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Roberta Pilar Jarussi recensisce “Il romanzo osceno di Fabio”


“Il romanzo osceno di Fabio”, di Luciano Pagano

“Per amarsi con agio c’è bisogno dell’autunno,
al massimo di una primavera.
D’estate è l’inferno e d’inverno i sensi vanno in letargo.”

Un romanzo. Un romanzo breve, che ha però l’ampiezza, gli spazi e la gestione del tempo del romanzo vero e proprio. Come se del romanzo fosse l’essenza, un concentrato.
Il romanzo osceno di Fabio è un romanzo scritto in tweet, pensato, partorito, costruito per il tweet, e non il contrario. Voglio dire, non adattato al tweet in un secondo momento. Una storia, quindi, che puoi leggere esclusivamente rispettando le regole che il tweet impone: lunghezza predefinita e contenuta di ogni frammento; somministrazioni quotidiane in dosi omeopatiche del testo.
È una cosa contro natura, mi verrebbe da dire.
È una piccola violenza (costrizione) che lo scrittore fa a sé stesso e al lettore vorace. Ma tant’è. Il romanzo osceno di Fabio, si legge così. Una manciata di tweet al giorno, o niente. E, come spesso accade, è entro limiti ben tracciati, che il desiderio e la creatività bruciano al meglio: si desidera, e si crea, in misura (anche) di quel che non si può possedere.

Poi a un certo punto Luciano Pagano mette il suo romanzo osceno in rete. E diventa possibile scaricarlo. In un attimo si rompe l’incantesimo, saltano in una botta sola la smania da astinenza e le regole da dose quotidiana…
Ricomincio dall’inizio. Titolo, copertina, dedica. Sfoglio pagine virtuali che non posso toccare. Leggo caratteri grandi, perfetti per le mie diottrie, nero nitido su pagine bianche, bianchissime. Poche righe. Minimale.
Leggo tutto, senza interruzione, torno indietro tutte le volte che voglio, rileggo meglio, evidenzio le frasi che mi colpiscono.
Piacere e turbamento è quel che sento. Il turbamento è un sentimento concreto, fisico, per quanto mi riguarda. Quando c’è, devo capire da dove viene e che significa.

Le cose che mi turbano potrebbero essere dei punti di debolezza, invece sono esattamente i dettagli che caratterizzano questo romanzo. Il mio esser turbata, quindi, ha a che fare con i punti di forza di questo lavoro, ed è legato ad elementi molto precisi.

Il Ritmo
Non è fluido, non è morbido, non è tondo. È spezzettato. Come un respiro sempre in debito di aria, che non recupera mai. Non so dire se è una condizione determinata dal fatto che il romanzo è costruito in tweet , oppure è il contrario. Cioè, se è la struttura, la forma, la sua ‘natura’, a renderlo perfetto per questo ‘involucro’.

Il Sesso
Esplicito, spinto, forte, ben raccontato. Eppure è come se tutto il resto – intorno, fuori e dentro, prima e anche dopo – fosse congelato. Pure il desiderio è oltre la linea di sicurezza. Si avverte la smania, la voglia, sento persino inquietudine tra le gambe mentre leggo, ma il desiderio è immobile. Altrove.

Il Sentimento
Immagino che l’autore abbia avuto la tentazione, almeno in certi passaggi, di scivolare in considerazioni più intime e toccanti. Immagino abbia avuto voglia di andare nei pressi del cuore e sguazzarci un po’. Immagino che, a volerlo fare, non avrebbe faticato per niente. Sarebbe stato facile anche per i lettori seguirlo, scivolare con lui e scavare un po’ di anima, e un poco di carne. Un poco e un poco. Invece l’anima non si tocca, neanche si sfiora. La carne si vede, ma da lontano.
Anche quando entra nel dettaglio e racconta minuziosamente gli umori dei protagonisti, le loro storie, il loro passato, i loro sogni, quel che arriva è una descrizione chirurgica, soddisfacente, ma asettica. Senza sangue.
E’ disarmante. Perché viene voglia di affezionarsi. Affezionarsi ai personaggi, o detestarli, prenderne le parti o buttarli via… Invece, non succede niente. Il nostro ‘sentire’ percepisce ogni cosa, ma sempre a un passo di distanza, almeno. È come scopare senza calore (il ‘sesso meccanico’ della Marchesa in giovane età), o mangiare senza fame.
Allo stesso modo, mentre leggi di Fabio e della Marchesa, un po’ diventi come loro. Sei aderente alla storia, ‘dentro’, ma l’emozione (non che non ci sia) è circoscritta. Ferma. È altro da te. La osservi da fuori, non ti sporca.

La Lingua
È l’anima di un romanzo, la lingua. Qui è ‘semplice’. Volutamente semplice. Scarna. Secca. Frasi brevi che non ammettono distrazioni e tengono alta l’attenzione.

La domanda costante che mi sfiora mentre leggo, è:
come si fa a scrivere un romanzo così sconcio, denso e assassino, pieno di spunti esistenziali che rimanderebbero a ben altro, senza mai scivolare nella riflessione intimistica, in quella melassa che è il sentimento… senza mai rendere la storia, con tutto il groviglio erotico ed emotivo che contiene, una faccenda personale?

Quel che non è esplicitato nel romanzo – che è essenziale, meno di così non si sarebbe potuto dire – l’autore lo ‘racconta’ tra le righe, con lo stile, i tempi, le pause, le assenze.
E allora quel Ritmo a singhiozzi, che inquieta e lascia sospesi, a mezz’aria, diventa funzionale al romanzo.
Il Sesso spinto ma prosciugato di vita, e l’atmosfera che questa strana combinazione di fattori produce, pure diventa utile alla storia. È interessante, perché questo dato si coglie solo dalla seconda metà del romanzo in poi, acchiappa di sorpresa, a storia avviata.
Anche la totale (mai estrema) assenza di Sentimento, sensazione non del tutto ‘gradevole’, è aderente a quel che la storia racconta.
Infine, la Lingua. Il ‘suono’ della pagina, elemento importante quanto e più di quel che la trama svela, è così nuda, al nòcciolo, da non lasciar spazio ad alcun vezzo. Come tutto il resto, qui.

La difficoltà, e il guizzo creativo e il carattere in questo lavoro, non sta tanto – secondo me – nell’esser scritto in tweet, ma nel mantenere una certa estraneità al tutto, dall’inizio alla fine, costante, senza mai perdere la misura, senza mai accorciare le distanze. Senza mai prendere le parti di nessuno, senza mai entrare davvero in quel letto, senza mai bere del tutto quel seme, senza mai penetrare veramente quel culo, facendoti sentire il piacere, tutto, e il disagio, la dipendenza, la gabbia, il potere, il sesso in corpo, persino. Ma solo l’odore. Senza toccare. Senza speranza. E senza amare, mai.

Roberta Pilar Jarussi

“Il romanzo osceno di Fabio” è disponibile, in versione integrale e senza tagli, su Amazon.it, al costo di 0,92€

Vito Russo recensisce “L’appello della mano” (Nino Aragno Editore) di Lino Angiuli


Lino Angiuli – “L’appello della mano” (Nino Aragno Editore)
di Vito Russo

Leggere un libro di Lino Angiuli significa farsi delle domande, ma significa anche trovare delle risposte alte, che centrano le questioni poetiche ed esistenziali dritte al cuore, senza comode scorciatoie.

L’appello della mano, il suo ultimo lavoro letterario, è un manifesto poetico, ma insieme morale e religioso.

Angiuli elabora il suo messaggio senza la minima concessione alla retorica letteraria tradizionale, senza assecondare nessun cliché, usando sempre l’ironia come fil rouge e strumento comunicativo privilegiato. Se questi elementi sono una costante nell’opera del poeta di Valenzano, sorprende, nell’ultima silloge, una tensione etica insperata per qualsiasi lettore che si cimenti e confronti con la poesia degli ultimi anni. Lontano da localismi, autoreferenzialismi, lirismi, relativismi, insomma, come lui stesso ama dire, da tutti gli -ismi mai concepiti, con L’appello della mano Angiuli fa un ulteriore salto di qualità sul piano dei contenuti, ma il racconto resta fresco, grazie alla vis ironica che ne è il tramite.

La poesia di Angiuli, lungi dal soffermarsi sulle miserie della contemporaneità con piagnistei altrove troppo presenti, e senza alcun indugio nel privato, tiene fermo il baricentro su una concezione collettiva dell’esistenza tutta. Lino Angiuli è un poeta che ha qualcosa da dire, e lo dice senza artifici, elaborando un umanesimo moderno, scevro da atteggiamenti nostalgici, nel quale tutto è al centro dell’attenzione del poeta.

