“Post coitum omne animal triste est”. Tradotto vuol dire pressappoco questo, che ogni animale, appena terminato l’atto riproduttivo è triste. L’animale in questione è l’uomo, l’animale razionale, ovvero l’animale che rende in termini di razionalità ogni suo vissuto. Secondo questo antico precetto l’uomo dopo aver fatto l’amore è preso da un magone terribile, invidia già se stesso nel momento appena trascorso, vorrebbe che il piacere fosse eterno. Tutte le cose belle, soprattutto quando raggiungono un culmine, sono destinate a riverberare nei ricordi con una punta d’amarezza. Un po’ quello che è accaduto, per quanto mi riguarda, per la mia esperienza con il quotidiano “il Paese nuovo”, con il quale ho cominciato a collaborare dall’inizio di marzo. Ahimè, l’esperienza è momentaneamente conclusa e sospesa per il fatto che sono momentaneamente (?) sospese e concluse le pubblicazioni di detto quotidiano. Chi sia interessato può leggerne qui un resoconto scritto da Mauro Marino, che ci ha condotto in questa avventura. Io a dire il vero avevo rintracciato qualche ferma e decisa avvisaglia anche qui, su un altro blog altrettanto amico, quello di Daniele Greco. Chiunque può cercare di intendere, dalla lettura di entrambi gli interventi, motivazioni che possono essere o non essere, mi astraggo. Per quanto mi riguarda l’esperienza con “il Paese nuovo” è stata qualcosa di eccezionale. Riferisco episodi ‘a braccio’. L’amico che mi incontra per dirmi che segue il mio romanzo a episodi – appena mi organizzo vi faccio sapere anche di questo, le 10 puntate sono già belle che scritte, non vi preoccupate. Gli amici che mi chiedono i pdf delle puntate via email perché sono extrasalentini. L’amico che mi incontra per dirmi che 6.000/20.000 battute di articolo sono un po’ troppe, ma come dirgli che all’indomani della vittoria di Berlusconi non potevo non scrivere “Il ritorno del Caimano“?. L’amico che mi incontra per dirmi che dovrei considerare un po’ di autoediting. Per tutti loro c’è il mio blog, dove al momento posterò recensioni e interventi come sempre. Insomma, lancia in resta si va avanti, comunque, perché in quelle pagine è accaduto qualcosa di realmente CULTURALE. Animati come siamo dalla passione per la scrittura e per la diffusione della cultura, senza pensare sempre e soltanto al proprio asshole. Ebbene, il quotidiano non esce da tre giorni. Quindi, che fare? In Salento non ci si stupisce, in Salento funziona tutto così. In Salento si lavora gratis perché un giorno si avrà qualcosa. In Salento si lavora gratis nelle case editrici, si lavora gratis nei giornali, si lavora in nero dovunque, nei bar, nei pub, come notava l’amico Massimo Ferrari proprio su “il Paese nuovo”, si lavora in nero negli stabilimenti balneari. Ma come accettare di perdere un luogo dove si poteva dare spazio al non luogo, un vero e proprio luogo d’allerta, per usare un’espressione cara a Mauro e Piero? Allora non vi lamentate se siamo precari – soprattutto voi, imprenditori che avete perso alle ultime elezioni – perché ci sono quelli coi soldi che non investono e non vogliono investire, da sempre così, ci abbiamo fatto il callo. L’altra sera ero a cena con uno dei poeti più bravi della mia generazione, ebbene, mi sono lasciato andare in una battuta, “…sono così precario che se vai sulla treccani digitale alla voce call-center trovi me” (in compagnia di Accardo, Bajani, Dezio, Falco, Nove, Desiati e altri), purtroppo non è una battuta; non sapevo che dopo qualche ora mi sarei trovato nell’impossibilità di continuare a co-andare in questa avventura. Mauro, Elisa, Vito, Irene, Beppe, e tutti voi, è stato un bel coito, un bel co-andare, spero che si ripeta come già è stato in altri luoghi e in altri modi; è stato davvero un bel coito, e io alla fine mi sento già un po’ triste. [...continua?]
