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Due speciali di Musicaos.it, “Razionali Senza Filtro” (06) e “La cattiva strada” (07)


Musicaos.it – “Razionali Senza Filtro” (2006)



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con testi di Massimiliano Zambetta, Vittorino Curci, Nicola Lagioia, Carlo M. Dentali, Marina Pizzi, Manila Benedetto, Elisabetta Liguori, Oronzo Liuzzi, Maria Zimotti, Stefano Donno, Luciano Pagano

Musicaos.it - “La cattiva strada” (2007)


(clicca per scaricare in pdf)

Il numero dedicato nel 2007 ai tre anni di Musicaos.it – uno sguardo su poesia e letteratura, contiene i racconti e le poesie di Michele Lupo - Grand Dessert Capitta, Elisabetta Liguori - L’uomo che sedeva alla mia scrivania, Massimiliano Zambetta - Apulian jet society, Christian Sinicco – Ballate di Lagosta, Mauro Daltin - Latitanze, Luigi Nacci - Storia del quaderno ritrovato in treno, Osvaldo Piliego – Moonlight Serenade, Luciano Pagano - Harakiri, Euro Carello - Viaggiare la vita leggeri, Maurizio Cotrona - per Londra, Stefano Donno - O.D., ORODè - La tarantola, Marco Montanaro - Una serie di fortuite circostanze, Irene Leo – Senza tempo, Gianluca Parravicini - Puzza di fumo tra Andrea Camilleri e Paolo Conte, Beatrice Protino - Di quando le vacche inondarono di vernici spray, Domenico Cipriano - Invito al viaggio, Filomena V. E. Matarrese (pentesilea) – Ireland as a shamrock, Agata Spinelli - Las Vegas

http://www.musicaos.it

Il classico pugliese viaggia in rete


Letture nella rete
Il classico pugliese viaggia in rete con alcuni tra i titoli più interessanti della produzione letteraria e autoriale regionale degli ultimi anni. Un’iniziativa della redazione di Bari del quotidiano “La Repubblica”

Sull’esistenza di una ‘scuola’ pugliese della narrativa, un po’ come dell’esistenza di una scuola ‘siciliana’ della poesia, con le debite distanze storiche e soprattutto il beneficio del gusto estivo per la provocazione, si è discusso molto e si continuerà a discutere. Discorsi che spesso si fanno davanti a un caffè in ghiaccio, così come parlare di best-seller dell’estate, prima ancora che mansione della critica, è un compito che il lettore assume da sé, volentieri, sperduto nella selva coloratissima dei primi ombrelloni, con la pancia in sù e…un ebook.

Interessante iniziativa quindi, quella promossa dalla redazione di Bari del quotidiano “La Repubblica”, che a partire dal 14 giugno scorso ha messo a disposizione per il download gratuito (l’indirizzo è: http://temi.repubblica.it/repubblicabari-i-libri/) alcuni tra i titoli più interessanti della produzione letteraria di autori pugliesi degli ultimi anni. Sono 14 titoli tra romanzi, saggi e antologie, che ci potranno far trascorrere una bella estate di letture a basso costo e ad altissimo rendimento.

A dare il via all’iniziativa è stato Mario Desiati, con il suo esordio narrativo “Neppure quando è notte” (Pequod Edizioni), il romanzo che pose da subito il giovane autore all’attenzione della critica nazionale. Forse non tutti fecero in tempo a procurarsi in libreria quel fortunato esordio (fate ancora in tempo); adesso Mario Desiati è giunto al suo quarto romanzo, “Ternitti”, con cui concorre nella cinquina dello Strega, e il pensiero corre a nemmeno dieci anni fa, otto per l’esattezza, e al ricordo di un intellettuale di altri tempi Enzo Siciliano, che a proposito di questo romanzo, su “L’Unità”, scrisse: “Che paese diverso sarebbe il nostro se certi politici si prendessero la briga di leggere i romanzi dei giovani scrittori per capire cosa spinge le nuove generazioni alla disobbedienza.”. Una riflessione analoga può essere dedicata al libro di Beppe Lopez, “Capatosta”, nella nuova edizione di Besa Editrice scaricabile sempre gratuitamente fino al 18 luglio.