Ne risulta un’unione carnale e insieme spirituale tra gli uomini, le stagioni, il mare, il Creato intero, in cui l’autenticità è ”intravedere il firmamento / buttarsi addosso a un lenzuolo di terra / per il forte desiderio d’accasarsi con l’argilla”. Anche la morte smette di essere uno spartiacque (“vivi o morti che differenza fa?”). Nel panteismo angiuliano (“è una vita che mi giro di qui e di lì senza accorgermi / che tu stai dentro una boccata d’aria come a casa tua”), la materia si personalizza fino a spiritualizzarsi: “si alleggerisce il rimorchio delle ossa e / niente più siepe caro giacomoleopardi”.

Ancora una volta, e con maggiore evidenza rispetto alle raccolte precedenti, la silloge è incastonata in una struttura metrico-stilistica che rende omogeneo il discorso letterario, colonna portante di quello linguistico ed etico.

La tensione morale tocca il suo apice nelle orazioni settimanali della seconda sezione, di sette prose composte da sette mini-prose di sette versi ciascuna. Angiuli compone la sua dichiarazione programmatico-poetica: “Intanto io mi darò da fare per rispolverare una ad una / quelle invisibili parole da voi depositate nei saecula / saeculorum dentro l’umido cavo dell’orecchio buono / parole scasate dal vocabolario dove abitiamo adesso”. Angiuli prosegue il suo percorso letterario teso a ridare dignità alle lingue non ufficiali. Stavolta però non usa il suo dialetto, ma sviluppa una lingua altra e universale, frutto di mille contaminazioni lessicali e sintattiche: notevoli sono latinismi, inglesismi, francesismi, ispanismi, germanismi, e persino slavismi e arabismi, ma, soprattutto, emerge l’utilizzo frequente di espressioni ricavate da un parlato basso di derivazione dialettale: verbi come screscere, acquacquagliare, scarvottare, scassare, trapanare, sdivacare, abbottare, scimunire, stipare, arricreare, o aggettivi e sostantivi come tiraturo, guantiera, arruzzinito, abituro, zoche, lastro, solo per citarne alcuni.

Il poeta è un giullare che registra le contraddizioni della contemporaneità, ma non si limita ad osservare e denunciare con sdegno, ad esprimere il suo j’accuse all’Occidente, né ad arroccarsi su posizioni teocentriche, poiché “mi chiedo ognittanto perché poi dovrebbe farlo lui / quando volendo potrei imparare benissimo da solo / ad assaggiare uno stozzo di fame da spartire con voi”.

Per Angiuli la poesia è quindi strumento comunicativo e morale insieme, utile ad unire ciò che appare (o si vuol far apparire) diviso dai mille fondamentalismi, valorizzando le specificità: “Tutto quello che volete ma non venitemi / a dire che giuseppe vale più di yussef / solo perché è spuntato qui anziché lì”.

Mai come ne L’appello della mano il senso diviene esplicito, manifestato senza esitazioni, e si capisce come ci sia una corrispondenza stretta tra significante e significato: così come il poeta abbatte qualsiasi barriera linguistica, lasciando intendere un superamento delle divisioni culturali (“mi pento e mi dolgo nella tua lingua se necessario”), allo stesso modo la sua poesia si fa testamento esistenziale e sociologico della memoria, degli affetti, fondato su una pietas non cristiana, ma squisitamente umana e universale, perché “adesso che il nespolo d’inverno non si usa più / dobbiamo rappezzarlo noi e ripiantarlo insieme”.

Lino Angiuli, L’appello della mano, Aragno Editore, 2010 €9,00

Gennaio 2004 – Gennaio 2011 – Sette anni di Musicaos.it


2004 – 2011 Sette anni di Musicaos.it.

Grazie ai lettori, ai collaboratori, e a tutti quelli che chi hanno aiutato e che ci continuano a sostenere.
Musicaos.it – uno sguardo su poesia e letteratura” è una rivista online di letteratura, che è un portale, che è un sito. All’indirizzo di Musicaos.it potete trovare le istruzioni per collaborare. All’indirizzo musicaos.wordpress.com, questo sito, trovate le coordinate e i link per navigare nell’archivio della rivista, dal 2004 in poi. A questo indirizzo trovate tutto il materiale che viene pubblicato, i racconti, le recensioni, gli articoli, i suggerimenti di lettura.

“Anche quando i costi della rete saranno abbattuti, anche quando l’elettricità necessaria per accendere i computer, ai server e collegarsi ad internet sarà fornita da fonti energetiche rinnovabili e disponibili il libro non potrà essere rimpiazzato dall’e-book. Ci sarà sempre un servizio il cui accesso prevede un pagamento. Guattari in anticipo sulla diffusione della rete pensò un futuro ricco di password che aprono e password che chiudono, rubriche digitali dense di pin e numeri di accesso. Il tempo della lettura ed il tempo della scrittura, il tempo dell’ascolto e il tempo della ricezione. Il tempo è la misura dentro cui si iscrive la ricezione di un testo. Immettere contenuti, sia su internet che nell’editoria, in modo sempre più facile e veloce, dovrebbe responsabilizzare maggiormente chi questi contenuti gestisce. Le pagine su internet e le pagine di carta stampata sono miliardi. Come trovare la qualità? La qualità di una scelta, di una selezione, di un filtro, con l’avvento di internet hanno raggiunto lo stesso grado di importanza della qualità del testo stesso. E torniamo al punto di partenza. Le differenze tra internet e libro sono puramente tecniche. In sostanza i due mezzi seguono gli stessi percorsi di funzionamento. Sui manuali di html-design è consigliato di dare molta importanza ai contenuti nello sviluppo dei propri siti. Un sito può essere strabiliante dal punto di vista grafico della presentazione, tuttavia il motivo che ci fa tornare a visitare quel sito è il fatto che lì troviamo quel che ci serve. Lo stesso accade nei libri. Il libro dovrebbe essere l’oggetto par excellence orientato ai contenuti.”

Luciano Pagano, Webook,
9 gennaio 2004/3 febbraio 2004

Se volete comunicare direttamente con la redazione inviate un email a lucianopagano [at] gmail [punto] com

Per festeggiare il settimo compleanno postiamo una poesia postuma di Charles Bukowski, “e così vorresti fare lo scrittore?“.

“Pagano, parole contro il muro dell’ipocrisia”. Antonio Errico recensisce “È tutto normale” su Nuovo Quotidiano di Puglia


Pagano, parole contro il muro dell’ipocrisia
di Antonio Errico

Nuovo Quotidiano di Puglia
(15 Settembre 2010)

