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Gennaio 2004 – Gennaio 2011 – Sette anni di Musicaos.it


2004 – 2011 Sette anni di Musicaos.it.

Grazie ai lettori, ai collaboratori, e a tutti quelli che chi hanno aiutato e che ci continuano a sostenere.
Musicaos.it – uno sguardo su poesia e letteratura” è una rivista online di letteratura, che è un portale, che è un sito. All’indirizzo di Musicaos.it potete trovare le istruzioni per collaborare. All’indirizzo musicaos.wordpress.com, questo sito, trovate le coordinate e i link per navigare nell’archivio della rivista, dal 2004 in poi. A questo indirizzo trovate tutto il materiale che viene pubblicato, i racconti, le recensioni, gli articoli, i suggerimenti di lettura.

“Anche quando i costi della rete saranno abbattuti, anche quando l’elettricità necessaria per accendere i computer, ai server e collegarsi ad internet sarà fornita da fonti energetiche rinnovabili e disponibili il libro non potrà essere rimpiazzato dall’e-book. Ci sarà sempre un servizio il cui accesso prevede un pagamento. Guattari in anticipo sulla diffusione della rete pensò un futuro ricco di password che aprono e password che chiudono, rubriche digitali dense di pin e numeri di accesso. Il tempo della lettura ed il tempo della scrittura, il tempo dell’ascolto e il tempo della ricezione. Il tempo è la misura dentro cui si iscrive la ricezione di un testo. Immettere contenuti, sia su internet che nell’editoria, in modo sempre più facile e veloce, dovrebbe responsabilizzare maggiormente chi questi contenuti gestisce. Le pagine su internet e le pagine di carta stampata sono miliardi. Come trovare la qualità? La qualità di una scelta, di una selezione, di un filtro, con l’avvento di internet hanno raggiunto lo stesso grado di importanza della qualità del testo stesso. E torniamo al punto di partenza. Le differenze tra internet e libro sono puramente tecniche. In sostanza i due mezzi seguono gli stessi percorsi di funzionamento. Sui manuali di html-design è consigliato di dare molta importanza ai contenuti nello sviluppo dei propri siti. Un sito può essere strabiliante dal punto di vista grafico della presentazione, tuttavia il motivo che ci fa tornare a visitare quel sito è il fatto che lì troviamo quel che ci serve. Lo stesso accade nei libri. Il libro dovrebbe essere l’oggetto par excellence orientato ai contenuti.”

Luciano Pagano, Webook,
9 gennaio 2004/3 febbraio 2004

Se volete comunicare direttamente con la redazione inviate un email a lucianopagano [at] gmail [punto] com

Per festeggiare il settimo compleanno postiamo una poesia postuma di Charles Bukowski, “e così vorresti fare lo scrittore?“.

Solo l'inferno è onesto. Silvia Rosa.


Silvia Rosa
Solo l’inferno è onesto.

” Io mi sento [...] Colpevole [...]
di aver creduto che il corpo fosse una
prigione e non il bozzolo del cielo”

Dome Bulfaro

Un taglio di luce abbagliante le incideva la pelle avvizzita.
Camminando svelta per la strada sparecchiata d’Agosto, una verga di luminosità pura e assoluta, a picco, lambiva il suo grembo rinsecchito, attraversandola tutta, senza proiettare intorno nessun cono d’ombra. Nessuna zona nera dove rifugiarsi, per scampare all’immagine nitida del suo corpo, scomposto in lembi luccicanti di carne giallognola. Una sensazione di immobilità faticosa la colse all’improvviso. Come fosse inchiodata all’asfalto, che pareva liquefarsi sotto gli affilati raggi solari di Mezzogiorno. Eppure stava quasi correndo, verso il portone di casa.
L’odore del suo sudore era così penetrante che restava a lungo nell’aria, come una nebbiolina acre e nauseabonda. In bagno si sbottonò la camicetta di cotone bianca, si sfilò la gonna ampia, tolse il reggiseno consumato e le mutande, che all’altezza dell’ombelico le avevano tratteggiato una linea zigrinata e violacea. Dalla specchiera i suoi seni cadenti, marchiati dalle grosse areole sfatte, ghignavano raggrinziti. I capelli radi appiccicati alla spaziosa fronte avevano un colore indefinito, untuosi e spolverati da scaglie di forfora grassa. Voltò le spalle a se stessa riflessa a metà, ed entrò nella doccia. Si insaponò strofinandosi con vigore, insistendo soprattutto sulle cosce flaccide e spugnose, sulla pancia prominente e sul viso.
Ma la bruttezza non si lava via. Lei lo sapeva bene.
Avvolta in un vecchio accappatoio si sdraiò sul letto. L’aspettava. Con l’orecchio teso cercava il rumore dell’ascensore che si arrampicava al piano, e lo sbattere della porta accanto alla sua. La musica dei passi di Doriana, di rientro dalle vacanze.
Sul comodino c’era il libro che le aveva regalato, con una dedica scritta in blu “A Marisa, Auguri di Buon Natale e Felice Anno Nuovo!”. Tutte le poesie di Manganelli. Lo aprì a caso. Pagina numero 73. Lesse il primo verso “Non tenterò più di risolvere…“. Scandendo bene ogni parola, recitò ad occhi chiusi: “Non tenterò più di risolvere le contraddizioni del mio sangue in un’esistenza funzionale: né di catalogare il mio disordine in archivi razionali; propone diversi più esaurienti sillogismi l’onesta dialettica della lenta malattia: imparo a memoria una imprevedibile chiarezza dentro il mio corpo che decade.
Il ventilatore frullava roteando da una parte all’altra della camera. Marisa si frugò tra le gambe, scorrendo lentamente le dita lungo il contorno spelacchiato del suo sesso, fino al vertice tenero di sé, che prese a pulsare lievemente. Un fremito di sterile piacere la scosse. E poi di nuovo quella sensazione di immobilità soffocante, e una tristezza di piombo che le sgocciolò nelle ossa. Pensò che certo Doriana non conosceva l’infinita solitudine di un corpo abbandonato all’indifferenza e all’incuria del tempo, che sfigura e deforma, crudele. Lei sì, invece. Ci conviveva ormai da anni, desiderando con ostinata disperazione di essere sfiorata da una carezza, stretta in un abbraccio. Toccata, dalle mani calde di un altro essere umano, ché la sottraessero all’involucro opprimente di se stessa, restituendola alla vita. Certe notti insonni ascoltava attenta, al di là della parete, Doriana che faceva l’amore. Immaginava di trovarsi al suo posto. Sognava di essere lei. Giovane e bella. Amata.
La prima volta che l’aveva vista, quell’Autunno, era rimasta colpita dall’inusuale bellezza del suo volto: due vivaci occhi di cioccolata dall’espressione fiera, il naso sottile e lungo, le labbra impigliate in un perenne broncio infantile, il mento piccolo e un poco appuntito, in una cornice vaporosa di capelli corvini. Inclinava la testa da un lato, quando rideva. E profumava di vaniglia. Con una voce fresca e allegra, davanti alla buca delle lettere nell’atrio del palazzo, si era presentata: “Buongiorno! Sono la nuova inquilina del quarto piano, mi chiamo Doriana.”
Dopo quell’incontro Marisa aveva cercato ogni occasione per conversare con la ragazza, per rubarle parole che, come pezzi di un puzzle, pazientemente raccoglieva, ordinava, metteva insieme, finché l’esistenza di quella sconosciuta le divenne familiare e prese ad appassionarla più della propria, squallida e grigia. Aveva bisogno di sapere tutto di lei. A volte, con urgenza, suonava il campanello. Una scusa qualsiasi, e le entrava in casa. Doriana era una farfalla colorata che si agitava leggera tra il tavolo e le sedie: “Ti preparo un caffé…Ah, non sai che cosa mi è successo oggi a scuola…Ma tu come te la cavi con quelle arpie nevrotiche delle mamme dei tuoi? Io, guarda, un giorno di questi ne mando a stendere qualcuna. Ma che cavolo…c’hanno dei comportamenti che neanche i figli di sette anni…” Maestrina appena laureata, al primo impiego, le chiedeva spesso dei consigli. Allora, come si fa con una bimba dagli occhioni sgranati di curiosità, Marisa raccontava una favola sempre nuova. Quello che in più di venticinque anni di lavoro avrebbe dovuto imparare, se essere una buona Professoressa di italiano in una scuola media le fosse interessato davvero qualcosa. Non gliene importava nulla, invece. Quei quattro ragazzini impertinenti non si meritavano niente di niente. Pensavano che fosse una stupida, che non si accorgesse dei soprannomi offensivi che le affibbiavano, delle risatine quando entrava in classe, delle smorfie che mimavano fra loro ad imitare la sua faccia?
“Brutta scrofa!”, s’era sentita sputare con veemenza da un suo allievo, esasperato dall’ennesimo ‘insufficiente’ che, in verità godendo assai, con le mani tozze gli aveva ricamato sul registro. Lo sciocco s’era fatto sospendere e la bocciatura, probabile per via dei brutti voti, era diventata sicura a causa di quello sfogo. A seguito di quell’episodio, sui muri dell’edificio scolastico era comparsa una scritta in verde: “La Ferri è una racchia puzzolente”. Il Preside aveva definito l’accaduto “gravissima mancanza di rispetto”, accalorandosi tutto in una noiosa ramanzina circa il “vergognoso atteggiamento di chi denigra una persona per il suo aspetto fisico”, e con voce un poco stridula e teatrale gesto della mano levata verso il cielo, aveva avvertito gli studenti, convocati in assemblea straordinaria nella palestra dell’Istituto, “della pericolosità di certe discriminazioni”. E a concludere, dopo un greve silenzio, aveva aggiunto sospirando: “cari ragazzi, non si giudica qualcuno dall’apparenza fisica…ci sono cose più importanti…valori…”
Marisa scoprì le gengive in un acido sorriso. Ipocrita, sussurrò girandosi su un fianco a cercare il mulinello d’aria fredda che il ventilatore alzava ora alla sua sinistra. Proprio lui parlava, lui che a cinquant’anni suonati aveva piantato la moglie per mettersi con l’amica ventenne della figlia. Lui, che con atteggiamento paterno non perdeva occasione di chiacchierare con le quattordicenni più procaci, sogguardando lascivo le loro scollature, il vortice voluttuoso dei loro ombelichi esposti generosamente, la carne florida e immacolata delle loro natiche, debordanti dai pantaloni strizzati, sode e rotonde come il più gustoso dei frutti proibiti.
Un’amara riflessione le corrucciò d’un tratto l’angolo della bocca, appuntandosi in una ruga verticale tra le due sopracciglia. Tutto si riduce infine a questo. Al banale gioco perverso del “guardare e non toccare”. I corpicini delle giovanissime resi oggetti di desiderio, ambiguamente impacchettati in succinti e provocanti abiti all’ultima moda, offerti alla vista degli adulti, a cui si vieta di possederli, ma non di usarli. L’avvenenza inquietante dei corpi di plastica delle pubblicità, levigati e perfetti, senza odore né sapore, senza anima e senza età, troneggianti su giganteschi cartelloni sospesi a mezz’aria, ammiccanti dalle riviste patinate, prestanti e tonici nelle movenze da marionetta in televisione. Idealizzati e irraggiungibili. Da venerare, come nuovi Dei, feticci e simboli di un’epoca visionaria d’ombre e di fantasmi, di schermi ipertecnologici dietro cui nascondersi, avvicinandosi virtualmente per essere ancora più distanti. Guardarsi e non toccarsi, nella metropolitana gremita o di Sabato pomeriggio negli affollati centri commerciali. Corpi che si scontrano, senza incontrarsi mai. Impenetrabilità delle loro scorze molli solo in superficie. Scrigni inaccessibili invece, monadi di solitudine feroce, frammenti di un’umanità impossibile da ricomporre. Aggrappati ‘agli appositi sostegni’ per non correre il rischio di farsi male, perdendo l’equilibrata posa di statue immote, o al carrello della spesa per colmare di inutilità l’abisso di vuoto che si apre in ogni gesto. Non toccare e non guardare i corpi segnati dalla malattia, relegati in asettiche celle numerate di macroscopici alveari, lontani, rimossi, come la parola più autentica inscritta nel sangue…il dente della morte che rosicchia la carne, paziente…e ci salva …Il mio corpo come una prigione, orribile… Nessuno preme sul mio corpo cercando il denso suono del mio piacere…liberandomi…
Immagini di rosee nudità si affastellarono nella mente affievolita di Marisa. Confuse orge di labbra spalancate come gallerie buie, di mani chiuse in pugni serrati, di cosce umide di saliva, di membri minacciosi che svettavano da nere praterie di peli attorcigliati, di occhi svuotati, e poi il cadavere enfiato di sua madre nella chiesa gelida e le sue scarpe lievi di bambina, l’urlo di dolore annegato nel segno della croce, la risata turchina di Doriana e il cuore che danza di vita e batte, batte forte, batte rumoroso.
Si svegliò di soprassalto. Da quanto dormiva? Il muro tremò un’ultima volta. Doriana era ritornata e stava picchiando, batteva contro la parete. S’alzò di scatto, si disfò dell’accappatoio e si rivestì in fretta, corse in cucina, prese il sacchetto poggiato in un angolo e fu davanti alla sua porta.
“Bentornata! Stamattina sono stata al supermercato e ho pensato di portarti del pane…qualcosa da mangiare …”
“Marisa! Ciaooo! Ma Grazie… non dovevi disturbarti! Sei sempre così gentile! Vieni, entra, non guardare il casino. Stavo attaccando un quadretto che ho comprato in vacanza…ti piace? Non ho saputo aspettare, lo volevo appendere subito, non è carino?”
“Molto… si adatta bene anche all’arredamento.”
“Vero? Lo dicevo io! E guarda qua: un’altra pazzia…questo mese mi sa che devo chiedere i soldi ai miei per l’affitto, ho speso un patrimonio!”
Dal borsone riverso sul divano estrasse un lungo vestito di seta cremisi, con le spalline tempestate di strass, accostandoselo addosso. Marisa deglutì sentendosi raschiare la gola. Pensò che lei non aveva mai indossato niente di simile in tutta la sua vita.
“Volevo mettermelo domani per il compleanno di Giacomo…Però, uffa… va accorciato, no?”
“Posso farlo io, se vuoi. Provatelo con le scarpe. Mi servono solo degli spilli per prendere la misura.”
Poco dopo Doriana, con la pelle imbrunita e le spalle scoperte, al centro della stanza, fasciata nella morbida stoffa rossa, sorrideva di gratitudine. Marisa abbracciava la scatolina del cucito e l’ammirava. Tentò goffamente di chinarsi per afferrare l’orlo dell’abito, ma il suo corpo l’ingombrava. Si ribellava sempre, sempre, come fosse stato altro da lei. Doriana notò che faticava ad abbassarsi. Allora avvicinò una sedia e agile, tirandosi su il vestito fino a svelare le ginocchia, ci salì sopra, traballando sui tacchi dei sandali di vernice nera, “così sei più comoda…”.
Persino i suoi piedi erano incantevoli. Con le piccole dita appena arcuate e le unghie come zuccherini bianchi. Le stava raccontando del mare, ma Marisa sentiva solo un fruscio in cui nessuna parola era più distinguibile. Provava l’impulso irrefrenabile di afferrarle una caviglia, di morderle il polpaccio, di toccarla e stringerla a sé, fino ad essere una sola persona con lei, fino ad essere lei.
“Ma che cosa stai facendo?” La voce dura come uno schiaffo la ferì inaspettatamente. Incrociando gli occhi della ragazza colmi di ribrezzo, smise di accarezzarla, umiliata dal suo rifiuto, sentendo crescere dentro di sé una collera cieca. In una frazione di secondo, con una spinta violenta, scaraventò Doriana a terra. Distesa e inerme, così vulnerabile e fragile, era ancora più bella, insostenibilmente bella. Marisa si mosse come un automa verso l’acciaio rilucente del martello dimenticato sul tavolo, lo impugnò e prese a colpirla furiosamente. Infieriva con tutte le sue forze. Con ogni colpo voleva toglierle via quella grazia ingombrante e inutile, che odiava e al tempo stesso avrebbe desiderato per sé, voleva rimuovere il guscio del suo corpo ed arrivare alla polpa vivida di lei.
Quando fu esausta si fermò ansimante, accucciata nel sangue accanto al corpo senza vita di Doriana. Si accorse solo allora che la mano destra della giovane era scampata alle terribili lesioni inflitte, conservando intatta la sua forma delicata. Se la portò alle labbra baciandola, succhiando avidamente quel tepore. Dalle profondità più recondite del suo essere baluginò il ricordo lontanissimo del calore di un abbraccio assoluto, di un amore incondizionato, di uno sguardo che non s’era mai fermato alla laidezza della sua figura, ma che era andato oltre, l’aveva trovata, accolta, l’aveva posseduta completamente. L’incontro perfetto di due corpi, fusi insieme in uno, indistinti in un respiro. Uno dentro l’altro. Mamma…Mormorando quel nome Marisa provò una tristezza inconsolabile, impastata di smarrimento e rabbia. Perché mi hai abbandonato, mamma? Mi ha lasciata sola e avevi giurato di non farlo mai. ‘Staremo sempre insieme’, dicevi. Bugiarda. Menzogna e tradimento…solo questo esiste…E solitudine…non c’è rimedio alla solitudine…alla condanna di questo corpo che ci separa e ci imprigiona… divorato dal tarlo della morte… Doriana, amore? Non mi rispondi? Perché non mi vuoi, perché?
Marisa fissava l’anellino d’argento nell’anulare di Doriana. Voleva piangere, ma non ne era più capace. Quella mano fra le sue divenne pesante come un macigno. La sentiva bruciare, come fosse divorata dal fuoco. Riafferrò il martello, contrasse i muscoli del braccio e le si avventò contro percuotendone ritmicamente le nocche. Con una voce roca, che non le parve più sua, biascicò adagio: “Rinuncia alla mano dell’amica, la sosta assurda della mano nel giro di altre dita: solo l’inferno è onesto…Nega l’elusiva sosta di un dialogo di frode, segna con l’unghia…il segno della fine. Sdràiati nel centro dell’inferno, riconosci i confini del girone astratto, conclusivo. Non cedere ai cattivi sillogismi d’una divinità qualunque: solo l’inferno è onesto solo l’inferno è onesto solo l’inferno è onesto solo l’inferno è onesto solo l’inferno è onesto solo l’inferno è onesto solo l’inferno…
Quando smise di ripetere l’ultimo verso della poesia, di quel corpo massacrato restavano solo brandelli. Allora, con sgomento, si rese conto che di Doriana non rimaneva più niente.

