Jonathan Franzen a lavoro. Non disturbare.


Jonathan Franzen esterna un appello affinché non scompaia il libro come oggetto. Poi quando lo intervistano è tutto contento di scrivere fiction, di fare fiction, etc. etc., siamo alla fiction.

Leggete questa affermazione di Louis-Ferdinand Céline, l’ho messa tra quelle che aprivano il mio primo romanzo “Re Kappa” (Besa Editrice, 2007): “Una volta i romanzieri raccontavano la vita alla gente. Oggi la gente se la trova dappertutto la vita, sui giornali, al cinema. Sulla carta, allora, e già dentro la testa, bisogna cancellare quel che la gente sa prima di mettersi a leggere.”

Secondo me non bisogna fare crociate perché non cambi un mezzo di trasmissione delle idee, anche perché secondo me il libro durerà molto, molto tempo. Secondo me bisogna fare crociate perché non scompaiano gli scrittori e i lettori.

Per uno scrittore diventa difficile competere con un’industria dell’intrattenimento così articolata che comprende cinema, videogiochi, consolle, televisione, youtube, applicazioni facebook, smartphone etc. Le soluzioni sono due, o sei capace di articolare i tuoi linguaggi “anche” per gli altri strumenti di comunicazione, oppure ne scegli uno e sono fatti tuoi, indiscutibili fatti tuoi. Poi leggo l’appello e rintraccio altro tipo di motivazioni.

“Uno dei problemi insiti nella lettura degli e-book sarebbe il fatto che questi non permetterebbero di concentrarsi pienamente sul lavoro e sul messaggio dello scrittore; configurazioni, regolazioni e funzionalità degli e-reader finirebbero per distrarre il lettore.”

Se qualcuno di voi non ha letto l’intervista a Jonathan Franzen che venne pubblicata sul Time vi racconto una cosa. A un certo punto, su una pagina dell’articolo, c’era una foto della scrivania di Franzen che sopra aveva soltanto il pc. Perché per scrivere ci vuole concentrazione e Franzen quando scrive non è nemmeno collegato a internet perché altrimenti si distrae. Un po’ come Bret Easton Ellis che non usa nemmeno le email, a suo dire, e riceve e scrive solo lettere; salvo poi avere un account twitter. Io stesso (un cattivo scrittore) utilizzo diversi software open-source per scrivere e in uno di questi scrivi su uno schermo bianco e puoi salvare o caricare il file, basta, nessun formato, nessuno stile di paragrafo, nulla a eccezione della scrittura.

Mi aspettavo di trovare, nell’appello di Franzen, ragioni teoriche (che so, a là Umberto Eco), invece leggo che i problemi dell’e-book consistono nel fatto che non permettono di “concentrarsi pienamente sul lavoro e sul messaggio dello scrittore”. Traduco: “Io scrittore mi sono spaccato la schiena a scrivere un capolavoro davanti a una scrivania linda e spoglia, con un software fatto solo per scrivere e senza distrarmi con facebook o twitter al punto che nemmeno ero collegato a internet e tu, lettore, ti distrai con infinite regolazioni, comandi e altre bizzeffe di bazzecole elettroniche?”.

Mi sembra strano che Franzen non sia a conoscenza del fatto che anche quando uno legge un libro tradizionale o scrive un racconto o un articolo (a me capita spessissimo), nella casa ci sia un cane che scodinzola e abbaia alla donna che pulisce le scale e sbatte la scopa contro la porta, un postino che citofona, un aspirapolvere acceso, qualcuno che ti chiama al cellulare per lavoro e nel frattempo ti chiamano anche a casa. Insomma Jonathan, si chiama realtà; anzi “È la realtà bellezza”.

Comunque da questo appello traggo un messaggio importante per la mia vita di cattivo scrittore: “Non rompete le scatole ai great american novelist”.

§

Sempre in questi giorni sono alle prese con un libro di critica (o post-critica?) letteraria scritto da Richard Millet e pubblicato da Transeuropa (nella collana pronto intervento). Il libro si intitola “L’inferno del romanzo. Riflessioni sulla postletteratura”, un libro interessantissimo, ricco di spunti. Eccovi la citazione posta in copertina:

«Uno scrittore senza né blog né sito, e che non frequenta gli spazi prostituzionali di Facebook e di Twitter, non è forse votato all’emarginazione? Il making of di un romanzo diviene non un bonus ma una sorta di dovere più importante del libro stesso».

La cosa interessante è che, al di là dell’utilizzo che si fa della rete, il cosiddetto “making of” mutuato dal mondo della cinematografia come abluzione dell’aficionado nei cosiddetti ‘contenuti speciali’ è sbarcato nel mondo delle lettere da tempo, molto prima di Facebook e Twitter, e con mezzi altro che innovativi. Penso alle riviste che gli editori spediscono gratuitamente in libreria e a casa, con gli estratti cartacei dei romanzi; e penso anche a operazioni che Franzen conosce bene perché il “making of” di “Libertà” ha prodotto scrittura almeno quanta ne ha prodotta lo stesso romanzo.

E voi, cosa temete più di perdere, i libri, gli scrittori o i lettori?

Tutto questo silenzio.


Elisabetta Liguori – Rossano Astremo, Tutto questo silenzio (Besa editrice, 2009)

Mirko e Federica si sono amati da giovanissimi e si ritrovano ad essere a quaranta anni marito e moglie da una vita intera. Hanno due figlie adolescenti e un lavoro stabile ma deludente. Un piccolo nucleo di familiari, amici, conoscenti s’agita intorno a loro, ciascuno preso dalla propria esistenza. Apparentemente questa è una famiglia del sud come tante, in precario equilibrio esistenziale, per la quale il tempo e l’egemonia culturale del corpo, invece di restituire identità, hanno saputo soltanto ingigantire l’ossessione per quello che non è stato, ma sarebbe potuto essere. Mirko e Federica convivono sequestrati dai medesimi desideri traditi, dalla paura della vecchiaia, dalle contraddizioni tra le immagini che manda la tivù e il mondo reale della gente che vive. I giorni continuano a scorrere così, rapidi lungo un crinale piatto e silenzioso, fino ad un evento imprevisto. Dal silenzio d’improvviso: le urla. Quando la violenza esplode, così insensata e gratuita, per la prima volta l’assurdo entra in scena.

Biografie

Elisabetta Liguori è nata a Lecce nel 1968 e qui vive. Laureata in giurisprudenza, lavora presso il Tribunale per i Minori. Ha pubblicato due romanzi, “Il credito dell’Imbianchino”, edito da Argo, finalista al Premio Berto 2005 e al Premio Carver 2005, e “Il correttore”, pubblicato nel 2007 da peQuod.

Rossano Astremo è nato nel 1979. è di Grottaglie, paese della provincia di Taranto, ma da anni vive e lavora a Roma. Ha pubblicato con Besa nel 2003 “Corpo poetico irrisolto”. Il suo ultimo libro è “101 cose da fare in Puglia almeno una volta nella vita”, pubblicato nel 2009 da Newton Compton Editori.

L’immigrazione fa la differenza.


giorgiodiluzio

Ci sono alcuni aspetti del lavoro editoriale che fanno schifo, è una cosa che posso dire con onestà, svolgendo nel mio piccolo questo tipo di lavoro. Altri aspetti nascondono piccole soddisfazioni,  che affiorano come lampi. In un periodo che è incominciato nel 2005 ho fatto il consulente free lance per la casa Besa Editrice. In questo periodo ho avuto modo di svolgere diverse mansioni che vanno dall’editing dei testi prima della pubblicazione alla redazione delle schede di lettura di romanzi e/o saggi, fino alla semplice correzione delle bozze, passando per l’indicazione e/o suggerimento di autori o, anche, al contrario. È successo di stilare schede di lettura negative e di vedere il romanzo oggetto di tali schede, poi, pubblicato. È successo il contrario. Fa parte del gioco. Un libro non è mai frutto del lavoro di una persona soltanto, l’autore è il punto di partenza. Scrivo questo preambolo semplicemente perché nelle anticipazioni della Besa Editrice, già da qualche tempo, si può rintracciare un saggio/racconto dal titolo “A un passo dal sogno“, scritto da Giorgio Di Luzio. Il saggio di Di Luzio narra la vicenda di Jerry Masslo, un immigrato ucciso dalla camorra nel 1989, a Villa Literno. Nel 1989 avevo 14 anni, ero da poco venuto ad abitare in Puglia. Venivo dal nord, per la prima volta, ascoltando un telegiornale locale, mi confrontavo con le tematiche dell’immigrazione, del lavoro nero, cose che non conoscevo. Jerry Masslo era immigrato in Italia grazie all’aiuto di Amnesty International, qualche giorno prima di morire era stato intervistato dalle telecamere di RAI2. Nel saggio vengono raccontate le condizioni in cui versavano gli immigrati di Villa Literno, il regime di schiavitù nel quale vivevano. La tragedia e la vita di Masslo diventano parabola di un sistema che non può essere più taciuto. Bisognava dire basta, allora, come si è detto. Da quella esperienza, in Italia, hanno iniziato a prendere una piega diversa. Quando mi venne sottoposto il manoscritto di quel saggio mi ricordai subito di quella vicenda, per colpa della quale il nome del paese “Villa Literno” divenne quasi un totem dello sfruttamento. I tempi sono cambiati, l’immigrazione è cambiata? Gli sbarchi continuano a succedersi, nei giorni di meteo favorevole. La violenza, tuttavia, sembra avere ceduto il passo al dialogo. Così si spera, malgrado la restrittività di certe leggi sotto certi governi. Dopo diversi anni, vedere che quel testo non era ancora stato pubblicato mi avevo creato un certo timore. Poi ho capito che era soltanto una questione di tempo. Un testo del genere, così come la vita di Masslo, non sarebbe restato un semplice sasso nello stagno. Per quanto mi riguarda posso soltanto suggerirvi di acquistarlo e leggerlo.

Il testo è urgente e racconta fatti documentati. La lettura è scorrevole e piacevole, malgrado tutte le informazioni che vengono date dall’autore il saggio non risulta noioso. Le descrizioni sono essenziali, vedi ad esempio il racconto che viene dato di Villa Literno, paese non pronto ad accogliere il grande numero di immigrati non tanto per fattori culturali quanto per problemi logistici che assestano il paesino ancora al medioevo, “A un passo dal sogno” è un buon reportage socio-antropologico dove il fenomeno viene analizzato non come ‘esterno’ al territorio ma ‘accolto’, anche nei risvolti negativi rappresentati dallo sfruttamento che viene fatto, degli immigrati, da parte di ‘poteri’ e ‘collusioni’ nostrani (questo è l’aggettivo topico utilizzato nel testo, ad la stampa nostrana).
La vicenda di Jerry Masslo fa da spartiacque nella storia dell’immigrazione in Italia e in Europa, tra un prima nel quale le condizioni degli immigrati erano pessime, ai limiti dell’umano accettabile, ed anche la società civile e il mondo politico non erano per nulla preparati ‘culturalmente’ ad accettare gli stranieri in arrivo o in transito per il paese. Il dopo è la nascita di strutture organizzative e legislative grazie alle quali la presenza degli immigrati viene condivisa, la creazione di leggi, l’iscrizione dei figli alle scuole, censimenti (questo per quanto riguarda il caso di Villa Literno). L’autore riesce a rendere il caso di Villa Linterno e l’assassinio di Jerry Masslo nella giusta ottica in cui di lettura, quella cioè di caso particolare, indicatore di cambiamenti in corso nella società.
Il linguaggio è preciso e divulgativo allo stesso tempo, tenendo l’interesse del lettore alto: “Il gelo del razzismo all’italiana, quasi un marchio, tra i tanti, del made in Italy dell’intolleranza, che segnerà una pagina grigia per il nostro Paese in quegli anni, si scioglie come neve al sole in quell’ondata irruenta di  migliaia di persone e cittadini del mondo”.
Al termine del testo sono presenti le testimonianze di chi ha vissuto direttamente i fatti e la vicenda raccontata, con gli interventi di chi adesso opera nel tessuto e nei luoghi dove è avvenuta la tragica vicenda che ha dato origine al cambiamento. “A un passo dal sogno” è un libro a metà tra saggio di sociologia e reportage giornalistico, senza carenze o compensamenti in nessuno dei due aspetti, il che ne facilita (oltre alla lettura grazie allo stile scorrevole) la proposizione e la diffusione.

Claudio Martini e il ripostiglio dello scrittore


“I racconti del ripostiglio” – non ci si faccia ingannare dal titolo che allude alla forma racconto – è l’ultimo romanzo scritto da Claudio Martini, un autore per cui sono attendibili definizioni di poliedrico e caleidoscopico interprete della realtà e che è alla sua terza prova narrativa pubblicata dal 2004 a oggi, la seconda per la Besa Editrice, con cui nel 2005 era uscito il fortunato “Diecimila e cento giorni”, in rete Martini è conosciuto con lo pseudonimo di Writer e il suo blog personale, “Altre latitudini” (ospitato sulla piattaforma di Libero), è uno dei più seguiti della rete.
Claudio Martini, nato nel 1954, residente a Torino ma di origini tarantine, è anche autore di diversi tra saggi e interventi relativi al suo mestiere di psicologo e ricercatore sociale, pubblicati in Italia e in America Latina. Il meta-romanzo richiede al lettore uno sforzo di fiducia, bisogna che chi legge accetti di entrare in un gioco più grande di lui; soprattutto in un periodo come quello in cui viviamo, nel quale l’esperienza culturale viene concepita sempre più spesso sotto l’ottica della mera ‘fruizione’, e allora ci si chiede se sia possibile dare vita a un marchingegno che richiede una dose di masochistico asservimento. Quando grazie alla bravura dell’autore si crea una sospensione esatta tra curiosità e attesa, ecco che il meccanismo ci trascina nella lettura, oramai increduli, pronti a tutto. Gli esempi illustri non mancano, nel caso del Decamerone assistiamo addirittura a un evento fondante della nostra narrativa, sulla scorta degli esempi medievali. Italo Calvino – posto non a caso in epigrafe al volume di Martini – è il più illustre esempio di scrittore che ha adottato più volte questo metodo (Le città invisibili, Se una notte d’inverno un viaggiatore, Il cavaliere inesistente) in cui una storia raccoglie un’altra storia per poi ‘esplodere’ all’esterno. Ancora più vicino a noi è l’esempio di Umberto Eco. Fatte queste premesse debite a un genere importante ci si accosta a questo romanzo con la curiosità di ‘leggere il gioco’ che sottende alla struttura dell’opera di Claudio Martini. Ed è proprio con un ‘gioco’ che il protagonista si troverà a fare i conti, assieme al lettore, trovando in casa sua dei fogli dattiloscritti contenente una serie di racconti. All’inizio lo stile di questi rimanda a situazioni e ricordi di altri autori, un po’ come se il loro scrittore ideale fosse in cerca di uno stile personale, da Ballard a Wim Wenders passando da Jack Kerouac, quasi a chiederci di assistere a un depistaggio. Poi accada che da questi indizi cominci a emergere qualcosa. La curiosità per quei racconti spinge il protagonista, Giovanni, a intraprendere la ricerca del loro autore, partendo dai vecchi inquilini che hanno occupato il suo appartamento, all’interno del quale trova altri indizi per proseguire in questo suo gioco. Ma a questo punto, prima che la storia si faccia ancora più interessante, siamo arrivati a tre quarti del romanzo, d’un fiato, grazie anche alla scrittura evocativa di Martini che in questo suo ultimo libro raggiunge capacità di definizione inconsuete, soprattutto per quanto riguarda gli stati d’animo e la descrizione dello squallore della metropoli, Torino, che nella sua scrittura – questa è una conferma, fin dal suo Sguardi – che si fa ‘generativa’. L’autore mette a frutto la capacità di trasformare in racconto anche il dettaglio più minuscolo, approfittando dei suoi personaggi per esternare le considerazioni sull’oggi, mescolando le parole come un mazzo di carte, per trovare una via d’uscita dalla deriva di un labirinto di storie. Ciò che al narratore riesce con sapiente maestria e a cui il protagonista, invece, anela per ristabilire un ordine negli avvenimenti misteriosi che popolano le sue giornate. Finché il timido ma intraprendente impiegato dell’anagrafe non deciderà per il salto nel buio, in quella zona che l’autore è riuscito a creare in modo sapiente, nella quale la vita coincide con l’opera e dove Giovanni viene chiamato a fare la differenza, con il suo contributo: il suo racconto.
In questo modo, quasi sottoponendosi a una terapia non-ortodossa, farà chiarezza sul suo passato. La vita e la scrittura – e qui ritorna in circolo la lezione di Calvino – possono essere affrontate con la leggerezza di un gioco meta-romanzesco se c’è consapevolezza delle regole e, soprattutto, se la libertà dei giocatori è garantita.

pubblicato su “Il Paese Nuovo”
di Martedì 1 Aprile 2008

Racconti da paura.


Luciano Pagano
Racconti da paura.