Frammenti che sono l’espressione di tutta una vita. Perché solo un attimo, solo una parola, un gesto, uno sguardo, un trasalimento, un’emozione, un pensiero che sopraggiunge e svanisce, possono riuscire a dire una vita nella sua irripetibilità. Una vita è sempre oltre e altro rispetto a quello che sembra. Per raccontare una vita bisogna riuscire a stringere quell’oltre e quell’altro. Con questa tensione, con la sfida – ad un tempo temeraria e calcolata – lanciata alla possibilità che ha la scrittura nei confronti del magmatico universo interiore, Luciano Pagano si mette a raccontare la storia di “È tutto normale”, il romanzo pubblicato da Lupo Editore. Racconta cercando continuamente in ciascuno dei personaggi quell’elemento che rappresenta l’unicità dell’esistenza. (“Gli uomini sono uguali in tutto, tranne che nel modo in cui danno l’amore”). L’unicità ha bisogno di parole essenziali: non vuole metafore ma pretende definizioni precise, concluse, definitive. L’irripetibilità – che è il nucleo profondo – si rappresenta attraverso un linguaggio liberato da qualsiasi increspatura, da ogni elemento figurativo. Quello di Pagano rappresenta il risultato di una sintesi estrema delle situazioni e delle psicologie dei personaggi. È incisivo, molto spesso tagliente, non indulge e non indugia, a volte è aggressivo; pochi aggettivi, avverbi rarissimi. È un linguaggio dai movimenti rapidi, dalle svolte che molte volte si rivelano imprevedibili. Attraversa le atmosfere come una pietra di fionda e va a spaccare i vetri dietro cui si nascondono le ipocrisaie del perbenismo e dei pregiudizi. Il linguaggio scava in quello che accade, nella memoria costante e incombente, nell’infanzia. Quando trova il punto che sembra dia origine alle vicende, la radice dei loro sviluppi, allora s’impunta. E mette a nudo. Smaschera, sviscera.
I dialoghi costituiscono un esempio significativo di questo procedimento. Si ha l’impressione che le storie nascano dai dialoghi, che essi siano il perno e il movente, che da essi dipenda il corso delle cose. Nei dialoghi del romanzo di Pagano scorrono sotterranei tutti i sentimenti; di volta in volta si caricano di nostalgia, di passione, di rancore. Sono la condizione linguistica che più di ogni altra – più profondamente, più drammaticamente – segna e nutre la differenza e la distanza non solo tra generazioni diverse ma tra concezioni della vita e del mondo così diverse da sembrare inconciliabili.
È un libro di interrogativi – spesso lancinanti – che restano sempre senza una risposta. La materia ribillente di una condizione di diversità (diverso da chi, da cosa? Soprattutto diverso perché?) contestualizzata nella dimensione del tessuto delle relazioni sociali, non è altro che una delle tante storie che corrono nel mondo e non rappresenta in alcun modo un pretesto di siociologismo, ancor meno di moralismo, meno che mai mezzo e occasione per un messaggio. È una delle innumerevoli metafore dell’esistere. Ora, considerato che la metafora è una costruzione di parole, Pagano dimostra uno straordinario impegno e rispetto nei confronti della parola.
Una sola parola, in questo romanzo, apre o chiude un complesso – aggrovigliato, drammatico – mondo esistenziale. Ci sono parole che diventano sentenza di assoluzione o di condanna; altre che riescono a far emergere il non detto, il rimosso, il celato. Recensendo su questo giornale il primo romanzo, “Re Kappa”, dicevo che Pagano intende dimostrare che la fonte e l’origine della narrazione si ritrovano in un impulso a narrare e in una domanda sul senso e la funzione che assume questa condizione esistenziale. “È tutto normale” si pone come conferma di questa ideologia del narrare.

Nicoletta Scano recensisce “È tutto normale” su i-libri.


Il secondo romanzo di Luciano Pagano, E’ tutto normale, pubblicato nel 2010 da Lupo editore, si svolge tutto nell’arco di una giornata.
Offre uno squarcio sulle riflessioni di un giorno come tanti eppure intensamente condizionato da un’occasione speciale, il ritorno a casa dopo diversi anni del figlio Marco.
I protagonisti del racconto portano a galla le loro intere vite, le esperienze passate e le conseguenze delle loro scelte, come a volerci ricordare che in ogni singolo momento non siamo che il prodotto di quanto abbiamo vissuto. Il titolo dell’opera potrebbe apparire stonato, soprattutto considerando che la coppia di cui si narrano le vicende è composta da Ludovico e Carlo, due omosessuali che nel profondo sud d’Italia hanno allevato un figlio, superando i consueti attriti familiari, le occhiate curiose dei compaesani e la moralità più o meno autentica della cerchia di conoscenze che li ha circondati per trent’anni.
Spiccano anche altre figure, per prima quella di Eleonora, la madre di Marco venuta a mancare precocemente eppure sempre presente;  quella di Kris, il compagno o la compagna (per gran parte dell’opera questo non è chiaro) che il ragazzo sta per presentare ai genitori.
Ci si potrebbe chiedere dunque: che cosa è normale? Questione insidiosa, che certamente l’autore non si prefigge di risolvere. Forse è solo una provocazione, buttata lì per invitare alla riflessione.
Chi ancora non ha letto questo romanzo, non si aspetti un pamphlet pro o contro l’omosessualità: certo, questo particolare aspetto è fondamentale per comprendere le dinamiche e desideri dei personaggi, tuttavia non è un fine, ma un inevitabile mezzo per ricostruire il vissuto dei protagonisti, per entrare in una storia che non vuole essere paradigma ma semplicemente narrazione.
L’autore sembra rifuggire da dettami etici o opinioni marcate, e certo non struttura come fosse un’inchiesta giornalistica l’evolversi della vicenda, ma semplicemente indaga la vita di una famiglia nella sua peculiarità, senza mai alzare i toni e concentrandosi piuttosto sui percorsi psicologici ed emotivi dei personaggi.
Le questioni anche più forti e toccanti della storia appaiono come sfumate, metabolizzate attraverso il ricordo, eppure molto vivide, capaci di offrire al lettore un vero contatto con la realtà dei protagonisti.
Il romanzo regala uno sguardo lucido, capace di raccontare delle vite così come sono; il tutto arricchito da una bellissima copertina (che non guasta mai) e da una folgorante osservazione sulla quarta:”una volta fuori dall’utero ogni uomo è perso“.

Nicoletta Scano
i-libri, 15 Settembre 2010

Stefano Savella recensisce “È tutto normale” su Puglialibre


Una famiglia arcobaleno, oggi, in Italia, può contare su una discreta, ma sempre più fitta, rete di esperienze comuni, su associazioni di riferimento e su studi consolidati per proseguire con serenità, e ovviamente con coraggio, un percorso di educazione e di maturazione dei suoi più piccoli appartenenti. Ma come potrebbe essere stata la vita di una famiglia arcobaleno d’avanguardia, negli anni Ottanta e Novanta, nel tacco d’Italia ancora lontano da divenire ricercato set cinematografico e fucina di talenti, meta di un turismo di massa e gay-friendly benedetto da Ferzan Ozpetek? A tracciarne un ritratto narrativamente ben costruito ci ha pensato Luciano Pagano nel suo secondo romanzo, È tutto normale (pp. 278, euro 15), di recente pubblicato per Lupo Editore. Tre anni dopo l’esordio di Re Kappa e diversi riconoscimenti letterari, oltre a un instancabile attività di blogger sul mondo della poesia e della letteratura con uno sguardo particolare sulla sua terra d’origine nella quale tuttora vive, il Salento, Pagano ha approntato un romanzo completo, muovendosi a proprio agio nelle due durate temporali che vi convivono: le ventiquattro ore (circa) in cui Marco, il figlio, presenta Kris ai suoi genitori, Carlo e Ludovico, e i ventiquattro anni (circa) precedenti in cui al primo e a questi ultimi si aggiunge la figura di Eleonora, la madre.

I numerosi flashback, ampi ma non troppo, anzi incastonati a mo’ di puzzle nel tessuto del romanzo, avvicinano pagina dopo pagina le due vicende, al cui centro si pone la famiglia, arcobaleno come i colori vivi di Villa Donini (il verde del grande prato intorno alla masseria di famiglia, il rosa di una stanzetta di bambino, più tutti quelli delle elaborate pietanze preparate per l’occasione dai padri), di Carlo, Ludo e Marco. Ma la figura di Eleonora non è meno presente dei tre: donna forte e audace, decisa nei suoi intenti anche estremi, e poetessa raffinata e apprezzata con una storia speculare a quella di Eros Alesi, il poeta romano morto a vent’anni nel 1971 e autore di alcune tra le più intense liriche del secondo Novecento italiano. Non a caso è ad Alesi che Kris, arrivata a Roma direttamente dal Canada, dedica la sua tesi di laurea in Lettere. È chiaro allora come i personaggi del romanzo si pongano in un ordine preciso, quasi geometrico, con le due donne a indicare il passato e il futuro di Marco. Laureatosi brillantemente in architettura e con un inizio di carriera già definito, il giovane rampollo di casa Donini deve però fare ancora una volta i conti con l’omofobia, inculcata alla sua fidanzata dal padre di lei, pastore di una setta cattolica di oltreoceano.

Proprio le pagine che ricordano gli episodi di omofobia e di esclusione cui sono stati sottoposti i due padri nella loro relazione d’amore sono tra le più intense del romanzo: la figura arcigna di Ettore Donini, padre di Carlo, ha ad esempio tutti i caratteri del dominus che decide della vita del proprio figlio senza sentire ragioni; e le numerose rinunce a cui Carlo e Ludovico devono far fronte per evitare al figlio troppe domande da parte di amici e insegnanti sono spine di cui è costellata tutta la storia. Ma il romanzo di Pagano non sarebbe stato ugualmente ricco senza le descrizioni del Salento che assurge al ruolo di personaggio silente. La teoria espressa da Carlo, docente di Antropologia, nel libro che sta per concludere sullo studio di iscrizioni rupestri e tracce megalitiche sparse nel Salento, interpretandolo come «terra magnetica», ne è solo una parte. Il resto è condensato in poche parole lasciate cadere quasi per caso: «Questa terra è particolare». Particolare esattamente come la giornata vissuta dalla famiglia Donini (e come la giornata messa in pellicola da Ettore Scola, anch’essa delicatamente dedicata alla tematica omosessuale), e particolare come la famiglia di Marco. Ma pur sempre famiglia.

Stefano Savella

leggi qui la recensione di Stefano Savella su Puglialibre

Di enti e superfici. Su “Dermica per versi” di Stefano Donno


Dermica per versi” (Lietocolle, 2009, nota introduttiva Alessandra Bianco) è l’ultima raccolta di versi pubblicata da Stefano Donno nella fortunata collana “Solodieci poesie” dell’editore comasco, da anni marchio di qualità per ciò che concerne la poesia di “ricerca” nel nostro paese. Un dato che va sottolineato per la cura e l’attenzione necessarie – e non ovunque riscontrate – non soltanto da parte di un autore, nei confronti del verso. Una silloge di dieci testi è lo spazio necessario perché i risultati di una ricerca, condotta da circa due anni nel caso di Stefano Donno, trovino la giusta proposizione, catalizzando l’attenzione del lettore (e non solo del critico o del lettore-poeta), senza quella dispersione che potrebbe costituire una pregiudiziale nell’accostarsi alla poesia. Vi è qui la dimensione della ricerca e di una scrittura poetica intesa nella “possibilità di una ricerca”. Una poesia che non può essere né descrizione, né celebrazione del momento.
Perfino il titolo scelto per questa raccolta di dieci componimenti è misurato e allo stesso tempo ambiguo, decentrante, “Dermica per versi” rimanda infatti a qualcosa che potrebbe somigliare a una mappatura poetica di stile e ispirazione deleuziana, una sorta di descrizione di superfici che rimandano a altre superfici. Non è così. Non c’è nulla di più intimo e scavatore in questi versi.
È scomparso l’utilizzo dei segni di interpunzione e della simbologia trans-linguistica (matematica, fisica, scientifica, etc), è scomparsa l’influenza di uno sperimentalismo esasperato, a dire il vero condotta in un ambiente che di sperimentalismo ne aveva percorso poco. Sono scomparsi quasi del tutto i segnali (già intermittenti) da un mondo che non sia quello interiore del proprio lirismo. La cosa più interessante, soprattutto per chi abbia letto tutti i libri, e quindi tutti i ‘passaggi’ di Donno, è notare come la concentrazione raggiunta in questi versi non sia una semplice tappa, cioè un tassello ulteriore e differente dai precedenti, quanto si tratti piuttosto della sussunzione di scritture oramai lasciate alle proprie spalle, con una risultante di netta maturità rispetto a ciò che è stato in precedenza. La forma della raccolta compiuta permette di affrontarne uno a uno i momenti. (1) La silloge si apre con un’invocazione a un tu, ipotesi femminile che potrebbe essere la destinataria dei pensieri contenuti in questi componimenti. La dimensione prescelta è quella di un presente problematico, che si pone come tappa finale di un percorso, uno dei tanti dell’esistenza, giunto a conclusione. Il protagonista è pronto a uscire di scena, affidando ciò che resta del suo corpo de-sensualizzato a chi potrà accogliere i suoi baci/segnali: “sordo, cieco, muto porgo le mani verso te:/ finché in lacrime il vento non ti porterà i miei baci”. (2) Nel secondo componimento l’autore chiarisce che il campo d’azione del suo discorrere poetico è costituito dal corpo e che di conseguenza la ‘dermica’ cosiddetta va intesa come percorrenza del corpo sotto specie di emozioni, “ogni centimetro di pelle”, viene percorso, la dimensione estetica/sensuale ha il sopravvento su quella estetico/espressiva, tanto che “si perdono le parole migliori/ che non scriverò mai”. Tutto fin qui suona come un’arresa della possibilità di poetare dinanzi al reale che può essere vissuto e espresso. La “lingua” di questa poesia – in questo senso – è niente più che un organo facente parte di un apparato digerente. Supponendo che il corpo/mente sia il punto di contatto fra la realtà del mondo e l’io lirico di questi versi, ecco che il corpo non ha la determinazione sufficiente per imprimere una traccia, “Le mie impronte saranno solo un alone sfocato”. Una delle cifre che caratterizzano questi versi può essere quindi individuata nella “sfiducia”. (3) Il terzo componimento costituisce un dittico ideale insieme al quinto, in cui diviene reale e tangibile il contatto con l’altra, quell’elemento femminile che è l’interlocutrice sottesa della silloge. C’è qui la descrizione di un rapporto intimo nel quale è chiara la dimensione dell’attrito come impossibilità di comunicazione tra le due parti, “rovinare tutto con un semplice gesto senza maestria”. In tal senso l’amore è ‘dermico’, perché si ha a che fare con “L’involucro del mio male” riportato immediatamente a un’esperienza di analisi mediante poesia – “saturo d’inchiostro” – in un opporsi continuo di immagini aeree e diafane, “accarezza i tuoi seni”, “farfalle sui prati”, alle quali vengono contrapposte “meschine le serpi/ tra carcasse”. (4) La quarta poesia della raccolta si pone come cesura del dialogo tra quella che la precede e la seguente. C’è qui la consapevolezza di un meccanismo che si è inceppato, di un’abitudine amorosa che è venuta meno, non nella sequela dei gesti, bensì nell’autenticità dell’ispirazione. Vi è qui una netta presa di posizione dell’io-poetante nei confronti della donna, alla quale viene negata ogni arrendevolezza “Dovrei annuire con la testa/in segno di accondiscendenza” [...] Dico dovrei/ma non lo faccio”. (5) Il componimento che occupa la parte centrale della silloge è anche quello dove la consapevolezza del distacco raggiunge il suo punto più alto. Da qui in poi sarà difficile individuare punti di contatto fra l’io-poetante e l’Altra, che non abbiano il solo sapore del rimorso o della consapevolezza che tutto ciò che è stato in una determinata misura non potrà essere più. “Quel che è rimasto di noi/è un disordinato museo dei tempi andati”. Insieme alla sfiducia si delinea un’altra caratteristica di questo sistema rizomatico, quella cioè che la rende una corazza impenetrabile perfino a chi ne aveva condiviso i tutti momenti qualche istante prima. C’è da parte dell’io-poetante una sorta di remissione nell’accettare il passato come somma di tentativi volti all’instaurazione di un rapporto che va oltre la superficie dermica “dove ho imparato ad attendere/in religioso silenzio ogni tuo cenno/riordinando per ore le spazzole per capelli/i cosmetici, gli orsacchiotti di peluche, la tua biancheria”. Quello che si evidenzia è il rapporto con oggetti che a dispetto della loro consuetudine e abitudinarietà non riescono, grazie alla confidenza, a scalfire il manto della superficie per raggiungere un quale-che-sia-presupposto-ente. (6) L’inganno amoroso si conclude in un silenzio illuminato da una “luce fioca”. La sesta poesia della raccolta riprende un’atmosfera cara a Donno, quella della metropoli, anche se a differenza di altri luoghi poetici cari all’autore da essa è scomparso totalmente l’orizzonte storico. L’evento che interessa documentare sono “le noiose giornate di provincia”, le macchine, il centro; questi elementi assumono una finzione straniante, il cuore dell’io-poetante è un qualcosa che scorre lontano, un po’ per salvarsi, un po’ per perdersi, un po’ per non farsi corrompere dall’oblio dell’indifferenza.
Da un punto di vista lessicale “Dermica per versi” è un riuscito esperimento nel quale vi è equilibrio tra linguaggio medio e alto, dove il raro utilizzo di termini più desueti (ad. es. “sciabordio”, “abbuia”, “agglutinare”) si fa indice di una ricerca di comunicazione e comprensibilità come risultati. (7) Il settimo componimento è quello in cui si celebra una ideale resa dei conti. L’io-poetante ci ha fatto comprendere, fin qui, di essere una superficie su cui può essere scritto tutto, perfino la condanna estrema, proprio come accade al protagonista dell’incubo kafkiano contenuto nel capolavoro “Nella colonia penale”, sulla cui schiena viene incisa la condanna che coincide con l’esecuzione della stessa. C’è qui l’abbandono al giustiziere, senza nemmeno un timido accenno alla richiesta di un appello. “Quando sarà il momento/tranciate di netto ogni parte di me”. Eppure in questa arresa è contenuto l’ultimo atto di denuncia nei confronti di un mondo che non vuole capire e che non è compreso, meccanismo ineffabile. Se per un’ipotesi assurda dovessimo chiederci chi tra i due, “io-poetante” e “mondo”, avesse ragione, basterebbe l’ultima strofa di questa poesia per fare vincere il primo: “Ho sempre ubbidito a tutti/e tutti mi hanno accolto/obliqui nelle loro case/come se il dovere dell’indignazione/fosse solo per il mio cuore/lacerato a brani/e nulla avessi più a pretendere/nemmeno la polvere”. Ciò che anima questi versi non è quindi un’arrendevolezza silenziosa, quanto più una forte spinta dialettica a una rivolta interiore che riesca a sovvertire la quiete del rapporto amoroso con l’Altro, il suo assopimento. Una delle cose che ci si augura di più una volta terminata la lettura di questi versi è che l’implosione avvenuta sull’IO, dopo che si sia lasciata da parte la società ‘allargata’, venga rivolta con lo stesso acume all’esterno, forte l’autore di questo affinamento del mezzo espressivo, ottenuto come è giusto che sia dopo aver pagato alla poesia un caro prezzo. (8) L’ottava composizione è quella più atipica e distante dalle corde ritmiche delle precedenti, proprio perché in essa sono individuabili gli accenti, una rapidità e un ritmo ‘propedeutici’ all’arresto repentino e inaspettato dell’ultimo verso. Una corsa che si arresta d’improvviso, come se l’io-poetante, fatti i conti con la realtà, avesse deciso di raccogliere in un punto tutte le sue forze. Una dimostrazione che lo stile del Donno è capace anche di voli repentini e accenti compiuti. Detta tracotanza si scaglia e valorizza in questo caso oggetti inutili, inermi, “sfioravo con le mani/penetravo le morte cose”. Come a dire che tanto ardore tardivo è oramai vano. Tornano infatti le mani, “tremule”, “impudiche”, “coprivano un’ansia latente d’attesa”. Da un lato la corsa affannosa verso qualcosa di invano, e dall’altro la soluzione in nulla che non sia soltanto attesa. (9) La nona poesia segna il termine del discorso intrapreso nella silloge, qui si tirano le somme, tutto l’io-poetante è consapevole di essere stato partecipe di una lezione incompiuta, quella del mondo intimo di un uomo e una donna che per un tempo intenso è trascorsa sul derma per raggiungere fibre più intime. La prima persona singolare che ha accompagnato il lettore per la durata di questo viaggio giunge alle soglie di un abisso. (10) “Dove nessun canto trova dimora”, scriverà Donno nell’ultima poesia della silloge. Nemmeno sulle pagine c’è abbastanza spazio perché la tensione dell’esistenza trovi un luogo adatto a fermarsi, “i miei passi a stento sopportano/ il peso del cielo”.
“Dermica per versi” diviene qui una dichiarazione poetica alla realtà, una denuncia dell’evidenza che in certi momenti sfiora il titanismo, concentrandosi, si potrebbe azzardare un paragone, in un bicchiere d’acqua che va bevuto ogni giorno, mandato giù a sorsi lenti e amari allo stesso tempo. È come se in ognuna delle poesie fin qui lette ci si fosse avvicinati sempre di più a un millimetro dalla sconfitta, al momento in cui si è prossimi a gettare la spugna senza compiere, tuttavia, il gesto dell’arresa. Questa raccolta, tra quelle pubblicate da Stefano Donno in questi undici anni di frequentazione con la parola ‘rivolta’ a un pubblico, è sicuramente la più riuscita, e senza nulla togliere a quelle che l’hanno preceduta costituisce un ottimo punto di partenza per una ulteriore ricerca di mappatura poetica del mondo.