(photo by flyzipper)

Palco 5. Enrico Martini


Enrico Martini
Palco 5

Palcoscenico del Teatro Giuseppe Verdi di Brindisi

Di nuovo scese la notte sul teatro d’opera e la sonata dei sussurri riprese.
-Chi l’avrebbe detto? Il teatro, il gran teatro d’opera è sopravissuto al crollo! Il palco 5 è distrutto, invece. Ma ora lo restaureranno, ha sentito? Vedrà: sarà un palco meraviglioso, con mille bocche per i suggeritori, spalti a perdita d’occhio. E poi le luci…sì, le luci, con effetti da lasciare a bocca aperta. Ne ho ideato anch’io di nuovi, meravigliosi, sa? E poi le quinte! Lei non può immaginare cosa si celi dietro quelle tende.-
Erik strinse a sé la scopa, struggendosi d’emozione, quasi stesse recitando una di quelle arie d’opera per cui aveva vissuto: la carezzava, la scherniva, abbozzava qualche passo di danza, la traeva a sé e poi la respingeva.
Nel frattempo puliva. Puliva, puliva, puliva. Polvere su questo, polvere su quello.
I corridoi sembravano tappeti farinosi, i saloni piazze di pietra morbida, le trombe delle scale di legno marcio e di taffettà grigio; le stanze non aerate puzzavano di polvere stantia, i camerini di cipria di eternità e dai camini veniva un olezzo di zolfo e dimenticanza.
Non vedeva altro che polvere. Sembrava impossibile quanta se ne potesse accumulare. C’era uno strato morbido e uniforme. Gli pareva ricordasse quella carta grossa, quasi brufolosa ma soffice al tatto, che si usava per gli inviti per ospiti di rango.
-La signoria vostra è invitata alla prima rappresentazione de “Il Don Giovanni trionfante” all’antico teatro d’opera, presentato nella sua nuova elegante veste.-
Ah! Il suo sogno, il suo desiderio più grande! Vedere la sua opera rappresentata in quel teatro, nella culla stessa dell’arte.
-Il palco 5….il palco 5 sarà perfetto per quella rappresentazione. Basteranno alcuni ritocchi. Ha sentito, no? Vogliono ristrutturare il teatro. Riportarlo al suo antico splendore e il palco 5 sarà il suo fulcro, la gemma più splendente del diadema.-
Ma intanto c’era quella polvere a cui pensare. Doveva darsi da fare o il padrone non lo sarebbe stato a sentire.
Antonio Pironi, il padrone. Se ne raccontavano di storie su di lui, che era un cinico, che gli interessavano solo i soldi, ma Erik sapeva che non era vero. Aveva portato l’opera nel paese e questo genere di arte era diventato l’emblema stesso della città. Quello spazio, senza di lui, sarebbe rimasto solo un prato per ospitare gli acrobati del circo. Sì, certo: forse un teatro d’opera lo aveva arricchito, ma quanti avevano conosciuto la fortuna grazie a lui? E ora poteva essere il turno di Erik. Non più solo un’ombra che si muove dietro le quinte, non più solo un garzone.
Il suo progetto, la sua opera, l’avrebbe fatto. Rifulgere come una nuova stella. Tutti lo avrebbero acclamato
-Vedrà, vedrà. Grideranno il mio nome.-
Se solo questa polvere se ne fosse andata. Eppure, più lavorava, più si impegnava, più gli sembrava che non un solo granello si fosse mosso. Anzi. Sembrava quasi moltiplicarsi, inglobando tutto, nascondendo al mondo le cose, importanti o meno che fossero, sotto un velo di dimenticanza.
Ma ora…Dov’era il suo libretto? Dov’era la sua opera? Anche lei sotto la polvere del palco 5?
Prese fiato.
Con tutto quel lavorare, smuovere spostare, mobili e orpelli pieni di polvere, l’aria si era fatta irrespirabile. Gli sembrava che i suoi polmoni non ricevessero ossigeno da secoli. Quasi fossero anche loro sotto strati di polvere grigia.
-Allora, che ne dice: piacerà?- disse, appoggiandosi ansimante a un pianoforte cabinet.
A quell’uomo in frac piaceva ascoltare i sogni della gente e, se possibile, realizzarli. Non era propriamente un filantropo, ma se faceva una promessa si dannava per mantenerla. Ma nel caso di Erik…
-Temo di no.-
-Come? Eppure l’ha letta. Sa che è una grande opera. L’ha detto anche lei: il mio nome risuonerà sul palco 5!-
-Già, il palco 5. È da quando ti è caduto in testa il soffitto che continui a fissare quel cartello e alla fine ti ci sei affezionato, vero? Quant’è che sei lì? Quaranta? Cinquant’anni?
-Ma cosa dice? Non vede che sono in formissima! Nel fiore degli anni…-
Erik non capiva. Quell’uomo in frac non l’aveva nemmeno guardato.
Era passato oltre, si era chinato e aveva spostato un po’ di polvere, là dove non era ancora stato pulito.
-Già, magro sei magro.-
Tra i calcinacci e pezzi di trave del soffitto caduto, c’era uno cadavere mummificato vestito come Erik, che stringeva al petto un libretto, rannicchiato sotto il tavolo che guardava con la profondità delle sue orbite vuote l’indicazione per il palco 5.
Il volto del ragazzo era terrorizzato. Non poteva essere lui, quello.
Era vivo: aveva pulito quel posto per settimane, in attesa che arrivasse il padrone con i restauratori. C’era solo un po’ di polvere qua e là, ma bastava un colpo di straccio, così…ma quanto tolse la mano, nessuna orma rimase sul pianoforte.
-Non disperarti. Se tu non fossi morto, io avrei realizzato il tuo desiderio e la tua anima sarebbe stata mia. Invece, ora sei libero. Si sono scordati del palco, si sono scordati del teatro. E ora, per tua fortuna, come loro, io mi scorderò di te…-
Quel signore in frac guardò con tristezza l’ultima emanazione di Erik svanire come un fuoco fatuo.

Alle tre di un venerdì pomeriggio, il vecchio portone di accesso al palco 5 venne abbattuto. L’equipe degli operai addetti al restauro aveva cominciato il sopralluogo, per rendersi conto dei danni effettivi ai locali.
-E così tu saresti “la gemma più splendente del diadema”?- disse il capo cantiere. -Sarà una bella sfida riportarti al massimo splendore.-
Non aveva finito di parlare che un urlo squassò la calma che permaneva lì da decenni. Si aspettavano di tutto, ma non di trovarvi un cadavere mummificato di un uomo, probabilmente imprigionato in seguito al crollo di 147 anni prima. Ma la scoperta più sensazionale fu il ritrovamento vicino alla mummia di un libretto d’opera del tempo, che riportava il leggendario “Don Giovanni trionfante”, da tempo oggetto di un vera e propria serie di leggende.
Forse fu proprio per questo clima di mistero che in molti dissero fin da subito di aver visto una figura oscura aggirarsi nel labirinto di botole.
-Capo, ma sei proprio sicuro di non aver notato niente?-
-No, Binelli: io non l’ho visto “quell’uomo in frac ghignare nel buio”…-

§

Undici ballate, undici racconti. Una raccolta di novelle ma anche una compilation musicale. “Songs of Faith and Devotion” prende spunto da undici brani musicali di vari artisti per narrare altrettante storie d’amore. Come suggerisce il titolo, anch’esso preso a prestito da un celebre album dei Depeche Mode, le diverse declinazioni dell’universo amoroso ( fede, devozione, ma anche amore paterno, carnale o ossessivo) si susseguiranno durante la narrazione, portandoci in mondi dove reale e fantastico si sfioreranno, procedendo di pari passo con la colonna sonora, alternando un ritmo lento a uno più sostenuto, in battere e in levare.

Songs of Faith and Devotion” è il primo libro di Enrico Martin, edito da Altromondo Editore

Il baleniere. Racconto di Marco Montanaro


Cliccando sull’immagine potrete scaricare il PDF del racconto “Il baleniere” di Marco Montanaro. Una de-scrittura ispirata alla mitologia della Balena e delle Baleniere, un quadro sospeso al di fuori del tempo e dello spazio che riesce a conservare tutta la poesia dell’originale a cui si ispira. Un racconto imperdibile da mozzare il fiato. Buona lettura.

Hai sentito il battito?


Giovanni Padrenostro
Hai sentito il battito?