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Giugno 17, 2008
Maggio 28, 2008
I ritorni. Lucio Battisti.
Posted by luciano pagano under Uncategorized | Tag: Alessandro Manzoni, Don Rodrigo, I promessi sposi, I ritorni, La sposa occidentale, Luciano Pagano, Lucio Battisti, News, Padre Cristoforo, Pasquale Panella |[3] Comments
Lucio Battisti
da “La sposa occidentale”, I ritorni
testo di Pasquale Panella
E da quel punto in poi
sentimmo sotto di noi
svolgersi il sentimento,
largo e intento
ad una tutta sua meditazione,
non curante
che sopra la sua pelle si ballasse.
Le foglie coi barattoli, le casse
con i tronchi senza cuore.
E lo scandaglio calava dalle prore,
poi ritornava su
chiedendosi “Perché, perché il ritorno?”.
È sempre per prova che
sulle labbra torna
la parola “amore”,
per prove d’esercizio
perché si sa che poi non si sa mai
che potrebbe tornare utile.
Tornare, per raccontare
il furore e il gelo
delle notti aurore.
Bianca e assai provata,
scampata per un pelo per poter ritornare,
come dalle crociate, a un futile
sopravvissuto a tutto,
che ritorna più utile che vivo,
quindi innamorato ancora.
E torna, torna, lei gli ha detto torna
ed era una bambina, finalmente,
e gli diceva torna.
Abbiamo un solo limite:
l’amore che ci divide.
Come la ragione,
perché con la ragione
si sopravvive a tutto,
si distrugge il distrutto,
ricostruendo a intarsi la copia fedele
dell’innamorarsi,
e un tassello alla fine
o è dell’uno o è dell’altro.
E i sogni si allontanano
come i cavalli scossi,
caduti i sognatori;
bocconi tra le fragole, ma
più dolci e più rossi,
ridotti a dolenti spifferi.
E docili incompetenti
nella lotta incerta
tra il ridire e il fare
l’amore colloquiale.
E lei continua a dirsi:
“Si sopravvive a tutto per innamorarsi”.
Amarsi è questo: escludere
d’essere i soli al mondo,
i soli ad esser soli amando,
sterminandola l’invincibile armata.
(immagine, Padre Cristoforo e Don Rodrigo)
Maggio 21, 2008
Maggio 9, 2008
Maggio 9, 2008
Facemmo ali.
Posted by luciano pagano under Luciano Pagano, News, Uncategorized | Tag: Antonio Verri |1 Comment
Antonio Leonardo Verri
(Caprarica di Lecce, 22 febbraio 1949 – 9 maggio 1993)
“Per giungere nel retro osteria, occorreva attraversare un corridoio largo e lungo scoperto, che l’uomo dei curli, Antonio Verri, attraversava sempre con un suo modo di camminare tipicamente ondulante. Guardandolo, francamente, veniva un po’ da ridere, ma nessuno si permetteva di farlo, data la grande serietà che egli poneva in tutte le sue cose, soprattutto quelle riguardanti il senso profondo della vita. Dunque l’uomo dei curli, Antonio Verri, camminava quasi sempre danzando. Poggiava prima un piede, e su di esso adagiava poi il corpo grande e grosso come quello di un uomo-elefante. Passava quindi all’altro piede ripetendo così l’azione. Alla fine ne veniva fuori una deambulazione ondulante, un salire e scendere di un corpo ben fatto sì, ma che non riusciva a stare sempre ben eretto. Molto tempo dopo che l’uomo dei curli, Antonio Verri, era volato via in un posto magico fatato, qualcuno disse che forse quel suo modo di camminare era dovuto alla corea, una sorta di sofferenza che dà pure qualche dolore alla nuca e alle articolazioni. L’uomo dei curli, Antonio Verri, dunque, attraversava il corridoio largo e lungo del Mocambo con il suo passo coreutico per giungere infine nelle due stanze del retro osteria. E’ stato sempre un luogo ben pulito questo, raccolto e intimo, che subito, a chiunque vi mettesse piede dava un senso di confidenza, di appartenenza atavica, di sicurezza. Proprio quella che l’uomo dei curli, Antonio Verri, cercava da sempre, da quando cioè aveva sentito forte il battito profondo del cuore contadino di sua madre Filumena.
«Mamma», diceva l’uomo dei curli, Antonio Verri, alla sua nonna-madre, «raccontami un racconto».”
Maurizio Nocera, Mocambo,
Apulia, Settembre 2001
Antonio Verri, La cultura dei tao da Musicaos.it
Antonio Verri, Port Bou: quasi un diario da Musicaos.it
Antonio Errico, “Tutta la vita per un declaro” da Apulia
Fabio Tolledi, La pratica poetica (2) da Apulia (diritti riservati)
“Fondo Verri accoglie l’eredita’ e l’operativita’ del maestro di scrittura e di vita Antonio Leonardo Verri.”
§
FATE FOGLI DI POESIA, POETI
(manifesto poetico di Antonio L. Verri)
Cominciate, poeti, a spedire fogli di poesia
Ai politici, gabellieri d’allegria
A chi ha perso l’aria di studente spaesato
A chi ha svenduto lo stupore di un tempo
Le ribalte del non previsto,
ai sindacalisti, ai capitani d’industria
ai capitani di qualcosa,
usate la loro stessa lingua
non pensate, promettete
…”disarmateli” se potete!
(al diavolo le eccedenze, poeti
Le care eccedenze, le assenze anche,
i passeri di tristezza, i rapimenti
i pendoli fermi, i voli mozzi, i sigilli
le care figure accostate al silenzio
gli addentellati, i germogli, gli abbagli…
al diavolo, al diavolo…)
disprezzate i nuovi eroi, poeti
cacciateli nelle secche del mio gazebo oblungo
(ricco di umori malandrini, così ben fatto!)
Fatevi anche voi un gazebo oblungo
Chiudeteci le loro parole di merda
I loro umori, i loro figli, il denaro
Il broncio delle loro donne, le loro albe livide.
Spedite fogli di poesia, poeti
Dateli in cambio di poche lire
Insultate il damerino, l’accademico borioso
La distinzione delle sue idee
La sua lunga morte,
fatevi poi dare un teatro, un qualcosa
raccontateci le cose più idiote
svestitevi, ubriacatevi, pisciate all’angolo del locale
combinate poi anche voi un manifesto
cannibale nell’oscurità
riparlate di morte, dite delle baracche
schiacciate dal cielo torvo, delle parole di Picabia
delle rose del Sud, della Lucerna di Jacca
della marza per l’innesto
della tramontana greca che viene dalla Russia
del gallipolino piovoso (angolo di Sternatia)
dell’osteria di De Candia (consacratela a qualcosa!).
osteggiate i Capitali Metropolitani, poeti
i vizi del culto. Le dame in veletta, i “venditori di tappeti”
i direttori che stupiscono, i direttori di qualcosa,
i burocrati, i falsi meridionalisti
(e un po’ anche i veri) i surrogati
Le menzogne vendute in codici, l’urgenza dei giorni sfatti,
non alzatevi in piedi per nessuno, poeti
… se mai odorate la madre e il miglio stompato
Le rabbie solitarie, le pratiche di rivolta, il pane.
Ecco. Fate solo quello che v’incanta!
Fate fogli di poesia, poeti
Vendeteli e poi ricominciate.
Fatevi disprezzare, dissentite quanto potete
Fatevi un gazebo oblungo, amate
Gli sciocchi artisti beoni, i buffoni
Le loro rivolte senza senso
Le tenerezze di morte, i cieli di prugna
Le assolutezze, i desideri di volare, le risorse del corpo
I misteri di donna Catena.
Fate fogli di poesia, poeti,
vendeteli per poche lire!