Dermica per versi”, Stefano Donno, Lietocolle, 2009, isbn 9788878485419, €5

Love sick. Bob Dylan.


Opinioni di lettura. Ho incominciato a leggere “The Lost Symbol“, nella prima scena un ragazzo/uomo di trentaquattro anni beve sangue da un teschio. Il fatto che il primo personaggio che compare nel romanzo sia un mio coetaneo mi inquieta ma non troppo. I primi quattro capitoli scendono lisci come quel sangue attraverso quella gola. Dan Brown ha fatto tesoro degli errori commessi. Mi spiego. All’indomani del successo del CDV sembrava che tutti fossero pronti a elencare in ordine sparso: i libri da cui il romanzo era ispirato, i libri da cui il romanzo era stato copiato, i testi dei quali CDV era inesorabilmente debitore. Nel suo ultimo romanzo sembra aleggiare l’idea che tutto quanto è farina del suo sacco e che, fin dall’incipit, tutto ciò di cui si scrive è reale e ispirato a fatti reali. Vediamo come continua.

memorieaperdere_luigimilani

Alterno Brown alla lettura di “Memorie a perdere” (Edizioni Akkuaria) di Luigi Milani, un’ottima raccolta di racconti metropolitani, dove il paradosso, l’equivoco e la sorpresa si alternano con colpi di scena continui; è la prima pubblicazione di Milani, già autore di “Rockstar”, romanzo edito su LULU e ispirato alla vicenda di Kurt Cobain. Luigi Milani è anche co-traduttore insieme alla stessa autrice di un altro libro che sto leggendo in questi giorni, Nefertiti (Stampa Alternativa). [continua...]

Un cuore in autunno. Su “Carenze di futuro” di Roberto Saporito.


Un cuore in autunno. Su “Carenze di futuro” di Roberto Saporito.


L’ipotesi di trovarsi davanti al proprio futuro come davanti a un abisso non è certo l’ingrediente migliore con cui si possa affrontare la propria vita. Roberto Saporito, scrittore e pittore originario di Alba, più di ventimila copie vendute con i suoi racconti “Harley-Davidson” (StampaAlternativa), torna al romanzo con la sua terza prova, dal titolo “Carenze di futuro” (Zona Editrice) dopo un silenzio di tre anni (Millenovecentosettantasette. Fantasmi armati, Besa Editrice). La crisi economica che imperversa sul nostro pianeta ci ha abituati a osservare in tv le file di ex-banchieri che portano via le loro scatole piene di effetti personali fuori da uffici sui quali non fa in tempo a comparire il cartello di qualche immobiliare che subito il posto viene ceduto a un nuovo inquilino. Ci sono eventi che costringono gli uomini a flettersi su se stessi e ripensarsi. Il protagonista del romanzo di Saporito è un uomo che all’inizio della sua vicenda decide di fuggire da un presente troppo scomodo, un presente che non lo vuole, fatto di realtà nelle quali si sente stretto, calato come un personaggio che parla la propria lingua in un mondo fatto di attori che vengono doppiati o da comparse che leggono un copione senza essere a capo di una storia. È la storia di un uomo che ha perso tutto, scientemente e dissennatamente. Nel peggiore dei modi. C’è la moglie che non lo vuole, i figli che lo disdegnano con un po’ di apatia. C’è l’amico che lo aiuta a fuggire dai creditori e nello stesso tempo sembra dargli una pugnalata alle spalle. C’è il compagno di un tempo che ce l’ha fatta in un altro paese, e che sta lì per ricordare, come se non ce ne fosse bisogno, che un’altra vita è possibile, se solo il protagonista volesse lavorare trecentosessantacinque giorni all’anno. C’è un passato, gli anni settanta tumultuosi e universitari, vissuti a Torino in compagnia di una amante francese, professoressa in facoltà. La bravura dell’autore sta nel comporre una storia scorrevole, con colpi di scena sapienti, il tutto senza lasciare spazio a nulla di scontato. Il protagonista dopo avere infilato una sequela di colpi andati a male decide che è meglio andarsene. Il lettore benevolo vorrebbe che il cerchio si chiudesse, che la professoressa tornasse indietro, che il passato confortevole del ricordo facesse nuovamente capolino dalla finestra di una mansarda, come un raggio di sole che fende la nebbia. Tornare indietro è difficile, quasi impossibile. Impossibile come andare a Parigi in bicicletta, che detto così suona improbabile ma che a esserci, nel “qui e ora” di una fuga irredimibile, suona quasi come una speranza. Nulla succede a caso in questo romanzo che è un po’ noir e un po’ commedia, dove riecheggiano alcune scene e inseguimenti a là Besson e allo stesso tempo il lettore viene vorticato nei paraggi bui di un labirinto con la consapevolezza che sa avere solo chi decide di abbandonarsi al flusso degli eventi, come una chiatta su un fiume. Sembra di trovarsi nel video di una delle canzoni (una delle più belle) citate dal protagonista, quella “Sabrina” degli Einstürzende Neubauten, dove un novello Minotauro piange allo specchio, perso nel cesso di un labirinto post-moderno. Nella prosa di Roberto Saporito i riferimenti a Houellebecq sono mitigati dal calore delle atmosfere autunnali e dalla morale ingenua del protagonista, che solo dopo essere stato vittima di diverse peripezie, decide finalmente per il ‘proprio‘ meglio. A prescindere che questo esito sia più o meno vicino a ciò che il mondo considera utile. Una prova matura, degna e misurata come accade di rado.