Al suo apparire con Mondadori, nel settembre del 2000, il romanzo Capatosta di Beppe Lopez si impose subito all’attenzione dei lettori e della critica per quattro peculiarità: perché scritto in un linguaggio mai prima di allora usato in letteratura, un idioletto ricavato dall’autore intrecciando italiano parlato e un materiale dialettale – quello pugliese – considerato “minore”; perché ambientato in un mondo mai prima descritto, un Sud né contadino né operaio, né rurale né cittadino, né magico né metropolitano, come sospeso in una fase astorica di inconsapevolezza collettiva e individuale; perché dava voce a una plebe estranea ed estraniata dalla storia e dalla stessa letteratura; perché incentrato su un personaggio forte, memorabile, in assoluto – come è stato detto – “uno dei ritratti femminili più belli della narrativa italiana”.

Il testo di questa edizione – che vede la luce esattamente a dieci anni dalla prima – è frutto di un’attenta rilettura, di revisioni e di correzioni alle quali l’autore ha ritenuto necessario e doveroso sottoporre la stesura “sperimentale” del 2000, restituendoci quello che può già considerarsi un “classico” della narrativa meridionale a una più adeguata altezza di coerenza e accuratezza linguistica.

Ma le sorprese non finiscono qui, potrebbe affermare qualche giornalista più esperto. Dal 24 luglio e fino al 23 agosto, quindi per tutto il periodo più caldo dell’estate, sarà possibile scaricare “Lo scriba di Càsole” (Besa Editrice) di Raffaele Gorgoni. Quando il romanzo venne pubblicato, a ridosso dell’estate del 2004, concludevo così una recensione pubblicata su Musicaos.it “L’equilibrio è sottile, questo romanzo riesce a staccarsi dai clichè di cui è intriso l’immaginario collettivo idruntino gravitando il centro dell’attenzione altrove, nel momento giusto, facendoci intuire altri possibili sviluppi, dicendoci in sostanza che questo non è un romanzo su Otranto ma una metafora storica dei rapporti/conflitti tra culture, tra classico (la scrittura amanuense, la gerarchia dei saperi, i libri proibiti) e moderno (le opere consultabili, le biblioteche che si accrescono, la stampa a caratteri mobili) chiusa in una vicenda ben narrata”. Dalla pubblicazione del romanzo di Gorgoni in poi sono stati tanti i titoli pubblicati nella nostra regione nei quali l’immaginario storico si è fuso alla vicenda inventata sullo sfondo di questa terra. Una cosa è certa, nel rileggere oggi “Lo scriba di Càsole” continuiamo a trovare la stessa freschezza, frutto di un lavoro dell’autore sulla lingua e sulla costruzione della vicenda narrata degno del migliore e più ‘scafato’ autore di best-seller londinese; anche questo un gioiello della nostra contemporaneità che ha saputo fare scuola nel tempo.

E per la saggistica? Basta fare due nomi. Tanto per cominciare “Mal di Levante” (Laterza) di Franco Cassano e “Babbo Natale” di Nicola Lagioia (Fazi). Per quanto riguarda il primo titolo metto in atto un gesto di perfidia, perché mentre scrivo questo articolo il download del testo non è più possibile, quindi chi non si è affrettato a scaricarlo potrà leggerlo acquistandolo in libreria. E già perché questi sono classici ‘a orologeria’, e non c’è niente di peggio che andare sul sito all’indirizzo indicato per scaricare il titolo preferito o che più ci ha incuriosito per accorgersi che non è più lì. Per quanto riguarda il saggio di Nicola Lagioia, vincitore del Premio Viareggio-Repaci 2010 con il suo “Riportando tutto a casa” (Einaudi) ci troviamo di fronte a un saggio che analizza in parallelo l’evoluzione dei ‘2’ Babbi Natale che siamo abituati a conoscere, quello legato alla tradizione cristiano-occidentale delle festività natalizie e quello utilizzato come ‘icona’ pubblicitaria dalla più nota marca produttrice di bevande gassate, non la Pepsi-Cola, quell’altra.