L’illuminazione della toilette è tenue, ombre ritagliano ampi spazi sulle pareti scalcinate, allungando e distorcendo come candele confuse i loro confini, aprendosi come soffice venatura verso invisibili punti; ho l’impressione di aver strappato gli incubi al mio sonno inquieto.
Il mio viso, abilmente imitato dalla trasparenza dello specchio, è frastagliato da spezzature vitree che restituiscono frammenti, parti separate: un occhio indagatore, un labbro ridotto a sottile linea rosea, una ciglia spezzata.
In mente mi ritornano come echi in corridoi di memoria alcune frasi: Ma chi sei veramente? Sei per caso quel ragazzo bastardo? Oppure quell’altro chiuso e taciturno? O quell’altro ancora estroverso e per i fatti suoi? O no? Sei quel magnifico ragazzo così dolce e sensibile come un grande artista dai mille pensieri?… perché non ti metti alla luce…
Qui c’è poca luce e il mio viso è una scheggia impazzita.
Prendo dalla tasca destra della giacca nera una piccola foto, e mi appaiono i suoi occhi neri e tristi, profondi spazi di solitudine, i capelli corvini, il viso fino e appuntito come una lama che trafigge ma non uccide.
A volte ci sforziamo in vicoli ciechi sbattendo ripetutamente la testa, sperando in una ricompensa che tarda e molto probabilmente non arriverà mai.
Ovunque sei, che tu sia felice.
Il rum che ho bevuto circola nelle vene, ho bisogno di camminare.
Esco dalla toilette e mi avvicino al bancone; chiedo un rum e pera al barista, un tunisino dallo sguardo inespressivo, lo bevo ed esco.
Accendo una sigaretta e alzo lo sguardo verso il cielo, tempestato di grigio, che questa sera accompagna i miei folti pensieri.
Abbasso lo sguardo e appare il mio angelo.
“Dove eri finito?”
“Problemi!” e faccio un segno circolare in testa con un dito.
“Ho finito le sigarette. Vado a comprarle. Vieni con me?”
“Sì!”
Abbandoniamo il brusio che irrimediabilmente inizia ad accumularsi davanti al locale.
Camminiamo con passi lenti e asimmetrici, altalenanti come barche attraccate ad un molo, avvolti dai colori della notte.
Osservo il suo viso dalle mie iridi nere e cupe: i lunghi capelli biondi e lisci, le grandi labbra, gli occhi fulgidi, un piccolo anello che decora il naso, una leggera cicatrice risale dalla parte destra del collo, una cicatrice di cui lei si vergogna un po’ ma che io vorrei baciarle qui, in questo momento mentre mi racconta schegge della sua vita.
All’improvviso piccole ed impercettibili gocce cadono sui nostri vestiti, alcune me le sento addosso come una benedizione, le sento scivolare lentamente tra le trame dei miei capelli.
La mia auto è ad un passo ma mi fermo immobile ad accogliere le lacrime pure del cielo.
“Entriamo in macchina…” mi dice.
Le stille che hanno per un attimo condotto la loro esistenza sulle sponde dei miei contorni, adesso spengono la loro breve e intensa vita sui finestrini della mia auto tratteggiando vaghe linee trasparenti.
“Sembra…come se non volesse smettere…mai…”
“Ti fa paura?”
“Sono qui con te…”
“Potremo far smettere…”
“In che modo?” sorride
I suoi occhi mi fissano a lungo in un profondo eco di luce e fulgore, di fuochi e rose.
“sai… io… noi potremo fare in modo che finisca… a volte…”
Le prendo dolcemente il viso con le mani e la bacio, a lungo.
Il battito della pioggia scema lentamente fino a spegnersi del tutto, volgo lo sguardo sullo specchietto dell’auto e ritrovo la mia immagine.
Accendo la radio, lei si toglie la maglia rossa, ci baciamo; le sfilo il reggiseno, avvicino le mie labbra ai suoi seni rosei e sento il battito del suo cuore, mentre i Modena City Rambles cantano:  “…in un giorno di pioggia ho imparato ad amarti, mi hai preso per mano portandomi via…”.
La sua mano sopra la mia mentre cambio marcia al motore. I nostri occhi sono lucenti e pieni di speranza. L’odore del suo sesso è impreso sull’atmosfera che si infrange sui vetri e il sapore di pioggia umida che filtra dalle sottili aperture dei finestrini si impregna del suo profumo. Poi, il rumore ruvido dello stridere di copertoni usurati dall’asfalto e il suono metallico di velocità in frantumi spazzano via ogni sapore. Un urlo tagliente come il soffio di una fiamma ossidrica che fora il cuore apre la notte.
Luci confuse e frammentate si mescolano in un tripudio di caos. Ho in bocca il sapore amaro della morte. I suoi occhi sono nascosti. Sono incastrato tra pezzi di alluminio e plastica e sento sparsi sul ventre il peso leggero di resti di vetri spezzati. Allungo la mano verso la mia destra. Solo plastica lacerata. Alcune ombre mi circondano. Sollevo la mano verso la testa, sto perdendo molto sangue. Cerco di uscire ma le gambe non rispondono.
Fuori ci sono lamiere cosparse di colori caldi che graffiano il cemento. L’asfalto è una lava incendiaria di rottami e sangue. Spingo con forza lo sportello dell’abitacolo. Cado per terra. Le ombre si avvicinano. Sento guaire delle sirene. Un brusio impercettibile di voci. Striscio come un lombrico per terra. Cerco di trovare le forze per alzarmi. Qualcuno o qualcosa cerca di fermarmi. Le sirene guaiscono più intensamente. Desisto, sono debole. Cerco i suoi occhi in quella confusione di suoni e ombre ma vedo solo tante scarpe che si muovono lentamente, indecise, sull’asfalto freddo e nero. Figure geometriche in ribellione. Sangue e materia. Le luci dell’autoambulanza illuminano e accecano i miei occhi. Mi sforzo di vedere oltre quella immensa prateria di cuoio e pelle. La pioggia inizia a cadere lentamente. Alcuni uomini con delle barelle escono dall’autoambulanza. La folla si apre, gli uomini vengono avanti. Cerco i suoi occhi e trovo il suo corpo sopra il cofano dell’auto che ci ha tamponato. Mi dà le spalle. Mi ha abbandonato. Il sapore della morte si fa più amaro. Le lacrime di sale scendono toccando il cemento ruvido.
Un medico scuote la testa. Altri uomini cercano di mettermi sulla barella. Non lo sentite questo odore acre. Non ha battito, il suo respiro è nell’aria che ci circonda. Smettetela! Non respirate, non la consumate. La sua anima sta fluttuando tra le fitte luci bluastre della morte. La mettono sulla barella come una cosa, un oggetto guasto e la coprano con un lenzuolo bianco. Adesso cercano di portami via. Il sapore si fa più intenso, sorrido. Presto, i nostri occhi si rifletteranno. Ancora e per sempre, io sentirò il tuo battito.

Al presente non si comanda


Daniela Rindi
Al presente non si comanda

Tu mi piaci, io ti piaccio, forse mi ami, forse ti amo. Si, ci amiamo. Vado a comprarti un anello così ci fidanziamo. Ci sentiamo meravigliosamente innamorati. Passano un paio d’anni e ti porto un altro anello, più costoso e ci sposiamo. Facciamo subito un figlio, bello, intelligente e, perché no, già ricco.

Il figlio ci riempie di soddisfazioni: è il primo della classe, suona due strumenti e vince sempre un sacco di medaglie nello sport. A che serve un figlio se non a questo? Ne siamo proprio orgogliosi, mica ce ne vergogniamo. Allora meglio due, così facciamo scopa, oltre che a scopare.

Questa volta è una femmina, perché la coppia mista ci vuole, è più completa. Formiamo un’ incantevole famiglia felice. Anche lei è bella, intelligente, un po’ meno ricca, perché una parte se l’è già presa il fratello. Il maschio ci costa un po’ di più, ma io lavoro sodo per non far mancare nulla a nessuno. Anche lei da tante soddisfazioni, altrimenti che gusto c’è.

Compriamo anche un cane, quello della pubblicità che insegue i rotoli di carta igienica, è simpatico, è bello e poi ce l’hanno tutti.

I figli crescono, si sposano, fanno figli a loro volta e noi diventiamo nonni, oltre che vecchi. Ci divertiamo ad andare ai giardinetti con loro, da soli è un po’ noioso. Giochiamo ai bravi nonni e così abbiamo un tornaconto: non veniamo sbattuti all’ospizio.

C’è tanta considerazione così e a noi ci piace. Poi uno dei due muore, forse io, forse tu, magari assieme. Se muori prima tu, io non mi consolo e deperisco ogni giorno di più, fino a raggiungerti in breve nella fossa.

Se muoio prima io, tu deperisci lentamente fino a raggiungermi nella tomba di famiglia. Chi prima, chi dopo che importa, finiamo insieme comunque. Se però ci spegniamo all’unisono è meglio, nessuno dei due deperisce o soffre.

Veniamo seppelliti insieme, meglio cremati. Lasciamo tutti i risparmi di una vita, anzi due, ai figli. Si spendono tutto fino all’ultimo centesimo e poi ricominciano da capo, loro.

Noi non abbiamo più problemi, abbiamo tutta l’eternità davanti… se esiste, altrimenti finisce tutto così e buonanotte.

Dentro gli occhi. Un racconto di Silvia Rosa.


Silvia Rosa
Dentro gli occhi

Non riuscivo neppure a guardarlo.
Ma guardarlo era ciò che più desideravo al mondo. Attraversare il sentiero del suo corpo, fermarmi all’ombra delle sue ciglia corvine, scivolare con lo sguardo acceso lungo i contorni increspati della sue labbra, che a volte si aprivano improvvise, esplodendo in una risata, come nuvole d’estate in perenne movimento. Seguire le linee precise e definite delle sue mani, ancora sconosciute, osservarne ogni dettaglio. Sostare, con l’avidità dei miei occhi affamati, nell’incavo pulsante di vita e calore del suo collo, che solo raramente si offriva alla vista, libero dal cappio floreale di qualche buffa cravatta, e dalla stretta ostinata del primo bottone della camicia, celeste grigia rosa a righe blu e rosse…Chissà che cosa si celava sotto la carezza ruvida della stoffa. Avrei tanto voluto vedere tutto di lui. E quando dico tutto, intendo proprio tutto. Non mi bastava svelare il segreto della sua pelle, imparare a memoria la geografia dei suoi nei e delle sue piccole cicatrici, conoscere l’involucro guizzante e mutevole del suo sesso. Io volevo andare oltre. Volevo guardarlo dentro. Interiormente.
Non mi fraintendere, Gentile Lettore.
L’espressione “guardare dentro” significa, certo, nell’accezione più comune, conoscere di qualcuno, che ci si presenta dinnanzi, in tutta la cruda verità del suo essere (prima di tutto?) un Corpo, anche ciò che di impalpabile racchiude in sé, i suoi moti interiori: le emozioni, i sentimenti, i pensieri. Insomma, sapere chi è davvero.
Ecco no, io non cercavo di cogliere l’essenza di quell’uomo. Io volevo vedere minuziosamente ogni particella di materia vivida e sanguigna, che componeva lo splendido e desiderabile arabesco della sua figura. Volevo schiudere, come fosse un guscio vellutato e fragile, la sua carne d’oliva, che proteggeva il regolare scorrere -sordo e ottuso- della Vita al suo interno.
Bramavo di scrutare il fluire del suo sangue denso e vischioso nel lume delle arterie e delle vene bluastre, cunicoli tesi e circolari e avviluppati intorno agli organi e dentro, dentro di loro. Guardare il movimento ritmato che scuoteva il suo cuore, seguire il labirinto delle sue viscere molli, calarmi nei suoi polmoni ed osservare i refoli d’ossigeno trasformarli in palloncini. Volevo guardare com’era il suo cervello, il colore della sua ragione, le strade in cui correva la logica delle sue parole, il rifugio dei suoi ricordi traditi.
Desideravo farlo a brani con il bisturi preciso del mio sguardo implacabile.
Amico Lettore, cerca di comprendermi. Alcune ossessioni baluginano all’orizzonte come devastanti tornado, che spazzano via quel poco che in certe aride terre riesce ad attecchire. E in me il pensiero di lui e del suo corpo di muscoli a fasci compatti, di ossa dal biancore angelico, di umori acri che sgocciolavano, stilla dopo stilla, producendo la misteriosa musica degli abissi marini, di sapori e profumi dolciastri, di cellule invisibili che io volevo passare al vaglio d’un microscopio inesistente, quell’anelito scabroso di lui, aveva allignato come gramigna nella prateria del mio ventre, senza che io me ne rendessi conto. E  quando mi accorsi che non riuscivo a guardarlo senza provare una fitta di spillo all’ombelico e poi un fremito leggero lungo le gambe, allora, fu troppo tardi per scappare. Ero presa nel vortice a spirale della più violenta delle tempeste. Non avevo via di scampo.
Accorto e Savio Lettore, tu, lo so, avrai già capito che una siffatta e insana brama di guardare, possedere completamente con l’umida conchiglia piena degli occhi, un corpo altro da sé, nella sua sincera nudità, in ogni suo caliginoso e segreto anfratto, e poi ancora più giù, più in profondità, più all’interno, altro non è che una perversione, pericolosissima, giacché inevitabilmente, ad un certo punto, quel desiderio smanioso non si soddisfa più con insipidi assaggi lattiginosi che immaginazione e fantasia cuociono lentamente, ma pretende ed esige concretezza di sangue, si affaccia alla coscienza e grida il suo bisogno di voluttà. E chiede carne viva.
Ma io ti giuro, Caro Lettore, non lo sapevo. Mai avrei pensato di ritrovarmi in quella radura devastata dal passaggio impietoso dell’ossessione per un corpo, il suo, da divorare tutto, con le mie pupille impazzite.
In principio pensavo d’essermi semplicemente invaghita di lui. -Lo desidero-, mi dicevo, -tutto qui; quando lo vedrò nudo e sentirò il suo corpo muoversi nel mio, mi dimenticherò di me stessa e dei miei grevi pensieri-, che, invece, sempre più insidiosi ed insistenti mi colavano addosso, di piombo, togliendomi il respiro.
E immaginavo come sarebbe stato sentirlo mio, spiando di sottecchi la più autentica delle espressioni, quella del godimento puro. Tutti gli innamorati vogliono guardare l’oggetto della loro passione. Non c’è nulla di strano, non è vero Saggio Lettore? Non è capitato anche a te?
Però ammetto solo adesso – tardi, purtroppo-, che di notte, nell’abbandono innocente del sonno, presero ben presto a visitarmi sogni insoliti, dai quali mi risvegliavo puntualmente madida di sudore, agitata. No, eccitata. Questa è la parola giusta, che allora non riuscivo ancora a pronunciare.
C’era il suo corpo, che si dava a me, ma io non sentivo niente. Era come se fossi evanescente. Lui era dentro di me, ma io, io non c’ero, non abitavo il mio corpo, apparentemente privo di vita. I miei occhi solamente si muovevano, rapidi. E schizzavano via, all’improvviso, rotolavano sulla sua schiena, che a contatto con essi diventava trasparente. Vedevo allora tutta la complicata architettura del suo organismo e ne rimanevo incantata, iniziando a godere di fronte allo spettacolo della sua sublime perfezione d’animale terrestre, assaporandone ogni fotogramma. Ma poi, d’un tratto, i miei occhi mi tradivano, negandomi il supremo piacere, oscurando l’immagine di quel corpo, che volevo possedere tutto e che invece mi sfuggiva alla vista, sbiadendosi e diventando tutt’uno con lo sfondo grumoso e violaceo del nulla, informe.
A questo punto il sogno diventava un incubo angosciante. I miei occhi non bastavano più a soddisfare la fame di lui. Ritornavo in me, riemergendo dal torpore in cui ero sprofondata, sentendo crescere nella pancia la furia di una rabbia incontrollabile e nelle tempie il fracasso della garrula cantilena dei miei perché. Perché non potevo vedere tutto il suo corpo? Perché non potevo possederne ogni cellula? Perché non potevo scoprirne completamente il Segreto? E ad ogni ‘perché’ seguiva un colpo violento, che sferravo con le mani nude, contro quell’uomo che desideravo da morire. Vedevo i brandelli della sua carne ovunque. Ma non coglievo più l’unicità vibrante del suo esistere, vivendo, nell’integrità estatica del suo corpo inaccessibile. E mi disperavo.
Mio Paziente Lettore, perdonami se ti tedio con queste prolisse descrizioni di macabri incubi. Ma voglio che tu conosca tutta la verità, per giudicarmi, ché non vedi l’ora di farlo, sì, confessa, tu che molto probabilmente non ti sei mai trovato in cella, dietro le sbarre asfittiche dei tuoi stessi deliri, pungolato continuamente dai tuoi pensieri insani, piegato alla schiavitù di un padrone crudele che ti tortura e da cui non puoi scappare. Perché è parte di te.
Lettore, bada bene: io non cerco la tua pietà. Vorrei che tu mi capissi un poco. Dichiarami colpevole, condannami pure, se vuoi. Ma ti prego, salvami.
Qual è il limite da non oltrepassare mai? Dov’è il confine che separa la vittima dal suo carnefice? E il burrone, il precipizio che si apre sul ciglio della strada, così ben nascosto, quasi invisibile? Qual è il punto di non ritorno, superato il quale si è perduti per sempre? Oh, certo, tu, Lettore di buon senso, sapresti rispondere a questi quesiti, vecchi come il mondo, senza alcuna esitazione. Io non ci riuscivo, invece. E infrangevo tutte le regole e i buoni propositi che mi inventavo per non cedere al richiamo di quel seducente corpo, per non cadere nella tentazione di cercarlo con gli occhi. Al tempo stesso avevo paura, non mi fidavo affatto dei miei desideri, che si ribellavano al mio controllo. Decisi di evitare quell’uomo: con tutte le mie forze io dovevo proibire a me stessa di rivederlo. Ma fu tutto inutile. Oramai quell’essere, quel corpo palpitante, era animato dalla linfa della mia ossessione, si annidava nelle mie iridi e le colorava di un intenso nero struggente, mi levava il sonno e la ragione, era al centro esatto di me, mi possedeva tutta. Era così dentro di me da confondersi in me. C’era lui, solamente lui e niente e nessun altro. Nemmeno io c’ero: l’immagine del suo corpo si nutriva di me, e quanto più diventava consistente e spessa tanto più io mi assottigliavo per lasciarle spazio, vulnerabile mi sgretolavo, consumandomi. Lentamente finii quasi col non esistere più. Mangiavo poco e male, senza assaporare nulla. Non dormivo che due o tre ore di fila per notte. Non trovavo la concentrazione necessaria a svolgere le abituali attività quotidiane. Uscivo di casa sempre più di rado. Non frequentavo nessuno. Mentivo costantemente, sulle motivazioni del mio evidente malessere; spergiuravo che si trattava solo di stanchezza.
Sull’altare di un Dio spietato, che avevo creato io stessa, ostinata seguitavo a supplicare, con le ginocchia sbucciate, nei giorni tutti uguali, sospesi ed esposti al davanzale di un’immobile attesa, pregavo che si lasciasse trovare da me, dai miei occhi, oppure che svanisse, cancellando il ricordo della sua figura e restituendomi a me stessa. Offrivo al suo corpo il sacrificio di me.
Ragionevole Lettore, non pronunciare ancora la tua sentenza: no, non ero diventata pazza. Purtroppo, ché la pazzia è un lusso, in certe situazioni. Io rimanevo lucida, consapevole, cosciente dello sfacelo a cui andavo incontro, precipitando sempre più giù in quell’abisso, sul cui margine avevo passeggiato, con la lievità infantile di chi non sa della Morte a cui è promesso.
Non ci sono scuse, né giustificazioni, né attenuanti di alcun genere quando si commette il crimine di annientare una Vita che non ci appartiene. Nemmeno se questa Vita scorre in noi stessi, protetta e inseparabile dalla scorza alchemica del nostro corpo, insensibile alle nostre reticenze, ai nostri dubbi e tormenti, occupata a perpetrarsi, proteiforme e gagliarda. Ma io non avevo altra scelta per liberarmi di quell’uomo, se non quella di violare il sacro veto di non uccidere.
Senz’altro, Scaltro Lettore, tu non saresti mai rimasto impigliato nella ragnatela di filo spinato, che l’ossessione ti tesse intorno, come un sudario funebre. E sagace come di certo sei, non ti saresti illuso che fosse in qualche modo possibile liberarsi dalla trappola immobilizzante di quel pungente ordito. Io no, sognavo la libertà, sfuggire a quel corpo che vedevo ovunque. A qualunque costo.
Quando il tempo si frantuma in pulviscoli di diafani istanti, ogni gesto assume la lentezza e la solennità della Fine. E’ come sgusciare via da sé e dal Mondo e vedersi da lontananze di stelle ultragalattiche. Così io osservavo il rigagnolo di sangue formare una piccola pozza, che si dilatava spaventosamente. Come appartenesse ad un’altra dimensione. Ad un’altra persona. Al corpo di lui, che aveva messo radici nei miei bulbi oculari, ramificandosi dentro di me. Io mi aprivo, affinché dalla feritoia dei miei polsi potessi strapparmi quel germoglio malato, che mi soffocava, come un parassita, annullandomi.
Lettore Caro, forse tu lo saprai già: morire consapevolmente è un’impresa difficile, ma non la più ardua che possa intraprendere un uomo. In effetti, accettare la condizione di condannato a(lla) Vita è assai più faticoso.
Fuori dalla finestra fioccano batuffoli di cotone idrofilo. Si depositano sui tetti, sulle automobili e sui giardini addormentati. Decorano alberi spogli. Coprono col loro candore il fango e il sudiciume stratificato delle nostre grigie strade metropolitane. Lo lavano via, trasformandosi in acqua e defluendo nelle fogne interrate.
Ma sotto lo scrigno di gelo e biancore tutto è in fermento. E’ quasi primavera. Sono a casa, finalmente. Il Dottor D. ha chiuso la mia pratica mesi fa, e la terapia volge al termine, una o due sedute ancora. Niente farmaci. Dormo che è una meraviglia. Sto bene.
Ieri che non nevicava sono uscita, indossavo il mio cappotto preferito, rosso vermiglio. E ho rivisto lui, al solito posto, dove sapevo di trovarlo. Il suo corpo m’è parso così insignificante, uguale a tanti altri. L’ho fissato a lungo. Assomigliava a qualcuno che mi sembrava di conoscere vagamente, ma di cui non ricordavo affatto il nome. Il sorriso, forse, mi era familiare.
Amico Lettore, adesso vedo bene l’ultima frontiera invalicabile, oltre la quale ci si ritrova faccia a faccia con l’Ombra del nemico, che alberga in noi.
Bisogna guardare dentro di sé. E’ qui il più esiziale degli abissi.