Copio e incollo estratti di articoli che ho letto di recente, con particolare interesse e attenzione, per una discussione eventuale sullo status e sulla ricezione nell’editoria dell’oggetto racconto nell’editoria con-temporanea. Il primo è comparso sul Corriere della Sera del 23 gennaio 2008, il titolo dell’articolo è “Le nuove vite del racconto breve” e contiene una disamina dell’attuale situazione/atteggiamento della critica, nonché dell’editoria, nei confronti del racconto breve, inteso sia come genere che come prodotto culturale. In questo articolo sono raccolte le opinioni in propositi di Mario Desiati, Andrea Di Consoli e Massimo Onofri, il primo sostiene che «sta prendendo corpo una scrittura ibrida, un misto di narrazione, saggio, inchiesta giornalistica che si presta particolarmente a una raccolta frammentaria, di brevi testi», mentre Andrea Di Consoli sostiene che «spesso i romanzi non sono altro che dilazioni artigianali e volontaristiche di nuclei narrativi brevi, cioè di racconti di poche pagine». Massimo Onofri riconosce l’importanza del racconto in termini di possibilità di sperimentazione, oltre che di incubazione di nuovi talenti e, aggiungo io, per chi già è uno scrittore affermato, di laboratorio per sperimentare «Nella camera iperbarica del racconto il giovane dà il meglio del suo talento”. Molti giovani autori hanno cominciato un proprio percorso dalla pubblicazione di racconti. Nell’articolo vengono presentati esempi, come quello di Stephen King, testimoni di una realtà differente che vede nel racconto un’espressione altra rispetto al romanzo che, per gli esiti, non ha nulla da perdere nel paragone. In tal senso assumono un ruolo differente le reviste di letteratura, che secondo me non stanno affatto languendo. Forse accade il contrario, c’è talmente tanta offerta di letteratura da leggere, pure sulle riviste, che un lettore pigro non riesce più ad adattarsi se non si fa ricercatore e discernitore. Torniamo al racconto. Semplicemente un racconto è un racconto e un romanzo è un romanzo. Oggi, leggendo un articolo comparso sul Domenicale, a firma di Giovanni Pacchiano. L’articolo si intitola “Una monetina per la vita” ed è la recensione del romanzo d’esordio di Valeria Parrella. Non entro nel merito della recensione per quanto riguarda il giudizio sull’opera, che è opinabile. L’articolo si chiude tuttavia con questo paragrafo “Anche la Parrella, come pressocché tutti i giovani scrittori italiani di oggi (pensiamo, ad esempio, a Pietro Grossi), ha il passo giusto per il genere-racconto. Non per il romanzo. Ma Lo spazio bianco ha grazia e stile, senza nessuna prosopopea. Vogliamo aspettarla”. È evidente che se da un lato si cerca di ridare nobiltà a un genere che negli ultimi dieci anni aveva vissuto in un totale stato di abbandono, a meno di non essere lettori seriali di antologie sensazionalistiche su sesso droga & rock’n’roll. Dall’altro c’è l’espressione di un giudizio di valore, come a dire, questa generazione non è in grado di esprimersi nel genere romanzo. Chi non crede nel rinascimento del racconto breve non ha letto ciò che in tali termini è stato prodotto negli scorsi anni. Partiamo dal primo aspetto. È vero che, tranne poche eccezioni, difficilmente una casa editrice pubblica il volume di racconti di un autore esordiente. Minimum Fax, Besa Editrice, Giulio Perrone Editore, Sironi? Perché un editore dalle grandi tirature può essere interessato alla pubblicazione di una raccolta di racconti se essa non risponde a un esigenza bensì è frutto del lavoro di un esordiente? Qualche anno fa abbiamo assistito alla pubblicazione di diversi romanzi nel quale l’idea centrale, al di là del romanzo in sé, era l’idea stessa di romanzo-mondo, adesso è come se stessimo assistendo a una vera e propria inversione di rotta, d’altronde gli stessi romanzi-mondo venivano spesso considerati sul paragone di una produzione d’oltreoceano piuttosto che come espressione di una necessità insita nell’autore o nella letteratura del nostro paese, le etichette sono spesso assicurazioni sul rischio. Che cosa in questa inversione è parte di un discorso editoriale e che cosa è invece parte di un discorso di stile? Facile, chi scrive racconti e romanzi continui a scriverli, al resto ci penseranno i lettori, sarebbe la cosa più facile da dire e da fare. L’importante è che il racconto risponda a livelli qualitativamente elevati di narrazione e stile, permettendo al suo autore di esprimere una realtà concreta ma sempre e soprattutto, un’idea. Il discorso in proposito apre a discussioni interessanti circa la tradizione del racconto e della novella nella letteratura italiana, una tradizione di tutto rispetto che non rischia certo di essere soffocata se non nella mancanza di intraprendenza di nuovi orientamenti. E insieme a Carver, King, Dick, non si possono trascurare le influenze, ad esempio, di un Carlo Emilio Gadda. Nel citato articolo comparso sul Corriere compariva un riferimento ai volumi curati da Pier Vittorio Tondelli, la fucina di Under 25 è stata un ottimo laboratorio, nel quale gli autori avevano uno spazio di espressione differente da quello delle antologie usa & getta. È un segno positivo, preparato da molti anni di lavoro, per dare una possibilità in più a molti autori e, da parte della critica e dell’editoria, un segnale di risveglio, in tutti i sensi. Quando penso alla parola racconto, ancora oggi, mi vengono in mente Lovecraft, Maupassant, Moravia, Poe, Calvino, Kafka, Mann. Certo, l’opinione di Pacchiano è diversa, perché concerne un giudizio di valore implicito nel quale il racconto non è nient’altro se non un ripiego, un fare-di-necessità-virtù di una generazione, che prende atto di un’immagine circostanziata, forse limitata nel tempo. Credo che si tratti di un giudizio riduttivo. Voi?

“La flor más roja” un racconto di Ettore Maggi


Ettore Maggi
La flor más roja

A Gianni-san non piacciono le lame. Dice che sono da infami, e che quando hai una lama in mano, o un’arma qualsiasi, non sei più tu a usarla, ma è lei che ti usa. Gianni-san dice che quando hai una lama in mano puoi fare poco, sei troppo preso dalla volontà di colpire, e ti dimentichi che possono colpire te. Ti dimentichi che possono darti un calcio in un ginocchio, una bastonata, e buttarti giù.
Luciano ride, e dice che se avesse avuto una lama, a Verona, l’anno scorso, non andrebbe in giro con quel ricamo sulla faccia. Ma Gianni-san se ne frega, per lui non è un problema portare una cicatrice sulla faccia. Io credo che in fondo sia contento di averla.
Io ammiro Gianni-san, lui è il mistico del gruppo, infatti lo chiamiamo anche il Monaco. Gianni-san non beve e non fuma, e non mangia carne. Lo ammiro, però la lama ce l’ho, e anche Luciano e Roberto.
Roberto ha sempre anche il suo butterfly, e lo sa usare, lo fa girare in un modo assurdo, ma secondo lui il butterfly serve soprattutto per fare scena. Dice che è un’arma da camorristi, buona per spaventare e graffiare, oppure per ammazzare piantandolo di punta, ma non per combattere.
Io ho due coltelli, uno lo ha fatto mio padre, quando lavorava ancora alla raffineria. La lama proveniva da una valvola di scarico di un camion. Ci sapeva fare mio padre, se avesse fatto l’artigiano invece dell’operaio, chissà…
Ma il coltello di mio padre di solito lo tengo a casa.
Ci troviamo sempre nella nostra piazza, dietro il monumento. Questa è zona nostra. Abbiamo delimitato il territorio con le bombolette e con gli adesivi RedSkin e Sharp. L’altra sera al concerto della Banda Bassotti ne abbiamo presi altri. Io ho quelli con la stella rossa, Ama la musica odia il fascismo, e li ho attaccati anche a scuola ieri.
Mentre li attaccavo è passata la profe nuova, la supplente, quella che viene dal sud. Mi ha visto e ha sorriso. Mi piace, la profe nuova, ha i capelli neri, ricci e lunghi.
A volte la guardo, durante la lezione. Anzi, la guardavo, perché una volta mi ha detto di smetterla di fissarla, e io ho smesso, perché la rispetto. Non è come gli altri stronzi prof, lei è diversa. E poi è una compagna. Lo so, perché aveva la foto del Che sull’agenda.
Uno dei primi giorni mi ha visto la lama, avevo quella di mio padre. Non so perché, di solito non la porto in giro. E lei l’ha vista. Allora non la conoscevo ancora bene, la profe, e pensavo che fosse una stronza come quella che c’era prima, e quando ha visto la lama ho sorriso. Ma lei non si è spaventata. Allora ho capito che aveva le palle. E ho messo via la lama. Però poi lei un po’ di paura di me ce l’aveva lo stesso.
Tutti le dicevano che sono uno skinhead, e lei a vedermi rasato, con la Lonsdale e gli anfibi, mi credeva un bonehead, uno stronzo di skin fascio. Che poi adesso la Lonsdale la portano tutti i fighetti alternativi, ma comunque lei pensava che fossi un nazi di merda.
Un giorno ho visto che leggeva il diario del Che in Bolivia, e mi sono avvicinato.
Anch’io l’ho letto, profe.
Pensavo che fossi uno skinhead
, ha detto lei.
Sono uno skinhead, ho risposto.
Ho indicato le toppe sulle maniche del bomber. Da una parte RedSkin, dall’altra Sharp e Rash.
E lei mi ha chiesto RedSkin lo capisco, ma che significano Sharp e Rash?
Rash significa Red and Anarchist Skin Heads. Sharp invece significa Skin Heads Against Racial Prejudice. Skinheads antirazzisti, se preferisce.
Pensavo che gli skinheads fossero razzisti.
Quello sono i BoneHeads.
Pensavo che tutti gli skinheads fossero nazisti.
Lei crede a tutte le stronzate che dicono in televisione e sui giornali, profe?

Lei ha sorriso, e mi è piaciuto come lo ha fatto.
Hai ragione, ha detto.
Mi dispiace di averla spaventata, profe, quel giorno, con la lama.
Non mi sono spaventata. Quando insegnavo all’altro professionale, giravano coltelli più grossi.

Allora abbiamo iniziato a parlare tutti i giorni, e lei adesso mi presta un sacco di libri. Mi ha prestato di tutto, e di solito di notte resto un’ora a leggere i suoi libri. Quello che mi è piaciuto di più è Omaggio alla Catalogna, di Orwell, parla della rivoluzione spagnola, della guerra con i fascisti, degli scontri tra gli stalinisti e gli anarchici.
Quella parte l’ho capita un po’ meno, perché ci si sparava tra compagni invece di sparare ai fascisti? Ma non ho chiesto niente alla profe, e nemmeno a mio padre. Volevo chiederlo a Gianni-san, ma poi non ho detto niente nemmeno a lui. Alla profe perché non volevo sembrare ignorante, a mio padre perché non so mai se chiedergli qualcosa. A volte penso che mi consideri un coglione. Però mi ha fatto piacere quando mi ha regalato il coltello che aveva fatto. E quando è andato a parlare con la profe e lei gli ha parlato bene di me è rimasto sorpreso. Non ha detto niente, ma è rimasto sorpreso, lo so. Però era contento. Lo so, anche se non ha detto niente.
Una volta la profe mi ha prestato un libro di Hemingway. C’era un racconto che mi è piaciuto, La capitale del mondo. Parlava di un ragazzo spagnolo, un cameriere di Madrid, appassionato di tori e corride. Per scommessa con un altro cameriere, e per dimostrare di non aver paura, finge di essere un matador, con il grembiule, mentre il suo amico lo attacca con una sedia a cui ha legato due coltelli da cucina. La prima volta riesce a schivare, ma la seconda le lame lo feriscono e lui muore dissanguato. Ho raccontato la storia a Luciano, a Michele e a Roberto.
Roberto e Luciano dicono che loro avrebbero fatto lo stesso, invece Michele dice che quel ragazzo del racconto, Paco, era uno stronzo. Secondo lui non è stato coraggioso. Secondo lui solo un coglione muore così, squarciato da una lama legata a una sedia, fingendo di essere un torero.
Stasera, abbiamo trovato una scritta, sul muro di fronte alla nostra panchina: Milanese infame per te ci sono le lame. Sotto c’era un fascio.
A noi non piacciono i milanesi, soprattutto quegli stronzi fighetti che vengono nelle nostre spiagge d’estate, con le moto e le macchine. Però non ci piace nemmeno che qualcuno faccia delle scritte nella nostra zona. Abbiamo cancellato il fascio, ma la scritta abbiamo deciso di lasciarla, anche se Luciano non era d’accordo. Luciano dice che sa chi è stato, a scriverla. Ci sono dei boneheads che frequentano un pub, qua vicino.
Il loro capo è Lupo, uno skin alto e tosto. Pare che lui e Gianni-san fossero amici da ragazzini.
Luciano dice che dovremmo andare a cercarli e fargliela cancellare.
A me sembra una stronzata e gli altri sono d’accordo con me.
Siete tutti senza palle, dice Luciano.
È una stronzata, ripete Gianni-san.
Tu lo dici perché non vuoi metterti contro Lupo, dice Luciano. Lo sappiamo tutti che siete amici. Guardiamo Gianni-san.
Non siamo più amici. Però lo rispetto.
Ma lui è venuto qui a fare quella scritta.
Che cazzo ne sai che è stato lui?
Se non è stato lui, sarà uno dei suoi.
Appunto.
Va bene. Tu non vuoi metterti contro Lupo. Ma voi? Voi siete dei conigli,
dice Luciano.
Vattene a ‘fanculo, dice Michele.
Ci vado anche da solo, dice Luciano.
Tu sei fuori.
Tu invece sei un coniglio.
‘Fanculo. Non devo dimostrarti niente,
dice Michele.
Luciano ci guarda e se ne va. Siete tutti senza palle, grida.
Noi restiamo in silenzio e guardiamo Gianni-san.
Gianni-san è un mito, per me. È il più grande di noi, lavora insieme a Roberto in un magazzino di frigoriferi. Una volta il direttore del magazzino aveva cacciato via una ragazza, e lì sapevano tutti perché. Il direttore le aveva messo le mani sul culo e lei lo aveva preso a schiaffi.
La settimana dopo Gianni-san e Roberto lo hanno aspettato sotto casa, con i caschi integrali. Lo hanno aspettato nel portone, e quando lui è uscito dalla macchina non hanno perso tempo. Calci e pugni da rompergli le costole e il naso. Poi mentre Gianni-san lo teneva, Roberto ha tirato fuori la lama. Lo stronzo si è pisciato addosso, e Roberto gli ha lasciato un ricordo sulla faccia.
Così quando si guarda allo specchio se lo ricorda, dice Roberto, quando lo racconta. Gianni-san invece non dice niente. Sorride, e basta.
Entro a casa, vedo la luce dalla cucina. Mio padre sta guardando la televisione, e bestemmia. Mio padre bestemmia sempre quando guarda la televisione. Lo saluto e lui si volta e mi guarda, poi guarda l’orologio, e bestemmia.
Entro in camera, mi sdraio sul letto e guardo il coltello che ha fatto mio padre. Lo apro e guardo la lama. Lo tengo sempre qua vicino al letto, e lo guardo spesso. La settimana scorsa mio padre è entrato in camera e l’ha visto. Mi ha guardato e mi ha chiesto come andava la scuola, ma ha continuato a guardare il coltello.
Bene, gli ho detto. E al lavoro, come va?
Bene
, mi ha detto, ma so che non era vero. So che vogliono chiudere la fabbrica, anche se lui non ne ha mai parlato.
Poi mi ha chiesto perché tenevo lì il coltello, aperto, come se lo dovessi usare. Ho alzato le spalle. Non sapevo cosa dire, e anche lui è stato zitto.
Lascio il coltello aperto e prendo il libro che mi ha prestato la profe. È un altro libro di Hemingway, Per chi suona la campana. Mi piace, parla della guerra di Spagna anche questo, come quello di Orwell. Alla fine del libro Robert Jordan, l’inglés, come lo chiamano i suoi compagni spagnoli, rimane ferito e protegge la fuga degli altri.
Era tosto, l’inglés, un vero duro. Se vuoi essere rispettato, devi essere duro. Il problema è che se vuoi essere duro, lo devi essere sempre. Questo è più difficile.
Anche la profe è dura. Non si è spaventata quando ha visto la lama. Secondo me un po’ di paura ce l’aveva, ma se la è tenuta dentro. Essere duri è questo, non serve portare una lama in tasca.
A scuola oggi non c’era la profe. Dicono che è malata. Mi dispiace che stia male, e poi avrei voluto vederla, oggi, e parlare con lei. Lei è l’unica profe con cui riesco a parlare. Volevo anche restituirle il libro di Hemingway. Nell’intervallo vedo Michele, e mi viene da chiamarlo Miguel. Sarà che ho letto tutti quei nomi spagnoli. Miguel mi dice che Luciano ieri è andato nel pub dei boneheads.
Che cazzo dici?
Ti dico di sì. Ha rubato un bomber, e dentro c’era una lama.

Andiamo a cercare Luciano. Ha un bomber verde militare con lo scudetto italiano sulla manica destra. Sulla sinistra c’è uno strappo.
C’era una svastica. Quella l’ho tolta e l’ho buttata nel cesso, dice Luciano.
Miguel mi ha detto che c’era una lama, dentro.
Chi cazzo è Miguel?
Lui
, dico indicando Michele.
Luciano mi fissa come se fossi pazzo, poi si guarda in giro e mette una mano in tasca.
Eccolo, dice.
La lama scatta e brilla al sole.
Non si può più dormire, la luna è rossa, rossa di violenza, bisogna piangere i sogni per capire. Non ricordo come continua la canzone, la cantava la Banda Bassotti al concerto, ieri sera, questa canzone, ma non la ricordo tutta.
Sono tosti, quelli della Banda. Romanacci, ma tosti, compagni di quelli duri. I romani non mi piacciono molto, una volta ho conosciuto una ragazza, una che ha lo stesso nome di quel regista romano. Era una stronza, una che se la tirava da alternativa impegnata, ma era una stronza, e poi faceva l’intellettuale, con tutti i suoi amici alternativi ed era più ignorante di me. Invece quelli della Banda Bassotti sono muratori, mica fighetti alternativi che se la tirano da intellettuali, loro fanno i muratori, Avanzi di cantiere, come dicono loro.
Al concerto siamo andati tutti. Io, Gianni-san, Miguel, Luciano e Roberto. Era bello, eravamo tutti compagni, un sacco di skin. In realtà non tutti erano skin, ma stavamo tutti insieme, bevevamo tutti insieme e ballavamo tutti insieme, e non c’è stato nessun casino e quando la Banda ha attaccato Ska Against Racism cantavamo tutti Di che colore è la rabbia che corre dentro le vene, un rosso sangue che ad ogni battito griderà sempre più forte Ska Against Racism!
Mi piace andare ai concerti. Mi piace ballare lo ska. Una volta ho sognato che ballavo a un concerto, suonavano tutti gruppi ska, tutti gruppi tosti, c’era anche la Banda. C’erano tutti i miei amici e c’era anche la profe, e ballava con me.
Chissà come riderà, quando glielo dirò. Riderà, però a me piacerebbe davvero ballare lo ska con lei.
C’era anche un’altra canzone che cantava la Banda, la cantavano in spagnolo, El Quinto Regimiento, una canzone della guerra civile spagnola, e a me mi sono tornati in mente i libri che mi ha prestato la profe, e pensavo a Robert Jordan e a El Sordo, a Pablo e a Pilar, pensavo a Maria, e cantavo Anda Jaleo Jaleo, suena la ametralladora, y el cabrón se va a paseo, e pensavo di assaltare il ponte e mi vedevo ferito, e dicevo agli altri di scappare e sparavo con la mitragliatrice e cantavo Con el quinto, el quinto, el quinto regimiento, madre yo me voy al frente, para la linea de fuego.
Oggi sono stato in biblioteca. Quando sono entrato mi hanno guardato male, c’era la tipa che abita vicino a casa mia, mi ha chiesto se avevo bisogno di qualcosa. Gli ho detto che volevo fare la tessera. Mi ha guardato come se non capisse, allora l’ho ripetuto e lei ha continuato a guardarmi, ma non si è mossa. Stavo per incazzarmi, stavo per dirle Che cazzo vuoi, stronza, non sono degno della tua tessera di merda?
Poi è arrivata un’altra tipa, una vecchia, gentile, mi ha fatto lei la tessera.
Le ho chiesto quanto costava e lei ha sorriso e ha detto Niente, ragazzo, la tessera è gratuita.
Allora le ho chiesto se avevano libri di Fenoglio. Ce ne ha parlato la profe a scuola, e volevo leggere qualcosa. Fenoglio era uno con le palle, ha fatto il partigiano, ha combattuto contro i fascisti. La vecchia gentile mi ha detto che avevano Il partigiano Johnny, La malora e La paga del sabato.
Non sapevo cosa prendere, allora lei mi ha detto Per iniziare leggi La paga del sabato.
Di che cosa parla?, le ho chiesto.
Di un ex partigiano che dopo la guerra diventa un contrabbandiere.
La storia mi piaceva. L’ho preso in mano, e l’ho sfogliato. Poi ho sorriso.
Che c’è? mi ha detto.
Credo che mi piacerà. Il protagonista si chiama Ettore. Si chiama come me, ho detto e la vecchia gentile ha sorriso.
È un bel nome Ettore, ha detto.
La luna stasera è davvero rossa. Miguel è seduto accanto a me nella panchina, Luciano beve una birra. Stasera la lama l’ho lasciata a casa. Abbiamo visto una macchina delle Giacche Blu girare attorno alla piazza, e Gianni-san e Roberto sono andati via. Torneranno più tardi, forse. Ma vorrei che fossero già qui quando vedo i boneheads.
Non sono tanti, solo tre, ma dall’aria dura. Uno si fa avanti. È impossibile non riconoscerlo, è Lupo. Gli altri restano dietro, ci guardano e sorrido. Si sentono sicuri dietro Lupo.
Dov’è Gianni?, dice, e la sua voce è bassa, calma.
Luciano si alza, si pianta davanti a loro, non troppo vicino, e lo guarda.
Non c’è. Che vuoi da lui?
Lo sai quello che voglio.
Gianni non c’entra. Ce l’ho io la lama.
Allora dammela, e finisce lì.