C’è anche lo struggente romanzo di Vito Bruno, sempre edito da Fazi, “Il ragazzo che credeva in Dio”, con il suo “coro di personaggi alle prese con la quotidiana lotta per la sopravvivenza sullo sfondo di una Taranto torrida e inquinata”. La stessa Taranto che torna spesso nei racconti e nei romanzi di Cosimo Argentina, altro giovane e già ‘classico’ contemporaneo della nostra scrittura, presente in questa iniziativa con “Beata ignoranza” (Fandango), un pamphlet sullo stato attuale della nostra scuola e del sistema dell’istruzione; ed è ancora Taranto che fa da sfondo e protagonista della serrata inchiesta di Giuliano Foschini, “Quindici passi” (Fandango) dedicata a tutto ciò che ruota attorno a quel breve spazio, solo “quindici passi”, che separa lo stabilimento dell’ILVA di Taranto dal cimitero di San Brunone, dove molti operai sono stati sepolti.

E c’è “1943 Qui Radio Bari” (Edizioni Dedalo), del giornalista Antonio Rossano, scomparso di recente e che tanto ha dato alla nostra cultura. In questo libro racconta le vicende di Radio Bari, forse l’unica esperienza di emittenza ‘libera’ nell’Europa della Seconda Guerra Mondiale, tanto da provocare il plauso del Times e l’ira di Berlino, e poi ci sono “Il cattivo soggetto” di Rubini/Starnone/Cavalluzzi e “Mordi e fuggi” entrambi editi da Manni, insieme a un altro titolo edito da Laterza, “Talenti per l’impresa”, un libro a più mani (Carofiglio, D’Amicis, Don Pasta, Lagioia, Marocco) su cinque giovani esperienze del fare impresa in Puglia.

Per quanto riguarda la narrativa l’unica donna presente è Elisabetta Liguori, con “Il correttore”, edito da Pequod Edizioni nel 2007, una bella prova narrativa alla quale avrei visto volentieri affiancati i romanzi di altre brave autrici pugliesi, che magari potranno essere presenti in altra analoga iniziativa; insieme a lei c’è Agnese De Donato e il suo “Cosa fa stasera?” (Dedalo), raccolta di oltre cento interviste (a personaggi noti e meno noti) pubblicate su Paesesera tra gli anni ‘70 e ‘80.

Approfitto di questa occasione per citare quello che per me è stato un classico, si tratta di un romanzo che nomino sempre ogni volta che alla presentazione di un mio libro mi fanno la fatidica domanda “di quali libri pubblicati in Puglia suggeriresti la lettura?”; si tratta di “Un refolo di vento” esordio e ‘unico’ di Salvatore Stefanoni (Besa Editrice, Lune Nuove). Una storia incredibile che ai tempi di grandi fratelli, intercettazioni e affini è divenuta credibilissima, scritta in una lingua ‘nuova’, attuale e inattuale allo stesso tempo, una storia sanguigna, violenta e poetica; un libro da leggere e che, ho già deciso, mi farà compagnia per la seconda volta d’estate, come nel 2003.

Una cosa è certa, in questo periodo di esami di maturità è un po’ come se al giovane scrittore, desideroso di conoscere che cosa c’è di buono da seguire come esempio, avessero dato di nascosto la traccia dell’esame già svolta; questi testi ci aiuteranno a fare il punto sulla ‘nostra’ scrittura, sulla nostra terra e sul nostro paese, proprio nel periodo estivo, così da non avere nessuna scusa quando, tornando sui ‘banchi di scuola’, a settembre, dovremo attendere alle prime interrogazioni.