§
(foto Claudio Longo, Luoghi d’Allerta, ed 2005)
- Il pane sotto la neve. Più altro pane
- Il fabbricante di armonia Antonio Galateo
- La Betissa. Storia composita dell’uomo dei curli e di una grassa signora
Maggio 3, 2008
Col bene che ti voglio. Da giovedì 8 maggio in edicola
Posted by luciano pagano under Luciano Pagano, News, Uncategorized | Tag: il Paese nuovo, Luciano Pagano, Narrativa, News |1 Comment
“Col bene che ti voglio”
romanzo in sedici episodi settimanali
di Luciano Pagano
da Giovedì 8 Maggio su “il Paese nuovo”
Credits:
Soundtrack
Luglio, Riccardo Del Turco, 1968
Pink Floyd, I wish you were here (live)
The Police – Every breathe you take
Rolling Stones – Paint it black
Immagine cover digitale ( Ul_Marga, via Flickr)
Aprile 29, 2008
Umberto Bossi, la carica dei 300.000!
Posted by luciano pagano under Uncategorized | Tag: Luciano Pagano, News, Umberto Bossi |[5] Comments
Elettori di destra, avete Umberto Bossi, e ve lo meritate. 15 Giorni. Sono bastati quindici giorni perché Umberto Bossi ritornasse a sfoderare i toni forcaioli cui ci ha abituato in questi anni di governo e non governo, sempre sulla breccia, sempre duro. La notizia è di 54 minuti fa, “Non so cosa vuole la sinistra, noi siamo pronti, se vogliono fare gli scontri io ho trecentomila uomini sempre a disposizione, se vogliono accomodarsi”. Certo, come buon scodinzolatore tra qualche ora sarà pronto a smentire, dirà che la sua è una provocazione, è da provocazioni simili (ricordiamo tutti Calderoli quando indosso una maglietta con le famose vignette danesi) non vorremmo mai essere vaccinati. Eppure certe volte ci vogliono anticorpi come quelli posseduti da Verdone in “Troppo forte”, quando racconta – coincidenza – della sua partecipazione alla Palude del caimano. “Mi auguro aggiunge che la sinistra scelga la via delle riforme, non come l’altra volta che non vollero assolutamente la riforma federale”. È un’iperbole senza requie, o federalismo o morte, o federalismo o scontro, Umberto Bossi assume sempre l’atteggiamento del buttafuori dal mento alzato, che istiga allo scontro. E poi l’apoteosi “I fucili sono sempre caldi”. Bel Paese del cazzo!
Aprile 27, 2008
Il codice dei vinti. Su “Il contagio” di Walter Siti
Posted by luciano pagano under Uncategorized | Tag: Il contagio, Luciano Pagano, Mondadori, News, Walter Siti |[7] Comments
Il codice dei vinti.
“Il contagio”, di Walter Siti
Quale può essere stata la sensazione che provarono, nel 1955, i primi lettori di “Ragazzi di vita” di Pier Paolo Pasolini? Questa domanda è utile alla comprensione dell’ultimo romanzo di Walter Siti, “Il contagio”, edito da Mondadori, un libro che racconta in presa diretta una realtà difficile e poliedrica, quella della borgata romana. Walter Siti è profondo conoscitore dell’opera di Pasolini, della quale è curatore nella sua completezza per l’edizione dei Meridiani mondadoriani. Fare un parallelo tra la pubblicazione dei due romanzi è utile perché di riflesso il lettore può accorgersi di come sia cambiata la realtà della vita nelle città italiane tout court, quindi non solo nella Capitale. Non c’è molta distanza tra i ‘ragazzi’ di Pasolini e quelli palestrati, drogati, cavalli di razza (da monta o da corsa, a seconda del caso) descritti in questo romanzo, c’è un filo che lega le madri del dopoguerra alle ragazze madri di oggi; la cifra è nella disperata vitalità, per utilizzare un’altra espressione cara allo scrittore di Casarsa. Nel suo precedente romanzo, “Troppi paradisi” (2006), Siti aveva rappresentato con spietato autobiografismo un mondo in cui il cortocircuito narrativo tra realtà e finzione non era che uno specchio dove cogliere l’esasperazione con cui, ad esempio, la realtà viene oggi presa di peso o ricercata dagli occhi affamati di spettatori televisivi, una vera e propria superficie di realtà che diventa reality. La prosa, in quell’opera, raggiungeva uno dei risultati più bilanciati, lineari, e rigorosi, della recente produzione narrativa nella nostra lingua. La partita adesso si gioca tra pietà e rassegnazione, tra accettazione della vita e desiderio di evasione. C’è un codice non scritto, quello della borgata, che dice “godere tutto e subito, non conservarsi rimpianti per l’età matura, non negarsi nessuna esperienza”. Perché allora questo “Contagio” è un libro difficile? Anzitutto perché Siti ha optato per