Roberta Pilar Jarussi recensisce “Il romanzo osceno di Fabio”


“Il romanzo osceno di Fabio”, di Luciano Pagano

“Per amarsi con agio c’è bisogno dell’autunno,
al massimo di una primavera.
D’estate è l’inferno e d’inverno i sensi vanno in letargo.”

Un romanzo. Un romanzo breve, che ha però l’ampiezza, gli spazi e la gestione del tempo del romanzo vero e proprio. Come se del romanzo fosse l’essenza, un concentrato.
Il romanzo osceno di Fabio è un romanzo scritto in tweet, pensato, partorito, costruito per il tweet, e non il contrario. Voglio dire, non adattato al tweet in un secondo momento. Una storia, quindi, che puoi leggere esclusivamente rispettando le regole che il tweet impone: lunghezza predefinita e contenuta di ogni frammento; somministrazioni quotidiane in dosi omeopatiche del testo.
È una cosa contro natura, mi verrebbe da dire.
È una piccola violenza (costrizione) che lo scrittore fa a sé stesso e al lettore vorace. Ma tant’è. Il romanzo osceno di Fabio, si legge così. Una manciata di tweet al giorno, o niente. E, come spesso accade, è entro limiti ben tracciati, che il desiderio e la creatività bruciano al meglio: si desidera, e si crea, in misura (anche) di quel che non si può possedere.

Poi a un certo punto Luciano Pagano mette il suo romanzo osceno in rete. E diventa possibile scaricarlo. In un attimo si rompe l’incantesimo, saltano in una botta sola la smania da astinenza e le regole da dose quotidiana…
Ricomincio dall’inizio. Titolo, copertina, dedica. Sfoglio pagine virtuali che non posso toccare. Leggo caratteri grandi, perfetti per le mie diottrie, nero nitido su pagine bianche, bianchissime. Poche righe. Minimale.
Leggo tutto, senza interruzione, torno indietro tutte le volte che voglio, rileggo meglio, evidenzio le frasi che mi colpiscono.
Piacere e turbamento è quel che sento. Il turbamento è un sentimento concreto, fisico, per quanto mi riguarda. Quando c’è, devo capire da dove viene e che significa.

Le cose che mi turbano potrebbero essere dei punti di debolezza, invece sono esattamente i dettagli che caratterizzano questo romanzo. Il mio esser turbata, quindi, ha a che fare con i punti di forza di questo lavoro, ed è legato ad elementi molto precisi.

Il Ritmo
Non è fluido, non è morbido, non è tondo. È spezzettato. Come un respiro sempre in debito di aria, che non recupera mai. Non so dire se è una condizione determinata dal fatto che il romanzo è costruito in tweet , oppure è il contrario. Cioè, se è la struttura, la forma, la sua ‘natura’, a renderlo perfetto per questo ‘involucro’.

Il Sesso
Esplicito, spinto, forte, ben raccontato. Eppure è come se tutto il resto – intorno, fuori e dentro, prima e anche dopo – fosse congelato. Pure il desiderio è oltre la linea di sicurezza. Si avverte la smania, la voglia, sento persino inquietudine tra le gambe mentre leggo, ma il desiderio è immobile. Altrove.

Il Sentimento
Immagino che l’autore abbia avuto la tentazione, almeno in certi passaggi, di scivolare in considerazioni più intime e toccanti. Immagino abbia avuto voglia di andare nei pressi del cuore e sguazzarci un po’. Immagino che, a volerlo fare, non avrebbe faticato per niente. Sarebbe stato facile anche per i lettori seguirlo, scivolare con lui e scavare un po’ di anima, e un poco di carne. Un poco e un poco. Invece l’anima non si tocca, neanche si sfiora. La carne si vede, ma da lontano.
Anche quando entra nel dettaglio e racconta minuziosamente gli umori dei protagonisti, le loro storie, il loro passato, i loro sogni, quel che arriva è una descrizione chirurgica, soddisfacente, ma asettica. Senza sangue.
E’ disarmante. Perché viene voglia di affezionarsi. Affezionarsi ai personaggi, o detestarli, prenderne le parti o buttarli via… Invece, non succede niente. Il nostro ‘sentire’ percepisce ogni cosa, ma sempre a un passo di distanza, almeno. È come scopare senza calore (il ‘sesso meccanico’ della Marchesa in giovane età), o mangiare senza fame.
Allo stesso modo, mentre leggi di Fabio e della Marchesa, un po’ diventi come loro. Sei aderente alla storia, ‘dentro’, ma l’emozione (non che non ci sia) è circoscritta. Ferma. È altro da te. La osservi da fuori, non ti sporca.

La Lingua
È l’anima di un romanzo, la lingua. Qui è ‘semplice’. Volutamente semplice. Scarna. Secca. Frasi brevi che non ammettono distrazioni e tengono alta l’attenzione.

La domanda costante che mi sfiora mentre leggo, è:
come si fa a scrivere un romanzo così sconcio, denso e assassino, pieno di spunti esistenziali che rimanderebbero a ben altro, senza mai scivolare nella riflessione intimistica, in quella melassa che è il sentimento… senza mai rendere la storia, con tutto il groviglio erotico ed emotivo che contiene, una faccenda personale?

Quel che non è esplicitato nel romanzo – che è essenziale, meno di così non si sarebbe potuto dire – l’autore lo ‘racconta’ tra le righe, con lo stile, i tempi, le pause, le assenze.
E allora quel Ritmo a singhiozzi, che inquieta e lascia sospesi, a mezz’aria, diventa funzionale al romanzo.
Il Sesso spinto ma prosciugato di vita, e l’atmosfera che questa strana combinazione di fattori produce, pure diventa utile alla storia. È interessante, perché questo dato si coglie solo dalla seconda metà del romanzo in poi, acchiappa di sorpresa, a storia avviata.
Anche la totale (mai estrema) assenza di Sentimento, sensazione non del tutto ‘gradevole’, è aderente a quel che la storia racconta.
Infine, la Lingua. Il ‘suono’ della pagina, elemento importante quanto e più di quel che la trama svela, è così nuda, al nòcciolo, da non lasciar spazio ad alcun vezzo. Come tutto il resto, qui.

La difficoltà, e il guizzo creativo e il carattere in questo lavoro, non sta tanto – secondo me – nell’esser scritto in tweet, ma nel mantenere una certa estraneità al tutto, dall’inizio alla fine, costante, senza mai perdere la misura, senza mai accorciare le distanze. Senza mai prendere le parti di nessuno, senza mai entrare davvero in quel letto, senza mai bere del tutto quel seme, senza mai penetrare veramente quel culo, facendoti sentire il piacere, tutto, e il disagio, la dipendenza, la gabbia, il potere, il sesso in corpo, persino. Ma solo l’odore. Senza toccare. Senza speranza. E senza amare, mai.

Roberta Pilar Jarussi

“Il romanzo osceno di Fabio” è disponibile, in versione integrale e senza tagli, su Amazon.it, al costo di 0,92€

Vito Russo recensisce “L’appello della mano” (Nino Aragno Editore) di Lino Angiuli


Lino Angiuli – “L’appello della mano” (Nino Aragno Editore)
di Vito Russo

Leggere un libro di Lino Angiuli significa farsi delle domande, ma significa anche trovare delle risposte alte, che centrano le questioni poetiche ed esistenziali dritte al cuore, senza comode scorciatoie.

L’appello della mano, il suo ultimo lavoro letterario, è un manifesto poetico, ma insieme morale e religioso.

Angiuli elabora il suo messaggio senza la minima concessione alla retorica letteraria tradizionale, senza assecondare nessun cliché, usando sempre l’ironia come fil rouge e strumento comunicativo privilegiato. Se questi elementi sono una costante nell’opera del poeta di Valenzano, sorprende, nell’ultima silloge, una tensione etica insperata per qualsiasi lettore che si cimenti e confronti con la poesia degli ultimi anni. Lontano da localismi, autoreferenzialismi, lirismi, relativismi, insomma, come lui stesso ama dire, da tutti gli -ismi mai concepiti, con L’appello della mano Angiuli fa un ulteriore salto di qualità sul piano dei contenuti, ma il racconto resta fresco, grazie alla vis ironica che ne è il tramite.

La poesia di Angiuli, lungi dal soffermarsi sulle miserie della contemporaneità con piagnistei altrove troppo presenti, e senza alcun indugio nel privato, tiene fermo il baricentro su una concezione collettiva dell’esistenza tutta. Lino Angiuli è un poeta che ha qualcosa da dire, e lo dice senza artifici, elaborando un umanesimo moderno, scevro da atteggiamenti nostalgici, nel quale tutto è al centro dell’attenzione del poeta.

Ne risulta un’unione carnale e insieme spirituale tra gli uomini, le stagioni, il mare, il Creato intero, in cui l’autenticità è ”intravedere il firmamento / buttarsi addosso a un lenzuolo di terra / per il forte desiderio d’accasarsi con l’argilla”. Anche la morte smette di essere uno spartiacque (“vivi o morti che differenza fa?”). Nel panteismo angiuliano (“è una vita che mi giro di qui e di lì senza accorgermi / che tu stai dentro una boccata d’aria come a casa tua”), la materia si personalizza fino a spiritualizzarsi: “si alleggerisce il rimorchio delle ossa e / niente più siepe caro giacomoleopardi”.

Ancora una volta, e con maggiore evidenza rispetto alle raccolte precedenti, la silloge è incastonata in una struttura metrico-stilistica che rende omogeneo il discorso letterario, colonna portante di quello linguistico ed etico.

La tensione morale tocca il suo apice nelle orazioni settimanali della seconda sezione, di sette prose composte da sette mini-prose di sette versi ciascuna. Angiuli compone la sua dichiarazione programmatico-poetica: “Intanto io mi darò da fare per rispolverare una ad una / quelle invisibili parole da voi depositate nei saecula / saeculorum dentro l’umido cavo dell’orecchio buono / parole scasate dal vocabolario dove abitiamo adesso”. Angiuli prosegue il suo percorso letterario teso a ridare dignità alle lingue non ufficiali. Stavolta però non usa il suo dialetto, ma sviluppa una lingua altra e universale, frutto di mille contaminazioni lessicali e sintattiche: notevoli sono latinismi, inglesismi, francesismi, ispanismi, germanismi, e persino slavismi e arabismi, ma, soprattutto, emerge l’utilizzo frequente di espressioni ricavate da un parlato basso di derivazione dialettale: verbi come screscere, acquacquagliare, scarvottare, scassare, trapanare, sdivacare, abbottare, scimunire, stipare, arricreare, o aggettivi e sostantivi come tiraturo, guantiera, arruzzinito, abituro, zoche, lastro, solo per citarne alcuni.

Il poeta è un giullare che registra le contraddizioni della contemporaneità, ma non si limita ad osservare e denunciare con sdegno, ad esprimere il suo j’accuse all’Occidente, né ad arroccarsi su posizioni teocentriche, poiché “mi chiedo ognittanto perché poi dovrebbe farlo lui / quando volendo potrei imparare benissimo da solo / ad assaggiare uno stozzo di fame da spartire con voi”.

Per Angiuli la poesia è quindi strumento comunicativo e morale insieme, utile ad unire ciò che appare (o si vuol far apparire) diviso dai mille fondamentalismi, valorizzando le specificità: “Tutto quello che volete ma non venitemi / a dire che giuseppe vale più di yussef / solo perché è spuntato qui anziché lì”.

Mai come ne L’appello della mano il senso diviene esplicito, manifestato senza esitazioni, e si capisce come ci sia una corrispondenza stretta tra significante e significato: così come il poeta abbatte qualsiasi barriera linguistica, lasciando intendere un superamento delle divisioni culturali (“mi pento e mi dolgo nella tua lingua se necessario”), allo stesso modo la sua poesia si fa testamento esistenziale e sociologico della memoria, degli affetti, fondato su una pietas non cristiana, ma squisitamente umana e universale, perché “adesso che il nespolo d’inverno non si usa più / dobbiamo rappezzarlo noi e ripiantarlo insieme”.

Lino Angiuli, L’appello della mano, Aragno Editore, 2010 €9,00

Gennaio 2004 – Gennaio 2011 – Sette anni di Musicaos.it


2004 – 2011 Sette anni di Musicaos.it.

Grazie ai lettori, ai collaboratori, e a tutti quelli che chi hanno aiutato e che ci continuano a sostenere.
Musicaos.it – uno sguardo su poesia e letteratura” è una rivista online di letteratura, che è un portale, che è un sito. All’indirizzo di Musicaos.it potete trovare le istruzioni per collaborare. All’indirizzo musicaos.wordpress.com, questo sito, trovate le coordinate e i link per navigare nell’archivio della rivista, dal 2004 in poi. A questo indirizzo trovate tutto il materiale che viene pubblicato, i racconti, le recensioni, gli articoli, i suggerimenti di lettura.

“Anche quando i costi della rete saranno abbattuti, anche quando l’elettricità necessaria per accendere i computer, ai server e collegarsi ad internet sarà fornita da fonti energetiche rinnovabili e disponibili il libro non potrà essere rimpiazzato dall’e-book. Ci sarà sempre un servizio il cui accesso prevede un pagamento. Guattari in anticipo sulla diffusione della rete pensò un futuro ricco di password che aprono e password che chiudono, rubriche digitali dense di pin e numeri di accesso. Il tempo della lettura ed il tempo della scrittura, il tempo dell’ascolto e il tempo della ricezione. Il tempo è la misura dentro cui si iscrive la ricezione di un testo. Immettere contenuti, sia su internet che nell’editoria, in modo sempre più facile e veloce, dovrebbe responsabilizzare maggiormente chi questi contenuti gestisce. Le pagine su internet e le pagine di carta stampata sono miliardi. Come trovare la qualità? La qualità di una scelta, di una selezione, di un filtro, con l’avvento di internet hanno raggiunto lo stesso grado di importanza della qualità del testo stesso. E torniamo al punto di partenza. Le differenze tra internet e libro sono puramente tecniche. In sostanza i due mezzi seguono gli stessi percorsi di funzionamento. Sui manuali di html-design è consigliato di dare molta importanza ai contenuti nello sviluppo dei propri siti. Un sito può essere strabiliante dal punto di vista grafico della presentazione, tuttavia il motivo che ci fa tornare a visitare quel sito è il fatto che lì troviamo quel che ci serve. Lo stesso accade nei libri. Il libro dovrebbe essere l’oggetto par excellence orientato ai contenuti.”

Luciano Pagano, Webook,
9 gennaio 2004/3 febbraio 2004

Se volete comunicare direttamente con la redazione inviate un email a lucianopagano [at] gmail [punto] com

Per festeggiare il settimo compleanno postiamo una poesia postuma di Charles Bukowski, “e così vorresti fare lo scrittore?“.

“Pagano, parole contro il muro dell’ipocrisia”. Antonio Errico recensisce “È tutto normale” su Nuovo Quotidiano di Puglia


Pagano, parole contro il muro dell’ipocrisia
di Antonio Errico

Nuovo Quotidiano di Puglia
(15 Settembre 2010)

Frammenti che sono l’espressione di tutta una vita. Perché solo un attimo, solo una parola, un gesto, uno sguardo, un trasalimento, un’emozione, un pensiero che sopraggiunge e svanisce, possono riuscire a dire una vita nella sua irripetibilità. Una vita è sempre oltre e altro rispetto a quello che sembra. Per raccontare una vita bisogna riuscire a stringere quell’oltre e quell’altro. Con questa tensione, con la sfida – ad un tempo temeraria e calcolata – lanciata alla possibilità che ha la scrittura nei confronti del magmatico universo interiore, Luciano Pagano si mette a raccontare la storia di “È tutto normale”, il romanzo pubblicato da Lupo Editore. Racconta cercando continuamente in ciascuno dei personaggi quell’elemento che rappresenta l’unicità dell’esistenza. (“Gli uomini sono uguali in tutto, tranne che nel modo in cui danno l’amore”). L’unicità ha bisogno di parole essenziali: non vuole metafore ma pretende definizioni precise, concluse, definitive. L’irripetibilità – che è il nucleo profondo – si rappresenta attraverso un linguaggio liberato da qualsiasi increspatura, da ogni elemento figurativo. Quello di Pagano rappresenta il risultato di una sintesi estrema delle situazioni e delle psicologie dei personaggi. È incisivo, molto spesso tagliente, non indulge e non indugia, a volte è aggressivo; pochi aggettivi, avverbi rarissimi. È un linguaggio dai movimenti rapidi, dalle svolte che molte volte si rivelano imprevedibili. Attraversa le atmosfere come una pietra di fionda e va a spaccare i vetri dietro cui si nascondono le ipocrisaie del perbenismo e dei pregiudizi. Il linguaggio scava in quello che accade, nella memoria costante e incombente, nell’infanzia. Quando trova il punto che sembra dia origine alle vicende, la radice dei loro sviluppi, allora s’impunta. E mette a nudo. Smaschera, sviscera.
I dialoghi costituiscono un esempio significativo di questo procedimento. Si ha l’impressione che le storie nascano dai dialoghi, che essi siano il perno e il movente, che da essi dipenda il corso delle cose. Nei dialoghi del romanzo di Pagano scorrono sotterranei tutti i sentimenti; di volta in volta si caricano di nostalgia, di passione, di rancore. Sono la condizione linguistica che più di ogni altra – più profondamente, più drammaticamente – segna e nutre la differenza e la distanza non solo tra generazioni diverse ma tra concezioni della vita e del mondo così diverse da sembrare inconciliabili.
È un libro di interrogativi – spesso lancinanti – che restano sempre senza una risposta. La materia ribillente di una condizione di diversità (diverso da chi, da cosa? Soprattutto diverso perché?) contestualizzata nella dimensione del tessuto delle relazioni sociali, non è altro che una delle tante storie che corrono nel mondo e non rappresenta in alcun modo un pretesto di siociologismo, ancor meno di moralismo, meno che mai mezzo e occasione per un messaggio. È una delle innumerevoli metafore dell’esistere. Ora, considerato che la metafora è una costruzione di parole, Pagano dimostra uno straordinario impegno e rispetto nei confronti della parola.
Una sola parola, in questo romanzo, apre o chiude un complesso – aggrovigliato, drammatico – mondo esistenziale. Ci sono parole che diventano sentenza di assoluzione o di condanna; altre che riescono a far emergere il non detto, il rimosso, il celato. Recensendo su questo giornale il primo romanzo, “Re Kappa”, dicevo che Pagano intende dimostrare che la fonte e l’origine della narrazione si ritrovano in un impulso a narrare e in una domanda sul senso e la funzione che assume questa condizione esistenziale. “È tutto normale” si pone come conferma di questa ideologia del narrare.

Nicoletta Scano recensisce “È tutto normale” su i-libri.


Il secondo romanzo di Luciano Pagano, E’ tutto normale, pubblicato nel 2010 da Lupo editore, si svolge tutto nell’arco di una giornata.
Offre uno squarcio sulle riflessioni di un giorno come tanti eppure intensamente condizionato da un’occasione speciale, il ritorno a casa dopo diversi anni del figlio Marco.
I protagonisti del racconto portano a galla le loro intere vite, le esperienze passate e le conseguenze delle loro scelte, come a volerci ricordare che in ogni singolo momento non siamo che il prodotto di quanto abbiamo vissuto. Il titolo dell’opera potrebbe apparire stonato, soprattutto considerando che la coppia di cui si narrano le vicende è composta da Ludovico e Carlo, due omosessuali che nel profondo sud d’Italia hanno allevato un figlio, superando i consueti attriti familiari, le occhiate curiose dei compaesani e la moralità più o meno autentica della cerchia di conoscenze che li ha circondati per trent’anni.
Spiccano anche altre figure, per prima quella di Eleonora, la madre di Marco venuta a mancare precocemente eppure sempre presente;  quella di Kris, il compagno o la compagna (per gran parte dell’opera questo non è chiaro) che il ragazzo sta per presentare ai genitori.
Ci si potrebbe chiedere dunque: che cosa è normale? Questione insidiosa, che certamente l’autore non si prefigge di risolvere. Forse è solo una provocazione, buttata lì per invitare alla riflessione.
Chi ancora non ha letto questo romanzo, non si aspetti un pamphlet pro o contro l’omosessualità: certo, questo particolare aspetto è fondamentale per comprendere le dinamiche e desideri dei personaggi, tuttavia non è un fine, ma un inevitabile mezzo per ricostruire il vissuto dei protagonisti, per entrare in una storia che non vuole essere paradigma ma semplicemente narrazione.
L’autore sembra rifuggire da dettami etici o opinioni marcate, e certo non struttura come fosse un’inchiesta giornalistica l’evolversi della vicenda, ma semplicemente indaga la vita di una famiglia nella sua peculiarità, senza mai alzare i toni e concentrandosi piuttosto sui percorsi psicologici ed emotivi dei personaggi.
Le questioni anche più forti e toccanti della storia appaiono come sfumate, metabolizzate attraverso il ricordo, eppure molto vivide, capaci di offrire al lettore un vero contatto con la realtà dei protagonisti.
Il romanzo regala uno sguardo lucido, capace di raccontare delle vite così come sono; il tutto arricchito da una bellissima copertina (che non guasta mai) e da una folgorante osservazione sulla quarta:”una volta fuori dall’utero ogni uomo è perso“.

Nicoletta Scano
i-libri, 15 Settembre 2010

Stefano Savella recensisce “È tutto normale” su Puglialibre


Una famiglia arcobaleno, oggi, in Italia, può contare su una discreta, ma sempre più fitta, rete di esperienze comuni, su associazioni di riferimento e su studi consolidati per proseguire con serenità, e ovviamente con coraggio, un percorso di educazione e di maturazione dei suoi più piccoli appartenenti. Ma come potrebbe essere stata la vita di una famiglia arcobaleno d’avanguardia, negli anni Ottanta e Novanta, nel tacco d’Italia ancora lontano da divenire ricercato set cinematografico e fucina di talenti, meta di un turismo di massa e gay-friendly benedetto da Ferzan Ozpetek? A tracciarne un ritratto narrativamente ben costruito ci ha pensato Luciano Pagano nel suo secondo romanzo, È tutto normale (pp. 278, euro 15), di recente pubblicato per Lupo Editore. Tre anni dopo l’esordio di Re Kappa e diversi riconoscimenti letterari, oltre a un instancabile attività di blogger sul mondo della poesia e della letteratura con uno sguardo particolare sulla sua terra d’origine nella quale tuttora vive, il Salento, Pagano ha approntato un romanzo completo, muovendosi a proprio agio nelle due durate temporali che vi convivono: le ventiquattro ore (circa) in cui Marco, il figlio, presenta Kris ai suoi genitori, Carlo e Ludovico, e i ventiquattro anni (circa) precedenti in cui al primo e a questi ultimi si aggiunge la figura di Eleonora, la madre.

I numerosi flashback, ampi ma non troppo, anzi incastonati a mo’ di puzzle nel tessuto del romanzo, avvicinano pagina dopo pagina le due vicende, al cui centro si pone la famiglia, arcobaleno come i colori vivi di Villa Donini (il verde del grande prato intorno alla masseria di famiglia, il rosa di una stanzetta di bambino, più tutti quelli delle elaborate pietanze preparate per l’occasione dai padri), di Carlo, Ludo e Marco. Ma la figura di Eleonora non è meno presente dei tre: donna forte e audace, decisa nei suoi intenti anche estremi, e poetessa raffinata e apprezzata con una storia speculare a quella di Eros Alesi, il poeta romano morto a vent’anni nel 1971 e autore di alcune tra le più intense liriche del secondo Novecento italiano. Non a caso è ad Alesi che Kris, arrivata a Roma direttamente dal Canada, dedica la sua tesi di laurea in Lettere. È chiaro allora come i personaggi del romanzo si pongano in un ordine preciso, quasi geometrico, con le due donne a indicare il passato e il futuro di Marco. Laureatosi brillantemente in architettura e con un inizio di carriera già definito, il giovane rampollo di casa Donini deve però fare ancora una volta i conti con l’omofobia, inculcata alla sua fidanzata dal padre di lei, pastore di una setta cattolica di oltreoceano.

Proprio le pagine che ricordano gli episodi di omofobia e di esclusione cui sono stati sottoposti i due padri nella loro relazione d’amore sono tra le più intense del romanzo: la figura arcigna di Ettore Donini, padre di Carlo, ha ad esempio tutti i caratteri del dominus che decide della vita del proprio figlio senza sentire ragioni; e le numerose rinunce a cui Carlo e Ludovico devono far fronte per evitare al figlio troppe domande da parte di amici e insegnanti sono spine di cui è costellata tutta la storia. Ma il romanzo di Pagano non sarebbe stato ugualmente ricco senza le descrizioni del Salento che assurge al ruolo di personaggio silente. La teoria espressa da Carlo, docente di Antropologia, nel libro che sta per concludere sullo studio di iscrizioni rupestri e tracce megalitiche sparse nel Salento, interpretandolo come «terra magnetica», ne è solo una parte. Il resto è condensato in poche parole lasciate cadere quasi per caso: «Questa terra è particolare». Particolare esattamente come la giornata vissuta dalla famiglia Donini (e come la giornata messa in pellicola da Ettore Scola, anch’essa delicatamente dedicata alla tematica omosessuale), e particolare come la famiglia di Marco. Ma pur sempre famiglia.