questo racconto è comparso anche su “Il sottoscritto“.

La notte è una parola breve


Marco Montanaro
LA NOTTE È UNA PAROLA BREVE
o
Margherita che salvò il mondo in primavera

Pensavo a un libro che avevo appena finito, ‘Una donna senza fortuna’, di Richard Brautigan. Volevo capire se era il caso di associare Margherita a una delle due donne che muoiono nel libro.
“Con quei capelli sembri Formigoni, quello della Lombardia”, mi disse Margherita. No, giunsi alla conclusione che Margherita non poteva essere una delle due donne senza fortuna del libro. Era troppo luminosa e aveva qualcosa a che fare con l’immortalità, ne sono certo. Non poteva morire, e con le due donne del libro condivideva solo una strana leggerezza.
E così eravamo al tavolo del nostro ristorante, io e lei, ad aspettare che Roberto tornasse dal bagno. E lei mi prendeva in giro per i miei capelli. E Roberto era il suo ragazzo. Adoravo quei due. Adoravo quella coppia. No, loro non erano una coppia. Loro erano l’amore. L’Amore. Non erano come tutti gli altri, loro sapevano condividere la loro felicità con chi gli stava intorno. Non ti sentivi un inutile peso morto a stare con loro. Con loro si era in tre, non in due più uno. Eri a tuo agio. Portavano in alto il vessillo dell’Amore con leggerezza e credo che mi bastasse guardarli per non aver voglia di avere una ragazza, così, giusto per non abbassare la media della felicità di coppia.
La felicità altrui è sempre un pericolo: viene sempre voglia di confonderla, disfarla, distruggerla con qualche parola di troppo; è una tentazione troppo forte che, manco a dirlo, non avevo in presenza di Margherita e Roberto.
E così eravamo in questo ristorante e io volevo parlare del libro che avevo letto e Margherita mi prendeva in giro per i miei capelli e Roberto diceva che io almeno li avevo, i capelli, e poi avevamo bevuto e, se qualcuno dei presenti avesse voluto stilare una classifica delle persone più luminose in quel locale, be': al primo posto c’era Margherita. Poi io e Roberto. Poi tutto il resto.
Erano così gommosi quei due. Ci rimbalzavi addosso. Non ti facevano schiantare sui loro spigoli. Ah, che senso di relax che provavo quando li frequentavo. Roberto era l’agio in persona. Non mascherava i suoi sentimenti. Era geloso e non ne faceva segreto. Ma si faceva bastare i piccoli gesti con cui aveva conquistato Margherita. Cos’altro poteva esserci? Ah, quanto relax e gioia si provava in quei giorni. Come quella volta che mi invitarono in montagna con loro. Non ci andai perché dovevo lavorare. Avrei voluto. Peccato.
Eravamo in questo ristorante e Margherita sorrideva come se avesse potuto sorridere per tutta la vita solo per far piacere a me e a Roberto. Era naturale, come lo è solo qualcosa che puoi descrivere in questo modo: ‘Era naturale’, e senza aggiungere altro.
Partì una canzone un po’ blues un po’ gospel, musica di sottofondo per un locale così fintamente di classe, di quelli che frequentavamo per gioco, per farci beffe della gente fintamente di classe che ci andava. Credo fosse ‘It don’t worry me’, [‘Non mi preoccupa'], quella del film ‘Nashville’. Vidi Roberto e Margherita improvvisare un balletto seduti sulle sedie. Fecero un bel po’ di casino, fecero cadere qualche posata, la gente intorno si voltò, qualcuno rise, qualcuno ci giudicò male, e io amavo quei due, oh, se li amavo. Certo, forse era per via del vino. Il vino mi ha fatto amare cose molto strane, in vita mia, cose che in realtà non avrei mai amato: il jazz, i film pulp, l’epifania, i libri di filosofia e meditazione orientale e, se non ricordo male, anche una capra. Ma non era questo il caso: eravamo nel nostro musical, i miei occhi erano la macchina da presa e quei due i miei attori preferiti che avevo chiamato per girare il film che più avrei amato nella mia carriera di regista. Se solo gli altri attori nel locale si fossero uniti a quella danza!

Un giorno invece non stavo pensando a niente di tutto questo. Pensavo al fatto che non ero mai stato in grado di capirci qualcosa di automobili. Ero dal meccanico e quello non aveva nient’altro di meglio da fare che ironizzare sul fatto che avessi comprato un catorcio come quello che stava cercando di riparare. Avevo un bisogno infinito di quell’auto per lavorare. Era l’unico motivo per cui rimanevo lì ad ascoltare il meccanico che metteva in dubbio le mie capacità di cambiare persino una gomma alla mia auto, che rimaneva comunque un catorcio e che solo uno sprovveduto come me poteva aver acquistato.
Insomma, si fece sera e quel ciccione peloso mi comunicò che non sarebbe riuscito a ripararla in giornata. Avrei voluto ucciderlo. Vedere i brandelli della sua ciccia confondersi con la ferraglia del motore dell’auto. Avrei voluto insultarlo come lui aveva fatto con me prima, mentre gli spaccavo la testa contro il finestrino posteriore. “Lo vedi che nella vita ci vuole culo?”, lo avrei rimproverato.
Ovviamente mi toccò tornare a piedi verso casa. Niente pullman a quell’ora, e niente soldi per il biglietto, visto che i meccanici, se non li uccidi, devi pagarli anche se non hanno fatto il loro dovere.

Ero piuttosto lontano. Ero in quella zona della città in cui non avevo mai messo piede prima di allora. La cosa mi mise di buonumore, perché mi piace andarmene a zonzo a scoprire posti che non ho mai visto. Certo, meglio con la luce. Ma per scoprire quello che scoprii in seguito fu sufficiente la luce di un lampione.
Davanti a me avevo il nulla. Una strada deserta. Da dietro l’angolo provenivano delle risate femminili. Che donna sguaiata ci sarà dietro quell’angolo, pensai. Sembrava la voce di Margherita, ma ero abituato a ritrovarla spesso tra i miei pensieri. Certo, anche Roberto, anche Roberto.
Voltai l’angolo e quasi mi scontrai con una coppia. Una coppia, di cui evidentemente doveva far parte anche Margherita, visto che teneva per mano un uomo alto e piuttosto robusto. Ci guardammo per un attimo. La cosa era talmente strana che non ci salutammo nemmeno. In un solo istante, gli occhi di Margherita mi comunicarono: silenzio, complicità, imbarazzo piuttosto divertito, un pizzico, non di più, di angoscia. Poi tante risate trattenute, perché evidentemente non era il caso di far sapere niente all’uomo che Margherita teneva per mano.
La coppia mi superò e continuò per la sua strada, senza smettere di ridere. Diedi un ultimo sguardo a quei due, e ripresi a camminare. Se in quel momento mi fossi sdoppiato, l’altro me stesso mi avrebbe guardato con la stessa espressione divertita e meravigliata che avevo io, e all’unisono avremmo pronunciato l’unica, solenne, autentica cosa da dire a quel punto: “Ehi!”

Sono sempre stato abbastanza egoista da pensare solo a me in certi momenti. Quindi, durante il tragitto non feci molte congetture su Margherita, ero solo seccato perché dovevo fare molta strada e l’umidità prendeva le mie ossa e le accarezzava con dei machete. E avevo il cellulare scarico e non potevo chiamare nessuno per farmi venire a prendere. No, a quel punto non avevo più voglia di esplorare parti della città che non conoscevo né di pensare a Margherita.
Arrivai a casa bestemmiando e coi piedi a pezzi. Il telefono squillò presto.
“Ciao.”
“Margherita? Ma che ore sono?”
“Non lo so. Che pensi?”
“Oh, io non penso nulla.”
“Meglio. Non l’avresti mai detto, vero?”
“Be’, credo si tratti di una relazione parallela, una vera e propria relazione parallela, giusto?”
“Sì, col bollino di qualità!”
Oh, Margherita. Era sempre così leggera.
Ridemmo.
“Be’, non è mia abitudine fare la spia. Sai, credo che le persone certe cose debbano capirle da sole e…”
“Roberto è anche amico tuo. A lui non manca nulla, comunque, no? Lo vedi come stiamo bene insieme, no?”
“E’ innegabile.”
“Non glielo dirai, vero?”
“Se un giorno avesse dei dubbi su di te e mi chiedesse qualcosa… No, non glielo direi. Se un giorno avesse dei dubbi su di te e mi chiedesse qualcosa, torturandomi… questo non posso garantirtelo.”
Margherita rise ancora. Rideva! E io potevo immaginare le sue labbra piegarsi in due verso l’alto.
“Scemo. Alla fine non è che mi chiederai dei soldi in cambio del tuo silenzio?”
Sì, è ovvio che rise ancora. Che domande. Lei rise, certo. Il copione era quello. Io no, però, non risi. Silenzio.
“Be’? Posso… posso stare tranquilla? Non vuoi sapere chi è? Perché? Spero proprio di no!”
“Non mi interessa chi è lui, né perché e tutto il resto. E non voglio soldi. Solo… vorresti venire qui, adesso, Margherita?”
Ho già detto che sono sempre stato abbastanza egoista da pensare solo a me in certi momenti?

It don’t worry me. It don’t worry me.
You may say that I ain’t free,
But it don’t worry me.

Non avrei mai pensato che Margherita usasse quelle calze così colorate. Cioè, non pensavo fossero così lunghe. Non pensavo neanche che mi avrebbe chiesto di baciarle le ginocchia così tante volte. Ma questi sono particolari piuttosto insignificanti.
Il nostro incontro si concluse tra le mie lenzuola, per entrambi, sulle note di quella canzone di quel giorno al ristorante. Poi la playlist che avevo preparato terminò anche lei, come per lasciarci il silenzio adeguato per parlare. Di quei silenzi che finiscono per non aiutare la comunicazione tra uomo e donna.
“Non ti facevo così.”
Non ricordo bene chi pronunciò per primo questa frase. Era un sentimento che provavamo reciprocamente l’uno nei confronti dell’altro.
“Forse è inutile parlarne.”
Lo stesso vale per quest’altra.
“Potremmo parlare dell’inquinamento, allora”, questo ricordo bene che lo disse Margherita, con quella sua aria leggera e divertita.
“Be’, questo sì che è un problema serio!”, le risposi.
“A volte credo che l’uomo sia solo un incidente di percorso, su questa terra. Ne facciamo, di danni irreparabili.”
“Oh, ma vuoi mettere che noia senza di noi? Chi ha portato un po’ di fumo, veleno e… ehm… cose da fare, qui? Non certo i delfini, tesoro.”
“Tesoro…”
Piccole parole insignificanti nuocciono ben più di elevate percentuali di diossina nell’aria, alle volte.
“Tesoro…”, singhiozzava Margherita.
“Non volevo… mi spiace, sono un po’ scombussolato…”
“Tu… mi hai ricattata… e questo non toglie il male che stavo già commettendo…”
“Margherita, per favore… credevo… non parlare come la Bibbia, tanto per cominciare…”
Per fortuna riprese un po’ del suo Sacro Sorriso, grazie a quella mia battuta. Quel sorriso che mi allungava la vita nei ristoranti in cui la incontravo con… uhm, Roberto. Era così distante, lui, in quel momento. Chissà se sarebbe mai tornato.
“Sai Margherì, la sai una cosa? Forse è proprio inutile parlare, io e te.”
Rimanemmo così, nudi e abbracciati, fingendo di dormire, o forse dormimmo davvero, tutta la notte.

‘Notte’ è, in fin dei conti, una parola piuttosto breve. Cinque lettere. Invece finisce per racchiudere, spesso, un intero periodo della vita di una persona. E anche senza pensare a un periodo, una notte sola può essere più lunga di quello che le lettere che la compongono suggeriscono.
A me capitò comunque di sperimentare sia la lunghezza di quella notte, la prima notte con Margherita, e poi l’intero buio di un periodo piuttosto notturno. Non so se fu un periodo brutto, cattivo, peccaminoso, no, forse non lo fu per niente; ma le serate al ristorante con Roberto e Margherita non erano certamente la cosa più luminosa che mi capitava.
Roberto e Margherita erano luminosi allo stesso modo, forse. Forse ero io che non potevo confondermi con la loro felicità più di quanto ci fossi già invischiato; e comunque c’era anche quella quarta persona, che non credo Margherita aveva smesso di frequentare. Non so dove trovasse il tempo, quella ragazza. Di certo, aveva ancora il tempo di sorridere.
Con me piangeva. Ma credo fosse qualcosa di patologico, non si poteva eliminare, era come l’influenza a gennaio. Ciclicamente, ogni tre notti passate con me, lei scoppiava, piangeva. Forse solo perché poi amava farsi risollevare dal suo aguzzino, in fondo. Ero il più bastardo dei tre uomini che frequentava. In una speciale classifica, credo che Roberto… Oh, non è il caso di fare classifiche di questo genere.
Non so se Margherita mi percepiva come uno schifoso ricattatore. Credo che fossi una nuova abitudine per lei. Di quelle cose che si avvertono già come un’abitudine o come qualcosa che lo diverrà sicuramente a breve, pur essendo, al momento, fresca e nuova. Forse la storia del ricatto iniziale, che comunque non rinnovai (o forse sì? Non ricordo e, credo, non me ne preoccupai, non troppo), ecco, forse questo la eccitava. Forse aspettava il momento propizio per tirarla fuori davanti a Roberto e farci fuori entrambi e scappare con l’altro, di cui una volta mi disse il nome e il lavoro ma che adesso proprio non riesco a ricordare.
Di sicuro ricordo il profumo della pelle di Margherita. E del suo sorriso. Quel dannato sorriso aveva un profumo, posso giurarlo.

Dunque quando eravamo con Roberto non era luminoso, forse, ma in fondo scorreva tutto liscio, come il vino che buttavamo giù nei ristoranti. Era come se tutti e tre percepissimo qualcosa di diverso e di oscuro nell’aria, e bevessimo per non pensarci; per prendere solo il meglio di noi tre. Ma eravamo due più uno, adesso, o forse lo eravamo sempre stati. Solo che adesso quell’uno era Roberto. Oppure, era tutto come prima, tutto luminoso e splendente ed ero io che volevo pensarla in maniera diversa. Sì, forse Margherita era una fatina preziosa ed era riuscita a tenere tutto insieme nonostante tutto, e io non avevo che da prendere quel tutto magico e schifoso insieme.
Non c’erano battute fuori posto, quando eravamo noi tre.
Però ogni bacio che lei dava a Roberto era un avvertimento. Ogni abbraccio lo era. Era per dire: guarda cosa stai tentando di distruggere. Ma finivo per non crederci troppo: lei avrebbe distrutto tutto comunque, da sola.
E con me era serena, che diamine. Me la ricordo.
Poi col tempo cominciai a sentirmi un po’ fuori posto, devo ammetterlo. Pur essendo quello più informato sui fatti, dei tre uomini. Avevo avuto sempre un bel dire che l’informazione è tutto. Che più si conoscono i fatti, e più si è liberi di scegliere la propria strada. Ero libero di smettere di fare quello che facevo come un criceto è libero di nascere e poi di correre sulla sua ruota.
Forse avrei preferito essere Roberto. O quell’altro uomo, con cui la incrociai solo un’altra volta, e pure in quella circostanza Margherita mi era sembrata leggera.
Forse ero tutti e tre gli uomini contemporaneamente.
In compenso per un periodo fui certo che Margherita aveva paura di me, di lasciarmi. Magari pensava che avrei potuto rovinarla davvero, raccontare tutto. Me la immaginavo, di notte, che si alzava dal mio letto e tornava con un coltello da cucina ancora sporco di pomodoro per tagliarmi la gola.
Poi venne il periodo in cui cominciai a dare ascolto al mio cane. Il mio cane non poteva sopportare Margherita. Certo, era sempre stato geloso di tutte le mie ragazze. Ma con le altre abbaiava, la notte si metteva nel letto tra me e le ragazze, il che finiva immancabilmente per far innamorare ancora di più di me le ragazze in questione. Con Margherita, invece, era distaccato, assumeva una strana espressione ogni volta che lei veniva a casa. Come se volesse dire: “Che cazzo stai facendo?”
Insomma, cominciai a dare ascolto al mio cane. Volevo tirarmi fuori da quella situazione. Ma non sapevo assolutamente come fare. Non potevo vivere senza Margherita, nella misura in cui un uomo non può vivere senza una donna. Quindi avrei potuto farlo. Non volevo. Non volevo essere io l’unico a rinunciare a lei, forse.
Be’, volevo sbarazzarmene, comunque. A un certo punto ero io a svegliarmi nel cuore della notte per prendere il coltello e tagliare la gola a Margherita. Ma stavolta il coltello era pulito e luccicava nel buio del corridoio.
Eravamo gommosi, io e Margherita. Ci detestavamo per poi tornare ad abbracciarci, rimbalzando uno sull’altra.
Vi starete chiedendo quanto deve esser durata tutta questa storia. Non molto, per la verità. Quanto dura una notte, sapreste dirlo?

Per la verità, il mio umore incostante andò via con l’inverno. Le cose cominciarono ad andare meglio, con Margherita, con l’arrivo delle belle giornate. Oh, il suo sorriso, in primavera, acquistava qualità che mai avrei potuto apprezzare in quegli squallidi ristoranti che frequentavamo col suo ragazzo. Per completezza d’informazione, devo dire che non uscivamo più in tre. Avevo troppo da lavorare per perdere tempo con loro due, la sera.
Anche l’umore di Margherita migliorò. Ormai non c’era più ombra di ricatto, e nemmeno di lacrime. Tranne una volta. Si mise a piangere perché l’aveva lasciata. Certo, ci misi un bel po’ per capire chi dei tre l’aveva lasciata. Mi accertai con me stesso di non essere stato io, poi mi disse che era stato l’altro, e non Roberto.
La consolai, ma non volle fare l’amore con me quella notte. Poi l’altro la chiamò e le disse che aveva cambiato idea, così recuperammo l’amore al mattino; ridemmo nello sperimentare il fatto che la stessa scusa che Margherita aveva usato con Roberto per rimanere da me fino al pomeriggio andava bene anche per l’altro.
Sì, Margherita era in forma. Lo era il suo sorriso. Con le belle giornate smise pure di portare quelle calze così lunghe. Non ne usava. Altre volte si divertiva a non usare nemmeno gli slip. Mi assicurava sempre che era un giochetto che usava solo con me. Oh, era così amorevole nei miei confronti, Margherita, in primavera!
Io le regalavo sempre dei fiori bianchi. Bianchi, come il suo sorriso e, forse, per controbilanciare il buio della notte che avevamo attraversato piuttosto indenni. Piuttosto insieme.
Margherita era finalmente Margherita, sebbene non solo mia. Il mio cane continuava a non approvare, ma sono sicuro che la mia donna avrebbe avuto parole di riguardo anche per lui. Margherita avrebbe potuto salvare il mondo, in primavera.

Forse fu per questa strana situazione meteosentimentale che mi suonò strano quando Roberto mi telefonò nel cuore della notte. Mi disse che Margherita era sparita. Erano tre giorni che non la vedeva e che non riusciva a raggiungerla telefonicamente. A casa non c’era.
Be’, per me tre giorni senza di lei non equivalevano a una misteriosa sparizione. Ma io avevo altri standard. Chissà l’altro uomo che standard aveva. Forse lui poteva aiutarci.
La telefonata di Roberto ebbe una strana conclusione.
“Oh, sono disperato… forse dovrei chiamare la polizia…”
“Magari è solo stressata. Col lavoro che fa…”
“Ma se ha lasciato da un mese! Era così serena…”
“Ha lasciato? Ehm, non lo sapevo. Poi, magari non era così… ehm… serena come sembrava…”
“Sono disperato, cazzo! Ho bisogno di parlare con qualcuno! Ti… ti va di venire qua?”
Merda, dissi senza fiato, e accettai.

In casa di Roberto notai il puzzle di un dipinto di Bruegel il Vecchio, lo stesso che Margherita aveva regalato a me per il mio compleanno. Credo si chiamasse il ‘Trionfo della Morte’. Sbuffai, mentre ammiravo tutti quegli scheletri armati di falci uccidere dei poveri cristi disperati.
Roberto mi fece sedere, era ubriaco. Non parlava. Io nemmeno. Avevo voglia di mettergli una mano sulla spalla e poi di tagliarmela, o almeno di andare a lavarmela immediatamente. Avevo anche una leggera voglia di scomparire.
Insomma, intorno a noi c’era quel maledetto silenzio fatto apposta per non comunicare. Devo avervene già parlato.
A un certo punto Roberto alzò la testa. Eravamo proprio uno di fronte all’altro. Avremmo potuto sputarci addosso, da quella posizione. E vedere chi aveva più saliva.
“Mi ha mandato un messaggio, mentre venivi qua.”
“Ah, e… cosa dice?”
“Non tornerà. E’ partita. Non vuole dirmi dov’è andata. Mi chiede scusa. Dice che è meglio così, che non tornerà in città. Non tornerà.”
Mi prese un attimo di follia pura, dentro, proprio al centro del mio corpo. Un attimo. Avrei potuto urlare, piangere, picchiare la testa contro uno spigolo, se solo fossi stato capace di fare tutto questo in un solo attimo.
“Non tornerà, eh?”, dissi.
Ritornammo in silenzio. Mancava solo una persona. Mancava quell’altro. Non lo conoscevo, non avrei saputo consolare nemmeno lui e lui non avrebbe saputo consolare me. Ma ero sicuro che anche lui era rimasto fregato da tutta quella storia. Che anche lui era da solo su una poltrona a ripetere fra sé e sé: “Non tornerà, eh?”
Sì, rimanemmo in silenzio mentre fuori era buio. In qualche modo dovevo compensare l’assenza di dialoghi, l’assenza di sorrisi, persino di dubbi… di… di… Oh, così mi misi a fischiettare quella canzone del ristorante. Non ballava nessuno, certo, adesso. Non c’era nessun musical da girare, ma mi veniva da sorridere mentre sussurravo il ritornello: “You may say that I ain’t free, but it don’t worry me”.
Non mi preoccupa, no, no, no.

Buona fortuna, Margherita, sussurrai ancora. Ero l’unico che poteva augurargliela, e chissà se ne aveva avuta, o se ne avrebbe avuta ancora.

(Enterprise) Capodanno, Mezzanotte. Un racconto di Alessandro Milanese


Alessandro Milanese
(Enterprise) Capodanno, Mezzanotte

“..faremo dei rave sull’Enterprise
farò rifare l’asfalto
per quando ritornerai..”

LE LUCI DELLA CENTRALE ELETTRICA

Senza alcun dubbio, la festa più stupida che ci sia.
Dopo il mio compleanno, si intende.
Una casa a caso, di un quasi amico.
I pochi rimasti nel rastrellamento della festa comandata da fidanzati.
Il vero razzismo delle coppie, il capodanno tra innamorati.
I single nel lager della casa libera, 4 gatti malcontati, 5 effettivi.
Affettati, panettoni, bottiglie, un cotechino.
Morto rinsecchito, vecchio, sicuramente immangiabile, e noi, fingendo divertimento assicurato.
Si prospettava una serata indimenticabile e così è stato.
La tv accesa sul peggio possibile, la grande festa domenicale traslocata nel veglione di fine anno.
Trans, ballerini, cani, modelli, idioti, supereroi, filosofi, e i miei preferiti, gli psicologi.
Nel calderone del trenino, la vampa della vita che ci sorrideva dal plasma colorato come non mai.
Esplosioni di fuochi e fiamme che ci bruceranno tutti, prima o poi.
Se c’è un signore che ci senta, che ci veda attorno ad una tavola rotonda senza spigoli vivi.
Senza anime vive, senza il bencheminimo amor proprio.
Quel poco rimasto si spegne qualche secondo prima delle 00.
Perché sarebbe cosa giusta e saggia eliminare quello che è ormai diventato
il nostro più pericoloso nemico.
Il più infido, inaffidabile, viscido, bastardo, lurido, merdoso.
Un nemico che ti segue ovunque tu decida di andare.
Ti pedina.
Si infila nella tua tasca dei pantaloni, non ti lascia il minimo scampo.
E il mio nemico rumoreggia, si muove, vibra esagerato, mi rompe definitivamente i coglioni, perché vuole esser guardato, osservato, letto.
E io, la do vinta.
Sblocco, apro, leggo.
Un numero non in memoria, cancellato, ma rimasto nella mia di memoria.
“Mi manchi.”
Due parole interessanti davvero, più che altro cariche di significato.
Una lei in una sfarzosa settimana bianca, con il suo sfarzoso compagno, ad una sfarzosa cena.
Che non trova di meglio, di farmi sapere quanto noti la mia assenza, che non ci sono, non ci sono mai stato, non ci sarò mai.
Ripeto, interessanti.
E non mi rimane che imboccare una vita parallela.
Pensieri lontani dalla realtà, lontani da questo prosciutto crudo, che era l’unica cosa discreta della cena.
Tengo ben salda la forchetta, parcheggiata a bordo piatto, vado su nei monti.
Solo.
Mi proietto, sono assoluto nella mia interpretazione del castigo di dio.
Mi vedo veramente in alto, maestoso oserei dire.
Oltre il bosco volo, cerco il posto migliore da dove colpire.
Calcolo al centimetro il possibile evolversi della mia situazione.
Della loro, tragica, situazione.
Scateno un finimondo sincero, definitivo.
Aspetto che escano dal loro hotel bunker, abbracciati malconci e sbronzi.
Li colgo di sorpresa, mi basta poco nella mia meravigliosa prepotenza per far scendere a valle una marea bianca, linda.
Perfetta.
Fredda come è giusto che sia, silenziosa e cattiva per davvero.
Li voglio sepolti, seppelliti, non voglio altri innocenti.
Una cosa chirurgica, nessun spargimento di sangue.
Solo loro due.
Servizi tv.
Sciatte giornaliste con alle spalle cani che annaspano inutilmente nella neve smossa.
Le loro foto tessera.
Lei e il suo meraviglioso amore, un amore vero, coraggioso e impavido.
Che vista la precipitante sfiga protegge la sua amata fino all’ultimo, e a quel punto, solo a quel punto, posso rivolteggiare alto e indisturbato.
Verso il mio reale.
Contento, appagato, soddisfatto.
Come la prima volta che ho incontrato il barbaro.
Rude come solo l’avo Conan poteva essere.
Nel suo gesticolare immotivato, nel suo vaneggiare splendido, nella sua totale insensatezza.
Mi ricordo come se fosse ora, dio non me ne voglia, un bellissimo spaccato della sua incredibile lucidità mentale.
“Secondo me tra qualche anno, se andiam avanti di sto passo, inventeranno il teletrasporto.”
Io, colpito, direi quasi ucciso, da tale illuminazione avevo riflettuto molto sul fatto che lei preferisse tal scienziato a me.
Interrogavo il roastbeef freddo al limone, che ne sapeva meno ancora di me, e mi restituiva il mio sguardo ebete.
Ma, probabilmente, io non potrei darle tanto.
Anzi, sicuramente, e non mi sembra neanche così incredibile a dirla tutta che senta la mia mancanza.
Sono (esclusivamente) il perfetto completamento della mela.
Il cazzo di 3% mancante.
Sono il vuoto lasciato dal capitano Kirk, o come diavolo si faceva chiamare, teletrasportato a muzzo in qualche merda di pianeta.
Un pianeta in una galassia lontana, dove gli esseri non son umani, ma hanno fortunatamente per loro 4 orecchie 2 piselli e nessun cuore.
Un pianeta dove non si scrive un racconto breve per la ragazza di un buzzurro qualunque.
Un pianeta dove mangiano solo cotechini come questo qui.
Con le mani.
Questo rotolo rosso sangue davanti ai miei occhi, increduli.
Che lo fissano, quando il padrone di casa dice.
“Non hai toccato cibo!”
Lo so, perdio.
E mi lascio il tavolo alle spalle, mi sistemo su un divano una volta tale.
Davanti alla luce colorata, giusto davanti alla luce colorata.
E mentre guardo degli stronzi fischiare nelle trombette color arcobaleno mi concentro.
Nel tentativo di farmi venire un emicrania come si deve.
Aspettando che vengan le due.
Aspettando di risentire il rumore, non del tutto convinto, del panda materno.
Che mi riporti a casa, in sta tempesta di neve e ghiaccio, che è sta bellissima notte.

Margherita


Elisabetta Maltese
Margherita

Margherita è bella.
Contrasto fra carnalità e sacralità.
Viso angelico, corpo etereo, sguardo che muta rapidamente e sa diventare malizioso malgrado le labbra rosee ingenuamente socchiuse.
Margherita è una donna. Fragile, consapevole, difficile da piegare.
Piace agli uomini.
Quei contrasti fanno nascere il desiderio di possedere quel corpo di giunco e di sottomettere quell’anima ribelle.
Malinconicamente, si diverte a osservarli mentre fanno la ruota. Ognuno ha la sua danza.
Lei non vuole né ruote, né danze. Margherita cerca altro.
Nessuna illusione: realtà.
C’era un uomo nei suoi pensieri.
Con lui parlava, condivideva, e lui sembrava seguirla in quel filo che si srotolava, unendoli.
Una danza di parole.
Il suo ritmo diveniva ogni giorno più incalzante, un’urgenza da soddisfare.
Le notti si allungavano.
Parlavano per ore.
Il giorno dopo, stanchi, condividevano le difficoltà quotidiane, attendendo il nuovo tramonto per soddisfare il desiderio sempre più pressante.
Quando si vedevano non riuscivano a spezzare un contatto fisico che contrastava con le parole che si dicevano. Le parole destinate alla luce del giorno.
Ma Margherita è donna di contrasti, e non poteva essere altrimenti.
I suoi pensieri smisero di essere malinconici e si fecero leggeri.
Scalza, ora poteva danzare per se stessa, spensierata all’idea di un uomo che le faceva eco.
E le parole aumentavano, sovrapponendosi l’una all’altra come gli strati di una città lontana nascosta dal passare del tempo.
Margherita infilò le mani in quella nuda terra, e cominciò a scavare, ferendosi.
I suoi sogni divennero aquiloni: volavano alti, colorati, leggeri, in balia del vento, ma si allungarono anche verso il basso, facendosi radici.
I suoi piedi nudi percepirono le vibrazioni della terra: la danza non era poi così armoniosa, e le parole sembravano delineare una ruota.
Margherita desiderò quell’uomo, malgrado la scenografia strappata.
Andò da lui.
Lo voleva.
Lui la prese.
Tornata a casa si spogliò in fretta e indossò una sottoveste: voleva sentire la seta sulla pelle nuda.
Mollemente, si lasciò andare sul divano.
Sul tavolo, una bottiglia, un bicchiere di cristallo e il cellulare che trillava: messaggi in cui lui chiedeva conferme, gratificazioni.
Versò il vino rosso, profumato, corposo.
Assaporò con gli occhi il colore vermiglio attraverso il cristallo, giocò con il bicchiere creando delle liquide onde circolari, osservando gli archetti che lasciavano sulle pareti.
Il cellulare non smetteva di annunciarle messaggi. Parole, alle quali lei non avrebbe più risposto.
Le gambe nude, sottili, una allungata, l’altra piegata sul divano e appoggiata al petto.
La sigaretta appena accesa lasciata nel posacenere.
La testa appoggiata sullo schienale, senza tensioni.
Attese ancora qualche secondo prima di godere di quel rosso.
Alzò il bicchiere: brindò a se stessa e al bell’amore che si era presa.
E si prese anche il suo primo sorso e lo trattenne, facendo scivolare lentamente il bicchiere nell’incavo della scollatura, lasciando che l’accarezzasse.
Solo dopo qualche secondo permise al vino di scorrerle lungo la gola, prolungando il piacere.
Sorrise a se stessa e a quel cellulare impazzito. Lo spense.
Non si possono chiedere gratificazioni a Margherita.
Non così.
Margherita è una donna e ha la dignità di sé.

Walhalla. Orodè. (Film sonoro o quasi)


Orodè
WALHALLA

(Film sonoro o quasi)

La vita reale è soltanto un riverbero dei sogni dei poeti. Le corde della lira dei poeti moderni sono interminabili pellicole di celluloide.”

(Kafka)

N.B. I Bruciati: io e il mio trono di ceramica. Truccati. Tra Bosch ed Ensor. Maschere.

Ci sono degli individui e c’è il nulla. Ribellarsi. Ribellarsi all’ordine: è l’ordine! Ribellarsi! Ribellarsi all’ordine! Che cosa vogliono? Macchine! Hanno bisogno di macchine per fare soldi, per quantificarsi. Noi poeti non siamo macchine. Siamo barbagianni, verdura frullata, coglioni di toro, amplessi, secrezioni. Noi poeti siamo la morte non macchine. Noi poeti dobbiamo rubare, siamo ladri, truffatori, sgozzatori, santi, tutto tranne che macchine. La rivoluzione consiste nell’essere il più lontano possibile lontani dalle macchine, dall’essere una macchina. Hanno tolto il gusto. Il sapore a tutto. Hanno tolto le capacità. L’ordine è sbagliato! Ogni fuga dall’ordine avvicina l’individuo al Walhalla.1
La vita nell’ordine è una vita falsa, persa. Gli uomini e le donne sul pianeta sono degli stupidi bambini. È bene che ci si approfitti di loro. È bene che ci adorino!

CLEAN SLATE

Il Walhalla.

Pomodori dappertutto. “Pennuli”2 ovunque. Rosso su bianco. Collane di pomodori sui muri bianchi di calce.
Io ho paura della carne, dice il primo dei Carnivori. Le mani su morbide natiche, seni. Voi pensate che io mi annoi?
Così dicendo, disteso su corpi di donne, fluttua su frutta, stoffe antiche e consunte, si gira su uno dei bianchi, splendidi culi luminosi e lo penetra velocemente.

Solo rumore sapete fare, dice. Solo rumore.

A braccetto col mio morbido mandolino, dice. Passeggiando, attorniato da bellezze nude, calpestando acini d’uva. Un corridoio. Rivoli di mosto. In fondo, uno schermo gigante. Il volto di lei. Ondeggiante. Eterno. Il corteo va incontro a lei.

Sono il primo dei Carnivori, dice, amore mio, mia santità.

Peperoni sott’olio. Melanzane sott’olio. Capperi. Ogni tipo di conserva. Allineate su un armadio di ossa, di ossicini che decorano le ossa. L’immagine di lei che ondeggia flessuosa, fluttuante. Il viso che si allarga e occupa tutto lo schermo. Una maschera incantatrice. Il corteo è fermo di fronte a Lei. Tutte le nudità tremano. Si stringono. Non c’è più tempo, dice il primo dei carnivori. L’infinito si è rotto. Si accartoccia. Accompagnatemi di nuovo nella sala della Cicatrice. Puliremo la vergine. I fogli. Risorgeremo finalmente a nuova vita.

Lungo il corridoio, il lento corteo, totalmente bello nell’esposizione d’arte. L’opera prima del primo dei Carnivori. Tutti i corpi lucidi d’oli, profumati. I piedi, i polpacci blu. Rivoli di mosto e menta. Il primo dei Carnivori procede tenendosi il membro in mano. Sia fatta la luce senza la luce, dice. A braccetto. Non si capirà più niente, dice. Vivi e morti. Carne morta comunque. Morsi di cani. Orgasmi. Il tempo tutto per noi.

II

Nella Sala della Cicatrice. Una finestra con cornice di sassi e cemento. La finestra non può più aprirsi. Tutto il corteo guarda fuori. Verso le campagne. Nel temporale. Il primo dei Carnivori siede su un trono mosaicato. Collane di peperoncini, di melanzane e pomodori secchi tutt’intorno. Alcune donne toccano il Re. Altre lo truccano. Gli dipingono dei grandi occhi di uccello rapace. Gli pongono sulla testa un vaso di rame capovolto. Tutte le donne indossano calze coloratissime e un intimo succinto. Si dispongono intorno al primo dei Carnivori. Su di lui. Sotto di lui.

Riprendono le coincidenze, dice il primo dei Carnivori. Vedete? Siete come volete!

Una creatura alla pecorina, con calze blu elettrico e un corsetto rosso con fiori dorati si guarda in uno specchietto nascosto tra i lunghi peli di un tappeto bianco. Il seno bello, penzolante. Il culo tutto pronto come una cagna. Le cosce allargate e frementi. Aspetta! Scultura, dice il primo dei Carnivori. I vostri seni pari alle montagne, superiori ad ogni forma di linguaggio. Siamo qui per essere e per dimenticarci. Come il vento, la lava… Io sono il successore di Picasso. Io mangio la bellezza. Nemmeno la cerco. La mangio! Capite? Così dicendo si solleva dal trono. Si dispone dietro la ragazza alla pecorina. Le allarga la fica con due dita e la penetra. Si sporge su di lei che ansima. Entrambi si guardano nello specchietto. Si cercano con gli occhi. Gridano all’unisono: voi operai avete distrutto il mondo! Voi operai avete distrutto il mondo! Voi operai avete distrutto il mondo!

Nello specchietto gli occhi ansimanti e le bocche frementi diventano pezzetti di pane che vorticano in una purea di favette.

III

Nella sala della Cicatrice la rossa Danae dice al primo dei Carnivori:

Nel mio nulla io sono bella ma mi sento in colpa per tutto. Cimento il sangue, la saliva. Ci metto tutte le mie ossa in tutto questo disordine. Ci metto tutto quello che posso… la rivoluzione serve proprio perché è inutile.

Siamo lontani dal mondo, le risponde il primo dei Carnivori.

Niente è tanto bello quanto colpire gli insetti. Colpirli al volo, sentire il loro squallido peso schiacciato, sconfitto, inerme per terra… morta merda. C’è ancora tanto dolore ma io non voglio soffrire.

Pensiamo ai fiori, qui nel Walhalla, e non al fallimento! Pensiamo ai fiori… ché sono venuti bene, dice il primo dei Carnivori.

Le lunghe dita affusolate della donna accarezzano il sesso del Re poeta, il primo dei Carnivori. Egli è disteso sulle gambe della donna che con un braccio e le ginocchia lo culla. Il Re guarda in alto. Non indossa più il vaso di rame. Il trucco è intatto. Sul soffitto vari schermi televisivi. Fermi immagine dei tanti miti passati sul pianeta Terra e… iti. Siti ma iti, dice, persino la Musica. E grida: Musica! Dal greco “mūsiké”… oh! Arte delle muse…

La modella, la rossa Danae, contorcendosi glielo succhia freneticamente.

IV

Il giardino del Walhalla di notte. Chiuso dal mare e da mura mosaicate dallo stesso Re a dalle sue ancelle. Con viali e alberi, tappeti sui muri e tavoli bassi. Una musica indiana. Alcune bellezze ballano. Indossano solo una gonna bianca da dervisci e ruotano, ruotano finché non cadono. Il primo dei Carnivori con una telecamera gira il suo film. Le ombre degli aranci si proiettano sulle gonne che vorticano. Una delle donne per terra, nuda e splendente, con voce trafelata, dice: primo dei Carnivori, voscenza usa la nostra carne come carta, come cibo. Lei ci fotte e ci strappa e ci mangia!

Tu, con le tue grandi e piccole labbra, le risponde il Re, non capisci, piccola mia: io creo! Balla con me! Questa pipinara ci farà bene! Balla! Chiudi gli occhi e ascolta! L’abbracciò. La verità è nascosta nel buco di culo di qualcuno… ed io devo cercarla. Così la piegò sul trono. Le abbassò la gonna da derviscio. Diede alcuni colpi nella fica e le infilo il tirso nel culo, ferocemente, facendola gridare: “Oimmè! Sorta rande!”3

E il Re intanto la canzonava: “Na na!… Ciu ciu ciu!…. Cquà cquà!…. pìu pìu pìu…. Nane nane nane…. Ruccu ruccu…. Àa…a!…. isci…ii!….iù….u!…..arri!”4

Riprendendo il di lei culo meraviglioso, penetrato, i suoi lombi, la sua pelle, il suo collo fremente, le sue orecchie… riprendendo il proprio tirso che entra ed esce, entra ed esce nella stretta carne della modella… cercandole l’anima a morsi, stringendole i seni, mentre tutte le altre fremono eccitate, applaudono e fremono.s

V

Lo stesso giardino. Su uno schermo la proiezione della Danza dell’Eccesso. Il poeta maledetto Alessio dei Rifiuti, uno dei Bruciati, piegato su sé stesso a punto interrogativo, apre le braccia e arresta una massa di umani. Li blocca con la sola forza della sua pazzia. E balla, balla la Danza dell’Eccesso. Il Re sorride, tutta la corte sorride.

Io sono troppo delicato, dice il primo dei Carnivori. Onorate il grande Cendrars.

Le donne si voltano verso la grande statua dell’autore di Moravagine, scolpita e mosaicata dal primo dei Carnivori. Alta tre metri, raffigura il genio svizzero in smoking… una manica nera penzolante e un cappello nell’unica mano. A gambe divaricate con un membro ritto di 50 cm di legno nodoso che le donne venerano e succhiano come se fosse vivo, come ai bei tempi antichi.

Alcune se lo infilano. Il cielo è stellato.

VI

L’artista e l’essere umano devono riconciliarsi! Che conflagrazione! La società vuole che l’artista sia morto! L’artista puro, non il giocattolo del mercato, chiede alla società di allentare la pressione, di abbassare la temperatura. La società, come cadendo dalle nuvole, con le mani ancora sui pulsanti del potere, delle decisioni, chiede se la temperatura va bene, se la pressione-punizione è giusta. Cara società, tu puoi fare quello che vuoi, questo gioco tra il gatto e il topo è una trappola. Cara società, dove appendo i miei quadri? Dove lascio penzolare la mia lingua? Cara società, quando guardo i miei quadri sento che sono vivi. Tu? La melassa che proponi, il popcorn che hai ordinato, con me non funziona. Fai paura, società, ed io devo fuggirti, fuggirti. Mettertela nel culo e salvarmi. Che modello di eroe propongo? O di antieroe? Vediamo. Propongo un modello d’eroe che deve fuggirvi, perché la confusione è troppa. E l’ecosistema sta collassando. Propongo un modello di eroe che, quando aprite bocca, quando vi muovete, gli cadono le braccia e gli si tappano le orecchie. Un modello di eroe che non riesce ad utilizzare tutto il proprio cervello perché la classe è ritardata. Così, pur di non fare la fine di Cristo, rischia di implodere, di vedersi colare la genialità dalle orecchie. Un modello di eroe che, anche se veste i panni del gatto, è meglio sia topo. Perché voi, brutta società, fate cacare. Non mi farò sparare. Non mi farò fucilare. Non mi farò eliminare. Per me merdona società te la puoi prendere nel culo. Anch’io devo andare avanti!

Chi lo dice questo? E che fa?

VII

Nel sogno del primo dei Carnivori. Saltare di casa in casa con una leggerezza alla Chagall. Entrare e depredare. Servirsi da soli. Self-service! Nella lotta tra il bene e il male, sul pianeta Terra, c’è una lotta tra un unico modello di bene, il bianco, e un unico modello di male, il nero. Lavoriamo sul rosa ch’è meglio! Lavoriamo sulle nostre mani- non solo con le nostre mani. Io passo per mostro. Vi ficcherò questo “ramonzo” nel culo!

N.B. Stanze monotematiche tappezzate di “cannizzi”5 di pomodori, muri di origano secco appeso o peperoncini. Contadini, operai, truccati con segnali di guerra. Tutti a lavorare-lavorare. Tutti nell’ingranaggio per non fare nulla. Tutti contro i pochi.

VI/B

Uno alla volta o due alla volta, siamo in trappola. Guardiamo lo scoglio affondare, il cuore che se ne va e si ferma. Una nuvola di moscerini intorno al cuore, la barca lontana. Una mano è solo l’onda, le tante mani tutte le onde. Le tante falangi sorridenti e i tanti denti di tricheco. Mentre un mostro di sabbia mi tiene a terra la testa e la pesta.

Io, sono senza di te un resistente acaro della verità. Uno di quelli che dovrebbe essere già morto.

Si potrebbe disegnare nel male del mio cuore un paesaggio marino. Il ripetersi del languore con passi da giaguaro. La fine delle credenze e la necessità del salvagente incatramato che il primo che passa afferrerà. Ma nel ripetersi del mal di cuore si potrebbe disegnare un cinescopio al posto della mia testa. Con il corpo che non la regge più. E una resistenza sfrontata e inutile a questo lasciarsi andare nello stesso pianeta, nello stesso tempo, con gli stessi occhi. Senza più senso all’orizzonte.

Un esercito di chiwawa bianchi al galoppo, sono le onde del mare.

Canto la canzone d’amore.

Chi?

VI/C

Sentirmi inutile a 33 anni. Con questa mano che si rifiuta di scrivere. Rallenta il corso dei pensieri. Rimpicciolisce la scrittura. M’impone di guardarla. Come regge la penna. Come si sa muovere sul foglio. Che sfila per me come una puttana. Coi suoi peli delicati. Con le mie cicatrici- sue. Coi suoi occhi sul cappuccio. E mi fa sospirare profondamente. Con l’orologio che batte il tempo. Una bottiglia di vino scadente.

Ubriaco ormai, che non ho bisogno di bere. Fumato che non ho la forza di fumare. Occhi che vedono il tavolo e la scrittura. E la testa, la fronte pesante. Mi pare che i tanti tasti dolenti- non vogliono più essere tastati. Mi rimane una scacchiera che mi pietrifica. Tante parole che mi hanno distrutto. E fatti pochi per la verità. Pochi- pochi- per pochi- da pochi!

Sapere che la vita è più semplice e più complessa. Sentirmi un idiota. Credere troppo nel sogno per difendere chi, poi? Non sono resistente. O forse ho incassato troppo. Credere di salvarmi ma ho toccato il fondo un’altra volta. Cercare di salvarmi ma mi viene da ridere. Sentire. Sentite! Sentite! Tutto il mio operare lo riducete in polvere e me lo sputate addosso!

Nella mia nullità devastante, pitturicchio, sbudello, intervengo. La terminologia esatta fa male perché è vera. La terminologia esatta forse non ha le gambe corte. Il mio vuoto inutile. Incredibile nulla. Attende. Vuole mangiare.

VIII

Io sono come le erbette sulle nostre chiese barocche.

Di certo verrò divelto- se ci arrivate-

ma rinascerò da altra parte.

È inutile crepare!

Orodè

1 “Walhalla”. Nella mitologia nordica, l’oltretomba riservato agli eletti del dio guerriero Odino, quivi condotti dalle valchirie (propr. Tempio dei caduti in battaglia)

2 Collane di pomodori

3 Che dolore! Che maleficio!

4 Tutte voci, versi per comandare gli animali!

5 Cannicci: graticci di canne per vari usi (come riparo, per seccare la frutta, ecc.)

L'ultimo poeta


Giovanni Padrenostro
L’ultimo poeta

Sono seduto al tavolo con davanti un bicchiere di whisky; fumo una sigaretta e la macchina per scrivere attende impaziente che le imprimi le mie dita in corpo.
La mente è pervasa da un’unica frase: “il sole è forte e muoio affogando i miei disperati pensieri nel fluire delle tue iridi”.
Questi versi, Marco, li aveva scritti per lei, la sua Isabella, la prima volta in cui i loro corpi si erano amati.
Eravamo proprio seduti qui, in questo locale mentre lui mi raccontava del suo amore.
Ricordo che ad un certo punto entrò nel locale Isabella, si avvicinò a noi con passo lento, aveva il viso stravolto, il trucco scomposto, in disordine.
Si rivolse con gentilezza a Marco pregandolo di tornare a casa, che lei non era niente senza di lui.
Ricordo esattamente le frasi di Marco: “ma cosa cerchi in questo corpo decaduto, questo corpo capace solo di bevute notturne?”.
“L’amore!” rispose lei.
Se ne andarono insieme, abbracciati l’uno all’altra, sembravano un quadro di Munch, la danza della vita.
Marco non lo rividi più, qualche volta incontravo Isabella che mi dava delle poesie chiedendomi di leggerle, di aiutarlo, perché Marco in fondo non era cattivo, era un buon poeta.
Adesso ne ho una in mano è la trascrivo sui miei fogli: “le solide note di colori fuggiaschi/ di seta / di carne / di paura / di noia / nascondono abissi insondati / fragili specchi privi di riflesso /”.
Si racconta che Marco non usciva più da casa, che era impazzito, diventato folle ma io non credevo alle dicerie della gente, e anche se fossero state vere sapevo che aveva un’ uscita di scarto.
Così decisi di andarlo a trovare ma ogni volta che bussavo alla porta di quella piccola casetta in periferia nessuno veniva ad aprire; così decisi di rinunciare.
Isabella, dopo un po’, non si fece più viva, le nuove poesie di Marco le trovavo nella buca della lettere; erano la conferma, la mia conferma che Marco era ancora vivo.
Si raccontava per le strade che Isabella si prostituiva per racimolare soldi per l’eroina.
Si raccontava che Marco aveva l’aids.
Si raccontava che Isabella aveva abortito.
Ecco un’altra bella poesia di Marco: “il bicchiere tondo / sguainati gli occhi nel loro ondeggiare / di ricordi / dov’è la fine? / l’inizio?/”.
Il giorno del loro funerale eravamo poca gente, pochi intimi.
Quel giorno recitai le sue poesie ad alta voce accompagnato dal silenzio fluttuante del cielo limpido.
Si dice che la poesia è morta, se ciò è vero, io forse ho conosciuto l’ultimo poeta.
Lì trovarono abbracciati, consunti dalla fame, sfiancati dalla malattia che li aveva divorati.
L’ Aids aveva colpito, sinuosa e lenta come un serpente e la povertà aveva fatto il resto.
Ora si chiacchiera tanto per le vie, si dice che se la sono cercata, che la rettitudine è l’unica strada giusta, l’unico cammino che evita la morte, come se tutti non fossimo destinati inesorabilmente alla fine.
Si chiacchiera tanto di Isabella e Marco.
A volte si dubita anche che siano esistiti tanto le loro presenze erano impalpabili.
Io, qui, ho tra le mie mani la loro essenza, il loro folle e taciturno amore, la certificazione della loro esistenza, e penso che Marco aveva ragione quando diceva: “il passato è ciò che affiora dalle viscere dei nostri ricordi e c’è sempre una sorta di novità che zampilla, che si aggiunge e si mescola come in una sorte di continuum narrativo; né un inizio né una fine”.

§

Giovanni Padrenostro è nato a Caltagirone (CT) il 29/03/1980. Dopo aver conseguito una laurea triennale in Scienze della Comunicazione alla facoltà di lettere di Catania, mi sono trasferito a Bologna, dove vivo e frequento l’ultimo anno del corso di specializzazione in Cinema, Televisione e produzione multimediale al Dams. Adoro scrivere e leggere, e naturalmente sono un appassionato di Cinema. Gestico un blog personale: Stralci dal grande show (www.barnumg.splinder.com).
Due suoi racconti stanno per uscire in un’antologia per il corso “Scrivere” realizzato dalla scuola Holden e dalla De Agostini, e una raccolta di racconti con la casa editrice “Statale11editrice”.

Una vita come si deve. Florio Panaiotti


Florio Panaiotti
Una vita come si deve

Michela ripensava ai suoi genitori. Erano dei buoni genitori, e prima ancora erano una coppia cristiana come si deve.
A Michela non importava se i suoi genitori fossero una buona coppia, o un’ottima coppia, o addirittura eccellente. Erano come si deve e basta. E ne era fiera.
Da bambina pensava spesso che una volta cresciuta avrebbe voluto essere come loro. I suoi genitori, anche presi come singole persone, le sembravano degli ottimi modelli: erano educati, rispettosi degli altri, generosi verso il prossimo, andavano a Messa la domenica e per Pasqua e per Natale, e avevano sempre aiutato la loro unica figlia, cioè lei.
E lei aveva cercato di ripagarli. Era sempre andata bene a scuola, e una volta arrivata all’università aveva scelto una facoltà che potesse aprirle le porte di una professione rispettata dalla gente, così come piaceva a loro. Aveva scelto di fare il magistrato, e tutti erano stati contenti, orgogliosi di lei.
Fin da quando aveva quindici anni andava a trovare una ragazza disabile della sua età, che aveva difficoltà a camminare e a parlare, e quindi a fare le cose che gli altri ragazzi facevano senza alcun problema. Andava a trovarla una volta a settimana, e l’aiutava a fare la lezione e conversava a lungo con lei. Era contenta di questo, si sentiva sinceramente buona, e del resto anche i suoi genitori erano contenti di quello che lei faceva per quella ragazza sfortunata. A dire il vero l’anno precedente aveva iniziato a fare la stessa cosa con un ragazzino ipovedente, ma poi, su consiglio della mamma, aveva deciso di smettere di andarlo a trovare, perché a quell’età è meglio che le ragazze non stiano troppo tempo insieme ai ragazzi.
Gli anni di studio all’università furono molto duri per Michela. Sentiva di dover riuscire nel migliore dei modi, per se stessa e per i suoi genitori, ma le materie erano molto tecniche e i professori severi, perciò i suoi obiettivi erano difficili da raggiungere nonostante la dedizione che metteva nello studio. Però alla fine, e grazie al supporto continuo della mamma, la sua media rimase incredibilmente alta.
Nei momenti di difficoltà si aiutava immaginandosi i due eventi che dovevano essere i più belli della sua vita, come dovevano esserlo per ogni brava ragazza: la laurea e il matrimonio.
Le pareva di vederseli davanti, in ogni dettaglio, e piangeva di gioia mentre li viveva nella sua mente, e le davano un’enorme carica per continuare a inseguire i propri obiettivi.
Però Michela non aveva ancora un fidanzato. Diceva e pensava “fidanzato”, e non “ragazzo”, perché lei cercava il ragazzo della sua vita, quello che avrebbe sposato e che le sarebbe stato accanto per sempre, e le avrebbe dato uno o due bambini. Quello era il suo fidanzato.
Michela non aveva mai avuto un fidanzato, e naturalmente era vergine. Non vedeva l’ora di incontrare l’uomo giusto per lei, un uomo che potesse formare con lei una buona coppia cristiana. Iniziò a domandarsi dove avrebbe potuto incontrarlo, iniziò ad analizzare i ragazzi che conosceva per capire se potessero andar bene per lei, e dopo pochi mesi accadde quello che sperava: riconobbe il suo fidanzato, incontrò Domenico.
In Domenico vedeva tutto quello che l’uomo della sua vita doveva avere: era educato, rispettoso degli altri, generoso verso il prossimo, andava a Messa la domenica e per Pasqua e per Natale, aveva sempre aiutato i propri genitori, era un ottimo studente di Economia con una brillante carriera di manager d’azienda da seguire. Michela riconobbe in lui tutte queste qualità, o almeno a lei pareva che quella fosse la parte buona di lui. Ogni tanto infatti Domenico era sbracato, irriverente, giocherellone al limite del maleducato. Questo dava fastidio a Michela, e quel fastidio si trasformava in vergogna quando ciò accadeva in pubblico, o peggio davanti ai suoi genitori.
A ogni modo ormai aveva deciso. Si misero insieme, e gli amici di Domenico ne rimasero colpiti. Si stupivano che un tipo scapestrato come lui si fosse legato a una ragazza come Michela, ma Domenico sembrava contento, e a chi gli faceva obiezione lui rispondeva serio che Michela gli aveva fatto mettere la testa a posto.
Domenico col passare del tempo assomigliava sempre più all’uomo che Michela aveva sempre sognato. Passava nottate intere ad sentirle ripetere i vari programmi d’esame, l’accompagnava dalla sfortunata ragazza disabile, andava ogni venerdì sera a cena dai suoi genitori. Smise anche di fumare, perché Michela gli disse che fumare faceva molto male, e che a lei i fumatori non piacevano.
L’unica cosa che sembrava non andar bene era il sesso. Domenico voleva fare l’amore, ma Michela avrebbe voluto perdere la verginità dopo il matrimonio, e non prima come le ragazze facili. In realtà anche lei avrebbe voluto farlo, ma cercava di non pensarci perché non era così che le cose dovevano andare. La situazione rischiava di allontanarli, e anche se Domenico sembrava col passare del tempo aver accettato la castità, Michela continuava a percepirne il potenziale pericolo per la loro relazione. Così un giorno, rimasta sola con la sua mamma, le disse che voleva fare l’amore con Domenico prima del matrimonio, e le spiegò il perché. La mamma si fece il segno della croce, e disse che era una cosa sbagliata. Subito dopo, rimanendo seria, le strizzò l’occhio e se ne andò. Michela capì che poteva farlo.
Un giorno Domenico, che era di due anni più grande, si laureò. Si laureò con centootto, e Michela per l’occasione gli organizzò una festa come si doveva per un evento del genere. A dire il vero le dispiaceva molto del fatto che Domenico non avesse preso centodieci, e si rammaricò di non averlo potuto aiutare abbastanza durante i suoi studi. Del resto, pensò, non si può avere tutto dalla vita. A Domenico non piacevano le feste di laurea, ma visto che Michela era così contenta di avergliela organizzata non disse nulla.
Dopo la laurea Domenico ebbe un sacco di offerte di lavoro, anche importanti, ma Michela gli chiese di accettare un lavoro vicino a casa. Gli spiegò di quanto erano contenti lei, sua madre e suo padre nel vedersi ogni sera riuniti a tavola. Come avrebbe potuto stare con la sua famiglia tutte le sere, così come aveva fatto suo padre con lei, se fosse andato a lavorare lontano da casa, oppure semplicemente se avesse accettato un lavoro dagli orari interminabili? Domenico era indeciso. Da un lato gli dispiaceva molto rinunciare alla carriera, ma dall’altro non voleva deludere da sua futura sposa. Alla fine, ancora una volta, fu la mamma di Michela a risolvere il problema, a rimuovere gli ostacoli fra sua figlia e i propri sogni. Un giorno prese Domenico da parte e gli fece un discorso accorato sull’unità della famiglia cristiana. Domenico si convinse, e andò a lavorare in un piccolo studio di commercialisti a un paio di isolati da casa di Michela.
La laurea di Michela fu preceduta da un periodo carico di tensione per tutti. Nonostante i suoi sforzi, Michela non era riuscita negli ultimi tempi a tenere la media di voto che voleva, e rischiava di non ottenere centodieci. Una sera, durante la cena, ebbe una crisi isterica e si rifugiò in camera sua. Sua madre e suo padre ne parlarono preoccupati, cercando una via d’uscita al problema. Quando Michela tornò, suo padre, che conosceva molte persone influenti, le promise di darsi da fare per aiutarla con la commissione d’esame. Michela sapeva che questa non era una buona cosa, e anche la mamma si fece il segno della croce quando suo padre, sottovoce, disse cosa avrebbe fatto. Quella sera Michela ci pensò bene, e concluse che suo padre stava facendo ancora una volta la cosa giusta. Stava aiutando la sua unica figlia, cioè lei. E comunque, dalla mattina dopo fece di tutto per dimenticare ciò che aveva sentito, perché di per sé quello rimaneva un peccato.
Prese centodieci, e fu festeggiata come aveva sempre voluto esserlo. I suoi genitori organizzarono un ricevimento, e tutte le persone che conosceva furono invitate.
Domenico nel frattempo non aveva più amici. Era depresso e si lamentava del proprio lavoro, monotono e senza prospettive. Michela, assai dispiaciuta, per risolvere la cosa decise di mandarlo da un buono psicologo, dato che non c’era in verità niente di così grave di cui lamentarsi. Tutto sommato Domenico aveva lei, e la prospettiva di una buona famiglia.
Pochi mesi dopo anche l’altro suo sogno si realizzò: il matrimonio. Michela e sua madre scelsero i vestiti da sposa e da sposo, la chiesa nella quale svolgere la cerimonia, il luogo del ricevimento, le bomboniere e ogni altro dettaglio. Fu un lavoro incessante e a suo modo stressante, perciò Michela fu costretta a limitare gli incontri con Domenico.
Domenico nel frattempo era peggiorato, e una sera cercò di parlarne con Michela. Le disse che in quelle condizioni non sapeva più se fosse il caso di sposarsi. Lei lo abbracciò, e gli disse che erano sciocchezze, che sarebbe stato contento. Però questa cosa la preoccupò non poco. Il giorno dopo chiamò lo psicologo, e concordarono di aggiungere alla terapia alcuni farmaci antidepressivi.
Michela scelse anche una casa, la sua futura casa, nuova e bellissima, e fu suo padre a comprarla, anche se per far questo dovette spendere tutto quello che aveva messo da parte. Michela gliene era grata, e pensava che fosse doveroso da parte di un buon padre.
Il giorno prima del matrimonio Michela andò a confessarsi, e al parroco raccontò quella brutta storia di suo padre e le pressioni sulla commissione della sua laurea. Il parroco la assolse, e lei si sentì meglio.
Proprio davanti alla torta nuziale, circondata da composizioni di rose bianche, pensava che quello era il giorno più bello della sua vita, ed era esattamente come se lo era immaginato.
Voleva che niente di quello che aveva raggiunto cambiasse più. Ora che aveva un marito, una casa e una laurea, voleva dei figli, una casa più grande e il posto in magistratura.
Voleva continuare a vivere felice come lo erano stati i suoi genitori quando era piccola. Voleva una famiglia felice, una famiglia come si deve.
Il bianco del suo vestito da sposa, così carico di felicità, rifletteva pallido su Domenico, sua madre e suo padre, nascosti in piedi vicino a lei.

La bambina utile (microracconto). Bianca Madeccia


Bianca Madeccia
La bambina utile (microracconto).

La bambina utile un giorno aprì alle bambine inutili.
Era da molto che premevano alla porta, così, le lasciò entrare.
In pochi minuti, le bambine inutili presero possesso della casa.
La loro prima azione fu bruciare pile di libri da cui divamparono storie ardenti.
La fiamma, che mai prima aveva brillato tra quelle pagine, ora svettava incontrastata.
La cenere, bianca e compatta, riposava a terra, cipria cocente di rare pagine avoriate di buona grammatura.

(Da “La bambina utile”, inediti)

Biografia breve:

Bianca Madeccia, è giornalista. Ha pubblicato microracconti, sillogi poetiche, saggi, traduzioni. Suoi testi sono stati pubblicati in svariate antologie di poesia. È autrice di una raccolta poetica “L’acqua e la pietra” (LietoColle, 2007) e di due raccolte poetiche inedite e di un numero consistente di microracconti. È appassionata di fotografia, arte materica e installazioni che ama contaminare con la scrittura. Alcuni dei suoi esperimenti sono visibili sul suo blog: http://biancamadeccia.wordpress.com

(dipinto Cinderella di Sir John Everett Millais, 1881, olio su tela)

Daniela Rindi. Figlio della luna


Daniela Rindi
Figlio della luna

Venivo da Milano, avevo poco più di vent’anni e facevo l’attrice. Costretta a stare per lunghi periodi nella capitale, a causa delle prove, decisi di trasferirmi definitivamente. Cercare casa non era facile, gli affitti non erano alla mia portata, perciò tergiversavo approfittando delle amicizie, girandomi tutti i quartieri di Roma. Quella volta abitavo in vicolo dei Serpenti, la casa era dell’amica di una mia amica, in pratica una sconosciuta, anche lei attrice, ma molto più grande di me. La sera che arrivai, le dieci circa, mi accolse frettolosamente, mi fece vedere il letto e scappò via, urlandomi che non c’era niente da mangiare. Sbatté la porta. Buttai la borsa sul letto e comincia ad accusare il digiuno. Andai ad aprire il frigo, solo per curiosità, naturalmente. Due uova sode, una ciotolina di patate lesse, coperte con attenzione dalla pellicola trasparente, uno yogurt magro, un avanzo di burro. Anche se avessi potuto, non mi sarei fatta deprimere ulteriormente. Decisi di andarmi a comprare una pizza. Nel vicolo notai subito molta sporcizia, per terra siringhe, bottiglie e il cassonetto stracolmo. Le facce degli sconosciuti rovinate dall’indigenza, o dalla disperazione, o da entrambe, le donne erano, per lo più, puttane. Mi preoccupai dei miei ritorni a casa, la sera tardi dopo lo spettacolo. Mi feci fare una pizza tonda, in una pizzeria deserta, con le pareti ammuffite e l’aria che puzzava d’olio rancido, però il pizzaiolo era simpatico. Mi fece le battute da copione sul mio accento e mi raccontò del solito parente trasferito a Milano per lavoro. “Come si lavora bene là, ma la città, il tempo…”. Sì lo so, anch’io odio Milano, non solo per questo. Milano si odia e basta. Presi la pizza e andai a mangiarmela a casa. Era poco illuminata, due finestre davano sul vicolo, mentre quelle della cucina, camera e bagno, si affacciavano su un piccolo cortiletto interno, da dove si potevano lavare bene i panni sporchi dei vicini. Fu dalla cucina che assistetti alla scena. Iniziarono ad urlare, lui la insultava pesantemente, lei si difendeva piangendo, lui le tirò uno schiaffo, e lei gli sputò in faccia. “Sei una puttana, questo non è mio figlio!”. Lei aveva un bambino piccolissimo in braccio. “Sei un porco, come fai a pensare una cosa simile, schifoso!” Lui accecato dall’ira, continuava a negare, ad accusarla di tradimento, “Lui è biondo, troia!”. Lei si agitava, noncurante del bambino, strattonandolo, se avesse potuto lo avrebbe gettato dalla finestra. Non poteva difendersi. Lui approfittò, l’afferrò e le affondò la lama di un coltello nella pancia. Urlai, la pizza mi cadde per terra, non sapevo cosa fare, altri vicini si affacciarono e cominciarono ad urlare anche loro: “Chiamate la polizia, un’ambulanza! Presto!” Non avevo la minima idea di quale fosse il numero. Completamente nel pallone, incapace, inerme, frustrata, arrabbiata, non potendo aiutare quel neonato. La notte passò insonne, molta gente, macchine della polizia, ambulanza, chiacchiere, interrogatori. La mattina dopo, scesi per andare a bere un caffé, ero molto stanca, la strada era tornata silenziosa e io non riuscivo a togliermi dalla mente quella scena. Guardai il cassonetto, era stato svuotato, come il cuore di quel bambino.