l’utilizzo di alcune ‘forzature’ che possono essere messe in gioco soltanto da un professionista della scrittura, con risultati in questo caso eccellenti. Partiamo dalla trama: non c’è una vera e propria trama all’interno di questo lavoro per il quale sarebbe più opportuno parlare di ‘trame’, la borgata offre una gamma inesauribile di personaggi e immagini; racconti e storie che difficilmente potrebbero entrare in un romanzo, non basterebbe una vita per descrivere nei minimi particolari tutte le sfaccettature, chiunque di noi potrebbe fare l’esperimento, uscendo in strada e immaginando la vita che si nasconde dietro alla smorfia dolente di chi ci passa oltre. Walter Siti, che ha insegnato letteratura italiana all’Università dell’Aquila, sceglie un luogo determinato, un condominio – come il Perec di “Vita: istruzioni per l’uso” – nel quale fare interagire i suoi personaggi. Non vi è nulla di certo, né di scritto, dal mestiere all’identità sessuale dei personaggi; ognuno di loro è marchiato a fuoco dal proprio passato, ognuno di loro ha vissuto una vicenda che lo ha portato nella borgata, come termine irriducibile di resistenza alla vita. Il prospetto del condominio è riportato fedelmente fin dalla prima pagina del romanzo, un elemento questo che sposta il baricentro della narrazione al di qua, dalla parte del lettore che in certi casi è morboso voyeur di ciò che accadrà, conosce infatti le premesse maggiori di un discorso illogico, i personaggi in gioco, alcuni dei quali, come Marcello e il ‘professore’ (figura defilata dietro cui si nasconde l’autore), provengono da altri racconti e romanzi dell’autore. Ci si attende una risoluzione tragica o comica ed è quello che accade, moltiplicato per cento. Una volta affidati i personaggi alla quotidianità dell’improvvisazione ecco che sono i luoghi a emergere come attori di quest’opera; dove insieme al condominio, un Essere Multiforme, c’è la borgata, verrebbe quasi da dire mamma Roma, dove “la sola forma di fiducia è l’indolenza, il solo pubblico ministero è il fatalismo”. Ci si arrangia in cerca di un destino che è stato negato e non lo si fa con la rassegnazione ma con un ghigno che somiglia a un sorriso. Colpisce positivamente il continuo passaggio tra i due registri linguistici, quello italiano e quello dialettale, in un romanesco che, come il napoletano, è una lingua che ha saputo imporsi più di tutte nell’immaginario dei lettori. Nella borgata c’è spazio per la coppia che spende trentamila euro per un matrimonio al lago di Bracciano, come Eros e la Hunzicker e ci sta lo spacciatore di cocaina che tenta di fare il colpaccio e entrare in un giro più grande, quello della produzione cinematografica, “Coi soldi ripuliti della cocaina ormai in Italia puoi fare tutto, spadroneggi anche nel mondo finanziario; e di questo immenso potere ognuno dei borgatari seduti a quel bar si sente partecipe e complice, perché ne ha in tasca un piccolo frammento, un sacchettino da un grammo”, in un paese dove una dose di stupefacente vale più di un’azione dell’Alitalia. C’è il lato oscuro del sesso, con la prostituta che riceve in casa i suoi clienti, mentre il compagno si nasconde, restando a origliare, e c’è il gigolò ex campione di culturismo, o la moglie che viene picchiata a sangue dal marito. Non esiste un miraggio di lavoro perché qui si arriva una volta che tutti i sogni sono svaniti in miraggio. Nel suo penultimo romanzo Siti ci aveva descritto i paradisi ‘infernali’ della mediocrità di cui si nutre il mondo della letteratura, della televisione e dell’università. E se in “Troppi paradisi” il professore ‘gongolava’ dietro i finti specchi del “Grande Fratello”, nel guardare Pietro Taricone che faceva la doccia qui è Marcello che insieme alla sua ragazza incontra il Pietro nazionale nel “più grande centro commerciale d’Europa, duecentottanta punti vendita e nove sale cinematografiche”, dove sta “inaugurando un negozio di articoli per sport equestri”, e si accorge che il ragazzo ha conservato la modestia. Nel suo ultimo romanzo Walter Siti descrive una categoria anomale, fatta di “umili immodesti”, scendendo di qualche centinaio di gradini nei meandri di veri e propri inferi ‘paradisiaci’, dove tuttavia, come direbbe un grande poeta del nostro secolo Fabrizio De Andrè, “c’è amore un po’ per tutti e tutti quanti hanno un amore, sulla cattiva strada”.
pubblicato su “il Paese nuovo”
del 23 aprile 2008
Aprile 24, 2008
Lega Nord, Manifestazione sul Po del 15 settembre 1996
Posted by luciano pagano under Luciano Pagano, News, Uncategorized | Tag: Luciano Pagano, News, Umberto Bossi |Leave a Comment
Correva l’anno. È il 15 settembre del 1996, il futuro Ministro per le Riforme, Umberto Bossi, si appresta a celebrare il Giorno della Dichiarazione di Indipendenza della Padania. Catene umane di persone sul Po. I militanti leghisti si stringono per mano. “La giornata è calda e c’è chi ama farsi anche il bagno”, nelle acque del Po.
Discorso di Umberto Bossi. È il 2 Giugno 1996. Festa della repubblica. Questo è invece lo splendido discorso che Umberto Bossi pronunciò nella meravigliosa cornice di Pontida. “Sul Po, ci sarà una manifestazione cui affluiranno milioni di persone, una manifestazione enorme, così che dopo aver creato il cuore, a Mantova, la testa della Nazione Padania, a Venezia, andrà sapete in un palazzo storico del centro di Venezia, i nervi, già i ministeri reticolari distribuiti sul territorio, il 15 settembre prenderà forma la colonna dorsale la spina dorsale della Nazione Padana: il Po, sarà allora – certo dovremo metterci attorno carne – io sento gente che pensa di poter fare le rivoluzioni in due secondi, sapete bene che non è possibile e sapete bene che chi dirige ha l’obbligo, ha l’impegno, ha l’obbligo morale di farle nel modo giusto, nella via gandhiana, quella che la Lega sta perseguendo, cioè una rivoluzione passiva che costringa il centralismo, il colonialismo, il razzismo romano a venire a patti o a subire lo schiantamento del braccio di ferro con la Nazione Padana”. Con tanto di riferimento a Gandhi, subito frenato da quello del braccio di ferro.
Li avete votati, li avete meritati, forse li avete sottovalutati un po’.
Aprile 23, 2008
“I’m asking you to believe. Not just in my ability to bring about real change in Washington…I’m asking you to believe in yours” (Obama). Già, “Believe in yours”. Nel frattempo Roger Bird, pastore della “Jonesvill Church of God” dimostra a tutto il mondo il significato della locuzione “essere a corto di argomenti”.