Stefano Savella

leggi qui la recensione di Stefano Savella su Puglialibre

Di enti e superfici. Su “Dermica per versi” di Stefano Donno


Dermica per versi” (Lietocolle, 2009, nota introduttiva Alessandra Bianco) è l’ultima raccolta di versi pubblicata da Stefano Donno nella fortunata collana “Solodieci poesie” dell’editore comasco, da anni marchio di qualità per ciò che concerne la poesia di “ricerca” nel nostro paese. Un dato che va sottolineato per la cura e l’attenzione necessarie – e non ovunque riscontrate – non soltanto da parte di un autore, nei confronti del verso. Una silloge di dieci testi è lo spazio necessario perché i risultati di una ricerca, condotta da circa due anni nel caso di Stefano Donno, trovino la giusta proposizione, catalizzando l’attenzione del lettore (e non solo del critico o del lettore-poeta), senza quella dispersione che potrebbe costituire una pregiudiziale nell’accostarsi alla poesia. Vi è qui la dimensione della ricerca e di una scrittura poetica intesa nella “possibilità di una ricerca”. Una poesia che non può essere né descrizione, né celebrazione del momento.
Perfino il titolo scelto per questa raccolta di dieci componimenti è misurato e allo stesso tempo ambiguo, decentrante, “Dermica per versi” rimanda infatti a qualcosa che potrebbe somigliare a una mappatura poetica di stile e ispirazione deleuziana, una sorta di descrizione di superfici che rimandano a altre superfici. Non è così. Non c’è nulla di più intimo e scavatore in questi versi.
È scomparso l’utilizzo dei segni di interpunzione e della simbologia trans-linguistica (matematica, fisica, scientifica, etc), è scomparsa l’influenza di uno sperimentalismo esasperato, a dire il vero condotta in un ambiente che di sperimentalismo ne aveva percorso poco. Sono scomparsi quasi del tutto i segnali (già intermittenti) da un mondo che non sia quello interiore del proprio lirismo. La cosa più interessante, soprattutto per chi abbia letto tutti i libri, e quindi tutti i ‘passaggi’ di Donno, è notare come la concentrazione raggiunta in questi versi non sia una semplice tappa, cioè un tassello ulteriore e differente dai precedenti, quanto si tratti piuttosto della sussunzione di scritture oramai lasciate alle proprie spalle, con una risultante di netta maturità rispetto a ciò che è stato in precedenza. La forma della raccolta compiuta permette di affrontarne uno a uno i momenti. (1) La silloge si apre con un’invocazione a un tu, ipotesi femminile che potrebbe essere la destinataria dei pensieri contenuti in questi componimenti. La dimensione prescelta è quella di un presente problematico, che si pone come tappa finale di un percorso, uno dei tanti dell’esistenza, giunto a conclusione. Il protagonista è pronto a uscire di scena, affidando ciò che resta del suo corpo de-sensualizzato a chi potrà accogliere i suoi baci/segnali: “sordo, cieco, muto porgo le mani verso te:/ finché in lacrime il vento non ti porterà i miei baci”. (2) Nel secondo componimento l’autore chiarisce che il campo d’azione del suo discorrere poetico è costituito dal corpo e che di conseguenza la ‘dermica’ cosiddetta va intesa come percorrenza del corpo sotto specie di emozioni, “ogni centimetro di pelle”, viene percorso, la dimensione estetica/sensuale ha il sopravvento su quella estetico/espressiva, tanto che “si perdono le parole migliori/ che non scriverò mai”. Tutto fin qui suona come un’arresa della possibilità di poetare dinanzi al reale che può essere vissuto e espresso. La “lingua” di questa poesia – in questo senso – è niente più che un organo facente parte di un apparato digerente. Supponendo che il corpo/mente sia il punto di contatto fra la realtà del mondo e l’io lirico di questi versi, ecco che il corpo non ha la determinazione sufficiente per imprimere una traccia, “Le mie impronte saranno solo un alone sfocato”. Una delle cifre che caratterizzano questi versi può essere quindi individuata nella “sfiducia”. (3) Il terzo componimento costituisce un dittico ideale insieme al quinto, in cui diviene reale e tangibile il contatto con l’altra, quell’elemento femminile che è l’interlocutrice sottesa della silloge. C’è qui la descrizione di un rapporto intimo nel quale è chiara la dimensione dell’attrito come impossibilità di comunicazione tra le due parti, “rovinare tutto con un semplice gesto senza maestria”. In tal senso l’amore è ‘dermico’, perché si ha a che fare con “L’involucro del mio male” riportato immediatamente a un’esperienza di analisi mediante poesia – “saturo d’inchiostro” – in un opporsi continuo di immagini aeree e diafane, “accarezza i tuoi seni”, “farfalle sui prati”, alle quali vengono contrapposte “meschine le serpi/ tra carcasse”. (4) La quarta poesia della raccolta si pone come cesura del dialogo tra quella che la precede e la seguente. C’è qui la consapevolezza di un meccanismo che si è inceppato, di un’abitudine amorosa che è venuta meno, non nella sequela dei gesti, bensì nell’autenticità dell’ispirazione. Vi è qui una netta presa di posizione dell’io-poetante nei confronti della donna, alla quale viene negata ogni arrendevolezza “Dovrei annuire con la testa/in segno di accondiscendenza” [...] Dico dovrei/ma non lo faccio”. (5) Il componimento che occupa la parte centrale della silloge è anche quello dove la consapevolezza del distacco raggiunge il suo punto più alto. Da qui in poi sarà difficile individuare punti di contatto fra l’io-poetante e l’Altra, che non abbiano il solo sapore del rimorso o della consapevolezza che tutto ciò che è stato in una determinata misura non potrà essere più. “Quel che è rimasto di noi/è un disordinato museo dei tempi andati”. Insieme alla sfiducia si delinea un’altra caratteristica di questo sistema rizomatico, quella cioè che la rende una corazza impenetrabile perfino a chi ne aveva condiviso i tutti momenti qualche istante prima. C’è da parte dell’io-poetante una sorta di remissione nell’accettare il passato come somma di tentativi volti all’instaurazione di un rapporto che va oltre la superficie dermica “dove ho imparato ad attendere/in religioso silenzio ogni tuo cenno/riordinando per ore le spazzole per capelli/i cosmetici, gli orsacchiotti di peluche, la tua biancheria”. Quello che si evidenzia è il rapporto con oggetti che a dispetto della loro consuetudine e abitudinarietà non riescono, grazie alla confidenza, a scalfire il manto della superficie per raggiungere un quale-che-sia-presupposto-ente. (6) L’inganno amoroso si conclude in un silenzio illuminato da una “luce fioca”. La sesta poesia della raccolta riprende un’atmosfera cara a Donno, quella della metropoli, anche se a differenza di altri luoghi poetici cari all’autore da essa è scomparso totalmente l’orizzonte storico. L’evento che interessa documentare sono “le noiose giornate di provincia”, le macchine, il centro; questi elementi assumono una finzione straniante, il cuore dell’io-poetante è un qualcosa che scorre lontano, un po’ per salvarsi, un po’ per perdersi, un po’ per non farsi corrompere dall’oblio dell’indifferenza.
Da un punto di vista lessicale “Dermica per versi” è un riuscito esperimento nel quale vi è equilibrio tra linguaggio medio e alto, dove il raro utilizzo di termini più desueti (ad. es. “sciabordio”, “abbuia”, “agglutinare”) si fa indice di una ricerca di comunicazione e comprensibilità come risultati. (7) Il settimo componimento è quello in cui si celebra una ideale resa dei conti. L’io-poetante ci ha fatto comprendere, fin qui, di essere una superficie su cui può essere scritto tutto, perfino la condanna estrema, proprio come accade al protagonista dell’incubo kafkiano contenuto nel capolavoro “Nella colonia penale”, sulla cui schiena viene incisa la condanna che coincide con l’esecuzione della stessa. C’è qui l’abbandono al giustiziere, senza nemmeno un timido accenno alla richiesta di un appello. “Quando sarà il momento/tranciate di netto ogni parte di me”. Eppure in questa arresa è contenuto l’ultimo atto di denuncia nei confronti di un mondo che non vuole capire e che non è compreso, meccanismo ineffabile. Se per un’ipotesi assurda dovessimo chiederci chi tra i due, “io-poetante” e “mondo”, avesse ragione, basterebbe l’ultima strofa di questa poesia per fare vincere il primo: “Ho sempre ubbidito a tutti/e tutti mi hanno accolto/obliqui nelle loro case/come se il dovere dell’indignazione/fosse solo per il mio cuore/lacerato a brani/e nulla avessi più a pretendere/nemmeno la polvere”. Ciò che anima questi versi non è quindi un’arrendevolezza silenziosa, quanto più una forte spinta dialettica a una rivolta interiore che riesca a sovvertire la quiete del rapporto amoroso con l’Altro, il suo assopimento. Una delle cose che ci si augura di più una volta terminata la lettura di questi versi è che l’implosione avvenuta sull’IO, dopo che si sia lasciata da parte la società ‘allargata’, venga rivolta con lo stesso acume all’esterno, forte l’autore di questo affinamento del mezzo espressivo, ottenuto come è giusto che sia dopo aver pagato alla poesia un caro prezzo. (8) L’ottava composizione è quella più atipica e distante dalle corde ritmiche delle precedenti, proprio perché in essa sono individuabili gli accenti, una rapidità e un ritmo ‘propedeutici’ all’arresto repentino e inaspettato dell’ultimo verso. Una corsa che si arresta d’improvviso, come se l’io-poetante, fatti i conti con la realtà, avesse deciso di raccogliere in un punto tutte le sue forze. Una dimostrazione che lo stile del Donno è capace anche di voli repentini e accenti compiuti. Detta tracotanza si scaglia e valorizza in questo caso oggetti inutili, inermi, “sfioravo con le mani/penetravo le morte cose”. Come a dire che tanto ardore tardivo è oramai vano. Tornano infatti le mani, “tremule”, “impudiche”, “coprivano un’ansia latente d’attesa”. Da un lato la corsa affannosa verso qualcosa di invano, e dall’altro la soluzione in nulla che non sia soltanto attesa. (9) La nona poesia segna il termine del discorso intrapreso nella silloge, qui si tirano le somme, tutto l’io-poetante è consapevole di essere stato partecipe di una lezione incompiuta, quella del mondo intimo di un uomo e una donna che per un tempo intenso è trascorsa sul derma per raggiungere fibre più intime. La prima persona singolare che ha accompagnato il lettore per la durata di questo viaggio giunge alle soglie di un abisso. (10) “Dove nessun canto trova dimora”, scriverà Donno nell’ultima poesia della silloge. Nemmeno sulle pagine c’è abbastanza spazio perché la tensione dell’esistenza trovi un luogo adatto a fermarsi, “i miei passi a stento sopportano/ il peso del cielo”.
“Dermica per versi” diviene qui una dichiarazione poetica alla realtà, una denuncia dell’evidenza che in certi momenti sfiora il titanismo, concentrandosi, si potrebbe azzardare un paragone, in un bicchiere d’acqua che va bevuto ogni giorno, mandato giù a sorsi lenti e amari allo stesso tempo. È come se in ognuna delle poesie fin qui lette ci si fosse avvicinati sempre di più a un millimetro dalla sconfitta, al momento in cui si è prossimi a gettare la spugna senza compiere, tuttavia, il gesto dell’arresa. Questa raccolta, tra quelle pubblicate da Stefano Donno in questi undici anni di frequentazione con la parola ‘rivolta’ a un pubblico, è sicuramente la più riuscita, e senza nulla togliere a quelle che l’hanno preceduta costituisce un ottimo punto di partenza per una ulteriore ricerca di mappatura poetica del mondo.

Dermica per versi”, Stefano Donno, Lietocolle, 2009, isbn 9788878485419, €5

Love sick. Bob Dylan.


Opinioni di lettura. Ho incominciato a leggere “The Lost Symbol“, nella prima scena un ragazzo/uomo di trentaquattro anni beve sangue da un teschio. Il fatto che il primo personaggio che compare nel romanzo sia un mio coetaneo mi inquieta ma non troppo. I primi quattro capitoli scendono lisci come quel sangue attraverso quella gola. Dan Brown ha fatto tesoro degli errori commessi. Mi spiego. All’indomani del successo del CDV sembrava che tutti fossero pronti a elencare in ordine sparso: i libri da cui il romanzo era ispirato, i libri da cui il romanzo era stato copiato, i testi dei quali CDV era inesorabilmente debitore. Nel suo ultimo romanzo sembra aleggiare l’idea che tutto quanto è farina del suo sacco e che, fin dall’incipit, tutto ciò di cui si scrive è reale e ispirato a fatti reali. Vediamo come continua.

memorieaperdere_luigimilani

Alterno Brown alla lettura di “Memorie a perdere” (Edizioni Akkuaria) di Luigi Milani, un’ottima raccolta di racconti metropolitani, dove il paradosso, l’equivoco e la sorpresa si alternano con colpi di scena continui; è la prima pubblicazione di Milani, già autore di “Rockstar”, romanzo edito su LULU e ispirato alla vicenda di Kurt Cobain. Luigi Milani è anche co-traduttore insieme alla stessa autrice di un altro libro che sto leggendo in questi giorni, Nefertiti (Stampa Alternativa). [continua...]

Un cuore in autunno. Su “Carenze di futuro” di Roberto Saporito.


Un cuore in autunno. Su “Carenze di futuro” di Roberto Saporito.


L’ipotesi di trovarsi davanti al proprio futuro come davanti a un abisso non è certo l’ingrediente migliore con cui si possa affrontare la propria vita. Roberto Saporito, scrittore e pittore originario di Alba, più di ventimila copie vendute con i suoi racconti “Harley-Davidson” (StampaAlternativa), torna al romanzo con la sua terza prova, dal titolo “Carenze di futuro” (Zona Editrice) dopo un silenzio di tre anni (Millenovecentosettantasette. Fantasmi armati, Besa Editrice). La crisi economica che imperversa sul nostro pianeta ci ha abituati a osservare in tv le file di ex-banchieri che portano via le loro scatole piene di effetti personali fuori da uffici sui quali non fa in tempo a comparire il cartello di qualche immobiliare che subito il posto viene ceduto a un nuovo inquilino. Ci sono eventi che costringono gli uomini a flettersi su se stessi e ripensarsi. Il protagonista del romanzo di Saporito è un uomo che all’inizio della sua vicenda decide di fuggire da un presente troppo scomodo, un presente che non lo vuole, fatto di realtà nelle quali si sente stretto, calato come un personaggio che parla la propria lingua in un mondo fatto di attori che vengono doppiati o da comparse che leggono un copione senza essere a capo di una storia. È la storia di un uomo che ha perso tutto, scientemente e dissennatamente. Nel peggiore dei modi. C’è la moglie che non lo vuole, i figli che lo disdegnano con un po’ di apatia. C’è l’amico che lo aiuta a fuggire dai creditori e nello stesso tempo sembra dargli una pugnalata alle spalle. C’è il compagno di un tempo che ce l’ha fatta in un altro paese, e che sta lì per ricordare, come se non ce ne fosse bisogno, che un’altra vita è possibile, se solo il protagonista volesse lavorare trecentosessantacinque giorni all’anno. C’è un passato, gli anni settanta tumultuosi e universitari, vissuti a Torino in compagnia di una amante francese, professoressa in facoltà. La bravura dell’autore sta nel comporre una storia scorrevole, con colpi di scena sapienti, il tutto senza lasciare spazio a nulla di scontato. Il protagonista dopo avere infilato una sequela di colpi andati a male decide che è meglio andarsene. Il lettore benevolo vorrebbe che il cerchio si chiudesse, che la professoressa tornasse indietro, che il passato confortevole del ricordo facesse nuovamente capolino dalla finestra di una mansarda, come un raggio di sole che fende la nebbia. Tornare indietro è difficile, quasi impossibile. Impossibile come andare a Parigi in bicicletta, che detto così suona improbabile ma che a esserci, nel “qui e ora” di una fuga irredimibile, suona quasi come una speranza. Nulla succede a caso in questo romanzo che è un po’ noir e un po’ commedia, dove riecheggiano alcune scene e inseguimenti a là Besson e allo stesso tempo il lettore viene vorticato nei paraggi bui di un labirinto con la consapevolezza che sa avere solo chi decide di abbandonarsi al flusso degli eventi, come una chiatta su un fiume. Sembra di trovarsi nel video di una delle canzoni (una delle più belle) citate dal protagonista, quella “Sabrina” degli Einstürzende Neubauten, dove un novello Minotauro piange allo specchio, perso nel cesso di un labirinto post-moderno. Nella prosa di Roberto Saporito i riferimenti a Houellebecq sono mitigati dal calore delle atmosfere autunnali e dalla morale ingenua del protagonista, che solo dopo essere stato vittima di diverse peripezie, decide finalmente per il ‘proprio‘ meglio. A prescindere che questo esito sia più o meno vicino a ciò che il mondo considera utile. Una prova matura, degna e misurata come accade di rado.

Carenze di futuro“, Roberto Saporito, Zona Editrice, € 12,00, 9788864380261

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“Carenze di futuro”, in libreria dal 22 settembre del 2009, verrà presentato domenica 11 ottobre 2009 al Pisa Book Festival (Palazzo dei Congressi di Pisa) alle ore 14.00 presso la Sala Arancio.

La solitudine dei numeri primi


Daniela Gerundo su
“La solitudine dei numeri primi”
di Paolo Giordano

Suscita antipatia da subito l’ingombrante figura del padre di Alice, la protagonista del racconto; l’uomo cerca nella figlia il riscatto delle proprie frustrazioni, sottoponendola, ancora bambina, ad un estenuante allenamento sciistico tanto intenso quanto sgradito alla piccola che rimane vittima di un incidente di cui porterà i segni a vita.
L’oppressivo genitore mi ha fatto tornare in mente un episodio visto recentemente in televisione, di un padre, allenatore della propria figlia nuotatrice, che ha tentato di malmenarla al termine di una deludente prestazione sportiva. Il tutto davanti a migliaia di attoniti spettatori che seguivano i campionati di nuoto sul posto e in televisione.
Proseguendo nella lettura conosciamo l’altro protagonista, Mattia, vittima dell’incapacità dei genitori di coalizzarsi nell’affrontare i problemi quando piombano con tutta la loro forza devastante sulla normale quotidianità di una vita tranquillamente preordinata.
Dimentichi dell’esigenza di consentire, comunque, al bambino una sana crescita, i genitori di Mattia lo caricano di responsabilità sovradimensionate alla maturità della sua fase evolutiva, tanto da farlo rimanere schiacciato sotto il peso delle conseguenze di un errore di valutazione tipico della sua età.
La singolarità di queste esperienze pregresse renderà i due protagonisti simili ai numeri primi gemelli, finendo per creare problemi anche ai numeri naturali che hanno la malaugurata sorte di trovarsi inseriti tra di essi, rimanendo vittime delle loro inconsce, sottili perversioni.
Nell’evoluzione delle rispettive esistenze i due protagonisti devono relazionarsi, loro malgrado, con altri personaggi ben caratterizzati : Denis, l’amico omosessuale; Viola, bella e impossibile; la falange compatta e spietata delle quattro compagne; Soledad, la governante complice; i genitori, ansiogeni e ansiosi; e poi ancora Nadia, innamorata di Mattia, e Fabio che sposerà Alice .
Il bagaglio di problemi che tutti loro portano in dotazione è tipico del mondo
attuale: anoressia, bulimia, omosessualità, bullismo, solitudine. Problemi che affondano le radici nel fertile humus delle conflittualità famigliari irrisolte, dei lutti non elaborati, delle aspettative disattese.
L’incapacità di imprimere una svolta positiva al loro percorso di vita deriva dall’anaffettività di Mattia e dall’insicurezza di Alice, e dal loro imprevedibile agire, governato dai fantasmi del traumatico vissuto degli anni giovanili.
Sorprendente il finale che sembra suggerito dalla maturità esperenziale di una persona adulta e non da un giovane scrittore; costituisce il giusto approdo dei protagonisti ad una indipendenza fisica ed emotiva a cui dovrebbero tendere tutti gli esseri umani, ma che si conquista solo dopo aver percorso gli itinerari delle assurdità e delle contraddizioni di questo mondo.
Le ultime quattro parole a chiusura del racconto dissipano quel sottile velo di tristezza che ha avvolto la storia, svelando una Alice ormai affrancata dal dolore, che si appresta ad affrontare la vita con un approccio ottimista e con una piena consapevolezza di sé.
Narrato con scrittura secca, priva di sbavature, il racconto sembra risentire della formazione scientifica del giovane scrittore, laureato in fisica, che spesso coglie spunti per evidenziare il suo bagaglio culturale. Lo fa nel titolare i capitoli (Principio di Archimede, Messa a fuoco…), nel riportare le osservazioni di Mattia sempre attente al dettaglio fisico-matematico: tensione superficiale del liquido, direzione degli assi cartesiani, complicate sequenze numeriche. Viene analizzata con freddezza anche una magica aurora sul Mare del Nord, studiata nelle componenti date dalle spinte centrifughe e centripete, dalle forze sbilanciate, dalla meccanica.
Coerente e consequenziale, il racconto viaggia sui binari della razionalità senza deragliare nel becero sentimentalismo.
Tecnicamente ineccepibile nella costruzione della storia e dei personaggi che vengono sezionati con il distacco emotivo di un anatomopatologo la narrazione risente, comunque, dell’assenza di quel pathos che coinvolge il lettore impegnandolo emotivamente.
Decisamente apprezzabile che l’autore abbia ignorato l’inflazionata consuetudine giovanilistica di far ricorso a testi o titoli di canzoni per esprimere sensazioni o sentimenti. Si nota, però, qualche ” Uaooo…” di troppo; giusto per ricordarci che a scrivere è un giovane di 26 anni, laureato in fisica, con dottorato di ricerca, al suo primo romanzo.

Un'altra giovinezza


Enrico Pietrangeli
su “Un’altra giovinezza”
di Mircea Eliade

Un fulmine, durante la notte di Pasqua, colpisce Dominic, ottantenne protagonista che, anziché perire o restare invalido dall’incidente, ringiovanisce prodigiosamente colto da ipermnesia. Sullo sfondo c’è persino un Papini eco nella cronaca, nella cecità supposta, ma anche una forte predilezione per Dante e Ungaretti nutrita dal miracolato oramai divenuto superdotato nelle sembianze di un bel giovinetto, con tanto di “baffi biondi” e “frange sulla fronte che lo faceva assomigliare a certi poeti”, forse un po’ anche a quel Sean Bran, poeta, esoterista e irredentista irlandese che, per il suo centenario, immola la quercia folgorandola ai posteri. Dualismo cosciente, immagini riflettenti fino ad un vero e proprio sdoppiamento della personalità con un sosia angelo custode e risvolti profetici sul destino dell’intera umanità costruiscono man mano il personaggio in una sorta di esoterismo delle lingue. Sogna per ideogrammi divenendo un febbrile sinologo, quasi un novello Pound alla ricerca di sé e dell’anima all’origine di tutti i linguaggi. Si rimbalza da una dimensione temporale all’altra, trasformando passato e futuro in coordinate mobili, dove tradizione e spazio si consolidano in una visione apocalittica ma rigeneratrice per una possibile umanità post-atomica e più dotata, quella post-storica.
Mircea Eliade, eminente intellettuale della storia delle religioni del Novecento, nell’ “escatologia dell’elettricità” romanza una “mutazione della specie umana, l’apparizione del superuomo”. Tematiche che nel libro riconducono ad un’ambientazione radicata nell’espansionismo nazista in Europa. Cresce l’interesse al caso di Dominic e, “tra gli intimi di Goebbels”,  quello del dottor Rudolf, sperimentatore da “un milione di volt”. Sequenze di spionaggio e doppio gioco tra Siguranţâ e Gestapo disegnano una Romania già da anni nel pieno di vicissitudini tra conservatori e legionari, minacciata da tedeschi e sovietici come pure da bulgari e ungheresi. Un paese che, di lì a poco, con Antonescu verrà risucchiato nello scacchiere di Hitler per questioni strategiche piuttosto che ideologiche, tanto che, la stessa Guardia di Ferro, nel ’41 sarà messa per sempre a tacere nell’ordine d’interessi reciproci.
Dominic si rifugia a Ginevra e, a partire dal ’47, trascrive i suoi appunti in una “lingua artificiosa”, un sistema non decifrabile prima del 1980, destinato a tramandare molte civiltà che, prima dell’avvento dell’uomo post-storico, andranno completamente distrutte nel corso di guerre atomiche. Sempre in Svizzera, nel ’55, un temporale sorprende due donne e la sola sopravvissuta, Veronica, viene colta da una sindrome di regressione che, non a caso, si ricongiunge al destino di Dominic, non solo a quello linguistico (Veronica è preda di transfert e, come Rupini, figlia di una delle prime famiglie convertite al buddismo, comunica con lui in sanscrito) ma anche a quello sentimentale, che riconduce ad un amore incompiuto della prima giovinezza, quello con Laura che lo ritrae a Tivoli. Dominic e Veronica si ritireranno a Malta, lontano da fari puntati e occhi indiscreti, dove le visioni di lei diverranno sofferte ed oniriche, fino a lambire civiltà primordiali, provocandole una “senescenza galoppante”. Finale estetizzante e ambivalente, sia sul piano reale che su quello surreale, per il lettore come per il protagonista che si ritrova al caffè Select fino ad invecchiare improvvisamente per essere rinvenuto come un anziano morto assiderato. Il doppio e la sfida del Faust di Goethe, ma anche palesi riferimenti a Dorian Gray, ci lasciano nel gusto di una cultura romantico-decadente filtrata dal Novecento e paradigma di una tragicità d’incomunicabilità isolazionista.

Mircea Eliade, Un’altra giovinezza
Rizzoli – 2007 – 15,00 Euro

La musica e la poesia di Vincenzo Mastropirro


Luciano Pagano
La musica e la poesia di Vincenzo Mastropirro

Vincenzo Mastropirro è nato nel 1960, a Ruvo di Puglia, attualmente vive a Bitonto. Musicista e poeta, la sua passione per la poesia si unisce alla sapienza posseduta nel fare incontrare alle parole i suoni, con la composizione di musiche interessantissime. Ha collaborato con Paolo Fresu & Alborada String Quartet e per il duo Sakis Papadimitriou e Giorgia Sylleou. Il tema dello “Stabat Mater” è uno dei topoi che acquisiamo dalle celebrazioni della Pasqua, “Mater Dolorosa. Stabat in nove quadri su laudi dialettali pugliesi” è il titolo di un’opera musicale scritta da Vincenzo Mastropirro e suonata dal Mastropirro Ermitage Ensemble. Seguire le musiche originali composte dal musicista di Ruvo di Puglia fa ripercorrere la vicenda umana che si lega alla passione e alla sua riproposizione rituale, in quest’opera avviene un percorso analogo a quello operato da Fabrizio De Andrè ne “La Buona Novella” (1970), dove la tematica religiosa classica si cala in sonorità che già dal primo impatto evocano le metropoli di oggi, dove il canto lirico ‘alto’ in dialetto si mescola agli assoli di chitarra elettrica (Figlio mie). Mastropirro, compositore, flautista, si autodefinisce non a caso, “personalità eclettica”; non nuovo a questo tipo di operazioni, nelle quali l’intento principe è quello di legare a filo la cultura popolare e contadina, contemporanea e passata, fino a quella sofisticata delle atmosfere classiche, con contaminazioni rock e progressive. “Songs” è il titolo di un suo lavoro nel quale partecipano come ospiti Patrizia Nasini, Gianni Coscia, Roberto Ottaviano e, anche lui poeta e musicista di prima categoria, Vittorino Curci; sono proprio le poesie di quest’ultimo (da “La stanchezza della specie”, Vittorino Curci, Lietocolle), a incontrarsi con la musica di Mastropirro, che in “Mater Dolorosa” affida la narrazione alle laudi dialettali. Un lavoro, “Songs”, che tocca le corde della sensibilità e che la stessa Giovanna Marini ha definito un “lavoro di alto livello”, un viaggio sonoro e poetico, ‘artisticamente onesto’. In ‘Songs’ si passa da una partenza sonora che unisce alle acquisizioni della ricerca di musica classica contemporanea la dolcezza della voce della Nasini. Le melodie affidate ai fiati creano una dimensione di attesa continua per ciò che verrà suonato, tipica di un’improvvisazione che ricorda l’atmosfera del jazz ma anche quella del tango. A ciò si aggiunge il passaggi tra gli stili, possibile anche grazie al virtuosismo dei vari ensemblers. Entrambe le opere composte da Mastropirro “Songs” e “Mater Dolorosa” sono incisi per la Essemmegi di Bari. Del 2007 è invece la sua prima opera in versi, intitolata “Nudosceno” (Lietocolle). I versi di Mastropirro si fanno portatori di una dimensione in cui la corporalità assume un ruolo centrale, con il ricorso frequente a immagini in cui l’ineluttabilità del tempo fa da sfondo alle vicende umane. Versi osceni, come ricorda il titolo, in cui l’oscenità è data più dallo squallore insito nella rappresentazione dell’esistenza, piuttosto che dalla vita stessa, dove l’amore si riduce a un esercizio ginnastico e la vecchiaia incede mutando il nostro corpo, lasciandoci l’unica certezza, nel percorso, delle due estremità, vita e morte. “Trasloco i miei ricordi con pazienza certosina/li avvolgo nel tessuto felpato senza far rumore/nessuno potrà godere la fragranza dell’amore appena sfornato/nelle ore passate i rintocchi delle campane erano assordanti/ora vanno protetti”. In questi versi c’è cinismo, autodissoluzione, forte critica nei confronti dell’ipocrisia, le poesie di Vincenzo Mastropirro possono in tal senso essere definite ‘immorali’, perché ogni suo componimento trova le parole per mettere a nudo e dare in pasto all’oblio i concetti cui siamo più affezionati, la pace, l’amore, il sesso, la bontà, perfino il mare, con il suo solito via vai; un processo che può essere portato alle sue conseguenze soltanto dalla poesia.

L'estate è crudele


Daniela Gerundo
su “L’ESTATE E’ CRUDELE” di BIJAN ZARMANDILI

L’ho letto in poche ore, nel treno che mi portava in vacanza a Milano.
Il mio soggiorno è coinciso con le manifestazioni per i 160 anni delle “5 giornate di Milano” che si svolsero dal 18 al 22 marzo 1848, anno destinato a passare alla storia come sinonimo di stravolgimento totale.
Merita il giusto risalto questa rivoluzione – guerriglia cittadina che colse impreparati i soldati austriaci, addestrati a combattere in campo aperto e non tra vicoli ostruiti da barricate.
La fiera volontà dei milanesi di riappropriarsi della propria terra, della propria indipendenza, libertà, ispirò una lotta comune combattuta abbattendo ogni barriera sociale e coniugando anime profondamente diverse. Cinque giornate in cui l’orgoglio degli aristocratici, la caparbietà dei borghesi, l’ardore degli intellettuali, il coraggio del popolo scrissero una delle pagine più significative della storia della nostra Nazione.
Unità di intenti e di sentire che, nella storia narrata dallo scrittore iraniano B. Zarmandili pervade gli animi della popolazione che contrasta il mutamento strutturale in atto nell’Iran di Reza Pahlavi.
Il 1963 è l’anno della “rivoluzione bianca”, dell’introduzione di riforme sociali ed economiche attraverso le quali lo scià, che godeva della protezione degli Stati Uniti, intendeva dare all’Iran uno stile di vita occidentale. In effetti, in Iran si determinarono squilibri sociali tra ristretti circoli di affaristi legati alla corte e la popolazione sempre più affamata che manifestò il proprio dissenso organizzandosi in piccoli focolai rivoluzionari. La Savak, polizia segreta, soffocò i tentativi di rivolta operando arresti di massa, torture e uccisioni ma non poté fare lo stesso con il clero sciita che propagandava la rivoluzione dai luoghi di preghiera. Dopo alterne vicende e la fuga dello scià, nel 1979 fu proclamata la Repubblica Islamica.
La storia d’amore di Maryam e Paviz narrata nel libro è ambientata negli anni in cui in Iran soffia forte il vento del dissenso, sradicando assetti resi stabili dalla sedimentazione degli strati calcarei della corruzione, convenienza, complicità, propaganda di regime, repressioni, torture.
Un amore che nasce e cresce tra fughe improvvise, lunghe assenze, silenzi forzati generati dal prorompere di una passione ancora più grande: la passione sociale, della propria storia, della propria terra.
Il percorso degli ideali, costellato da pedinamenti, intercettazioni, spionaggi, trasferte è però destinato a bloccarsi al capolinea del tradimento perpetrato da un compagno di lotta, Sirus, che incarna i limiti dell’umana debolezza, posto di fronte all’alternativa tra una morte causata da atroci torture e la salvezza assicurata dalla negazione dei propri principi.
Maryam e Paviz scelgono la strada del non ritorno fino alle estreme conseguenze, consentendo all’autore di scrivere pagine di intenso lirismo, pervase dal sentimento dell’umana pietas di fronte allo scempio del corpo della giovane donna.
Mentre feroci aguzzini la torturano a morte Maryam si astrae dalla brutalità attraverso il pensiero che, sostenuto dai dolcissimi versi della poetessa Forugh Farrokhzad, corre lontano facendole rivivere i momenti più belli della sua storia d’amore dalla quale è nato il piccolo Kevian.
E’ l’estate del 1978, sadica, carnefice; un’estate crudele di morte contrapposta alla bella estate romana del ’60 che vide sbocciare l’amore tra i due studenti iraniani.
Seppure raccontata col rigore dell’informazione giornalistica la storia narrata da Zarmandili è destinata a lasciare il lettore attonito di fronte all’evidenza del potere devastante dell’odio, della ferocia; dello smarrimento del senso della pietà, della solidarietà e della coerenza.
L’amarezza e il disincanto ci derivano dalla constatazione dell’attualità della storia narrata che continua a ripetersi, anche se con modalità diverse, in momenti diversi, in zone diverse , con nomi diversi e con ideali diversi, ed anche senza ideali; a volte solo con l’idea che la partecipazione ad una missione di pace può accelerare i tempi per l’acquisto dell’appartamento e consentire una vita un po’ più agiata, quando si ha la fortuna di poter continuare a vivere.

Nel libro vengono citati Forugh Farrokhzad (1934 – 1967) la prima donna iraniana che con la sua poesia sfidò la tradizione islamica, meritandosi l’appellativo di “poetessa del peccato” per la sensualità e la carica erotica della sua scrittura; e Sadegh Hedayat (1903 – 1951) considerato il più grande scrittore iraniano del ‘900, autore de La civetta cieca, un romanzo visionario intriso di allucinazioni e incubi. Solitudine, senso di vuoto, pessimismo morboso sono i temi ricorrenti della sua opera letteraria spesso composta sotto gli effetti dell’oppio, in cui si rifugiava per proteggersi dalla delusione della vita.

The gutter twins. Alessandro Milanese


Alessandro Milanese
THE GUTTER TWINS

Ci sono io, seduto sul letto, col pc sulle gambe.
Ci sono io, che navigo scazzatamente dentro pitchfork andando di recensione in recensione senza grandi mete.
Ci sono io, che mi fermo, attento.
The gutter twins – saturnalia (sub pop) rating: 7.8.
I gemelli sono Greg Dulli (afghan whigs soprattutto) e Mark Lanegan (screeming trees, solista e queens of the stone age).

I primi anni 90.
Da poco maggiorenne, oscillavo tra il suono inglese, figlio di una Manchester che ballava e sfoggiava caschetti anni 60, e le chitarre americane da Seattle e d’intorni.
Conoscevo Mark per un disco con i Trees, uncle anesthesia, e per un pezzo nearly lost you che finì in un film in voga al tempo e che aveva un video passatissimo.
Il vocione di Mark, le movenze feline del suo pachidermico chitarrista.
Greg arrivò a sorpresa.
93.
Una fidanzata quasi bambina con due grossi occhi scuri e un disco nelle orecchie.
Afghan whigs – gentlemen.
Il primo disco su major, la perfetta armonia tra chitarre taglienti e anima soul.
Lui, con un completo da urlo, con quel taglio di capelli, con quel bastone ad accompagnarne i passi.
In quel video, debonair.
La più grande interpretazione del figlio di puttana che io ricordi.
Lp perfetto, straziante, dilaniante.
La puntina continuava ad arare i solchi e l’inverno passò così, quella storia finì velocemente e quelle canzoni la trasformarono in qualcosa di non vero, qualcosa di importante.

Qualche anno dopo, cinque per la precisione.
98.
In 3, in un locale di Ladbroke grove, l’ultima fermata della via crucis che porta il nome di
Portobello Road.
Londra, due giorni prima del Reading festival, a caccia di quasi secret gig di preparazione al concerto sul main stage.
Il locale è il Subterranea o qualcosa del genere.
Una ex fornace.
Con una platea e dei piccoli loggioni a ringhiera che costeggiano un palco, alto ma poco profondo.
C’è il giusto fumo, si vede poco o nulla, e dal quel nulla esce una camicia nera, stiratissima ma con
le maniche arrotolate.
Attaccano un pezzo nuovo (something hot) che da li a breve finirà in 1965.

Contano fino a tre e ripartono.
Debonair.
Cerco inutilmente di staccare quella specie di parapetto, pochi metri sotto di noi il secondo chitarrista coi capelli bizzarri si lancia nella sua scatenata danza a piedi fermi.
Il concerto scorre così, sono in forma ma i pezzi nuovi annunciano quello che si sospettava, che dopo quel disco non ce ne saranno di nuovi.
Nei bis Greg fissa di continuo un punto nel buio della prima fila.
Un punto con dei capelli neri e lunghi, con un fondoschiena come dio comanda.
Lei sale sul palco, balla, si dimena, e finisce la sua corsa con la lingua in bocca al cantante meglio vestito della storia.

Passano due giorni e ci presentiamo nella signin tent del festival ad attendere i nostri eroi.
In mano la scaletta del concerto di due notti prima, che un roadie compassionevole ci aveva passato, sfinito dei nostri richiami inumani.
Arrivano.
Il concerto, colpa del palco dai mille suoni, della luce del giorno, e da un estate inglese finta come al solito, non è stato grandioso.
Greg è stanco bestia, ma sorride come un bambino quando capisce che li abbiamo visti due volte in tre giorni.
Il secondo chitarrista dice di ricordarsi di noi, della nostra vicinanza in quel buco fumoso.
Fanno i lori autografi, gentili e affabili, e alla precisa nostra domanda di come si sia conclusa la nottata con la fan scatenata Greg prende un respiro grande come una casa.
“Wow”, condito da un paio di parolacce in italiano.
Preciso, tutto quello che mi aspettavo dal mio uomo.

Quell’estate avevo lasciato a Milano la mia fidanzata dell’epoca.
A casa, nella periferia bollente di una metropoli agli sgoccioli, ascoltava il secondo disco solita di Mark Lanegan, alternandolo con il suo primo amore Pj Harvey.
“Ha una voce così sexy”.
Mi amava e da li ad un po’ mi sarei innamorato anch’io, troppo tardi.
Era qualcosa di bellissimo, nella sua imperfetta bellezza, come quei quadri che visti da vicino, con maggiore intensità, ti lasciano senza fiato, per davvero.
La scaletta del concerto londinese era attaccata, giusto un pelo sotto il pisellino del bambino nevermind, a mollo nel blu dipinto di blu, alle mie spalle.
Passarono quasi tre anni.
Ritornai alla provincia, con i miei stracci, da solo.
Staccai quel poster blu, con quella fotocopia bianca e nera coi titoli scritti sopra.

Questi ultimi anni.
Mark che, oltre a dischi solisti e collaborazioni varie, rende bellissime alcune canzoni dei Queens of…
Greg che forma i Twilight singers ma non si ripete, e come potrebbe d’altronde.
Fino ad oggi, un mp3.
A fine recensione, postato, con quella bellissima linea blu sottostante.
Idle hands.
La chitarra di Greg, semplice, serrata.
La strofa tutta per il suo socio.
“My idle hands
there’s nothin i can do”
Il bridge, classica scrittura del ex afgano.
Il ritornello che si trascina verso l’alto, le due voci che si incrociano e riportano indietro un paio di emozioni.
Prendo il cellulare.
Un sms, ordino il disco a dei miei ex commilitoni discografici, tra loro uno dei soci in quella gita londinese.

Il cd arriva venerdì.
La recensione la posso scrivere fin da ora.
Chitarre con un anima, piccoli nuovi esperimenti figli di giocattolini elettronici, ospiti d’eccezione, ma soprattutto loro due.
Come degli zii fidati, quelli che quando avevi i primi grattacapi ti davano le soluzioni senza passare dai tuoi.
Quelli che poi fanno un disco, anni dopo, e lo compri a scatola chiusa.
Quelli che a fine aprile suonano a Milano, e a cui, chissà, magari, forse, probabile, porti a conoscere la persona che sta con te, ora.

Danza araba medioevale e danza interpretativa della poesia araba: una ipotesi di ricostruzione


Enrico Pietrangeli
su “Danza araba medioevale e danza interpretativa della poesia araba: una ipotesi di ricostruzione”
di Marialuisa Sales

E’ un manoscritto ottomano del XV secolo a scandire il verbo divino nella sua potenza generatrice di melodia.

Dal suono, intimamente connesso alla poesia, si evoca una danza che, nella tradizione aniconica islamica, non resta che ipotizzare. La Sales lo fa attraverso questo breve ma consistente trattato, sintesi di lunghi anni che la vedono protagonista nella coreutica, soprattutto in ambito universitario, anche con seminari e conferenze, attingendo tanto da il sama dei Sufi quanto dal kathak indiano a tutt’oggi praticati. Una ricerca nella “ricodificazione” sostenuta con basi teoretiche, che preserva l’integrità di un modello medievale ancora caratterizzato da un approccio simbolico piuttosto che analitico. Al-Fārābī e al-Mas‘ūdī sono i due pilastri di riferimento dell’autrice. Per mezzo delle loro opere, al di là degli aspetti speculativi, sono rese più tangibili talune forme della danza araba medioevale, in particolare l’utilizzo del corpo come “strumento a percussione” e l’innesto dell’interpretazione mimica. Ottimi i riferimenti storici qua e là riprodotti in sintesi e note per meglio ampliare la visione del lettore; quelli più pertinenti l’indagine prodotta sono relativi alla dinastia abbaside, momento in cui è fiorente “il processo di acquisizione dell’eredità culturale greca”. Un ruolo determinante, in questa mediazione, lo ebbero anche alcuni cristiani nestoriani, come ibn Ishāq, che finirono col trovare il loro ultimo rifugio in Mesopotamia. Interessante come, nella centralità del suo razionalismo aristotelico, al-Fārābī consideri la musica inferiore alla poesia poiché il suo “contenuto sensibile” è più consistente rispetto al versificare che, in ultima analisi, è più vincolato a contenuti raziocinanti nel suo indagare i piani emozionali; di conseguenza, “il più elevato degli strumenti musicali”, sarà il canto umano. Cosmopolita, storiografo e altrettanto razionalista è al-Mas‘ūdī, precursore di un approccio analitico che, per i tempi, è a dir poco originale e ricco di spunti. “Mimica, ammiccamento e acrobazia” sono parte di quegli elementi comparativi che la Sales intende rielaborare attraverso la kereshme, ovvero la danza classica persiana ottocentesca, per affermare un valore del “sentimento” nella danza cortese anziché quello del “movimento”, proprio della “coreusi contemporanea araba”. Da segnalare, seppure soltanto accennato, è quel “processo simbiotico” tra cultura islamica ed indiana avvenuto con la dinastia Moghul. Ragguardevole, come si evince fin dall’introduzione, la consulenza storica e teologica, nonché l’apporto di due capitoli, di Shaykh Abdul Hadi Palazzi. Emergono aspetti controversi e meno noti al mondo occidentale, circostanze che, nel corso dei secoli, ci riconducono ad un Islam dotto e moderato, aperto al mondo e al progresso; un contesto che, in Europa, forse vede la sola eccezione di una figura come Federico II. Partendo da un grossolano errore interpretativo di von Sebottendorf, diplomatico tedesco in Turchia prima della grande guerra, Palazzi ci descrive e decodifica un esempio di gestualità rituale Sufi. Le annotazioni di giurisprudenza islamica mettono in rilievo l’autorevolezza di al-Ghazāli, Sufi e teologo, che pone lo “stato d’animo” quale elemento atto a discernere la natura “proficua o deleteria” della musica e della danza, mentre Ibn al-Jawzi e Ibn Taymiyyah vengono citati come letteralisti avversi non solo al suono ma, più in particolare, al sufismo stesso. La disputa tra una visione spirituale ed una integralista si è, di fatto, protratta “sino ai giorni nostri”. Non ci resta che sperare di vedere ancora fiorire quell’Islam più profondo e ricco di contenuti tanto artistici quanto mistici, piuttosto che vederlo miseramente decadere tra “intolleranza” e “oscurantismo”. “L’Amore è la mia religione e la mia fede” non è che un verso di Ibn al-‘Arabi, il migliore, a mio parere, per concludere nella poesia la lettura di questo libro.

Marialuisa Sales, Danza araba medioevale e danza interpretativa della poesia araba: una ipotesi di ricostruzione
Edizioni Akkuaria – 2006

Vita di Isaia Carter Avatar, avatar


Lorenzo Geri
Il romanzo di un avatar

Vita di Isaia Carter, Avatar è l’evoluzione narrativa di un’esplorazione su Second Life, originariamente intrapresa con l’idea di scrivere un reportage. Il libro di de Majo e Longo è pregevole anche perché non si occupa di SL come di una metafora della nostra società, anche se dà conto della peculiare forma di consumismo che lì è praticata, non si occupa di sociologia e, nonostante il titolo e il finale “profetici”, non fa del moralismo.

La Vita di Isaia Carter, Avatar descrive magistralmente le sensazioni, le esperienze, l’ilarità, le frustrazioni, le inquietudini esistenziali connesse all’immersione in un ambiente virtuale abitato da esseri umani nascosti sotto un anonimato perfetto, in quella che si può definire come un’ibridizzazione tra una chat e un videogioco. La forma letteraria e lo stile – frasi essenziali, nervose, uso costante del presente indicativo, dialoghi che imitano la tipologia di scrittura utilizzata sulle chat, anche se asciugandola ulteriormente e depurandola di alcuni vezzi poco efficaci sulla carta – si adeguano magistralmente allo scopo. È  la prima volta che mi capita di leggere in  un romanzo una descrizione dei paesaggi virtuali che trasmetta quella sensazione di sottile alienazione ad essi connessa, che è dovuta alla consapevolezza intermittante di esseri immersi in un mondo se non finto certo piatto, nonostante la grafica 3D.

Gli autori non si compiacciano di cucire insieme facili pezzi di costume (il sesso virtuale goffamente praticato dal protagonista, ad esempio, è descritto senza compiacimenti) e resistono anche alla tentazione di trasformare il libro in un romanzo fantascientifico o in una parodia di Matrix. La scintilla metaforica che incendia le pagine del libro nasce da un oggetto: la kippah, indossata dal protagonista per caso e per scherzo. Si tratta però di una scelta di look che gli utenti di SL mostrano di non gradire; d’altronde la kippah fuori dall’ambientazione nella quale è stata prelevata, il tempio ebraico, risulta perturbante. Da quell’oggetto nasce la storia sentimentale che anima le pagine del libro, ma anche una isotopia relativa alla ricerca di senso, alla ricerca di Dio, a un profetismo impossibile. Gli autori non si peritano di inserire un tema ostentatamente alto e irrisolto nel contesto di un libro che il lettore si attende se non di evasione, certamente “leggero”. La sfida è vinta perché il libro non stravolge la propria struttura di romanzo/reportage, eppure guadagna molto da questa tensione metaforica. L’ambizione alla catarsi, alla fine del mondo (virtuale), alla rinascita si risolve in una sorta di suicidio che, però, alla fin fine, non è altro che la classica opzione di ogni videogioco: ricominciare da capo la partita dopo il gameover. Su SL è possibile moltiplicare le vite, sucidarsi alle prime difficoltà sentimentali, esistenziali, economiche e rinascere come un nuovo avatar; è possibile volare oltre le complicazioni e le frustrazioni dei rapporti interpersonali. Ma non salvare il mondo (o salvarsi).

Le pagine più belle sono quelle dedicate alla descrizione della seduzione impossibile tentata dal protagonista Isaia nei confronti di un avatar capriccioso e malinconico, Evita. La goffaggine del protagonista è dovuta sia alla sua poca abilità con i comandi (che tradisce forse una scarsa frequentazione con i videogiochi, circostanza che spiegherebbe anche lo sguardo altro del personaggio e degli autori su SL), sia, ed è l’aspetto più affascinante, i limiti assurdi connessi alla virtualità di quel mondo. La frustrazione per il contrasto tra la libertà assoluta di spostamento (si può volare, teletrasportarsi, adagiarsi in fondo al mare o sedere pensosi sul tetto di un grattacielo) e la fissità delle espressioni e dei movimenti degli avatar conduce il protagonista alla ribellione, che, comicamente, si esplica nella scelta di cambiare il proprio corpo in quello di un orso. Più drammaticamente Evita sceglie di cambiare le sue fattezze, di imbruttirsi, eseguendo nel mondo virtuale e perfetto di SL una sorta di chirurgia plastica al contrario. Quest’ultimo apologo, che corrisponda o meno ad un “fatto” realmente “accaduto”, evidenzia, credo, come gli autori  siano riusciti a trasformare la descrizione delle proprie esperienze di interazione con un universo digitale, alienante ma a tratti poetico, in un romanzo all’apparenza  scorrevole e agile, ma in verità contorto e a tratti sofferto, felicemente irrisolto.

“Vita di Isaia Carter, avatar”, di Cristiano de Majo e Francesco Longo,
Laterza, 2008,  9 euro

"Reiki" di Francesca Bonelli


Enrico Pietrangeli
su “Reiki” di Francesca Bonelli

Il Foglio Clandestino nasce come rivista di settore negli anni Novanta e, da allora, di strada ne ha fatta. Spartana nella veste ma piena di consistenti contenuti, a partire dai suoi arguti e coinvolgenti editoriali e un Peter Russell orbitante nella redazione. Storia molto più recente è quella della casa editrice. Ancora pochi titoli nel catalogo, ma tante idee in sviluppo per altrettante collane. Reiki  non si presenta come un manuale, ma attraverso la diretta esperienza della Bonelli che, come presupposto, vuole suscitare curiosità, genesi da dove si espande ogni energia, sia sul piano immanente che su quello spirituale. Coerenza e un “Pensiero Positivo”, già frutto di una tesi dell’autrice, optano per la carta riciclata delineando un prodotto poco ricercato, minimalista e raffinato, impregnato nel gusto retrò d’illustrazioni in effetto dissolvenza, nei colori che riportano agli anni Cinquanta. Sul finire dello scorso millennio, a Bergamo, nasce il casuale incontro con questa pratica, ma poi non più di tanto, per via del fatto che “ogni anima” ha un “progetto ben preciso” da assolvere. Corrispondenze e significati dell’ideogramma Reiki, se attivati, fomentano quell’alchimia che permette all’energia individuale Ki  d’interagire con quella Rei, ovvero quella universale. Chi dà Reiki è un tramite, un “canale di Luce”. Antica, eterogenea e non databile è la tradizione orale dell’utilizzo di questa trasmissione, Usui è colui che ha riportato in evidenza la disciplina in epoca contemporanea. Tutto si basa sull’imposizione delle mani, in un’impostazione gnostica e dualistica, dove solo le energie positive vengono convogliate in “un percorso di benessere”. Armonia nel qui ed ora è un primo obiettivo da conseguire osservandone i principi. Fondamentali e, come tali, ben esposti, in un linguaggio chiaro e diretto, sono i chakra con tutte le loro connessioni, sia sul piano fisico che su quello psichico. Mentre l’aura, ossia quel flusso energetico che ci circoscrive, viene analizzata tra percorsi e aneddoti che vanno dalla tradizione biblica ai tentativi della ricerca scientifica. Riemergono, come da una vecchia soffitta, lo schermo di Kilner ed i successivi studi operati dai russi mantenendo un saldo riferimento di pensiero sull’argomento con Rudolf Steiner, ideatore dell’antroposofia. Due sono i livelli di Reiki, il primo, Shoden, ed il successivo Okuden. Maestro è colui che dedica “completamente la propria vita a questa Via”, ed è questo un ulteriore stadio e con valori iniziatici, dal quale si riceve la consegna dei simboli attraverso mantra segreti. Per attivare un livello si ricorre al Reiju, cerimoniale di apertura ai canali energetici. Interessante è il dualismo grafico e semantico di cui si compone l’ideogramma, oltre a poter essere scritto in due differenti maniere, sta a significare “accettare la spiritualità” come pure “dare la spiritualità”. Perno dei trattamenti, oltre ad una predisposizione del cuore, è quello del posizionamento delle mani. Al Reiki, inoltre, si ricorre anche per l’autotrattamento, pratica fondamentale per migliorarsi nonché per ottimizzare il trattamento rivolto ad altri. Si opera sempre e comunque per il bene della persona. Se il primo livello corrisponde ad un approccio fisico, il secondo si colloca nella mente, presuppone maggiore consapevolezza e responsabilità. Il cammino, dal “qui e ora”, si evolve attraverso i simboli del “Dentro” e dell’ “Oltre” per culminare nel quarto simbolo, quello della “connessione diretta con il Rei, con la Luce, con la Fonte”. Il risvolto filosofico è di stampo buddista: “se cambio io, cambia il mondo attorno a me”, ma le connessioni sono molto più vaste e qua e là sparse nel mondo, dal manicheismo alle eresie albigesi, dagli Esseni ai Bogomili, per citare solo quelle riportate nell’apposito glossario messo a tergo del testo.

Reiki, Francesca Bonelli,
Edizioni del Foglio Clandestino,  €12

Cronache Materane degli anni '70


Giovanni Matteo
su “Cronache Materane degli anni ’70″, di Pino Oliva

Ho conosciuto Pino Oliva ad Altamura, in occasione della presentazione del suo Cronache Materane degli anni ’70, organizzata dai ragazzi del Circolo Arci Todomodo.
Il titolo mi aveva messo un po’ sul chi vive: avevo paura fosse una di quelle graphic novel – reportage un po’ radical chic che spuntano come funghi adesso, ma poi m’hanno messo il volume tra le mani e ho avuto il piacere di scambiare due parole con Pino e non ho potuto che amare la semplicità e la delicatezza del libro e lo sconfinato mestiere e l’affabilità di questo sfaccettato artista che scrivedisegna (ma quando inventeranno per i fumettisti un’espressione tipo “cantautore”?), produce sorprendenti opere digitali e suona il basso e la chitarra negli storici Vastax.
Cronache Materane
, dunque, non pretende di analizzare la realtà lucana del “decennio più lungo del secolo breve”, ma si occupa del suo b-side… Per cominciare, i Sassi quasi non ci sono: domina la (oggi ex) periferia del Rione “Serra Venerdì” e i grandi, con i loro grandi problemi entrano di sguincio nell’obiettivo… A fuoco, invece, i “ragazzini di Viale Europa”, cioè lo stesso piccolo Pino (perché si tratta di un lavoro squisitamente autobiografico), gli amici, i cugini, con le loro scorribande, la scuola, le vacanze, la neve, la vecchia fabbrica abbandonata, il campo di calcio diventato terreno di costruzione, i ramarri, i pantaloni nuovi sporcati di catrame, una stramba canzone di un certo Rino Gaetano…
Lo stile grafico risulta sempre immediato, con soluzioni a volte di forte impatto, a volte di grande eleganza; nelle vignette delle Cronache gli uomini diventano animali antropomorfizzati, ma molto più di Topolino e Pippo: non portano antiquati guanti gialli, ma eskimo e jeans scampanati, hanno cinque dita e proporzioni umane, ma anche delle teste rotonde con pendule orecchie in cima e un buffo muso; più dolce e arrotondato è quello dei ragazzi, più sporgente, da scafato rattone, quello degli adulti.
Per i non murgiani c’è in regalo un corso accelerato di materano: i protagonisti parlano ora un italiano pieno di inflessioni e interiezioni dialettali, ora un dialetto arcaico punteggiato di imprecazioni divertentissime di cui l’autore ha pensato di fornire un esauriente glossario.
È bene ricordare che Cronache Materane degli anni ’70 segue Telline (Cronache Metapontine degli Anni ’70), sempre sul filo della memoria e precede un lavoro sugli anni ’80 che Pino sta diffondendo gratuitamente via e-mail prima di rivederlo e pubblicarlo… Una sorta di work in progress condiviso con i lettori, esperimento che ha già dato ottimi risultati con le Cronache Materane, finite in formato jpeg sui monitor di una moltitudine di fan dei ragazzi di Serra Venerdì sparsi per mezzo mondo. Scoprite voi come entrare nella setta…

Pino Oliva, Cronache Materane degli anni ’70
La Stamperia Edizioni, Matera – 2007

 

Ad Istanbul, tra pubbliche intimità. Enrico Pietrangeli


Alessandro Maria Carlini
su “Ad Istanbul, tra pubbliche intimità.” di Enrico Pietrangeli

Dalla diffusione del geniale epigramma “M’illumino di provvisorio” Enrico Pietrangeli potrebbe conseguire la fortuna letteraria che merita. Indovino un’intera generazione di precari pronta ad appropriarsene. E dello splendido ricordo di un anziano Ungaretti orco del carosello, in molti desidererebbero certo disporre in prima persona, e averlo potuto condividere. Un poeta è anche un conservatore di esperienze mancate da altri: per distrazione, assopimento precoce, o futilità nelle ossessioni.Pietrangeli è una specie d’apocrifo scapigliato. La contiguità di vincoli affettivi, orgasmo, riposo, morte, lo sgomenta, e come dargli torto? Un poeta è anche un nostro troppo simile. Pietrangeli, al pari di Ungaretti, patrono designato della raccolta, ci sa davvero fare con le città in quanto soggetti poetici. Con Roma e Istanbul, perviene a un rapporto vertiginoso di mutua esplorazione in cui forma urbis e forma mentis si conglomerano. La sua personalità letteraria ha qualcosa dello stratificato disordine delle due capitali dell’impero romano. Musicologo per vocazione, Pietrangeli è un poeta rock: non nelle pose, ma perché dalla musica popolare americana ha assorbito quel desiderio incessante e vitale di un altrove. Le varianti circolari e numerabili all’infinito del suo salmo sufi Re Mix, mi è venuta voglia di intonarle: non mi ha trattenuto la prossimità di estranei. Mi convince meno il Pietrangeli d’occasione, del suo Undici Settembre, ad esempio, o il neo futurista che sperimenta l’HTML come infrastruttura sintattico-semantica. Atteggiamenti che stridono col suo peculiare intimismo, il suo alchemico combinare estasi e sfinimento, orrore della morte e cupio dissolvi, esaltazione amorosa e sulfureo risentimento. Il Pietrangeli a nudo in pubbliche intimità nasconde habitus sottopelle. Taluni suoi passaggi possono dapprima sembrare meri riempitivi, acquisendo invece rilievo tornandoci sopra. Sollecitano con amicale premura riletture. Il senso antico e seventies della strofa di cui dispone, distoglie dall’affaticarsi in ricerche genealogiche per restituirgli poeti-fratelli della sua generazione. Laddove altri giocano innocentemente con le parole, Pietrangeli mescola pericolosamente umori. Le sue poesie d’amore si direbbero scritte sul comodino in quei momenti di lucidità altrimenti inattingibile tra il prodigio organico dell’orgasmo e il baratro atavico del sonno. Ci sono sillogi poetiche adatte alla vigilia di una battaglia; raccolte adatte al frammentato otium metropolitano; volumi atti a lenire le disillusioni con i loro poetri [mantengo il lapsus di digitazione] catartici; raccolte da tenere a portata di mano in libreria come un farmaco antisintomatico nel cassetto; altre -ancora- compilate per accompagnarci a lungo nella decomposizione. Ad Istanbul tra pubbliche intimità mi appare indicata per ciascuno di questi usi.

Ad Istanbul, tra pubbliche intimità, Enrico Pietrangeli,
Edizioni Il Foglio – 2007 – 10€

Ingannevoli passioni. su "Le seduzioni dell'inverno" di Lidia Ravera


Elisabetta Liguori
Ingannevoli passioni. L’ultimo romanzo di Lidia Ravera “Le seduzioni dell’inverno”

Questa volta non vorrei raccontare una trama.
Davanti ad un romanzo come questo, vorrei poter parlare di passione. Di quella di ieri, di quella di oggi. Di passione e di equivoci. Parlare cioè di quello che di mio o di altri, forse di universale, mi è parso di riconoscere dentro il nuovo romanzo di Lidia Ravera, ” Le seduzione dell’inverno” edito da Nottetempo: una storia che racconta abilmente le attuali conseguenze dei fraintendimenti amorosi.
Un buon romanzo, a mio avviso, nasce sempre da un’idea forte, una specie di intuizione quasi fastidiosa. Tale idea si nutre dell’osservazione e attraverso quella, nel bene e nel male, genera atmosfere, personaggi, eventi. A volte anche in maniera casuale. Se l’idea iniziale è davvero forte, il romanzo che ne deriva andrà lontano e sarà sempre possibile, per ciascun lettore e in ogni tempo, riconoscere, tra le altre da quella germinate, l’idea principale. In questo romanzo si conciona di umane corrispondenze, intese come frutti diversi di un diverso fraintendimento. Un po’ tutte le relazioni umane, infatti, si fondano su un malinteso, sull’efficace elaborazione di un’ immagine che risente della soggettività di entrambe le parti coinvolte, e che per questo produce cambiamenti continui e variabili. Ecco in sintesi l’idea prodromica alla storia messa in scena da Lidia Ravera, il suo romanzo incubato.
Tutto comincia in una casa: stanze caotiche che sembrano fuggire dagli oggetti o dalle quali gli oggetti stessi sembrano voler fuggire. La casa di un uomo solo, descritta esattamente come le donne sono solite immaginarla. Sudiciume e stratificarsi di detriti su detriti, tra i quali nulla lascia intuire un cambiamento imminente. A questa casa viene fatto il dono di una donna. Non dirò qui come, perché il come riguarda la trama ed è terreno impervio adatto solo al lettore. Non voglio entrarci. Dirò invece di questa donna, perché lei è l’idea prodromica. Una cameriera: tale la donna si dichiara, come tale si veste, come tale agisce, pur restando fuori da ogni schema noto sin dalla sua prima apparizione. Già la sua presenza, prima ancora della sua vista, impone ai luoghi un prurito nuovo e diverso. La tavola imbandita, un pentola che brontola sul fuoco, profumi indefiniti che evocano l’infanzia, musica impegnativa, stanze ritornate alla luce. Tutto questo, un mattino qualunque, precipita il padrone di casa in un’ansia imprevista, lasciando presagire una presenza aliena e un’armonia nuova da metabolizzare. Lui è un editor ultraquarantenne, algido, capelli sale e pepe, grande cultura, ma sguardo incupito, disilluso, avvezzo alla solitudine. Un matrimonio sbagliato alle spalle, nessun figlio, solo alcune esperienze recenti con quelle che lui chiama “Opere Prime”, cioè giovani scrittrici debuttanti, acerbe, vogliose di successo e credito. Il rigore chirurgico con il quale la Ravera descrive i suoi personaggi è strumentale al corretto svilupparsi dell’idea di partenza. Il profilo del protagonista maschile è, infatti, netto, la sua immagine riflessa nello specchio ha contorni compiuti, costituiti da mille dettagli che raccontano sapientemente un’intera generazione. Quella generazione così ben cantata dalla Ravera anche in altri suoi romanzi, quella delle scoperte e delle rivolte, quella dell’intelletto appassionato, quella che aveva mandato Flaubert a memoria. Quello descritto non è più lo stesso uomo, ormai, ma un freezer, da tempo relegato all’inverno emotivo più rigido, sia nella cura di sé, che in quella delle relazioni con gli altri. Cosa potrà mai far cambiare idea ad un uomo così? Da cosa o da chi potrà mai essere veramente sorpreso e animato un uomo deluso, ormai stabilmente planato nel suo inverno sentimentale? Sarebbe scontato chiedere ausilio all’amore, immaginare una passione autentica, se pur letteraria, capace di rimettere in movimento la partita e cancellare gli effetti di una sorta di “collettiva epocale anestesia”, come la stessa Ravera definisce la cifra stilistica degli anni che viviamo. Ma l’autrice non si accontenta dell’amore. Il romanzo trabocca di accorate definizioni del cuore e le sue maniere, ma il tema fondante l’intero plot narrativo non è semplicemente l‘amore, quanto i suoi necessari molteplici artifici.
Quella che l’autrice mette in scena, dunque, è proprio quella chiamata ancora oggi The comedy of errors, ma lo fa con i toni della truffa e della disperazione. Per mettere in atto una vera rivoluzione sentimentale, infatti, ci vuole una sorta di sorprendente e articolata epifania. Una donna epifanica, appunto. La donna immaginata dall’autrice è dunque molte cose insieme. Serva, femmina, donna, mentore, complice silenzioso. Una rappresentazione strutturata per piani e punti di vista. Non è mai chiaro infatti se questa donna menta o dica il vero; cosa riveli e cosa taccia; fino a che punto finga e perché, quanto sia reale la luce che sembra le si accenda negli occhi. Dinanzi ad una donna come questa, che sa di casa, di desco, di odorose mura domestiche, che edifica familiarità laddove prima era il deserto e che lascia intravedere altri mondi senza svelarli del tutto, senza imporli, ci si aspetterebbe la stesura immediata di un contratto di lavoro a tempo indeterminato. Invece tutto evolve verso la passione e il contrasto. Lei cucina splendidamente, legge Perec, parla francese, ascolta musica classica, veste notturni abiti da sera. Ha un’età indefinibile, modi riservati e biondi, eloquio raffinato e schivo. Rivela profili quasi inconciliabili con quelli propri di una colf, ma che illuminando la casa finiscono per illuminare anche chi la abita, inducendo stati di grazia e benessere. Un personaggio così si presta splendidamente al tormento amoroso, ma anche all’equivoco, all’infingimento, all’autosuggestione, che è elemento imprescindibile della passione stessa. La creazione di un personaggio come questo consente all’autrice di giocare a piacimento con le categorie tradizionali, coi ruoli maschili e femminili, con gli schemi ai quali ogni giorno nonostante tutto, siamo ancora costretti, ribaltandoli, finalmente contaminandoli.
Il romanzo racconta, in un crescendo altamente sensuale, questo evolvere della mente, del cuore e del corpo, con cadenze che a volte si tingono di giallo, in altri di erotico cinismo.

“La gabbia si apre e l’ego prende aria.”

E’ così che solitamente prende forma la passione: partendo principalmente da sé. Rompendo gli argini e rovesciandosi sul mondo. Quell’editor glaciale vede in questa donna, spuntata fuori dal nulla col suo bravo grembiulino e la crestina inamidata, tutto quello di cui lui ha bisogno. Vede un nuovo se stesso.
Lei di contro recita accortamente la sua parte, rivestendo posizioni femminili e maschili nello stesso tempo. In parte soddisfa le aspettative, in parte sfugge. Tutto s’incastra perfettamente: sogni, desideri, immagini, bisogni. La Ravera, infatti, è splendida nella descrizione di questa donna/uomo, che ha della donna il potere del corpo e la conoscenza, mentre dell’uomo le regole psichiche, i codici primitivi, gli impulsi. Pennella così i tratti di una giocatrice matura, di una regista esperta e di un’attrice navigata, che sa come farsi contenitore accogliente dell’altrui proiezioni, che sa di quale materia sono fatte le emozioni e sa come usarle. Regina della casa e del letto, fatta di vetro trasparente, è in grado di raccoglie tutta la luce all’esterno, brillando di tutto e del contrario di tutto.
Con una regina così è inevitabile lo scacco al re, come si evince dalla copertina del libro. Nel momento dell’innamoramento la narrazione sale di tono, diventa trionfale, una sorta di inno alla gioia. Il giudizio morale è sospeso e il rischio si eleva insieme alla posta in gioco. Finalmente il Sentire! I personaggi, l’editor, la sua giovane amante, la sua ex moglie, gli amici, la misteriosa cameriera, che fino ad allora erano stati elementi di un insieme omogeneo, membri diversi di uno stesso gruppo, diventano unici, ciascuno a suo modo. Perché è vero: l’amore ti estrae dal mucchio. Ti fa sentire unico e irripetibile. Ti trasforma in un eroe solitario ed illogico. Offre alle strade che percorri abitualmente un’enfasi epica, emozionale, altissima, prima sconosciuta. Ti sveglia in un letto nuovo e importante. Forse è un inganno, un gioco d’azzardo, ma accade. E ne abbiamo bisogno. Così come una donna di servizio che, per le ragioni le più varie, voglia essere amata, sarà in grado di altissime prestazioni, questa illusione è l’unica ragione per cui chi ama o crede di amare diventa capace di grandi cose. Chiedersi se stia amando davvero e perché, di chi sia la colpa o il merito, a volte può essere fuorviante.

Le seduzioni dell’inverno, Lidia Ravera, Nottetempo, 2008, €14

Premiata Forneria Marconi 1971-2006: 35 anni di rock immaginifico


Enrico Pietrangeli
“Premiata Forneria Marconi 1971-2006: 35 anni di rock immaginifico” di
Donato Zoppo

Il libro di Zoppo, per sancire l’essenza emanata dalla PFM, non resiste alla tentazione di aprire il “Tutto” avvalendosi di un esergo di Rumi. C’è una “rosa” che “narra” e, con un disinvolto approccio giornalistico, sviluppa un armonioso trattato sul gruppo ripercorrendone l’intera carriera. Capitoli imperniati sulla discografia e linguaggio articolato, dove seguendo criteri perlopiù comparativi trapelano ampi scorci sulle condizioni sociali e le panoramiche musicali che hanno contraddistinto i tempi. Largo uso d’inserti e aneddoti, comunque ben disposti, euritmici; c’è qualche ridondanza, ma riguarda solo le introduzioni. Si parte dal primo raduno beat del ’66, quello organizzato da Miki Del Prete a Milano e che, accanto a Giganti, Ribelli ed i più singolari New Dada, annovera anche la cover band di Quelli. Siamo lontani da altri esordi, quelli psichedelico-melodici de Le Orme di Ad Gloriam o quelli più sperimentali e colti de Le Stelle di Mario Schifano, ma la strada dei rimaneggiamenti traccerà veri e propri gioielli addentrandosi nell’era progressiva: 21st Century Schizoid Man è un meno noto tassello della bravura e coesione strumentale di cui è capace la PFM (sigla tenuta a battesimo da Lake e Sinfield). Impressioni di Settembre sarà l’indelebile motivo di traino per tutto il progressive italiano, caratterizzata dal ritornello del moog e già pronta a sbirciare oltre i naturali confini per poi reincarnarsi in The world became the world. Sì, perché la PFM, prima di tutto, è italianità approdata altrove, in un mercato che, soprattutto negli anni Settanta, era invaso da produzioni anglo-americane. Sarà proprio quando Le Orme tenteranno la strada del mercato inglese con Peter Hammill che i testi della PFM incontreranno Sinfield. Mentre Pagani farà da collante alle realtà di movimento e relativi festival (Parco Lambro etc.), il gruppo si barcamenerà tra Mamone, tentazioni americane e l’imperversante contestazione. Logiche di mercato, da quanto si evince, mietono la prima vittima: Piazza viene rimpiazzato da Djivas al basso, più adatto al ruolo per un pubblico d’oltreoceano. La stagione dei concerti americani avrà il suo apice con la stampa di Cook, un live per il mercato internazionale nella già consolidata egida della Manticore. Chocolate’s Kings, l’album successivo che introduce Lanzetti, è, probabilmente, l’optimum, frutto di omogeneità e grande maturazione. Risente, tuttavia, del vento che soffia, a partire dai testi, sì impegnati da riportare consensi verso l’imminente ’77 ma, forse, non del tutto digeribili altrove. Uscirà negli States illustrato con una barra di cioccolato avvolta nella bandiera a stelle e strisce. Sinfield, nonostante una certa propensione a “sinistra”, stenta a comprendere. Ma “la goccia che fa traboccare il vaso” col mercato statunitense giunge nel ’76, quando la PFM prenderà parte ad un concerto organizzato a Roma per conto dell’OLP. Con Jet Lag si apre al jazz rock, poi la formazione chiude il decennio consegnandosi agli anni Ottanta nell’inevitabile decadenza dovuta all’impatto con tutt’altra epoca e nuove tendenze. Tuttavia, prima di segnare il passo coi nuovi tempi, la PFM realizzerà un altro memorabile live, lo farà girando la sola peninsula con Fabrizio De André. Personalmente rinnegherò il gruppo fin dai tempi di Suonare Suonare, ma Zoppo tira dritto, tra ritratti e sincretismi, fino all’epilogo di Miss Baker: praticamente estraneo alle origini. Gli anni Novanta e una rinnovata voglia di spaziare, portata avanti anche attraverso l’uso del digitale, desteranno ulteriori attenzioni verso il filone progressivo. Ulisse cercherà, a partire dal tema del viaggio, di ripercorrere strade perdute. Lo farà attraverso la collaborazione dei testi di Incenzo, autore anche di Dracula. Quest’ultimo è il coronamento di un sogno, quello di realizzare un’opera rock, decisamente pretenzioso e dove compare anche Ricky Tognazzi, mentre Serendipity, più proteso verso le sonorità del nuovo millennio, vedrà, tra gli altri, un’intraprendente Fernanda Pivano inserita nel progetto.

“Premiata Forneria Marconi 1971-2006: 35 anni di rock immaginifico” , Donato Zoppo, Editori Riuniti , 2006, 16€

Se non c'è altra via.


Elisabetta Liguori
Se non c’è altra via.
su “Recinto di porci” di Andrea Simeone

Il primo romanzo di Andrea Simeone è una storia di confine: cronometra tempi, circoscrive umori, segnala perimetri, ridimensiona orizzonti.
Il confine dell’adolescenza nei primi anni novanta, quello dell’amicizia, quello della provincia vulcanica intorno a Napoli, quello del carcere, quello del Male nel suo insieme. Ciascuno di questi contorni, all’interno di questo testo narrativo, risulta netto e circoscrivibile e l’effetto è volutamente claustrofobico e certo. Una condanna che va ben oltre la durata delle sue duecento pagine circa e che, ripercorrendo all’incirca un quinquennio, si sofferma a colpire principalmente quattro soggetti privilegiati. I loro giorni più leggendari.
In ogni amicizia ci sono pochi giorni fondamentali, infatti, pochi che condizionano il resto, pochi eventi cardine intorno ai quali finiscono per ruotare intere esistenze. Tutti gli anni che verranno dopo (se verranno o anche se non verranno), faranno comunque riferimento a quei primi per diventare cemento, motivazione, ricordo, e dunque leggenda. Succede sempre così, soprattutto per le amicizie nate in giovinezza. Che ci sia Napoli o Milano a far da scenografia non conta poi tanto. All’inizio.
Anche per i 4 amici immaginati da Andrea Simeone in questo suo romanzo d’esordio quello che rileva è l’inizio. Ciro è il capo, Vinicio è il più sballato, Gaetano è quello con la camorra dentro casa, Domingo è il diverso, quello di buona famiglia. Per le dimensioni epiche della loro amicizia da diciottenni il luogo non conta, se non per la lingua, il risicato dizionario a disposizione, i sapori, i mezzi. È nel momento iniziale che s’insinua l’attitudine all’amore, che si formano i sogni e la prima valutazione del sé. Ovunque la giovinezza è tale. Ovunque l’inizio è più forte e rende ugualmente intollerabile il dolore che segue.
La verità specifica della terra rileva invece quando si tratta di misurare le prospettive future di quella stessa amicizia. Napoli diventa puro inferno quando si guarda al futuro. Pur nella sua provincia vasta, nel suo paesaggio blu e selvatico, nel suo cielo a nuvolaglie varie, gonfie e grasse, Napoli sa trasformarsi in un buco nero, uno sgabuzzino, una galera, un recinto di porci. E sa farlo rapidamente.

” Io so che quelli della camorra fanno mangiare i cadaveri ai maiali” iniziò Vinicio” perché i maiali ci mettono niente a mangiare tutto, anche le ossa, cazzo. Mica sono animali così belli. Sono delle bestie. E io sono contento che li squartano, cazzo. Una volta, quando ero ragazzo, entrammo con mio cugino in un recinto di porci, e questi quasi non staccavano una mano a mio cugino, e metà culo a me. Sono proprio dei pezzi di merda” (pag. 23)

L’identificazione è strumentale. Questi quattro ragazzi sono come quei maiali: piccoli, rumorosi, puzzolenti maiali che si guardano intorno per capire quale parte del mondo azzannare, come sopravvivere, come farsi rispettare. Ma c’è ben poco da mordere. La provincia che Simeone descrive senza mezzi termini è esattamente quella che i lettori hanno gradualmente cominciato a conoscere. Molta buona narrativa negli ultimi anni ha avuto voce partenopea. Voci diverse per stili, ma contigue per contenuti. E non è solo letteratura, non è solo reportage, per quanto dettagliato, a volte è cronaca di tutti i giorni, orrore reale, sempre più vicino, sempre più attinente.
Eppure, nonostante ci sia sempre meno ignoranza intorno e su Napoli, la provincia di cui narra Simeone, coi toni di un neorealismo delicato e giovane, riesce ugualmente ad apparire assurda. Qui tutto ancora ci sorprende: le regole illogiche, gli esiti imprevedibili, la violenza disumana persino all’interno di un carcere, il fato demoniaco.
Sì, il fato. Il nesso causale, le lusinghe cronometriche del destino, la miccia esplosa, il punto di non ritorno sono temi che nel romanzo d’esordio di Andrea Simeone ritornano di frequente sotto la forma di capricciosi interrogativi.
A parte la levità delle prime scazzottate tra ragazzi, le zuffe, i denti spezzati, le manate in faccia o le pacche sui culi delle femmine, dal momento in cui le armi fanno la loro comparsa al centro della scena il timbro narrativo di Andrea Simeone si fa efficacemente tragico e alieno. È come se la brutalità debordasse all’improvviso e se ne perdesse irrimediabilmente il controllo. Un’idra ignobile prende il sopravvento sugli eventi e suoi loro protagonisti, aggredendo il lettore e spingendo la vicenda dentro un’area asfissiante, quanto inattesa. Così la morte chiama la morte e il lettore procede dritto verso il capolinea.
In questo romanzo dunque mi pare di poter individuare ben due recinti, due circonferenze tra loro tangenti ed egualmente crudeli. La prima contiene le attese dell’adolescenza, i suoi giochi d’illusione e potere astratto. La seconda imprigiona la gente nel suo territorio e ne azzera le risorse. L’incontro dei quattro ragazzi con il Male (in questo caso rappresentato da una vecchia cassa colma di armi) comporta il superamento del primo confine e il conseguente ingresso a pieno titolo nella seconda circonferenza.
Qui, nel secondo recinto i maiali non vivono, ma urlano.
Nel recinto dei porci l’unico varco sembra offerto da un’ipotesi d’amore. È la lentigginosa Rosita l’unico varco possibile. Quello apparente. Cruda e sola, con orecchie e fiuto da bracco. Un’animale anche lei.

Lei alzò lo sguardo, e Ciro ebbe un mancamento: gli stava guardando dentro, in un modo che nessuno aveva mai fatto.”Lo sai cosa è successo ieri.”. parlava a bassa voce, e lui non capì se si trattasse di una domanda o di una affermazione. “Mi dispiace” fu l’unica cosa che riuscì a dire. Lei tirò fuori dalla tasca la sua lettera. ” Certe volte le persone credono di dover fare delle cose per piacere agli altri. Lo sai?” lui annuì, ma senza capire. (pag.94)

Andrea Simeone sceglie d’ infrangere quel segno unico come si fa con le vetrine. Un colpo secco, e poi ancora altri, ma senza capire. Con un fiore di proiettili, fa la sua vita in mille pezzi inutili. Una vita di vetro vicino ad una vecchia pompa di benzina. Un capitolo per chiudere il varco. Per inseguire la china. La scena così descritta dall’autore ha insieme la forza della tragedia e della metafora. Dopo, chiuso quel varco di vetro, pare davvero non esserci altra via.
Un romanzo nichilista quindi, che nega ogni libertà di scelta? Non mi pare. Un romanzo per condannare, al contrario. Un romanzo che non perde di vista incastri casuali e responsabilità. Un romanzo che racconta le scelte possibili. A mio avviso è nel paesaggio che Andrea Simeone nasconde l’ansito di ogni scelta: nelle strade, nello sguardo di Rosita, nel suo seno pasoliniano che il tempo fa mutare di poco. Nella bellezza. Il fato, ammesso che esista, si serve sempre di piccole scelte e di piccoli uomini. Anche questi ragazzi, come i personaggi comprimari intorno a loro, compiono le loro scelte. Lo fanno rumorosamente, confusamente, ma lo fanno. Riproducono modelli indotti, trame note, ma scelgono. Agiscono secondo la lingua dei luoghi e della famiglia, poiché non sono né porci né burattini. Quel che il narratore svela a mio avviso, con una malinconia dilagante, capitolo dopo capitolo, non è solo la fatale inerzia campana, quindi, un’ inerzia per così dire doc, ma gli esiti tragici di scelte fatte troppo presto in assenza di respiri spaziosi, di dignitose alternative. Andrea Simeone narra quello che i suoi occhi hanno visto e il paesaggio che disegna misura da sé, quasi naturalmente, l’enorme coraggio richiesto fuori da certe anguste porcilaie dell’orgoglio e del sangue. E riesce a raccontare, nello stesso momento e con le stesse parole, quello che è stato e quello che sarebbe potuto essere.

Recinto di porci, Andrea Simeone, peQuod, 2007, pp. 160, €13

Il mondo salvato dai ragazzini difficili.


Luciano Pagano
Il mondo salvato dai ragazzini difficili
su “Guarda che prima o poi Dio si stancherà di te” di Patrizia Caffiero.

Patrizia Caffiero, leccese di origine, vive e lavora in Emilia. Il suo “Guarda che prima o poi Dio si stancherà di te” è uscito di recente da Miraviglia Editore (Reggio Emilia), l’autrice è presente nell’antologia “Quote rosa”, dell’editore Fernandel. Il testo è una via di mezzo tra un resoconto narrato e un diario. Se lo leggiamo come diario la vicenda è individuata tra il settembre del 2003 e il giugno del 2004, ma ciò costituirebbe la riduzione di un lavoro che è molto di più. Le storie raccontate in questo libro si collocano in una zona che potrebbe essere definita di “limbo”. Tanto per cominciare la loro protagonista è una maestra non di ruolo (educatrice non qualificata) che svolge le sue mansioni con bambini negli orari che precedono e che seguono le lezioni, alcuni dei bambini in questione sono bambini difficili. Già questo sarebbe sufficiente per spalancare le porte di riflessioni infinite, dalla condizione degli insegnanti, molto spesso costretti a fronteggiare situazioni al di sopra dei loro mezzi, dei modi e dei tempi che vengono forniti, specie se si pensa che l’età dei bambini con cui hanno a che fare è quella che segue di poco l’infanzia e ogni avvenimento viene in essa amplificato. I media parlano sempre più spesso del mondo dei bambini, purtroppo quando questo mondo è scosso da eventi gravi, solitamente prodotti dal mondo degli adulti. Di recente la fascia d’età dell’infanzia si è ancora più ristretta, sono all’ordine del giorno le notizie riguardanti gang di “bulletti” come vengono spesso definiti dai giornalisti televisivi. Il fatto è che si parla in questi eventi di ragazzi che hanno tra gli 11 e i 13 anni, il che fa molto pensare sulle condizioni dell’ambiente in cui questi ragazzi sono stati costretti a crescere. Le vicende di cui parliamo si sono svolte invece in istituti di istruzione elementare. È ovvio quindi che l’istituzione scolastica viene chiamata ad assumersi un ruolo, oltre che formatore e educatore, anche di salvaguardia della crescita del bambino. Lo sa bene Patrizia Caffiero, costretta a fare i conti e con i ragazzi e con i professori a volte risucchiati essi stessi nella precarietà del loro lavoro alla quale si accompagna una instabile situazione emotiva. Capita che gli insegnanti descritti in questo bel libro a volte dimentichino di stare svolgendo un ruolo importantissimo, dato che hanno a che fare con il futuro del nostro paese, per dare sfogo a ansie e frustrazioni. Allo stesso modo non mancano veri e propri esempi (questi si spera non frutto di finzione) di insegnanti più consapevoli dell’altro bambino che hanno di fronte. La protagonista del libro cerca di fare tutto il possibile per dimostrare che è possibile fare scuola in modo differente e con gli stessi strumenti di partenza, a partire dalle possibilità che la fantasia offre, ancora oggi, per il riscatto dei bambini, anche dopo che questi sono stati letteralmente ‘bollati’ dagli stessi insegnanti. “Guarda che prima o poi Dio si stancherà di te” è un libro che a mio parere dovrebbero leggere tutti, non soltanto chi fa l’insegnante o chi ha dei figli, per un motivo semplice, il mondo dell’istruzione negli ultimi venti anni ha subito un cambiamento radicale, tra riforme del sistema formativo, cambiamenti che hanno anche investito il sistema della formazione dei futuri docenti. Chi crede che alla fine i bambini non siano il termine unico si sbaglia, dato che tutto in realtà è studiato per dare un’istruzione ‘superiore’. I bambini guardano il mondo in modo diverso dal nostro, filtrandolo grazie alle informazioni che abbiamo dato loro, e soprattutto con le informazioni che loro stessi hanno reperito se i maestri si sono dimostrati carenti. I bambini hanno il diritto di odiare e chiudersi in se stessi, e ciò diviene dimostrazione della nostra incapacità di comprenderli. Patrizia Caffiero ha uno sguardo attentissimo a cogliere le sfumature di un’età nella quale i bambini si affezionano facilmente e con la stessa facilità possono provare delusioni e sconforti. Questo libro è interessante anche perché cattura la dimensione della scuola come laboratorio delle differenze culturali per bambini che provengono da diversi paese e vivono mondi diversi l’uno dagli altri. Ne suggerisco la lettura perché questo testo ha la capacità di generare interrogativi, e questo già sarebbe un grande merito, a ciò si aggiunga che il libro è scritto con un’ottima cura per descrizioni e dialoghi, come in un documentario in presa diretta, insieme a racconti che ci forniscono il contesto di ciò che accade. Un testo che esula da un cliché cui ci vogliono abituare certe operazioni editoriali dove la scuola viene confusa spesso o solo con una palestra per piccoli umoristi e professori satireschi.

Guarda che prima o poi Dio si stancherà di te.
Alunni e studenti di scuole bolognesi raccontati da un’educatrice
,
Patrizia Caffiero, Miraviglia editore, perunalira, 2007, €18

D'amore e di cucina.


Luciano Pagano
D’amore e di cucina.

Su “L’orata innamorata. Ricette afrodisiache e narrativa nuda” di Luca Moretti e Antonio Bufi.

Qualche tempo fa, una mattina, mi è successo di vedere in televisione il Grande Cuoco, quello che tutti conoscono, quello che frequenta i salotti e interviene donando i suoi consigli sagaci, saggiando la consistenza dei salami e crogiolandosi tra stagionature di prosciutti e botti di buon vino. Il Grande Cuoco, interrogato dalla presentatrice che gli chiedeva di un’ipotetica relazione tra l’Amore e la Cucina rispondeva accigliandosi, sbottando, rivelando un carattere cui il suo spettatore abituale non è abituato. “Ma come? Una relazione tra l’Amore, o peggio ancora il Sesso e la Cucina? La Cucina è un mestiere che richiede dedizione, arte, soprattutto fatica, sudore, ecco perché i grandi chef sono quasi tutti uomini”. Di fronte a quell’affermazione di Verità ultima, mi ritrassi cambiando canale.
Poi ho avuto l’occasione di leggere “l’orata innamorata”, di Luca Moretti e Antonio Bufi, pubblicato di recente da Coniglio Editore (l’orata innamorata, ricette afrodisiache e narrativa nuda, prefazione di adriano canzian); gli autori sono gli stessi de “l’orata spudorata. Ricette e racconti per salvare il mondo dal cattivo gusto” (2005).
Un libro, questo, ricco di poesia e amore per la cucina, un libro di racconti dove ogni racconto è seguito da una ricetta che a suo modo è protagonista del racconto che la precede. Racconti dove l’amore, il sesso, il tradimento e la cucina sono ingredienti di una vita cruda che diviene saporita, frizzante, con un insospettato e teso finale per ogni racconto.
Una delle caratteristiche più interessanti di questa raccolta a quattro mani sta proprio nel fatto che i suoi autori sono riusciti a comunicare una percezione e un’esperienza sensoriale del gusto, trasmettendo ciò che compete alla loro arte. È difficile a questo punto riuscire a trasmettere un giudizio, solamente letterario, di un testo che si occupa di qualcosa che eccede il letterario, un guaio per chi si occupa di critica, anche perché i racconti sono freschi, divertenti e amari allo stesso tempo.
“Narrativa nuda” è una descrizione che si addice a questo libro, dove l’elemento afrodisiaco è quasi sempre correlato ad un amore clandestino, fatto di attimi sottratti alla bruttezza del mondo. Ma “l’orata innamorata” è molto di più che un semplice libro di ricette, lo stile dei racconti è asciutto, non banale, gli autori dimostrano di essere esperti nel mescolare gli ingredienti, anche quando questi sono i personaggi e le storie, riuscendo nell’arte di chiudere in poco spazio un attimo di vissuto e regalandoci la novità di una scrittura fresca. Nel considerare il proprio rapporto con il cibo gli autori dedicano particolare attenzione alla dimensione spaziale del viaggio, che offre l’opportunità duplice di fare nuovi incontri, d’amore e di cucina. Chiude il testo un glossario essenziale di voci, testi e suggestioni che permettono al lettore si approfondire un percorso che coniuga il gusto della tavola ai piaceri della vita.

“l’orata innamorata”, coniglio editore, i lemming, 5€, p. 64

Pulp, tanto Pulp, mai abbastanza.


Luciano Pagano
su “Saxophone Street Blues” di Hector Luis Belial

Credo che non ci sia nulla di più bello, per chi sia appassionato di scrittura e cultura, dell’avere la possibilità, il coraggio e la sfrontatezza di dare vita a una casa editrice. Il fascino del mondo dell’editoria e l’oggetto libro si annidano con molta probabilità nei meandri inconsci di tutti coloro che hanno cominciato a scrivere. Ci vuole una buona dose di azzardo. Dunque, “Viva Las Vegas”, che oltre a essere il titolo dell’uscita inaugurale – un’antologia di racconti – suona come il migliore degli auguri, per una casa editrice, “Las Vegas Edizioni“, che prende il nome dalla città dell’azzardo per eccellenza e che esce con tre titoli, tra i quali l’opera seconda di Marco Candida. “Saxophone Street Blues” è un romanzo breve scritto da Hector Luis Belial. “Saxophone Street Blues” è un luogo dove tutto può accadere. Un nulla cosmico alla portata del primo tassista a servizio dell’ultimo uomo in fuga. Un territorio ultrapsichico dove avviene un omicidio terribile. Non sappiamo molto dell’autore di questo libro, non più delle informazioni che lui stesso vuol farci rinvenire sul suo blog dandy e imaginifico. La lingua con cui è scritto questo romanzo è la cosa che colpisce di più, stordire è forse un verbo che si addice al testo, senza posa. L’etichetta di PULP è quanto di più abusato e travisato possa darsi nei tentativi di approcci alla critica letteraria. Un racconto in salsa Lovecraftiana con flebili indizi di Edgar Allan Poe, magari con un vicolo da Jack lo squartatore? PULP. Un romanzo, così come potevano essere gli ispirati e terribili (inteso nel senso positivo di scuotenti) esordi di giovani autori negli anni ’90? PULP. Un genere che travalica le decadi e giunge intatto ai giorni nostri non può che richiedere continue contaminazioni. Quella tra cinema e letteratura è di certo quella cui si attinge più spesso, preludio di quello che avviene e avverrà nelle commistioni con i mondi del videogame o del web 2.0. Quel senso di stordimento riesce a creare quella sospensione per cui si dimentica la provenienza di genere soprattutto nelle pagine iniziali nelle quali avviene un processo di presa a ritroso della vicenda per avviare la narrazione. Per questo motivo il romanzo, al termine della lettura, ha stuzzicato corde molto più simili a quelle cui si può accedere con la lettura di un fumetto di Moore & Lloyd, oppure la visione di altre opere di genere come Seven o Fight Club; a ciò si aggiunge la colonna sonora, ovvero i pezzi che l’autore fa ‘suonare’ durante la lettura di “Saxophone Street Blues”. C’è molto del Easton Ellis di American Psycho. Ecco dunque un buon romanzo. Si possono individuare i padri ispiratori – tutti rigorosamente under 50 – di questa scrittura, tenendo per certo che lo stile di Hector Luis Belial si allontana anni luce dalla sciatteria cui ci avevano abituato certi epigoni del pulp. Alla piacevole lettura spero segua un altro libro firmato – ma forse è meglio presupporre targato – Hector Luis Belial…e se si trattasse di una Unofficial Biography, in pieno stile anglosassone?

Saxophone Street Blues, Hector Luis Belial
Las Vegas Edizioni, I Jackpot, 2007, Torino, pp. 135, €10

il racconto ulteriore


Enrico Pietrangeli
su “Il racconto ulteriore” a cura di Flavio Ermini

Il Racconto ulteriore, “antecedente all’intelligibilità” nella contrapposizione di un tempo mitico alla desolante contemporaneità di una terra già esplorata da Eliot, è un progetto che vede Flavio Ermini coordinare dei pensatori nel “gesto narrativo”. L’ “inquietudine dell’imprevedibile” ci ha condotto verso false certezze allontanandoci dal vero senso della tradizione, dall’origine. Dal chaos, nello stesso gesto della creazione sussiste ancora, inalterata, l’energia per una prospettiva ulteriore, devoluta a un sapere autentico, non più reso asettico, e considerato nel suo originario contesto organico. Bonnefoy lo fa attraverso una possibile variante per la cacciata dal giardino. Un punto in cui il tempo non ha avuto ancora inizio, dove l’immediato e il mediato, opportunamente affrontati da Vitiello nell’episodio finale, sono ancora “erranza nell’eterno” e prendono forma col giorno, nell’esperienza, tra l’eco di un flauto, mediando dolore e speranza. Prima o dopo divengono l’intangibilità del tempo dove l’archetipo, riflesso nella forma, si tramanda nel mito, restando impresso tra luci e ombre. Nel tema della leggenda primordiale resta ancorato anche Félix Duque, è quella indigena della foresta e del suo lago, mentre, a poca distanza, si consuma “l’imminente fine di questo mondo”, tra disastri ecologici e notiziari flash sul terrorismo. Quella di Labarthe è un’Allusione all’inizio migratoria, iniziatica ed incentrata sulla comunicativa, in un viaggio che ci vede dubitare e disperderci, ricominciare: possibile metafora della stessa vita. L’arcangelo, con Antonio Prete, dalla sua sostanza di luce, viene a contatto col tempo e la disgregazione della materia. Vive con rammarico i suoi fallimenti, la distrazione di una colpa ancestrale. E’ questa la prima delle Tre storie sul tempo e l’apparenza, quale “impossibile somma d’infiniti vuoti” nell’epilogo della sera: lo scorgere finalmente il sorriso di una bimba ricongiunta al suo gatto. Articolato e dettagliato è il ritratto ginevrino di Roberta De Monticelli che, traversando memorie e riflessioni, approda su più acquietanti sogni in una “fragorosa e sporca” piazza toscana. Spinoza, l’ottico, tanto ebreo quanto eretico, con Tagliapietra lo ritroviamo che si diletta coi ragni e sarà specchio di una risata che è dio, vittima e carnefice nelle vesti di un Benjamin portato al martirio, ancora immerso nella lettura di Ethica. Uno Spinoza che ricorre anche con Vitiello, ricordandoci “che ogni definizione è negativa” e che, con Jean Luc Nancy, ci riporta a quel “sentiamo e sperimentiamo il nostro essere eterni”. Interessante il contesto in cui si sviluppa Diario, “fluttuante in un’incerta intemporalità” che va dal 4 al 10 novembre 2002. Realizzato per conto della rivista Parallax, vede qui la sua versione italiana dopo essere stato tradotto in inglese. Il marionettista di Givone, unitamente al racconto di Tagliapietra, è, a mio parere, tra gli episodi più centrati, almeno in relazione all’intento narrativo preposto. Tutto il fascino e la magia dello spettacolo dei burattini viene rilevato allontanando lo spettro di un demiurgo dietro le quinte, restituendoci personaggi con un’anima sottesa ad un filo tramite cui comunicare, finanche a recepire “dal basso” “le sollecitazioni sceniche”. Ironico ed incisivo giunge Carlo Simi che, attraverso l’antica e collaudata formula del dialogo, ci trasporta nel mondo delle fiabe che preannunciano ciclicità atemporali. Con Donà ci si addentra in tematiche che includono risvolti psicologici, mentre con Gargani si abbandona il filone narrativo soltanto per meglio sviscerarlo con esiti che, personalmente, trovo convincenti, soprattutto per quell’ “indissolubile legame” tra “etica e scrittura” ricordato anche attraverso il monito di Wittgenstein: “non possiamo scrivere qualcosa di vero se non siamo veri”. Riportare la figura dell’intellettuale ad un suo più connaturato baricentro rendendogli la giusta attenzione, a partire dall’operato scientifico e politico, potrebbe essere un varco aperto da questo libro, poiché in queste condizioni, come Gargani stesso afferma, “non c’è da sorprendersi che fenomeni mafiosi si estendano all’ambito dell’organizzazione della cultura e del mondo accademico”

Il racconto ulteriore, a cura di Flavio Ermini,
Moretti e Vitali, 2006, 18€

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Chi ha bisogno di Harry Potter?


Elisabetta Liguori
Chi ha bisogno di Harry Potter?

I nostri figli hanno bisogno delle fiabe oggi?
Da donna moderna quale aspiro ad essere, da donna che vuol sentirsi al passo coi tempi, da donna che spesso arranca e questo passo sincopato ancora non lo ha compreso del tutto, io me lo chiedo di frequente. E poi si fa presto a dire fiabe. Quali fiabe? Non tutte le fiabe sono uguali, questo è evidente, sebbene qualcosa le accomuni. E se è vero che certe narrazioni di genere antico sono e restano espressione del Senso dei popoli; se è vero che, come lo stesso Freud sosteneva a proposito dell’Interpretazione dei sogni, esiste un nesso forte tra la psiche degli uomini e le fiabe che l’affollano; se è vero che l’immaginazione fantastica è indotta, frustata o esaltata dal quotidiano, allora la risposta non può che essere positiva.
I nostri figli ne hanno bisogno.
Questa necessità è estendibile a tutte le fiabe del mondo? Vediamo di capirlo.
Io cerco il fantastico. Perché è poi questa la chiave per distinguere ancora oggi la Favola (quella che si limita a raccontare una storia più o meno bene, con una morale più o meno efficace), dalla Fiaba in senso stretto. Il fantastico appunto. Una dimensione dell’altrove impossibile, eppure verosimile. Vicina. E’ di quello stupore convincente che i nostri figli hanno bisogno. Ed io con loro. E tanti come noi. Questo spiegherebbe, almeno in parte, il fascino suggestivo ed il grande successo editoriale della letteratura fantasy, dalla scopa fumante di Harry Potter, all’armadio bidimensionale di Narnia, fino ai draghi sentimentali di Eragon.
Per questa stessa ragione sono lieta che Eliana Forcignanò, giovane giornalista leccese, abbia scelto di esordire in questi giorni con il suo “Fiabe come rondini” per Lupo editore e il Fondo Verri: una scelta che oggi mi appare coraggiosa, quanto necessaria. La scelta della via fantastica, appunto.
La vita delle madri (e dei padri) è spesso costellata di storie di tutti i tipi. Anch’io ne ho cercate e trovate a valanghe in questi ultimi anni, così che ora sono ovunque nella mia casa, aleggiano come spiriti, fuori e dentro i miei farfugliamenti materni, dimorano tutte insieme nella stanza nella quale io continuo a rifugiarmi coi miei bimbi al buio della sera per tentare di avvicinare, con più leggerezza, idee comuni e vaste come quella del futuro, della morte, del dubbio, dell’imperfezione. Ogni volta che al mattino mi avvicino ai letti dei miei cuccioli c’è sempre un sorcio parlante che mi dà il buongiorno, mentre un cavallo alato protesta perché è troppo presto. E persino i quaderni sbuffano nelle cartelle.
Forse anche Eliana vive in una stanza come la nostra. Anche lei, nelle sue storie, racconta di un sé, disperso e fluttuante in universi fantastici, unici e personali.
E lo fa come se avesse un occhio da vecchio e uno da bambino.
Ecco, secondo me, sono proprio così gli occhi dei veri narratori di fiabe. Due occhi opposti. Atemporali. Mi pare che questo abbiano fatto, e continuino a fare ancora oggi, tutti i raccontatori di fiabe: cogliere il mondo attraverso una specie di strabismo onirico e terrestre, così da descrivere le cose che sono state e che saranno, interpretandole secondo le regole di un universo che mai sarà. Non una capacità comune. Forse un difetto di percezione.
Eliana ha questo splendido difetto.
Otto fiabe per diventare adulti, le sue.
Tanti modi sono offerti agli uomini per crescere, la fiabe da sempre sono uno di questi. Una strada semplice ed incantevole in cui ogni piccolo eroe senza risposte può cimentarsi coi giganti e uscirne sorprendentemente vivo. Quasi una fede da costruire. Cosa altro c’è, a pensarci bene infatti, al fondo di tutte le religioni del mondo, se non un’ idea come questa? Cosa alla base di ogni forma di spiritualità? Cosa se non il fascino rassicurante di una fiaba per sopravvivere e cambiare? Uno stupore finalmente rassicurante? Il desiderio di soluzione, futuro, pacificazione, meraviglia? La terra di Non so, abilmente raccontata in una delle fiabe di Eliana dal titolo “Le tre bottiglie”, è espressione perfetta della dimensione ambientale e spirituale del Dubbio con la quale tutti, adulti e bambini, siamo oggi chiamati a confrontarci. In questa storia la maturità arriva non da un padre, da un maestro, da un codice, ma dal mare. La verità qui non è imposizione, violenza, guerra di potere o indottrinamento; è invece riconoscimento dei propri limiti, esercizio di modestia, lunga arrampicata solitaria.
Sono tutti così gli eroi di Eliana: imperfetti.
Il re che non ha risposte per i suoi sudditi, la bambina allergica alla virgola che non può andare a scuola, la fata brutta a cui nessuno dà credito, la donna esageratamente bella che ha paura di perdere la libertà, il sovrano che non sa amare, lo scienziato che non vuole uscire dal suo laboratorio per paura di vivere, l’inquieta Linda che vive in un mondo igienicamente protetto ma fa la pipì nel letto. E molti altri: imperfetti, ma instancabili.
In una società che vuole costruire uomini futuri assoluti, con un Io meravigliosamente gigantesco e cieco, all’interno di famiglie che nutrono i propri figli a pane e perfezione, prepararsi per tempo al fallimento, all’incertezza, accettarla in anticipo come possibilità potrebbe significare assicurarsi una dignitosa sopravvivenza futura, garantirsi un risparmio certo domani sul costo dello psichiatra.
Un risultato importante, io credo.
Ma allora torno a chiedermi: abbiamo bisogno di tutte le fiabe allo stesso modo?
A mio parere, quello che rende una fiaba diversa dalle altre è il fine. La capacità di creare un mondo per un fine. Se un racconto mira al potere, al successo personale, alla suggestione, non può che essere fonte di violenza o artificio, se invece punta alla Felicità, alla trasformazione e alle sue rondini strane, allora, è di certo una buona fiaba. In una delle storie di Eliana la Felicità è una donna malata, che se ne sta, sdraiata ed esanime, ai bordi della città in attesa di essere accolta e riconosciuta da qualcuno. Come tutte le donne, non è una matassa facile da sbrogliare. Una caso interessante ma complicato. Quella donna per guarire cerca l’autenticità dell’Essere. Un’autenticità senza altri fini, quella dimensione cioè concessa a volte solo alla poesia.
È quella Felicità il fine delle fiabe di Eliana. Il loro vanto fuori dal tempo.
È sorprendente, ma le fiabe di Eliana, pur non provenendo da antiche tradizioni popolari, raccontano quella ricerca lenta ed affannosa con la levità delle rondini migranti e il fardello dei secoli. Tra le sue pagine il futuro incontra il passato e si riempie di meraviglia e potenziali trasformazioni. Non si deve fare altro che restare ad ascoltare.

Fiabe come rondini, Eliana Forcignanò, Lupo Editore, p. 96, 2007

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Il "teatro totale" di Alfio Petrini


Enrico Pietrangeli
su “Teatro totale” di Alfio Petrini

Titivillus, diavoletto dello spettacolo, si manifesta rendendo fruibili idee integre dalla censura di “monaci medioevali” ed accoglie questo saggio di Petrini nella sua collana Altre visioni, dove prendono forma ulteriori spunti per la didattica del settore. Teatro totale è sintesi e strumento di ricerca, momento d’intersezione delle arti e, al contempo, uno scorcio rinascimentale, prospettiva verso il più antico e connaturato varco predisposto a sincretismi e sinestesie, una pluralità del linguaggio che non può rinnegare le origini, per ricalcare più direttamente il pensiero dell’autore. Quella del teatro totale è, in ogni caso, un’esperienza che vede coinvolto Petrini in un lungo percorso, di cui compare a tergo del libro quella relativa al primo convegno internazionale svoltosi a Roma nello scorso 2001. Attore, regista, drammaturgo, critico e redattore della rivista INscena, l’autore, in questo libro, si avvale dell’introduzione di Giancarlo Sammartano, empatica e gradevolmente romantica nel rivendicare attraverso la scena “un volontario destino”; forse un po’ più riduttiva nel rilevare le vesti di un “apprendista proletario che si fa maestro aristocratico”, un interessante spunto di dibattito s’intravede comunque nella chiusa: “salutare con-fusione di Teatro e Vita”. Petrini guarda alla ricerca senza mai perdere di vista la tradizione, fintanto da ravvisare “una necessità sociale” nella “pluralità del teatro”. “L’unità nella diversità” è il dogma che ne scaturisce. Nel complesso, risulta essere un ottimo compendio generale, sviluppato con pathos e tesi originali che tendono a personalizzarne la fattura. Ripercorrendo le varie strutturazioni del teatro, si approda in maniera più incisiva verso le avanguardie ed il teatro futurista, profondamente rivalutato attraverso la figura di Marinetti, sul quale il silenzio imposto viene additato come preconcetto ideologico sul giudizio artistico. Il paragrafo iniziale dedicato al teatro totale evidenzia subito una prima grande figura, quella di Wagner, il teorizzatore, ma anche quella di Artaud ed il suo “doppio” prende subito consistenza come un inevitabile punto di riferimento per l’intero argomento trattato. Naturalmente sia Stanislavskij che Grotowski sono imprescindibili come eredità del teatro più moderno. Grande rilevanza è riservata alla poesia o meglio a quel “valore aggiunto” inteso a sottolineare che teatro e parole sono strettamente vincolate alla corporeità dell’azione, “parola del non detto”. Se “l’opera d’arte esiste nel suo divenire”, il regista non può far altro che tradirla per amore ed è un “fare poetico” che racchiude il “favoloso possibile” a ricondurlo al nulla, ovvero allo “spazio della creazione”. Beckett e Shakespeare sono quei “cattivi pensieri” indispensabili per scavare oltre e specchiarci nelle nostre eresie barbariche, tasselli pressoché fondamentali nell’espressione della totalità. Un attento sguardo è rivolto alla panoramica delle tecnologie digitali, alla multimedialità ma anche all’intermedialità passando per la pop art, la performance, l’happening e quant’altro ancora fino a reinventare “le regole della visione e della percezione”. Da Fluxus, John Cage e gli anni Sessanta alla più prossima generazione degli anni Novanta, così variegata e composita, sino a quel nuovo teatro che ha tentato di forzare verso un “ritmo cinematografico o da videoclip” giungendo, infine, alle forme cosiddette estreme o eXtreme, quelle dove la crudeltà è esplicita nelle ferite come nel dolore teatralizzati nella live art. Il paragrafo de L’attore me stesso conclude il tutto in un personale riepilogo della diretta esperienza dell’autore che poi è divenuto anche “maestro”. Teatro totale, ovvero la vita e tutte le sue sfumature che, abbattendo la barriera della scena, nel Novecento finiscono col coinvolgere il pubblico in prima persona. Che il teatro si possa confondere nella vita e viceversa, del resto, è cosa ben più remota. Il punto è determinare un’etica che, indubbiamente, è più facilmente accertabile nella rappresentazione, piuttosto che nella confusione. Magari anche in questo caso, perché no, nasce l’esigenza di una “fusione” con quanto l’autore vuole addurre alla luce come indispensabile aspettativa della vita.

Teatro totale, Alfio Petrini , Titivillus, 2006, 14€

questo intervento è comparso
su “Le reti di Dedalus” del mese di gennaio 2008

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Nerone oltre la leggenda


Enrico Pietrangeli
su “Nerone oltre la leggenda”

La Ugo Magnanti editore è una piccola casa editrice presente sul territorio pontino e dedita a stampe rigorosamente limitate e molto curate. Anzio, città natale del più discusso imperatore romano, è anche lembo costiero che si approssima all’editore della contigua Nettuno attraverso una complessa e tuttora avvincente ricerca che viene condotta sull’argomento. Yves Perrin, segretario della Sociètè Internazionale D’Etudes Nèroniennes, nella prefazione chiarisce subito che “esistono due Neroni, quello degli studiosi e quello dei non specialisti”. L’immagine convenzionale è quella di un “folle dedito alle orge, spietato matricida e uxoricida”. In queste pagine emerge una figura contrastata, denigrata ed esaltata, amata e odiata, fintanto da rendere la stessa storia più umana; frutto di ricerca ed imparziale dedizione vissuta con autentico pathos. Dopo la morte dell’ultimo dei Giulio-Claudi, Tacito osserva che “era stato reso pubblico un segreto di Stato: potersi creare un imperatore fuori di Roma”. Per molti anni furono in tanti a crederlo ancora vivo e pronto a tornare, diversi furono coloro che presero il suo nome in prestito o a pretesto. Di fronte all’evidenza della sua morte, c’è chi non rinunciò a credere che un giorno sarebbe persino resuscitato rendendo a tutti giustizia. Di giustizia a lungo si occupò in vita Nerone, determinato nel consolidare un potere assoluto, di svolta per quel che sarà la successiva iconografia del tardo impero, sempre più minacciato tanto nelle sue faccende interne quanto nelle pressioni esterne esercitate sui confini. Tra i vari filoni etimologici sulle leggende divampate, ci si addentra in due tradizione pagane, l’una favorevole e l’altra contraria a Nerone. Postuma è quella avversa dei cristiani, sviluppatasi nel corso del III° secolo, che lo presenta come un persecutore in una fosca visione apocalittica. Inoltre sussiste un’ulteriore tradizione ostile di stampo giudaico, che si origina intorno alla distruzione del tempio di Gerusalemme. Con l’umanesimo e la proiezione interpretativa della verosimiglianza storica, l’argomento s’inizia a discernere più attentamente. Taluni studiosi contemporanei giungeranno alla conclusione che i primi cinque anni del regno furono un modello di saggezza, umanità e lungimiranza. Politica estera di mantenimento, garantismo ante-litteram, riforme fiscali ed economia programmatica caratterizzarono questo periodo nonostante i prevedibili crescenti conflitti tra il monarca e l’apparato aristocratico senatoriale. Gerolamo Cardano, autore de L’Elogio di Nerone, resta un opportuno esempio tra quanti, su questo fronte, si sono spinti anche oltre. Tra le probabili cause dell’incendio di Roma, risaltano le condizioni di sovraffollamento urbano, l’impegno di Nerone a condurre i soccorsi in prima persona, il fanatismo di taluni cristiani che vedevano nella libertina Roma dei tempi la bestia dell’apocalisse da estirpare nei flagelli della carestia, della morte e del fuoco. Di fatto Nerone, al contrario di certi successori, non mise mai in atto una politica anticristiana limitandosi a processare le frange ritenute colpevoli del solo incendio. Paolo di Tarso, già presente a Roma e noto alle autorità, non venne neppure inquisito. Un imperatore amato dalla plebe romana ma anche nell’antica Lione, ovvero Lugdunum, per la ricostruzione avvenuta dopo l’incendio. A proposito di ricostruzioni, la Domus Aurea resta d’esempio, nelle descrizioni tramandate, non solo per gli sfrenati e dispendiosi lussi, ma anche per la modernità e le soluzioni integrative. L’artista Nerone esordisce in pubblico a Napoli, coronando poi le sue ambizioni durante il lungo e dispendioso soggiorno in Grecia, dove finirà col distogliersi completamente dalla realtà politica. Lungo spazio è lasciato alle congiure che si susseguiranno, fallendo anche ingenuamente, nel volgere al termine del regno, a cominciare da quella di Pisone fino all’ascesa di Galba, avvenuta imprevedibilmente nell’ormai critica ed irreversibile situazione di dispendio e declino psicofisico di Nerone. L’ultimo capitolo è un excursus sulle messe in scena nel corso dei secoli, ma qui, probabilmente, occorreva scrivere un secondo tomo. Un imperatore la cui sensibilità artistica non ha giovato molto e a cui la creazione artistica, indubbiamente, sembrerebbe essersi pressoché ininterrottamente ispirata. In sostanza, se già il persistere troppo nell’arte non conduce mai, bene che vada, a proficui frutti, dovendo gestire un potere, non può che condurre ad enormi sciagure.

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Io sono leggenda.


Stefano Donno
su “Io sono leggenda” di Richard Mateson

Il libro di Matheson non è un libro qualunque. Non so se sia un errore o meno lasciarsi prendere dalla voglia di incasellarlo all’interno di un genere letterario, come quello dark ad esempio, perché verrebbero messe fuori due altre categorie come l’horror e il noir, che tutte e due l’autore sintetizza in maniera davvero esemplare. E allora? Lasciamo da parte qualsiasi intento sistematizzante, che in certi casi, e mai come in questo, si rischierebbe di fare gran brutte figure. O peggio uscirsene alla buona con affermazioni del tipo … una splendida metafora del limite sottile esistente tra normalità e diversità. L’orizzonte in cui si muove la vicenda narrata è l’Apocalisse. Per essere più chiari: immaginiamo uno scenario consueto come quello che trascorriamo giorno per giorno, dove gli oggetti, le persone, le cose, i ricordi, le nostre abitudini, il lavoro che svolgiamo per tirare a campare, gli affetti facenti parte non solo del nostro bagaglio interiore, ma anche di quello agito nella realtà, scompaiono improvvisamente. E di tutto quell’universo esistenziale non rimane altro che un sopravvissuto, che scoprirà a sue spese di non essere l’unico! La meccanica narrativa sviluppata da Matheson in “Io sono Leggenda” percorre con grandissima lucidità tutte quelle dinamiche psicopatologiche che fanne parte degli abissi mentali di tutti coloro i quali riescono a sfuggire ad un disastro: sciagura aerea, attacco terroristico, guerra, incidente automobilistico mortale. Poi l’autore lavora ancora di fino, e con grande disinvoltura rappresenta tutte le tecniche di sopravvivenza, che un essere umano può mettere in campo, in un ambiente ostile, pericoloso, dove l’altro è né più né meno che un predatore, con mezzi di sussistenza che diminuiscono copiosamente con il trascorrere del tempo, secondo la legge della darwiniana selezione della specie: il più forte domina, il più debole soccombe. Ma non è così semplice. In base a questa teoria si tratterebbe di eliminare i pesi morti della specie di riferimento, per migliorarne esponenzialmente la qualità, potenzialità, e la produttività. Nello specifico, è in ballo la razza umana, il suo ultimo prodotto. Parliamo di una minaccia che viene dallo spazio? Una guerra termonucleare su scala planetaria? No un batterio ad alto potenziale virale, trasforma gli esseri umani in vampiri. Robert Neville sembra uno di noi, che dopo una giornata di duro lavoro, torna a casa, svolge le sue attività domestiche, del tipo cucina, scopa per terra, ascolta un disco, si siede in poltrona ascoltando musica classica, si concede la lettura di un libro. Mi si potrebbe dire … e allora? Tutto nella norma! Eppure la sua è una vita tutt’altro che normale. Di giorno forse … ma dopo il tramonto…le cose cambiano! Neville è l’ultimo uomo sulla Terra in un mondo completamente popolato da vampiri.
Robert in perfetta solitudine, studia il suo nemico. Ne analizza ogni singolo aspetto, la storia, la leggenda, il mito di questi abomini, e addirittura riesce ad entrare in possesso di un campione di sangue di questi neo-vampiri, e ne studia chimicamente la composizione. Il tutto per raggiungere un unico, fondamentale obiettivo: lo sterminio delle creature delle tenebre. La storia è ambientata nel 1976. In questi giorni esce nelle sale cinematografiche il film con Will Smith, dove l’ambientazione appartiene ai nostri giorni. Sia in un caso che nell’altro rimarremo tutti a bocca aperta!

Io sono Leggenda, di Richard Matheson, Fanucci, pp.224, euro 13

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se il proibizionismo diventa integralismo


Enrico Pietrangeli
su “Cannabis, come perdere la testa e a volte la vita” di Claudio Risé



Quello di Risé è, sicuramente, un libro di cui si è già parlato, tanto da generare subito toni allarmistici in un paese così permeabile come il nostro. La copertina, possibile evocazione del martirio nel chiodo che trafigge la foglia sul legno, è, forse, l’unico spiraglio di compassione per una pianta che, nel corso dei millenni, è stata tramandata come una sorta di “maiale vegetale” per il suo complessivo utilizzo da parte dell’uomo. Non solo droga, se di questo si tratta, ma anche ottime fibre, risorse bio-energetiche a basso costo e applicazioni terapeutiche, nonché importanti risvolti agro-alimentari. Argomenti che Risé, consapevolmente o meno, si guarda bene dall’affrontare. Che la marijuana non sia un semplice ricostituente da prendere indiscriminatamente e senza conseguenze, dovrebbe, a mio parere, essere già una nozione comune a tutti. Se così non fosse allora anche questo libro, nonostante tutto, potrebbe avere un senso, tanto più se rivolto ai giovani. Metterli in guardia, comunque, è sempre un lodevole intento e non andrebbe vanificato dietro un fazioso integralismo proibizionista. Nobile e sacrosanto occuparsi degli adolescenti e tutelarli al meglio, ma perché addossare ogni colpa alla canapa? Perché basarsi su ricerche che, di fatto, risultano controvertibili ed inefficaci? Molti adolescenti, infatti, fanno un uso promiscuo dei più svariati intrugli chimici insieme allo spinello a causa di una politica ancora non in grado di compiere un adeguato distinguo. Altrettanto non marginale, anzi associato, è lo strisciante fenomeno dell’alcolismo giovanile, come Risé stesso non può fare a meno di rilevare. L’equilibrio psico-fisico dei nostri ragazzi è minato a partire da additivi ed inquinamento piuttosto che dal solo uso pregresso di spinelli. Semmai il consumo di cannabis si sovrappone a comportamenti già connaturati nelle psicosi della nostra società. “Disturbi della personalità e dell’umore” sono rilevabili in qualsiasi uso continuativo di sostanze, inclusi farmaci, alcol, tabacco e caffeina, ma anche in condizioni di stress come pure nella carenza di riferimenti. Va da sé poi che alla guida, come durante la gravidanza e, più in generale, negli stadi di crescita, l’uso di sostanze alteranti è non solo altamente sconsigliabile ma anche da interdire in quanto rappresenta un più accertato pericolo per sé e la vita altrui. A partire dalla dichiarazione ONU tanto ostentata nel libro: “nel mondo attuale la cannabis è la droga illecita più prodotta e consumata”, si deduce l’esistenza di droghe lecite; dopo l’esperienza del proibizionismo americano, nessuno pretenderebbe ancora di vietare l’alcol, tanto meno Risé, allora perché lasciare l’erba in mano alla criminalità? Scorrendo la lunga bibliografia riportata a tergo dell’opera, risalta subito il primo testo elencato: Fecondazione, aborto, droga, eutanasia. Trovo comprensibile un non appiattimento su questioni laiche da parte dei cattolici, ma ostinarsi contro la canapa è fuori luogo, tanto più in una religione che prevede l’uso simbolico del vino nell’eucaristia. Anche i cattolici, per lo meno una parte, hanno attraversato il ’68 che, a mio giudizio, non è un’esclusiva di sinistra, e, perché no, sarebbero ben disposti a trattare diversamente l’argomento. Interessanti le note di Marco Pistis, neuro-scienziato che, come riportato nelle pagine del libro, ribadisce che “alcol e cannabis sono due delle droghe più diffuse” e “per molti versi molto simili”. Ma non del tutto, come Risé stesso documenta, noi già possediamo “cannabinoidi endogeni”, mentre la molecola dell’alcol è completamente estranea al nostro corpo. La sezione più avveduta del trattato è, a mio parere, quella più strettamente attinente la “psicologia del maschile” e la “figura paterna”, ma a condizione di depurarla dalla canapafobia caratterizzante l’autore. Qui sono ravvisabili spunti più convincenti e, non a caso, coincidono con le effettive capacità e professionalità dell’autore. L’identificazione della cannabis come strumento di follia e morte, è tipico di culture rigide e moraliste. L’Iran, pur rimanendo, se non un produttore, un importante crocevia internazionale della droga, è arrivato ad eseguire decine di condanne a morte per uso di stupefacenti in un solo giorno. Risulta poco credibile una morte da overdose di spinello, poiché è praticamente impossibile riuscire ad assumere un quantitativo tale da cagionarla; tutt’al più, in quei rari malaugurati casi in cui è maturato qualche fattaccio, la canapa è stata sempre e solo una concausa tra altri fattori determinanti. Verosimile, al contrario, è il coma etilico, spesso sottovalutato, seppure non frequente, ma scientificamente accertato come causa di morte. Sebbene frutto di opinabili statistiche, s’insiste ancora sul concetto che dallo spinello si passi all’eroina, convinzione vecchia oltre quarant’anni e suffragata dal solo nefasto esito proibizionista di lasciare liberi gli spacciatori di manipolare il mercato a loro piacimento. Nelle tematiche di fondo addotte, emerge l’incremento di THC nella canapa sino a toccare punte del 20% rispetto al 3% degli anni Settanta. Una concentrazione del principio attivo tutta a vantaggio degli spacciatori, consente loro, nella diminuzione di massa, d’incorrere in rischi più calcolati incrementandone penetrazione e competitività. Questa è l’evidente conseguenza di “alterne politiche” comunque unidirezionali nel loro intento proibizionistico. Certo è che la droga in mano a talebani e consimili non può che essere alterata a loro piacimento quale ennesima arma da rivolgere contro gli occidentali. Non dimentichiamo, quindi, il terrorismo; i finanziamenti prodotti dalla droga illegale aumentano il rischio dei nostri soldati e le spese per mantenere la pace nel mondo, nonché espongono la nostra sicurezza in prima persona. E Risé riconosce che siamo “assediati dai produttori e commercianti islamici”. I recenti dati rilevati con la Giovanardi-Fini, scampolo di fine legislatura della destra messo sotto la naftalina dalla sinistra, sollecitano l’emergenza. Il proibizionismo sancisce la deriva di un popolo, tanto lo fu un tempo nella trasgressione di tossici distillati clandestini quanto lo è ora nel perseguire una politica che anziché smitizzare ed arginare la droga, di fatto, la favorisce. La questione droga, non dimentichiamolo, va articolata e affrontata su più fronti: regolamentazione, prevenzione e repressione dell’illecito. Se viene meno una di queste componenti, siamo comunque destinati ad un inevitabile fallimento. Impossibile poi non fare i conti con una spesa sanitaria che aumenta e grava su tutti noi. Una sanità costretta a sopravvivere tra la droga illegale è una sanità destinata a spendere sull’imprevedibile e non curare con quanto possibile. La dedica del libro al compianto Muccioli, conduce ad una tradizione che, ai giorni nostri, riporta alla ribalta delle cronache Don Gelmini. Di fatto, purtroppo, continuare ad elargire soldi dei contribuenti a comunità inneggianti all’integralismo proibizionista e che, forse non del tutto a caso, finiscono poi inquisite, non ha portato ad altro che ad estendere il fenomeno e arricchire i trafficanti rendendo il cittadino sempre più povero e in pericolo. E il cittadino comune vuole ordine, non solo una gratuita ed inefficace repressione. Vuole regolamentazione, perché ognuno svolga le sue attività nel luogo più appropriato e nelle modalità predisposte, senza offendere il pudore altrui e, soprattutto, nella legalità e con opportune tasse pagate da tutti, perché è stanco del pusher e della meretrice esentasse! Dopo la lettura di questo libro, non resta che sperare in un dibattito più consapevole. L’augurio è che anche l’antiproibizionismo sia sempre più moderato e meno integralista nell’esigere un altrettanto nociva generica liberalizzazione. Ma la depenalizzazione e la regolamentazione sono vie percorribili, le sole in grado di riportare alla legalità, vista l’entità del fenomeno.
Se riusciremo ad attuarle, tutelando tanto gli interessi sociali quanto il libero arbitrio dell’individuo adulto e consapevole, saremo ancora in grado di tramandare una civiltà e di offrire un futuro.

Claudio Risé, Cannabis. Come perdere la testa, Edizioni San Paolo, 2007

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basso impero


Enrico Pietrangeli
su “Basso impero” di Claudio Comandini

Questo romanzo d’esordio di Claudio Comandini è ambientato nell’hinterland di un’ ex provincia ormai logora di troppi eventi o, altrimenti, svanita tra ricordi di dolce vita. Nel cuore di quello che un tempo fu, nonostante tutto, anche impero, si anima, accanita e puntuale, una penna (o tastiera che si voglia) pronta a scandagliare ricercando ogni possibile riferimento ormai inesistente nel suo essere licenziosa e irriverente. Una scrittura canalizzata in un fondo, quello di un Basso Impero che, attraverso secoli ricolmi d’intrighi e cortigiane, si avvicenda ancora, longevo e implacabile, espletandosi in tutto il suo più infimo degrado. Siamo agli sgoccioli del Novecento, corre l’anno 1994 e l’Italia conosce il suo primo governo Berlusconi. Comandini, per l’occasione, trova due date intense ed evocative per meglio rimarcare la sua narrazione, quella del 25 aprile e quella dell’ 8 settembre: dalla liberazione all’armistizio. Con questa stessa sequenza, traccia principio ed epilogo di tutti gli accadimenti che si susseguono nel suo libro. Sono eventi racchiusi in un diacronico accavallarsi di sequenze che imperversano, ma non a caso, rappresentando una stagione rissosa, persino dolorosa e nondimeno provocatoriamente spassosa. Sono mutamenti che toccano anche luoghi disconnessi nella memoria, davanti una televisione spenta che parla e un calendario senza giorni penzolante sul muro. C’è un bar che anima il tutto insieme alla piccola comunità che vi bivacca intorno. Dentro ci scorrono i personaggi del luogo, con le loro singolari vicissitudini, che si alternano in un comune vivere divenuto inconsulto. Ci sono Ludovico, Porkospin, Cecco lo sciamano, il grande amico Eugenio e le “femmine” che, sebbene qui vengano meno come tematica portante, prendono qua e là il sopravvento, fino ad occupare letteralmente un’intera pagina attraverso i loro attributi più intimi. Attributi dove lasciarsi andare in elucubrazioni mitologico-filosofiche con voluttuosità canzonatorie; cavalcare ardite fantasie per stordirsi nell’esperienza e galoppare, dopotutto, sul “fondo”. Bukowski che fa capolino, ma qui abbondano anche androgeni transessuali. L’amore c’è, mai scritto maiuscolo eppure totale ed incondizionato: è quello sentito per Serena. Ishtar è la loro gatta invalida, trovata in fin di vita, dentro un cassonetto dei rifiuti, sarà lei la loro complice e più diretta testimone. In questo “basso impero dove solo i servi hanno potere” compare, in primis, Jim Morrison, ci parla in greco e scivola sulle labbra “aspirapolvere” delle ragazze “crickcrock”. Mito e mercato post mortem non potevano tralasciare Kubain coinvolgendo persino Hegel ne “l’effettualità come criterio decisivo del farsi della realtà”. Un Basso Impero “maionese globale” dove The end è “l’unica canzone dei Doors da non sembrare datata”, “uovo del mondo alla fase terminale” con qualche turbato sorriso acceso sulle note di On the Sunday of Life dei Porcupine Three o Sunday morning dei Velvet. Stile fluido e intenso, fortemente intellettualistico nel suo essere triviale, ma che non rinuncia a calarsi nel gergo del mondo di cui, in fin dei conti, è parte: “a uno scudo dal collasso”. Tanta foga, rabbia, denuncia, tanto passato prossimo ancora da archiviare, che pulsa di armonioso disordine, materia viva e ancora tutta da plasmare, così scorrono i tanti aneddoti descritti da Comandini. Storia, oltre storielle e inferni personali che si aprono tra chiassosi echi delle risa di amici; fantasmi che, puntualmente, ritornano. La strage di Bologna, in questo libro, potrebbe rappresentare un comune nodo per tutto, tanto nel personale del protagonista quanto nelle più pubbliche faccende di questo paese. La memoria intanto corre, ritorna in Grecia, ai viaggi con Serena e i ricordi di scuola. Tragedia e piacere s’incontrano. Un’amara casualità è quella della notizia dell’attentato sopraggiunta sul primo acerbo piacere di un’eiaculazione, nella più aspra, pungente e vitale poesia adolescenziale.

salento's movida


Stefano Donno
su “Salento’s Movida” di Armando Tango

Fortunatamente da qualche anno a questa parte, il mondo delle lettere salentine, contro ogni previsione (Rina Durante scriveva in un suo articolo sulle pagine del Quotidiano, l’impossibilità del Pulp nella piccola città di provincia e poi c’era invece già Maurizio Leo che mixava da tempo ormai, Beat e Pulp in maniera eccezionale) comincia a creare un’identità altra che non è solo Comi, Bodini, Pagano, Toma, Verri, Ruggeri, o la Pizzica, ma non perché non siano necessari a costruire una mappatura del fare poesia e letteratura in queste terre, tra le maglie della sua storia, ma perché ciò che sta emergendo è un desiderio di riscrivere la storia della lettere a queste latitudini. Si poteva mai pensare ad esempio ad un giallo salentino o addirittura al noir? Era tutto in gestazione da queste parti, basti pensare al Delitto di Campi 1 e 2 di Gianni Capodicasa (Luca Pensa editore) e Libreria antica Roma. Il mistero di Taviano (Lupo editore) di Raffaele Polo. Pur non entrando nel merito qualitativo di queste due opere appena indicate, avendo chi più chi meno il diritto di esistenza nell’ambito della storia della letteratura contemporanea salentina, non posso non dire che comincia a strutturarsi un quadro di una geografia letteraria che prima o poi dovrà essere sistematizzata. Ora dopo le sue fatiche letterarie come La Lecce di papà (Eda) e Scusi vuol ballare con me?, (Edizioni del Grifo) a cui collaborai con grande piacere, ecco che Armando Tango, pseudonimo del giornalista leccese Teo Pepe, aggiunge un’altra interessante pubblicazione dal titolo “Salento’s Movida ” edita da Glocal editrice. Un giallo o un noir salentino? Difficile dirlo perché sembra che Tango sia abile ad utilizzare i codici dei due generi narrativi, con grande maestria e talento, conosce i trucchi del mestiere, le sue zone d’ombra, e sa perfettamente dove puntare i riflettori, perché di un’ibridazione equilibratissima tra sceneggiatura e romanzo sembra questo libro, che ti prende e non ti molla più, per ben 241 pagine. E c’è tutto e molto di più in quest’opera, lu sule, lu mare, lu ientu, le notti afose, la Lecce by night, la movida vacanziera e vip di Santa Maria di Leuca e i suoi salotti bene, il caldo torrido, le angoscie, le ansie, le paranoie di un’avventura che comincia a seminare una scia di sangue per un “paperino” – non vi svelerò di cosa si tratta perché se no che sorpresa è – che contiene dati sensibili e scottanti, e che lega i destini dei protagonisti, tutti ben delineati, e con una psicologia tracciata magistralmente in poche battute: Brooke (che ricorda il biondone di Beautiful); Pachi (fotografo very-macho-magnaccia, un clone di Costantino di provincia); il dj Claudio Capace; la nobildonna Adriana Cristofalco, Massimo Bellardoni il commercialista piacione, Pappa personaggio molto simile ad Adriano Pappalardo, e dulcis in fundo Maurizio Costanzo e Maria De Filippi …. Che c’entrano?! Scopritelo da soli ….

Armando Tango, Salento’s Movida, Glocal editrice, p.241, 2007-12-30

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communism, bed & breakfast


Luciano Pagano
su “Communism, bed & breakfast” di Raffaele Gorgoni

Raffaele Gorgoni è autore di due romanzi di ambientazione storica come “Lo scriba di Càsole” e “L’oratorio della peste“, dove i lettori hanno già incontrato la sua capacità di costruire un intreccio interessante attorno a un elemento inconsueto e dove la ricerca e la cultura si rivelavano essere determinanti per la comprensione dell’opera, soprattuto come relazione con l’elemento politico a esse circostante. Un voler chiamare in gioco il lettore oltre lo stesso piacere della lettura. Raffaele Gorgoni, inviato e giornalista Rai, è un raccontatore di storie in reportage puntuali. Più volte, da lettore, mi sono chiesto quanto ci sarebbe voluto (leggi: quanto bisognava attendere) perché lo sguardo del narratore si volgesse alla contemporaneità. La risposta si intitola “communism, bed & breakfast” (cosmografie, 28), una raccolta di cinque racconti editi dalla Besa Editrice, “romanzi da camera” come vengono definiti nella quarta di copertina. Partiamo dal titolo, che si riconnette subito al tema del primo racconto, il protagonista del quale è uno scrittore e intellettuale che dalla città Salentina si è trasferito a Parigi da diversi anni. Capita che due vecchi amici lo invitino a presentare il suo libro a Lecce, il nome della città non compare, ma è come se la lente di ingrandimento posta dall’autore sul Salento sia così vicina al soggetto da non suscitare il bisogno di citazione. Nell’epoca che si attrezza di modernariato e ipertecnologia sono i capelli radi o bianchi che fanno accorgere gli amici che il tempo è passato. Con il tempo è passato anche l’attaccamento a una fede politica, con l’espressione di un dubbio concreto fatta proprio dal protagonista. Il secondo racconto intitolato “Movimento terra”, racchiude in perfetto equilibrio una serie di elementi antropologici e magici che caratterizzano il Salento. Si va dall’aggiramento della 488 per speculazioni & affari grazie all’interessamento dei politici di Roma fino alla magia (macaria) di una ragazza, Assunta, attorno a cui ruota la vicenda. Ernesto ne è vagamente innamorato, innamorato di una malìa non corrisposta ma reciproca. Al termine della lettura ci chiediamo soltanto se nel sogno d’amore e magia è compresa la speculazione edilizia o se questa continui a resistere nella realtà. Già dalla lettura di questi due racconti affiora una caratteristica della scrittura, quella cioè di creare un compartimento nel tempo della vicenda in cui il passato linguistico coesiste nel presente operando un contagio, grazie al linguaggio avviene la creazione di una “velina”, se così si può dire. Certo non si ha l’effetto di rarefazione che si può notare, ad esempio, in un romanzo come “Un refolo di vento” (Salvatore Stefanoni), dove la prima “bicicletta” compare dopo oltre venti pagine, la considerazione è utile per comprendere come Raffaele Gorgoni sia riuscito ottimamente nell’intento di sospensione della credulità nel tempo e negli oggetti. Quello che ci si aspettava da un autore che era capace di trattare la materia storica come si fa con il reportage dell’odierno era che si accostasse alla contemporaneità con gli strumenti della storia, e così è stato, in consapevolezza dell’obiettivo e senza appesantire la narrazione di orpelli metodo-sociologici, usando il pretesto del sogno che al suo svanire riporta al punto di partenza, ma con un sentire differente; come nel racconto del commerciante che decide di non pagare più il pizzo, e lo fa nel modo più plateale possibile, in una terra che accoglie le sue tragedie con un pizzico di ironia e sarcasmo. Il risultato è un libro interessante, dove la tragedia e la commedia si mescolano in crescendo fino al racconto finale che non lascia spazio all’autocommiserazione di una terra, e costituisce allo stesso tempo la conferma di Raffaele Gorgoni come narratore.

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intervista a Giorgio Scianna


Stefano Donno
Intervista Giorgio Scianna

Partiamo da una domanda che possa aiutare il lettore a comprendere il “back-stage” del processo creazionale relativo al tuo romanzo d’esordio Fai di te la notte. Qual è stato il tuo progetto iniziale circa il contenuto, la struttura, le vicende da raccontare? Come sei arrivato poi alla redazione finale del tuo lavoro?
Volevo scrivere la storia di un segreto in una famiglia, in una coppia. Di questo segreto, nascosto da un marito dietro una porta, sapevo solo due cose: che si sarebbe aperto nella vita della moglie come una crepa che non si può fermare, e che doveva essere un segreto degno. Un segreto che non svilisse di per sé il loro rapporto. Mi interessava capire come il non detto, le zone franche di ognuno di noi possano esplodere anche se innocui. Lavoravo su questo, su tradimenti e nascondimenti. Più in là ho capito quale dovesse essere il segreto, l’unico possibile. Poi il resto. La fatica più grossa che ho incontrato nella costruzione della struttura e anche nella redazione finale di questo libro, è stata il perfezionare gli incastri, gli snodi e i linguaggi delle tante parti del romanzo.

In copertina c’è una frase che fa riflettere molto: “Non c’è fedeltà che nel tradimento”. E’ una scelta casuale, o una piccola chiave che volutamente consegni al lettore per farlo entrare da subito nel mondo della tua scrittura?
Quella frase è mia. Adam Kasev non esiste. Avevo bisogno di lui solo per quella traccia. Mi piacciono gli ex-ergo ma devono essere precisi e non svelare al tempo stesso. Una chiave, una rotta possibile che il lettore può seguire nel romanzo.

Il tuo romanzo, scritto davvero bene (mi ha ricordato Rami secchi di Mario Soldati), parla di segreti, piccole menzogne in un universo familiare (quello di Sergio, Clara, papà Giò) dove il silenzio, le assenze, la fanno da padroni. Certamente nella vita coniugale, zone d’ombra talvolta ce ne sono più del dovuto e spesso sfociano in amarezze insostenibili. Ma alla fine sembra che tu propenda più ( tra le righe scrivi che la famiglia è un organismo che divora tutto,anche le ferite e che tutto poi digerisce normalizzando e stabilizzando ogni turbamento) verso un elogio del matrimonio. Cosa ne pensi?
Si è parlato di noir per questo libro. Penso che sia qualcosa che riguardi l’atmosfera che c’è in quella piccola casa. E più ancora la costruzione della tensione e della suspense. C’è anche un senso di “incombente”, un’indagine per scoprire la verità di quei segreti, di quei tradimenti. Non è però un noir in senso pieno, anche se il centro del racconto è un mistero il tessuto più profondo del romanzo va alla ricerca di altre strade.

Vivi per una vita accanto a una persona che credi di conoscere e poi scopri, quasi per caso, un suo lato, che mai e poi mai avresti potuto immaginare: Sergio, ha un segreto, vecchio di centinaia e centinaia di anni, che lo rende diverso, tanto da non potersi rivelare alla luce del sole. Ed ecco che inserisci nel plot del tuo romanzo, una specie di giallo, con delle nuances da noir … ce ne potresti parlare?
Tra Clara e Sergio c’è un rapporto profondo: affetto e complicità sono rimasti negli anni. Ma ci sono anche i tanti tradimenti, le tante fughe. In qualche modo ci sarà un superamento, ci sarà un nuovo equilibrio, ma ho qualche dubbio che tutte le ombre si allontanino.

Scendiamo un po’ più nel personale… Ci sono stati autori nell’ambito della letteratura italiana o internazionale, che, diciamo, ti hanno influenzato, o che ti hanno dato qualcosa, ti hanno entusiasmato, fatto crescere?
Ho sempre avuto frequentazioni letterarie molto eterogenee: la letteratura americana contemporanea (Roth, McCarthy Fox per citarne alcuni), alcuni autori mitteleuropei (Bernhard, Kundera, Svevo), tutto l’ottocento (i Karamazov sono la lettura che mi segnato più di ogni altra) e la folla di scrittori israeliani. Spesso faccio sortite nel mondo noir (Bunker e Manchette sono stati compagni di viaggio). L’ultimo vero entusiasmo di fronte a una lettura risale a qualche anno fa: Franzen con le sue Correzioni ha lasciato il segno.

Dove pensi che stia andando il mondo delle lettere oggi? Possiamo archiviare ormai come archeo-semiotica, la parola impegno?
In Italia è difficile trovare una mappa per orientarsi. Gli autori importanti sono monadi, isole distanti per età e mondi. Forse è meglio così. Quanto all’impegno, è ancora difficile capire se ci sarà un effetto Saviano. Quello che è certo è che in giro la richiesta di una letteratura che parli anche di quello che ci sta intorno, anche con forme ibride di narrazione, è più forte che mai.

Giorgio Scianna è nato nel 1964 a Pavia, dove vive. Un suo racconto, Il Juke-boxe, è apparso nell’antologia Anticorpi (Einaudi, 1997). Fai di te la notte, sempre per i tipi di Einaudi, è il suo primo romanzo.

Viaggio a Finibusterrae


Livio Romano
Una lettura di “
Viaggio a Finibusterrae” di Antonio Errico

Del Fenomeno Salento si parla troppo e dei salentini che si parlano addosso francamente non se ne può più. Sembra concordare con questo assunto Antonio Errico che, nel suo ultimo libro, “Viaggio a Finibus terrae” edito da Manni, a pag. 75 urla contro coloro i quali operano reductiones ad unum quando, per stigmatizzare la poetica dei nostri maggiori poeti, invocano un auspicato e mai avvenuto superamento della “nostalgia dei muretti a secco e del mare”. Come se la grandezza dei Bodini, Ercole D’Andrea, Comi, Toma, Verri, De Donno non fosse piuttosto da rintracciare nell’affannosa ricerca linguistica e di senso che ha reso la loro poesia universale.
In questa raccolta di saggi in forma letteraria Errico compie, come promette nel titolo, un viaggio verso quella terra che è anche conosciuta come Fine della Terra. Si tratta di un percorso, tuttavia, che del materiale tragitto per panorami e genti ha molto poco poiché, come quest’autore ci ha abituati a fare (e come è proprio della grande letteratura), le storie le riflessioni argute i bozzetti riversati in queste pagine densissime, pur prendendo a pretesto il reportage letterario e culturale della Terra d’Otranto: non fanno che infine raccontare un landscape che è tutto interiore, privato, a tratti confidenziale.
Errico ribadisce che occorrerebbe guardare al Salento con gli occhi di un forestiero per coglierne il genius loci, per carpire le infinite sfumature di un posto che è anzitutto un “luogo della e per la scrittura” così come Dublino per Joyce o Venezia per Mann. Lembo proteso sul mare come allegoria di confine, di oscillazione fra noto e ignoto, fra terra -consueta, rassicurante, punteggiata di pietre scolpite e palpitanti che fanno un tutt’uno con la scogliera e il terreno calcareo e soffice di cui è costitutita questa “penisola della penisola”- e tessuto connettivo dell’umanità da cui partire per viaggi mitologici, o solo immaginare di farlo.
Dalla prospettiva dello scrittore -per definizione sempre in cerca di vacuum- in definitiva il Salento, rispetto al quale Errico continua a chiedersi “Dov’è?”, è un non-luogo se, come la Bretagna (o, aggiungiamo, la Cornovaglia) è finis terrae in cui la geografia si smaterializza e “le parole confinano da ogni parte con altre parole”. A rafforzare quest’idea del tutto controcorrente che porta avanti l’autore per oltre cento pagine, si diceva, ci sono pietre, dappertutto. Non solo menhir e dolmen e prospetti di chiese di sflogorante barocco belli da mozzare il fiato, che schermano interni viceversa privi di orpelli perché inutili (giacché se Dio non c’è, come i leccesi sanno -avvertiva Bene- tanto vale, dopo lo sfavillio della facciata, varcare la soglia e ritrovarsi dentro ingranaggi inservibili, umili, disadorni). Non è solo la commossa osservazione dei fari che punteggiano la costa, elementi verticali che spezzano la smisurata orrizzontalità della tavola turchina. A pietrificare il paesaggio di Errico -ad allontanarlo, quindi, dagli “intrugli folcloristici” e restituirgli un’identità primigenia, distante anni luce dal sociologicume della destagionalizzazione e del sistema-turismo, dei media partners e degli imprenditori “illuminati” che danno del “collaboratore” agli operai e concionano spaventosamente intorno al “ruolo sociale dell’impresa”- concorrono tutte le zoomate che l’autore opera su singoli scorci di Salento. Dalle chiese sobrie di Galatone, proiezione della vocazione agricola della cittadina, all’aria rarefatta, gonfia di salsedine all’interno della teoria di tempietti gallipolini a picco sul mare. Dall’indimenticabile ripresa della metafora demartiniana delle nuvole che riverberano le navi minacciose dei pirati alla decadente tristezza e agli effluvi solforosi di Santa Cesarea da cui è bene “scappare, se non hai un amore” all’abitazione di Ercole D’Andrea dalla quale il poeta non si staccava mai, luogo di oggetti cari, fonte essi soltanto di ispirazione, alla luce immaginata da Barthes alla fine del tragitto Milano-Lecce: tutto, compresa la luna, converge verso la scarnificazione, la depersonalizzazione del paesaggio. Il che suona come un monito che recupera le parole di Bodini (“Il Sud ci fu padre, nostra madre l’Europa”): l’arte che nasce a queste latitudini si fa universale soltanto quando abbandona le debolezze dell’oleografia e prova davvero ad affacciarsi su quel precipizio minaccioso e allegorico che si apre sul sagrato di Santa Maria di Leuca.
C’è solo un personaggio in carne e ossa, non a caso un forestiero, che, in una notte d’estate, intona il suo canto sinistro dalla cima di un campanile: “Ridi pagliaccio…” che diventa un tormentone per i paesani. È un naufrago elliottiano o, se si vuole, la Mouth bekettiana. La voce dell’assurdo che blatera al vento l’invincibile male di essere al mondo.

Antonio Errico, Viaggio a Finibusterrae, Manni Editori, 2007

[recensione pubblicata su concessione dell'autore]

Per una civiltà di memorie.


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Per una civiltà di memorie.
Su “Visite inattese” di Stefano Cristante

La poesia filosofica, o la poesia del pensiero, è quella poesia che si interroga sulla flessione dell’io lirico, sul ripiegamento in se stesso dell’io poetante. Davanti a poesie di questo genere l’unica estroflessione notevole è il fatto stesso che la poesia sia in apparenza l’unica traccia accreditabile della presenza di questo io. La poesia è uno sperimentare allo stesso modo in cui l’esperimento, in fisica, viene condotto per certificare l’esistenza di un qualcosa che si presupponeva esistere e che sotto gli occhi dei più – non è. La prima impressione che ho avuto leggendo “Visite inattese” di Stefano Cristante è stata quella di una vicinanza alla poesia di cultura e meno al culto della poesia. La prima sezione, intitolata “Tipi di cose”, costituisce una sorta di tipigrafia degli affetti, luoghi distanti nel passato dove osservare quel che è stato senza rimpianto. Colpiscono le descrizioni del paesaggio, un assente noto nella media della nuova produzione lirica. È nei modi di articolare la poesia dinanzi al paesaggio che possiamo scoprire il rapporto del poeta con se stesso prima ancora che con il suo ambiente, un paradosso che è possibile soltanto in poesia. C’è il rapporto dell’autore con una terra d’adozione “Abitare è amare questa terra/per quante vie di fuga mi regala”. “Tipi di vento”, “La pioggia di tutti”, e la bella “2 stagioni +2″ partecipano di un sentire nel quale la poesia di Stefano Cristante si astrae rapida dal poetese: “tutto è verde, brilla, risplende/la luce rimbalza esotica sui davanzali/si accresce col verde/si espande, sovrana,/regina-pupilla della tua verde mente”. Termini come il vento, la nebbia, la pioggia, i rami, le foglie, sono comparse rarefatte, segnali di oggetti tangibili, presenti. L’impressione è di un libro che è sunto della propria esperienza intellettuale e diviene il presente di una gnoseologia per frammenti, suggerimenti. Nella sezione intitolata “Anatomie” c’è una poesia “Storie senza tempo”, dove i versi danno forma, in un cantilenare ritmico, a una riflessione sul passato che si intreccia al presente. In questi versi sono ricchi i richiami al mito e alla fondazione della società civile, è come se le memorie di quest’ultima venissero chiamate in causa con l’intenzione di concedere alla lirica la possibilità di esprimere ciò che il tempo annienta, sotto forma di conflitto per la pura sopravvivenza. Vi può essere lotta per la sopravvivenza (struggle for life) nella vita di ogni giorno, dalla grecia antica a oggi, tuttavia nella poesia diviene consistente la voce del riscatto (ad esempio in Minotauro, e in Problemi di stirpe e etnia…). La poesia di Stefano Cristante desidera realizzare ciò che le fotografie non riescono a realizzare, perché testimoni di un posto giusto preso nel momento sbagliato. Non a caso “Il poemetto” occupa la parte centrale dell’opera, esso è infatti il componimento nel quale vengono impegnati tutti gli accordi presenti nelle altre sezioni. Il contrasto tra le civiltà e il desiderio di fuga, sono termini a quo della poesia di Cristante e non, come si potrebbe errare in letture improvvisate, termini ad quem; qui non c’è l’anelare di Rimbaud a chiudere i conti con l’occidente per finire i suoi giorni da esploratore in Africa. L’esplorazione razionale e in versi cui si dedica l’autore di “Visite inattese” è una rivisitazione delle “Amenità” del nostro tempo, continuamente in bilico tra ragione e rivoluzione “Oh, l’ipotenusa! L’ipotenusa è quel tratto che dall’ombra del pino attraversa paesi e contrade e si tuffa dentro le spighe gonfie di chicchi gialli e arancio e li oltrepassa giudiziosa, su e in poco tempo geme d’entusiasmo nel provare l’abbraccio del mare” (da Escursioni). La poesia si assume il rischio del ripensamento, “Fa’ come sai e come si deve./Riesuma la Musa. Il gatto si assuma/il rischio delle fusa.”. Sembra che la conclusione di questo libro conceda, così come la dedica “A chi non sa amare”, la critica al cuore dello stesso sistema che con versi si cerca di scardinare, la poesia dell’esteriorità commossa e dell’occasione di fronte alla riflessione del poema naturale. Una sorta di Lucrezio contemporaneo, autore di un poema umano della conoscenza così come poteva essere concepito in epoca pre-cristiana, periodo in cui non c’era uno iato così forte tra scienza e poesia. In “Visite inattese” c’è questo tipo di poesia, che recupera una dimensione di indagine conoscitiva del mondo e dell’uomo. La tradizione e il passato giocano un ruolo importante finché servono, appena prima di divenire pesantezza e impedire il volo.

Stefano Cristante, “Visite inattese”, Besa Editrice

Le 1000 – blog di Stefano Cristante

anticipazione da Musicaos.it – Anno IV, Numero 27
“Fermi immagine da un treno che attraversa la prateria”

Come un Ulisse che si è perso.


Come un Ulisse che si è perso.
Su “Mal di mare” di Arcangelo Amodio

arcangeloamodio_maldimare.jpgArcangelo Amodio, brindisino che vive a Londra, con “Mal di mare” è alla sua seconda prova, la prima, un libro di racconti intitolato “Controra” è edito anche esso da Lupo Editore.

C’è tanta commedia in questo romanzo, che sembra dipanarsi come una pellicola on the road, il protagonista di “Mal di mare” di mestiere fa l’anestesista, lavora in una clinica privata, si è appena sposato con la ricca Giovanna. Le premesse sarebbero ottime se non fosse che il viaggio di nozze dei due – è da qui che parte il romanzo – si svolge su una nave che farà una crociera nel Mediterraneo. La nave toccherà diverse isole della Grecia e porterà i nostri fino al confine con la Turchia in un viaggio che si trasformerà da subito in un viaggio a ritroso nel passato, alla ricerca delle tracce lasciate dai propri ricordi. Un viaggio siffatto susciterebbe un paragone con quello più famoso compiuto dal mitico Ulisse, sarebbe bello che sull’ultima spiaggia, nell’ultima scena descritta, la dolce e enigmatica Clio facesse la sua comparsa sulla soglia come una nuova Penelope che ha atteso i suoi dieci anni, tanti sono in effetti gli anni di fidanzamento intercorsi tra il protagonista e Giovanna prima di queste nozze.
Il romanzo presenta il ritorno alla ‘casa’ della propria giovinezza vissuta nel modo più spensierato, come dice l’autore, non sono forse i greci ad avere inventato la nostalgia? Il viaggio, come spesso accade, è il pretesto per fare un bilancio della propria vita, le cose si complicano quando per fare ciò viene scelto il momento meno adatto, il proprio viaggio di nozze. Al protagonista tutte le situazioni sembrano stare strette, la realtà si configura come sequenze di legami e morse che non tengono più, il “mal di mare” che fa da sfondo echeggia quasi una nausea di sartriana memoria. Un momentaneo allontanamento dalla compagnia della crociera condurrà alla ricerca di vie di fuga infinitesimali da un’esistenza che non è più soddisfacente, gli spunti sono offerti anche dagli incontri che effettuerà il nostro, la figura di Henry è di certo la più interessante, rappresentando quell’elemento di razionalità che potrebbe condurre la vicenda ad un esito positivo. Poi c’è Giovanna, che sembra capire fin da subito il ruolo che dovrebbe accettare, quello della moglie che riconosce l’irrequietezza del suo uomo e sa che deve perdonarlo in ogni situazione, anche se in un momento sembra essere stufa di questo gioco, si ribella per affermare la sua unicità nel rapporto. Il timido anestesista sembra recuperare il coraggio man mano che si avvicina la destinazione del viaggio, una vecchia casa abbandonata di cui possiede le chiavi. Il termine del viaggio, per il protagonista, potrebbe portare finalmente ad una decisione frutto di una scelta, ma nel caso di “Mal di mare”, vale la pena lasciare al lettore la soddisfazione di arrivare a capire questa decisione insieme al protagonista.

 

anticipazione da Musicaos.it – Anno IV, Numero 27
“Fermi immagine da un treno che attraversa la prateria”

 

La terra senza rimorsi.


La terra senza rimorsi.
Su “Era notte a Sud” di Vittorino Curci

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Era notte a Sud“, una S maiuscola nel titolo raccoglie un senso implicito, per una supposizione più da lettore che da critico, per la raccolta di racconti che Vittorino Curci ha pubblicato per Besa Editrice, nella quale vengono rappresentati diversi quadri di varia umanità, collocabili nell’area del sud-est barese. Vittorino Curci è noto al pubblico per la sua esperienza di jazzista e di poeta, con la sua ultima raccolta intitolata “La stanchezza della specie” (Lietocolle Edizioni), ha dato segno tangibile della consapevolezza delle fonti e del suo dettato poetico.
Leggendo questi racconti è come se ci trovassimo di fronte ad un tratteggio d’umanità colta al crepuscolo, spiata dall’arte sapiente di un pittore che vuole congelare il tempo di un respiro, l’attimo di una battuta. Vittorino Curci volge il suo sguardo ad una schiera di persone che forse non costituiranno l’ossatura o il midollo del genere umano, ma ambiscono ad esserne gli arti mobili e laboriosi, le gambe che fuggono rapide, in seconda fila e senza troppo rumore, magari nemmeno tristi per quel po’ di derisione che li contraddistingue.
Nell’ultimo dei racconti contenuti nel volume “Pàbitelé”, è racchiusa una spiegazione della poetica di questa raccolta, come nelle storie di Hrabal, i personaggi di “Era notte a Sud” sono portatori di storie e ricordi, legati al loro luogo di appartenenza che malgrado tutto viene riconosciuto in maniera sottesa e mai nominato invasivamente, costituendone la voce inconsapevole. Il barbiere musicista, il bidello calmo che non tollera gli ‘sfottò’ di un collega e si rende addirittura artefice di una piccola resurrezione, il ragazzino che diventa amico di un mafioso locale sul viale del tramonto. Il lettore si scopre a spiare dal buco di una serratura le esistenze di questi personaggi emblematici, fotografati in un tempo immobile che dell’eternità conserva la magia, resa anche da un linguaggio che riesce a mantenersi poetico, perfino nelle descrizioni di episodi più crudi.
È facile accorgersi del legame strettissimo che c’è tra l’autore e queste storie, non ci troviamo di fronte ad un frutto d’invezione e pura ispirazione; il lettore può cogliere – questo è un punto a favore di questo lavoro minuzioso – il carattere di aderenza epidermica di ogni storia al vissuto dell’autore, che con questo libro si allaccia alla tradizione dei cunti popolari e nello stesso momento sembra dare forma alla malinconia per la distanza di quel mondo dall’oggi. In questo libro c’è un messaggio che ci suggerisce di conservare le nostre storie nel cuore, senza temere i propri ricordi come si temono i fantasmi. “Era notte a Sud” è la trascrizione di un’ipotesi, quella secondo cui uno a uno i ricordi del nostro passato possono essere trasformati nei più forti alleati del nostro presente. In particolare ne risulta un’immagine forte della fanciullezza, da una terra che spesso costringe i suoi figli ad una crescita repentina. La prima impressione, confermata nella lettura, è quella di avere a che fare con una galleria di vinti che a loro modo risultano vincitori, capovolgendo ciò che il destino sembrerebbe aver apparecchiato al loro tavolo e a dispetto del giudizio troppe volte superficiale dei propri paesani; su tutti loro, la notte porterà consiglio.

anticipazione da Musicaos.it – Anno IV, Numero 27
“Fermi immagine da un treno che attraversa la prateria”

Gustavo fa un sogno.


Gustavo fa un sogno
su “Gustavo. Una malattia mentale” di Carlo Bordini.

Luciano Pagano

carlobordini.jpgEsistono libri che sono capaci di svolgere una funzione di specchio per i loro lettori, opere dove l’importanza della trama e le vicende dei personaggi passano in secondo piano se paragonati all’elemento ‘perturbante’ che da essi viene risvegliato. È questo il caso di “Gustavo. Una malattia mentale”, romanzo di Carlo Bordini pubblicato da Avagliano Editore (giugno 2006).
Chi fosse interessato ad approfondire l’opera di questo interessante autore romano non può prescindere dalla sua opera poetica, il cui corpus principale è contenuto in Pericolo (Poesie 1975-2001, Manni) e da “Manuela di autodistruzione (Fazi, 1998). Carlo Bordini, in poesia è un autore che sa coniugare l’urgenza del messaggio alla tensione del dettato, senza barocchismi né retorica, “Forse facessi/ il mio vecchio numero di telefono/risponderei/com’ero vent’anni fa/come sei cresciuto mi direbbe/856896″ (Poesia scritta di notte).
Nei suoi versi si nascondono pensieri di rara densità, concentrati nel breve tempo di una poesia a volte disarmante nei confronti della realtà di tutti i giorni “Le cose sono buone, sono belle/non danno fastidio, non si muovono./Ci vogliono bene e sono fatte per noi. Le cose sono tutte/un po’ pop, se ci fate/caso, hanno un’aura pop, una/luminosità che si espande/intorno a loro” (Cose). Un’esperienza poetica che colma una cesura necessaria, quella di una generazione sviluppatasi – i nati negli anni cinquanta – a cavallo tra espressione e impegno.
“Gustavo” ci offre qualcosa di più, approfondendo il romanzo quell’introspezione che nelle poesie lasciava più margine all’impegno sul piano concreto e sociale. Siamo di fronte alla storia di un uomo, costruita sull’assenza della protagonista femminile, Marina; l’ossessione del pensiero viene presentata tramite la successione dei momenti di Gustavo nell’appartamento che fa da contenitore della vicenda. Si badi bene, non si tratta di un ‘romanzo da camera’, al protagonista capita di uscire e relazionarsi al mondo, i luoghi, la camera di un albergo, una clinica, una terrazza, sono tutti luoghi dove il sogno si confonde con la realtà; l’allucinazione comincia a prendere il sopravvento nella vita di Gustavo, che comincia a sentire il peso del suo lavoro, cerca di liberarsi la testa in tutti i modi, anelando ad una ‘leggerezza’ in cui i troppi pensieri non lo offuschino. “Non sono niente. Non sono né un’isola, né una madre, né una moglie. Lo sono nel momento in cui lo faccio”. Carlo Bordini ha scelto di rappresentare il suo protagonista con periodi dallo stile asciutto, nei quali non mancano descrizioni minuziose, il lettore che vuole ancorarsi ad  una trama classica è perfettamente libero di seguire la consecutio dei ‘quadri’; l’autore utilizza volutamente alcune deffaillance, (uso di minuscole dopo i punti, periodi sospesi, etc.) rendendo così il lettore partecipe di uno smarrimento incrementale del protagonista. Procedendo nella lettura il senso di angoscia cresce, i fantasmi con cui ha a che fare Gustavo, le ‘teste’, non sono più pensieri fittizi, si tratta di elementi concreti, l’apparente slabbratura della struttura del romanzo cela una lucida coerenza, una compattezza del dettato.
gustavo_carlobordini.gif Il ‘sogno’ è uno degli elementi che compaiono nella mente offuscata di Gustavo, egli incontra una donna irsuta, oppure incontra la donna che era con lui, Marina, ma non si ricorda se questi avvenimenti sono sogni o realtà. I parenti cercano di convincerlo a cambiare casa, cercando un appartamento più piccolo, magari la compagnia di una donna anziana, una ‘zia’, ma lui si innamora di una giovane donna che – come tutta risposta – non verrà più portata in visita a casa sua.
Questi alcuni dei microepisodi che vengono evocati nella narrazione; ci accorgiamo della profonda solitudine in cui versa l’uomo Gustavo, un cerchio che gli viene stretto attorno come un cappio dalle convinzioni e da coloro che lo circondano.
Quel che accade durante la lettura del romanzo di Carlo Bordini è semplice, il lettore dopo qualche pagina fa conoscenza con il personaggio e cerca di rintracciare nel suo carattere qualcosa che di somigliante; ad un certo punto avviene un’osmosi particolare. In “Gustavo” viene raccontato il progressivo e lento scivolare di un uomo nell’alienazione dal mondo, fin nei suoi pensieri più intimi, che si rivelano essere – assieme alle emozioni e ai suoi stati d’animo – i veri protagonisti di questo romanzo. La lettura di “Gustavo” genera nel lettore dei veri e propri meccanismi di proiezione, l’autore ne è consapevole, semina dei segnali nel testo, reiterazioni, accenni, sbavature e sfasature del senso che sono lì per non sfuggire, nemmeno al lettore meno attento, il risultato è che l’ansia e la solitudine del protagonista si trasformano nella solitudine emblematica di ognuno di noi.

anticipazione da Musicaos.it – Anno IV Numero 26, “Anelli deboli”

I lumi irregolari di Neuropa.


sanmichele.jpgContraddistinto da un impianto filosofico rigoroso, l’incipit di Neuropa (Gianluca Gigliozzi, Luca Pensa Editore, 2005) porta con sé, da subito, IO, protagonista non soggetto. Torno a riflettere su questo romanzo a distanza di due anni, dopo aver conosciuto direttamente l’autore, grazie ad un breve giro di presentazioni in Puglia, tra il giugno e il luglio del 2005. Nel frattempo, tra la gestazione e la pubblicazione, il romanzo ha subito variazioni, la suddivisione in parti è cambiata, da due a tre rispetto al manoscritto che ebbi modo di recensire su musicaos.it nel dicembre del 2004.
Cosa accadrebbe se la modernità si fosse costituita, dall’età dei Lumi a oggi, non sul principio della ragione bensì su quello della follia? Che cosa intendiamo quando diciamo ‘modernità’? Questi due quesiti sono costituenti della scrittura di Neuropa, la loro soluzione è l’azzardo che si propone inizialmente l’autore, Gianluca Gigliozzi.
La storia è anche luogo di scontro dei pregiudizi, quello ad esempio che vorrebbe il Medio Evo come un’età oscura, e che legge nell’Illuminismo un’età gloriosa; ma la storia, per l’appunto, è interpretazione. Cosa dire ad esempio se il Medio Evo in questione è quello di un Sant’Alberto, o di un Dante, un periodo che prima ancora della scoperta dell’America vedeva l’Europa percorsa dai fremiti della ragione, del dibattito e della disputa? Certo, la differenza considerevole è data dal fatto che nel Medio Evo l’esistenza era in bilico, poche persone avevano una aspettativa di vita più lunga della moltidudine, pochissime potevano frequentare le altrettanto poche Università; ce n’erano centinaia di migliaia che conducevano un’esistenza d’inferno. Ecco forse una delle conquiste della modernità, la centralità del Soggetto-Io nella storia. La contrapposizione Io-Dio scorre nelle prime pagine di Neuropa. La modernità potrebbe non essere una conseguenza dell’era che l’ha preceduta, così come potrebbe essere giunto il momento di oltrepassare lo stallo della post-modernità. Il livello delle fonti di Neuropa è duplice. Il primo livello è quello delle fonti letterarie, da Sterne a Swift, da Rabelais a Quevedo, Sade, Rousseau, Diderot, fonti le cui radici affondano per l’appunto nella genesi della modernità. Ad una seconda lettura, tuttavia, si possono leggere altre tematiche a noi contemporanee, l’utilizzo del romanzo storico è infatti un pretesto linguistico, una ‘maniera’. Neuropa non è, a mio parere, ascrivibile al genere del ‘romanzo storico’, etichetta che a quest’opera farebbe poco bene, basti l’esempio dei due autori che vengono citati fin dalla quarta di copertina, cioè Swift e Sterne; così come il “Tristam Shandy” o i “Viaggi di Gulliver” sono molto di più che semplici romanzi, nell’impianto e nello stile.
Neuropa è un romanzo contemporaneo – così è la filosofia in esso dispiegata – ambientato in un tempo storicizzato. Con un ottica ‘scentrata’ a questo modo può così contenere e discorrere una tematica così urgente come la fondazione del moderno, ragione o follia? Parlare del passato per descrivere l’oggi, scoprire i conflitti tellurici, i nervi che agitano il pensiero; l’invenzione narrativa è il secondo asso nella manica di Gianluca Gigliozzi. La poesia (intesa come creazione) è anche la possibilità di creare dei mondi alternativi, dove le ipotesi di fondo, gli assiomi indimostrabili sono altri.
Certo, se lo spirito con cui va inteso Neuropa è quello della contemporaneità, l’impianto è quello del romanzo, la storia è presente, la trama è questa, un folle, chiuso nel carcere insieme al Marchese De Sade, gli fa da aiutante per apparecchiare spettacoli ‘comici’, commedie umane sul cui ‘palcoscenico’ entrano i personaggi della storia, della filosofia e della scienza dei secoli immediatamente attigui al diciottesimo. Gigliozzi travolge il romanzo di formazione, nella fattispecie la formazione di Io, la cui sete di conoscenza viene confusa con la follia, il desiderio di conoscere l’invisibile viene dissolto a suon di bagni freddi nel College di Charenton, dai suoi genitori, poco dopo aver compiuto il dodicesimo anno di età. Si tratta nientemeno che di un manicomio. La nascita dei sistemi di reclusione, coercizione e rieducazione in Europa è contraddistinta dalla comunanza di folli e criminali; il Potere della Ragione si accompagna al terrore per il suo contrario, i neuropatici sono oggetto di segregazione e bersaglio, i Lumi azzerano la considerazione di cui aveva goduto fin dal Medio Evo la figura del ‘fool’, che nell’immaginario critico romantico costituiva un residuo, un personaggio che in virtù della sua follia poteva avere accesso libero alla verità così come alla non-verità, “[...] essendo le cose quelle che fingono di stare sotto il dominio di chi le fa o le usa o ne gode – in realtà essendo queste cose nient’aòtro che il dominio delle cose stesse su quelli che credono di godere, usarle, farle [...]” (p. 19).
Un romanzo dunque che si interroga sul conflitto tra Potere e Soggetto, la matrice foucaultiana è evidente, almeno quanto evidenti sono i referenti letterari in Neuropa: “[...] le parole sono cambiate, ma solo per mantenere l’illusione che siano cambiate, ma solo per mantenere l’illusione che siano cambiate anche le cose – perché le parole e le cose adesso non possono più vedersi faccia a faccia – altrimenti finirebbero in frantumi come vetri [...]” (p. 21).
Il grande scisma d’Occidente, quello tra le parole e le cose ha avuto inizio, secondo il Sade/personaggio e amimco di Io, quando il sole ha ‘smesso’ di girare attorno alla Terra, ed essa non è più il centro dell’universo; da quel giorno nemmeno tutti li Io sono centri, bensì corpuscoli atomici in balìa del mondo che si manifesta contro di essi, tradotto ed espresso in parole.
Io non si accontenta di ‘rappresentare’ la storia, Io è nella storia, la sua lingua è onnivora, evocatrice, creatrice. La vis comica dell’autore investe la materia, tutte le storie che scorrono tra le pagine sono segnate dal conflitto tra Potere e Io, tanti singoli Io fanno addirittura un Popolo, la miseria è dovunque, persino il Veltro deve improvvisare le sue vesti e poi partire come un Don Chisciotte a raccogliere i fondi per fondare la Castiglia. Il romanzo storico può essere affrontato in modi diversi, ci sono autori che prediligono un’esatta ricostruzione, fitta di riferimenti alla storia e ricca di descrizioni, la lingua può essere la lingua dell’oggi calata nell’ambientazione contemporanea. Ci sono romanzi dove l’autore invece cede alla tentazione di ricotruire un ambiente linguistico, dove far agire i propri personaggi. Neuropa è il romanzo del romanzo moderno, con vere e proprie nuances nei lumi irregolari della critica culturale contemporanea, da Uwe Johnson a Witold Gombrowicz, da Antonio Lobo Antunes a Carmelo Bene. [Continua]

anticipazione da Musicaos.it – Anno IV Numero 26, “Anelli deboli”

“Re Kappa” sotto l’ombrellone…secondo Michele Trecca


Da “La Gazzetta del Mezzogiorno” di Domenica 22 Luglio 2007

Sei autori di Puglia e Basilicata sotto l’ombrellone, per un’estate nelle mani giuste. Schede critiche di Michele Trecca.

Mariolina Venezia e la saga lucana di “Mille anni”…verso il Campiello
(Mariolina Venezia, Mille anni che sono qui, Einaudi, pp. 250, euro 15,00)

Gaetano Cappelli una magia narrativa color del vino (l’Aglianico, certo!)
Gaetano Cappelli, Storia controversa dell’inarrestabile fortuna dell’Aglianico nel mondo, Marsilio, pp. 159, euro 15,00)

Giancarlo Tramutoli in “Uno che conta” realtà e fantasie contro la solitudine
Giancarlo Tramutoli, Uno che conta, Manni ed., pp. 94, euro 12,00

Elisabetta Liguori la salentina ai confini tra il Bene e il Male ne “Il correttore”
Elisabetta Liguori, Il correttore, peQuod ed., pp. 255, euro 15,50

Con De Cataldo una donna da favola nel romanzo criminale dell’Italia
Giancarlo De Cataldo, Nelle mani giuste, Einaudi Stile Libero, pp. 240, euro 15,80

Luciano Pagano vita standard di un precario pensando a Céline
Luciano Pagano, Re Kappa, Besa Editrice, pp. 114, euro 10,00

Pangrammi dell’esistenza


Pangrammi dell’esistenza.
Su “La mania per l’alfabeto” di Marco Candida

Luciano Pagano

The quick brown fox jumps over the lazy dog“, questa frase viene utilizzata nei test per le macchine da scrivere in un ambito analogico che sembra così lontano e che invece fa ancora parte del presente, o ancora quando c’è da testare la bellezza e la versatilità di un nuovo font nei programmi di grafica e videoscrittura. Cosa c’entra questa frase con il romanzo d’esordio di Marco Candida, “La mania per l’alfabeto” (Sironi Editore, collana indicativo presente, €14)? La particolarità di questa frase di senso compiuto – dove una volpe marrone si beffa di un cane pigro – sta nel fatto che in essa sono contenute tutte e ventisei le lettere dell’alfabeto, una frase simile viene definita come pangramma. Nel romanzo di Marco Candida secondo me avviene qualcosa di simile, si cerca una risposta ad un quesito filosofico e allo stesso tempo narrativo, quello di dare un ordine al mondo attraverso il linguaggio senza perdersi in quest’ordine che nel frattempo si è anche concretizzato come ricerca di sistemazione/risoluzione della vita del protagonista.
Nel cercare quest’ordine vengono dispiegate con maestria tutte le emozioni, tutti i generi, tutti i percorsi letterari percorribili, il che non deve far credere che La Mania sia un’opera enciclopedica, anzi è la gamma degli stimoli che offre la lettura di questo testo che appare sotto la cifra dell’infinità. Michele è un giovane alle prese da anni con la scrittura, emerge qui un primo elemento, non si tratta della scrittura del capolavoro o dell’opera a cui sta lavorando, la scrittura per Michele assume il carattere della scrittura tout court, la scrittura per la scrittura, una scrittura che soltanto inizialmente crediamo essere affidataria di un’interpretazione del mondo per poi scoprire il suo ruolo centrale, quello di unico strumento per attingere alla Verità. Una scrittura che si dissemina in miriadi di altre scritture, tutte a loro modo giustificate dall’assunto di fondo: essere descrizione di quella vera realtà rispetto alla quale il resto delle descrizioni che ci vengono propinate altro non sono che ‘notizie’, ‘velo di maya’, ‘rappresentazioni di ombre sulle pareti della caverna’. Questa, tuttavia, è una falsa interpretazione. La scrittura diviene in questo romanzo un oggetto malleabile e riparatore, Michele è ossessionato dalla scrittura a tal punto da perdere il contatto con la realtà. Ci sono due realtà, Savemi (la sua ragazza) e il Lavoro, che cercano di assisterlo, la prima con una certa tolleranza e la seconda con il pragmatismo scellerato e disperato imposto dal lavoro, con le consuetudini e il delicato bilanciamento dei rapporti tra colleghi; entrambe le realtà dovranno espellere da sé Michele se vorranno continuare a insistere nelle loro certezze.
Al termine del romanzo si raggiungerà un punto di mezzo, quieto come l’occhio del ciclone. “La mania per l’alfabeto” è una room-novel, un romanzo che racconta gli spazi chiusi e angusti, la scatola cranica, i pensieri, i racconti – le carabattole – che amplificano l’immaginario della paranoia su soglie altissime, alcuni di quelli che sono seminati nel romanzo fanno da controparte teorica di ciò che sta accadendo al protagonista, sviscerando uno stato d’animo in particolare.

“Michele, pensa, si ritrova inscatolato in tante stanze, proprio come tutti, e compie le sequenze di azioni di tutti, ha le emozioni di tutti, le stesse relazioni di tutti – le stesse relazioni, o meglio, di chi non sa tenere relazioni – e non può che raccontare storie che potrebbe raccontare chiunque: nessun mondo diversissimo, solo mondi ugualissimi su esperienze ugualissime. Soltanto la percezione del mondo e delle esperienze sono diverse, infettate dalla scrittura”

Quando il protagonista si trova alle prese con la sua casa e la sua famiglia le cose non cambiano, la sua è un’esistenza appartata, un tentativo di riprendersi dagli sconvolgimenti che sono avvenuti nella sua vita recente. Un particolare episodio (lo smarrimento di un libro), riporterà Michele ad un contatto con le cose, mitigando le sue ossessioni. Fino a quel momento Michele è scrittura, Michele è nei libri che legge, come se gli oggetti-libri fossero riusciti ad annichilirlo, interessante la considerazione a proposito del lettore-forte, che sarebbe il lettore che compra libri ogni giorno per poi leggerne tre o quattro in un anno. A mio avviso le pagine più belle sono proprio quelle contenenti le considerazioni sulla percezione che abbiamo del mondo, filtrata com’è dall’informazione giornalistica e mediatica. Marco Candida, giovane autore nato nel 1978, ha avuto un coraggio raro, quello di scrivere un libro che mette a nudo se stesso e nello stesso tempo la scrittura come pratica individuale, un’analisi sulla scrittura così come poteva essere intesa nel Medioevo, con la filtrazione di filosofia e psicoanalisi, laddove invece un pensiero osmotico potrebbe rintracciare assonanze con i romanzi di Albert Camus, per il riferimento al senso di claustrofobia morale oppure alle riflessioni filosofiche sulla scrittura di Carlo Sini, cui si aggiunge un vago senso di delirio che a volte emerge da alcuni passi per effetto dell’esattezza e dell’accumulazione di immagini. Marco Candida dispone di una tavolozza incredibilmente varia che si è concretizzata in un ottimo esordio.

anticipazione da Musicaos.it – Anno IV Numero 26, “Anelli deboli”

La decostruzione dell’odio. Su “Il legame” di Fabio Omar El Ariny


La decostruzione dell’odio.
Su “Il legame” di Fabio Omar El Ariny

Cantiere delle Twin TowersFinalmente svelato il legame tra l’incidente aereo di Linate, avvenuto nell’ottobre del 2001 e il presunto attacco del WTC, avvenuto l’11 settembre dello stesso anno“, un titolo di giornale al quale potrebbe essere attribuita una veridicità quasi assoluta dopo la lettura de “Il legame”, romanzo d’esordio di Fabio Omar El Ariny, giovane scrittore egiziano che vive e lavora a Milano, uscito per i tipi della Besa Editrice. Adel Kadry è un giovane uomo d’affari, figlio di un egiziano che è riuscito ad espandere il suo commercio partendo dalle spezie e arrivando a costruire un impero che, grazie anche all’abilità del figlio, è approdato negli USA, dove la corporation egiziana a capo dei Kadry è entrata in possesso di diverse società americane. Quale legame c’è, quindi, tra la vita del giovane rampollo e la catastrofe mediatica e terroristica delle Torri Gemelle? Adel, la mattina dell’11 settembre, deve prendere lo stesso aereo della United Airlines da Boston a Los Angeles, quello che dopo il dirottamento si è schiantato a Stony Creek Township, in Pennsylvania. La sua riunione di lavoro a Los Angeles, tuttavia, è stata annullata. Il suo nome compare già nella lista di arabi ‘designati’ come morti sull’aereo, che figureranno come potenziali terroristi nelle cronache del giorno dopo. La ragazza di Adel, Sonia, abita a Milano. Jean De Tennais è un giornalista di “Le monde” che in passato ha avuto a che fare con il padre di Adel, e che dopo aver appreso che il giovane è ritenuto uno degli attentatori si mette sulle tracce del genitore per cercare di farsi rilasciare un’intervista ‘a caldo’. Gli avvenimenti si succederanno in rapida sequenza, dimostrando la maestria dell’autore nel saper dosare gli elementi della narrazione, dalla quale spiccano le descrizioni dei luoghi e dei caratteri di ognuno dei personaggi. Un romanzo, “Il legame”, che pur partendo dal genere thriller riesce a contenere una storia piacevole, la cui lettura può essere consigliata anche a chi non è appassionato del genere. Nella vicenda vengono spesso descritti gli scenari politici internazionali, in particolare la situazione del Medio Oriente, la cui storia recente viene ripercorsa senza che si senta la volontà apologetica nel voler a tutti i costi dare una verità sui fatti. Un esperimento narrativo unico nel suo genere anche perché l’autore è un trentaduenne egiziano che scrive nella nostra lingua e decide di attingere ad un episodio storico che oramai è divenuto un mito della contemporaneità, non sono ancora molti gli scrittori che hanno affrontato il tema dell’11 settembre come fatto già storico; non soltanto un evento mediatico, ma probabilmente uno degli eventi che nei prossimi anni si rivelerà più latore di effetti mitopoietici, l’Attacco alla civiltà par excellence, indipendentemente dal fatto che suddetto attacco sia stato un attacco reale oppure il frutto della più grande messa in scena del XXI secolo, quella che non solo secondo le ipotesi contenute nel romanzo di Fabio Omar El Ariny, è avvenuta sui cieli e la terra degli USA alle 9 di mattina di un giorno di settembre.
Al termine della lettura resta l’impressione di un romanzo davvero piacevole, insieme ad un messaggio di speranza nei confronti di un dialogo possibile tra mondi diversi, quello arabo e quello occidentale, che l’autore è riuscito a trascendere dalla propria esperienza personale per rendere partecipe il lettore di una storia che colpisce per il bilanciamento della lingua e per la rapidità di esecuzione, in certi punti a metà tra una novel di Ellroy e la pellicola di Edward Zwick “Attacco al potere”.

anticipazione da Musicaos.it – Anno IV Numero 26, “Anelli deboli”

“Re Kappa” su Postoristoro


Dopo la verità, il nulla
di Daniele Greco (dal blog Postoristoro)

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Re Kappa
di Luciano Pagano è un antiromanzo alla maniera dell’ “Anonimo Lombardo” di Arbasino, del “Boccalone” di Palandri o dei “Tre sistemi…” di Nicola Lagioia. Questo perché è un’opera metanarrativa che si pone l’obiettivo di investigare le possibilità coeve della scrittura romanzesca. E come ogni libro fatto di altri libri, come ogni lavoro che si porti dietro un bagaglio di concetti e riflessioni metalinguistiche – sostenuto da una scrittura, tutto sommato, robusta – finisce per essere un’opera brillante che restituisce quella verità dell’arte, che in questo caso diventa: la menzogna dell’arte. La scrittura di Pagano prova a mimare il carattere emotivo della parola parlata, ma cercando di evitare una scrittura che scada nel cicaleccio dell’oralità spinta. E ci riesce! La prosa dello scrittore leccese non ha cedimenti e si evince come egli abbia riscritto e limato l’intero suo lavoro, e, questo, a dispetto del presunto pressappochismo che egli convoglia nella figura del personaggio protagonista: ma l’autore è altra cosa. Pagano, attraverso gli espedienti narrativi legati al mondo dell’editoria, salentina e non solo, gioca con il lettore portandolo dentro un testo duplice: per certi versi divertente e avvincente, mentre, per altri versi, conduce inesorabilmente nello scadimento, nello svilimento dell’entertainment letterario, che pare l’unica forma possibile di fare letteratura, oggi.
Personaggi emblematici come Benoit e Duilio Cozzetti sembrano usciti da un fumettone trash, da un prodotto di bassissimo rango, che è appunto lo stato dell’editoria nostrana: produzione seriale di libri senza progetto alcuno, supermercato delle idee a metà tra le soffitte polverose e il macero… Ogni cosa è posta sempre, costantemente, tra la sua realtà fenomenica e il suo doppio: il finto intellettuale è anche il parvenu di provincia, l’editore illuminato è anche il massimo propalatore delle peggiori marchette hollywoodiane. Ogni elemento della narrazione – è questo il grande merito di Pagano – ha la capacità di essere fruibile a più livelli di lettura per cui l’autore vuole dirci, come fa a pagina 34, che “ci vuole un raro ascoltatore per capire cosa sia il metaromanzo a cui sto lavorando, la realtà sembra prendere la piega di un resoconto delirante, ho inventato una dimensione narrativa nella quale ci ficco dentro tutto quello che succede, stravolgendolo a tal punto che sembra di assistere al mercatino di una favoletta da quattro soldi, lì, a metà prezzo, tutta da capire all’istante, e poi invece sto raccontando tra le righe quello che accadrà nel futuro prossimo venturo, finzione di finzione”. Il futuro prossimo venturo è finzione di finzione, un po’ come nell’ “Occidente per principianti” di Lagioia, o nel “Di questa vita menzognera” del bravissimo Pino Montesano… La realtà non esiste più, ha lasciato gli ormeggi e si è gettata nel mare periglioso dell’indistinguibilità: quello per cui intere opere coeve potrebbero essere state scritte da più autori, per come si somigliano tutte, per come non apportano alcuna riscrittura immaginale dell’esistente e per come non sono altro che stanche pagine di “dolorismo giovanilista” o “apocalittiche riscritture” americanoidi.
Pagano, invece, sembra essere molto più misurato e scaltro, gioca con i mille destinatari di un’opera apertissima: della quale sarebbe già interessante valutare le differenti letture fatte, il diverso feedback instaurato coi lettori.
Benoit, Céline, Re Kappa, il manoscritto… non sono altro, allora, che l’esilissimo fil rouge di ogni opera che ambisca a una qualche unitarietà, ma in ultima analisi delineano la strada da fare, la letteratura di là da venire, il progetto sempre aperto e in continuo mutamento che tocca provare a immaginare.
Quello che sorprende, alla fine, è una cosa: riletta e corretta questa recensione ci si rende conto che le mie parole, identiche, le avrebbe potute scrivere qualsiasi altra persona: in un certo senso la mia recensione è stata scritta per intero dal libro di Pagano, senza il mio minimo apporto. Accade che, un po’ come nel finale, quando l’autore anticipa quelli che sarebbero stati i commenti successivi all’uscita del romanzo, l’atto finale del libro consista nell’inclusione del recensore entro il carrozzone, il “circo” della letteratura da asporto cui il libro è mezzo di feroce dissacrazione.
Pertanto, ingoiati dal nulla che segue la verità, scorgiamo, dietro le pagine del romanzo, una visuale radicalmente negativa del vuoto a noi circostante: un buco di morte che le parole provano a riempire, nella speranza di differire il momento in cui saremo travolti.
Ma anche dietro la negazione – l’ennesima – del romanzo, si realizza un altro passo, instancabile, della persistenza della letteratura.

(in foto Stelarc, ‘Sitting/Swaying: Event for rock suspension’, Maki Gallery, Tokyo, Japan 1980. Courtesy the artist and Sherman Galleries, Sydney)

“Re Kappa”, intervista su Altre Latitudini


joyce.jpgE’ il 16 giugno, una data che mi è cara per due motivi, il primo è che mi ricorda l’Ulisse di Joyce, e il secondo è che mi ricorda il 16 giugno del 2005, una data simbolo nella quale ho trascritto un racconto in ‘presa diretta’, intitolato “Il giorno della fioritura”, ovvero Bloom’s Day. A distanza di due anni festeggio in modo ideale grazie a Claudio Martini, che pubblica oggi sul suo blog Altre Latitudini un’intervista al sottoscritto, dove si parla di “Re Kappa”, Musicaos.it e altre cose.