Carenze di futuro“, Roberto Saporito, Zona Editrice, € 12,00, 9788864380261

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“Carenze di futuro”, in libreria dal 22 settembre del 2009, verrà presentato domenica 11 ottobre 2009 al Pisa Book Festival (Palazzo dei Congressi di Pisa) alle ore 14.00 presso la Sala Arancio.

La solitudine dei numeri primi


Daniela Gerundo su
“La solitudine dei numeri primi”
di Paolo Giordano

Suscita antipatia da subito l’ingombrante figura del padre di Alice, la protagonista del racconto; l’uomo cerca nella figlia il riscatto delle proprie frustrazioni, sottoponendola, ancora bambina, ad un estenuante allenamento sciistico tanto intenso quanto sgradito alla piccola che rimane vittima di un incidente di cui porterà i segni a vita.
L’oppressivo genitore mi ha fatto tornare in mente un episodio visto recentemente in televisione, di un padre, allenatore della propria figlia nuotatrice, che ha tentato di malmenarla al termine di una deludente prestazione sportiva. Il tutto davanti a migliaia di attoniti spettatori che seguivano i campionati di nuoto sul posto e in televisione.
Proseguendo nella lettura conosciamo l’altro protagonista, Mattia, vittima dell’incapacità dei genitori di coalizzarsi nell’affrontare i problemi quando piombano con tutta la loro forza devastante sulla normale quotidianità di una vita tranquillamente preordinata.
Dimentichi dell’esigenza di consentire, comunque, al bambino una sana crescita, i genitori di Mattia lo caricano di responsabilità sovradimensionate alla maturità della sua fase evolutiva, tanto da farlo rimanere schiacciato sotto il peso delle conseguenze di un errore di valutazione tipico della sua età.
La singolarità di queste esperienze pregresse renderà i due protagonisti simili ai numeri primi gemelli, finendo per creare problemi anche ai numeri naturali che hanno la malaugurata sorte di trovarsi inseriti tra di essi, rimanendo vittime delle loro inconsce, sottili perversioni.
Nell’evoluzione delle rispettive esistenze i due protagonisti devono relazionarsi, loro malgrado, con altri personaggi ben caratterizzati : Denis, l’amico omosessuale; Viola, bella e impossibile; la falange compatta e spietata delle quattro compagne; Soledad, la governante complice; i genitori, ansiogeni e ansiosi; e poi ancora Nadia, innamorata di Mattia, e Fabio che sposerà Alice .
Il bagaglio di problemi che tutti loro portano in dotazione è tipico del mondo
attuale: anoressia, bulimia, omosessualità, bullismo, solitudine. Problemi che affondano le radici nel fertile humus delle conflittualità famigliari irrisolte, dei lutti non elaborati, delle aspettative disattese.
L’incapacità di imprimere una svolta positiva al loro percorso di vita deriva dall’anaffettività di Mattia e dall’insicurezza di Alice, e dal loro imprevedibile agire, governato dai fantasmi del traumatico vissuto degli anni giovanili.
Sorprendente il finale che sembra suggerito dalla maturità esperenziale di una persona adulta e non da un giovane scrittore; costituisce il giusto approdo dei protagonisti ad una indipendenza fisica ed emotiva a cui dovrebbero tendere tutti gli esseri umani, ma che si conquista solo dopo aver percorso gli itinerari delle assurdità e delle contraddizioni di questo mondo.
Le ultime quattro parole a chiusura del racconto dissipano quel sottile velo di tristezza che ha avvolto la storia, svelando una Alice ormai affrancata dal dolore, che si appresta ad affrontare la vita con un approccio ottimista e con una piena consapevolezza di sé.
Narrato con scrittura secca, priva di sbavature, il racconto sembra risentire della formazione scientifica del giovane scrittore, laureato in fisica, che spesso coglie spunti per evidenziare il suo bagaglio culturale. Lo fa nel titolare i capitoli (Principio di Archimede, Messa a fuoco…), nel riportare le osservazioni di Mattia sempre attente al dettaglio fisico-matematico: tensione superficiale del liquido, direzione degli assi cartesiani, complicate sequenze numeriche. Viene analizzata con freddezza anche una magica aurora sul Mare del Nord, studiata nelle componenti date dalle spinte centrifughe e centripete, dalle forze sbilanciate, dalla meccanica.
Coerente e consequenziale, il racconto viaggia sui binari della razionalità senza deragliare nel becero sentimentalismo.
Tecnicamente ineccepibile nella costruzione della storia e dei personaggi che vengono sezionati con il distacco emotivo di un anatomopatologo la narrazione risente, comunque, dell’assenza di quel pathos che coinvolge il lettore impegnandolo emotivamente.
Decisamente apprezzabile che l’autore abbia ignorato l’inflazionata consuetudine giovanilistica di far ricorso a testi o titoli di canzoni per esprimere sensazioni o sentimenti. Si nota, però, qualche ” Uaooo…” di troppo; giusto per ricordarci che a scrivere è un giovane di 26 anni, laureato in fisica, con dottorato di ricerca, al suo primo romanzo.

Un'altra giovinezza


Enrico Pietrangeli
su “Un’altra giovinezza”
di Mircea Eliade

Un fulmine, durante la notte di Pasqua, colpisce Dominic, ottantenne protagonista che, anziché perire o restare invalido dall’incidente, ringiovanisce prodigiosamente colto da ipermnesia. Sullo sfondo c’è persino un Papini eco nella cronaca, nella cecità supposta, ma anche una forte predilezione per Dante e Ungaretti nutrita dal miracolato oramai divenuto superdotato nelle sembianze di un bel giovinetto, con tanto di “baffi biondi” e “frange sulla fronte che lo faceva assomigliare a certi poeti”, forse un po’ anche a quel Sean Bran, poeta, esoterista e irredentista irlandese che, per il suo centenario, immola la quercia folgorandola ai posteri. Dualismo cosciente, immagini riflettenti fino ad un vero e proprio sdoppiamento della personalità con un sosia angelo custode e risvolti profetici sul destino dell’intera umanità costruiscono man mano il personaggio in una sorta di esoterismo delle lingue. Sogna per ideogrammi divenendo un febbrile sinologo, quasi un novello Pound alla ricerca di sé e dell’anima all’origine di tutti i linguaggi. Si rimbalza da una dimensione temporale all’altra, trasformando passato e futuro in coordinate mobili, dove tradizione e spazio si consolidano in una visione apocalittica ma rigeneratrice per una possibile umanità post-atomica e più dotata, quella post-storica.
Mircea Eliade, eminente intellettuale della storia delle religioni del Novecento, nell’ “escatologia dell’elettricità” romanza una “mutazione della specie umana, l’apparizione del superuomo”. Tematiche che nel libro riconducono ad un’ambientazione radicata nell’espansionismo nazista in Europa. Cresce l’interesse al caso di Dominic e, “tra gli intimi di Goebbels”,  quello del dottor Rudolf, sperimentatore da “un milione di volt”. Sequenze di spionaggio e doppio gioco tra Siguranţâ e Gestapo disegnano una Romania già da anni nel pieno di vicissitudini tra conservatori e legionari, minacciata da tedeschi e sovietici come pure da bulgari e ungheresi. Un paese che, di lì a poco, con Antonescu verrà risucchiato nello scacchiere di Hitler per questioni strategiche piuttosto che ideologiche, tanto che, la stessa Guardia di Ferro, nel ’41 sarà messa per sempre a tacere nell’ordine d’interessi reciproci.
Dominic si rifugia a Ginevra e, a partire dal ’47, trascrive i suoi appunti in una “lingua artificiosa”, un sistema non decifrabile prima del 1980, destinato a tramandare molte civiltà che, prima dell’avvento dell’uomo post-storico, andranno completamente distrutte nel corso di guerre atomiche. Sempre in Svizzera, nel ’55, un temporale sorprende due donne e la sola sopravvissuta, Veronica, viene colta da una sindrome di regressione che, non a caso, si ricongiunge al destino di Dominic, non solo a quello linguistico (Veronica è preda di transfert e, come Rupini, figlia di una delle prime famiglie convertite al buddismo, comunica con lui in sanscrito) ma anche a quello sentimentale, che riconduce ad un amore incompiuto della prima giovinezza, quello con Laura che lo ritrae a Tivoli. Dominic e Veronica si ritireranno a Malta, lontano da fari puntati e occhi indiscreti, dove le visioni di lei diverranno sofferte ed oniriche, fino a lambire civiltà primordiali, provocandole una “senescenza galoppante”. Finale estetizzante e ambivalente, sia sul piano reale che su quello surreale, per il lettore come per il protagonista che si ritrova al caffè Select fino ad invecchiare improvvisamente per essere rinvenuto come un anziano morto assiderato. Il doppio e la sfida del Faust di Goethe, ma anche palesi riferimenti a Dorian Gray, ci lasciano nel gusto di una cultura romantico-decadente filtrata dal Novecento e paradigma di una tragicità d’incomunicabilità isolazionista.