http://twitter.com/lucianopagano

articolo pubblicato su “Il Paese Nuovo” di oggi,
martedì 28 giugno 2011

“I DIALOGHI DEL RISVEGLIO Lentobus n.°2″ di Elisabetta Liguori


Elisabetta Liguori
I DIALOGHI DEL RISVEGLIO
Lentobus n.°2

- Reality, sempre reality. Insomma, mi stai dicendo: nessuna commedia, neppure per una sera, niente. In questo letto, soprattutto. E ti pareva? Ma dico io: se è vero come è vero, che tu hai una passione bruciante; oh, se brucia adesso, brucia, brucia; ok brucia, ma perché mai questa passione deve entrare in cucina come un tornado, in frigorifero svuotandolo, e pure in camera da letto deve entrare? -
- In che senso scusa? Che, per caso, devo fingere, per farti vivere più serenamente questo passaggio? Se non mi sento, non mi sento e stop. –
- Maaaagaaaari, e perché non lo fai? Fingi un po’, che ne dici di un po’ di fine recitazione per me, please. Un teatrino tradizionale, canti popolari e profumo d’arrosto.–
- La smetti? –
- Mi chiedo perché proprio tu; con tutta la gente che si intende di lettere, perché tu. Ti sei chiesta perché proprio tu? –
- No, non mi faccio di queste domande. Smettila.-
- La smetto. Allora leggi e zitta. Non ne parliamo più. –
- Toccami, non restare così lontano, però; se mi tocchi, poco, va bene. Altrimenti non riesco ad addormentarmi. –
- Guarda, non è il fatto di toccarsi o meno. Non è affatto questo.–
- Piano quando ti giri, però, che mi tiri i capelli. …ehi, piano. Non ti agitare tanto!–
- Sì, sto fermo, sto fermo; era per farti capire. Non è che non ci si sopporta; se pure uno magari ci pensa…, ma comunque no, non credo, non è quello il punto; è che ci si adegua sempre con un certo imbarazzo a queste cose. Mi permetti di essere, se non incazzato come un toro, quantomeno imbarazzato; almeno questo? E’ la solita storia dei rifiuti, dell’abbandono. Se dici di no, mi devi consentire un po’ di imbarazzo. Devo gestirlo questo rifiuto periodico. Non sono mica noccioline, bimba. Se io torno dopo una settimana, dico: dopo una settimana, non un giorno, ma una settimana intera, avrei voglia. Se tu mi dici di no, io lo noto, dopo una settimana lo noto. Scusami, ma lo noto. La tua passione bruciante non sono io. Bene, ne prendo atto. Ma non pensare che non mi faccia effetto.–
- Perché tu ti confronti continuamente o con altri o con te stesso. –
- Normale. –
- No, perché normale? Uno può anche accettare il corso delle cose, e basta, senza dirsi prima era diverso, o per altri è diverso. –
- Lo fanno tutti. Di confrontarsi, intendo. E i ricordi allora? –
- Che ne sai tu di cosa fanno gli altri? –
- Lo so, lo so. Fidati che lo so. -
- Non servirti dei nostri ricordi per dire che stiamo male adesso. –
- A che servono allora i ricordi? Dimmi a che servono; forza dai, dimmi. Perché ricordiamo? A che serve la memoria? Per scriverci delle storie, solo per quello? Scusa: i tuoi libri; e questa tua ultimissima passione ipnotica, a che servono? –
- Ah, vorrei tanto vedere te! Mi piacerebbe essere al tuo posto e fare da spettatore. –
- Bugiarda. –
- Perché? –
- Non puoi fare a meno del tuo palcoscenico. Bugiarda. –
- Come sarebbe a dire? –
- Fai una riflessione. Donna bugiardissima!-
- Filosofia a mezzanotte? Ti prego. Io avevo voglia di leggere.-
- E perché? –
- Come perché? –
- Io parlo e tu ascolti: non è lo stesso? Invece di leggere, dico, mi ascolti. –
- E che dici? –
- E tu, invece, che cosa leggi? Leggi quelli che parlano di noi, e allora che differenza c’è? –
- Io non leggo solo quella letteratura. Leggo di tutto.–
- A me così pare, per la verità; leggi solo di realtà in cui ti specchi e autori nuovissimi, profeti della narrativa moderna, minimalisti ma splendidamente illuminati, anzi ispirati direttamente da Dio, che curiosamente sembrano vivere proprio nell’appartamento accanto al nostro e sapere tutto di noi, manco avessimo le pareti di carta velina. Il romanzo del 2000. -
- E’ la narrativa dei giorni nostri. C’è poco da ridere. Ci sono autori contemporanei semplicemente magnifici. –
- E non hanno altro di cui scrivere, se non di noi? E le ideologie? Invece no, solo scrittura soggettiva. E poi, i trentacinquenni per forza. E allora i cinquantenni, e i novantenni? Hai visto quanti nonni arzilli ci sono in giro, alla faccia vostra? E quelli di dieci anni poi, chi parla di quelli? Ma va! Allora invece di leggere, viviamo. Tanto qualcuno, prima o poi, ci salverà dall’oblio. Diamogli il pane a sti quattro scribacchini. Vieni qui. –
- Che palle le ideologie! Guarda che non è facile. Se non leggiamo noi, chi legge? Gli scrittori e le ideologie. Oh, sorte! Non credere: è un mondo ostile. -
- Quale mondo? –
- Quello della letteratura, della scrittura in generale. –
- Che ti frega, tanto non è il tuo mondo. –
- Quale è il mio mondo allora? –
- Questo! –
- Questo quale, scusa, queste lenzuola, questi due cuscini? –
- Anche, cara mia. Anche. Però mi sa tanto che sta diventando ostile pure questo, di mondo. Dipende da come si mettono le cose. Ehi, cara mia: stai attenta. Ma tu guarda di quali cose deve parlare un povero cristo la sera a letto. Di Mondi Alieni. Da soli ve la cantate, da soli ve la suonate, voi intellettuali. Fate, disfate, rifate. L’intellettuale si ripiega su sé stesso, comunica solo sé stesso ed il suo corpo. Dai capelli all’ano. Quello che vuoi, ma intanto la realtà da vivere, per gli altri, per tutti, resta quella che è. –
- Tu dici? –
- Dico, dico. Tendenze, guarda, tendenze. –
- Sai come mi sento io? –
- Eccola. Sento che sta partendo la similitudine e quando parte niente la può fermare. Se proprio ti scappa…vai. -
- Mi sento come la mia borsa sfatta: quando ci metto le mani dentro, tocco di tutto, ma non ne viene fuori mai niente di utile. –
- Bellissima! -
- Non mi convince mica questa cosa qui. Soprattutto stasera che sono nera. Sembra tutto inutile. Artificiale. Ma mi ha preso lo stesso. E perché mi ha preso? Sono sempre stata sicura di essere giusto un avvocato e adesso? Lo sai anche tu, no? Era facile: un avvocato; d’accordo: il problema dei soldi, ma comunque lo studio, i fascicoli, i diritti di cancelleria, le cose solite e concrete. E adesso? C’è sta fissa nuova dello scrivere. All’improvviso diventa tutto possibile e immenso. Ma alla fine poi, di che parliamo, veramente? –
- Cercate di non farvi cancellare. –
- Un’agonia! -
- Appunto; lasciamolo lì fuori questo net work agonizzante di libri ancora da scrivere o già scritti e dei loro autori; lasciamoli fuori nella notte buia e fredda e vieni qui. –
- La nuova narrativa va sostenuta; bisogna crederci. Non sarai tu con quell’arnese lì, a salvare il mondo dall’oblio; gli scrittori possono farlo, invece. Da sempre, di generazione in generazione, sono gli scrittori a cantare il tempo e renderlo vicino, uguale, accessibile, immortale, mitologico. Anche parlando di se stessi. Quando è necessario, è necessario. –
- E chi lo dice? –
- Io. –
- Beh, allora…non si discute. Quindi sai già come salvare il mondo; non hai alcun problema tu! -
- Non è serata. E’ chiaro. Buonanotte. –
- Capissi poi perché. Per via di questo libro che vuoi scrivere? E’ per quello, lo so. Allora scrivi, siediti e scrivi il libro e poi si vedrà. –
- Ma come si diventa scrittori veramente? –
- Che razza di domanda è; sei tu l’esperta. Che fai: consumi solo carta? Stai sempre a rimuginare, a rielaborare, pure il flusso del mio muco nasale. Che guerra è? –
- No, non basta; devo crescere, lavorarci. Non basta il tempo, mai; non basta quello che vedo. –
- La commedia umana, quelle cose lì; ricreare quello che c’è già? E’ questo quello che fate? –
- Eh, sì, più o meno. Ci vuole tempo per capire. Mi serve il tempo. Anche quello utilizzato da altri uomini. Io non ho mai tempo per me, veramente. Siamo sempre al servizio di qualcos’altro. Invece. –
- Ma se non fai altro? Non si può stare seduti in pizzeria con te. Neppure a comprare il pane si può andare. Sembri autistica! Ti blocchi sulla vita altrui. Rubi, non fai che rubare. Insieme facciamo una figuraccia dopo l’altra: due vecchi guardoni siamo diventati. Stai sempre a guardare: muta, fissi le persone che ti sono sedute accanto. Un film. Sempre a lavoro. Stai sempre a catalogare tutto il narrabile, come se dipendesse da te la conoscenza collettiva. Poi la vita, quella vera, se ne va a puttane. –
- