Archivi tag: Dicembre 2007

basso impero


Enrico Pietrangeli
su “Basso impero” di Claudio Comandini

Questo romanzo d’esordio di Claudio Comandini è ambientato nell’hinterland di un’ ex provincia ormai logora di troppi eventi o, altrimenti, svanita tra ricordi di dolce vita. Nel cuore di quello che un tempo fu, nonostante tutto, anche impero, si anima, accanita e puntuale, una penna (o tastiera che si voglia) pronta a scandagliare ricercando ogni possibile riferimento ormai inesistente nel suo essere licenziosa e irriverente. Una scrittura canalizzata in un fondo, quello di un Basso Impero che, attraverso secoli ricolmi d’intrighi e cortigiane, si avvicenda ancora, longevo e implacabile, espletandosi in tutto il suo più infimo degrado. Siamo agli sgoccioli del Novecento, corre l’anno 1994 e l’Italia conosce il suo primo governo Berlusconi. Comandini, per l’occasione, trova due date intense ed evocative per meglio rimarcare la sua narrazione, quella del 25 aprile e quella dell’ 8 settembre: dalla liberazione all’armistizio. Con questa stessa sequenza, traccia principio ed epilogo di tutti gli accadimenti che si susseguono nel suo libro. Sono eventi racchiusi in un diacronico accavallarsi di sequenze che imperversano, ma non a caso, rappresentando una stagione rissosa, persino dolorosa e nondimeno provocatoriamente spassosa. Sono mutamenti che toccano anche luoghi disconnessi nella memoria, davanti una televisione spenta che parla e un calendario senza giorni penzolante sul muro. C’è un bar che anima il tutto insieme alla piccola comunità che vi bivacca intorno. Dentro ci scorrono i personaggi del luogo, con le loro singolari vicissitudini, che si alternano in un comune vivere divenuto inconsulto. Ci sono Ludovico, Porkospin, Cecco lo sciamano, il grande amico Eugenio e le “femmine” che, sebbene qui vengano meno come tematica portante, prendono qua e là il sopravvento, fino ad occupare letteralmente un’intera pagina attraverso i loro attributi più intimi. Attributi dove lasciarsi andare in elucubrazioni mitologico-filosofiche con voluttuosità canzonatorie; cavalcare ardite fantasie per stordirsi nell’esperienza e galoppare, dopotutto, sul “fondo”. Bukowski che fa capolino, ma qui abbondano anche androgeni transessuali. L’amore c’è, mai scritto maiuscolo eppure totale ed incondizionato: è quello sentito per Serena. Ishtar è la loro gatta invalida, trovata in fin di vita, dentro un cassonetto dei rifiuti, sarà lei la loro complice e più diretta testimone. In questo “basso impero dove solo i servi hanno potere” compare, in primis, Jim Morrison, ci parla in greco e scivola sulle labbra “aspirapolvere” delle ragazze “crickcrock”. Mito e mercato post mortem non potevano tralasciare Kubain coinvolgendo persino Hegel ne “l’effettualità come criterio decisivo del farsi della realtà”. Un Basso Impero “maionese globale” dove The end è “l’unica canzone dei Doors da non sembrare datata”, “uovo del mondo alla fase terminale” con qualche turbato sorriso acceso sulle note di On the Sunday of Life dei Porcupine Three o Sunday morning dei Velvet. Stile fluido e intenso, fortemente intellettualistico nel suo essere triviale, ma che non rinuncia a calarsi nel gergo del mondo di cui, in fin dei conti, è parte: “a uno scudo dal collasso”. Tanta foga, rabbia, denuncia, tanto passato prossimo ancora da archiviare, che pulsa di armonioso disordine, materia viva e ancora tutta da plasmare, così scorrono i tanti aneddoti descritti da Comandini. Storia, oltre storielle e inferni personali che si aprono tra chiassosi echi delle risa di amici; fantasmi che, puntualmente, ritornano. La strage di Bologna, in questo libro, potrebbe rappresentare un comune nodo per tutto, tanto nel personale del protagonista quanto nelle più pubbliche faccende di questo paese. La memoria intanto corre, ritorna in Grecia, ai viaggi con Serena e i ricordi di scuola. Tragedia e piacere s’incontrano. Un’amara casualità è quella della notizia dell’attentato sopraggiunta sul primo acerbo piacere di un’eiaculazione, nella più aspra, pungente e vitale poesia adolescenziale.

mini concorso per nuovi scrittori


L’idea è di Camilla Cannarsa. L’immagine che state osservando è il punto di partenza per un mini-concorso indetto dal blog Promesse d’autore (scritti e scrittori del web 2.0), il bando è qui. Si partecipa con un testo breve, interessante il proposito di analizzare la contaminazione con i nuovi linguaggi del web 2.0. Buon cimento a tutti!

“Le guerre, la globalizzazione, le corporates, il monopolio. Il nucleare, l’energia solare, l’Australia con la sua siccità e Internet, che viaggia veloce e ci tiene vicini, seppur così lontani.
E’ il 2007: accadono cose, come in tutte le grandi epoche, e c’è nell’aria il profumo di rivoluzione. Non di quella armata, no, ma di quella silenziosa, che avviene nel profondo di tutti noi e ci cambia del tutto. E il mondo cambia del tutto.
La rivoluzione industriale è stata così. Non violenta, ma veloce, velocissima.
Tempo fa, ho letto da qualche parte che la maggior parte degli intellettuali e degli artisti migliori viene fuori da periodi come questi; sono quei geni superiori che, in qualche modo, percepiscono un cambiamento e riescono a scriverlo, a dipingerlo o a fotografarlo.
Ecco cosa vi propongo: un mini concorso che abbia come tema l’immagine che accompagna questo post. E’ l’era di internet, della comunicazione breve, rapida, quick. E’ l’era degli acronimi, di Twitter, degli sms; scrivete una cartella di parole, 1800 caratteri spazi inclusi, che vengano fuori dall’osservazione di questa immagine.

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communism, bed & breakfast


Luciano Pagano
su “Communism, bed & breakfast” di Raffaele Gorgoni

Raffaele Gorgoni è autore di due romanzi di ambientazione storica come “Lo scriba di Càsole” e “L’oratorio della peste“, dove i lettori hanno già incontrato la sua capacità di costruire un intreccio interessante attorno a un elemento inconsueto e dove la ricerca e la cultura si rivelavano essere determinanti per la comprensione dell’opera, soprattuto come relazione con l’elemento politico a esse circostante. Un voler chiamare in gioco il lettore oltre lo stesso piacere della lettura. Raffaele Gorgoni, inviato e giornalista Rai, è un raccontatore di storie in reportage puntuali. Più volte, da lettore, mi sono chiesto quanto ci sarebbe voluto (leggi: quanto bisognava attendere) perché lo sguardo del narratore si volgesse alla contemporaneità. La risposta si intitola “communism, bed & breakfast” (cosmografie, 28), una raccolta di cinque racconti editi dalla Besa Editrice, “romanzi da camera” come vengono definiti nella quarta di copertina. Partiamo dal titolo, che si riconnette subito al tema del primo racconto, il protagonista del quale è uno scrittore e intellettuale che dalla città Salentina si è trasferito a Parigi da diversi anni. Capita che due vecchi amici lo invitino a presentare il suo libro a Lecce, il nome della città non compare, ma è come se la lente di ingrandimento posta dall’autore sul Salento sia così vicina al soggetto da non suscitare il bisogno di citazione. Nell’epoca che si attrezza di modernariato e ipertecnologia sono i capelli radi o bianchi che fanno accorgere gli amici che il tempo è passato. Con il tempo è passato anche l’attaccamento a una fede politica, con l’espressione di un dubbio concreto fatta proprio dal protagonista. Il secondo racconto intitolato “Movimento terra”, racchiude in perfetto equilibrio una serie di elementi antropologici e magici che caratterizzano il Salento. Si va dall’aggiramento della 488 per speculazioni & affari grazie all’interessamento dei politici di Roma fino alla magia (macaria) di una ragazza, Assunta, attorno a cui ruota la vicenda. Ernesto ne è vagamente innamorato, innamorato di una malìa non corrisposta ma reciproca. Al termine della lettura ci chiediamo soltanto se nel sogno d’amore e magia è compresa la speculazione edilizia o se questa continui a resistere nella realtà. Già dalla lettura di questi due racconti affiora una caratteristica della scrittura, quella cioè di creare un compartimento nel tempo della vicenda in cui il passato linguistico coesiste nel presente operando un contagio, grazie al linguaggio avviene la creazione di una “velina”, se così si può dire. Certo non si ha l’effetto di rarefazione che si può notare, ad esempio, in un romanzo come “Un refolo di vento” (Salvatore Stefanoni), dove la prima “bicicletta” compare dopo oltre venti pagine, la considerazione è utile per comprendere come Raffaele Gorgoni sia riuscito ottimamente nell’intento di sospensione della credulità nel tempo e negli oggetti. Quello che ci si aspettava da un autore che era capace di trattare la materia storica come si fa con il reportage dell’odierno era che si accostasse alla contemporaneità con gli strumenti della storia, e così è stato, in consapevolezza dell’obiettivo e senza appesantire la narrazione di orpelli metodo-sociologici, usando il pretesto del sogno che al suo svanire riporta al punto di partenza, ma con un sentire differente; come nel racconto del commerciante che decide di non pagare più il pizzo, e lo fa nel modo più plateale possibile, in una terra che accoglie le sue tragedie con un pizzico di ironia e sarcasmo. Il risultato è un libro interessante, dove la tragedia e la commedia si mescolano in crescendo fino al racconto finale che non lascia spazio all’autocommiserazione di una terra, e costituisce allo stesso tempo la conferma di Raffaele Gorgoni come narratore.

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sono uscita a raccogliere un tuo bacio


Andrea Cati
Poesie inedite

Sono uscita a raccogliere un tuo bacio
i ricordi ghiacciati
nella polvere del tempo
quello che non riesci a raccontarti.
E sei la voce delle notti insonni,
la chiave
e la fessura sbiadita delle mie malinconie.

Sono venuta a riprendermi le gioie e i rimorsi
il figlio che non ho mai partorito
e lo splendore che ci proteggeva
non dico il cuore,
ma una parola avvelenata dalle ore
dal quel silenzio prolungato in fondo agli occhi
curvi
e lucidi nel brodo.

§

Non intendeva misura alle parole
era una pietra lanciata
oltre la staccionata dell’infanzia
il movimento indeciso delle foglie
quando a settembre mute e nude
sanno già il bitume che le aspetta
il becco e la suola fredda dell’inverno,

la saliva avvelenata di un padre,
che là, fermo da secoli,
le fissa e non teme
l’ingiallirsi al proprio dolore,
l’abbraccio a quella cicca
spenta fino a bruciarla.

§

La gente seduta ai bar

Guarda la gente seduta ai bar
così partecipe alla vita
alle file interminabili al di fuori delle poste,
al formoso dondolio delle signore
mentre entrano, pronte e maliziose,
nel “buongiorno” dei macellai.

Guarda com’è breve la durata di una birra
per la gente che seduta al bar
s’abbevera ed accende la Diana,
la foto del nipote nella tasca delle monete.

Un sogno sepolto, mai nato
è in quella vista così severa:
loro non sanno la promessa
che ogni bimbo lascia alla sua terra,
a quei pomeriggi spesi nel volo di una farfalla:

gli uomini che vedi dietro i tavoli del bar
hanno l’intuito esatto per la prossima partita
e se gli chiedi cosa sia “coscienza”
rimangono a guardarti, ad offrirti un’altra birra.

Ma basta la pronuncia “mamma”
a smuovere quel crocifisso d’oro
attaccato al proprio collo, a quel calore
che dagli occhi io non vedo eppure ascolto
ogni volta che le guardo
le persone sedute al bar.

§

Oggi è un’accontentarsi
di pigmenti, di piccoli sfarzi
catturati ogni volta
che il passo s’apre
all’ora meno triste
alla preghiera realizzata
quando incontri le sue braccia
così intere – vere -
da illuderti che esista solo lei
o un noi
quando cammini e sostieni il mondo,
ad accostarti perfino alle panche
più isolate, ai tossici di via Petroni.

Ma siamo ancora diffidenti
abbiamo paura:
e quando il respiro si fa debole
e l’asfalto, la notte, e le piazze tremano,
cerchiamo una casa
la lingua del nostro cane
che sondi le ferite più segrete,
ci aiuti a spalancare le finestre
quando è la luce
l’ospite d’eccezione.

§

Spiega l’autunno, l’aprirsi della piazza
calpestata da foglie, da barboni
o ruote abbandonate ai margini

gli amanti decisi verso una stella,
i clacson assoluti, le file silenziose
e le signore più belle

a rapirti da ogni tristezza.

Spiega almeno una porzione di giornata
dove il pensiero s’arrenda
al simultaneo contatto tra due cuori
al fedele germoglìo dell’azzurro:
prometti cura, la stessa cura
che conservi ai tuoi sogni
più reconditi e veri.

Cerca di spiegare la rarità dell’esser qui
quella che ci domina ad ogni respiro,
e non temere se le stagioni
ritorneranno insieme ai dolori
alle speranze invecchiate
come la suola delle tue scarpe:

tutto si ripete affinché la morte
diventi l’estrema dimora sacra
di un sonno che sempre ci veglia,
ci avvisa dell’al di là che aspetta.

§

Un uomo (da) lontano

Oggi sono il bagaglio in quell’aereo,
il disordine che non trovo
per le strade e le case.

E sarò la tromba, il soffio rotondo,
duro di quel bambino.

Oggi lascio questi sogni per le scale
e salgo nel 28
per capire che il mondo non può darsi
solo per intrattenimento
o nei cortocircuiti tra gli sguardi degli sconosciuti.

Ne vale la pena cercare, cercare:
ma cercare cosa?

§

Le noci, i biglietti e un mazzo di chiavi:
una per la porta di ingresso, l’altra per il garage
una sola per l’auto. La tivu accesa
a qualsiasi canale – sopra il primo vero
sguardo fisso e fiero (era la comunione).
L’oroscopo del mese prossimo, la lista delle cose
e le bollette da pagare. Il tramonto infilato in mezzo
ai baffi del gatto e, la sua coda, come una lancetta,
a contare i minuti prima dell’arrivo.

Pensi: “viaggio escluso, sono nove ore al giorno.
Prima almeno ero a due chilometri.
Le chiavi sono sul tavolo e Angela
torna alle 20. Ok, vado e torno.
O rimango?”.

La vita oggi è stata proprio in questi piccoli eventi:
per la prima volta a mensa si serviva pasta al forno
ed un uomo nel bus ha esclamato a gran voce
“ti amo” alla sua bella.
Con gli occhi fissi come in quella foto
“Una mano mi è sembrata passare sul capo,
un’emozione ha vibrato per pochi lunghi attimi”.
La monotonia era il vento che non potevi udire
perché ancora eri seduto.

§

Ma in fondo anche io trascorro le giornate simili ad un cane,
a soddisfare l’eterna fame
di una gioia mai cantata,
incastonato come servo
nella preistoria delle passioni:
a colonizzare la terra degli onori.
E rimango fedele:
incatenato tra le ombre del costume
in tutta questa povertà che non riconosco,
nella ricchezza che non ho mai assaggiato.

Speme di parole con suono


Secondo appuntamento della Rassegna di parole e suoni “Le Mani e l’Ascolto” che il Fondo Verri organizza, per il settimo anno consecutivo, con il patrocinio del Comune di Lecce.

Venerdì, 28 dicembre, dalle ore 20.00 i suoni di Vito Alusi faranno eco e contrappunto ai versi di Elio Coriano. “Speme di parole con suono” il titolo della performance.

Elio Coriano è nato a Martignano (Salento) nel 1955. Poeta ed operatore culturale, insegna Lettere nella scuola media superiore. Calibrate da grande lavoro compositivo le sue numerose pubblicazioni. Scrive una poesia della voce, da sempre attento all’aspetto performativo, “legge e insegue le parole incontrando gli occhi di chi sta intorno, s’avvicina e legge ad alta voce, con tono di sfida, di allerta, di colui che sollecita”. Ecco, i suoi versi sollecitano, sommuovono nella costruzione di una ritualità densa di senso. Forte in lui la critica all’eccedenza del contemporaneo senza nostalgia scrive rivolto ai poeti e a se stesso:

“Renditi inutile a quello che non ti piace, al distorto travestito da chiaro. Per chi mi devo crescere? Per cosa devo crescere? La mia coscienza nutrita a sputi è forte per spargere buone novelle, per seminare i campi arati di semi faticati, di semi faticosi. Renditi inutile dove tutto è spacciato per efficienza, dove lodano gli onesti e fanno affari i furbi. Renditi inutile quando vogliono solo il tuo sangue, le tue mani, la tua lingua, per inquinare libertà e democrazia. Renditi inutile quando ti dicono che devi salvare il mondo, che sei l’unico che può farlo. Forse il mondo non vuole essere salvato”.

link a “Elio Coriano: poesia senza maestri” (Musicaos.it, archivio 2004)

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“Dorothy Parker” di Bianca Madeccia


“Dorothy Parker”
di Bianca Madeccia

Qualcuno disse di lei che la sua vita fu un disastro e il suo talento lo sperperò come una persona troppo ricca e irresponsabile sperpera il suo patrimonio; qualcun altro invece disse che da donna partorì il suo talento con lo stesso dolore con cui un uomo partorirebbe un bambino.
Dorothy Parker, nata Dorothy Rotschild nel New Jersey il 22 agosto 1893, aveva grandi occhi da gazzella, occhiali da miope portati di nascosto, era piccola e minuta.
«Aveva il dono di trovare qualcosa di cui ridere nelle tragedie più amare degli animali umani», disse di lei Somerset Maugham. Dotata di sarcasmo naturale, lo affinerà nel mondo del giornalismo che in quegli anni era soprattutto il mondo delle riviste che lanciavano la Nuova Moda e il Nuovo Stile di Vita, spregiudicato, aristocratico, snob e sofisticato.
Giornalista e scrittrice, in vita conosce la popolarità soprattutto grazie alle battute che le guadagnano la fama di essere la donna più spiritosa di New York. In sua presenza la gente non esce dalla stanza perché ha paura di quello che potrebbe dire di loro. Fu una protagonista della New York degli anni ‘20 raccontata da Fitzgerald: tanto alcool, fasto, sperpero, grandi feste, charleston e sparatorie.
Un’adolescenza ricca, educazione raffinata, un codice severo di modi e maniere. Dorothy è una studentessa brillante ma non molto ben vista dalle suore proprio a causa del feroce senso dell’umorismo che allena fin da bambina. Una volta, a scuola, le fu chiesto di spiegare cosa fosse l’Immacolata Concezione. Rispose: «Un caso di combustione spontanea». Fin da piccola si sottrasse alle regole che vietavano di andare al cinema, fumare, incontrarsi segretamente con i ragazzi, e mangiare dolci fuori pasto.
Diplomata, Dorothy si impegnò a diventare una Donna Nuova. Andò a vivere da sola, inserendosi subito nel mondo delle riviste. Scrisse regolarmente per «Vogue», «Vanity Fair», «Life» e «The New Yorker». Il suo primo lavoro è nella redazione di «Vogue» dove guadagna dieci dollari a settimana scrivendo didascalie piene di inventiva: in una riga ci dovevano essere la maggior quantità possibile di immagini e di idee. La Parker, già bravissima a scegliere i termini ‘giusti’, affina le sue qualità naturali grazie a questo lavoro. Più tardi sarebbe diventata famosa come una donna capace di distruggere una cattiva commedia o far deflagrare un ego grazie a una sola, accurata parola.
Dopo un anno le viene chiesto di far parte della redazione di «Vanity Fair», che a quel tempo era più che un semplice giornale di moda, era l’arbitro di eleganza della nazione. È «Vanity Fair» che fa conoscere ai suoi lettori, pittori e scrittori d’avanguardia come Picasso, Matisse, Gertrude Stein, D.H. Lawrence e T.S. Eliot, ed è anche il primo magazine a riconoscere gli artisti americani neri. Chiederle di far parte della redazione era un complimento. Le si stava dicendo che faceva parte, che era un membro effettivo dell’élite intellettuale della nazione, quell’élite che stava creando un nuovo, sfrontato Stile di Vita. Dorothy a soli ventiquattro anni aveva dimostrato di aderire alle regole del momento, era smart, cioè spiritosa, furba, piena di brio e di malizia, ma soprattutto non era ‘ordinaria’ (cioè rozza e volgare), né comune (cioè banale e conformista), due difetti imperdonabili per quei tempi. Nel ‘19 «Vanity Fair» assegna alla Parker una rubrica di critica teatrale, un incarico che però dura un solo anno. Nel ‘21 partecipa alle manifestazioni per i due anarchici italiani Sacco e Vanzetti. Dalle nove di sera in poi era possibile trovarla all’hotel Algonquin (che ancora oggi continua a godere della notorietà guadagnata allora). L’albergo era situato nella zona dei teatri e perciò frequentato da attori e attrici. Dorothy si incontrava con giovani recensori, critici, giornalisti: molti di loro erano personaggi in ascesa. In comune avevano una predisposizione immediata per tutto quello che era o sembrava divertente. Gli piaceva pensarsi come Cavalieri di una Tavola Rotonda, e il manager dell’albergo gliene procurò una. Si chiamavano solo per cognome, un vezzo un po’ snob che tuttavia dava l’idea di quanto poco in realtà sapessero gli uni degli altri. Dorothy più tardi disse amaramente di quegli incontri: «La gente li ha romanticizzati. Non erano giganti. Pensate a quelli che stavano scrivendo a quei tempi: Lardner, Fitzgerald, Faulkner, Hemingway. Quelli sì che erano i veri giganti. La Tavola Rotonda dell’Algonquin non era che un gruppo di persone che si raccontavano barzellette ripetendosi che erano molto belle. Era il momento terribile della battuta, sicché non era necessario che dicessero cose vere … Quella gente della Tavola Rotonda non sapeva un accidente. Credeva che fossimo degli scemi perché andavamo a fare le dimostrazioni per Sacco e Vanzetti». A quel gruppo non appartenne nessun grande scrittore o artista, a parte la Parker. È qui che Dorothy conosce Edwin Pond Parker, suo primo marito. Dirà di lui: «L’ho sposato solo per cambiare nome». Stanno insieme due settimane poi lui parte per la guerra. Al suo ritorno, dopo quattro anni, Dorothy si ritrova davanti uno sconosciuto. Divorzieranno, ma lei continuerà ad usare il cognome del marito che le piace più del suo.
Esce la sua prima raccolta di poesie, Enough Rope, che diventa un best-seller. Nel ‘23, dopo aver abortito, tenta di suicidarsi. È da quel momento che comincia a bere e fumare troppo e a usare il profumo di tuberosa: lo stesso usato dagli imbalsamatori per nascondere l’odore dei cadaveri. Vengono pubblicate due sue autobiografie che consegnano in pasto al pubblico i suoi amanti, gli aborti, i tentativi di suicidio, i debiti, il suo amore per i cani e i boa di struzzo.
«Nessuno sapeva bene che cosa in realtà accadesse a quella minuscola donna terribile quando si ritirava in squallide camere arredate soltanto da un tavolo e da un letto, in compagnia di uno o due cani, con una macchina da scrivere che nessuno vide mai senza che fosse nascosta da un asciugamano, in una cucina sempre vuota dove mangiava la pancetta cruda piuttosto che tirar fuori un padellino per scaldarsela», scrive di lei l’americanista Fernanda Pivano.
Quando Dorothy lascia «Vanity Fair» passa a far parte di quel manipolo di scrittori che contribuirono a dare una fisionomia a «The New Yorker». I suoi racconti brevi vennero pubblicati sul giornale irregolarmente dal ‘26 fino al ‘55. Almeno per quel periodo Dorothy si sentì esentata dal produrre battute come quelle a proposito dell’attore cow-boy Tom Mix: «Dicono di lui che cavalca come se fosse una parte del cavallo ma non hanno mai specificato quale». Il suo secondo marito è l’attore e scrittore bisessuale Alan Campbell. Vanno insieme a Hollywood e lì, insieme, scrivono commedie. La loro storia sarà un lasciarsi e riprendersi continuo fino alla morte di lui nel ‘63.
Nel ‘30 riceve il premio O’ Henry per il racconto Big Blonde: la storia di una donna che rimane prigioniera del suo atteggiamento allegro e spensierato e che in realtà è una creatura insicura, disperata e solitaria: quasi una sorta di autobiografia. Quando Dorothy ritorna a New York ricomincia a bere. Nel ‘35 si getta in politica legandosi ai radicali. Nel ‘37 va in Spagna come corrispondente di guerra. I suoi articoli descrivono le azioni ‘lealiste’ (sostenute dai sindacati, dai comunisti e dall’Unione Sovietica) e non quelle della Falange (appoggiate dall’Italia fascista, dalla Germania nazista, dall’esercito e dai latifondisti). Dorothy si era pubblicamente dichiarata comunista e quando si formano i vari comitati e sottocomitati di investigazione per le attività antiamericane si ritrova, insieme ad altre trecento persone, in una lista di “sospetti comunisti”. Viene condannata.
Oramai i produttori la boicottano, non riesce più a lavorare. Vive in una squallida stanza d’albergo e riceve il sussidio di disoccupazione dei poveri. Viene ricoverata in ospedale, la sua amica Lilian Hellman riceve una telefonata in cui le si chiede di saldare il conto. Dorothy due giorni prima aveva ricevuto un assegno di diecimila dollari. L’amica gli chiede dove sono finiti e lei risponde di non saperlo. «E sul serio non lo sapeva, diceva la verità. Voleva essere senza denaro, voleva dimenticare di averne. L’assegno fu trovato nel cassetto della sua scrivania assieme ad altri tre. Dopo la sua morte trovai quattro assegni non incassati di sette anni prima. Non ha mai avuto molto ma di quello che aveva non si curava affatto». Nel ‘67, quattro anni dopo la morte del suo secondo marito, quasi cieca, sola, schiantata dalla persecuzione politica, muore alcolizzata nella camera di un piccolo albergo. Nel testamento aveva designato suo unico erede Martin Luther King che verrà ucciso un anno dopo.

(foto George Platt Lynes, 1943)

Canto di natale


Silla Hicks
Canto di natale

Io non ho fede
soltanto una stella
cucita al cappotto
ma Dio non è razza.
Non ho confessioni
che scrostino il pus:
dal cilicio del cuore
mi cola anima sporca
rossa di sangue
infetto di niente
di giorni di notti
di gente di luoghi.
Soltanto adesso
che dopo tanto ti guardo
mentre ridi
e affondi coi denti
piccoli e aguzzi
dentro al mio cuore
allora
finalmente dal cuore
io prego.

Canzoni tristi


Lorenzo Piantini
Canzoni tristi

Avevano risparmiato per tutto l’anno e finalmente Paolo e Francesca potevano passare i loro quindici giorni in Sardegna.
Siamo in agosto, i due fidanzati sono appena entrati in macchina e si lasciano il traghetto alle spalle. Sta guidando Paolo. I due ragazzi sono stanchi, il sole non è ancora alto nel cielo. I loro occhi sono nascosti dietro due spessi occhiali da sole. Un paio sono di Prada, un paio sono un’imitazione.
Francesca tira fuori il portacassette dal cruscotto. È vecchio e polveroso, come l’autoradio, del resto. Estrae la cassetta che vuole e, dopo averla brevemente esaminata, la infila nello stereo. Prima che cominci la canzone, alza il volume.
Dopo pochi secondi, Zucchero sta cantando di sere d’estate dimenticate e di dondoli che dondolano. A Francesca viene in mente quando, cinque anni prima come minimo, ha doppiato quella cassetta per Paolo. Non stavano ancora insieme. Si sente poco, il motore è rumoroso e ci sono molti scossoni.
“Vai più piano, per piacere”.
Paolo non stacca gli occhi dalla strada dissestata e lascia leggermente il piede dall’acceleratore.
“Sei stanco, caro?”
“Un po’. Un po’”.
Sembra voler aggiungere qualcosa, poi si trattiene. Ma Francesca insiste:
“Vuoi che guidi io?”
Parla con un mezzo sussurro. Paolo la capisce a malapena.
“No. Senti lascia stare”.
Lo dice con brusca dolcezza. Un grande senso di stanchezza avvolge l’abitacolo.
“Io lo so che c’hai, caro”.
“Sì? E che c’ho?”
“C’hai che volevi dormire in macchina e sei incazzato che ti ho chiesto se potevamo stare sul ponte tutta la notte”.
Paolo non risponde. Abbassa la radio.
“Non hai chiuso occhio, vero?”
“No”.
“Vuoi che guidi io, sì?”
“No”.
“Allora fai come ti pare, testone!”
Ha alzato il tono della voce, ma non di molto. Delle nuvole stanno passando davanti al sole. Paolo si tira gli occhiali sulla fronte, poi li rimette giù. Abbassa il finestrino e si accende una sigaretta con la mano destra. Francesca si stringe nel giubbotto di jeans e si rannicchia con la spalla contro la portiera.
La Tipo blu continua a scivolare sotto il sole mattutino. Vista dall’alto sembra un vecchio modellino.
Paolo sta scaricando i bagagli.
“Ti do una mano”, gli dice Francesca. Ma poi si mette a giocherellare al cellulare. Sono appena passati a prendere le chiavi. Paolo apre la porta, che cigola un po’. Spinge i due borsoni all’interno e va ad aprire le persiane.
“Sì, bravo apri. Senti che puzzo di vecchio”.
“Cazzo”.
Mentre stava aprendo, a Paolo è rimasta in mano una persiana.
“Si comincia bene, sì”.
Lei non gli dà retta e va a vedere la camera.
“Almeno siamo vicino al mare, no?”
Si sono avvicinati e provano ad abbracciarsi. Mentre stringe Francesca a sé, Paolo alza gli occhi al soffitto. Ci sono alcune crepe. È il primo piano di un vecchio rustico. Il resto della casa non è abitabile. I due si staccano l’uno dall’altra.
“Nell’annuncio su internet c’era scritto che c’era una camera, bagno con doccia, cucina e soggiorno, no?”
“Sì”.
“Mi sembra che ci siano queste cose, no, caro?”
“Sì, non era specificato che cascasse a pezzi o meno”.
Paolo ride, ma Francesca resta seria. Lui allora decide di star zitto, e ripensa al tempo che lei è stata dietro per l’affitto, il viaggio e tutta l’organizzazione.
“Su, diamoci da fare”, è tutto quello che Paolo sa dire.
Ma per un bel po’ i due ragazzi rimangono fermi, e si guardano intorno.
“Possiamo mettere a posto dopo, e ora andare un po’ sul mare, che ne dici?”
“Sì, è una buona idea. Mentre tu prendi l’asciugamano e il resto, io scarico la bici”.
“Ce la farai a pedalare con una cicciona come me in canna?”
“Ci proverò”, dice Paolo con una voce buffa.
Francesca sorride e Paolo la bacia. Poi esce e va verso la macchina.
La bici è una vecchia bici da città nera, Paolo l’ha comprata da un suo amico che forse l’aveva rubata, ai tempi dell’università. Un paio di mesi dopo ha smesso di studiare ed è stato indeciso se darla indietro o meno. Ma poi se l’è tenuta e l’ha usata ogni santo giorno, con la pioggia o con il sole, per andare al lavoro. Quando in officina non c’è tanto da fare, Paolo sistema la sua bicicletta. Anche se ha qualche anno, è come nuova. Adesso la scarica dal portapacchi. Mentre lo fa, pensa che sia un miracolo che sia arrivata senza staccarsi, durante il viaggio.
“Telefono a mia madre e vengo”, dice Francesca. Si è messa in costume e si è affacciata alla porta.
“A quest’ora dovevamo già essere arrivati da un pezzo, sarà in pensiero”.
Francesca vive da sua madre da un paio d’anni ormai. Si è scoperta molto legata a lei. I genitori si sono separati quando Francesca aveva tre anni. È cresciuta nella casa del padre, fino a quando, sui vent’anni è andata a vivere nell’appartamento di Paolo. La cosa era durata un anno e mezzo, ma non è che funzionasse granché e il riavvicinamento alla madre ha portato Francesca a fare le valigie. Ognuno a casa sua il rapporto è ricominciato a funzionare. Paolo adesso divide l’appartamento con un paio di studenti che nemmeno conosce.
“Eccomi”.
Francesca esce e si mette a sedere, come al solito, sulla canna della bici. Paolo dà le prime pedalate con difficoltà, la bicicletta si muove a zig-zag, poi trova la giusta andatura. Fa caldo, c’è una breve ma ripida salita. Una volta scollinato, si comincia a vedere il mare. Oggi è calmo. Una tavola. Il sentiero si fa sempre più stretto.
“Una macchina mica lo so se ci passa”, dice Paolo. Ma Francesca non sembra ascoltarlo. La discesa la fanno tutta con i freni tirati.
Arrivati sugli scogli, dispongono la loro poca roba. Francesca si sdraia su un grande scoglio piatto, si tira giù gli spallini del bikini e prende il sole, con gli occhi chiusi.
“Vado a fare una nuotata”, dice Paolo, e si immerge nell’acqua. È calda, avverte subito un senso di benessere. Nella piccola caletta, e intorno, poche persone, cinque o sei. L’acqua è limpida e Paolo si vede bene i piedi. A un tratto si ricorda di essersi dimenticato la maschera. Non può neanche prendersela con Francesca, perché ognuno ha pensato a sé stesso. A Francesca non piace nuotare e di certo non si è portato nessun accessorio da nuoto.
Paolo va con la testa sott’acqua e apre gli occhi. Senza maschera è un problema. Dà le prime bracciate con vigore, si allontana un po’ dalla riva. Gruppi di pesci più o meno piccoli nuotano nella corrente, si orientano nel loro traffico. Non si scontrano mai. Paolo si mette a fare il morto. La testa verso il cielo. Non c’è una sola nuvola. Un aereo passa veloce lasciando la scia bianca. Chissà dove va, pensa Paolo.
Paolo procede con colpi di pedale decisi, ma lenti. Nel cielo ci sono un sacco di stelle, una vicina all’altra.
“Guarda, quella è Orione”, dice Francesca.
“Sì, sei sicura?”
“Sì. Me ne intendo, lo sai?”
“Certo. Sono contento che stasera tu stia meglio”.
Paolo distoglie gli occhi dal cielo e li riabbassa sul sentiero illuminato dalla vecchia dinamo.
È il dieci di agosto, la bicicletta sta viaggiando sul solito sentiero di tutti i giorni. Stavolta i due ragazzi vanno in spiaggia a vedere le stelle cadere. Da questi pochi giorni che sono arrivati, Francesca non è che sia mai andata molto in spiaggia. Non si è sentita molto bene. Ma stasera sta meglio e la notte di San Lorenzo bisogna stare fuori e guardare il cielo.
C’è un silenzio tra loro, per qualche secondo. Poi Francesca comincia a intonare È delicato, dall’ultimo album di Zucchero. La sussurra, le sa tutte già a memoria, le canzoni.
“Che bella, eh?”
Paolo non capisce bene, sul primo, a cosa si riferisce. Ha sentito una specie di sibilo. Francesca gira la testa verso di lui, come in attesa. Ha smesso di cantare.
“Sì. È una bella canzone, davvero”.
“Ma come farà a scrivere cose così belle, così poetiche?”
“Francesca, è un cantautore…”
“Sì, ma è come se conoscesse i nostri sentimenti, quello che proviamo. Come se fosse uno di noi”.
Paolo tace, continua a sentire questo sibilo.
“Mi ascolti? Come farà ad avere queste intuizioni. Uno come noi non ci riuscirebbe mai ad avere idee così”.
“Certo l’isolamento e la natura in cui è immersa la sua mega-villa in Toscana lo aiutano”.
“Ecco, comincia a fare l’invidioso? Sei patetico”.
“Zitta!”
“Oh, ma come ti permetti? Sei fuori?”
Paolo ha smesso di pedalare. Ferma la bici e abbassa lo sguardo. Fa scendere Francesca.
“Porca puttana porca!”
“Ma che ti prende?”
“Mi prende che abbiamo bucato, cazzo! Cazzo!”
“E vabbe’, ma ce l’avrai una ruota di scorta, no?”.
Paolo aveva portato una camera d’aria di riserva, ma ha dimenticato di toglierla dal portabagagli e si è mezzo sciolta al sole. Se ne è accorto oggi pomeriggio.
Adesso lo sta spiegando a Francesca.
“Che idiota che sono! E non è neanche che ci si può venire in macchina, in spiaggia”.
“Ci toccherà qualche scarpinata sotto il sole”,dice Francesca, e si avvicina a Paolo. Gli fa una carezza.
Paolo lascia cadere la bici. Si mettono a sedere sull’erba ai lati del sentiero. Il tempo passa lentamente. Nessuna stella cade. Ma nessuno dei due stacca gli occhi dal cielo.
“E se facessimo l’amore?”, dice Francesca nell’orecchio del suo fidanzato.
Paolo la guarda.
“Adesso”.
Si baciano. Paolo sta per salire sopra Francesca, quando si sente il rumore di un motorino. È una vecchia Vespa, passa piano. Quando arriva all’altezza dei due ragazzi, l’uomo si ferma e li guarda.
“Buonasera”, dice Paolo. Il vecchio sulla Vespa non risponde. Poi riparte.
“Che tipo, certo”, dice Francesca. Si guardano per un po’, poi suona un cellulare. È la musica di Un kilo, la suoneria di Francesca.
“Ah, ciao, come stai?”
Paolo non sa con chi sta parlando e non vuole saperlo. Rialza gli occhi verso il cielo. Pensa a che desiderio esprimere nel caso vedesse una stella cadere.
Paolo cerca di girare la chiave nella toppa. Non è facile, la serratura è vecchia.
“Penso che anche se non la chiudessimo, nessuno ci entrerebbe”.
“No, credo di no”.
Non c’è molta luce. È ora di chiudere gli scuri, l’estate comincia già a finire. Paolo accende l’interruttore. La lampada al neon frigge un po’, poi si accende.
È venerdì sera, sono già le otto. I due ragazzi sono stati a vedere un mercatino tipico, oggi.
“Sono un po’ stanca, non ho neanche molta fame”.
“Non ti preoccupare, ci penso io alla cena. Faccio gli spaghetti, ok? Ti vai in camera a riposarti un po’”.
“Tesoro, grazie. C’è una conserva di mamma per condirli”.
“Non ti preoccupare, ti faccio un sugo speciale con quei pomodori e quel tonno affumicato che ho preso alla bancarella”.
“Non esagerare con le dosi per me”.
Francesca gli si avvicina e lo bacia sulla guancia. Poi va verso la camera. Chiude la porta e accende lo stereo portatile, con la stessa cassetta di Zucchero.
Paolo fischietta, è di buonumore, anche se da quando sono arrivati Francesca è sempre stanca, scostante, come se le mancasse qualcosa. Si mette di impegno. È bravo a cucinare. Una bella cena sistema tutto. Mette su l’acqua della pasta nella vecchia pentola. Intanto scalda un po’ d’olio con l’aglio e il peperoncino. Quando il soffritto ha preso colore mette i pomodori, lavati e tagliati fini. Poi si ricorda che Francesca non digerisce le bucce dei pomodori. Toglie la padella dal fuoco e li sbuccia, pezzetto per pezzetto, scottandosi un po’. Fa caldo dentro la cucina, Paolo comincia a sudare. Si toglie la canottiera, poi se la rimette. Prende un po’ di scottex e si asciuga il sudore dalla fronte. Dalla camera si sente il volume dello stereo che si alza. Paolo apparecchia la tavola.
Dalla finestra entra un po’ di fumo: qualcuno sta bruciando qualcosa. Si sente l’odore acre del fuoco. Paolo chiude la finestra. Poi butta gli spaghetti.
“Tesoro, dieci minuti”.
Francesca non risponde. Paolo va verso la camera. Apre la porta. Francesca è sul letto, il cellulare in mano, i piedi e le gambe scalze. Sul volto un sorrisetto ironico. Paolo deve tornare ai fornelli.
“Capito, sì?”
“Sì, sì, arrivo”.
“No, ma c’è ancora un po’”.
Esce dalla stanza.
“Chiudi la porta, per favore”.
Paolo vorrebbe dirle di abbassare il volume, ma poi ci ripensa e non dice niente.
C’è da scolare la pasta, adesso. Otto minuti della loro vita se ne sono già andati. Paolo cerca le presine. Gira intorno alla cucina con lo sguardo. Niente da fare. Allora stacca due pezzi di scottex, li doppia, e scola la pasta. La pentola è bollente. Adesso la pasta è tutta nello scolapasta. Paolo non la scola del tutto e la mette in padella, coi pomodori. Assaggia uno spaghetto: è ancora al dente. Poi, con movimenti decisi del polso, fa saltare la pasta, come i veri cuochi. Per quei pochi secondi, Paolo sente che gli sta riuscendo bene, e non pensa più a niente. Toglie la pasta dal fuoco e ci aggiunge il tonno tagliato a listarelle. Mescola un po’, poi divide le due porzioni nei due piatti, con cura. Il piatto di Francesca ha meno pasta, ma è più condito.
“È pronto”.
Francesca non risponde. Paolo sta per andare in camera, quando la porta si apre.
Francesca esce col cellulare in mano. Sta esaminando un messaggio. Poi si sente la suoneria. La stanno chiamando. Paolo torna in cucina.
“Fai in fretta, che la pasta è nei piatti”.
“Sì, d’accordo”.
Francesca torna in camera, per parlare.
Paolo si siede al tavolo della cucina. La sedia traballa un po’. I due piatti davanti a lui fumano. È abituato a mangiare la pasta a cena. In officina pranza sempre con un panino. Come pranza Francesca, quando lavora al negozio della madre, Paolo neanche lo sa. Di certo quando la sera va in palestra, non cena nemmeno. Paolo ha smesso di andare in palestra. Gli piaceva, ma non poteva permetterselo. Quando, qualche sera, torna dall’officina e non è troppo stanco, e fuori non piove, va a correre sul lungofiume. Ma di solito è troppo stanco.
Paolo continua a fissare i piatti davanti a lui e d’improvviso, si sente una grande stanchezza addosso. Si sente stanco in ogni centimetro quadrato del suo corpo. Gli è anche passata la fame. Cerca di scuotersi: assaggia una forchettata di pasta. Sa che non dovrebbe, ma rischia di asciugarsi troppo. È buona.
“Ma che aspetta? Mi piacerebbe saperlo!”, dice a voce alta.
I piatti continuano a fumare, ma sempre meno. Il tempo sta passando. I gomiti di Paolo sono sul tavolo. La testa, tra le mani.
Paolo arrotola un’altra forchettata di spaghetti controvoglia. Lo sa che non dovrebbe. Ma sa anche che se si fredda non è più così buona. Comincia a masticare. Paolo mastica come mai ha fatto prima, lentamente, sminuzzando il cibo nelle più minime parti, prima di inghiottire. Fa fatica a deglutire.
Dopo un paio di minuti, Francesca esce dalla camera. Entra in cucina col cellulare in mano, senza staccare gli occhi dal display.
“Sai, era Luca, al telefono?”
“Sì?”
“Sì, tanti saluti”.
“Dai, mangiamo che sennò si fredda”.
Francesca mette gli occhi sulla tavola per la prima volta. Posa il cellulare sulla tovaglia.
“Ma che bel lavoro che hai fatto, eh? Chissà che buona”.
“Assaggia, dai”.
Mentre Francesca si porta alla bocca le prime forchettate, Paolo ha quasi finito.
“Bravo, è davvero buono”.
Finge di battere le mani.
“A te si vede che piace, eh? Hai già finito?”
“Senti, Francesca, è mezz’ora che aspetto come un cretino, avevo fame, va bene? Sempre con quel telefonino del…”
Si trattiene.
Francesca continua a mangiare, lentamente. Sembra giocherellare col cibo.
“Ma che voleva, poi?”, Paolo si è alzato per prendere la padella con l’altra pasta.
“No, niente”.
“Come, niente, ci hai parlato un quarto d’ora”.
“Ma niente, lo sai è anche lui in vacanza in Sardegna”.
“Non mi dire!”
“Dai, non fare lo scemo, ora. Voleva chiedermi se avevo intenzione di…”
“Di…”
“Se avevamo intenzione di andare al Billionaire, la sera di Ferragosto. Potrebbe farci avere delle riduzioni. Lui ci va spesso”.
“Ti piace, eh, Luca? Occhiali di Gucci, scarpe di Prada, Porsche e villa in Sardegna? Il meglio che si può avere dalla vita, no?”
“Ma che dici, idiota? Per chi mi hai preso?”
“Eh, lo so io, che se non fossi un poveraccio…”
“Ma che dici?”
“Se anche te e tua madre ci aveste i soldi…”
Paolo non sa più quello che dice.
“Non sai quello che dici, Paolo. Comunque non ti preoccupare, gli ho detto di no”.
“Ah, sì? Gli hai detto che siamo due poveracci e che non abbiamo i soldi per la benzina e il resto, per andare una sera a quel locale da stronzetti?”.
“Come sei stasera! No, gli ho detto che ci avevano invitato a una festa a San Teodoro, e che avevamo accettato. Poi il Billionaire è troppo lontano da noi”.
“Troppo lontano, eh?”
“Sì”.
“Festa a San Teodoro? Ti vergognavi a dirgli la verità?”
“Che verità?”
“Che sono un poveraccio. Che non possiamo permetterci una vacanza decente. Che per stare in questa merda di posto abbiamo fatto i salti mortali, da gennaio”.
“Ma sei impazzito?”, dice Francesca. Ma non lo dice convinta.
I due ragazzi hanno smesso di mangiare da un pezzo.
“Senti, adesso, sono io che non ho più fame. Anzi, ho ancora fame, ma non ho voglia di mangiare qui”.
Paolo prende la padella e il forchettone di legno. Va verso la porta. Mentre esce dice:
“Esco un po’”.
Appena uscito, Paolo appoggia sul cofano dell’auto la padella. Non è che abbia davvero così fame. Si volta per vedere se Francesca l’ha seguito. No. Si incammina, verso il mare. C’è andato un paio di volte a piedi. Da quando la bici è ko, Francesca non ha più messo il piede in spiaggia.
Mentre cammina Paolo vede una stella cadere. Non che sia importante. Abbassa la testa sul sentiero e guarda dove mette i piedi.
Nella casa, Francesca guarda il suo piatto, ormai quasi vuoto. Non ha voglia di finire. Il suo sguardo vaga un po’ per la casa. La porta di camera socchiusa. La luce ancora accesa. Francesca torna a sedere sul letto. Le lacrime cominciano a scendere. Accende lo stereo. Francesca pensa possa farla star meglio. Non migliorare le cose tra lei e Paolo, non far decollare la vacanza, non darle un lavoro da sogno. Ma farla star meglio, sì. Meno male c’è sempre uno che canta e la tristezza ce la fa passare.
La musica parte.
“Ho una canzone triste nel mio cuore”.
“Come mi conosce!”, dice Francesca a voce alta. La voce è un po’ rotta dal pianto. Francesca si sente così sola. Adesso sta proprio singhiozzando.
Da un’altra parte della Sardegna, in quel preciso momento, 850 persone stanno ascoltando una canzone di Zucchero. Hanno pagato mille euro, per cena e concerto. Stanno mangiando aragoste, ostriche, caviale e bevono champagne. Zucchero sta cantando a bordo piscina dell’Hotel Cala di Volpe, il compenso per la serata è di 300 mila euro.
Una signora sta scrivendo un sms sul telefonino. Zucchero se ne accorge, si arrabbia e inizia ad insultarla:
“Lavandino, baraccone, bagascione, cassonetto, sei uno schifo, puzzi come un’aringa”.
Poi il cantante prende una bottiglietta di Gatorade e la lancia in direzione della signora, ma sbaglia mira. L’oggetto sfiora un bambino e cade su un tavolo di miliardari russi. I russi rilanciano verso Zucchero la bottiglietta di plastica, che cade sul palco, poi cominciano a tirare bottiglie di vino e superalcolici. Bloccati al momento del lancio dagli addetti alla sicurezza, tentano allora l’assalto al palco per aggredire il cantante. Spintoni e urla. Zucchero continua a cantare. Solo i pompieri calmano la situazione. Un’altra canzone finisce. Zucchero dice:
“Non sono qui per voi ma per i soldi che mi danno”.
C’è qualche istante di silenzio. Poi, proprio come nello stereo di Francesca, comincia un’altra canzone.

L’uomo del telefono. Un racconto di Marco Montanaro


Marco Montanaro
L’uomo del telefono

-Signor Pezzini, lei è licenziato.
-Ma come?
-Sì, mi spiace, so che qualcuno della direzione le aveva addirittura parlato di una promozione di tipo A, ma sa, con tutto il lavoro che hanno devono aver fatto un po’ di confusione con Pizzini che, detto per inciso, ha avuto quella di tipo B.
-Ma io pensavo…
-Mi spiace.
-Ma perché me lo dice al telefono?
-Oh, questo è un fatto mio. Di persona non riesco mai a licenziare la gente. Voi dipendenti siete di due tipi: ci sono quelli che piagnucolano che hanno moglie e bambini, tutte queste storie sul precariato, e quelli che invece con un paio di giri di parole mi intortano e io non posso fare quello che va fatto.

‘L’uomo del telefono’ ero sempre stato io. Ore al telefono a proporre contratti per lavoro, oppure a convincere le mie donne lontane che avrebbero dovuto sposarmi, prima o poi. Invece questa volta mi toccava di esser licenziato, via telefono. Sempre meglio così, pensai, che via messenger. Ma certe cose sono sempre stato dell’idea che si debbano dire di persona.
Cominciai così un giro per l’Italia, mi misi in testa che dovevo andare a chiarire certe cose vis a vis con gente che non vedevo da anni.
Andò tutto liscio, come al solito passai per quello un po’ strano che fa cose improbabili. Ma sono sicuro che Annachiara, Luigi e Silvio furono davvero contenti di questa mia mossa; Angelo, Piera e Alberto rimasero sostanzialmente impassibili, ma me lo aspettavo; Sandra e Michela ci provarono ripetutamente; e anche Totò, che nel frattempo era diventato gay.
Fu con Elena che andò storto. Ci chiarimmo solo in apparenza. Poi mi fregò, perché nel dirci nuovamente addio lei mi baciò troppo vicino al labbro inferiore e io comunque le avevo tenuto la mano tutto il giorno. Insomma, dopo cinque minuti che ero in treno per tornare qui, fui tentato di chiamarla.
Sicuramente, fu tentata anche lei.
Resistemmo cinque minuti buoni.
Poi composi il suo numero, ma dava occupato.
Squillò il mio cellulare, era lei.

-Ho provato a chiamarti… Era occupato.
-Forse perché anch’io stavo provando a chiamarti?
-Ah… Ecco, come stai?
-Io bene. Tu?
-Sono confuso. Non abbiamo risolto niente.
-Ma io sono sposata.
-Questo, ormai, è un problema tuo.
-Ma perché ne stiamo riparlando al telefono? Ma allora che diavolo sei venuto a fare?
-Ah, tu mi farai impazzire, Elena.
-Senti, brutto stronzo…
-Tu! Mi hai chiamato brutto stronzo..!

Poi cadde la linea, colpa della galleria. In galleria la luce e il suono vanno a farsi benedire.
In quel periodo avevo la fortuna di riuscire a dormire ‘su comando’: se decidevo di farlo, nulla poteva fermarmi. Così dormii per tutto il viaggio di ritorno, col cellulare spento. Sicuramente Elena provava a chiamare e mi odiava per aver spento l’aggeggio. Ma io pure la odiavo, perché mi aveva incasinato il piano.
Quando mi svegliai, all’altezza di Taranto, mi venne in mente un racconto di Campanile in cui in uno scompartimento ne accadono di tutti i colori. Non so perché ci pensai, forse perché quel libro lo avevamo letto insieme, con Elena, o meglio: contemporaneamente. Era un’estate che ci eravamo lasciati e lei stava al mare, però ci sentivamo, di tanto in tanto. Leggevamo e pensavamo le stesse cose. Forse quell’ultima telefonata mi aveva ricordato questo: potenzialmente, sarebbe potuta andare avanti per sempre, e questa cosa mi spaventava, non per suo marito, che era l’anello di congiunzione tra l’uomo e lo space shuttle, non perché anch’io ero stato con lei; anzi, non so perché mi spaventasse, a pensarci bene.
Nei mesi successivi fui ossessionato dal cellulare, così un giorno lo gettai nella pattumiera. Rifiutai molti lavori perché non potevo lasciare il numero, uscii con alcune ragazze più giovani di me che proprio non capivano perché non volessi avere il loro. Allora mi misi a fare cose molto semplici.
Con Giulio ce ne andavamo in giro per le campagne a cercare la ‘perdita della verginità’: è quel preciso istante in cui la poesia diventa ferocia, ben rappresentato da quei gatti che leggiadri scendono dagli alberi con estrema delicatezza, muscoli tesi e pelo svelto, per poi piombare su un topolino che sta tra i cespugli pronti a sbranarlo. Facemmo delle belle indimenticabili.
Con Christian, il mio amico notoriamente misogino, invece, decidemmo di fare la ‘Nazionale delle Piccole Cose’. Se c’era la Nazionale Cantanti, quella Piloti, ecc., noi non vedevamo perché non dovesse esserci quella delle Piccole Cose. Ho ancora la formazione, schierammo un 4-4-2:
Caffè; Sigaretta – Panino con wurstel – Giornata al mare – Birra; Sigaretta a letto (possibilmente dopo l’amore) – Chiacchierata al bar – Passeggiata – Doccia; Una canzone – Bicicletta.
In panchina: Coca Cola; Sorriso di una persona particolare; Solletico; Gelato; Spaghetti col pomodoro fresco e basilico; Radersi; Cena in pizzeria.
Per la verità, Christian non era convinto di mettere in panchina Radersi, ma in attacco doveva per forza starci Bicicletta, secondo me. Più veloce.
Dopo alcuni mesi, incontrai per strada il mio vecchio capo, quello che mi aveva licenziato per telefono.

-Pizzini?
-Pezzini, dottore.
-Come sta? Mi spiace per quell’episodio…
-Oh, si figuri.
-Ha trovato lavoro? Se non sbaglio doveva sposarsi…?
-No, dottore, niente di tutto questo. Mi confonde con Pizzini.
-Ah, senta, io devo andare. Lei è giovane: si rifarà.

‘Lei è giovane, si rifarà’, mi frullò in testa fino al Natale successivo. A Natale io avvertivo sempre la mancanza di Elena, perché non lo avevamo mai passato insieme, ma come al solito ci sentivamo e pensavamo le stesse cose. Tranne che lei si divertiva e io no. Anche quel Natale io mi stavo annoiando, e ripensavo a ‘Lei è giovane, si rifarà’, senza sapere esattamente come rifarmi. Quando scartammo i regali, fui sorpreso perché mia nonna aveva deciso di regalarmi un cellulare. Era un modo, anche quello, per dirmi, ‘sei giovane, ti rifarai’. Ma al momento risi, perché non avrei mai immaginato mia nonna che mi regalava un cellulare, anche se sapevo che lei ne aveva uno e parlava tutto il giorno con le amiche urlando come una pazza, perché era leggermente sorda.
Guardai il cellulare per giorni, spento, sul comodino. Sapevo che c’era qualcosa che non andava. Aveva la videocamera come tutti i suoi simili, ormai, e mi ricordai dei filmati osè che avevamo fatto con Elena. Ecco, quello era un modo creativo per utilizzare questi cosi. Senza metterli in giro per Internet, ovvio.
Oppure quando le mandavo messaggi con dei versi di qualche poeta. O quando la chiamavo per leggerle qualcosa che mi aveva colpito. Certo, tutti modi molto creativi. Ma dirsi addio, o peggio ancora licenziare, via telefono? Durante la guerra qualcuno si sarà detto addio per lettera, sicuramente. Ma quello sì che era un modo molto romantico per dirsi qualcosa.
Insomma, un giorno accesi quel maledetto cellulare, e si mise a trillare.
Ovviamente pensai che fosse Elena.
Ovviamente non poteva essere Elena.
Ovviamente attesi un bel po’, prima di vedere chi fosse.
Ovviamente l’attesa si dilatò nella mia mente oltre i cinque trilli del telefono.
Ovviamente ero di nuovo schiavo della tecnologia.

Era Christian. Voleva farmi gli auguri di Natale con qualche giorno di ritardo. Disse che sapeva che non ero il tipo da auguri, e in fondo pensava di non trovarmi, data la mia idiosincrasia per il telefono. Disse che comunque era contento. Ma il vero motivo della telefonata era un altro: Christian si era messo con una, ed era innamorato. E questa era una notizia, data la sua storica misoginia. E come ogni persona innamorata, voleva condividere con la sua ragazza il suo modo di essere, e quindi anche la nostra amicizia. Sapeva che mi portavo sempre dietro la formazione della Nazionale delle Piccole Cose, e voleva che gliela leggessi al viva voce. Questo era il motivo della telefonata.
Sorrisi, sentii la voce di lei che rideva, contenta, e cominciai a leggere:
‘Caffè, Sigaretta, Panino…’

La morte nascosta negli origami – Un racconto di Riccardo Lionello


Riccardo Lionello
La morte nascosta negli origami

1. Un anonimo fagotto lanuginoso, non più grande d’una piramide di palle da cannone, impercettibilmente più piccolo d’una bomba H di vecchia generazione, giaceva abbandonato tra un centinaio di sacchetti della spazzatura che da almeno un mese impedivano l’ingresso alla magione De Meritis. Un muro di mattoni, edificato con spirito d’emulazione verso la Grande Muraglia Cinese, cingeva la casa innalzandosi a perdita d’occhio, quasi volesse superbamente toccare il cielo. Come al solito i fringuelli se ne infischiavano: l’apice delle mura sembrava il luogo ideale per il prolificare della specie, una panacea assai remota e certo più confortevole degli stomaci di gatti ed esseri umani; tutte le sere, palesavano la loro gratitudine con un tributo in cacchine. Nessun rapinatore di ville si sarebbe mai arrampicato senza correre il rischio di contrarre la morte e nessun parroco zelante si sarebbe mai sognato di benedire la casa. -Codesta è la dimora del demonio!- avrebbe gridato correndo lontano.
-Cip, cip- tubavano i fringuelli graziosi e rossi e gialli, con una continuità che solo un cinico potrebbe definire monotona. Nel mentre, un camioncino della nettezza urbana rallentava un momento davanti alla parete ovest ove era situato il gigantico cancello d’ingresso, per poi ripartire con aritmici borbottii di marmitta e dense volute d’ossido azotato. All’interno dell’abitacolo, dopo pochi minuti, sarebbe iniziata una discussione tra i due occupanti, Lou, veterano pluridecorato e maestro di spazzolone, e Roscoe, cadetto non salariato.
-Ehi Lou-,
-Che c’è Rosky?-,
-Potresti evitare di chiamarmi come un cacciatorpediniere, Lou?-,
-Era questo che volevi chiedermi? Di chiamarti con quel tuo nome da canadese?-, le arcate sopraccigliari di Lou s’erano alzate piene di sospetto, -Sarai mica vittima di una crisi d’identità, Rosky?-,
-Non ti preoccupare per me Lou, ti ricordo che ai test psicoattidudinali sono passato a pieni voti-.
L’unico modo per venire dichiarati inabili alla professione dello spazzino era fallire i test psicoattidudinali. Risposte come “sette tentati suicidi” se non “talvolta mi sento seguito dal sole” a domande aperte come “Quando ti tagli le unghie provi un piacevole senso di sadismo?” oppure “Se lo chef al ristorante spiega che non è possibile preparare la carbonara che desideri a causa della penuria di pepe nero, scegli un altro piatto o massacri lo chef con la forchetta da dolci?” erano sufficienti a guadagnarsi un timbro di rifiuto.
Mentre cercava di sistemarsi sul sedile nella sua postura più seriosa (-forse dovrei accavallare le gambe?-) Roscoe aveva seguitato a disquisire con certo fanatismo professionale,
-In verità volevo sapere di tutta quella immondizia davanti alla villa che non abbiamo raccolto. E se qualcuno del controllo se ne accorgesse? Non pensi sia il caso di tornare indietro?-. Il camioncino della nettezza s’era fermato davanti all’imbocco d’una rotonda. Una dozzina di corsie confluiva in lei eiaculando autovetture che, entrate da una parte, se ne uscivano dall’altra con un matematico criterio da moto centrifugo. Lou, imbarazzato, non badava più a quello che aveva da dirgli il collega, del resto era troppo occupato a capire chi avesse la precedenza.
-Caro Lou, siamo fratelli di tatuaggio, ricordi?- e così dicendo Roscoe s’arrotolò la manica della tuta, mostrando fiero il motto della scuola marchiato a caratteri lapidari romani: “Contro lo sporco e la sozzura, l’indefesso netturbino non ha paura, siamo un diritto e imperituro nume sopra ogni sudiciume”-,
Lou rinsavì mentre due piccole utilitarie lo chiudevano a panino,
-Ti sei ammattito Rosky, quella è una zona no, io non mi fermo mai nelle zone no-, e il compare, pieno di premura,
-Più no del ghetto dei musi meteci Lou?-, il ghetto dei “musi meteci” o zona afrocomunchippangai, era l’unico quartiere a SolfurCity dove i rifiuti venivano considerati sacri e quindi sacrilega la raccolta,
-Sì. Molto più NO, Rosky. Perché non dai una occhiata alla mappa e mi lasci in pace?-. Il camioncino con uno slancio ben al di sopra delle possibilità di un motore a scoppio, s’era infilato nella corsia più ravvicinata.
Il giovane apprendista aveva annuito, del tutto privo di potere decisionale. Non poteva guidare il camioncino, non poteva scegliere il programma radiofonico né scegliere cosa bere nella pausa pranzo, poteva prendersi l’epatite, questo sì; forse un giorno gli avrebbero concesso uno spazzolone grande invece di quel misero spazzoletto con cui puliva i marciapiedi dai rifiuti, ma non prima d’essersi rotolato nel fango e tra montagne di bottiglie di plastica per cinque o sei anni. La logistica nel lavoro dello spazzino richiedeva una certa malleabilità, i pervicaci finivano con l’essere giudicati ed emarginati alla stregua di miopi, femministe e mancini. Pensava a questo Roscoe, mentre guardava la mappa, a quanto era precaria la sua condizione di novellino, a quanto arrovellarsi in domande superflue l’avrebbe condotto tuttalpiù in un vicolo cieco o in qualche scantinato umido a mangiare la sua stessa forfora. La mappa di Lou si stendeva inscotchettata dietro il sedile di guida, monito della stazionaria superiorità intellettuale del veterano. Sarebbe stata una comune mappa cittadina di quelle che si possono comperare per pochi centesimi presso i chioschi turistici, non fosse per certi sì gialli e certi no neri che Lou aveva scritto con intenzione topografica. Lou pensava che in quel modo avrebbe ottenuto qualche premio come impiegato del mese, bruciando sul tempo i colleghi impegolati per le strade di SolfurCity. Per sì, s’intendeva che la zona era abitata dai fedeli contribuenti, una zona no significava invece evasione delle tasse, crimine organizzato o addirittura che i bidoni e i cassonetti erano stati riciclati come spazi abitativi dai rappresentanti più poveri dell’urbe. Questo voleva far credere Lou spazzino. Ma nei reconditi, ventilati spazi della sua cavità cranica le zone sì rappresentavano fonti di lucro, rifiuti interessanti come la morfina scaduta dell’ospedale militare o capi d’abbigliamento invenduti dei grandi magazzini. I no al contrario, segnalavano l’assenza di profitto, al massimo qualche bambola Barbie decapitata, inserita in un profilattico usato e posta capovolta sopra un mobiletto rococò sfasciato. La magione dei De Meritis sostava nel bel mezzo d’una zona NO, anzi, era di per sé stessa una zona NO; il proprietario, all’anagrafe Eraclito DeMeritis, riposava da circa mezz’ora davanti all’ingresso di casa, inconsciamente situato nell’esatto centro di quella O di calligrafia imparaticcia, dentro quella ogiva nera aperta sull’anima di Lou.
Accostando l’orecchio al fagotto tra i rifiuti si sarebbe sentito un russare irrequieto, un respiro scandito da una fervida fase R.E.M. Nelle paludi del subconscio il vecchio narcolettico recitava la parte d’un giovane straccione alla ricerca della verità e della bellezza neorealista, sogni talmente ricorrenti da renderlo, oltre che attore, regista, scenografo e a volte direttore della fotografia.
Lo svegliarono alcuni scarafaggi a cavallo di lacci emostatici; il cielo trascolorava già in tonalità brune, lasciandolo nei panni fin troppo barocchi d’un eccentrico riccone che tutto aveva visto e sperimentato e constatato. Scostò lemme un lembo di mantella che gli copriva la faccia e s’abbandonò ad un profondo, lemme sospiro, accompagnato scrupolosamente da due cisposi occhi di talpa. Prima d’entrare il vecchio si soffermò ancora un poco, giusto nella speranza di percepire qualche segno d’auspicio nel cielo. La stella polare sfavillava nella stessa certezza da punto fermo di sempre, l’unico corpo celeste ad essere uscito vivo dal fagocitante inquinamento luminoso di SolfurCity. -Dove diavolo si saranno cacciati? Che se ne siano dimenticati?-, si domandava il venerando; non si rivolgeva al servizio di nettezza urbana, certo sempre di nettezza si trattava, una nettezza dell’anima.
C’è chi, come Lou, sognava di scovare, dimenticati dentro un sacco della spazzatura, diamanti e rubini, c’è chi, come Roscoe, sperava vivamente in una paga striminzita al minimo sindacale, e c’è chi, come Eraclito De Meritis, riponeva fiducia nell’avvento d’una morte subitanea e salvifica. Se analizziamo l’espressione facciale modello pierrot e la posa da martire che il vecchio assumeva durante una qualsiasi delle sue sporadiche peregrinazioni, facilmente avremmo potuto comprendere quanto avesse smesso di nascondere la propria sofferenza, innanzitutto a se stesso. Stretto nella mano destra come se fosse l’unico arto abile rimastogli, il bastone in abete, stretto nella mano sinistra, come una sfera d’acciaio da portare per penitenza, la busta della spesa. E un fardello ben più grave delle verdure e della pasta di semola schiacciava sotto il suo peso quel poco di tranquillità cui dopo i novanterotti anni ci si arroga il diritto di possedere: era l’odio verso i servizi sanitari e l’industria farmaceutica, che per tanto tempo avevano contrastato il suo legittimo desiderio. A SolfurCity c’erano mille pillole in commercio, metà di queste creavano il male, fornivano la cura l’altra metà. Eraclito rientrava nella fascia dei consumatori platinum, non erano necessarie ricerche di mercato per capire quanto il Nostro fosse un prodigio d’ipocondria repressa, l’ultima vittima sacrificale dell’umanitarismo. Un esempio lampante: la sua pressione, talmente bassa che lo sfigmomanometro si rifiutava di misurarla, doveva essere frequentemente mitigata da dodici gocce di medicina. Spesso gli effetti straripavano fuori dalle indicazioni del foglio illustrativo così da costringerlo a prendere altre dodici gocce di un’altra medicina, per l’aumento della pressione. Che ovviamente diventava troppo alta e così via, su e giù, la pressione di Eraclito era come un ottovolante con i passeggeri che si lasciano trasportare indifferenti e un po’ annoiati, tanto quel giorno non c’era nulla di meglio da fare.
Eraclito aveva sfogliato le pagine dei necrologi e non gli erano sembrate affatto confortanti: Marisa Dubiase, anni 101; Daniela Fustanghi, anni 103; Benito Duillio, anni 112, morire pareva difficile; il libero arbitrio come la facoltà del suicidio, appariva materia plasmabile solo tra le mani dei coraggiosi. O dei disperati.
L’esistenza era diventata qualcosa di scomodo, di superfluo: in Eraclito non sussisteva nemmeno quel minimo di curiosità nella vita, tipica nei vecchi, quell’interesse morboso nell’assistere al consumarsi delle forze. La saggezza sarebbe tornata utile negli anni dell’infanzia, allora sì che se la sarebbe goduta con Marta e il suo gioco del dottore.
-Che gusto c’è a disporne senza potersene servire, che c’è di glorioso a fare i saggi standosene seduti in poltrona a titillarsi il deretano con una bacchetta non magica?-.

2. Dopo essersi destato tra la spazzatura, dopo aver varcato il cancello di casa e camminato per pochi metri sul viottolo, Eraclito s’addormentò di nuovo. L’unica vera malattia di Eraclito era la depressione, così affermava il suo analista. -Lei s’annoia a tal punto che il suo organismo non tollera oltre e così, per evitare di sorbire ancora la quotidiana monotonia, si spegne come si spengono le radio, quando danno i dibattiti politici-.
Certo era impossibile imputargli quei globuli rossi ammirabili nei vecchietti televisivi scavalca fossati per lungo, niente sorrisi di ceramica in primo piano né capelli d’argento, solo un po’ di pizzicorio alla prostata di tanto in tanto. La seggiola da studiolo sopra di cui per anni aveva appoggiato sedere e relativa saccoccia dei gioielli non presentava l’accoglienza ergonomica dei sedili d’oggi, intagliata nell’ebano com’era. Così, oltre a consumare i pantaloni, un’altra cosa ben più preziosa s’era col tempo rovinata.
Eraclito si destò che era immerso dentro la fontana di casa, tra le torbide e limacciose acque di una vasca profonda tre metri. Emerse fuori gonfiando le sue guance come un trombonista negro, ma il fiato non gli mancava, il suo organismo non aveva subito alcun danno da affogamento. Ruttò e dalla sua bocca uscirono sette litri d’acqua, alghe assortite e una grossa rana toro. -Che cosa diavolo stava cercando?- disse rivolgendosi all’anfibio. Dalla cima di una colonna che s’innalzava al centro della fontana, un gargoyle gli stava pisciando addosso. -Tu che hai come unico compito quello di proteggermi dai visitatori indesiderati, osi dunque ghermirmi e spaventarmi con la tua aria sardonica e la tua miasmatica orina?!- urlò. In effetti agli occhi d’un cieco, le interpretazioni prescindono il rivelante; Eraclito amava credere che in fondo non si trattasse solo d’un pezzo di pietra lavorata pedissequamente in stile gotico, piuttosto d’un servo triviale e fannullone uscito di peso da una commedia plautina con cui inveire occasionalmente. Uscito a fatica dalla vasca, s’incamminò alfine per il viottolo che portava al portone di casa. Conquistato un po’ di terreno con grande sacrificio, nemmeno fosse sul campo d’una partita di football, finì con l’inciampare sopra un gomitolo di gramigna, rotolò per una decina di metri per venire poi placato tra le spine d’una grossa pianta grassa messicana. Accadeva, delle volte. Da quando il giardiniere era morto, il giardino s’era trasformato in una trappola piena d’insidie, da rappresentare un pericolo pure per gli avventurieri di professione. Come valvola di sfogo, il vecchio padrone aveva preparato un prontuario di bestemmie talmente atroci che le sue labbra incartapecorite parevano allora rimpolparsi di vigore. Ahimè, il nobile parco aveva controvertito le proprie funzioni fino a mutarsi in giungla selvatica; non gli apparteneva più: dopo numerose lamentele, aveva ammutinato e infine abbandonato casa e padrone che sprofondavano. Gli unici ad avere ancora un controllo indiscusso sul territorio, nella più armonica delle convivenze, erano cinque cani: due setter inglesi, due pastori maremmani, un lurido bastardo. Un conflitto caotico si stava invece consumando sopra un altro territorio, quello cutaneo, imbastito da legioni di zecche bramose del loro sangue. Eraclito amava i suoi cinque quadrupedi, i cinque quadrupedi amavano le scatole di manzo e fagiolini della dispensa di Eraclito; per pascersi del contenuto di quelle scatole avevano imparato che bastava levare un orecchio, mettere in azione la coda o, nel caso il loro padrone a causa dell’arteriosclerosi dimenticasse di servir loro il rancio, diffondere latrati raccapriccianti al chiaro di luna. Dopodiché se ne tornavano alla loro attività preferita, fare la guardia al proprio sonno. Troppo pigri anche per salutare il padrone, in genere si limitavano a sillabare un woof. -Cartapesta, Ammorbo, Lazo, Sottana, Ieratico!- chiamò il padrone. Anche in questo caso la risposta non fu affatto confortante: -”wh”, “wh”, “wh”-.
Davanti al portone tarmato di casa provò una delle numerose chiavi del mazzo; armeggiò con una lunga chiave colore bronzo, con la dentellatura 4xxs 22/y, poi con un’altra chiave, una 2m 21/x, e ancora un’altra chiave, una enorme 3xxxl 22/z, e un’altra e un’altra ancora fino a notte inoltrata quando finalmente il vecchio udì il click della serratura. Ogni mese la faceva cambiare per fobia di intrusi e ladri di serrature. L’anello teneva il peso di tutte le sessanta chiavi che avevano aperto le toppe precedenti. -Perché?-, è una domanda plausibile ma agli anziani dobbiamo pur concedere un po’ di stravaganza, giusto?
Sedutosi sul divano del soggiorno, esausto, si versò un cicchetto, dimentico dell’allarme antifurto che suonava a poco meno di tre milioni di decibel.
-Mezzo litro di cognac, per stendere i nervi, e un paio di sigari per ravvivarli- disse tra sé. Da giovane era convinto che mai e poi mai sarebbe caduto nella facile tentazione degli stravizi; la sola vista degli uomini avvinazzati che incontrava agli angoli delle strade o nei pulpiti del clero, lo turbava profondamente. Ahimè l’avanzare degli anni aveva provveduto a un sistematico volta faccia, ringraziando il buon senso datogli dall’esperienza era di sicuro la soluzione migliore.
Eraclito non poteva sentire il rumore di passi proveniente dal primo piano, i passi di un mostro subumano a quattro tentacoli: la sua unica figlia, occupata dagli ultimi preparativi per il trasloco. La vide scendere con un grosso scatolone tra le mani e i suoi quaranta anni portati bene, seguita da un goffo ragazzetto in canottiera con i restanti due tentacoli, anch’esso con un grosso scatolone che ne celava il viso. La figlia cantava la musica di un famoso film per famiglie che Eraclito non poteva ricordare, impudentemente seguita dal controcanto del ragazzo. Eraclito dal suo canto, non tollerava che i pochi affetti che gli rimanevano, fossero ripartiti con ragazzetti in canottiera. Il nuovo marito. Questo è quello giusto, aveva soffiato la figlia nelle sue orecchie pelose. Poi il divorzio. Questo è quello giusto, aveva ripetuto l’anno seguente. Ad Eraclito quello nuovo sembrava tale e quale a quello vecchio, stessa insopportabile baldanza di yuppie fricchettone, stesso stile da parassita compiacente.
Si sarebbero trasferiti in una casetta modesta dove, a conti fatti, avrebbero copulato senza porsi più scrupoli. -Ho come l’impressione che tuo padre ci spii durante il coito- aveva affermato Marlo, parassita fricchettone, -A volte mi sembra addirittura di sentire il suo alito che esce dalla serratura della porta-.
Marlo non aveva un soldo, Eraclito lo sapeva: s’erano limitatati a spiegare che viveva ancora un’età prematura ai sacrifici del guadagno. Il vecchio avrebbe replicato che a sedici anni, verso la fine del primo conflitto mondiale, s’era genuflesso fino a divenir gobbo, solo per lucidare gli stivali di terribili ufficiali russi, ma qualcosa nel delicato meccanismo delle sue arrabbiature s’era inceppato. Un tempo sì, che si sarebbe arrabbiato sul serio. Avrebbe protestato con veemenza, si sarebbe opposto, avrebbe messo il suo bastone d’abete tra le ruote del carro nuziale, un tempo… Quel bastone che aveva usato come scettro del potere patriarcale ora serviva solo a reggere la sua stessa carcassa.
Il vecchio si limitò ad arrossire. -Beh questo è l’ultimo- constatò la ragazza appoggiando la scatola a terra. Eraclito provò a urlare ma ne uscì un suono di kazoo. Almeno una decina di scatoloni di medie e piccole dimensioni ingombravano il soggiorno, dandogli l’aspetto di un magazzino improvvisato. -Guarda quante cianfrusaglie-, pensava, -Tutti soldi che ho gettato al vento-. La donna avvicinò le labbra alla sua fronte rugosa per schioccarvi sopra un bacio, Eraclito lasciò fare.
-Pipino caro, non dovresti fumare il sigaro, lo sai meglio di me che ti fa venire il cancro-, -Il cancro- echeggiò il marito in canottiera. Il vecchio lanciò il sigaro contro il ragazzo ma la gittata fu breve, gli cadde tra le babbucce. -Cancro- osservò perplesso, -magari fosse facile-. Ma i due non avevano il tempo per ascoltarlo, si sarebbero persi la prima vera scopata dell’anno; -ciao ciao, ci sentiamo per telefono-, il camion traslochi suonò ammazza il vecchio col cric, i cani risposero sputando tonsille, furono necessari sessanta secondi circa prima del ritorno alla quiete. In modo indirettamente proporzionale, le cromie del rosso arrabbiatura sulla faccia del vecchio diminuirono con l’aumentare del silenzio, fino a che fu completo. E giunse orribile. In quei momenti di lucidità Eraclito sentiva il delicato sciabordio della dentiera applicata sommariamente col mastice, il suo stesso respiro rifluire tra i polmoni particella dopo particella, il sintomatico brontolio di stomaco diarroico d’imminente fuga che, insieme al naturale dispiegarsi delle altre sue funzioni elementari, lo faceva sentire vivo, maledettamente vivo!, quanto lo può essere una gomma masticante o un fungo champignon; solo un minuscolo pezzetto di quel puzzle che è l’universo, non troppo dissimile dal sigaro che stava fumando, un corpo animato finché il braciere è vivido, ma le cui cellule si sarebbero presto o tardi riorganizzate in un imprecisato mucchietto di cenere.
Solo un paio d’anni prima, vicino al nucleo della terra, un impiegato nell’ufficio morti naturali di nome Urguls Rara Domingos, aveva ottenuto alcuni stupendi origami che gli erano valsi i complimenti del caporeparto in persona. Peccato che l’orchidea selvaggia e il porcellino d’india nascondessero tra le proprie pieghe proprio la documentazione dell’idoneità di Eraclito De Meritis, esemplare maschio n°3499848839990040499078828, al decesso per decrepitezza.
Eraclito spense il secondo sigaro e cercò il telecomando; accesa la tivù, portò il volume al massimo. Nel telegiornale delle undici e mezza veniva trasmessa una catastrofe a 68.000 colori: il marrone prevaleva, complice un inondazione. -Quale ostentazione di beatitudine-, pensò Eraclito guardando i cadaveri trascinati dalla corrente. Guardò l’alto soffitto e s’augurò che un terremoto improvviso glielo facesse all’improvviso cadere addosso. Ma non successe nulla, il vetusto abitava in una zona piena di sedimenti sabbiosi, un quartiere relativamente tranquillo dove mai t’aspetteresti d’essere spazzato via da un meteorite. Poi, lo sguardo caustico, prese a parlare verso la platea di pixel dei morti indocinesi: -Se solo potessi assaporare ciò che state assaporando, abbandonarmi tranquillo alla corrente, lasciarmi trasportare fino ad avere i polmoni pieni di melma ed esalare il mio ultimo respiro tra le vostre grida brutali-. Il servizio terminò, era l’ora dei consigli sugli acquisti. Da bravo consumatore Eraclito si recò in bagno. Ivi, si tirò indietro gli zigomi per poi vederli ricadere; la forza di gravità implacabile spingeva l’ormai datato tegumento verso il suolo. Un sentimento di tristezza, ovvio, verso la natura ciclica dell’essere, si temperava nel compatimento; purtroppo non esisteva trattamento dermo-estetico in grado d’aiutarlo. Il vecchio si spogliò per guardarsi il torso, le membra rinsecchite, il pube canuto. Un facocero, una mummia egizia senza deificazione, un pupazzo di neve dopo l’inverno; la mente adombrata da ricordi passati, un virgulto e speranzoso imberbe diventato un gobbo dimenticato da tutti, costretto a dipingersi di malevolenza quanto lo stregone di un horror movie di serie b. Le gioie, poche, e le sofferenze, tante, avevano lasciato segni indelebili, vicoli ciechi e superstrade sulla valle del suo macrocefalo, avvallamenti talmente profondi che per rimuovere i residui di polvere e sporcizia sui generis che così spesso vi si depositano, Eraclito doveva usare una piccola spugna d’acciaio. Sul collo aveva fatto d’un difetto una qualità imprescindibile, utilizzando la pelle morta come portamonete.
Nonostante tutto Eraclito era un vecchio dall’eleganza ricercata, il classico Anzianotti cui non cederemo mai il nostro sedile sull’autobus, tanto il suo aspetto è sfarzosamente benestante; i suoi dodici completi da ricevimento, dodici completi da gran gala, dodici completi da gran gagà, una giubba da pesca alla trota, sette cappotti invernali con impunture di piume di struzzo, otto impermeabili con interno iridescente, le sue ventidue vestaglie di flanella a quadri ocra e bordeaux , tredici pantaloni di velluto a coste fitte, ventuno gilet ricamati da artigiani di Lilliput, un paio di rarissimi blue jeans slavati e stracciati, centoventuno paia di calzini di lana d’angora, ottantadue mutandoni di lana merinos, dieci copricapo d’alpaca e due di castoro imbalsamato, sei mantelle di pelliccia di yak, un centinaio di canottiere della salute di cotone in filo di Scozia, tre paia di babbucce antiscivolo elettronicamente riscaldate e infine la sua preziosa sciarpa in pelle di coccodrillo albino, riposavano dentro un grande armadio a due ante, pronti a ricoprire il macilento padrone, oltre che dei pregiati tessuti, del loro caratteristico odore di naftalina. Nel cassettone sottostante giaceva in un sacchetto di nylon ciò che potremmo chiamare un toupet, ad essere riduttivi; i capelli erano appartenuti a un fruttivendolo magrebino in bancarotta, all’anagrafe Abdel Fayyad. Dopo aver ipotecato il negozio, la casa e tutto il parentado con pappagalli domestici inclusi nel pacchetto, s’era deciso a cedere il proprio fulgido cuoio presso un centro di innesti cibernetici a Casablanca. In cambio ricevette un sacco di farina. -Datemene due-, aveva chiesto il fruttivendolo. -Ti dovrai accontentare-, gli fu risposto dal chirurgo, mentre un bisturi affilato lavorava di fino. Abdel Fayyad, uovo di palla da bowling, si stancò presto dei nomignoli che gli affibbiavano per le vie del suo paese natale; risolse il problema con colla industriale e pelo di cammello. Quanto prima, nel deserto sud-sahariano, un camelide da soma sarebbe morto sotto le zoccolate degli amici causa l’aspetto antiestetico.
Il prodotto di questa filippica è un oggetto delicato, richiedeva quotidiane cure e manutenzione. Ma Eraclito non badava più a certi dettagli. Niente aveva più senso. Con le balle a fior di pavimento e il parruccone messo al contrario, invocava la grazia tutti i giorni innanzi al cristo in legno appeso nella camera da letto. Sperava in una manna, o in qualche invito ad un party. Nella stanza risiedeva il letto, un consunto baldacchino, vuoto da troppo tempo. -A che serve poi pregare, Dio non sembra sufficiente a riempire il vuoto, nemmeno il vuoto che intercorre tra le unghie-, si rammentò Eraclito infilandosi sotto le coperte; -dicono che sia ovunque, che può fare qualsiasi cosa, basterebbe uno solo schiocco di dita, un fischio, eppure-. Mandato un bacio alla foto sul comodino, il vecchio aveva provato a chiudere gli occhi ma la narcolessia s’era presentata fulminea. Calava il sipario del letto a baldacchino e insieme calava il sipario sopra un tedioso spettacolo quotidiano.
Il folklore di SolfurCity aveva maturato strane idee sulla presunta scomparsa dei coniugi DeMeritis. Si pensava fossero deceduti senza scalpore, entrambi inghiottiti dall’ombra di un funerale privato, lontano dalla trivialità di apologie e dalla ipocrisia di orazioni funebri come dalla rapacità degli interessi notarili. Del resto le poche apparizioni pubbliche del vegliardo non destavano alcun sospetto: avvolto com’era, veniva scambiato per un monaco di qualche strano ordine desueto, se non per il partecipante di qualche gioco di ruolo persosi momentaneamente. Dopo il sorpasso dell’ottuagenaria età, Eraclito aveva osservato impotente, mentre un colpo apoplettico si portava via la moglie. Sarebbe bastata una telefonata o una lettera, invece non s’era più fatta viva. Da quando l’aveva lasciato solo, l’immaginazione aveva subito provato a rimpiazzarla; poche ma vivide immagini lo perseguitavano, immagini d’una signora piacente e un po’ vamp, al largo di qualche molo bianco acceso, mentre una gragnola di fischi emessi da prestanti giovanotti dalla fronte bassa pioveva sopra il suo corpo vestito d’un laccio da scarpe. Urgeva un sostituto, qualcuno cui redirigere le dosi di frusta. Eraclito s’era quindi recato presso un sexyshop per l’acquisto di Luisa, la bambola gonfiabile. Aveva poi guidato in direzione del comune. Non se ne parlò, fu costretto ad accontentarsi d’un mero concubinato.
Rammenda la fodera del cuscino! Lustrami i talloni! Prepara una torta di mirtilli! Togli le fottute ragnatele dall’ingresso! Niente, Luisa non ne voleva sapere. Lo guardava a bocca spalancata in un misto di piacere e paura. Eraclito l’aveva subito riposta nella scatola e gettata nella spazzatura. -Spero non mi mettano in galera per questo-, pensò tornandosene in casa. Poi, sfogliando la pubblicità di biancheria intima, si disse che mai avrebbe capito le donne. Avrebbe anche fatto a meno di capirle se solo fosse stato occupato. Un pomeriggio poggiò le sue mani di bibliofilo sul telefono e chiamò un numero verde. Alle sedici in punto del giorno dopo, un’abitante del sud-est del mondo si presentò all’ingresso. Una pianta carnivora in giardino per poco non l’aveva divorata.
Taglia le carotine! Usa l’antiossidante per quei rubinetti! Ho detto il New Yorker, non il New York Times! Sintonizzami i canali della tivù sulle reti regionali! No, ho cambiato idea, va a comprarmi una parabola, m’è venuta voglia d’un po’ di roba straniera! Installami la parabola! No! Cosa credi, che i soldi escano dal mio deretano insieme a quelle schifezze che mi prepari? Non ho voglia di pagare un tecnico, quindi installami quella parabola prima dell’inizio del campionato femminile di ping pong, o ti faccio assaggiare la suola delle mie ciabatte! No! No! No!
La povera abitante del sud-est del mondo fece il possibile. La corrente elettrica percorse il suo corpo per quarantacinque minuti. Vinse la Mongolia. Poi il canale divenne disturbato. Un piccolo cumulo di cenere, vestito di capi falsati, esalava il suo ultimo afflato. -Dove diavolo è andata a finire?- si domandò Eraclito. -Poco male, non gli avevo ancora pagato il mensile-.

3. Eraclito fu un indiscusso collezionista di libri rari. Rimpiangeva i tempi in cui percorreva migliaia di chilometri, via mare e via cielo, solo per annusare la muffa d’una copertina rilegata. A causa della narcolessia non poteva più servirsi né di aeroplani né di navi né di treni né di paracadute. L’ultima volta che aveva viaggiato aveva perduto la coincidenza per Vienna e s’era ritrovato a Addis Abeba, in Etiopia.
-Credo che ritarderò un poco-, aveva sibilato in una chiamata internazionale presso l’ambasciata, poi s’era addormentato con la cornetta in mano. Le imprecazioni di Odon Von Hoffmann, procacciatore di libri rari austriaco, durarono anche dopo il termine della telefonata, riempiendo di sospetto certi animisti autoctoni che, dopo una riunione approssimativa, diedero fuoco all’intero locale. Odon, da lì a poco, avrebbe gettato manciate di sabbia sull’intera carriera del Nostro. -Non solo non si presenta agli appuntamenti, addirittura mi chiama tutto contrito e poi fa le pernacchie al telefono. Un atteggiamento deplorevole-. Eraclito s’era già cimentato a contrastare quei pericolosi disturbi: ginnastica, pinzette sulle palpebre, la cuccuma del caffè sempre sul fuoco del camino. Niente da fare, era come vivere nella plancia cortocircuitata d’un robot.
Una piccola botola posta nel bel mezzo del giardino inselvatichito di Eraclito, chiudeva l’accesso ad una lunga spirale di pietra arenaria, scavata sottoterra per sedici metri. Dopo due portoni blindati e controllati a vista da un balestriere stipendiato, si trovava la grande libreria privata. Eraclito voleva bene più ai libri che alle persone, se la gente si fosse potuta sfogliare sarebbe andato direttamente alle note di copertina. Per il vecchio la letteratura era sempre stata una campana di vetro. Verso i trenta, dopo aver letto “Alice nel paese delle meraviglie”, si immedesimò nel personaggio protagonista a tal punto che volle inghiottire dell’amanita muscaria. -Voglio essere alto, altissimo!-. Purtroppo l’unica cosa ad aumentare d’altezza furono i conati di vomito e i valori di colesterolo.

4. Una mattina. Sarebbe scorretto definirla LA mattina, difatti niente è più determinativo nella piatta esistenza del Nostro. UNA mattina quindi Eraclito si svegliò di malumore, come al solito. -Come faccio a indossare la ciabatta destra col piede destro e la ciabatta sinistra col piede sinistro con queste serrande abbassate?!- disse. Da vedovo, Eraclito girava per casa indossando metà del suo guardaroba e lavandosi i denti con le dita. Il tubetto del dentifricio era esploso a causa del freddo. Il vecchio sembrava il campionario d’una fiera dei tessuti o il diario vivente di un blasfemo. Non aveva avuto la forza di recarsi alle poste per pagare le bollette del gas, così addio fornitura. -Se nel medioevo non si facevano scrupoli, non capisco perché dovrei farmene io-. Il luogo più caldo della casa, un caminetto acceso, misurava sette gradi sotto lo zero. Eraclito salì sopra uno sgabello, legò una corda al lampadario del soggiorno, s’accertò d’aver annodato saldamente l’asola, e vi infilò la testa dentro. Fece un passo verso il vuoto di trenta centimetri, l’altezza dello sgabello, e sentì la corda stringersi al collo con un violento strattone. Attese per sette giorni. Nell’ottavo giorno un postino entrò dalla finestra. -Oh no, noo!!- gridò l’uomo costernato. Poi, sentendo che l’uomo stava lì lì per svegliarsi tirò un sospiro di sollievo. -Dovrebbe firmarmi questa- disse tendendogli un cartoncino. Eraclito firmò la raccomandata, una multa presa in autobus, e si riaddormentò.
La goccia cadde da un cielo piovoso d’inizio inverno, entrando dalle tegole bisognose di riparazioni per scivolare poi nel vaso da notte di Eraclito. E il vaso traboccò, di liquami puzzolenti. Eraclito fu svegliato da un gorgoglio orribile, e subito costretto ad ingaggiare un combattimento ravvicinato con i suoi stessi escrementi che, grazie alla temperatura glaciale della casa, s’erano solidificati in forma antropomorfa. -Forse dovrei cambiare alloggio-, sospettava tra uno schizzo di diarrea schivato e un flutto di orina parato. -All’occorrenza un posto più piccolo, uno di quei ultramoderni miniappartamenti con le lampadine che si accendono e i rubinetti in ferro battuto-. Venne l’alba e il mostro si rifugiò in qualche fessura sul pavimento del solario. Non passò molto prima che Eraclito decidesse di scrivere “In Vendita” sopra un cartello di truciolato. Lo piantò nel giardino col martello e sedette sopra una sedia a dondolo a destra della porta d’ingresso. -Aspetterò qui fino a quando arriveranno-. Il citofono suonò una dozzina di secondi dopo. Lesto, Eraclito si rifugiò al sicuro. In lontananza, nascosto dalle tendine dell’ingresso, già poteva scorgere due sagome. -Dove sono i cani?-, si chiese battendo i piedi per terra, -perché non escono ad azzannarli?-. La sveglia dei cani coincideva con il suono dell’apriscatole, la possibilità d’altre sveglie, come, per esempio, il suono dei rivoltosi durante la presa della Bastiglia non veniva minimamente considerata.
Il campanello si fece insistente. I due giovani guardavano l’inferno tropicale appena dietro le inferriata del cancello, metri e metri d’arbusti intrecciati a oscurare il sole.
-Uiih che bello, potremmo farci una piscina qui, e lì un gazebo per prendere l’assenzio-. Eraclito guardò la sua vecchia casa pensando a come fosse cambiata negli anni. Di sicuro un colpo di straccio con acqua e disinfestante gli avrebbe ridato il passato splendore, eppure chi mai si sarebbe preso quella responsabilità senza avanzare incalcolabili pretese?
I due acquirenti portavano i jeans dalla vita in su e il maglione dalla vita in giù, era la moda e niente più.
-Pazzi sciroccati-, asserì Eraclito mentre questi invadevano il suo spazio vitale.
-Come?- fece la ragazza.
-Siete i benvenuti- si corresse Eraclito con un sorriso stentato, -prego accomodatevi in soggiorno, vi preparo una tisana-. -Dove ho messo il veleno per topi?- si chiese sbattocchiando tra i ripiani del mobiletto in cucina.
Intanto sentiva il vocio dalla stanza accanto,
-Abbattere, rimodernare, open space, quando scopiamo, carta da parati tipo mitologia greca o tucani azzurri, vecchio pazzo e odore di merda- fu tutto quello che riuscì a sentire. Portando due tazze d’acqua piovana, Eraclito fece il suo ingresso già con un prezzo in mente. Allora sarebbe stato Acapulco, whisky doppi ed allegria. I giovinotti tenevano ben alti i loro nasi da membri della razza ariana, scuotendo la testa di tanto in tanto come biondi metronomi.
-Per i costi di ristrutturazione ci vorrà una fortuna- disse il maschio, -e poi cos’è quell’affare nell’interstizio? Un nido di pipistrelli? E i cani? Bisognerà mandarli in un canile. E il giardino? Ci toccherà chiamare l’esercito-.
Iniziò la trattativa. Il prezzo di base stabilito dal vecchio era -denaro, molto denaro-. Il giovane scribacchiò veloce sopra un foglietto. -Stak!- fece il foglietto, il suono del ring, l’incontro era già volto al termine. Eraclito stava a terra per k.o. tecnico. I due lo scavalcarono e guadagnarono verso l’uscita.
-Avidi schifosi-, borbottò tra sé.
-Come ha detto?- la ragazza allungò il collo di gallina.
-Giovini deliziosi-, tossicchiò il vecchio. -Avete l’aspetto dei tempi futuri. Un giorno ero anch’io..-.
I giovani erano già schizzati via a bordo del loro sidecar color vinaccia. Il sole componeva strani giochi di luce tra i loro bellissimi capelli al vento: -Speriamo di non diventare mai come quel reduce dei tempi remoti- esclamarono.
Venne fissata una data per la cessione e tutto il resto, i giovani tornarono la settimana dopo, vennero firmate le carte, gli assegni. Eraclito doveva lasciare la casa entro 48 ore. Successe tutto così in fretta che non s’era potuto nemmeno preoccupare di trovarsi una nuova dimora.

5. Nel vecchio la percezione del tempo, fino ad allora costipata, veniva finalmente espletata come un missile al fulmicotone. Una lampadina s’accese, flebile. -I giovinastri non sanno della mia libreria sotterranea, potrei..-, sì Eraclito, potresti, solo coi tuoi libri, solo tra centinaia d’anni di sapere, la morte perfetta, la tua morte privata. Eraclito avrebbe licenziato il balestriere a difesa della libreria, avrebbe cacciato il gargoyle. A poche ore dall’arrivo dei nuovi inquilini Eraclito avrebbe fatto dispensa per un anno, pane di semola, acciughe in agrodolce e cognac, una dieta completa. Sarebbe sceso nel sottosuolo a circa 2.000.000 di km dal nucleo ardente del mondo. Nel kit di sopravvivenza, il suo parrucchino, la televisione e un fascio di legna da ardere. Ovviamente si sarebbe rifugiato con Cartapesta, Ammorbo, Lazo, Sottana, e sì, pure con quel lurido bastardo di Ieratico.
-Nemmeno le S.S. mi troverebbero quaggiù- avrebbe sghignazzato sfregandosi le mani. Ma quella lampadina che s’era accesa per un attimo veniva alimentata dal fuoco della fantasia. Finché la documentazione restava celata agli occhi degli addetti mortiferi Eraclito sarebbe campato in eterno. La vecchia dimora dei DeMeritis avrebbe presto assunto l’aspetto di un pretenzioso night club per astronauti.

6. Eraclito s’era visto costretto a trasferirsi nel quartiere artistoide di SolfurCity dove gli affitti erano ancora bassi. Spartiva un seminterrato di quindici metri quadrati con un collettivo di pittori veristi che avevano il vizio di mettere le anfetamine nel soffritto.
-Molto vero- dicevano al vecchio, mentre ne dipingevano le impudicizie. I pittori adoravano il vecchio, un’adorazione dettata non certo dalla simpatia e dalle qualità intrinseche al vecchio, ma dal fatto che presto, grazie a quei nudi straripanti, sarebbero diventati tutti ricchi sfondati, aspetto che avrebbe permesso loro di dedicarsi esclusivamente alle anfetamine. Eraclito si sentiva felice. Non gli importava il motivo per cui era al centro dell’attenzione di quel trio di squinternati, gli bastava esserlo e basta. Vivere tra la gioventù aveva instillato in lui il tassello mancante, la voglia di divertimenti e di fichi fichi e di inutilità mascherata da storia occhei supergiusta. Ma ahimè e ahituttiquanti, Urguls Rara Domingos, impiegato all’ufficio morti naturali nel caldo nucleo terrestre, era stato licenziato e spedito a dirigere il traffico d’anime, piano terra. Gli origami, una volta smontate le complesse architetture, avevano rivelato la loro reale natura davanti allo sguardo allibito del capoufficio. -Mr. Eraclito De Meritis (che razza di nome è?), esemplare maschio n°3499848839990040499078828… qui all’ufficio morti naturali ci sbagliamo una volta ogni mille anni. Tu sei stato l’ultimo-. E furono anche le ultime parole pronunciate dal capoufficio morti naturali prima del mandato esecutivo.
Eraclito uscendo dal seminterrato per annusare le margherite, accarezzare i capelli dei bimbi, sorseggiare un bicchiere di latte caldo al tramonto e pulirsi le orecchie con dei bastoncini cotonati al supermercato, per poi riporli nella confezione senza acquistarli, fu investito da un piccolo camioncino della nettezza urbana. -Ma come?- aveva detto, mentre l’ambulanza lo portava via,
-Stia fermo- un paramedico gli teneva la mano sulla fronte, -ogni movimento inconsulto potrebbe risultarle fatale-, Eraclito scoppiò a ridere, -Ma io non posso morire caro signore. Non posso proprio-. Ma non s’accorse il povero vecchio, che un sottile filo di sangue stava scendendo dalla sua bocca, come un verme che dopo essersi saziato del tutto, avesse deciso d’uscire, portandosi appresso la vita. Eraclito si portò le dita alla bocca e guardò il rosso di quel sangue, incredulo. E fu il buio o la luce, non lo so.
Ancora un giorno e sarebbe entrato nei primati come l’uomo più vecchio del mondo. Maria Gioveffa Sontuoza, la donna più vecchia del mondo, ebbe una strana sensazione quel meriggio. Girò la manovella d’un antiquato grammofono e, per quanto le gambe glielo potevano permettere, ballò un gioioso ballo di San Vito.

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