Mircea Eliade, Un’altra giovinezza
Rizzoli – 2007 – 15,00 Euro

La musica e la poesia di Vincenzo Mastropirro


Luciano Pagano
La musica e la poesia di Vincenzo Mastropirro

Vincenzo Mastropirro è nato nel 1960, a Ruvo di Puglia, attualmente vive a Bitonto. Musicista e poeta, la sua passione per la poesia si unisce alla sapienza posseduta nel fare incontrare alle parole i suoni, con la composizione di musiche interessantissime. Ha collaborato con Paolo Fresu & Alborada String Quartet e per il duo Sakis Papadimitriou e Giorgia Sylleou. Il tema dello “Stabat Mater” è uno dei topoi che acquisiamo dalle celebrazioni della Pasqua, “Mater Dolorosa. Stabat in nove quadri su laudi dialettali pugliesi” è il titolo di un’opera musicale scritta da Vincenzo Mastropirro e suonata dal Mastropirro Ermitage Ensemble. Seguire le musiche originali composte dal musicista di Ruvo di Puglia fa ripercorrere la vicenda umana che si lega alla passione e alla sua riproposizione rituale, in quest’opera avviene un percorso analogo a quello operato da Fabrizio De Andrè ne “La Buona Novella” (1970), dove la tematica religiosa classica si cala in sonorità che già dal primo impatto evocano le metropoli di oggi, dove il canto lirico ‘alto’ in dialetto si mescola agli assoli di chitarra elettrica (Figlio mie). Mastropirro, compositore, flautista, si autodefinisce non a caso, “personalità eclettica”; non nuovo a questo tipo di operazioni, nelle quali l’intento principe è quello di legare a filo la cultura popolare e contadina, contemporanea e passata, fino a quella sofisticata delle atmosfere classiche, con contaminazioni rock e progressive. “Songs” è il titolo di un suo lavoro nel quale partecipano come ospiti Patrizia Nasini, Gianni Coscia, Roberto Ottaviano e, anche lui poeta e musicista di prima categoria, Vittorino Curci; sono proprio le poesie di quest’ultimo (da “La stanchezza della specie”, Vittorino Curci, Lietocolle), a incontrarsi con la musica di Mastropirro, che in “Mater Dolorosa” affida la narrazione alle laudi dialettali. Un lavoro, “Songs”, che tocca le corde della sensibilità e che la stessa Giovanna Marini ha definito un “lavoro di alto livello”, un viaggio sonoro e poetico, ‘artisticamente onesto’. In ‘Songs’ si passa da una partenza sonora che unisce alle acquisizioni della ricerca di musica classica contemporanea la dolcezza della voce della Nasini. Le melodie affidate ai fiati creano una dimensione di attesa continua per ciò che verrà suonato, tipica di un’improvvisazione che ricorda l’atmosfera del jazz ma anche quella del tango. A ciò si aggiunge il passaggi tra gli stili, possibile anche grazie al virtuosismo dei vari ensemblers. Entrambe le opere composte da Mastropirro “Songs” e “Mater Dolorosa” sono incisi per la Essemmegi di Bari. Del 2007 è invece la sua prima opera in versi, intitolata “Nudosceno” (Lietocolle). I versi di Mastropirro si fanno portatori di una dimensione in cui la corporalità assume un ruolo centrale, con il ricorso frequente a immagini in cui l’ineluttabilità del tempo fa da sfondo alle vicende umane. Versi osceni, come ricorda il titolo, in cui l’oscenità è data più dallo squallore insito nella rappresentazione dell’esistenza, piuttosto che dalla vita stessa, dove l’amore si riduce a un esercizio ginnastico e la vecchiaia incede mutando il nostro corpo, lasciandoci l’unica certezza, nel percorso, delle due estremità, vita e morte. “Trasloco i miei ricordi con pazienza certosina/li avvolgo nel tessuto felpato senza far rumore/nessuno potrà godere la fragranza dell’amore appena sfornato/nelle ore passate i rintocchi delle campane erano assordanti/ora vanno protetti”. In questi versi c’è cinismo, autodissoluzione, forte critica nei confronti dell’ipocrisia, le poesie di Vincenzo Mastropirro possono in tal senso essere definite ‘immorali’, perché ogni suo componimento trova le parole per mettere a nudo e dare in pasto all’oblio i concetti cui siamo più affezionati, la pace, l’amore, il sesso, la bontà, perfino il mare, con il suo solito via vai; un processo che può essere portato alle sue conseguenze soltanto dalla poesia.

L'estate è crudele


Daniela Gerundo
su “L’ESTATE E’ CRUDELE” di BIJAN ZARMANDILI

L’ho letto in poche ore, nel treno che mi portava in vacanza a Milano.
Il mio soggiorno è coinciso con le manifestazioni per i 160 anni delle “5 giornate di Milano” che si svolsero dal 18 al 22 marzo 1848, anno destinato a passare alla storia come sinonimo di stravolgimento totale.
Merita il giusto risalto questa rivoluzione – guerriglia cittadina che colse impreparati i soldati austriaci, addestrati a combattere in campo aperto e non tra vicoli ostruiti da barricate.
La fiera volontà dei milanesi di riappropriarsi della propria terra, della propria indipendenza, libertà, ispirò una lotta comune combattuta abbattendo ogni barriera sociale e coniugando anime profondamente diverse. Cinque giornate in cui l’orgoglio degli aristocratici, la caparbietà dei borghesi, l’ardore degli intellettuali, il coraggio del popolo scrissero una delle pagine più significative della storia della nostra Nazione.
Unità di intenti e di sentire che, nella storia narrata dallo scrittore iraniano B. Zarmandili pervade gli animi della popolazione che contrasta il mutamento strutturale in atto nell’Iran di Reza Pahlavi.
Il 1963 è l’anno della “rivoluzione bianca”, dell’introduzione di riforme sociali ed economiche attraverso le quali lo scià, che godeva della protezione degli Stati Uniti, intendeva dare all’Iran uno stile di vita occidentale. In effetti, in Iran si determinarono squilibri sociali tra ristretti circoli di affaristi legati alla corte e la popolazione sempre più affamata che manifestò il proprio dissenso organizzandosi in piccoli focolai rivoluzionari. La Savak, polizia segreta, soffocò i tentativi di rivolta operando arresti di massa, torture e uccisioni ma non poté fare lo stesso con il clero sciita che propagandava la rivoluzione dai luoghi di preghiera. Dopo alterne vicende e la fuga dello scià, nel 1979 fu proclamata la Repubblica Islamica.
La storia d’amore di Maryam e Paviz narrata nel libro è ambientata negli anni in cui in Iran soffia forte il vento del dissenso, sradicando assetti resi stabili dalla sedimentazione degli strati calcarei della corruzione, convenienza, complicità, propaganda di regime, repressioni, torture.
Un amore che nasce e cresce tra fughe improvvise, lunghe assenze, silenzi forzati generati dal prorompere di una passione ancora più grande: la passione sociale, della propria storia, della propria terra.
Il percorso degli ideali, costellato da pedinamenti, intercettazioni, spionaggi, trasferte è però destinato a bloccarsi al capolinea del tradimento perpetrato da un compagno di lotta, Sirus, che incarna i limiti dell’umana debolezza, posto di fronte all’alternativa tra una morte causata da atroci torture e la salvezza assicurata dalla negazione dei propri principi.
Maryam e Paviz scelgono la strada del non ritorno fino alle estreme conseguenze, consentendo all’autore di scrivere pagine di intenso lirismo, pervase dal sentimento dell’umana pietas di fronte allo scempio del corpo della giovane donna.
Mentre feroci aguzzini la torturano a morte Maryam si astrae dalla brutalità attraverso il pensiero che, sostenuto dai dolcissimi versi della poetessa Forugh Farrokhzad, corre lontano facendole rivivere i momenti più belli della sua storia d’amore dalla quale è nato il piccolo Kevian.
E’ l’estate del 1978, sadica, carnefice; un’estate crudele di morte contrapposta alla bella estate romana del ’60 che vide sbocciare l’amore tra i due studenti iraniani.
Seppure raccontata col rigore dell’informazione giornalistica la storia narrata da Zarmandili è destinata a lasciare il lettore attonito di fronte all’evidenza del potere devastante dell’odio, della ferocia; dello smarrimento del senso della pietà, della solidarietà e della coerenza.
L’amarezza e il disincanto ci derivano dalla constatazione dell’attualità della storia narrata che continua a ripetersi, anche se con modalità diverse, in momenti diversi, in zone diverse , con nomi diversi e con ideali diversi, ed anche senza ideali; a volte solo con l’idea che la partecipazione ad una missione di pace può accelerare i tempi per l’acquisto dell’appartamento e consentire una vita un po’ più agiata, quando si ha la fortuna di poter continuare a vivere.

