’inverno tra gli ulivi, ma anche scioglilingua sui tao, descrizione dei loro giochi, bagatelle…
Andavano in aria i tao, alle angiolesse obìte, ai transiti dei loro padri elfi, in oblivione completa, con lo stupore dell’ebbro, galoppando ossessi sul vapore, sui tetti color pigna, sulle madri di Robinia, sulle madri dell’oro di coppella…
- Un tempo avevo occhi che tutto miravano. Tuo padre giovane… La mar. Quelle che lei mirava sono poi cose che hanno fatto la mia vita.
Quando stavo con lei, figlio com’ero di una dea dell’aria, quando camminavo con lei, non c’era necessità di sprecar parole, erano gli occhi a raccontare, era negli occhi che riuscivamo a fermare, in un attimo di mille parole, gli eccessi, gli scoppi, lo smorire, la meraviglia… Non esisteva niente allora, niente dei travagli di tanti giorni neri: lei era all’improvviso una lieve festuca dorata, era in quella fibula d’oro giallo al petto, nel regno sempre bianco della tuzzuìa, nel lumicino lontano delle fortune che ogni sera tremolavano in una stàbula d’uomini persi a zacchinetta, nel tripizzo che in bocca squagliava, nelle margheritine di camomilla, nelle fresie in alto sul portone…
Chissà se poi la mar avrebbe, in realtà, voluto una vita diversa!
- ‘Na lusione, ‘na lusione, mi pare di sentirla ancora adesso.

- Sotto la neve il pane, mi ripeteva. A me piaceva sentire quelle cinque parole una dietro l’altra, e domandavo, domandavo continuamente. Come?, il pane sotto la neve? Certo, diceva lei, con voce di velluto, il pane sotto la neve, proprio così, il pane sotto la neve: quando c’è neve – tanto meglio se è farinosa – che copre un campo seminato, il seme è costretto a lavorare sotto, il raccolto è rassicurato.
Il ragazzo continuava a chiedere con avidità, la mar cominciava con le sue storie, i suoi “segreti”. Per niente altro c’era posto. Tutto intorno la vita lievitava.
La sera prima di Sant’Antonio andavo dal fornaio – la mar -, ordinavo un canestro di buon pane, poi la mattina di buon’ora lo portavo in chiesa, lo distribuivo… Non mettere mai il pane sottosopra, porta lutti, porta disgrazie… Potevi vincere, con una cotta di pane fresco, persino la Madonna all’asta… Prima di un matrimonio si faceva doppia cotta di pane, allora i matrimoni avevano il pranzo in casa…
Anche i tao erano come storditi quando in paese si faceva il pane. Sostavano a gruppi sul tetto del forno, volavano così in basso che a volte urtavano i galletti sui camini; qualcuno con improvvisa spavalderia, approfittando della rapida apertura del forno, vi si infilava dentro, nelle fiamme, attirato dal pane che cuoceva: se ne usciva u po’ frastornato, stravolto, rosso, ma…quattro passi ed era in volo!
Parlava, la mar, di freddo, di neve, mi raccontava la storia dei tre giorni della merla… io ci legavo il pane (non sapevo pensare ad altro, ormai), il panetto di lievito acido che il fornaio conservava per la famiglia del giorno dopo, la màttira di legno chiaro, le tàule con costati, senza costati, il miracolo, la meraviglia della pasta che cresceva…
I racconti continuavano. Una grande fame ma una grandissima dignità. Le generazioni di gatti tutti somiglianti. Il teatro che cinquant’anni fa approdò in paese, la fabbrica di tabacchi ne fu il palco, con le attrici piene di trini e pizzi, colli lunghi… “e noi non riuscivamo a tenere in casa i nostri ragazzi”! Le storie di gelosia, la gente magra, le case basse, la vita essenziale; anche le morti erano importanti, se il morto era un ragazzo o una ragazza, era preso dai tao, diventava un tao perfetto, uno di quei tao di meraviglia… Era questa la vita di un paese!
Ma il favolista, di casa in casa, comincia a narrare di un essere legendario, selvaggio, uno spirito silvano dei campi, dei paesi, che è un tutt’uno con alberi, foglie, boschi, un orco benevolo, uno spiritello biricchino, bizzarro, lieto e allegro anche quando dovrebbe essere triste; mangiaparole, mangiasuoni, un po’ buffone, mai sazio, mai saggio. Questo essere è il Bel Tempo. Arriva allora la Primavera. Le rane cantano la fine dell’inverno; son fuori, inoffensive, le natrici d’acqua; le mulacchione, le ragazze inesplose, rosse, continuando raffinate e lievi trame di ricamo, aspettano il loro ambasciatore (“arriva l’ambasciatore, oilì oilà, a cercare la più bella”), il loro principe azzurro. Se lo immaginano in divisa… Ed eccolo che arriva, per le più fortunate: è un musicante del Gran Concerto di Gioia, è un postino aitante che lavora al nord, è un carabiniere che tornando a casa lucida scarpe e divisa…
È in arrivo anche la banda, i tao saltellano come impazziti sulle berrette dei musicanti che continuano a sbandare, il cielo è più basso, le stelle lucenti (tendono ad offuscarsi solo quando in paese arriva la cassarmonica e gli occhi brillano e si corre verso il centro illuminato…), i ragazzi come intontiti. Arriva l venditore di stoffa inglese, di lino, di percalla, arriva l’incantato venditore di grattate di neve, ma quello che più si corteggia, che più incuriosisce è il venditore ce in un carro a vari ripiani, a cassetti, vende di tutto, le cose più varie, le più belle…
I tao continuano allegramente a saltellare, la mar è con gli occhi alla cima della sua lenta torre, cotto su cotto, formella su formella; il padre porta su, con la solita caparbietà, altre cime, quelle della vita d’orto: ci lavora fin dall’alba, dispone in certo modo le canne, realizza, sempre più assorto, sue geometrie, costruzioni misteriose, oscure. Il cueculo è… ormai sciolto. Ha tenuto tre mesi, però. A squagliarlo non è stato il tepore di uno sbadiglio, né lo scotimento leggero dei seni della madre terra, è stato l’avvolgente e caldo agitatore delle ali dei tao bianchi che prima di tutti avevano captato il magico potere della palla bianca, perfetta, immensa, come una sfida babelica, l’enorme sfida (saldare nel cueculo le spezzature di una lingua, le variegate imperfezioni terrene…) portata da cinque irrisolti mestatori d’incanti che anche stavolta avevano sospettato un cueculo tondo, grosso, immutabile…: la mar – ispiratrice di cotte, di furore – che in inverni come questo aveva tutto previsto, tutto con cenere ideato, aspetta a casa col pan cotto, col boldone!
Girano, vorticano, continuamente i tao in questa cultura, in queste contrade. A mezz’aria. Sono loro i regolatori di questa cultura. Sono loro che, con piroette profumate, sovrintendono agli oggetti, agli attrezzi  da lavoro, ai pianti per la figlia che si sposa, alle nenie, alle ballate, alle contra dei trovieri di paese, sono loro che regolano i discorsi, che pizzicano nel sonno, che istigano alle cose insensate, al ridere sfrenato, loro che vivono, si rotolano nella marza preparata per l’innesto, loro che hanno inventato il cane dello Scialla che fece cento chilometri per un bicchiere di vino, la Peppa Landa che compra galline cadenti, il magico lumicino della Lucerna di Iacca, il Morso che ti fa ballare, i giorni della Vecchia, le acchiature in ogni angolo…
Sono i tao regolatori che presiedono agli oggetti, alle situazioni, i momenti di vita che troverete illustrati nel volume. Oggetti, situazioni, momenti che nella loro armonia, nella loro dimensione, nella loro completezza assoluta, vivono anche dell’inaudito che continuamente generano…: e per noi è sempre più chiaro che se le cose hanno tutte un nome, una loro ironia, loro virtù, paradossi, bufferie da tao, è con una lingua che comprenda tutte le lingue che parleremo del sogno, che scriveremo del sogno. Meglio dei sogni, visto che altri balzeranno, altri rotoleranno, piscatori, tra le righe.

(scelta di termini dal) DIZIONARIETTO
dei termini magici, nuovi o non comuni allegato da A. Verri al testo sui Tao

[il] CANE DELLO SCIALLA, LA PEPPA LANDA, LA LUCERNA DI LACCA…: non sono soltanto storie, assolutamente!: sono dimensioni fantastiche, suoni antichi, voci antiche e magiche di un paese e della sua gente.

CONTI: sta per racconti.

CONTRA, [le]: canzoni da contrasto amoroso. Le sentiamo cantare ancora a Borgagne (Le), da due vecchie contadine; il profumo è medievale, di campagna…

COTTA [di pane]: più o meno determinata dalla quantità, di grano o di orzo, impiegata. Una cotta, di solito, è sugli ottanta chili.

CUECULO: per palla, cosa tonda; qui palla magica, bianca…

DECLARO: per dizionario, riandando a fra’ Senisio.

GRATTATE [di neve]: un blocco di ghiaccio in una cassetta piena di paglia, un aggeggio che, grattando leggermente il ghiaccio, si riempie di neve farinosa, un bicchiere pronto a ricevere i cristalli di neve, sono queste le grattate. Ce’ra poi un venditore…

LIBRO VECCHIO [passare al]: espressione popolare [salentina?] per dire che hai concepito e realizzato qualcosa, che da te è nato qualcosa: la nuova nascita, allora, di passare al libro vecchio, l’attenzione, è per euql qualcosa.

LUCCO: anche s eun qualsiasi dizionario vi darà significato diverso, qui è usato, ha significato di cosa magica, lucente, impenetrabile.

MARZA: quello strato umido, sottilissimo, tra la corteccia e il legno. La marza è indispensabile per l’innesto <<a pezza>>.

MATTIRA: grossa madia a forma di barca, nel cui fondo si lavora la farinia.

MERLA, [i tre giorni della]: gli ultimi tre giorni di gennaio, freddissimi, tre giorni che gennaio prese in prestito da febbraio per punire il merlo troppo sicuro di sé.

MULACCHIONA: (non ci stancheremo mai di dire che per noi il plurale è mulacchione), ragazza tonda, passionale, strapiena di carica inesplosa. C’entra la luna…

NATRICI: serpi d’acqua; in questi posti girano, d’estate, intorno a pozzi e cisterne.

NEMBROTICO: d Nembroth, istigatore all’impresa della torre di Babele.

NIBATO: splendido nevoso, da nubo-is o da nix-nivis.

NICARE: nevicare.

NUGOSO: di scherzo, di celia.

PALATA: massa di fichi che si seccherà tra <<pale>>.

PANE COTTO: è pane che si fa bollire insieme a foglie di alloro, prezzemolo e ad un pizzico di peperoncino. Era il piatto rapido saporitissimo, dei contadini. Si mangiava soprattutto d’inverno,a metà mattina, tre, quattro ore prima del pranzo vero e proprio.

PANEGORISARE: sostentare con solo pane.

PESCIOLINI, (liquirizia a): forme dorate di un tempo; non la chiamavano più liquirizia ma pesciolini!

PIRICHILLI – è un termine di un detto, <<pirichilli ca mangia li cardilli>>, ascoltato in Martano (Le), qui usato come folletto di neve.

PREULA: è la vite da orto fatta allungare su delle canne incrociate.

SCISCERI: ventriglio dei polli e degli uccelli.

TANTANTON DE BARBA BIANCA: il proverbio è questo <<Sant’Antonio dalla barba bianca / se non piove la neve norì manca>>; è il cuore dell’inverno, il 17 gennaio.

TAO: folletti dell’aria, della mezz’aria anzi; c’è dentro il salentino mao, il veneto bao, tanto altro…

TRIPIZZO: dolce che si scioglie in bocca rapidamente.

TSIRITRO’: termine dal ritornello di una ballata popolare greca, legatop all’uva, al vino, alla vita allegra.

TUZZUIA: grande cavalletta verde; i danni non si contavano, la gente se la ricorda con terrore.

ZORFO: sta per zolfo, e uncini sta per fiammiferi.

(da “La cultura contadina”, catalogo di una mostra fotografica, Distretto scolastico 42, Assessorato alla Pubblica Istruzione della Regione Puglia,maggio 1986, versione pubblicata su Quaderni del Fondo Alberto Moravia, Numero 1, Anno 2002, con scelta dai termini del Dizionarietto)

§

Antonio Verri, “La cultura dei tao”, da Musicaos.it – Anno 2, Numero 18, Giugno 2005

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“La compagna di classe”. Un racconto di Luigi Salerno


“La compagna di classe”
di Luigi Salerno


Rientrare di sabato nelle luci delle macchine e le mie gambe che affrettano, perché quando è di sabato non ho più il controllo del tempo e a volte me ne accorgo troppo tardi. Ma in ogni caso devo immergermi lo stesso nel caos del centro per poi ritornare subito. Rientrare con le strisce pedonali ingabbiate dalle ruote e la scaltrezza di un cattivo atleta, poco allenato nello scansare gli ostacoli fiammanti. Il fumo dei motori e le mie bottiglie che rischiano di sbattere e di infrangersi. Il mio passo accelera, e allora riesco a raggiungere il tratto meno illuminato e più tranquillo. Il solito marciapiede. Le pizzerie sfornano e infornano, come bocche di leoni accecanti. Le ragazze con i capelli sciolti. Qualcuna con la coda alta che mi sorride; e i profumi dei corpi con quelli delle sigarette. Allora affretto, ancora, anche se in fondo non ho nulla da fare. Ma è quella mia città che mi attira e mi respinge e anche quei visi che si organizzano la sera e che cominceranno a cenare quando starò già dormendo, adesso mi mettono un’ansia profonda e nel passo quest’ansia si scioglie e così raggiungo casa nella metà del tempo. Sfioro con le mani le chiavi dall’esterno del borsello grigio, ancora prima di impugnarle, -perché ricordo sempre di non anticipare mai le mosse prima del tempo. Devo abituarmi a estrarle quando il cancello mi attraversa appena le ginocchia, e non prima. Stasera sono fredde le mie ginocchia. Tintinnano chiavi, bottiglie e ginocchia, in una sola consonanza. Rintocca lo scatto della chiave, ma c’è una macchina che attira la mia attenzione, prima che io chiuda. Mi giro per accostare il cancelletto e per evitare il tuono del metallo, quando scorgo due figure magre e romantiche, in un’ auto bianca che non ho mai visto prima, proprio accanto al mio cancello, quello grande delle macchine. Il motore acceso. I loro visi sono lontani e sepolti nel fumo dell’abitacolo. Forse è la donna che sta fumando, ma non ne sono così sicuro, che mentre accosto per non sbattere, gli occhi della coppia si posano sulle mie mani e poi risalgono insieme sul mio viso, stupito e curioso, prima di andare. Ma tanto non li conosco. Forse ho un’aria troppo agitata, un’aria che desta spettacolo. Guardo le luci della mia finestra, che sono spente. È strano, perché mia madre a quell’ora dovrebbe essere già su, o forse avrà acceso dalla stanza che affaccia dall’altro lato. Intanto apro il portone interno e dimentico di colpo quel poco dei loro visi, così confusi. Il suono moderno del motore è ancora presente, romba come quelli dalle cilindrate importanti e non ho nemmeno visto il tipo di auto. Salgo e rientro in casa. I termosifoni sono spenti come le luci, e dentro non c’è nessuno. Nemmeno un messaggio, eppure quello è l’orario della cena per una madre così abitudinaria come la mia. Allora riscendo, e trovo ancora la stessa auto, e cerco di trovare una soluzione: andare da mia sorella, che è di fronte, e vedere se mia madre sia finita lì. Elvira non ha telefono, è isolata da due giorni, e allora mi tocca citofonare. La coppia che mi guarda ancora, mentre attraverso, poi non ci faccio più caso. Forse aspettano la ripresa di un bacio o di un litigio e io li avrò interrotti. Elvira mi risponde al citofono, con la bocca piena. Ormai è l’ora di cena o ancora oltre, e mi dice che mia madre non è proprio passata e che probabilmente avrà preso il pullman e starà sepolta nel traffico del sabato. Cerco di tranquillizzarmi, tirando il fiato a più riprese. Immagino il tragitto della linea che si avvicina alla nostra strada; le luci dei nostri lampioni, i fari dell’auto che si spengono. Alzando la testa noto che Elvira ha già abbassato tutte le tapparelle. Mi ha solo detto di farle sapere qualcosa e di non preoccuparmi. Intanto salgo sopra e manca la luce, proprio mentre sto apparecchiando la tavola per due. Mi affaccio per vedere quante case siano rimaste al buio e quanto sia serio il guasto. Guardo l’ora e noto che il tempo scivola e lei ancora non ritorna. Anche Elvira sarà senza luce, ma non voglio allarmarla. Con il buio ogni cosa si allarma, come in un furto d’auto. Il cancello è elettrico, se voglio prendere l’auto e andarla a cercare non posso più farlo. Scendo lo stesso, lasciando la tovaglia a metà sul tavolo di marmo ghiacciato e allarmato. Le scale allarmate a più gradini, riesco ad aprire il cancelletto pedonale con la chiave. I due sono ancora nella stessa auto, ancora immobili. Ormai non mi fanno quasi più effetto. Mi guardo intorno, tentato di avviarmi a piedi e da solo alla sua ricerca. Elvira non può avvertirmi di niente, è sopra con i bambini. Se fosse successo qualcosa dovrei sbrigarmela da solo e arrivarci sempre prima io. Come avviene con le buone notizie, anche con le cattive: c’è chi si espone sempre per primo, perché ha maggiore raggio di azione; forse maggiore resistenza, scaltrezza e autonomia in certe dinamiche o una certa maledizione nel cuore o nel destino. Così mi avvio, senza meta, senza telefono. Sperando che spunti un taxi con la sua mano che batte il vetro e mi saluta o forse la sua sagoma a piedi, sul primo tratto di curva, prima dei due pini. Con la sua solita andatura baluginante, le buste piene attorcigliate alle sue dita. Scorgo appena delle ombre, ma poi non c’è più nessuno, e sono passate già le nove e non ricordo nemmeno se mi abbia detto qualcosa prima di scendere. Cerco di ricordare e intanto oltrepasso la prima striscia di negozi già chiusi. Mi guardo bene da ambo i lati, prima di attraversare e ancora ricordando a vuoto, e poi rallento. Perché il traffico scema e allora quelli più violenti alla guida corrono come matti e finisce che poi ti falciano se non stai attento. Ci sono i lampioni muti, quando attendo ancora e il tempo passa e quasi non me ne accorgo. Quando mi si accosta al fianco destro, quella macchina bianca con i due romantici; quella che poco prima era parcheggiata davanti al mio cancello. Mi giro di scatto, e proprio in quel momento l’uomo che guida abbassa il finestrino e mi guarda. Tira piano di fumo, -è solo lui il fumatore- e poi mi parla. La donna seduta al suo fianco è tutta annebbiata dal fumo della sigaretta. Deve essere una di quelle sigarette forti, e intanto mentre l’uomo mi parla non riesco a sentire bene quello che mi dice. Scorgo appena il viso della sua forse compagna, che si abbassa e un poco si storzella per guardarmi meglio. Mi parla solo lui, ma in una lingua oscura e incomprensibile. Forse nemmeno italiana e nemmeno europea, troppo lontana. Sarà perché sono agitato ma non riesco a cogliere un senso definito da quello che l’uomo mi dice. Soltanto il suono. Il suono caldo e opaco della sua voce folta di vino, quello soltanto è chiaro, anche se le sillabe non mi ricordano nessuna sequenza logica. Quel suo suono invece mi incute una strana calma e poi, quando le spire del suo fumo si dipanano nelle strade, ormai sempre più libere, emerge il profumo speziato della sua compagna e parte del suo viso. Dall’abitacolo soffocante, la sua figura femminile che si ricompone nelle le luci della radio. La radio ha una frequenza disturbata. Scorgo un suo ginocchio scoperto, da una gonna scura. Cerco di sviare da quel contatto e guardo l’uomo. Lo guardo fisso come prima mi ha guardato lui, adesso che ha finito di parlare e aspetta solo una mia risposta. Che non ho. Cerco di sforzarmi, sia per trovare qualcosa da dire, che per comunicarglielo. Intanto mi accorgo di aver dimenticato l’assenza di mia madre, in cambio della loro inquietante presenza. L’uomo mi guarda, la sigaretta adesso l’ha già spenta. Io comincio a ripensare a tante cose, che mi allontanano ancora di più dalla possibilità di lanciargli un segnale di risposta, ma mi allontanano anche dal pensiero di mia madre e della sua assenza. Penso al fatto che forse quei due al cancello aspettavano me e che erano due malfattori che stavano cercando di rapinarmi con eleganza, senza violenza, forse per non rovinarsi la piazza. Siamo in silenzio, tutti e tre. La donna e i miei occhi che adesso tremano nei suoi, quando si allungano verso di me o su di una direzione di penombra parallela che non ricordo più, quando le sirene gonfiano i polmoni per il black-out, e intanto mi accorgo che la loro attesa mi inquieta ancora di più e che forse mi tocca lanciargli un saluto sfumato e ritornare indietro. Semmai da Elvira, mia sorella, con i suoi bambini che saranno crollati di sonno e di buio sul tappeto rosso del soggiorno. Ma senza luce non penso che possa aprirmi o forse sì. Potrei chiamarla a voce dalla strada e dirle che sono preoccupato. A quei due salutarli in inglese, o meglio alzando un braccio, sorridendo. Capiranno che non riesco a capirli, che di certo nemmeno loro capirebbero me se io gli parlassi, e intanto cerco di articolare un qualsiasi segno di saluto, che mi sganci dalla loro morsa, quando la donna mi chiama per nome. La macchina è ancora accesa, mi dice “Ottavio”, così ben scandito, da lasciarmi perplesso per il calore confidente e familiare della sua voce quando entra nel mio nome. Un nome detto da una che mi conosce e che forse mi ha già chiamato altre volte. Forse perché quando chiami un nome che hai già chiamato, la tua voce si trasforma, si fa più calda e l’altro che è chiamato riesce a sentire che esisti da prima, perché quel tipo di inflessione, nel breve spazio del nome, è la stessa delle persone che ti conoscono, che ti amano, che ti sopportano o che ti odiano di nascosto e senza dirtelo mai, ma che in qualche modo sono finite o dirette dentro la tua vita. Abbasso la testa, scavalco quella dell’uomo, che intanto ne accende un’altra, e poi la fisso. Le chiedo se mi conosce, perché quella sera non sono stato chiamato da nessuno nei pochi minuti della loro presenza e del mio rapido passaggio. La donna mi guarda, con una calma profonda nello sguardo. Aspetta anche lei qualche segnale, non rispondendo però alla mia domanda.
Forse nemmeno lei conosce la mia lingua. Conosce il mio nome ma non la mia lingua, -questo potrebbe essere ancora possibile. Insisto, mi faccio ancora più vicino. La stazione radio si assesta e suona una canzone americana, mi pare When i fall in love di Nat King Cole, e l’uomo chiude gli occhi e le posa un palmo sulla coscia e il vestito un po’ le sale e attendiamo ciascuno uno stacco di luce. “Sali, Ottavio”, mi dice la donna, “sali che parliamo in auto”. Fa freddo e non c’è luce, e a quel punto non mi rimane che approfittare per farmi accompagnare all’ospedale più vicino o al commissariato, che la mia macchina è bloccata nel garage con le porte automatiche. Ma forse è ancora troppo presto per il commissariato. Con l’ospedale avrei almeno escluso il peggio e allora faccio il gesto impacciato di entrare dentro. L’uomo mi accompagna appena lo sportello laterale posteriore verso l’esterno, senza guardarmi. Entro imbarazzato, ma sono sicuro di fare la cosa più logica. La donna mi guarda e avverto che può capirmi, anche se non so come sappia il nome l’importante è che adesso io ritrovi mia madre. Ci ritroviamo in tre in quell’auto. Il primo pensiero è quello di avvertire mia sorella; di avvertirla ma senza allarmarla e purtroppo non trovo il modo se non quello di raggiungere il suo palazzo. Così dico alla donna di chiedere all’uomo che guida di riportarmi al palazzo di mia sorella, quello così vicino al mio, quasi nel punto dove avevano parcheggiato. L’uomo tossisce, la donna gli parla in un’altra lingua. L’uomo fa subito inversione, senza esitare. La donna mi sorride, poi si gira ancora avanti, abbassa la radio e commenta qualcosa in una lingua ancora più oscura. Osservando alcuni palazzi, abbassando la testa per guardarli meglio, mentre glieli indica allo stesso tempo con un dito. L’altro guida e li guarda appena. Le dico dove farlo fermare. La macchina accosta, scendo e la luce ormai è tornata. Le sirene tacciono, mentre le citofono e la sento preoccupata, che si è fatto davvero tardi e che non è mai successo che la mamma abbia tardato così tanto e senza avvertirci. E intanto mi sento imbevuto anche io di una strana ansia, e non so ancora se dirle che in macchina ci sono due sconosciuti che mi aspettano; così cerco di temporeggiare ancora un poco, valutando in silenzio sul da farsi, fino a quando Elvira non mi chiede di salire sopra, e io le dico subito che è inutile, perché non ha il telefono e che c’è qualcuno che potrebbe accompagnarmi a cercarla e fare molto prima. Qualcuno che conosco bene, cercando di tranquillizzarla, senza fare nomi – che d’altra parte non so. Quando Elvira mi chiede i nomi, io vado sul vago, e le dico che in questi casi l’importante è ottenere un passaggio per il primo ospedale, senza entrare troppo nei dettagli. Ho cercato di balbettarglielo per non farla allarmare, ma lei mi fa notare che io ho una macchina nuova di due mesi e che vuole venire con me. Il tempo di lasciare i bambini alla signora Staffini, la sua vicina che molte mattine li accudisce. E che adesso sarebbe un’emergenza e che allora io la devo aspettare. Non ho scelta, così acconsento. Mi volto e li guardo. Sono rimasti fermi dove erano, guardandomi le spalle tutto il tempo della breve citofonata con Elvira. Adesso mi aspettano nell’auto, me lo dicono i loro occhi spenti, la loro forma dei visi vicini e spettrali. Alzo subito un braccio, in modo svogliato, e li ringrazio, sperando che adesso se ne vadano, e dicendo che adesso è tutto risolto, che la luce è tornata, che posso prendere la mia auto, che è nuova di due mesi, come mi ha appena ricordato mia sorella, e che sono stati molto gentili a riportarmi al palazzo. Tra poco sarebbe scesa Elvira e così saremmo scappati nel mio garage a prendere la mia auto e così l’avremmo cercata per bene, come soltanto due fratelli di sangue possono cercare una madre.
L’auto bianca rimane ferma: cerco di scandire le frasi verso la donna, che adesso ha il viso preoccupato, mentre cerca di tradurre al suo autista sinistro le mie ultime confuse parole, e forse il fatto che sono risaliti e che devono andare senza di me. Non riesco a capire quale sia il problema. Sento solo l’uomo alzare la voce, lo vedo strattonarla per un braccio, anche se nelle ombre dell’auto il polso della donna muove dei bracciali che suonano e rischiarano per qualche istante il buio dell’abitacolo. La donna che comincia ad infastidirsi, si scrolla il braccio avvinghiato dalla grossa mano dell’uomo, comincia a reagire con violenza. Alza la voce anche lei, un breve scambio di battute, ancora più secche e più tese. La donna apre di colpo lo sportello, l’uomo cerca di trattenerla, ma scende di furia e glielo sbatte in faccia. L’uomo rincagnito sputa una bestemmia nel vuoto. Si ricompone, mette subito in moto e scatta lontano, come un lampo secco di temporale.
La donna è rimasta da sola, a pochi metri da me. Non mi guarda, ma si osserva le scarpe e intanto con le mani si aggiusta la giacca scomposta. Adesso sembra appena più tranquilla, come se disintossicata, dalla sua ultima espressione nella macchina, quando mi ero appena girato dopo la difficile citofonata con Elvira. Si ricompone appena la gonna e la giacca, i capelli e poi mi si fa più vicina. La guardo con imbarazzo, attendo che mi dica qualcosa. Io non so davvero che cosa dirle, e mi chiama di nuovo con il mio nome, e mi chiede di portarla con noi, che adesso è rimasta a piedi, e io la trovo una cosa ancora normalissima, una cosa che comprenderebbe anche mia sorella Elvira, e senza troppe inutili giustificazioni. Così la donna senza nome mi rimane passo passo accanto, come un’ombra che segue ogni mio spostamento e senza parlarmi. Il tragitto verso il garage è brevissimo. Lo apro con uno scatto del telecomando, che porto sempre con me, insieme al mazzo di chiavi, la porta scorrevole di sinistra si prende il suo tempo automatico. Entriamo dentro il garage. Raggiungo in fretta la mia auto ancora nuova. La donna rallenta, perché i pilastri le sporcano la giacca, nell’ultimo tratto del corridoio delle auto. Entro in macchina e cerco di mettere un po’ d’ordine; accendo la luce nell’abitacolo, comincio ad aprirle lo sportello anteriore, dimenticandomi di mia sorella Elvira, e lei mi piomba dentro e da soli lo sguardo prende coraggio. La porta scorrevole prende a richiudersi, il mazzo di chiavi è ancora nella tasca posteriore. Non faccio in tempo a recuperarlo anche perché la donna mi ride addosso e si aggiusta la gonna con lentezza. Il tempo che la porta si chiuda del tutto e la luce vada via di nuovo, murandoci, senza speranze.
Le sue risate adesso si mozzano. Nel buio la sento farsi più vicina, ancora di più. Il suo odore, l’odore della sua paura del buio o di quello che rappresenti io dentro quel buio, in quel momento così strano, anche se conosce il mio nome, potrei essere un qualsiasi estraneo pericoloso come sono pericolosi tutti gli estranei o tutti quelli che si accostano a noi per la prima volta al mondo. E allora cerco di rimanerle vicino, e di farle coraggio e intanto mi si avvinghia addosso e sento che le sue mani cercano un approdo, forse hanno freddo e mi stringono e allora la guardo ancora meglio. Dico che vado a cercare la chiave per l’apertura manuale delle porte. Mi tocca accendere i fari, ma non so se raggiungono l’angolo opposto del pilastro dove è sistemato l’arnese di sblocco per l’emergenza. Tento con gli abbaglianti e cerco di capire se riescono a farmi strada ma sono dislocati in un raggio ancora insufficiente. Mi servirebbe anche un accendino, ma mi dice che lei non fuma e che adesso le manca l’aria, e che la luce degli abbaglianti non le basta più. Mi chiede di cercare al più presto quell’arnese, altrimenti si mette a gridare e poi ha la paura dei gatti oltre a quella del buio. Mi chiede se lì dentro si rifugiano i gatti, e che il troppo buio la prende alla gola come quella sua voce così stanca sta prendendo alla gola me. Ma io le rispondo di no: che di gatti lì dentro non ne ho mai visti, anche se non sono così sicuro, ma mi conviene tenerla calma e cercare al più presto di uscire dal bunker-garage. La sento che mi stringe più forte, perché ha paura di rimanere lì dentro, perché teme che i morti si vogliano vendicare di quello che ha fatto, mi dice, e allora comincia a singhiozzare e io non capisco che cosa significano quelle strane cose che comincia a sviscerarmi, con un tono sommesso ma profondo, che mi ferma e non riesce a farmi uscire più dalla gabbia delle sue parole convulse. Le chiedo di spiegarmi meglio, ma non riesce a parlare. Le sento solo il respiro che si fa più pesante o è forse lo sforzo per articolare e allora rimango impiantato vicino a quell’ansia e me ne rapprendo fino a dentro le viscere, cercando di sentire oltre e quanto altro potesse esserci oltre quell’angoscia palpabile e così nera.
Gatti non ce ne sono in quel garage, ma non mi crede come forse io non credo a nulla di lei, tranne al mistero del suo odore e del suo corpo elegante e un po’ francese e malinconico, uguale allo stile del suo viso. Forse avverte dei rumori impercettibili, che io non riesco neppure a cogliere,e vuole dirmi qualcosa, a fatica. Ma così al buio anche le parole perdono orientamento,anche se acquistano peso, che forse avrebbero bisogno di uno spiraglio anche minimo per partire; e intanto sento una sua gamba che mi sfiora e poi il silenzio, che la capsula dell’auto protegge e amplifica, ancora più grande di quello riverberante del garage. Le porte bloccate: saranno quelle la causa del suo affanno, forse la claustrofobia; ma non riesco a chiederle niente. Non farei altro che agitarla, e adesso quella donna mi inquieta ancora di più, perché mi spinge con la gamba e forse non se ne accorge, e intanto mi ritornano a raffica dentro la testa Elvira e mia madre, che sembrano così lontane e sconosciute alla mia vita sospesa di quel momento; soprattutto mia madre, che dimenticavo a intermittenze così rapide. Adesso avverto l’odore di quella donna ancora senza nome, ma era colpa mia che non glielo avevo ancora chiesto, e poi conosceva il mio nome. Ottavio, lo ricordo bene, così mi aveva chiamato, con il tono riposato e cordiale di una che mi conosce bene, forse una compagna di classe, una che ricordava ancora il mio nome lontano, sfigurata o trasformata dal tempo. Eppure stare al buio con quel contatto così silente e invasivo, quanto elegante, mi fa sentire al mio posto, in un posto così misterioso e mai occupato, che avrei quasi preferito che non si modificasse niente di quella strana variante serale, e che il tempo continuasse sospeso e indisturbato a scorrerci addosso e che le sue ginocchia mi parlassero, semmai di dove fosse finita mia madre o la mia vita e in quell’ora così strana del sabato, o della voglia improvvisa di un bacio, da scivolarle sui capelli che le nascondono il viso mischiati al buio del garage, che me la ricordavo piuttosto ordinata, da come la ricordavo alla luce intendo. Come una che forse stavo cercando da sempre, ma che adesso riprende a parlarmi, a fatica; forse perché ha ripreso il fiato giusto e allora i miei pensieri ritornano al loro posto come cadetti, nel forziere oscuro della mia coscienza, quando un richiamo mi risveglia dal sogno di quel reale.
Mi dice che sta un po’ meglio e che adesso vuole parlarmi di qualcosa di importante e che devo ascoltarla senza interromperla, altrimenti non ci riesce. A quel punto mi concentro, le chiedo se ha bisogno di luce, ma lei preferisce così, come a volte alcune donne con l’amore…, e allora la sento più vicina ancora. Più della sua gamba sul ginocchio di poco prima, mentre mi parla di una situazione oscura che all’inizio non riesco a comprendere. Le sue parole sembrano sfuggirmi, dovrei chiederle di ripetere ancora, ma sono troppo preso dallo sviluppo, è come se il punto importante debba ancora arrivare e non devo a tutti i costi distrarmi, quando mi parla di quella stessa sera, in effetti di poco prima che io li avessi visti nella macchina, e mi dice forse di qualche ora prima, forse meno di due ore, – altrimenti sarebbe stato pomeriggio – e mi parla di una donna che si spogliava, in una traversa di via Cervantes. Una donna che si toglieva gli abiti di dosso, davanti a tutti, senza ritegno e pudore. Si alzava la gonna e si toglieva le mutande nere, le aveva viste bene e scopriva anche la pancia e poi si metteva a sedere sul marciapiede e nella stessa inquietudine continuava a togliersi tutto quello che poteva, con uno sguardo smarrito nel vuoto. Se avesse potuto, mi diceva, quella strana signora si sarebbe strappata anche la carne, perché in quei gesti c’era come un’insofferenza profonda, come di oppressione per qualsiasi cosa di proprio costituisse una sensazione viva di contatto. E allora ogni tessuto andava allontanato d’urgenza, quasi a strapparlo, sembrava una donna perduta nelle sue stesse fiamme. Rimango raggelato, me la vedo davanti, come me l’ha descritta, e penso a via Cervantes, alle diramazioni e ai percorsi possibili di quell’ora. Se potesse essere passata proprio mia madre di lì, dentro un sabato qualsiasi di autunno come era quello e poi impazzire, così all’improvviso; e poi ricollegare il fatto che quella donna conoscesse il mio nome, forse l’attinenza con un indizio e lo svelarsi di un segreto terribile, quanto quella sua bellezza purissima e opprimente, che continuava a insidiarmi nelle ombre. Le sue parole mi frenano di nuovo il flusso e allora cerco di capire e lei continuando mi dice che si trovavano di passaggio, con lo stesso uomo di prima, quello che era alla guida di quella stessa macchina, quello stesso uomo sinistro che io non capivo e che non capiva nemmeno lui me, molto probabilmente. Con la loro stessa auto, che avevo visto anche io e nella quale anche io ero entrato per qualche minuto, rallentavano e accostavano. C’era spazio in quella piccola traversa che imbucavano, e rimasero a guardarla, quella donna che apriva le gambe e scivolava le sue mutande oltre le ginocchia e si alzava i capelli, che erano curati. Insisteva col dirmi che sembravano freschi di parrucchiere, di una persona distinta, che adesso faceva allontanare tutti i passanti e creava solo il vuoto e lo spavento intorno a sé, e non il desiderio di un corpo. Quel tipo di svestimento disturbante, era afflitto solo dallo spavento, non c’era altro. Mi diceva che vestiva davvero bene, e anche il cappotto che era spalancato sul marciapiede era un cappotto molto buono, di una signora importante o per bene, che certe cose forse non le avrà mai fatte prima nella sua vita; e anche le scarpe erano alte e io volevo chiederle di che colore fossero quelle scarpe alte, perché anche mia madre portava delle scarpe alte quando usciva ed era una persona molto elegante; e anche il suo cappotto, ma non trovavo il modo di interromperla né la forza di parlarle. Si ferma. La sento fredda nel buio, spaventata. Forse deve ricaricarsi o si è già pentita o ha sentito un rumore. Mi chiede la mano, e la sento tremare forte, come non ho mai sentito tremare nessuno così in tutta la mia vita. Allora gliela stringo più forte, cercando di calmarla; ma è molto difficile essere più forti di un tremore così preciso e ghiacciato, da far tremare e indebolire anche la mia mano, e allora il suo racconto continuava, riprendendo quota, e io cercavo di stare calmo ma non ci riuscivo, e poi pensavo anche a Elvira: chissà se stava ancora ad aspettarmi, ma senza luce avrebbe capito che ero rimasto chiuso lì dentro, e forse era già risalita, a chiedere aiuto o a controllare i bambini dalla vicina, in attesa che la luce ritornasse. Ma in quel momento io non avrei mai voluto che la luce ritornasse. Mi intrappolava l’odore amaro di quel racconto e quello del suo corpo, che prendeva sempre più calore dal mio e me lo toglieva, e che adesso mi era ancora più vicino. Le sento la tempia scivolarmi addosso, e coricarsi verso il mio fianco. Stiamo scomodi, ma riesce a continuare meglio da distesa e adesso le sue orecchie sono vicine alla mia pancia e avvertono meglio il mio respiro, che cambiava a tempo con l’affilarsi delle sue piccole frasi spezzate, come coltelli, quando mi diceva dell’idea che era venuta al suo strano autista, quando la guardò negli occhi e le disse di controllare che non ci fosse nessuno a guardare, mentre se la sarebbe caricata dietro, prendendosela in braccio. “Non sapevo cosa fare, di solito decideva sempre tutto lui e allora, in un momento che non passava nessuno, ero scesa a fare da palo, come mi aveva detto di fare, mentre quello se la prendeva di peso, quella povera matta, e se la caricava in macchina, quasi nuda, sui sediolini posteriori. E io allora, le avevo preso il cappotto che era rimasto disteso e anche una scarpa e piombavo spaventata in avanti, e cominciava a correre forte, e quello stupido che rideva e spingeva sull’acceleratore, e io che non capivo cosa ci fosse di così divertente e dove diavolo stesse mai andando; e poi mi giravo a guardarla, quando quella donna sembrava rapita dal passaggio rapido delle prime luci cittadine dai finestrini e allora sembrava più calma. Aveva la pancia e la schiena ancora scoperte e messa tutta di fianco le si vedeva mezza natica con dei lividi e tutta sporca. La borsa gliela aveva presa lui, forse era convinto che una fuori di testa non è detto che fosse necessariamente una poveraccia e allora cominciavo a capire che voleva ricavarci qualcosa in qualche modo da quell’accidente così triste e io non potevo crederci che potesse arrivare a tanto e mi aveva già scagliato la borsa con l’altra mano sulle ginocchia” adesso riprendendo ad affannare, “e poi mi diceva di controllare che cosa ci fosse e se avesse i documenti, e intanto imbucava una strada secondaria e meno trafficata e molto isolata, una strada che mi metteva paura, come il suo viso, quello perduto della donna che aveva portato in auto, come tutta la situazione. Forse voleva raggiungere qualche luogo nascosto, che non conoscevo nemmeno io e intanto, mentre frugavo nella borsa, la tenevo di profilo. Era ancora scompigliata, ma aveva un gran bel viso e così umano, e allora davvero mi dispiaceva, perché sembrava una persona così per bene e speravo che non avesse mai ricordato il male che le stavamo facendo a portarla via; e in quel momento che sembrava non finire mai io non riuscivo più a frenarlo, e non capivo più le sue intenzioni e nemmeno quello che mi diceva. Intenzioni che forse nemmeno aveva, non riuscivo nemmeno a capire che cosa gli fosse scattato, se era solo per la borsa o per qualcosa di più oscuro e inscrutabile, qualcosa che non avrei mai saputo. Adesso avevo le mani affondate nella borsa e gli occhi sui suoi capelli e poi sul suo naso: un naso così nobile e gli occhi ancora così sperduti e serali, e con quell’unica scarpa ancora al piede la sentivo una donna disperatamente sola, forse sola quanto me. Ma forse non povera, diceva lui, e sorrideva forte e mi guardava, gustandosi in pieno la chiazza lorda del mio spavento. Le avevo preso il documento, era in una piccola custodia arancione di plastica, sfuso nella borsa, insieme alle chiavi. Ma fu in quel momento esatto che l’auto sbandava, per fortuna quel brutto diavolo riuscì a recuperare con una sterzata. Io avevo la cintura, come l’aveva lui, ma quella poveraccia dietro stava tutta storta, senza nessuna cintura, e così sbatté la testa nel vetro, senza romperlo ma così forte da perdere il sangue dal naso e da farsi come nera nera sotto gli occhi e fino alla bocca. Aveva cambiato viso. Ci guardammo spaventati, in quel punto non potevamo nemmeno accostare per vedere che cosa le fosse successo dopo il colpo, e allora lui continuava a correre, ancora di più, forse in cerca di una zona più isolata. Quell’orario era già trafficato, sarebbe stato meglio abbandonarla, morta o viva, mi gridava; io intanto la chiamavo, per capire se mi sentiva, ma aveva gli occhi aperti e più tranquilli, come quelli di una cerva. Ma era fredda, ancora così fredda, quasi come me e il documento mi scivolò nell’auto. In quel momento non pensai più a nulla, alla borsa, a quanti soldi avesse avuto dentro, ma mi girai tutta per sentirle il respiro da qualche parte del corpo, perché si respira un po’ dovunque, uno vivo anche se svenuto dovrebbe in qualche modo pompare, ma invece quella signora non pompava se non quel nero di morte sotto gli occhi, che le dislagava come il trucco sciolto e lui mi diceva che era una matta, e che quella è la fine che fanno tutti i matti prima o poi, e che non era colpa di nessuno, e che aveva trovato una radura nei pressi della strada senza uscita delle tre croci, dove accostò.
Scese, tirò una boccata folta di fiato stirandosi al massimo le due braccia verso la schiena. Poi aprì con calma lo sportello, dopo essersi guardato intorno per accertarsi che non vi fosse nessuno in giro. Così la controllò, con una certa competenza, la stessa che avrebbe potuto riservare a qualsiasi estraneo o creatura animale in difficoltà incontrata durante un qualsiasi tratto di strada. Lo vedevo molto sicuro, e come se avesse avuto già a che fare con quelle situazioni, e allora io guardavo a tratti alternati il suo viso e quello della donna, che si faceva scuro come se abitato da un ragno. Speravo di essermi sbagliata, che fosse solo una mia impressione e un gioco della luce, e invece quell’uomo mi fece segno con la testa che era andata. Il colpo era stato molto forte, molto più forte e preciso dei colpi forti e possibilmente volontari che si possono infierire a qualcuno con intenzioni sinistre. Così forte che ancora me lo sento dentro e io non avevo il coraggio nemmeno di muovermi, che era già buio, quando l’uomo se la prese di peso e la scaraventò in un dirupo profondo e oscuro, forse una mezza discarica abusiva, lasciandola ingoiare dalle ortiche e dai rovi, dove non l’avrebbero trovata per giorni, forse per mesi, perché lì era davvero molto profondo e non ci sarebbe arrivato mai nessuno. La borsa rovesciata, vicino a una sua scarpa e allora lui prese quello che c’era da prendere, una quarantina di euro in tutto, e buttò via il resto delle poche cose, comprese le chiavi. Risalì in auto e scattò via, una molla di fuoco, ritornando verso il centro, appena più sereno. Mi chiese di passargli l’accendino e si mise a fumare con una mano sola e soffiava molto forte il fumo dalla bocca, lo spingeva con un brutto suono di drago. L’altra scarpa della donna, quella che era rimasta in auto, mi disse di buttarla in un cassonetto, che nessuno avrebbe ricollegato. Poi accese la radio”.
Riprende fiato e si allontana da me con la testa. “Perché, perché eravate tornati proprio davanti al mio cancello?”, e mi disse che di solito il sabato si appartavano dove capitava e che avevano deciso di prendere fiato e di rilassarsi e cercare di farsene una ragione parlando, “ma io ero agitata e non volevo restare a parlare; poi sei passato tu e ti ho sentito chiamare dal balcone, forse tua sorella, io ho capito che cercava te, ma tu eri un po’ stordito e allora non capivi, ecco, e poi il resto tu lo sai”.
Rimaniamo in silenzio, raggelati e sfiniti. Il garage immerso nell’oscurità. “Il documento, per favore. Devo vedere il documento”. La donna non si muove, rimane ferma, impassibile. “Non ce l’ho più, il documento. Mi è caduto a terra nella macchina quando quel pazzo ha sbandato, e poi non l’ho nemmeno aperto”.
Non riesco più a muovermi. Intanto la curiosità si fa così grande, o forse avremmo potuto lasciare tutto nel vuoto, nel vuoto di quel momento, e lasciare nella nebbia anche quell’identità, come in fondo era la nostra. In attesa che avessero ritrovato mia madre o che fosse ritornata lei da sola, che in quel caso lì sarebbe stato tutto molto più semplice. Ma i miei dubbi erano sempre più laceranti. In quel momento avrei dovuto sbloccare soltanto la porta e raggiungere Elvira, e chiederle se avesse avuto qualche notizia e allora la lascio nell’auto. Scosta ancora la testa e una volta che io esco, riprende a fatica la stessa posizione. Vagando tra i pilastri, senza riuscire ad orientarmi. Chiedo alla donna di accendermi i fari, che avevo spento quando mi parlava, almeno per orientarmi. Ma lei non mi risponde e allora mi avvicino all’auto. Mi corico verso i comandi e la sfioro, e solo in quel momento ritorna la luce…
In un colpo la donna si ricompone. Io afferro il telecomando e apro la porta automatica. Metto in moto e scatto fuori, e in quel momento vedo Elvira e mia madre che mi vengono incontro, con lo stesso sorriso stampato nel volto. Mia madre che sembra rimproverarci, ma che pare così felice di tutta quell’ansia così grassa e imbastita solo per lei, e che le lascia un gran calco sulla bocca che ride. E poi ci dice che quella era la serata del suo poker e che noi avremmo dovuto ricordarlo, il terzo sabato del mese. E che per fortuna quel gentiluomo dell’avvocato Tassoni, sempre così gentile e premuroso, l’aveva appena riaccompagnata, che era tutto buio anche lì da loro al corso Nelson. Gli occhi di mia madre si posano sul viso sperduto di quella donna, che mi sta ancora vicino e che si sente esclusa e smarrita dalla nostra gioia domestica, e che in un baleno mi saluta, con un bacio sfuggente e si precipita fuori dal cortile, verso la strada. Le grido qualcosa, mi dice che avrebbe preso un taxi, ormai è più lontana e si muove così in fretta, senza voltarsi, quando gli occhi di Elvira e di mia madre mi guardano perplessi, quando ormai la donna è svanita. Mia madre decide di andare a salutare i nipoti, e allora si allontana piano con Elvira. Prima di avviarsi sopra mi chiedono chi fosse quella persona che non avevano mai visto. Io dico una compagna di classe, perché non so che dire e una compagna di classe è una cosa ancora molto tenera e rassicurante da dire, e di una certa nostalgia ancora così ben riuscita e funzionante a quell’ora; e specialmente in una sera come quella e a quell’ora di quel sabato così spiritico, quando ci eravamo ritrovati tutti a dispetto di tutto il resto, e subito dopo il maglio irreale di quell’inferno vivo e così privato, che non avrebbero mai saputo. Intanto chiamo un attimo Elvira e le chiedo se dal balcone quella sera mi avesse chiamato davvero per nome, ma lei nega: quella sera non si era affacciata. Ci siamo parlati solo al citofono, mi dice con sicurezza, che stava cenando e che aveva già abbassato le tapparelle da un pezzo. Le lascio andare vicine e spengo il motore. Poi lo riaccendo e chiudo gli occhi. Nell’auto ancora il suo odore speziato, bellissimo a quell’ora già troppo notturna, quando sono mosso dal desiderio di raggiungerla e di svelarci quell’identità oscura per entrambi, che nonostante il sollievo adesso mi logorava ancora di più.

* * *

Vagai per diverse ore, e non solo quella sera, ma non la rincontrai mai più e nemmeno seppi mai se fosse stata ritrovata una donna in qualche macchia di erbacce selvatiche e di rovi, e nemmeno se qualche scarpa da donna alta e di una per bene fosse sbucata appena sformata da un cassonetto. Non seppi più nulla, perché forse era davvero fatto di nulla quello che quella sera mi era accaduto. Come tutto quello che avviene solo agli altri e che non ci tocca mai direttamente, che non ha a che fare con le nostre relazioni, con i nostri affari di cuore o di morte e con i nomi di persona; con la sfera eletta dei nostri consanguinei o con quella dei nostri piccoli clan solitari e borghesi, e con tutti i piccoli tasselli ordinati della nostra vita e forse con l’ apagoge di quel sabato sera e notturno. Eppure quella donna doveva avere una grande fantasia, o una grande indimenticabile maledizione nell’animo che un po’ mi contagiò e che mi è rimasta ancora dentro anche se mi rassegnai in qualche modo a dimenticarla, come una compagna di classe in controluce, dopo tanto tempo, e pensando così che non fosse avvenuto nulla di tutto quel racconto al buio, e che ne era rimasto solo il suo debole fantasma, soltanto dentro di noi. Quando un giorno di non molto tempo dopo, mi trovavo al solito autolavaggio, e un ragazzo biondo e quasi straniero del personale, scrollandomi il tappetino dal lato passeggero, mi fa cenno con la voce e muove il braccio con un gesto ampio nella mia direzione. Mi giro, e intanto noto che ha qualcosa in mano, un qualcosa di un arancione acceso.
“Che fa, viene lei o glielo porto io?”.
“Ma che cos’è?”

fine

§

Luigi Salerno è nato a Napoli nel ’67, e lì risiede attualmente. Specializzato in alta formazione musicale, con tesi per il secondo livello specialistico, sulla musica classica nel cinema (La musica colta nel fotogramma) conseguita con il massimo dei voti al Conservatorio di Napoli S. Pietro a Majella. Ha ottenuto diverse segnalazioni e premi (Premio W. Ciapetti 2007, 15 TH International Gypsy Friend Arts Competition 2008. Categoria Short Story Racconto Il sole negli occhi.)
Con la Scuola Holden è stato tra i finalisti del Concorso nazionale autori italiani e stranieri “Terre di Mezzo”, 2008. Il suo racconto “il telegramma”, è stato pubblicato da “Terre di Mezzo”. Ha ottenuto il Diploma d’onore al “16 TH International Gypsy Friend Arts Competition 2008”, nella categoria “Short Story” con il racconto “La sassata”.

Con il racconto che abbiamo pubblicato qui su Musicaos.it Luigi Salerno è stato finalista al Concorso OXP 2009, organizzato dalla Casa Editrice legata all’Istituto Universitario l’Orientale di Napoli (2009).

Di recente si è classificato al secondo posto alla II Edizione del Concorso “Festival Libriamo 2009” a Vicenza (continuazione ideale “Sillabari” di G. Parise) con il racconto “La canzone” pubblicato con “La Serenissima”; è stato finalista alla III Edizione di “Libriamo 2010 Vicenza”, dedicata allo scrittore Giovanni Comisso, con il racconto “Fuga dal Medrano”, di prossima pubblicazione.

Ha collaborato con Terra Nullius: “Bottoni”; “On the phone”. Il suo romanzo dal titolo “Il disabitato” è di prossima pubblicazione. Per il teatro ha scritto “Meerschaum” (Atto unico); “L’interruzione di viaggio” ;“La stanza di Fritz”.

Luigi Salerno si occupa di un blog letterario: http://bookandshade.blogspot.com/.
Contatti: luisgroove@libero.it

(clicca qui il racconto in formato pdf “La compagna di classe” di Luigi Salerno)

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“Col mitra scarico di sogni” di Francesco Aprile e Teresa Lutri


Francesco Aprile – Teresa Lutri
2011/01/12

Col mitra scarico dei sogni

Uno. Due. Tre. Dieci. E ancora Uno. Due. Tre. Cento. Mille. Pensavano alla frase. All’uscita. Poi. Oggi il mare è diverso. Oggi ha il colore di niente. Si avvolge come onda.
Per strada_ dai finestrini dell’auto_ scorrevano il paesaggio come riflessi, ciglia macchiate della storia. Ancora. Oggi il mare è diverso.
- Io non vedo mare – disse uno di loro.
Era il figlio prediletto della storia. Cacciato allontanato. Dimenticato. Il figlio prediletto della storia. Eletto al rango di storia dimenticata.
- Io non vedo mare – disse ancora.
- Io non vedo che urla_ muoversi. Ho pestato ancora le mie mani.

“Io non vedo che urla_ non sento che mare. Non vedo mare/sento mare. Diverso mare. Diviso mare. Separato dal fievole anelito del mio ego. Quasi battuto. Con questo corpo quasi dissolto. Che possa straripare tutto questo mare. Che possano liberarsi queste_ intime onde di me. Di dentro. Questo sbattere all’impazzata_ aspetto_ saponificazione sacra_ di tutto ciò che non serve. Gli occhi continuavano_ a fissare urla nella testa”.

Ore 13. Aperitivo. Colazione distillata.
Ore 14. Nient’altro da urlare.
Ore 15. Approssimazioni.
Ore 16. _ _ _ _ _ _ _ _____ _ _ _ .
Trasmissioni interrotte. Bip.

Lo trovarono dismesso sotto il nero incancrenito di una carta d’identità. Il figlio prediletto della storia. Assunto morto. Contabile_Cristo_Cazzo_Cristo. Di nuvole.

- A fare i conti con la storia_ ci tocca il passo più lungo della gamba. – Apostrofò uno.
- È che siamo così.
- Non dire stronzate.
- Aleph ha solo bisogno di morire. Lasciatelo fare.

Ma stavano ancora dicendo stronzate_ mentre il treno che passava se lo portò via. E le colline, prossime al sole. E le colline_ rosse spremute di papavero_ rosse spille negli occhi. Rosse colline di schizzi di sangue_ rosse colline rosse_ di sole al tramonto_ di vita_ di fiore_ di cuore_ di colline. Rosse spremute di papavero|
sullo sfondo degli istanti – acerbi – del passare del treno. Che. Appena nati. Appena morti.

Corsero verso i binari. Corsero due. Corsero tre. Corsero ancora. Di Aleph. Niente. Tracce zero. Di vita annusata al km 120.470. Corsero via. Direzione opposta. Bar. In uno al bar. In due al bar. In tre al bar. Sulla sedia elettrica delle coscienze.

D i s a t t i v a t a .

“E proprio Aleph si rivelò_ in forma di sedia elettrica disattivata. Tacita ferraglia di coscienze_ tutte ancora da accogliere. In seduta/trauma. In frenata_ di corsa cieca. Silenzio di ferraglia/terrore_ intimidatrice di ritmi. Sostenitrice di pause. Obbligatorio fermarsi. Ci vuole responsabilità. Nel camminare e nel fermarsi. Nel portare proprio questa faccia. Nel fare la puttana o l’imbianchino. Nel dissolversi_ in una fabbrica. Nella fiamma rossa_ d’una qualunque rivoluzione. Responsabilità ci vuole_ a non vedere il mare_ a disattivarsi. Attesa di culi responsabili_ su seduta silenziosa consapevole di responsabilità. In uno a tentennare. In due a tentennare. In tre a tentennare. Fermata obbligatoria. Aleph non parla. Aleph/frenata”.

Sullo spettro delle inquietudini. Scesero in tre. Spazio. Spazio. Lasciate loro spazio. Si gridava attorno la folla del bar. Presto. Fate presto. Ne giunsero altri con loro. Attorno. Tutto attorno. Spazio. Fate spazio. Ne giunsero altri con loro.
Mentre urla. Contornavano il viso.
Mentre attorno. Lacrime e desiderio.
Mentre attorno. Il re ha perso la regina.
Mentre attorno. Ospiti si autoinvitavano al banchetto.
Mente attorno. Mentre urla mentre. Attorno. Crepe sui muri lasciavano spazio al vento.
Mentre attorno. Gridava il vento_ sono libero di fischiare.
Mentre attorno. Non grida l’uomo che ha morso il serpente.
Mentre attorno. Non grida l’uomo che lascia cadere la mela.
Mentre attorno. Grida l’asfalto forato ché s’è fatto tempo.
Mentre attorno. Non dorme l’occasione. E si svuotano bianche lastre di case. Di tufo. Di pane. Di bianca cera_ crema di luna.

“Crema di luna. Ora bianca di calce_ di case di sogni. Proiettati in alto_ stagliati in cielo. In cerca di_ un quarto di luna da colonizzare. Che le distanze partoriscono funi. Che le distanze partoriscono_ liane di desiderio. E giù_ in picchiata. Urla. Stonate di vuoti. Urla stonate di pieni. Luci e ombre disegnano. Dei tre_ silhouette di pensieri_ danzanti come fiammelle acide. Alla luna giunge. Un bavaglio d’urlo distratto. E rotola_ in crateri. Di non/tempo. Non avverte_ alcuna forza. Di gravità. Fisica”.

E rotola giù dalla fune il desiderio.
E rotola_ via dagli anni il tempo.
Hanno addossato tutto alle pareti. Spazio fate spazio. Dategli spazio. Gravide urla di terrore al bar. Gridavano gli uomini. Spazio. Sia fatto spazio. E intanto_ addossavano tutto alle pareti. Loro. Che erano nel tempo. Nel tempo restavano. My guitar wants to kill your mama. Gridava uno che nel tempo c’era morto. My. My. My my my my…loop…giro di loop loop disco incantato. My my my. My guitar wa…wa…wants.
E grida il nesso che ne toglie la vita.
E moriva il grido che al nesso dava vita.

E lui. Il figlio prediletto della storia. Ritornò uomo. Ma il tempo gli si sfaldò fra la testa e la schiena. Ruppe l’ultimo scafandro temporale. Se ne liberò_ con appena una scrollata di sensi_ tutti intonati_ ad evacuare. Il corpo evacuato. La testa calibrata. L’essenza in volo. Celebrò ciascuna morte fisica. Ciascuna accensione interna. Dal collo ai piedi tutto rotolò. Come urlo imbavagliato. E con lui. Ogni desiderio. Che a vivere. Basta
liberarsi.
Ciascuna liberazione/librarsi. Questo videro. Al chiaro di luna. Volare l’essenza A/Temporale. L’orologio a impazzire.

La condizione preliminare.
L’assenza. La cercavano. Nel passo di danza. Tra la folla stranita del bar. Spazio fate spazio. Hanno bisogno di spazio. Siano fatti loro spazio e tempo. Addossavano ancora tutto alle pareti. La condizione preliminare dell’assenza. Ritrovata mentre frugavano fra le carte, le astruse mezze misure di mezzucci farabutti. Mentre giravano, frugavano, inondavano ogni cosa di urla di fate spazio spazio spazio. Uno dei tre, in uno, si allontanò. Due dei tre, in due, si allontanò. Il terzo non seguì che il terzo. E continuò liscio il suo spazio. Frugava frugava frugava.
Mentre ancora. Moriva il colosso di carta nel cervello.
Mentre ancora. Spendeva la giornata il vuoto scarto della storia.
Mentre ancora. Splendeva d’oro grido di dimenticanza.
Mentre ancora. Si moriva della distanza.
Mentre ancora. Sollecitava l’eco la rimembranza.
Ch’era scettro perso. La costola fratturata. La selva stella d’argento.
Ch’era strumento idolatrato. Il fusto vuoto già consumato.
Ch’era cosetta cantata. La virgola. Parola rimuginata.
Ch’era orgia. Lo spumante di natale_ il cristo morto infame.
Ch’era schiavitù morale. La chiesa_ la notte di natale.
Ch’era maggio i prati in fiore. Mentre oggi. Fumo e dolore.

Mentre scendeva ancora la sera. Mentre le labbra. Inumidite dalla nebbia. Serravano spezie. Rimarcate dal nero pesto della sera. Di un nero asfalto di sete. Di un nuovo dolore serrato fra le gambe. Qualcuno si avvicinava al bar. Altri ne uscivano intimoriti. Altri. Correvano a chiamare altri per continuare a fare spazio. E urla. E botti. E fottìo di gente. E la sera_ mascherava un neo stilizzato di rosso colorato. E la sera_ che scendeva come sale la nebbia fra i capelli. Fra ciocche sfibrate d’amianto. Le tue lastre. Distaccate immagini del cuore. Dell’anima. Del dolore. Sulle foto appese alle pareti. E scendeva la sera. Cara. Avevi la testa poggiata sulla mia spalla. Avevi gli occhi grandi chiusi di sonno. Avevi dolci. Linee di luce e perle e guance sferzanti. Avevi dolci. I capelli sui miei avanzi.
E scendeva la sera. Cara. Colorava la nebbia i nostri teneri sbagli.
E scendeva la sera. Cara. Ammaestrava in ultimo. Tutti i nostri ritardi.
E scendeva la sera. Cara. Filtrava la luce dei tuoi sguardi, la nebbia il gesto il suo sfiorarti.
E scendeva la sera. Cara. Dimenticava l’ora tarda il sussulto del cuore.
E scendeva la sera. Cara. Distillava gli appetiti. Consumati troppo in fretta.
E scendeva la sera. Cara. A rincuorare. Oggi. Quel che abbiamo dimenticato. Ieri. Tutto il peso. Il prezzo. Il senso. Il gusto disgusto. L’odore imbavagliato fra le gambe. Dell’ultima umida sera. Dell’umile schiena divelta, peraltro scoperta, amarezza sterile. E scendeva ancora la sera. Cara. A coprire coi suoi nei spicchi gialli sul nero. A coprire coi suoi nei. Cara. L’odore tiepido di ieri fra le gambe e poi. Waiting for. La chitarra in mano. Sigaretta fra le dita. Penguine serenade. E Amprhey. Sassiyl. Franky. Henry. L’odore del palco. La sensazione greve del suono cupo. La lontananza del mare. Il verso scarno della chitarra. Sarebbe andata così. Mentre il suono rivoltava la stanza.
Mentre il suono rivoltava il tormento cupo dei buchi sulle braccia.
Mentre il suono accendeva i fumi della pace.
Mentre il suono. Condensava l’aspro di ogni sera. In un caldo ricordo da far male.
Mentre l’attesa sbuffava sul conciliare rumore sordo del suono che tardava.
Sarebbe andata così. Sarebbe salito sul palco. Mentre il respiro gonfiava.
E rubava tempo alle immagini. Alle parole. Alle canzoni. Alle note. Alle emozioni in riverbero. Mentre il silenzio sgonfiava. I suoni dell’attesa.
Poi. Avrebbe gridato. Che è tutta colpa della poesia. Che a noi non ce ne frega niente. Che a noi non importa un cazzo. E avrebbe violentato la chitarra. Le assi del palco. Strappandole dai chiodi. Strappando i chiodi dalle assi. Le corde dalla chitarra. Sputando sull’amplificatore. Ché non amplificava se stesso. Lanciando al muro un urlo. Che nemmeno il microfono. Avrebbe immaginato. E saremmo andati via. Dopo ancora ancora ancora una sigaretta. Poche parole stonate dal suono. Rivolte agli amici. Poche parole crepe di emozioni versate. Sulle feritoie esistenziali, sulle nostre barricate emozionali, sulle nostre strenue difese da macellai. Da contabili disoccupati in calore. Da ragazzi in fila per un posto al callcenter delle speranze. Col mitra scarico dei sogni. E la pazienza_ barriera ultima da varcare. Tra fremiti intorpiditi. Di balene bianche lungo le strade. E nuvole. Nuvole nuvole. Nuvole che deragliano_ sempre_ ancora ora_ la luce del giorno. Fra le immagini smunte dei nostri palazzi in rovina. Dal finestrino dell’auto. Guardavano|
- Ma io non vedo mare.
- Ma io non vedo sole ad accarezzare cullare abbracciare gli insicuri toccati attimi di tempo sul viso.
- Ma io non vedo mare.
Di Aleph più nessuna traccia.
Stavano ancora dicendo di malinconie, di sussurri sbagliati. Lanciati senza il vento di un sospiro alle spalle. Scongelati dai peggiori incubi. Stavano ancora dicendo di un giorno che. Appena nato. Appena morto.
Che scesero. Dall’auto ad inseguire persone.
Che scesero. Dall’auto e non trovarono persone.
Che scesero dall’auto_ nel bianco stanco di uomini monocromi.
Che scesero in strada. Fra saluti seriali di genti uguali.
Che scesero. Fra la puzza di piscio. Vagabondo dietro cassonetti incendiati.
Che scesero. Fra la puzza del delirio. Di politici ladri non curanti. Iniziarono a correre. Senza meta lontano lontano lontano. Strapparono via sacchi dell’immondizia. Cacciarono via un paio di lattine. Per dei palloni improvvisati dietro le perdite_ sconfitte affisse dei loro diritti. Bruciati. Stuprati. Incatenati.
Scalcinati. Umidi tetri sospiri appassiti. Che un’auto che passava. Portò via uno di loro. Tre dico tre. Ne rimasero due. Fra il rosso sangue sulla strada. Fra il rosso sangue di auto impagliate. Fra il rosso smacco della vita. Fra il rosso sangue come di rose. E avevi ragione a dire di no. Alle nostre ferite. Lasciate sulle schegge di bicchieri vuoti, rotti.
E avevi ragione a dire di no. Al destituire dei nostri sogni_ ormai randagi, come gatti soli nello sporco delle strade.
Un’ultima sonata di violino sfiorava. Nuvole di rose_ appassite nel cielo. Da annaffiare nei vasi.
Sui nostri balconi decrepiti.
Sui nostri cieli offuscati.
Sui nostri sui nostri.
Sui nostri ormoni dilatati.
Mentre s’annuvola_ di rose, la nostra anima. Stuprata di tenebra. Scendeva la tensione del giorno. Di un sole distorto. Di un sole nascosto. Di un sole adombrato da carceri di cemento.
Sui nostri ciechi momenti non brilla che la miseria.
Sui nostri istanti mancanti_ non nasce primavera.
Dove non sorge che pianto.
Dove non sorge desiderio d’amore.
Mentre grida il verso s’è fatto spento.
Mentre smuove, l’ora, la piazza in rivolta.
Mentre neve. Sfiniva ancora la sera. Di una notte. Che idruntina volgeva al termine, imbiancava l’incavo stomaco di luna, una sagoma appesa di neve, poca luce di stelle nel cielo. Una grondaia di nuvole spessa come il fondo del mare.

§

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Gloria e il suo “viaggio nell’inconscio”: l’arte a Lecce si fa da guerrieri (SalentoWebTv)


È chi guarda i suoi dipinti a tirar fuori il messaggio che più sente dentro. Un percorso intenso, complicato, ma alla fine entusiasmante, eccitante. È il “Viaggio nell’inconscio” di Gloria De Vitis, pittrice e artista poliedrica, scrittrice e poetessa. Le sue opere sono esposte a Lecce, presso SALENTO SHOWROOM, nel centro storico, vicino la Chiesa di Sant’Irene. In attesa di presentare, il 25 marzo, “Lucignola” , l’ultimo libro edito da Lupo Editore, insieme al giudice Salvatore Cosentino, Gloria De Vitis ci racconta la sua passione, la sua arte, la sua vita. Vive e lavora a Lecce. Ha collaborato con Bogdan Bajalica, perfezionando le tecniche pittoriche già respirate nella tradizione artistica familiare, con il nonno scultore e il noto cugino di lui Temistocle De Vitis. Nel 1986 partecipa al concorso Speciale Premio Italia indetto a Firenze, ricevendo una menzione speciale. Le sue opere sono pubblicate sulla rivista nazionale “Eco d’Arte moderna”. Nel 2000 partecipa a Roma ad Artitalia2000. Realizza diverse mostre collettive e personali in Italia e all’estero. [Lara Napoli, fonte www.salentoweb.tv]

Marco Montanaro. L’ultima Cola.


Marco Montanaro
L’ultima Cola

Abusai di un fondo di cola chiedendo infinitamente perdono alla Madonna del Mar Baltico e ai pescatori celtici del Cielo Unito.

Ofelia mi guardò con aria inspiegabile, poi le chiesi: ‘Vuoi leggere le mie poesie?’

‘No’

‘Come sarebbe a dire no? Perchè?’

‘Non mi interessa il gioco dell’Altro, le sue motivazioni, le tue arance rosse’.

Così capii: ognuno è re nella propria solitudine. Tutti diversi, per tornare ad essere uguali, in un viottolo campano.

Avanzai allora a grandi passi verso la Grande Milonga, ma le tribù del Cielo Unito mi furono ancora una volta avverse, e ancora una volta fecero la danza del Bancomat per invocare Atahualpa (ancora lui!), affinchè mi sconfiggesse per sempre.

Sarò sincero, mentre finisco questa maledetta cola: anch’io sono stato Atahualpa, anzi no, non sono stato capace di esserlo fino in fondo. Atahualpa è colui che interviene dopo che hai fatto un bel lavoro, che c’hai messo tutta l’anima, lui arriva e ti porta via il fiore più bello, l’alba più profumata, il cielo più musicale che tu abbia mai visto.

A volte ho rubato, ma l’ho fatto per fame, e il vero Atahualpa non si sarebbe fatto derubare a sua volta come un pollo, come invece è accaduto a me.

Sulla strada le linee bianche si inseguivano come fossero vere. Una canzone nera dalle chiare allusioni sessuali mi smuoveva verso la prateria, e il sole verso il mare. Atuhalpa provava già a mordermi, lurido scorpione senza passato.

Mi fermai sul ciglio della strada, dove c’era una bella anziana donna grassa senza muscoli, un tabacchino alle sue spalle; ero in una provincia del Nord-Sud, dove il telefonino faceva corto circuito con le lumache alla panna. Mi feci coccolare senza accorgermi di essere ancora fertile, fumai due sigarette contemporaneamente e passai intere giornate a caricare pile e batterie d’ogni sorta. Ormai Atahualpa era nell’aria.

In fondo, sapevo benissimo che di aria, prima ancora che di carne e microchip, era fatto il demone: chiesi aiuto a Dio, ma mi inviò il Diavolo, e chiarii subito che non si combatte un demone con un altro demone.

Atuahualpa mi fece suo con estrema cautela. Dalle gambe di Ofelia pendeva qualcosa. Alcune trombe suonavano una marcia funebre, il locale della bella anziana donna grassa senza muscoli invecchiò in un attimo, c’era vento di duello, e cominciò a piovere e a piangere, e a tintinnare e a morire, qualcosa nel mio cuore di povero cane senza ipofisi, e qualcos’altro di tragico mi riempiva lo stomaco di fiori spagnoli e sangue musulmano.

‘La fine è quella che avevi programmato’, disse lui.

‘Sei banale come un oroscopo, Atuahalpa’, gli risposi.

‘E’ colpa della solennità, sei tu che mi hai sognato così. La solennità è solo…banale’.

‘Vuoi togliermi anche il gusto della solennità? Mi hai tolto già tutto…’.

‘Forse no… Guarda…’.

Indicò tra le canne e il campo di grano adiacenti al locale della bella anziana donna grassa senza muscoli. Il cielo era celeste chiaro, quasi a non volermi dare la soddisfazione cromatica di diventar grigio.

In mezzo c’era Ofelia, coi vestiti quasi del tutto strappati, sporca, ferita, era mora e bionda, e mi amava per l’ultima volta, lo capivo dalle lacrime di sangue. L’amore più intenso cui il mondo potesse assistere. I miei amici nel Paese delle Onoranze, nel Posto delle Vongole e nel Vecchio Borgo delle Banche, si erano tutti fermati per un istante, come se avessero sentito che stava per accadere qualcosa. Poi ripresero a lavorare.

‘Prendila, se ne hai le forze, ancora…’, urlò Atahualpa.

Alla bella anziana donna grassa senza muscoli, quell’urlo fece prendere un colpo, si accasciò ed esalò l’ultimo respiro di sale e miele. Piansi, ma non potevo fermarmi.

‘Se la prendo, ci bruceremo… Vero? Moriremo entrambi…’

Atahualpa rimase in silenzio. Poi aprì le braccia, e disse: ‘Puoi vivere, se vuoi… Devi scegliere…’

‘Cosa ci guadagni se io e Ofelia bruciamo?’

‘Un’altra risata, mio piccolo eroe…’

Rimasi fermo per alcuni istanti. Solo il mio cervello decise di ghiacciarsi, e lo stomaco di tremare come una foglia orfana, e una mano decise di sporcarsi. Per sempre.

Strappai il cuore di Atahualpa con le mie mani: pesava tonnellate, perchè era pieno di tutto l’amore degli esseri umani, e dovetti imprecare parecchie divinità interstellari prima di riuscire nel mio intento.

Ofelia urlò, perchè in fondo conosceva bene la storia, come tutte le donne. Avevo espresso la mia condanna a morte, per me e per Atahualpa. Questo è il prezzo quando si uccide una divinità.

Il cuore era pieno di fiori, spine, trombe, bombe, melodie cangianti, e accordi minori e maggiori si alternavano senza senso, provocando orgasmi per le mie orecchie, così incomprensibili che la mia carne cominciava a strapparsi, fondendosi con la pelle di Atahualpa, che era fatta di zucchero e inchiostro nero.

Ofelia gridava ancora e correva verso di me, piangendo come una bambina, mentre il sangue e le ferite svanivano dal suo corpo. I suoi capelli tornavano ad essere splendenti, gialli come il sole all’estremo opposto del mondo in cui eravamo, la sua pelle liscia e candida come quando l’avevo conosciuta, le sue mani e i suoi piedi delicati come quelli di una bimba.

Io e Atahualpa giacevamo in un guano immenso e marrone, che bolliva sotto i raggi del sole, che intanto stavano a poco a poco sconfiggendo il cielo celeste chiaro. Il vento si stava fermando, la bella anziana donna grassa senza muscoli veniva seppellita da alcune scimmie festanti in frac e tuba, e il suo locale fu affittato da una troupe di Hollywood per realizzare un film sulla mia storia.

Io e Atahualpa eravamo ormai un’unica melma, anche il mio volto si scioglieva completamente tra le mani di Ofelia, mentre lei urlava qualcosa al cielo, frasi che gli sceneggiatori del film avrebbero poi sicuramente cambiato.

Intorno, intanto, era tornato il buonumore, gelsomini fiorivano ovunque, e le scimmie improvvisavano un Habanera con le donne del luogo.

§

Marco Montanaro, autore dell’esordio “Sono un ragazzo fortunato” (Lupo Editore/Coolibrì) è presente nell’antologia di racconti a tema intitolata Clandestina (Effequ Editore). Clandestina, curata da Federico Di Vita ed Enrico Piscitelli raccoglie il “meglio dell’underground italiano”, quindi, il fatto che un racconto di Montanaro sia compreso in suddetta antologia fa di lui un autore dell’underground italiano tra i più interessanti. Malesangue è il suo blog.

“L’ultima Cola”, di Marco Montanaro, è stato pubblicato su Musicaos.it – Anno 3 – Numero 23 – Ottobre/Novembre 2006

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Anteprima. “INVISIBILI” vivere e morire all’Ilva di Taranto (Kurumuny)


INVISIBILI
Vivere e morire all’Ilva di Taranto

di Fulvio Colucci e Giuse Alemanno

§

Non molto tempo fa gli operai dell’allora ITALSIDER vennero chiamati metalmezzadri. Era la generazione dei Cipputi, dei sindacati e degli scioperi che paralizzavano la produzione, della terra o del mare da coltivare, dopo il turno.
L’ITALSIDER non c’è più. C’è l’ILVA. Una nuova fabbrica con un nuovo nome e nuove regole, ma soprattutto una nuova generazione. Una generazione che sogna la grossa vincita al gratta e vinci o al massimo la divisa da carabiniere.
Per i nuovi operai dell’ILVA, divisi in normalisti e turnisti, il sindacato è lontano; al suo posto ci sono i tornei di calcetto aziendali che favoriscono la comunicazione, ma non troppo. Rimane la paura di non tornare più a casa e i santi a cui affidarsi, una volta custoditi nei portafogli ora immagini su cellulari. Le immagini dei santi si affiancano a quelle delle mogli, dei figli e delle famiglie e di loro è tutto quello che oltrepassa i tornelli dell’ILVA. La vita scandita dai turni. Tra la fabbrica e la vita fuori, lo spogliatoio dove si svestono i panni civili e si indossa la tuta da operai.
Perché l’Ilva è anche volti stanchi, epopea di pendolari, famiglie e figli, doveri e rancori, solidarietà e silenzi, verità e menzogne. L’Ilva è carne viva, metafora di una condizione universale, piccolo spaccato di mondo. Una fabbrica non soltanto di acciaio ma di storia e storie.
E sullo sfondo una città lontana assente, dai contorni sfumati come fosse di sabbia, la stessa sabbia che si indurisce nel naso e lo fa sanguinare.
Invisibili di Fulvio Colucci e Giuse Alemanno è un lavoro a quattro mani che raccoglie e racconta storie di uomini la cui vita è indissolubilmente legata al lavoro, sospesa in aria come il braccio di una gru, operai del più grande stabilimento siderurgico d’Europa, l’Ilva di Taranto. Ma è anche il racconto delle contraddizioni di una città intera, sparsa su 2600 ettari di cui l’Ilva occupa 1600: facile capire chi comanda e chi dà da mangiare ai tarantini, più difficile è capire perché accade che dei bambini, come quelli di Taranto, siano in trincea per una guerra impari contro un nemico subdolo e imprevedibile, l’inquinamento. Il ricatto occupazionale e il sentirsi colpevoli di lavorare.
Questo è uno dei pregi di Invisibili, la narrazione di un’umanità divisa fra la necessità e il rifiuto, la psicologia di chi ogni giorno passa quei cancelli aspettando il momento di uscirne, il malessere di chi sa che non può farne a meno pur essendone sempre tentato.

Copertina e illustrazioni all’interno di Christian Imbriani

INVISIBILI vivere e morire all’Ilva di Taranto, di Fulvio Colucci e Giuse Alemanno, introduzione di Lino Patruno, Kurumuny, 2011, pp.112; F.to 13×19 cm; 10,00€

Luciano Pagano. Aurora.


Luciano Pagano
Aurora
quella merdosa estate del duemila5

La prima scena è cruda, altrimenti il lettore crede di avere a che fare con uno di quei soliti romanzi o racconti ambientati ai giorni nostri, dove un giovane riesce a trovare lavoro tra mille peripezie, sollevandosi da una situazione di stallo nella quale si è avvitato dopo mesi insopportabili di inerzia. Quindi l’inizio della storia presenta un certo impatto difficile da sostenere per chi non abbia mai vissuto quel senso di scoramento impossibile che prende nei paraggi del compimento dei trentanni esatti, ovvero l’estate del duemila5. Il ragazzo e la ragazza sono in macchina, una sera come le altre. D’estate lei si trasferisce nella casa dei suoi, lui fa avanti e indietro in macchina da solo per andarla a trovare, circa ottanta chilometri al giorno, lei fa la segretaria mentre lui, invece, è disoccupato dalla metà di maggio, dopo circa un mese e mezzo ha dato fondo al suo libretto postale e adesso, lui e lei, sono alle soglie del lumicino con il conto di lei. Una situazione abbastanza tesa che nonostante le vacanze li vede sempre sul chi va là, su come spendere oppure “non” spendere, andare oppure “non” andare a cenare da qualche parte perché magari con quei soldi mettono benzina per altri due o tre giorni, così tu fai avanti e indietro con la macchina e tiriamo fino a settembre che magari qualcosa nel frattempo si trova. Ma adesso non lo sanno. Ne hanno un sentore, forse qualcosa può accadere di lì ad una settimana, forse qualche genio sta apparecchiando una soluzione a questa piccola disperazione meridiana, se così sarà non sono certo lui e lei a saperlo, adesso.
Nel pomeriggio, mentre lei si faceva la doccia e si preparava, lui era rimasto in giardino a leggere e prendere appunti su la “Versione di barney”, questo episodio è prologo a quanto accadrà la sera, quindi, per quanto possa sembrare stupido, va raccontato in ogni particolare, il lettore dovrà essere bravo a capire che cosa può accadere nella mente di un ragazzo che adora leggere, quando dopo essere uscito da una doccia ritemprante trova svago momentaneo nella lettura di Richler, una delle poche cose buone accadute quest’estate. A casa di lei viene un’amica di sua madre per prendersi un caffè e fare una visita di quelle che si fanno quando non c’è niente da fare, parlano del più e del meno, parlano di lei davanti a lui che legge Richler e beve un caffè, dicono ma com’è che lei non porta la macchina, lui dice che lei ha la patente e può guidare quando vuole. Quando le racconterà quest’episodio per descrivere quell’amica della madre farà il possibile per riassumere in un’immagine la bassezza non solo morale della persona, utilizzerà un aggettivo, pigmea, non lo avesse mai fatto, il protagonista non può associare le fattezze fisiche di una persona a quelle morali, per quanto antipatica essa sia, non è corretto.
Adesso sono a cena, tutti insieme, sono quasi alla fine del pasto, berranno un amaro, lui e lei usciranno come ogni sera. Lei racconta del pomeriggio, del fatto che sarebbe giusto l’amica di sua madre si pigliasse i cazzi suoi, quella pigmea. Lui diventa rosso. S’incazza e tiene il muso. In macchina, e qui torniamo al punto di partenza, le fa una scenata, non hai ancora capito cosa dire e che cosa non dire delle cose che ci diciamo quando siamo da soli per i cazzi nostri, cazzo. Lei non vuole dirgli scusa, la rabbia di lui monta, tira un pugno contro il parabrezza, lo frantuma in una miriade di pezzi che restano incollati senza scomporsi in frantumi, come se qualcuno avesse esploso un proiettile dall’interno dell’abitacolo. Questo momento è il più difficile, è la goccia che potrebbe far traboccare il vaso, si tratta di un nanosecondo in cui si decidono le sorti del loro rapporto, litigano un giorno si un giorno no da due mesi, per via della loro situazione economica instabile, s’intende, e nonostante il precariato sono rimasti insieme, è facile abbandonarsi e lasciarsi andare a pessimismi quando tutto va male, loro sono riusciti a farcela, nel bene e nel male.
Devi concentrare in questo momento la tua bravura nel far capire a chi leggerà questa storia che sì, lei appena veduto il parabrezza incrinato è scoppiata in un pianto a dirotto, va bene, non è una questione di vita o di morte, domani stesso a quest’ora il parabrezza sarà aggiustato, ne monteremo uno nuovo, lo troverò da qualche parte, ma dove cazzo lo trooooovi, non vedi che sei un fallito, un fallito che distrugge ogni cosa che tocca? Hai rovinato tutto, mi hai rovinato la vita, io ti lascio. Devi mantenere la calma, lasciare che questa sera passi come tutte le altre sere. Non è successo nulla di grave. Devi riuscire a restartene zitto zitto. Tornate in voi. Lei smette di piangere, ti viene il pensiero che non puoi tornare a Lecce a dormire perché hai paura che qualcuno, vedendo il parabrezza già incrinato, possa pensare di finire il lavoro da te iniziato e con un pugno sfondare in via definitiva il vetro, dopodiché sarebbe un gioco da ragazzi entrare in macchina e andarsene, sei triste, non pensi a niente ad eccezione della tristezza. Ti avevano commissionato un sito per una ditta, poi non se n’è fatto nulla, dopo il briefing iniziale non se n’è fatto nulla e nessuno ti ha detto perché, hai finito i tuoi soldi e non sai quando e quanti ne avrai. Tornerai a dormire in paese, da tua madre. Tuo padre è fuori per qualche giorno, è andato al camposcuola estivo della parrocchia, ci va ogni anno. Quando ero piccolo ci andavi anche tu. Ad uno di quei campiscuola ti sei innamorato per la prima volta di quella che sarebbe diventata la tua prima ragazza. Non metti piede in chiesa dal millenovecento93, il presente sta velando i tuoi pensieri di piccole paranoie trascendentali, il tuo kantismo della percezione invece di ridurti in ateo irredento, piano piano, sta scavando un rivolo tra i tuoi neuroni. Va bene, quando entri in chiesa non ti fai il segno della croce e Questo Dovrebbe Essere Prova Sufficiente perché ti si possa classificare come sostenitore dei luoghi di culto alla stregua di musei. Hai smesso di andare in chiesa quando hai smesso di giocare a pallone, hai smesso di andare in chiesa quando hai cominciato a fumare, ti è venuta voglia di entrare in una chiesa, qualche mese fa, da quando hai cominciato a sentirti solo, forse ti è venuto in mente di cercare segni di appartenenza, ecco perché, ti interessa il senso di comunità, cominci a capire che cosa si nasconde dietro alla ripetizione estenuata degli stessi gesti, delle stesse parole, nel tempo. Un tuo amico è così aggiornato in materia…compra i libri di Ratzinger da prima che lo facessero Pontefice, tu invece leggi il Corano, una volta all’anno deve ogni credente. Ti vengono in mente le pagine svolazzanti del vangelo sulla bara di legno di Woityla. Quel mattino di aprila una buona parte di mondo era incollata al televisore, tu stavi bevendo un caffè durante una pausa dal lavoro. Avevano già deciso di “segarti” e tu prendevi più pause del solito, così pensavi, la versione definitiva che fornirà il giudice sarà invece questa: l’ammontare di lavoro di cui disponeva l’agenzia, per via del discredito nel quale era incorso il suo proprietario, era diminuita in modo drastico. I tuoi datori di lavoro (consiglieri di amministrazione, soci, amministratore delegato), ti hanno fatto firmare buste paga di stipendi che non hai ricevuto per cercare di fare la cresta al governo da chissà quale pertugio, ti hanno addirittura detto che ti avrebbero licenziato da un’azienda per assumerti in un’altra, una decina di giorni dopo la morte del Papa saresti andato con il commercialista all’ufficio di collocamento, per farti iscrivere nelle liste di mobilità. Una presa per il culo inaudita, non le liste, lettore, non saltare a conclusioni affrettate, la presa per il culo era rappresentata dal fatto che l’azienda godeva di ottima salute, questo era un periodo di semplice riposizionamento verso il basso, per pagare gli stipendi a tutti gli assunti bisognava fare in modo che il numero dei dipendenti diminuisse sempre di più nel tempo, tanto è vero, così sottolinea ancora oggi il tuo avvocato, che l’agenzia, malgrado non sia fallita, si regge su gli sforzi tenui di due impiegati, meglio per te, li hai lasciati un attimo prima di quanto loro avrebbero atteso per scaricarti. Sulla perfetta natura del mio tempismo non ho mai avuto dubbi.
“Fin qui tutto bene”. Non passi una notte nella tua vecchia casa da tre anni, anche qui devi essere bravo a mostrare come questo sia un momento altrettanto topico della tua caduta ad imbuto infinito (tendente a 8) verso il fallimento. Tua madre ti ha apparecchiato il letto richiudibile nel quale dormiva tua sorella quando vi eravate appena trasferiti qui, è un letto così vecchio che sulla testata in cartone pressato a mo’ di legno, colorato di bianco, sono disegnati “Rocky e Bullwinkle”, due personaggi di un cartone animato che soltanto i nati nei primi anni settanta possono ricordare, e con un certo sforzo. Non hai nemmeno i soldi per il giorno dopo, non sai come fare, tua madre non può farci nulla, sei disperato di una disperazione che può essere compresa soltanto a sud dell’emisfero boreale, in quella particolare zona del continente europeo chiamata penisola italica, nel dettaglio tra giovani che hanno una trentina d’anni d’età, con un range di quattro anni giù e al massimo quattro anni su. Lasci perdere il vecchio letto, troppo corto, sei abituato a prendere sonno con la televisione e con il condizionatore dell’aria accesi, dormirai nel letto matrimoniale dei tuoi, ti coricherai in mutande sul copriletto, un odore di tessuto sintetico intriso di polvere nell’aria, quando tuo padre non c’è tua madre non sale al piano di sopra. Fa tutto da sola al piano di sotto, dorme, cucina, va in bagno.
Il giorno dopo ti alzi e chiedi subito un piccolo prestito a tua madre che non può darti un soldo e che non è disposta a muovere un dito per aiutarti, non oggi, non adesso, è un guaio in cui hai deciso di ficcarti, forse ha capito che sei stato tu a mandare in frantumi il parabrezza e quindi devi sbrigartela da solo. La disoccupazione ti porta a vivere scene melodrammatiche, non hai mai chiesto i soldi per una dose, semplice, non ti sei mai fatto, al massimo hai chiesto i soldi per la benzina e per le sigarette, fino al millenovecento97, quando avevi ventidue anni, bastavano diecimilalire per tirare due giorni avanti, la cosa interessante è che tu nella tua breve vita non hai fatto “davvero” utilizzo di droghe pesanti, hai addirittura smesso di fumare tre mesi fa, fumavi dal primo anno di università, da più di dieci anni, e tre mesi fa hai smesso di fumare. Ma come hai smesso? Questa digressione può essere utile, prima di mostrare al lettore come sarai bravo a risolvere il problema del parabrezza fai vedere come hai smesso di fumare, è un po’ come dare dimostrazione della tua forza di volontà residua, nonostante la disoccupazione.

Digressione “smettere di fumare”

Un giorno stavi accompagnando lei a lavoro, facevate sempre la stessa strada, arrivati all’incrocio lei proseguiva a destra, verso il palazzo che ospita lo studio dove fa la segretaria, e tu a sinistra, diretto all’internet-point dove lasciavi i tuoi cinque euro quotidiani, scaricavi la tua posta elettronica, aggiornavi il sito, era luglio e ancora non avevi messo l’adsl. Tu sei un osservatore, ti piace fare la stessa strada ogni volta perché così impari a memoria i negozi, le facce dei commessi che alzano d’improvviso lo sguardo dal banco quando passi lì davanti, non ti salutano perché non sei mai entrato ad acquistare una bomboniera, oppure una cravatta, un paio di scarpe da tennis color verde fluorescente. Loro ti conoscono e tu li riconosci, senza nessuno scambio ulteriore. L’ultimo negozio all’angolo della strada è un negozio che vende cucine, il penultimo è un’erboristeria. Quando passi lì davanti sei colpito dal manifesto di una marca di sigarette alle erbe, non ne hai mai fumate, ad eccezione delle sigarette indiane, strette come una cinquanta euro arrotolata e tenuta insieme da un filo, si fumano di norma quando non ci sono più sigarette in giro per casa e allora ne peschi una da chissà quale cassetto, oramai puzza più di cassetto che di foglia indiana, la fumi perché non ti va di scendere e comperare un pacco di sigarette, non a quest’ora. Così ti è capitato, un giorno, di svegliarti presto per andare all’internet point, saranno state le otto, ti sei svegliato, hai bevuto il caffè, hai fatto la doccia, hai fatto mente locale su quel che dovevi fare, con una certa fretta perché non avevi sigarette e quindi volevi uscire e fumarti la prima sigaretta dopo il caffè, la prima sigaretta di un nuovo giorno. Ti eri licenziato da poco più di un mese quindi non sentivi ancora premere sui tuoi polmoni la cappa opprimente della mancanza di lavoro, alla quale sarebbe succeduta la cappa ancora più opprimente della mancanza di denaro, occorsa in un pomeriggio afoso di luglio, quando andasti al bancomat per prendere cinquanta euro e sullo schermo, implacabile, comparve questa scritta “disponibilità 38€”. Quel mattino uscisti di casa da solo, lei rimase in casa a studiare. Passasti davanti all’erborista. Vedesti per l’ennesima volta il manifesto pubblicitario delle sigarette alle erbe. Entrasti. Facesti una breve intervista all’erborista. Costo di un pacchetto? Cinque euro e cinquanta centesimi. Quantità delle sigarette contenute? Venti, come nei normali pacchetti di sigarette. Contenuto di ogni sigarette? Timo, salvia, maggiorana. Contenuto di tabacco nella sigaretta? Zero. Contenuto di nicotina nella sigaretta? Zero. Condensato? Zero virgola zero zero zero qualcosa. Funziona? Alcuni ci riescono, bisogna adottare un trattamento a scalare, facciamo finta che lei fumi un pacco di sigarette al giorno, allora lei comincia così, seguendo il programma giorno per giorno, su quest’opuscolo c’è il calendario, il primo giorno inizia con quindici sigarette di quelle che fuma di solito e cinque di queste (che da qui in poi chiamerò sigarette vegetali), e così dovrà proseguire per una settimana, mi raccomando, alla seconda settimana in ogni pacchetto ci metterà dieci sigarette vegetali, alla terza settimana il rapporto è invertito, quindici sigarette vegetali per pacchetto e cinque di quelle che fuma, la quantità di nicotina nel suo sangue comincerà a diminuire, il suo portafoglio non accuserà scossoni perché malgrado ogni pacchetto di queste sigarette costi più di cinque euro, lei comincerà a fumarne meno delle altre, se fa un calcolo rapido vede che le conviene, arriviamo infine all’ultima settimana dove lei arriverà a fumare solo sigarette vegetali. Ma ce chi riesce a smettere? In effetti ci sono alcuni che smettono di fumare sia le sigarette normali che quelle vegetali, oppure ci sono altri che arrivano a fumarne una ogni tanto, soltanto di quelle vegetali si intende. Sul banco dell’erborista c’è un pacco di Chesterfield, lui non è riuscito a smettere ed io non ho tempo per trattamenti a scalare, compro due pacchetti e lascio undici euro sul banco, da oggi e per dieci giorni l’erboristeria diverrà il mio pusher di timo e maggiorana. Il gusto di queste sigarette è pessimo, a guardarle sembrano sigarette come tutte le altre, magari bruciano più in fretta, l’odore che sprigionano è simile a quello di un cassonetto dell’immondizia dove sia stato gettato un sacchetto pieno di merda abbrustolita.

fine della digressione “smettere di fumare”

Nell’ultimo anno hai provato a smettere, senza farcela, per due volte. La prima è stata in gennaio duemila5, dopo l’entrata in vigore della legge che vieta di fumare sul posto di lavoro; dove lavoravi era permesso a chiunque di fumare qualunque cosa. Ci avete provato soltanto una volta a smettere, in modo sincronico, tutti quanti. L’ufficio era frequentato da troppe persone, tutte occupanti quello strato sociale indefinito e collocabile tra l’essere ricchissimo ed essere semplice arricchito, in città ce ne sono tanti, costituiscono la clientela ideale della nostra agenzia, sono quelli che, rispetto ai miei datori, ce l’hanno fatta. Lui ce l’ha fatta nell’ordine dei quattro/cinque zeri, loro nell’ordine dei sei zeri, questa piccola differenza di zeri, anche nei rapporti personali, si nota col fatto che quando questi entrano nell’agenzia tutti si calano le braghe, i datori per primi, accendono le sigarette una dopo l’altra, scambiando energiche strette di mano a chi entra e a chi esce, improvvisando pranzi di lavoro a base di tramezzini e negroni. Il secondo giorno dopo l’entrata in vigore della legge c’era questo comando, al massimo una sigaretta alla volta in ogni stanza. Dopo due giorni si era tornati al ritmo incessante di una sigaretta dopo l’altra moltiplicata per dieci persone alla volta. Nell’ultimo periodo le tre stanzette dell’ufficio erano occupate in media da sette nove persone, compresi gli stagisti dell’università, che credevano di essere venuti per crescere nel mondo delle agenzie di comunicazione ed in realtà espletavano il lavoro sporco, ci riuscivano così bene che dovevamo sempre controllare che non facessero errori, il problema era semplice, capivano poco. Meno male che sei scappato, meno male che hai smesso di fumare, meno male perché è la cosa che adesso ti fa stare meglio, anche di umore.
Senti che questa è la volta buona. Scrivere una storia dove uno dei protagonisti vuole smettere di fumare e ci riesce è galvanizzante, ti senti in sintonia con te stesso, e poi queste sigarette vegetali fanno davvero vomitare, sei come quelli che per smettere provano a fumare MS, poi si accorgono che c’è gente che fuma MS da una vita e sta benissimo. Il tuo dentista ti ha dato un ultimatum, non ti curerà più, la sua aiutante si rifiuterà di fissarti appuntamenti, sarai bandito “ad interim” dallo studio, sua figlia, che adesso si occupa delle tue cure periodiche, ha detto che se tu non fumassi la tua vita sarebbe meravigliosa, ci credi? Ma si, crediamoci. Il primo giorno di sigarette vegetali passa in fretta, ne fumi un pacchetto e mezzo, ti sembra di dare fuoco ad un ramo di sempreverde. Ad esempio. Entrate tu e lei in un negozio per acquistare un paio d’occhiali da sole, ti piacciono così tanto che getti la sigaretta a terra, date un’occhiata rapida in giro, la commessa si volta ad una sua amica lì dentro, mentre batte sulla tastiera “numero un paio d’occhiali con le lenti gialle” che poi frantumerai quest’estate sedendotici sopra perché non li hai visti appoggiati sul telo mare mentre esci dall’acqua e ti vai a sdraiare e “numero un paio d’infradito” destinati a diventare la tua calzatura estiva outdoor e la tua calzatura indoor per l’inverno, ecco che mentre ciò accade…la commessa si volta…c’è una puzza che viene da lì fuori…qualcuno deve “aver gettato qualcosa di bruciato nel cassonetto”. A Lecce quella dei cassonetti incendiati è una sindrome. Abbiamo paura che la nostra periferia venga scossa da una forma qualsiasi di anomalia, metti ad esempio un attentato; fa parte della nostra presunzione, la presunzione di una periferia che si crede così centrale da arrivare a presumere che qualcuno voglia destabilizzarne il sistema virtuoso. “O forse è soltanto che in televisione se ne vedono di tutti i colori.” Guardi la tua ragazza negli occhi, non ti va di dire alla commessa che l’odore è quello del fumo, crederebbero che prima di entrare stavi semplicemente fumando una canna.
Quando fumi una sigaretta vegetale e dopo, quando l’hai finita e la spegni o la lasci cadere, ti viene voglia di accenderne un’altra, all’istante. Dopo una settimana smetti di fumare anche quelle. Le occasioni della tua ghettizzazione si moltiplicano. Un sabato sera uscite per mangiare una pizza con una coppia di amici. C’è una pizzeria, una delle vostre preferite, dove in un ambiente a parte si può addirittura fumare, vi sedete lì perché i vostri amici fumano e a te non da fastidio, non vuoi diventare un integralista dell’antifumo, uno di quelli che rompono i coglioni per far smettere di fumare chi lo circonda, sarai un antifumatore moderato, uno di quelli che cerca comunque di convincere gli altri a smettere di fumare mediante l’accrescimento esasperato dei benefici che si traggono da una vita senza fumo, con un’ottima dose di esondante narcisismo, se l’unico uomo del pianeta che è riuscito a smettere di fumare, cazzo. Siete seduti, state per ordinare da mangiare, ti senti così carico che invece di ordinare la pizza suggerisci a tutti di provare le specialità brasiliane, e, tuo malgrado, convinci i tuoi amici e la tua ragazza. Sono passati nove giorni da quando hai smesso di avere nicotina in circolo nel tuo sangue. Ciò dovrebbe fare intendere anche al lettore più sprovveduto che la pazienza e la calma, quando uno smette di fumare, sono cose che se mancano si può anche soprassedere. Siete arrivati al termine della cena. Sarebbe il momento giusto per accendersi una sigaretta vegetale. La tua ragazza non ne può più, prima di andare a cena avete assistito ad uno spettacolo teatrale, un’opera messa in piedi da un tuo amico dopo anni e anni di duro lavoro, ripensamenti, creazioni e disfacimenti di gruppi dove i collanti sono l’arte, le canne, il vino cinque litri due euro e la promiscuità sessuale di corpi semimoribondi, semisdraiati, semidesideranti. Un’opera era degna del migliore teatro off-off-off, come direbbe il tuo amico Giovanni. Vorresti accenderti una sigaretta, soltanto che per fumare vuoi uscire fuori, sai che accenderti una sigaretta vegetale dentro un ristorante alle undici del sabato sera desterebbe preoccupazioni in tutti gli astanti, diventeresti rosso, dovresti giustificarti con quelli più vicini al tuo tavolo dicendo che no, non si tratta di una canna, è solo una sigaretta che aiuta a smettere di fumare in modo graduale i fumatori incalliti come me, se vuole le consiglio la marca. Magari seduta al tavolo di fianco c’è una coppia, marito e moglie, si stanno passando un “cigarillo”, magari quello intossicato sei tu. La tua ragazza sbotta, ha capito che è il momento buono, per farti scenate di questo genere aspetta sempre un momento in cui non siete soli, ne approfitta perché sa che a lei non riesci a giurare nulla, mentre quando dici qualcosa davanti ad altre persone mantieni sempre le promesse, non fosse altro che per il timore di essere ritenuto un debole. Ti dice che no, non esci e non ti accendi più nessuna di quelle sigarette, anzi, dammele, lo tengo io il pacchetto. Hai smesso anche con queste.
Passato quel dopo cena, cioè dopo dieci giorni esatti di sigarette vegetali, sei passato dalla fase nella quale “stavi smettendo di fumare” e sei entrato nel limbo di chi “ha appena smesso di fumare”. Non puoi crederci.
Nel frattempo i tuoi soldi sono finiti, sei povero e in apparente stato di salute. La tua salute deve continuare a migliorare, ti aspetta un futuro prossimo nel quale ingrasserai di una decina di chili, soltanto dopo un anno e mezzo ritornerai a dimagrire, avrai un lavoro decente che ti soddisferà ogni giorno, ma questo lo sa il lettore, lo sa adesso, lo apprende da ciò che scrivi, tu non lo sai, il tuo ottimismo deve fare sforzi incredibili, tutte le tue vitamine e tutto il dna contadino di tuo padre devono venirti in soccorso, devi tornare all’abitudine antica di vedere qualcosa che cresce piano piano finchè non sboccia in fiore profumato e poi in frutto. Ti sei tolto un vizio. Questo episodio è utile per darci ad intendere che tu sei una persona determinata, o meglio, leggendo come hai smesso di fumare dovremmo intendere che uno dei personaggi principali di questa narrazione è una persona determinata, confondere uno dei personaggi con te è uno degli indizi che vuoi dare al lettore, tramite quest’allusione fai trapelare che questa narrazione è autobiografica, o quanto meno peschi in abbondanza nei mari della tua quotidiana contemporaneità perché non disponi di argomenti migliori e scorrevoli per arrivare da un inizio incerto ad una fine in sospeso.

§

È con questo spirito che hai affrontato questi mesi di crisi, fino a questo momento. Hai frantumato con un pugno il parabrezza della tua auto senza procurarti ferite o escoriazioni, l’anello che indossi al dito medio della mano destra, come uno spaccagrugno rudimentale ti ha salvato dal dover elucubrare una versione dei fatti congruente con il vetro del parabrezza incrinato e le nocche della tua mano destra tagliuzzate e sanguinolente. Ti alzi. Dici a tua madre di prestarti i soldi per il parabrezza, se vuole e se non vuole fanculo. Non ci sono soldi. Nessun aiuto. Devi fare da solo, se vuoi. Sali in macchina, ti ricordi che c’è uno sfasciacarrozzeeuroduemila sulla provinciale che esce dal tuo paese, lo conosci perché i tuoi gli hanno venduto il pezzo di terra che utilizza come deposito e parcheggio di auto e in attesa di essere accartocciate in cubi di cinquantacentimetri per lato.
Ti sembra di essere finito nel mezzo di una rappresentazione teatrale dove non recitano attori ma sfrigolii di scintille e lamiere segate, cataste di automobili, morti di varia ferraglia mentre attendo il tuo turno e rimani affascinato da due operai che stanno smontando una Fiat Uno, pezzo dopo pezzo, hai sempre saputo che per mettere assieme un’automobile si impiegano una miriade di componenti, ma quanti? Sono appena le otto di mattina e fa già un caldo insopportabile. Quanti? Quanti? Quanti ne vuole? Cadi. Quanti cosa? “‘Nnu ‘ssi ‘ttie c’ha chiestu lu cazzu de parabbrezza denanzi te la Panda? ‘Nde basta unu?” (Ma non è lei il cliente che richiesto la sostituzione di un parabrezza per il vetro anteriore di una Panda? Ne è sufficiente uno”. Va bene, eccolo qua, fanno venticinque euro, adesso viene il ragazzo e te lo da. A mezzogiorno ero da lei, la mia lei, a casa sua, con il parabrezza usato garantito, a mezzogiorno e un quarto ero con suo padre da un meccanico in paese, un carrozziere, all’una in punto la panda era parcheggiata sotto il sole cocente ed io ero a tavola insieme a lei, pranzavamo con il sorriso sulle labbra. In momenti come questi è più facile essere felici per la risoluzione di un problema che ci ha fatto dannare fino al secondo precedente piuttosto che essere felici del semplice fatto di esistere, ma chissenefrega di esistere, l’importante è che arrivi presto domani, che passi quest’estate merdosa e che torni l’autunno. Sono rose, fioriranno.

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“Aurora” è stato pubblicato su Musicaos.it – Anno 3 – Numero 23 – Ottobre/Novembre 2006

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ANTEPRIMA “Il bisogno dei segreti” (Las Vegas Edizioni) di Marco Candida. In libreria dal 16 Febbraio


Su “Il bisogno dei segreti” (Las Vegas Edizioni) di Marco Candida.
Luciano Pagano

“Nella mano destra tiene il romanzo di Dostoevskij Delitto e Castigo. Pensa di considerarlo un libro abbastanza stupido. In fondo è la storia di un uomo che per passare alla storia come Giulio Cesare o Napoleone decide di uccidere la sua vicina di casa. Connie lo considera un libro demenziale. Sarebbero questi quelli che consideriamo i grandi uomini della storia di questo mondo? Connie pensa che in fondo se nei libri di storia non si fossero mai menzionati i nomi dei grandi carnefici un libro come quello di Dostoevskij non avrebbe mai avuto  ragione di esistere. In fondo essere menzionati nei libri di storia forse non è esattamente la stessa cosa che passare alla storia. Connie pensa che non è esattamente sempre per merito che si passa alla storia, ma anzi per grande demerito [...]

da “Il bisogno dei segreti” di Marco Candida

L’universo di Marco Candida è la diretta emanazione di una mente narrante che non si accontenta di descrivere, ma che proprio in virtù dell’essenza creatrice della scrittura, ‘crea’ il mondo attorno ai suoi protagonisti e lettori.
L’universo delle parole entra fin da subito in quest’opera, così come ne “La mania per l’alfabeto” (Sironi) e ne “Il diario dei sogni” (Las Vegas Edizioni) Marco Candida ci aveva stupito con la presentazione delle sue ossessioni portatili, quotidiane.
Uno dei modi con cui Marco Candida approccia la realtà narrata è quello dell’ironia; un’ironia sincera, reale, nulla a che vedere con quella pallida forma di umorismo a orologeria cui ci hanno abituati alcuni comici che di comico hanno soltanto la pretesa di sembrare comici. L’ironia, il sarcasmo, sono le armi più complesse con le quali si possa raccontare una storia in modo disincantato, affetti da un forte realismo, dimostrando nei risultati l’esatto contrario, ovvero sia rimanendo sospesi in una dimensione di sogno, che poi è il secondo elemento, dopo l’ironia, che si infiltra senza soluzione di continuità nelle narrazioni di Candida.
Se un capolavoro come l’”Ulisse” di James Joyce non ha bisogno di una trama e di un conflitto, si chiede a un certo punto Connie nel romanzo, è perché basta la presentazione della realtà, con le sue vicende e le cose che accadono, a creare una storia. Questo è un trabocchetto che Candida semina ne “Il bisogno dei segreti”, uno dei tanti. L’autore è consapevole di quanta perizia ci voglia per rendere naturale ciò che non lo è, per rendere ‘storia’ ciò che allo sguardo del lettore può sembrare semplice narrazione consecutiva dei fatti. L’approfondimento dei personaggi è compiuto, e sembra a questo punto che la prova de “Il diario dei sogni”, finito nel 2007, trovasse sostanza proprio nell’approfondire la psiche dei personaggi, ancora più che nel primo romanzo, anche a costo di prendere ‘sentieri interrotti’ e dovere ricominciare daccapo.

C’è un’altra componente interessante nel romanzo, quella relativa alla quotidianità del rapporto con la rete e i social network, oramai facenti parti della nostra vita a tal punto che “Il bisogno dei segreti” è proprio quel bisogno a tenere viva la nostra privacy, il nostro personale recinto entro il quale non fare entrare nulla e potere liberamente esprimere noi stessi. Connie ha a che fare da una vita con i segreti di tutti coloro che la circondano e saranno proprio questi segreti e il suo bisogno metodico di registrarli a dare una svolta e imprimere un senso a questa storia. I diari si trasformano in registrazioni, le registrazioni in intercettazioni rubate, frammenti di vita, video su internet. Nessuno può immaginare cosa può nascondersi dietro questa ventinovenne, rimasta minuta e intelligente.
Marco Candida è un autore che ha le visioni, come scriverebbe D’Orrico di un personaggio del suo primo romanzo, i suoi ‘mezzi’ questa volta sono diretti a scandagliare la realtà della famiglia italiana, di quella fetta particolare così numerosa eppure così sfuggente, dei ragazzi tra i venti e i trenta anni di età. Mai come in questo scorcio di epoca questa generazione è quella che ha subito più scossoni e cambiamenti. È un po’ quello che è successo nelle narrazioni di Candida, che sono passate da una maggiore introspezione a una considerazione piena del ruolo dell’individuo all’interno del suo habitat sociale.

Tra leggere gli americani e andare in America c’è una bella differenza, potremmo dire. In questo romanzo entra tutta l’esperienza recente di Marco Candida, scrittore al di sopra e al di fuori di ogni steccato che va in America per noi e ci restituisce una narrazione dell’Italia che si lascia influenzare pur restando salda nella nostra lingua, un minimalismo che non si traduce in pochezza, una nettezza di sguardo sul mondo dove non sono rari i ‘lampi’ dell’inaspettato e dove il terrore quotidiano si insinua nelle cose più semplici. Nel romanzo i diversi personaggi, Connie, Manuel, Katrina, Ginevra, Murgia, si alternano con le loro esperienze personali, come in un film di quadri dove tutto si riannoda. Il finale è degno di un sapiente costruttore di thriller, consapevolezza che Marco Candida saprà sfruttare in questo genere, quando sarà il momento. “Il bisogno dei segreti” si situa in quel cono d’ombra speciale, “quando il nostro cervello non riconosce più il confine tra la fantasia e il disumano”.

Si potrebbero parafrasare le parole di Connie, la protagonista, dicendo che “ogni parola ogni espressione” per Marco Candida sono “una conquista”, un gesto di riappropriazione debita, frutto di uno scavo del quale, come è giusto che sia, il lettore non intravede se non la leggerezza e la fluidità della forma finale. È come se ogni pagina de “Il bisogno dei segreti” mettesse il lettore di fronte a domande terribili sulla sincerità e sull’opportunità di annullarsi per riuscire a vivere nel mondo contemporaneo oppure, se proprio non possiamo rinunciare a noi stessi, riuscire a convivere con l’ipocrisia. Il lettore percepisce la rottura di quella barriera tra il sé e l’opera, non si sente al sicuro, la prima cosa che Connie mette in pericolo e proprio quella nostra certezza che richiusa la pagina nessuno si metterà a spiare come nascondiamo i nostri segreti e mettiamo a tacere la nostra ipocrisia. La cosa più interessante è che Marco Candida realizza tutto questo in un romanzo che non annoia in nessuna delle sue duecento pagine, cosa che accade spesso percorrendo le pagine di alcuni coetanei di Marco, e non solo.

Luciano Pagano

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Marco CandidaIl bisogno dei segreti
Las Vegas Edizioni, i jackpot, 16, pp. 200

In libreria. “Vizio di forma” di Thomas Pynchon. Primi giudizi e recensione express.


Cari Lettori di Musicaos.it,
come promesso qualche giorno fa ecco il booktrailer con i sottotitoli in italiano di “Vizio di forma” di Thomas Pynchon, appena approdato in libreria e accompagnato dai primi giudizi critici di merito. Approfittiamo per lanciare un article contest express, inviateci la vostra recensione di “Vizio di forma”, di Thomas Pynchon, per l’occasione pubblicheremo pynchonianamente la migliore, la peggiore e anche la più così così. Buona visione!

Thomas Pynchon a settantadue anni si è rotto le scatole della sua esoterica reclusione ed è sceso tra noi mortali per ricordarci quant’erano divertenti gli anni dei fricchettoni, dei surfer e dei detective strafatti. Grazie, maestro [Niccolò Ammaniti]

Una lezione di mimetismo letterario sorprendente, acrobatica e a tratti spassosa [Gianrico Carofiglio]

Divertente, schizzato, politicamente aggressivo. Con questo noir Pynchon manda al diavolo il galateo letterario e rievocando con nostalgico trasporto l’America di ieri mette al muro quella di oggi. [Giancarlo De Cataldo]

Eccovi le peripezie dell’investigatore privato Doc Sportello durante la sua missione quotidiana tra hippy e surfisti, diretta all’assunzione di sostanze proibite, all’abbordaggio di appetitose forme di vita in bikini, fino ad arrivare là, nel più colorato dei noir, dove nessun romanzo è mai giunto prima. [Tommaso Pincio]

La sua è una rabbia politica, tagliente. In un modo meraviglioso che ricorda quello degli adolescenti, lui continua a voler combattere gli uomini che detengono il potere: il governo, la polizia e Ronald Reagan. [Aravind Adiga]

Vizio di forma, Thomas Pynchon, Einaudi, Stile Libero Big, 2011, p. 470, 20€, ISBN: 9788806202828

“I DIALOGHI DEL RISVEGLIO Lentobus n.°2″ di Elisabetta Liguori


Elisabetta Liguori
I DIALOGHI DEL RISVEGLIO
Lentobus n.°2

- Reality, sempre reality. Insomma, mi stai dicendo: nessuna commedia, neppure per una sera, niente. In questo letto, soprattutto. E ti pareva? Ma dico io: se è vero come è vero, che tu hai una passione bruciante; oh, se brucia adesso, brucia, brucia; ok brucia, ma perché mai questa passione deve entrare in cucina come un tornado, in frigorifero svuotandolo, e pure in camera da letto deve entrare? -
- In che senso scusa? Che, per caso, devo fingere, per farti vivere più serenamente questo passaggio? Se non mi sento, non mi sento e stop. –
- Maaaagaaaari, e perché non lo fai? Fingi un po’, che ne dici di un po’ di fine recitazione per me, please. Un teatrino tradizionale, canti popolari e profumo d’arrosto.–
- La smetti? –
- Mi chiedo perché proprio tu; con tutta la gente che si intende di lettere, perché tu. Ti sei chiesta perché proprio tu? –
- No, non mi faccio di queste domande. Smettila.-
- La smetto. Allora leggi e zitta. Non ne parliamo più. –
- Toccami, non restare così lontano, però; se mi tocchi, poco, va bene. Altrimenti non riesco ad addormentarmi. –
- Guarda, non è il fatto di toccarsi o meno. Non è affatto questo.–
- Piano quando ti giri, però, che mi tiri i capelli. …ehi, piano. Non ti agitare tanto!–
- Sì, sto fermo, sto fermo; era per farti capire. Non è che non ci si sopporta; se pure uno magari ci pensa…, ma comunque no, non credo, non è quello il punto; è che ci si adegua sempre con un certo imbarazzo a queste cose. Mi permetti di essere, se non incazzato come un toro, quantomeno imbarazzato; almeno questo? E’ la solita storia dei rifiuti, dell’abbandono. Se dici di no, mi devi consentire un po’ di imbarazzo. Devo gestirlo questo rifiuto periodico. Non sono mica noccioline, bimba. Se io torno dopo una settimana, dico: dopo una settimana, non un giorno, ma una settimana intera, avrei voglia. Se tu mi dici di no, io lo noto, dopo una settimana lo noto. Scusami, ma lo noto. La tua passione bruciante non sono io. Bene, ne prendo atto. Ma non pensare che non mi faccia effetto.–
- Perché tu ti confronti continuamente o con altri o con te stesso. –
- Normale. –
- No, perché normale? Uno può anche accettare il corso delle cose, e basta, senza dirsi prima era diverso, o per altri è diverso. –
- Lo fanno tutti. Di confrontarsi, intendo. E i ricordi allora? –
- Che ne sai tu di cosa fanno gli altri? –
- Lo so, lo so. Fidati che lo so. -
- Non servirti dei nostri ricordi per dire che stiamo male adesso. –
- A che servono allora i ricordi? Dimmi a che servono; forza dai, dimmi. Perché ricordiamo? A che serve la memoria? Per scriverci delle storie, solo per quello? Scusa: i tuoi libri; e questa tua ultimissima passione ipnotica, a che servono? –
- Ah, vorrei tanto vedere te! Mi piacerebbe essere al tuo posto e fare da spettatore. –
- Bugiarda. –
- Perché? –
- Non puoi fare a meno del tuo palcoscenico. Bugiarda. –
- Come sarebbe a dire? –
- Fai una riflessione. Donna bugiardissima!-
- Filosofia a mezzanotte? Ti prego. Io avevo voglia di leggere.-
- E perché? –
- Come perché? –
- Io parlo e tu ascolti: non è lo stesso? Invece di leggere, dico, mi ascolti. –
- E che dici? –
- E tu, invece, che cosa leggi? Leggi quelli che parlano di noi, e allora che differenza c’è? –
- Io non leggo solo quella letteratura. Leggo di tutto.–
- A me così pare, per la verità; leggi solo di realtà in cui ti specchi e autori nuovissimi, profeti della narrativa moderna, minimalisti ma splendidamente illuminati, anzi ispirati direttamente da Dio, che curiosamente sembrano vivere proprio nell’appartamento accanto al nostro e sapere tutto di noi, manco avessimo le pareti di carta velina. Il romanzo del 2000. -
- E’ la narrativa dei giorni nostri. C’è poco da ridere. Ci sono autori contemporanei semplicemente magnifici. –
- E non hanno altro di cui scrivere, se non di noi? E le ideologie? Invece no, solo scrittura soggettiva. E poi, i trentacinquenni per forza. E allora i cinquantenni, e i novantenni? Hai visto quanti nonni arzilli ci sono in giro, alla faccia vostra? E quelli di dieci anni poi, chi parla di quelli? Ma va! Allora invece di leggere, viviamo. Tanto qualcuno, prima o poi, ci salverà dall’oblio. Diamogli il pane a sti quattro scribacchini. Vieni qui. –
- Che palle le ideologie! Guarda che non è facile. Se non leggiamo noi, chi legge? Gli scrittori e le ideologie. Oh, sorte! Non credere: è un mondo ostile. -
- Quale mondo? –
- Quello della letteratura, della scrittura in generale. –
- Che ti frega, tanto non è il tuo mondo. –
- Quale è il mio mondo allora? –
- Questo! –
- Questo quale, scusa, queste lenzuola, questi due cuscini? –
- Anche, cara mia. Anche. Però mi sa tanto che sta diventando ostile pure questo, di mondo. Dipende da come si mettono le cose. Ehi, cara mia: stai attenta. Ma tu guarda di quali cose deve parlare un povero cristo la sera a letto. Di Mondi Alieni. Da soli ve la cantate, da soli ve la suonate, voi intellettuali. Fate, disfate, rifate. L’intellettuale si ripiega su sé stesso, comunica solo sé stesso ed il suo corpo. Dai capelli all’ano. Quello che vuoi, ma intanto la realtà da vivere, per gli altri, per tutti, resta quella che è. –
- Tu dici? –
- Dico, dico. Tendenze, guarda, tendenze. –
- Sai come mi sento io? –
- Eccola. Sento che sta partendo la similitudine e quando parte niente la può fermare. Se proprio ti scappa…vai. -
- Mi sento come la mia borsa sfatta: quando ci metto le mani dentro, tocco di tutto, ma non ne viene fuori mai niente di utile. –
- Bellissima! -
- Non mi convince mica questa cosa qui. Soprattutto stasera che sono nera. Sembra tutto inutile. Artificiale. Ma mi ha preso lo stesso. E perché mi ha preso? Sono sempre stata sicura di essere giusto un avvocato e adesso? Lo sai anche tu, no? Era facile: un avvocato; d’accordo: il problema dei soldi, ma comunque lo studio, i fascicoli, i diritti di cancelleria, le cose solite e concrete. E adesso? C’è sta fissa nuova dello scrivere. All’improvviso diventa tutto possibile e immenso. Ma alla fine poi, di che parliamo, veramente? –
- Cercate di non farvi cancellare. –
- Un’agonia! -
- Appunto; lasciamolo lì fuori questo net work agonizzante di libri ancora da scrivere o già scritti e dei loro autori; lasciamoli fuori nella notte buia e fredda e vieni qui. –
- La nuova narrativa va sostenuta; bisogna crederci. Non sarai tu con quell’arnese lì, a salvare il mondo dall’oblio; gli scrittori possono farlo, invece. Da sempre, di generazione in generazione, sono gli scrittori a cantare il tempo e renderlo vicino, uguale, accessibile, immortale, mitologico. Anche parlando di se stessi. Quando è necessario, è necessario. –
- E chi lo dice? –
- Io. –
- Beh, allora…non si discute. Quindi sai già come salvare il mondo; non hai alcun problema tu! -
- Non è serata. E’ chiaro. Buonanotte. –
- Capissi poi perché. Per via di questo libro che vuoi scrivere? E’ per quello, lo so. Allora scrivi, siediti e scrivi il libro e poi si vedrà. –
- Ma come si diventa scrittori veramente? –
- Che razza di domanda è; sei tu l’esperta. Che fai: consumi solo carta? Stai sempre a rimuginare, a rielaborare, pure il flusso del mio muco nasale. Che guerra è? –
- No, non basta; devo crescere, lavorarci. Non basta il tempo, mai; non basta quello che vedo. –
- La commedia umana, quelle cose lì; ricreare quello che c’è già? E’ questo quello che fate? –
- Eh, sì, più o meno. Ci vuole tempo per capire. Mi serve il tempo. Anche quello utilizzato da altri uomini. Io non ho mai tempo per me, veramente. Siamo sempre al servizio di qualcos’altro. Invece. –
- Ma se non fai altro? Non si può stare seduti in pizzeria con te. Neppure a comprare il pane si può andare. Sembri autistica! Ti blocchi sulla vita altrui. Rubi, non fai che rubare. Insieme facciamo una figuraccia dopo l’altra: due vecchi guardoni siamo diventati. Stai sempre a guardare: muta, fissi le persone che ti sono sedute accanto. Un film. Sempre a lavoro. Stai sempre a catalogare tutto il narrabile, come se dipendesse da te la conoscenza collettiva. Poi la vita, quella vera, se ne va a puttane. –
- Sono paralizzata? –
- Non vivi più nel pantano. Ecco: resti fuori. E, nello stesso tempo, sei ossessionata dal pantano stesso. –
- No. Sono paralizzata da troppe idee, invece. Oddiomio, è finita: la paralisi. Non scriverò mai più un rigo che abbia senso, che serva a qualcosa. Né per me, né per nessuno. Niente. Pure una famiglia ho distrutto; e adesso che faccio? Ho disperso il tempo che avevo. Quel poco che c’era, è già perso. Senza risultato, senza nessuno che ascolti. –
- Sarà. A me, la storia del tempo, mi sembra una scusa buona per tutte le occasioni. -
- Pensi questo? Pensi che non sono più in grado di scegliere tra Cappuccetto Rosso e La Piccola Fiammiferaia, da raccontare a Giulia. La paralisi. Ecco come comincia. I libri non mi cambiano più, i personaggi si confondono, non mi parlano. Tanto desiderio d’arte ed alla fine descrivo solo personaggi che sembrano Sandra e Raimondo. Ci sono troppe cose già dette nell’aria, troppa euforia o troppa delusione. Troppe favole, troppe; troppe le possibilità. Inafferrabili. –
- Sai quel è il tuo problema? Il problema è che tu credi di avere talento. –
- Come talento? –
- Sì, è così, ammettilo: qualcuno ti ha convinta di avere talento. –
- Chi? –
- Come si chiama quello? –
- Chi? Rino? –
- Rino è il primo; dopo viene tutto il gruppo di scrittori, poeti, affabulatori; gli antipatici per forza, sciamani della narrativa, guru, saltimbanchi, suorine, confidenti, gestori di librerie, giornalai. Il tuo Network dell’ultimo semestre. Sono stati loro. Ma dico io: prima scrivi qualcosa e dopo, se è il caso, si pensa al network. Semmai. –
- Ma di quale talento?-
- Avevano un progetto diabolico, quelli. Beh, senti una cosa, secondo me il talento non esiste. –
- Lo so anch’io, non sono così cretina. E’ per questo che cerco il tempo. –
- No, non lo sai. –
- Lo so, ti dico. –
- Dici così, ma non ne sei convinta. Secondo me questo benedetto talento è una specie di ornamento estetico. Sì, un cappellino con un fiore sulla testa. Una cosa così. Forse. -
- Non esiste? Bene, quindi? Che si fa? Si rinuncia? –
- Fai quello che sai fare, ma non mettermi in mezzo, per favore; né me, né Giulia, che è carne della tua carne, ma carne appunto; non uno dei tuoi personaggi di carta. Non divorarci così. –
- No, aspetta; ho capito adesso; ecco il punto. Dunque? Adesso, caro, ti fermi perché dobbiamo approfondire. –
- Ho sonno. Io adesso dormo. Niente sesso, quindi dormo. –
- Dai, per favore! Fai la persona seria una volta. –
- Cosa? –
- Dimmi bene. Dell’oggetto della mia scrittura; dimmi di quello. –
- Ma che vuoi? –
- Avvicinati e dimmi. Se vuoi spengo la luce, ma poi continuiamo a parlare però.-
- Se spegni, mi viene il sonno. –
- Non spengo. Allora? -
- Io volevo dire soltanto che forse stai esagerando. Non ti eccitare troppo. Tutto qui. Un fatto di misura. Pensaci, se vuoi. –
- Che la passione si misura? E da quando? E’ ben strano detto da te. Ti devo ricordare qualcosa? –
- Ma quale passione, qui si tratta di un progetto; creare richiede sempre un progetto. Mica sono un fesso. Un mega progetto, anzi. –
- Vabbe, dai! -
- E cosa c’entrano le mie scelte del passato, tutte le cretinerie che ho fatto anch’io? Mica sei l’unica tu, lo so bene. Si parla di scrittura, non di vita. -
- Quale è la differenza? Se c’è differenza. –
- Se permetti, sì; se permetti c’è una grande, un’enorme differenza. Che fai la finta tonta. Non puoi rinchiuderti in una tana, con una sedia ed un tavolo, diciotto ore su ventiquattro, a sbirciare quello che fanno gli altri. Ché sudano come porci, si dimenano, gli altri. Facile per te. Stai lì, ore con gli occhi larghi, senza neppure sbattere le ciglia, per poi mettere tutto sulla carta a modo tuo, secondo i tuoi gusti, la tua intellettualizzazione. Questo non è vivere, la tua è pigra manipolazione. Troppo facile! –
- Ma la letteratura si nutre di vita. La verosimiglianza, per esempio. Non è colpa mia, se le cose stanno così. –
- No, non puoi farlo. –
- Ho bisogno degli altri. -
- Sei diventata insaziabile però. Ci hai infilato in tutti i tuoi raccontarelli. A noi. Alla tua famiglia. Eh! Carne da cannone. E dai! –
- E che avrò rivelato mai! Alla fine è una forma d’immortalità anche quella. -
- Se fosse buona letteratura almeno…-
- Quindi fa schifo. Dimmelo, se lo pensi. Fa schifo? –
- Guarda: io non lo so, non sono un tecnico. Chiedilo al branco. –
- Quale branco? –
- Gli intellettuali sono cani che vivono in branco. E’ sempre stato così. Poche femmine però. Oggi, davvero poche donne. –
- Che peccato… vero? –
- Sì, infatti. –
- E chissà perché, eh? –
- Presentami una scrittrice, se la trovi in zona! -
- Ma ti piace o no quello che scrivo? Leggi ogni parola di quello che scrivo. Che significa? E’ leggibile? Sì o no? –
- Controllo. -
- Ma ti piglia quello che leggi? Sì o no? –
- Diciamo che lo riconosco. Quello che scrivi mi appartiene. E per forza! –
- Uhm. Che razza di uomo inutile sei! –
- Ma che ne so. Talento o no; vivere o scrivere, fai quello che ti pare. Di certo c’è solo che esiste una buona letteratura ed una cattiva letteratura. E dei criteri per distinguere l’una dall’altra. Per forza ci devono essere dei criteri cui appellarsi. Che non è mica tutto un caso. O forse tu credi piuttosto che sia una lotteria? -
- Bella scoperta. Geniale sei. Ah, se non fosse così tardi. Ma invece è tardi. Credi tu. Fai semplice a dire buona, tu. Passami un fazzolettino; lì sul tuo comodino. –
- Tieni. Sì. Una letteratura buona, vuoi un esempio: quella che restituisce la molteplicità. –
- Cioè? –
- Cioè, cioè: dateci sta benedetta vita, va bene, se si deve, mi sacrifico, va bene, ma non marionette. Vite vere. Dateci il senso. Non solo i cazzi miei, a me già ben noti. Non per forza, sempre, soltanto, gli stessi cazzi miei! Siete artisti? Allora create! E che cazzo! –
- Alla fine si torna…-
- Non sempre il vicino di casa, e che palle, dai! Molteplicità, dico io. Poi non ci lamentiamo che nessuno legge libri. Per favore, siamo seri. –
- Adesso è colpa di chi scrive? –
- Hai visto come sono rassegnati? Tutti. Aldo ieri sera diceva, senza tremito nella voce, che non c’è differenza alcuna tra Berlusconi e D’Alema, tra potere e potere. Ti rendi conto? E io a dire, ma non è possibile, riflettete, vi sbagliate, siete vittime dello sconforto. Convinto invece l’Aldone nostro! E tutti gli altri con lui, con i tranci di pizza fredda in mano, a dire sì, è vero, non c’è differenza. Come pecore tristi. Che siete voi: scrittori? Beh, dategli la differenza, almeno; lo stupore, che gli si rivolti lo stomaco mentre mangiano la loro pizza. Dategli la scossa. –
- Aldo, diceva così? Non è possibile. –
- Giuro. Lui che ha mandato i figli alla Montessori. Aldone l’abbiamo perduto, ce lo siamo giocati. Non può, né vuole cambiare più nulla, lui. E non era neppure così triste, a pensarci meglio!-
- Dunque, sintesi: anche senza alcun talento, anche senza cappellini in testa, posso fare buona letteratura impegnandomi a raccontare vita vera e molteplice, possibilmente non la tua, per stupire lettori a iosa, comatosi e disillusi. Tu sì che sai come farmi stare serena. La scossa? E non devo pure scoprire il farmaco che sconfigga definitivamente il cancro??? Ma che boiate, facilissime boiate da barbiere. –
- Mica tanto. Magari viene fuori a sorpresa un’interconnessione tra letteratura e medicina; magari, che ne puoi sapere tu. Magari si scopre che c’è sempre stato un collegamento diretto tra l’elevarsi del livello di colesterolo nel sangue e la produzione di narrativa. Tra il leggere e lo scrivere buoni libri e la salute nazionale. Come fai ad escluderlo. -
- E se facessi tutto solo per me stessa, invece? Io scrivo per me e basta. E’ chiaro, non me ne frega niente. Per me e basta. Chi legge, legge. Conto solo io. Solo io. –
- Solo la tua salute? –
- Sì. -
- Come vuoi. Si diceva per dire, comunque. Stai calma. Allora: parti domani? –
- Domani? –
- Vai a visitare il mondo che devi raccontare; almeno spingiti fino al condominio giallo, quello alla fine della strada. Non dico altro. Fallo per te stessa, ma fallo altrove. –
- Ti ricordi quello che mi voleva pubblicare due anni fa? –
- Chi se lo scorda. Quello che curava una strana rivista tutta rossa; orca l’oca, rossa rossissima, con stampate in copertina quelle figure inquietanti con la testa mozzata? Quello? Ma come si chiamava? L’uomo che voleva pubblicare quel tuo lungo monologo su un tizio che aveva i baffi come me, la mia stessa auto, che faceva il mio stesso mestiere, che aveva sette anni meno di me ed era senza figli, proprio come me sette anni fa circa, e che, alla fine, si suicidava. Storia mozzafiato. Avvincente. Ah, sì! Veramente. Chinozzi si chiamava. Non aspettava altro da decenni quell’uomo. Immagino.–
- Sì, Chinozzi. –
- Chinozzi. -
- Era un monologo sul senso del ricordo. Sulla comprensione del tempo. Non era così male. Forse non te lo ricordi bene. Era una cosa seria. E’ stato importante incontrare Chinozzi. –
- Che culo pazzesco! –
- Certo! Gli incontri, in un mestiere come questo, sono importanti; stimolanti di certo. Non negare. È così pure nelle università, mi pare. Anzi peggio. Mica è sufficiente scrivere una cosa. Non ci si ferma mai a quello. Ci vuole il gruppo. Hai ragione tu. In passato erano i gruppi di intellettuali a fare la differenza. Anche il singolo adesso, però, forse…non so. –
- Mi stavi dissanguando. Tu e pure Chinozzi. -
- Era una ricerca. In qualche modo. Collettiva. –
- Allora partiamo. Pure noi, ricerchiamo. –
- Ma non ti piace l’uomo che descrivo? E’ questo? Non ti piace affatto. Ti fa paura la verità? Ho capito. Vabbè, basta dormiamo. Tanto. L’universo è pieno di bellezza e orrore. Alla fin fine, mi sembra troppo per me, che sono agli inizi. La ripetizione di un uomo solo è più facile, per ora. –
- Non credo affatto che sia più facile. Un uomo solo non è più facile. –
- Non so. –
- Racconta, per esempio, il tassista di Napoli che una settimana fa ci portava in giro con la nipotina di tre anni sul sedile davanti. Il nonno, i nipoti, i figli, il lavoro. Anche la colonia di marocchini che abitano di fronte. Si può raccontare. Quanti saranno: venti, trenta, quaranta persone in tutto. Tu sei in grado di quantificare? –
- Tanti in quella casa. Sembra un formicaio. –
- No. Appunto. Non è più facile il tassista, secondo me. –
- E ti piglia il tassista? -
- Mi piace; giuro che mi piace; pure troppo mi piace, l’uomo che descrivi tu. –
- Non sei tu, comunque, quell’uomo. –
- Come vuoi, non sono io. Menomale. E chi è allora? –
- Chi è? Un tipo. Uno come un altro. Uno dei tanti. -
- Scusa, sei tu l’autrice. Ohi, è tardissimo. Domani si lavora. –
- Sì. Però è un guaio. Si fa sempre tardi. Sul più bello. Hai visto? Il tempo per trasformare le cose non è mai abbastanza. –
- Studia i classici. Quello in tv lo consigliava ieri. Infatti. Sembrava sensato. Così guadagni tempo, secondo me. –
- E se non ne sarò mai capace? –
- Fa niente. –
- Niente? –
- Potrebbe essere al più un’insperata fortuna. Ti prometto: non dico nulla di tutte queste idee, né a tuo padre, né alla tua insegnate di lettere del liceo. Stai sicura. Non ti tradisco! –
- Ci conto. –
- Almeno questo! -
- Basta. Hai ragione: se voglio il tempo, ho bisogno di Proust. –
- Non l’avevi già letto? –
- Non ha fermentato, evidentemente. –
- Sei ossessionata, lo dicevo. –
- No, ho trentasette anni. L’età del mezzo. La più pericolosa, forse. –
- Anch’io. Embè? Non mi pare più pericolosa di altre, ad onor del vero. –
- Tu dici? –
- E poi non capisco, sono onesto, non capisco perché devi proprio ricorrere a me, per far carriera. –
- Perché la coppia è un mezzo di trasporto. –
- Trasporto? Tesi alquanto ardita. –
- Trasporto, trasporto. –
- Sì. -
- E poi non mi dispiacerebbe neppure far ridere. Un’altra strada possibile. Mi sentirei necessaria se facessi ridere. Tu, per esempio, sei ironico nelle tue cose, così, se parlo di te, divento inevitabilmente ironica anch’io. La mia ispirazione è simbiotica, parassitaria, che ci posso fare? Pesco in quello che amo, che mi è familiare. Faccio così male?–
- Io, Giulia, Anna Paola pure, la tua amica, quella che ti conosce da una vita, e pure suo marito, che ti conosce per narrazione, ridiamo tutti come pazzi. Fatto caso? No? guarda, senza dubbio: tu fai ridere. –
- Quindi non faccio così male? -
- Fatti un bel viaggio, senti a me. Non ti impigrire. –
- Dove? –
- Dove vuoi, purché non in uno specchio. –
- Se bastasse…dico io. –
- A te non basta mai nulla, se è per questo. –
- Spegni. E vieni qui. Qui,…no, qui. Se vuoi.–
- Che ti serva un’idea nuova? –
- O magari un personaggio. –
- Ah, non ti ho detto. Ho comprato un video gioco per playstation nuovo nuovo: trentanove euro. -
- Dio santo! Sei pazzo. Uhm… Hai messo la sveglia per domani? Ehi, l’hai messa? -
- Originale. –
- Mazzate? –
- Solo mazzate. Tecniche precise per sgozzare un uomo da dietro o mentre dorme. Tenebre. Assoluto, assoluto e bellissimo. Hai presente lo strazio di Rambo? Molto interessante secondo me. –
- Per uomini solitari. –
- Dormi serena. Dirigo altrove l’istinto, come posso. Verso altre ipotesi di letteratura postmoderna. –
- Giulia lo sa? –
- No. Nanna ora. Non glielo dire tu. Vedremo fra qualche anno. –
- No. Non dico niente. –
- Raccontare, raccontare… –
- Abbiamo bisogno del racconto, non si discute. –
- Meglio, non si discute. –
- Sonno? -
- Come siamo finiti a parlare di letteratura? Anche stasera? –
- Non mi ricordo più. –
- Boh! –
- …notte. -
- Comunque no. Proust, no, mia cara, non lo si può sottovalutare. –
- Notte. -

“I DIALOGHI DEL RISVEGLIO. Lentobus n.°2″ è stato pubblicato su Musicaos.it, Anno 2, Numero 15, Marzo 2005

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“Giorni” di Pasquale Iannucci


“Giorni”
di Pasquale Iannucci

Sadìk era il mio spacciatore di fiducia. Lo chiamai e mi disse che ci saremmo visti nel tardo pomeriggio. Al solito posto. Guardai l’orologio. Le undici.
Non stavo bene per un cazzo. L’ultima pera me l’ero fatta la sera prima e iniziavo ad accusare i primi sintomi della scoppia.
Di solito starnutivo e gli occhi mi lacrimavano come due fontane.
Anche questa volta non andò diversamente.
Mi prese il panico e mi attaccai alla bottiglia del vino. Feci un sorso.
Una vaga sensazione di benessere mi si diffuse in tutto il corpo.
Svanì in fretta.
Continuai a bere camminando avanti e indietro per la stanza. Più bevevo e più la voglia di farmi aumentava. Presi i soldi dal cassetto e li contai. Venticinque euro.Per iniziare erano più che sufficienti. Li riposi e feci partire il lettore cd. «Violence Now», brutalizzata da GG Allin.
Mi accesi una sigaretta e mi affacciai alla finestra.
Abitavo al terzo piano di un palazzo in un vicolo del centro.
Di fronte a me case ammassate una sull’altra e antenne tv svettanti verso il cielo.
Un cielo terso. Di primavera.
Nel palazzo di fronte, attraverso una finestra aperta, vidi un uomo seduto nella sua cucina. Fumava e guardava il muro di fronte a sé. Sul tavolo, un posacenere pieno.
Lo vedevo tutti i giorni e tutti i giorni era la stessa immutata scena. In altre occasioni lo avrei ignorato. Ma ero ubriaco e in astinenza.
Provai una pena lancinante. Per lui e per me. Pensai alla vita e alla solitudine. La solitudine mi sembrava ingiusta. Non voglio restare solo, pensai. Poi smisi di pensare e mi venne il magone, avevo paura. Rientrai e ricominciai a bere. Volevo scacciare l’ansia. Alla fine, tutto, sarebbe svanito nel nulla. Come d’incanto.
Andai in camera, presi i soldi e li rincontai. Non erano aumentati.
L’orologio sosteneva che mancava un quarto alle dodici. Il vino era finito e il tardopomeriggio era ancora molto lontano.
L’ipotesi di andare a procurarmi la roba da un’altra parte era fuori discussione. Con la metro ci avrei messo troppo tempo e il mio stato era pessimo.
Non avevo nessuna voglia di sbattermi.
La vita del tossico era troppo frenetica. Fissai i soldi per qualche minuto. Poi decisi che avrei fatto un piccolo investimento. Birra o qualcosa di più forte. Dovevo ammazzare la giornata.
Misi le scarpe ed uscii. Fatta la prima rampa di scale mi venne un conato e la bocca mi si riempì di vino. Lo rimandai giù e continuai a scendere.
Cercai di combattere contro il vomito fino a quando mi resi conto che era impossibile. Dovevo sboccare. Be’, mi dissi, se proprio dev’essere, facciamo almeno che non sia qui.
Mi girai e ricominciai a salire. Ero a pezzi. Sentivo le gambe pesantissime e lo stomaco bruciarmi.
Dopo alcuni gradini inciampai e caddi carponi.
Un litro e mezzo di Barbera del Piemonte si riversò a fontana su me e i gradini. I singulti si susseguivano uno dietro l’altro senza sosta. Faticavo a respirare. Quand’ebbi finito non avevo più nemmeno la forza di rialzarmi. Mi aggrappai alla ringhiera e, dopo un po’ di vani tentativi, riuscii a rimettermi in piedi. Ripresi a salire. Ogni tanto qualche crampo mi costringeva a tappe forzate nelle quali cercavo di respirare a fondo e di trattenere lo sbocco.
Raggiunsi la porta. Entrai in casa e mi fiondai in bagno. Mi tolsi i vestiti e m’inginocchiai davanti al water.
Con l’ausilio delle dita della mano destra sondai il mio esofago fino a quando non mi svuotai del tutto.
Andai al lavandino e mi sciacquai la faccia. Allo specchio c’ero io. Mi guardai un po’. Facevo schifo. Le guance mi ricadevano mollemente e gli occhi erano ridotti a due fessurine arrossate. Non mi radevo da settimane e, a giudicare dall’odore che emanavo, non mi lavavo da altrettanti giorni. Provai a fare un conto e mi persi subito. Avevo toccato il fondo ma ero troppo esausto per pensarci.
Dovevo farmi.
Riprovai a chiamare Sadìk. Dall’altra parte, la signorina Telecom italia mobile mi pregava di richiamare più tardi. L’utente desiderato non era, al momento, raggiungibile.
Aveva spento il telefono, il bastardo.
Mi feci prendere dallo sconforto. Volevo morire. Volevo farmi. Volevo smettere di farmi. Volevo stare bene. Subito.
Mi ricordai che sotto il letto avevo imboscato una boccetta di Darkene. Andai a prenderla. Non era molto e non era la stessa cosa. Ma era meglio di niente.
Nel bidone dell’immondizia avevo buttato la mia unica insulina. La recuperai, la sciacquai velocemente e la riempii con il farmaco.
Trovai la vena e mi feci.
Una voragine di calore mi si aprì nello stomaco.
Il Darkene era un ipnotico. Non alleviava il dolore fisico. Semplicemente non mi ci faceva pensare. Mi sdraiai e cercai di rilassarmi. Inutilmente. Gli spasmi muscolari alle gambe non mi davano tregua. Mi alzai e cominciai a camminare su e giù. Riaccesi lo stereo. Andai in bagno, presi gli abiti sporchi di vino e li buttai in lavatrice.
Poi mi rivestii e considerai l’idea di andare a pulire le scale.
No, troppo faticoso.
Squillò il telefono.
-Pronto?
-Rà, sono io. Che fai?
Era Morgana.
-Sto di merda. Devo farmi.
-Ce l’hai il cash?
-Si.
-Chi c’è con te?
-Nessuno.
-Arrivo.
-Ok.
Riagganciai e mi accesi una sigaretta.
L’orologio segnava la una e mezza e il sole invadeva violentemente tutta la casa. Solo allora mi resi conto di quanto mi desse fastidio tutta quella luce.
Abbassai le tapparelle fino ad una penombra accettabile. Spensi lo stereo e mi misi davanti alla televisione.
Morgana arrivò mentre Lassie correva tutto felice e scodinzolante da Liz Taylor bambina.
Andai ad aprirle.
Quand’ero scoppiato ero sempre felice di vederla. Non c’era un motivo particolare. L’astinenza mi faceva perdere il controllo delle mie emozioni. Ero capace di passare dalla tristezza più nera alla gioia più assoluta nel giro di pochi minuti e poi di ricominciare daccapo. E di solito, in quei momenti di squilibrio, ero felice di vedere chiunque.
Lei entrò in casa senza dire una parola e si diresse in salone. Io la seguii.
Si mise una mano in tasca, ne cavò un involucro enorme e lo depose sul tavolo. Poi si girò e mi guardò sorridendo.
Le indicai il pacchetto.
-Non vorrai dirmi che…
-Sì- m’interruppe trionfante- è Roba!
-Porca Puttana!- esclamai.
Stentavo a crederci. Sul tavolo del mio salotto c’erano circa qualcosa come un paio d’etti d’eroina.
Ero salvo.
-E dove cazzo l’hai presa?- le chiesi.
-Tu- rispose- non preoccuparti. Ti vuoi fare o no?
-Si, si. Era così. Tanto per chiedere.
Allungò la mano destra, con il palmo rivolto verso l’alto e, sfregandosi il pollice e l’indice, mi fece capire che voleva i soldi.
La cosa mi diede fastidio. La conoscevo da una vita e non esisteva che le dovessi pagare la roba. Ma lei l’aveva e io n’avevo un disperato bisogno. Misi da parte l’orgoglio e andai a prenderglieli.
Nel cassetto avevo venti, in tasca un pezzo da cinque. Dieci li presi e dieci li nascosi tra le mutande. Almeno lo sconto, pensai, me lo deve fare.
Tornai in salotto. Morgana aveva tolto la stagnola alla roba e stava scaldando. Guardai ancora una volta tutta quella droga.
Non riuscivo a capacitarmi.
Era un sasso enorme, compatto. Dal colore dedussi che doveva essere buona. Poi mi rivolsi alla mia amica e le chiesi se, per caso, non avesse voluto pesarla.
-Sai, – aggiunsi,- ho il bilancino.
Mi disse di andarlo a prendere. Quando tornai, la mia insulina mi aspettava già carica e Morgana sclerava perché non trovava un canale aperto.
Le guardai le braccia. Non aveva una vena intatta. Provai pena, per le sue vene.
L’avevo conosciuta parecchi anni prima e il ricordarla in condizioni migliori mi rendeva tutto insopportabile. Avrei svuotato la spada. Le avrei detto di mollare tutto e di ricominciare da un’altra parte.
Solo io e lei.
Appoggiai il bilancino sul tavolo. Presi la siringa e, in piedi e senza stringermi, me la piantai nel braccio. Mi presi subito.
Il primo fiotto di sangue che entrò nella spada mi diede le vertigini. Spinsi in dentro lo stantuffo.
Vago sapore d’acetone in gola.
L’ultima cosa che vidi fu Morgana che sciacquava l’insulina in un bicchiere.
Quando mi svegliai, un faccione enorme mi stava chiamando per nome.
Ero morto e quello era il mio angelo custode. Vestito di bianco con l’aureola e tutto il resto.
Girai gli occhi a destra e a sinistra e notai che dal mio avambraccio sinistro partiva un tubicino. All’estremità del tubicino, una flebo.
Non ero morto. Ero in ospedale e quello non era il mio angelo ma solo un infermiere.
Mi sentii sollevato. Non ero ancora pronto per il giudizio finale.
Intanto, quello continuava a ripetere il mio nome e a darmi dei leggeri schiaffetti sulle guance.
Raccolsi le poche forze che avevo.
-La vuoi smettere?- rantolai, mentre con la mano destra gli tiravo un lembo del camice.
Lui mi guardò un attimo, fece un passo indietro e, senza dir nulla se n’andò.
Provai ad alzarmi ma non ce la feci. Chiusi gli occhi.
Avevo sonno, volevo dormire.
-Non dormire! Non dormire, mi hai capito?
Era ancora lui. Mi stava scuotendo.
-Si- biascicai – ho capito.
Andò via. Richiusi gli occhi. Mi vennero in mente cose stranissime. Cose, alle quali non pensavo da anni.
Amici d’infanzia. La mia prima ragazza. I quattro cani che avevo a sei anni. Mio nonno.
Nel frattempo mi giungevano i suoni confusi del pronto soccorso. Un medico che s’incazzava per qualcosa. Sirene d’ambulanze e il pianto di una donna. Qualcuno era appena morto.
Tutto, mi arrivava ovattato e sordo. Una sensazione di benessere che non avevo mai conosciuto. Mi stavo lasciando andare. Il mio corpo e la mia mente precipitavano piano verso un nonluogo senza più suoni né colori. La catarsi. E non sarei più tornato indietro. Mai più.
Un violento scrollone mi riportò alla realtà.
-Ma insomma, hai capito o no che non devi dormire?
Questa volta era una donna.
-Quando me ne posso andare?
-Quando starai meglio, quando finirà la flebo. Sta’ tranquillo e cerca di restare sveglio. Chiaro?
Non le risposi e lei si dileguò in un’altra stanza.
Passò del tempo. Tempo in cui rimasi sospeso tra la veglia e il sonno. Ogni tanto qualcuno veniva ad assicurarsi che fossi vivo.
Poi mi stancai. Mi tolsi l’ago dal braccio, mi alzai in piedi e, barcollando, provai a guadagnarmi l’uscita.
A metà corridoio fui intercettato dalla solita infermiera.
-Ma dico!- sbottò- è impazzito? Perché si è tolto la flebo? Mi aspetti qua. Si segga.Vado a chiamare il medico.
Mi prese per un braccio, mi fece sedere su di una sedia a rotelle e se n’andò borbottando. Io non opposi la minima resistenza. Ero troppo stanco per farlo e volevo solo andarmene a casa.
Qualche minuto dopo, la sentii ciabattare un’altra volta verso di me. Al suo fianco, un uomo.
-Perché ti sei tolto la flebo?- mi chiese lui.
-Perché me ne vado- risposi io.
Mi accorsi che perdevo sangue dal braccio. Istintivamente me lo portai alle labbra e succhiai.
-Ma no- urlò l’infermiera- che fai? Aspetta che ti disinfetto.
Sparì in una stanza e riapparve subito dopo con un flacone di disinfettante e dell’ovatta.
Mi prese dolcemente il braccio. La lasciai fare.
- Sei sicuro?- mi stava dicendo lui nel frattempo- è meglio se resti qui ancora un po’.
-Quanto?
-Almeno un’oretta- intervenne lei. Poi cercò con gli occhi l’approvazione del medico.
-Già. Ha ragione.
Scossi il capo: – No, non se ne parla nemmeno. Io me ne vado adesso.
-Ma, si può almeno sapere che hai combinato? Sei tossicodipendente?
-Tu che dici?- chiusi gli occhi.
- Dico che dovresti farti aiutare. Ti abbiamo preso per un soffio. A proposito, per precauzione ti abbiamo fatto una lavanda gastrica. Potresti rimettere per un po’ di tempo.
-Va bene. Adesso mi dai quel cazzo di foglio così lo firmo e me ne vado?- riaprii gli occhi.
Tre infermieri si erano radunati attorno alla mia sedia e mi guardavano.
- Cazzo volete? Andate tutti affanculo.
Tentai di mostrare il terzo dito della mano destra ma il braccio mi ricadde mollemente sulle gambe.
I tre se ne andarono.
L’infermiera se n’andò.
Il medico, pure. Tornò con il foglio di dimissioni.
-Se ti senti male cerca di tornare subito qui.
Ci credeva davvero. La mia sorte gli stava a cuore.
Per un attimo pensai di dargli retta e di fare come diceva ma scartai immediatamente l’idea.
Dovevo andare.
Scarabocchiai il foglio, mi rimisi in piedi ed uscii.
L’aria della sera era fresca. Dal traffico ipotizzai che fossero intorno alle sei del pomeriggio.
Incrociai una ragazza e le chiesi le ore.
M’ignorò.
Dopo qualche metro, vomitai. Copiosamente. Era praticamente acqua, solo che di colore nero.
La lavanda gastrica.
Probabilmente la mia amica, per pararmi il culo, aveva raccontato la storia degli psicofarmaci.
Lo facevamo spesso. Se uno di noi collassava, dicevamo che aveva bevuto sui farmaci. Era per evitare il Narcan.
E gli sbirri.
Non sapevo se mi avevano fatto il Narcan. Non era importante. A parte la nausea, stavo bene.
Finii di vomitare e mi rimisi in cammino.
Frugai nelle tasche alla ricerca delle sigarette. Le trovai e ne accesi una.
Cercai ancora e trovai le chiavi di casa. M’imboscai dietro un albero e vomitai nuovamente.
Un quarto d’ora più tardi ero davanti alla porta della mia dimora. Entrai. Era deserta.
Sul tavolo, al posto della roba, c’era una busta. L’aprii.
Un foglio a quadretti, ripiegato in due, asseriva di volermi bene e di essere molto preoccupata per me. Diceva anche di guardare nel fondo della busta.
In una stagnola, un po’ di eroina.
Il bilancino era sparito. Evidentemente Morgana aveva ritenuto opportuno portarselo via. Forse aveva pensato che a me non sarebbe più servito.
Mi chiusi in bagno e, mentre aspettavo che si riempisse la vasca, mi feci una pera.
Per il giorno dopo ne misi da parte un po’.
Un rivolo di sangue mi scorse lungo tutto l’avambraccio. Qualche goccia cadde sul pavimento.
Pensai a Franco, che un giorno era sparito nel nulla. Un amico d’infanzia, come tanti. Eravamo cresciuti insieme. Avevamo rubato insieme. Per lo più negli ospedali, ai malati.
Per un po’ di tempo avevo pensato che se n’era andato. Parlava sempre del Sudamerica e di come avrebbe svoltato facendo business laggiù.
Me lo immaginavo ingrassato, sotto una palma, a farsi sciacquare le palle da un mare tropicale trafficando e bevendo rhum.
Lo speravo veramente.
Invece, lo ritrovarono in un fosso un mese dopo.
Dissero che era morto di overdose e che era tutto gonfio. I topi gli avevano divorato la faccia.
La madre lo riconobbe dall’orologio. Stop. Fine.
Addio, Franco.
Non pensavo mai alla morte. Non mi sembrava vero che potesse accadere. O almeno, non così.
Dovevo smettere.
Diazepam. Clonidina cloridrato. Flunitrazepam. Bromazepam. Tramadolo cloridrato. Fenobarbitale. Naprossene sodico. Brunorfina. Codeina fosfato. Efedrina. Metadone…
Il problema non era il dolore fisico. A quello potevi anche non pensarci o comunque, un rimedio lo trovavi.
Il problema non era durante, ma dopo. Era dopo che ti toccava fare i conti con la realtà.
Dopo, c’era la monotonia di giorni che ormai erano divenuti troppo vuoti. Dopo, c’era la solitudine. La paura.
Dopo, c’erano gli happy hours e i telefonini cellulari. C’erano le serate e i locali dove puntualmente ti rimbalzavano perché non eri adeguatamente abbigliato.
C’era una spossatezza, una nonvoglia, un vuoto esistenziale che afferravi a malapena ma che ti travolgeva. Lentamente. Inesorabilmente.
Giorno dopo giorno.
Eppoi, i consigli degli amici. Quelli sensibili e politicamente corretti, dispiaciuti e comprensivi della tua sfortuna e debolezza.
E quelli per i quali eri quasi una merda e, l’unica cosa che riuscivano a dirti era di tirare fuori le palle.
-Grinta. Nella vita, ci vuole grinta!
E tu, magari, avresti voluto dirglielo che ti sentivi solo e pazzo eccetera eccetera.
Ma non lo facevi. La solitudine non era trendy.
Così, un bel giorno, strafatto di Ketamina ti dicevi: -Be’, vaffanculo, perché no?
E senza sapere come ti ritrovavi in piazza e lì i giochi erano fatti. Punto e a capo.
Però dovevo farlo.
Vasca da bagno. Acqua bollente. Sera che incalza dai vetri appannati.
Com’era?
(Ogni piacere vuole eternità. Vuole profonda, profonda eternità.)
Stavo bene a mollo. Mi sentivo al sicuro, protetto.
Scoreggiai. Mi piaceva scoreggiare in acqua. Mi piacevano le bollicine, le trovavo interessanti.
Si, si, avrei smesso di farmi. Pochi giorni di sofferenza. Al massimo una settimana.
Questa volta sentivo che era la volta buona.
Avrei dato una svolta decisiva alla mia vita. Mi sarei fatto il bidè tutti i giorni e avrei cercato i vecchi amici.
Un lavoro, una casa, una ragazza. I colloqui settimanali con lo psicologo del Sert.
Avrei rigato dritto.
Uscii dalla vasca, mi asciugai, mi misi il pigiama e andai a dormire. Considerai per un attimo di masturbarmi.
No, troppo faticoso.
A metà nottata mi sparai il resto della roba.
Il giorno dopo oziai nel letto a lungo. Poi mi alzai e feci colazione. Guardai l’orologio: mezzogiorno.
Freddi brividi da rettile lungo la schiena. Mi accesi una sigaretta. Era una giornata limpida e ventosa. Il sole, risplendeva su tutto.
Sadìk era il mio spacciatore di fiducia. Presi i soldi dal cassetto e li contai. Una decata. Pochi, troppo pochi. Frugai in giro per casa e trovai un braccialetto d’oro e un altro pezzo da dieci. Potevano bastare.
Lo chiamai e mi disse che, se volevo, potevo raggiungerlo subito. Era al bar.
(Ma non dovevi smettere?).
Domani, un altro giorno, non so…
Mi fiondai per le scale.

FINE

“Giorni” di Pasquale Iannucci
è stato pubblicato su Musicaos.it, Anno 2, Numero 17, Maggio 2005

i numeri di Musicaos.it dal 2004 al 2007 sono disponibili qui

A che ora è la fine del mondo. Su “L’inizio delle trasmissioni?” di Massimiliano Manieri.


Il secondo personaggio delle performance di Massimiliano Manieri che vado ad affrontare con questa mia disamina di scorribande inattualissime sulle sue opere è un nuovo antropomorfo. L’ennesimo bozzolo, involucro, uomo sottratto alla comunicazione che deve averci a che fare – con la comunicazione stessa – per quel principio artistico insito nelle performance di Manieri, quello per cui il culmine della comunicazione è affidato al tutto-che-circonda, alla scena, al ‘mutante’ immutabile, fissato una volta per tutte in un luogo preciso. Il punto di partenza scelto dall’autore per questa performance mi sta molto a cuore, essendo parte centrale di alcune riflessioni letterarie aperiodiche sul concetto del futuribile, della non-(eu)topia e del presente che sorpassa di gran lunga ogni aspettativa negativa; parliamo di George Orwell, e del meraviglioso capolavoro intitolato 1984.

Orwell è probabilmente uno degli scrittori inglesi più radicali del secolo scorso. Difficilmente si può uscire dalla considerazione delle utopie negative senza una sensazione di disagio; ecco, il disagio è creato dal fatto che i motivi di fondo di 1984 non possono essere ‘suonati’ in altre salse o con esiti differenti da quelli di quest’opera. Il suo “Animal farm” è una metafora che descrive i danni del totalitarismo, non si scappa. Così come “1984″ descrive il terrore di un’epoca che vive senza storia, nella consapevolezza che il lavaggio del cervello incomincia dove incomincia un’azione di dominio del linguaggio. George Orwell non si può edulcorare, ecco la lezione. Ci hanno provato in salsa editoriale, non so con quali esiti, quando pubblicarono una ristampa negli Oscar Mondadori del capolavoro orwelliano, mettendoci anche la fascetta, “il romanzo che ha ispirato il Grande Fratello”. Funzionò così bene che adesso la copertina della nuova edizione riporta fedelmente la copertina dell’edizione originale attualmente in vendita presso l’editore Penguin. Da vedere il bellissimo film tratto dal capolavoro orwelliano, “Nineteen Eighty-Four”, di Michael Radford, con la colonna sonora degli Eurythmics.

Non ci dispiace molto affermare che se George Orwell e Massimiliano Manieri si fossero incontrati nella casa del GF di Mediaset, dopo avere sterminato tutti i concorrenti (immagino Max Manieri che fa il braccio armato di colt e Orwell la mente che indica chi colpire e in che ordine) si sarebbero seduti a consumare un sigaro discutendo di arte, dittature e scrittura. Un Grande Fratello che diventa un Grand Guignol, come direbbe Arbasino, “che carriera!”. Massimiliano Manieri con questa performance ci restituisce il Grande Fratello orwelliano così come deve essere, con tutta l’angoscia, il senso di impotenza, l’ineluttabilità della nostra vita catodica. Segnali di questa comunicazione a senso unico e elementi disturbativi sono la corona di spine posta in testa all’umanoide i cui sensi sono occlusi e il cui corpo è bendato dal nastro isolante. Dall’ombelico fuoriescono i cavi che gli permettono di alimentarsi di notizie e cibo eventuale. L’uomo è quindi ridotto allo stadio di vegetale che assorbe tutto ciò che gli serve, ovvero sia gli stimoli visivo/sonori, dai quattro schermi che lo circondano.

Se con “Plink (…L’uomo caduto in cattive acque)” l’artista rappresentava la casualità della caduta sulla terra sotto forma di giustizia suprema inflitta dal caso, sottoforma di lancia che trafigge il ‘marziano’ al suo arrivo, qui ci troviamo di fronte a uno stadio avanzato in cui non c’è discussione, non c’è approvvigionamento idrico di quell’acqua chiamata dibattito, o idea, o scambio con l’altro. Qui lo scambio, al massimo, può venire dall’affondare un’antenna nella terra brulla, in attesa di suggere qualche goccia di pioggia caduta. Nella serie di performance di Manieri questo è forse l’atto di denuncia più consapevole e allo stesso tempo rassegnato nei confronti del ruolo della civiltà di a-comunicazione di massa nella quale l’uomo, quando ha a che fare con l’industria culturale, la televisione, internet, è concepito come semplice punto terminale/scarico di immondizia, del reale.

Luciano Pagano

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[foto di Dario Manco]

mostra SENSAKTION: L’INIZIO DELLE TRASMISSIONI [installazione performativa], Massimiliano Manieri, (Primo Piano LivinGallery, Lecce – giugno 2009)

“INIZIO DELLE TRASMISSIONI?”
(libera rilettura delle teorie retrò/futuriste orwelliane)

È pronto per trasmettere?
Si, è stato adeguatamente “educato”…
Possiamo cominciare,
Silenzio in sala…!!!

«Siamo impegnati in un gioco in cui non possiamo vincere. Alcuni fallimenti sono migliori di altri, questo è tutto.»
(1984 – George Orwell)

CONCEPT
Dovranno sotterrare tutte le dita possibili, per ridurre un uomo ad un elemento passivamente fagocitante.
Dovranno succhiargli ogni linfa per suggerirgli che non c’era altra utopia possibile.
Dovranno imprigionarlo, rincoglionirlo, dovranno togliergli ogni riferimento reale per strozzargli in gola l’ultimo suono libero.
Dovranno intirizzirgli i muscoli del sorriso, ghiacciargli la mascella dei lamenti, svuotargli i serbatoi lacrimacei per ridurlo ad un guscio secco utile a loro.
Eppure penso che anche quando avranno fatto tutto questo, un briciolo di umanità resterà dentro, e sarà sufficiente a riaccendere la miccia del “giuoco” che si ripappa il “soggiogo”…

Ma allora perché ora mi sento così minacciato..??? …ed è così vicino…

Massimiliano Manieri

http://www.articoweb.it/2009/05/31/sansaktions-lecce-primo-piano-livingallery-fino-al-17609/

http://www.giapponeinitalia.org/evento.php?eventId=41

http://www.fotolog.com/davizeen/49069163

http://www.undo.net/cgi-bin/undo/pressrelease/pressrelease.pl?id=1243607382&day=1243720800

http://arteinvendita.blogspot.com/2009_05_01_archive.html

“Nessun futuro” (Casini Editore) di Luigi Milani. Da oggi in libreria.


In libreria dal 31 gennaio Nessun futuro (Casini Editore 2010), il nuovo libro di Luigi Milani, un thriller con venature sovrannaturali ambientato nel mondo del rock.

Il libro

Nessun futuro è un romanzo a cui la categoria di romanzo va stretta. Potremmo chiamarlo romanzo/backstage, visto che descrive una storia che si svolge negli ultimi mesi del 2001 ma in cui magicamente si affaccia mezza storia del rock, dai Beatles al fantasma di Jim Morrison alla urban legend della “finta morte” di certe rock star, da Paul McCartney a Elvis a Michael Jackson, o proprio a Phil Summers, il protagonista “sotterraneo” del libro. Ma in realtà Nessun futuro sfugge a qualsiasi classificazione: come il vero rock, in fondo. E come il vero rock, ci trascina con sé e ci trasporta nel suo mondo. Lo fa attraverso l’io narrante, Kathy Lexmark, giornalista televisiva ultratrentenne, con un divorzio alle spalle e un futuro professionale quanto mai problematico. E lo fa lasciando aleggiare sempre sullo sfondo la sensazione che stia per succedere qualcosa, e poi qualcos’altro, e poi ancora qualcos’altro, in un crescendo vorticoso di suspense e adrenalina.

Il volume contiene un codice che, inserito nell’apposita
http://www.casinieditore.com/ fornisce l’accesso a numerosi “extra”.

Il fan trailer:

L’autore

Luigi Milani, giornalista, traduttore e editor, ha pubblicato racconti per Giulio Perrone Editore, Akkuaria Edizioni e su alcune riviste letterarie. È uno dei soci fondatori della casa editrice Edizioni XII. Ha curato le edizioni italiane degli ultimi due libri di Jasmina Tesanovic, Processo agli Scorpioni (Edizioni XII – Stampa Alternativa 2008/2009) e Nefertiti (Stampa Alternativa) e le versioni italiane di alcuni racconti di Bruce Sterling (40k eBooks). Nel 2010 ha pubblicato La torre, un racconto horror d’ambientazione medievale, inserito nell’antologia di racconti Bassa Marea (Historica Edizioni) e il suo primo romanzo Ci sono stati dei disordini (Arduino Sacco Editore)

“Hanno amore” (Perdisa Pop) di Gianluca Chierici


“Camminando attraverso il prato percepivo le sensazioni della mia infanzia. le preghiere di mia madre e la palla che rimbalzava monotona contro le pareti della casa. Mio padre che spaccava la legna nel capanno e i tuoni che facevano tremare il pavimento della mia stanza. Come due ladri arrivammo di fronte alla porta d’ingresso. Una nube, sopra la casa, aveva chiuso la luna fuori dalla notte.  “

Il destino di due bambini è segnato da un mistero spaventoso. Qualcosa li lega a un luogo abitato da presenze oscure: un bosco dove la luce della luna danza con il fuoco e con le ombre. Il loro incontro da piccoli è l’inizio di un continuo sfiorarsi, nel corso degli anni, all’interno dei sogni. Per loro due, la realtà si mescola alla memoria fino a confondere. Per loro due, l’idea dell’amore come salvezza dovrà inevitabilmente scontrarsi con la morte.

Gianluca Chierici è nato nel 1977 a Milano. Ha pubblicato: Il libro del mattino (Acquaviva, 2005); L’eterno ritorno (Sentieri Meridiani, 2007, Premio Castelpagano); La madre delle bambole (Tracce, 2008, Premio Fondazione Caripe); Il nome del confine (Joker, 2009); La stirpe del mare (L’arcolaio, 2010). È autore del cortometraggio L’ultimo compleanno di Venere, pubblicato in Sguardi Inquieti (Barbieri, 2003). Ha scritto e diretto per il cinema la trilogia di lungometraggi La crudeltà dell’angelo; Dannati; La chiave dei grandi misteri. È tra i fondatori dell’avanguardia video ManyHands Entertainment.

“Hanno amore” – Gianluca Chierici
Prezzo euro 10,00 Pagine 128
Isbn 978-88-8372-498-5

“Sirene” di Luisa Ruggio


SIRENE
Luisa Ruggio

“Io osservavo, ascoltavo accantonavo per le ore quiete da passare in cucina, quando Selma mi avrebbe detto, come mi disse: – Raccontami di quel posto, ma cose vere, non bugie. Ma furono quasi tutte bugie le cose che dissi: perche’ era come se fossi stato in uno di quei castelli incantati, una volta fuori di la’, non si ricorda, tutto cio’ che rimane e’ l’eco spettrale di una meraviglia che non da’ tregua.”
(Truman Capote, “I cani abbaiano”)

 

A notte fonda, il ragazzo e’ di la’ a calcolare la distanza tra San Francisco e New York su una mappa elettronica. Sono circa duemila chilometri e lui dice che dobbiamo essere pronti a percorrerli da un momento all’altro.

New York puo’ ancora ferirlo ma San Francisco e’ un albore verde filtrato da una tenda, un neon che illumina l’interno della stanza in cui Kim Novak appare a James Stewart – con quel completo grigio, i capelli ossigenati e raccolti, le sopracciglia ben disegnate – ne La donna che visse due volte. Vertigo, nel titolo originale. Hitchcock, quel perfezionista.

Sua moglie era la sua editor piu’ attenta a quanto pare, dopo le proiezioni private per gli amici intimi e prima di ogni distribuzione, diceva la sua e tutti smettevano di ridere, di colpo. Fu la signora infatti – silenziosa al centro dell’entusiasmo generale – a far notare a suo marito che durante una sequenza chiave di Psyco, l’attrice deglutiva dopo essere stata uccisa.

Ha ragione Stephen King quando, nella prefazione a un suo libro sulla scrittura, puntualizza: Scrivere e’ umano, editare e’ divino. Credo sia per questo motivo che un’ironica mezzoinglese sforna-bestsellers ha dettato il suo ultimo romanzo a una segretaria scialba, confidando nei prodigi postumi del suo editor italiano.

(l’innocente dattilografa)

Non riesco a immaginare un piacere sprecato peggiore del dover dettare un romanzo. A costringerla, in quel caso, era un nervo della mano. Doveva raggirare l’ostacolo e aveva gia’ incassato l’anticipo.

Eravamo nel suo salotto londinese – tra orchidee bianche e riedizioni in tutte le lingue possibili dei suoi libri – la prima volta che l’ho ascoltata parlare del suo editor mentre – con lo stesso candore pratico di chi ti spiega per la prima volta come usare una lavatrice – consigliava l’asportazione delle ovaia per evitare inutili deconcentrazioni: “Hai ancora le ovaia, mia cara? Fattele togliere subito, sono solo una seccatura per gli scrittori.”

Ci credeva veramente? Non ha importanza. Si divertiva a recitare una parte, trovavo divertente il cinismo col quale si sventagliava con calma.
Poi mi disse di questo ragazzone che resta dietro le pagine degli altri pur avendo il merito di farle funzionare fino in fondo, olio anche per i meccanismi piu’ complessi.
Mi fa pensare alla doppiatrice italiana che per tutta la vita ha prestato la voce a Marilyn Monroe.

Si chiamava Rosetta Calavetta, la sua scia e’ una lunga traccia audio. Fu anche la voce della Novak, di Biancaneve e una lista piena zeppa di mitologia cinematografica.
Al suo arrivo nella sala di doppiaggio, ripeteva un rituale: indossava guanti bianchi e puliva le cuffie con l’alcol preso da una boccettina che si portava nella borsetta.

(Rosetta Calavetta)

Lo racconto’ l’attore Elio Pandolfi all’autrice televisiva Valeria Paniccia durante una visita nel cimitero monumentale di Roma, il Verano, dove la doppiatrice e’ sepolta. Una piccola fotografia in bianco e nero incornicia i tratti salienti del suo viso, minuto come un ninnolo incastrato in un fermacarte di vetro, del tipo che Colette collezionava.

Si e’ sempre detto e sentito che i doppiatori italiani sono i piu’ bravi del mondo, ci si fa caso quando muoiono e le loro voci vengono sostituite. Quando e’ morto Oreste Lionello, per esempio, il doppiatore storico di Woody Allen, il regista statunitense constato’: Con la sua voce mi ha reso un attore migliore.
A volte mi domando se non succeda la stessa cosa con i personaggi dei libri, a volte lo so, altre volte puo’ essere un rischio.

(Oreste Lionello)

Percio’, quando finisco di leggere un libro in cui la voce dello scrittore non doppia mai, nemmeno una volta, i suoi personaggi – lasciandoli liberi di essere mediocri e crudeli, provinciali e feroci, grezzi come un colore locale e veri come un’illusione – mi commuovo.
Fa parte del mio modo di stare al mondo questo improvviso affetto che mi prende mentre non rispondo al citofono, non accendo i telefoni, non apro la posta che si accumula e quasi smetto di parlare.

Tra le seccature del dover tirare le cuoia (mi fa sempre sghignazzare questo modo di dire da film anni ’40), “prima o poi” – come dice, lavandosi le mani, quel sadico vagamente somigliante a Sean Connery che e’ il mio ginecologo – c’e’ sicuramente il termine delle letture possibili. A meno che, come scrisse – nel suo diario, mi pare – Virginia Woolf: “Il paradiso e’ un infinito leggere“. Magari.

(Marilyn Monroe legge)

Questo pensiero se srotolato sembra lungo ma in realta’ dura un istante, e mentre leggo Capote, a notte fonda, il ragazzo sta ancora considerando la distanza tra New York e San Francisco, e’ ancora rapito dal Teatro di Figura di Bruno Pilz; siamo andati a vederlo esibirsi per due spettatori alla volta qualche sera fa, il suo spettacolo, Lacrimosa, e’ una specie di incanto cupo.

Continuo a leggere Truman Capote, che e’ cosi’, come l’effetto che fa, mi fa smettere di parlare, lo leggo mentre passano le ore e sento scivolare nella mente vagonate di idee multiformi, che lampeggiano e svoltano, nelle pieghe galattiche della mia immaginazione.

(Truman Capote)

Suppongo derivi anche dal fatto di capire profondamente quel suo sostenere per primo che il reportage puo’ essere un’arte raffinata “e nobile quanto qualsiasi altra forma di prosa“. Mi interessa il modo in cui riusci’ a trasformare, tenendo a mente intere conversazioni e senza l’uso di fastidiosi registratori o block-notes, il livello piu’ basso del giornalismo, ovvero l’intervista, in modelli perfetti come Il duca nel suo dominio, il ritratto di Marlon Brando.

Doveva essere uno stronzo irresistibile Truman, il tipo che finisci col cercare sempre per primo, capace di trasformare una conversazione origliata in un’opera d’arte.

Sei anni a sgobbare su un romanzo, senza la smania di pubblicare – mi vien voglia di abbracciarlo, di prendermi delle confidenze insomma – che lavoro, una cosa meravigliosa, e’ sempre duro, non c’e’ flemma. L’altro giorno, me ne stavo dietro le quinte di un antico teatro di provincia con un amico poeta, Pierluigi Mele, parlando di lui e di altri americani.

Da li’ a poco ci saremmo fatti strada, nel buio fitto del dietro le quinte – quando l’occhio di bue illumina il centro del sipario chiuso – per entrare in scena e introdurre il suo reading poetico.

(Pierluigi Mele)

Faceva freddo e Pierluigi non voleva togliersi la giacca, temperava la sua ironia sfottendo le ballerine che si riscaldavano coi loro esercizi nel favo di luce dei camerini, “attenta bella mia, cosi’ ti viene la sciatica!”, il libro che stavamo per presentare e’ profondo venticinque anni.

Venticinque anni di poesie come pesci presi in una rete e sgusciati via da un buco sul fondo, condensati nella mia preferita che a un certo punto fa cosi’: “… Lingua per nove natali/glossa ja’ ennea Kristu/ nove pasque le strofe/ennea Paskata es tiritere/nove mele d’addio/ennea mila sti kalin ora/nove veli la sorte/ennea veli i sorta/nove letti la luna/ennea krovattia ‘o fengo/nove orci di fichi/ennea kifinizzi afse’ sika/nove mandorle in dote/ennea mendule ja’ rucho/nove anelli di pane/ennea dattilidia afse’ fsomi’/nove gonne sfilate/ennea fustianu spammenu/lega un’alfa ai capelli/ denni mian alfa ta maddhia.

(le correzioni di Bob Dylan)

Mentre lui la leggeva, quella sera, pensavo a un personaggio ancora segreto, uscito dalla penna di Patrizia Caffiero per un testo che stiamo scrivendo a quattro mani. Ero andata a sedermi accanto a lei dopo aver introdotto la performance, sentivo Patrizia fare eco alla voce di Pierluigi, nove anelli di pane, sentivo rotolare come un cerchio d’oro la sua risata piccola, ridanciana.

In scena, mentre il poeta attore leggeva, con la sua bella voce arcobaleno, una ragazza bellissima danzava il suo assolo rovesciandosi i capelli neri nelle mani, allora Patrizia mi sussurrava all’orecchio: “Ecco, vedi? Quella e’ la sua proiezione”. Con la sua bellezza di moneta d’argento nella polvere, la danzatrice stava doppiando i versi, era un tradurre in sincrono, un mischio di mestieri.

(Bruno Pilz, mago e burattinaio)

Ho provato a non somigliarti e’ il titolo che raccoglie le poesie di Mele, lui ha superato i quaranta con la sua mimica irresistibile. Il teatro era pieno ed io non riuscivo a non pensare che in sala c’era, tra i pochi altri narratori e poeti viventi che posso dire di rispettare, Giuliana Coppola. Corti capelli bianchi, voce di mollica calda.

Mi venne in mente la volta in cui, durante un tragitto serale in automobile verso qualche presentazione, mi racconto’ di Maria Corti, che voleva essere portata nei luoghi segreti del confine di cui non si sentiva solo ospite. Credo di aver provato qualcosa di simile girovagando in Lucania, dentro una vegetazione fitta che mi arrivava ai fianchi, nei giorni in cui mi faceva da guida un’esile ninfa superba e liquida di vita.

Mentre Pierluigi leggeva le sue poesie, mi rendevo conto di quante scialuppe avesse lanciato alle parole nel corso degli anni, di quante finestre avesse scavato nel muro. Quel suo fare del linguaggio un’architettura e, da uomo di teatro, scipparti da dentro le emozioni.

Mi aveva colpito cio’ che aveva detto del suo editore, Cosimo Lupo, un omino impavido, felicemente assurdo, “l’unico capace di vendersi un furgoncino pur di consentire a un libro di poesia di nascere”. Del resto e’ stato il primo, che io ricordi, a credere in Fanculo pensiero, il romanzo d’esordio di Maksim Cristan, poi giunto alla corte di Feltrinelli.

(Maksim Cristan)

Ricordo ancora il giorno in cui invitai Maksim in redazione per un’intervista, non erano lontani i tempi del suo banchetto vendita improvvisato con una cassetta della frutta, la tovaglia presa in prestito da una chiromante, l’angolo di luce scavato ai bordi di una vetrina di libreria luminosa dove poi sarebbe entrato da protagonista.

Mi precipitai giu’ per le scale e lui disse, con tenerezza: “Piano Luisa, piano. Non correre cosi’ solo perche’ sono povero”. E comunque non solo gli artisti sono uno scherzo di natura, lo sono anche quelli che gli fanno avere carta sufficiente per farsi ascoltare fino alla fila piu’ lontana possibile. Me ne rendo conto ogni volta che sono costretta a ordinare un libro che non trovo subito sugli scaffali delle librerie, le ragioni possono essere le piu’ svariate.

(Maria Corti)

Il tempo e’ un buon lettore, meno superficiale di tutti gli altri, e spesso ripesca dei titoli dall’oblio, e’ il caso di Goliarda Sapienza e del suo L’arte della gioia. E’ il caso, a meta’, di Vittorio Bodini e penso, a proposito di doppiatori, alla sua traduzione del Don Chisciotte di Cervantes per i Millenni Einaudi.

Qualche settimana fa, raccontavo in una mail alla scrittrice e traduttrice Clara Nubile – bloccata dalla neve ad Anversa – della mattina in cui ho assistito alla cerimonia raccolta nel cimitero di Lecce, dove i resti del poeta e ispanista sono tornati, dopo un lungo esilio pieno di amore e odio per il Sud che osservava e raccontava.

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Conoscevo molte delle persone presenti, Livio Muci, che da anni e’ il mio editore e che riedita da un pezzo l’opera bodiniana, lo scultore Ugo Malecore che ha firmato il bassorilievo in terracotta, sotto i lineamenti di Bodini le sue parole tratte da La luna dei Borboni: Tu non conosci il Sud, le case di calce/da cui uscivamo al sole come numeri/dalla faccia di un dado.

Quel sud del mondo che Clara conosce e che ha riempito di viaggi e di distanze, nella sua ultima mail mi avvisa che e’ in partenza per l’India, piu’ che altro un ritorno. Da laggiu’ vengono molti dei suoi racconti migliori, quelli che ti afferrano la gola quando leggi il suo Tabaccherie orientali.

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(Clara Nubile)

A parlarmi di lei la prima volta fu la libraia Teresa Romano, eravamo nella libreria che apre i suoi battenti davanti alla fermata del bus, un pomeriggio, mi porse il libricino che ha come copertina la fotografia di un paio di piedi nudi su un lungomare. “Sono i piedi di Clara Nubile”, mi disse, poi chiuse gli occhi muovendo piano la testa, i bei capelli scuri, come chi ha appena annusato un aroma irresistibile, l’aroma di uno stile.

Da Clara avrei sentito dire, mesi dopo, la definizione migliore circa il mestiere del traduttore: “Tradurre è come fare una seduta spiritica. Spesso mi sento proprio così: una spiritista.” Per la puttana si’, ho pensato. E subito mi sono tornate in mente le traduzioni di Le ore, di Cunningham, a cura di Ivan Cotroneo e Alice nel paese delle meraviglie secondo Aldo Busi. Traduttori, doppiatori, romanzi viventi che impegnano le loro voci, come la Sirenetta di Andersen.

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(Pasolini in sala di doppiaggio)

Voci oscure, congegni trasparenti, luminosi come gioielli di Faberge’. E’ afferrando la treccia delle loro voci che si scala la torre senza porte, quell’altezza traguarda il mondo e, per un momento, ogni elemento della vita e’ il suono caotico, eppure abbagliante, di un’orchestra che accorda gli strumenti, prima di cominciare.

Immagino che Rosetta Calavetta si portasse la sua voce a spasso come se niente fosse, alla stregua della diva che doppiava, Marilyn Monroe, cosi’ brava a mimetizzarsi nella folla di New York, passeggiate intere senza mai essere stata riconosciuta, nemmeno dai taxi che cercava di prendere.

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(Kim Novak ripassa il copione di Vertigo)

E avra’ fatto caso, doppiando Kim Novak ne La donna che visse due volte che il suo personaggio e’ un impostore che dice la verita’?
E, cosa ancora piu’ interessante, James Stewart non si accorge che la Novak non interpreta per lui solo la parte di una donna perduta ma e’ quella donna.

E’ affascinante, se ci si pensa, e insieme crudele: spesso veniamo scambiati per altri proprio quando siamo noi stessi.

(“Vertigo”, music by Bernard Hermann)

Su Musicaos.it per gentile concessione dell’autrice
“Sirene”, Luisa Ruggio,
dentro Luisa – 10/1/2011