Aprile 21, 2008
citazioni
Posted by luciano pagano under Uncategorized | Tag: Citazioni, Luciano Pagano, Natalia Melikova, News, Politica, Silvio Berlusconi |[3] Comments
Aprile 18, 2008
io lo leggo sui visi, dappertutto c’è crisi
Posted by luciano pagano under Uncategorized | Tag: Bugo, C'è crisi, Luciano Pagano, News |1 Comment
Marzo 29, 2008

Di ritorno dalla visione alle Manifatture Knos e dal dibattito che ne è seguito. La domanda, semplice o complicata, “quand’è che si diventa pazzi” ovvero “a che età?”. Il discorso affrontato dai presenti verte giustamente sulla medicalizzazione, sull’istituzionalizzazione e sull’ospedalizzazione. Tra mancanza di fondi, buoni propositi e isole felici. Già, la provocazione, perché solo ‘isole’, chi le mostra come tali oppure, sono soltanto ‘isole’? Cosa fanno venire in mente le isole. Una signora nota che è venuta pensando che tutti siamo un po’ pazzi, anche se credo che così pensando ce ne andiamo verso una deriva che impedisce di affrontare i problemi con metodo, e non perché ognuno non coltivi la propria pazzia. Un po’ come se si accettasse in modo sottile l’assunto per cui la società in cui viviamo ci impone dei ritmi che dobbiamo sostenere in modo imprescindibile e assoluto, pena la retrocessione in serie B. Arrivederci a domani, al Teatro Paisiello, per “Il mulino degli sconcerti” di Simone Franco.
Dicembre 9, 2007
Casi di omonimia
Posted by luciano pagano under News, Uncategorized | Tag: Alfonso Berardinelli, Contemporaneo, Marco Belpoliti, Postmoderno, Presente |Leave a Comment
La pratica della critica si trova a affrontare problemi diversi, tra questi il problema dell’omonimia. Cosa accomuna il concetto di postmoderno all’etichetta di postmoderno? Nelle ultime settimane gli interventi di A. Berardinelli e M. Belpoliti, più che del dialogo a distanza sono interessanti per le considerazioni che deviano come tangenti dalla collisione di opinioni sulla letteratura recente, contemporanea degli ultimi trenta anni. “Leggendo Berardinelli, sociologo della cultura, si ha la sensazione che il postmoderno sia essenzialmente «la vendetta dei filistei» una sorta di Kitsch (ndr maiuscolo nel testo) volgare praticato da agenti pubblicitari, addetti al marketing, promotori finanziari e autori televisivi, i lettori ideali di Eco, Calasso, Zolla”.
Chissà a quale delle 26 opere di Zolla (scritte dal 1959 al 2002 e pubblicate fino al 2006) si riferisce Belpoliti. Chissà quanto pubblico perderebbe l’editoria senza gli agenti pubblicitari, gli addetti al marketing, i promotori finanziari e gli autori televisivi. Credo molto e senza malgrado alcuno. Tra le altre cose sembra che tutte e quattro le categorie non manchino a loro volta di prodursi in opere e testi. Il problema su cui scricchiola l’affermazione paradossale è che gli autori citati (i viventi almeno) difficilmente scrivono per un pubblico che lui sembra presupporre come destinatario delle opere stesse. L’agente immobiliare può leggere Eco al venerdì e al sabato può comprare XL per leggere di Saviano che recensisce i Subsonica che pubblicano un album in cui una canzone è ispirata al Dies Irae di Giuseppe Genna, mentre Marco Philopat segue il concerto dei redivivi Sex Pistols (meno Sid). È normale. È normale perché tutto dannatamente e meravigliosamente Contemporaneo. La discussione che vorrebbe scivolare inevitabilmente verso una frattura non ne è capace. Non tanto il postmoderno (se esiste oppure no) fastidia, quanto il contemporaneo, condannato all’esistenza nel sempre presente e allo stesso tempo mutabile. Preferisco Berardinelli “Neppure su Volponi e sulla Morante, su Barthes e su Calvino, su Bernhard e su Pasolini abbiamo le idee del tutto chiare” e ancora “Qualunque cosa si pensi del postmodernismo come opzione estetica neobarocca, citazionistica, sdrammatizzante, favorevole al superficiale e all’effimero, fra “pensiero debole” e calviniana “leggerezza”, resta il fatto che la mdoernità classica, nelmomento in cui è diventata classica, cioè teoricamente e storicamente codificata, ha cessato di essere il presente per diventare il passato. È a questo punto che la letteratura occidentale è entrata nella postmodernità, che perciò è stata, già dagli anni Quaranta, non una scelta, ma un dato di fatto”.