Luciano ci guarda. Miguel annuisce. Io anche. Ma capisco che non può cedere così.
Adesso è mia, dice Luciano. Che mi dài in cambio?
I due boneheads dietro Lupo ridacchiano.
Che figlio di puttana.
Ti ha fregato la lama e vuole anche qualcosa in cambio, Lupo.
Spaccagli il culo, Lupo. Spaccagli il culo a quel rosso di merda.
Rotto in culo bastardo.

Lupo dice ai suoi di stare zitti, ma nemmeno lui può cedere. Luciano risponde agli insulti. Miguel mi guarda. Sta sudando.
Dove cazzo sono Gianni-san e Roberto? Roberto con i suoi nunchaku e il butterfly, Gianni-san con la sua forza.
Lupo si lancia contro Luciano. Uno dei boneheads viene verso di me. È della mia taglia, basso e tozzo. Mi slaccio la cintura e la faccio roteare. Lo colpisco sull’orecchio, ma lui non sente niente. E tira fuori la lama.
Allora ho paura. Mollo la cintura e indietreggio. Miguel si gira e mi guarda, e si prende un cazzotto, ma anche lui sembra non sentirlo, poi finisce a terra e prende calci e pugni dai due boneheads.
Miguel continua a guardarmi. Io indietreggio ancora, poi scappo.
Gianni-san e Roberto sono davanti al portone di casa. Fumano e mi guardano. Sì, guardano me. Perché mi guardano? Perché mi guardano così?
Che cazzo è successo, dice Roberto.
Niente. Non è successo niente.
Non dire stronzate. Che cazzo è successo?
Niente
, ripeto. Non è successo…
Poi vedo gli occhi di Gianni-san. Merda. Perché mi guarda così?
I boneheads… riesco a dire. I boneheads. Lupo e altri due.
Roberto getta la sigaretta e inizia a correre. Gianni-san continua a guardarmi. Non dice niente, non parla, ma i suoi occhi sì. Dicono che sono un coniglio. Dicono che sono un infame. Poi inizia a correre anche lui.
Allora resto solo. Non voglio restare solo. Corro, e mi manca il fiato, le gambe sono di legno, la gola brucia, ma arrivo fino alla piazza.
Miguel e Luciano sono a terra, pestati a sangue. Gli hanno portato via bomber e anfibi. Sentiamo una sirena e arrivano sbirri e ambulanza, ma le Giacche Blu non ci vedono, così possiamo allontanarci.
In silenzio, perché Roberto e Gianni-san non parlano. Ma so cosa stanno pensando. Roberto prende nunchaku e lama, infila il casco, sale sulla vespa dietro a Gianni-san. Io non esisto più, per loro, sono diventato invisibile.
Mi siedo e li guardo mentre si allontanano.
Se va lo mejor de España, la flor más roja del pueblo.
Penso a Robert Jordan. Poi mi alzo e li seguo. Sono scomparsi, ma so dove stanno andando. Li seguo, e inizio a cantare.
Con el quinto, el quinto, el quinto, con el quinto regimiento, madre yo me voy al frente, para la linea de fuego.
Arrivo davanti al pub, Gianni-san e Roberto sono già dentro. Suena la ametralladora, inglés?
Una ragazza urla. I boneheads sono tanti, troppi, ma noi non abbiamo paura, noi siamo lo mejor de España, la flor más roja del pueblo.
Lupo è davanti ai suoi. Guarda Gianni-san, ma non si muove, e nemmeno Gianni-san si muove.
Io cerco di avvicinarmi ai miei amici, alla flor más roja del pueblo, ma un nazi viene verso di me, Anda Jaleo Jaleo, suena la ametralladora. Gli spacco una sedia sulla testa, poi lo prendo a calci, y el cabrón se va a paseo, afferro un’altra sedia e cerco di raggiungere i miei amici, la flor más roja, ma un altro bonehead mi scaraventa contro un tavolo. Urlo, ma non per il dolore, poi mi rialzo, e lui tira fuori una lama.
Gianni-san mi guarda, poi guarda lui, poi me. La mia lama, quella che mi ha regalato mio padre è sul comodino, l’altra chissà dove.
Il bonehead è davanti a me, ma non si avvicina. Se avessi portato la lama di mio padre, adesso la tirerei fuori. Gianni-san mi guarda ancora, tutti ci guardano adesso. Sono fermi e ci guardano. Perché ci guardano così?
Il bonehead continua a guardarmi senza muoversi. Suda, ha la faccia bianca.
Avanti, urlo, dài, vieni! Vieni, cabrón!
Anche i suoi amici lo guardano, lo stanno guardando come Gianni-san e Roberto guardano me. Poi vedo la gamba di legno della sedia che ho sfasciato prima e la prendo. Gianni-san mi ha insegnato a usare i bastoni.
Vieni!, urlo ancora al bonehead, Vieni, cabrón!, ma lui resta fermo. Mi lancio verso di lui, lui si muove e allora lo sento. Sento il freddo del metallo. Sento lo squarcio, lo vedo, e vedo la faccia del bonehead che diventa ancora più bianca e la lama cade a terra.
Uno di loro urla Che cazzo hai fatto? Poi scappano, scappano tutti, anche Roberto. Lupo si ferma un attimo sulla porta, si volta, mi guarda, scuote la testa, poi guarda Gianni-san, ed esce.
Gianni-san è rimasto, si inginocchia vicino a me, e si sporca di sangue anche lui, e mi chiede se mi fa male.
Non mi fa male, non tanto, credevo che uno squarcio così facesse più male. Poi penso al libro della profe. Come faccio, adesso? Si incazzerà se non le restituisco il libro, non me ne porterà altri, e magari non parlerà più con me. E anche la vecchia gentile della biblioteca.
Diglielo, alla profe, che glielo restituisco…
Gianni-san mi guarda, ma non dice niente, o forse sono io che non riesco a sentirlo. Chissà cosa pensa di me, adesso.
Chissà cosa penserà di me Miguel. Chissà se penserà che sono un coglione come Paco o un duro come Robert Jordan.
Chissà cosa penserà di me la profe.
Chissà cosa penserà mio padre.
Chiudo gli occhi e inizio a cantare, la voce mi manca, ma mi sforzo, Anda Jaleo Jaleo, suena la ametralladora, e Gianni-san canta con me, y el cabrón se va a paseo, y el cabrón se va a paseo.

pubblicato su concessione dell’autore
il racconto è tratto da “Il gioco dell’inferno”
di prossima uscita per Besa Editrice

ETTORE MAGGI
è nato a Cagliari da padre genovese e madre sarda, e ha quasi sempre vissuto a Sestri Ponente (Genova). Lavora come tecnico di laboratorio precario nella ricerca scientifica da dodici anni. Attualmente lavora a Milano.

Nel 2003 ha vinto la sezione giovani del Premio Letterario Teramo 2003, presieduto da Walter Pedullà. È presente in diverse antologie di vari editori quali Addictions, Carabà, Ed. Terzo Millennio, Sonzogno e Mondadori (“L’uomo nel cerchio”, “La donna nel ritratto”, “Brividi neri”, “Non siamo stati noi. Racconti sul G8″, “Passi nel delirio”, “Fez, struzzi e manganelli”, “Professional Gun”), sarà ospite anche dell’antologia “Anime nere 2″ di prossima uscita con Mondadori. Ha pubblicato un racconto sull’Agenda FNAC 2004 (insieme a C. Lucarelli, A. G. Pinketts, Alan D. Altieri, Alessandra C. e altri autori). Ha tradotto per la casa editrice Alacrán i romanzi Whiskey Sour di J. A. Konrath (2007), Corpus Delicti (2007) di Andreu Martín, Cronache di Madrid in nero (2007) di Juan Madrid. Collabora attualmente con la rivista letteraria M-Rivista del Mistero, con Sonzogno e con la casa editrice Alacrán di Milano. Ha pubblicato su Addictions, Il Foglio Letterario, M-Rivista del Mistero, Cronaca Vera, Confidenze, Il Segnalibro. Ha collaborato con la rivista AltroQuando-ArtVillageMagazine di Bologna nel 1999-2000.
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communism, bed & breakfast


Luciano Pagano
su “Communism, bed & breakfast” di Raffaele Gorgoni

Raffaele Gorgoni è autore di due romanzi di ambientazione storica come “Lo scriba di Càsole” e “L’oratorio della peste“, dove i lettori hanno già incontrato la sua capacità di costruire un intreccio interessante attorno a un elemento inconsueto e dove la ricerca e la cultura si rivelavano essere determinanti per la comprensione dell’opera, soprattuto come relazione con l’elemento politico a esse circostante. Un voler chiamare in gioco il lettore oltre lo stesso piacere della lettura. Raffaele Gorgoni, inviato e giornalista Rai, è un raccontatore di storie in reportage puntuali. Più volte, da lettore, mi sono chiesto quanto ci sarebbe voluto (leggi: quanto bisognava attendere) perché lo sguardo del narratore si volgesse alla contemporaneità. La risposta si intitola “communism, bed & breakfast” (cosmografie, 28), una raccolta di cinque racconti editi dalla Besa Editrice, “romanzi da camera” come vengono definiti nella quarta di copertina. Partiamo dal titolo, che si riconnette subito al tema del primo racconto, il protagonista del quale è uno scrittore e intellettuale che dalla città Salentina si è trasferito a Parigi da diversi anni. Capita che due vecchi amici lo invitino a presentare il suo libro a Lecce, il nome della città non compare, ma è come se la lente di ingrandimento posta dall’autore sul Salento sia così vicina al soggetto da non suscitare il bisogno di citazione. Nell’epoca che si attrezza di modernariato e ipertecnologia sono i capelli radi o bianchi che fanno accorgere gli amici che il tempo è passato. Con il tempo è passato anche l’attaccamento a una fede politica, con l’espressione di un dubbio concreto fatta proprio dal protagonista. Il secondo racconto intitolato “Movimento terra”, racchiude in perfetto equilibrio una serie di elementi antropologici e magici che caratterizzano il Salento. Si va dall’aggiramento della 488 per speculazioni & affari grazie all’interessamento dei politici di Roma fino alla magia (macaria) di una ragazza, Assunta, attorno a cui ruota la vicenda. Ernesto ne è vagamente innamorato, innamorato di una malìa non corrisposta ma reciproca. Al termine della lettura ci chiediamo soltanto se nel sogno d’amore e magia è compresa la speculazione edilizia o se questa continui a resistere nella realtà. Già dalla lettura di questi due racconti affiora una caratteristica della scrittura, quella cioè di creare un compartimento nel tempo della vicenda in cui il passato linguistico coesiste nel presente operando un contagio, grazie al linguaggio avviene la creazione di una “velina”, se così si può dire. Certo non si ha l’effetto di rarefazione che si può notare, ad esempio, in un romanzo come “Un refolo di vento” (Salvatore Stefanoni), dove la prima “bicicletta” compare dopo oltre venti pagine, la considerazione è utile per comprendere come Raffaele Gorgoni sia riuscito ottimamente nell’intento di sospensione della credulità nel tempo e negli oggetti. Quello che ci si aspettava da un autore che era capace di trattare la materia storica come si fa con il reportage dell’odierno era che si accostasse alla contemporaneità con gli strumenti della storia, e così è stato, in consapevolezza dell’obiettivo e senza appesantire la narrazione di orpelli metodo-sociologici, usando il pretesto del sogno che al suo svanire riporta al punto di partenza, ma con un sentire differente; come nel racconto del commerciante che decide di non pagare più il pizzo, e lo fa nel modo più plateale possibile, in una terra che accoglie le sue tragedie con un pizzico di ironia e sarcasmo. Il risultato è un libro interessante, dove la tragedia e la commedia si mescolano in crescendo fino al racconto finale che non lascia spazio all’autocommiserazione di una terra, e costituisce allo stesso tempo la conferma di Raffaele Gorgoni come narratore.

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tabula rasa 06

A questo indirizzo potete leggere la lettera editoriale che ho scritto per il nuovo numero di Tabula Rasa. Mentre qui trovate l’indice del numero. Approfitto del mio blog personale per ringraziare tutti quelli che stanno sostenendo e continueranno a sostenere questa rivista, dall’editore ai collaboratori. E i lettori. Grazie.

[nota] Chi fosse interessato all’acquisto di uno dei cinque numeri precedenti può andare qui.