Nel libro vengono citati Forugh Farrokhzad (1934 – 1967) la prima donna iraniana che con la sua poesia sfidò la tradizione islamica, meritandosi l’appellativo di “poetessa del peccato” per la sensualità e la carica erotica della sua scrittura; e Sadegh Hedayat (1903 – 1951) considerato il più grande scrittore iraniano del ‘900, autore de La civetta cieca, un romanzo visionario intriso di allucinazioni e incubi. Solitudine, senso di vuoto, pessimismo morboso sono i temi ricorrenti della sua opera letteraria spesso composta sotto gli effetti dell’oppio, in cui si rifugiava per proteggersi dalla delusione della vita.

The gutter twins. Alessandro Milanese


Alessandro Milanese
THE GUTTER TWINS

Ci sono io, seduto sul letto, col pc sulle gambe.
Ci sono io, che navigo scazzatamente dentro pitchfork andando di recensione in recensione senza grandi mete.
Ci sono io, che mi fermo, attento.
The gutter twins – saturnalia (sub pop) rating: 7.8.
I gemelli sono Greg Dulli (afghan whigs soprattutto) e Mark Lanegan (screeming trees, solista e queens of the stone age).

I primi anni 90.
Da poco maggiorenne, oscillavo tra il suono inglese, figlio di una Manchester che ballava e sfoggiava caschetti anni 60, e le chitarre americane da Seattle e d’intorni.
Conoscevo Mark per un disco con i Trees, uncle anesthesia, e per un pezzo nearly lost you che finì in un film in voga al tempo e che aveva un video passatissimo.
Il vocione di Mark, le movenze feline del suo pachidermico chitarrista.
Greg arrivò a sorpresa.
93.
Una fidanzata quasi bambina con due grossi occhi scuri e un disco nelle orecchie.
Afghan whigs – gentlemen.
Il primo disco su major, la perfetta armonia tra chitarre taglienti e anima soul.
Lui, con un completo da urlo, con quel taglio di capelli, con quel bastone ad accompagnarne i passi.
In quel video, debonair.
La più grande interpretazione del figlio di puttana che io ricordi.
Lp perfetto, straziante, dilaniante.
La puntina continuava ad arare i solchi e l’inverno passò così, quella storia finì velocemente e quelle canzoni la trasformarono in qualcosa di non vero, qualcosa di importante.

Qualche anno dopo, cinque per la precisione.
98.
In 3, in un locale di Ladbroke grove, l’ultima fermata della via crucis che porta il nome di
Portobello Road.
Londra, due giorni prima del Reading festival, a caccia di quasi secret gig di preparazione al concerto sul main stage.
Il locale è il Subterranea o qualcosa del genere.
Una ex fornace.
Con una platea e dei piccoli loggioni a ringhiera che costeggiano un palco, alto ma poco profondo.
C’è il giusto fumo, si vede poco o nulla, e dal quel nulla esce una camicia nera, stiratissima ma con
le maniche arrotolate.
Attaccano un pezzo nuovo (something hot) che da li a breve finirà in 1965.

Contano fino a tre e ripartono.
Debonair.
Cerco inutilmente di staccare quella specie di parapetto, pochi metri sotto di noi il secondo chitarrista coi capelli bizzarri si lancia nella sua scatenata danza a piedi fermi.
Il concerto scorre così, sono in forma ma i pezzi nuovi annunciano quello che si sospettava, che dopo quel disco non ce ne saranno di nuovi.
Nei bis Greg fissa di continuo un punto nel buio della prima fila.
Un punto con dei capelli neri e lunghi, con un fondoschiena come dio comanda.
Lei sale sul palco, balla, si dimena, e finisce la sua corsa con la lingua in bocca al cantante meglio vestito della storia.

Passano due giorni e ci presentiamo nella signin tent del festival ad attendere i nostri eroi.
In mano la scaletta del concerto di due notti prima, che un roadie compassionevole ci aveva passato, sfinito dei nostri richiami inumani.
Arrivano.
Il concerto, colpa del palco dai mille suoni, della luce del giorno, e da un estate inglese finta come al solito, non è stato grandioso.
Greg è stanco bestia, ma sorride come un bambino quando capisce che li abbiamo visti due volte in tre giorni.
Il secondo chitarrista dice di ricordarsi di noi, della nostra vicinanza in quel buco fumoso.
Fanno i lori autografi, gentili e affabili, e alla precisa nostra domanda di come si sia conclusa la nottata con la fan scatenata Greg prende un respiro grande come una casa.
“Wow”, condito da un paio di parolacce in italiano.
Preciso, tutto quello che mi aspettavo dal mio uomo.

Quell’estate avevo lasciato a Milano la mia fidanzata dell’epoca.
A casa, nella periferia bollente di una metropoli agli sgoccioli, ascoltava il secondo disco solita di Mark Lanegan, alternandolo con il suo primo amore Pj Harvey.
“Ha una voce così sexy”.
Mi amava e da li ad un po’ mi sarei innamorato anch’io, troppo tardi.
Era qualcosa di bellissimo, nella sua imperfetta bellezza, come quei quadri che visti da vicino, con maggiore intensità, ti lasciano senza fiato, per davvero.
La scaletta del concerto londinese era attaccata, giusto un pelo sotto il pisellino del bambino nevermind, a mollo nel blu dipinto di blu, alle mie spalle.
Passarono quasi tre anni.
Ritornai alla provincia, con i miei stracci, da solo.
Staccai quel poster blu, con quella fotocopia bianca e nera coi titoli scritti sopra.

Questi ultimi anni.
Mark che, oltre a dischi solisti e collaborazioni varie, rende bellissime alcune canzoni dei Queens of…
Greg che forma i Twilight singers ma non si ripete, e come potrebbe d’altronde.
Fino ad oggi, un mp3.
A fine recensione, postato, con quella bellissima linea blu sottostante.
Idle hands.
La chitarra di Greg, semplice, serrata.
La strofa tutta per il suo socio.
“My idle hands
there’s nothin i can do”
Il bridge, classica scrittura del ex afgano.
Il ritornello che si trascina verso l’alto, le due voci che si incrociano e riportano indietro un paio di emozioni.
Prendo il cellulare.
Un sms, ordino il disco a dei miei ex commilitoni discografici, tra loro uno dei soci in quella gita londinese.

Il cd arriva venerdì.
La recensione la posso scrivere fin da ora.
Chitarre con un anima, piccoli nuovi esperimenti figli di giocattolini elettronici, ospiti d’eccezione, ma soprattutto loro due.
Come degli zii fidati, quelli che quando avevi i primi grattacapi ti davano le soluzioni senza passare dai tuoi.
Quelli che poi fanno un disco, anni dopo, e lo compri a scatola chiusa.
Quelli che a fine aprile suonano a Milano, e a cui, chissà, magari, forse, probabile, porti a conoscere la persona che sta con te, ora.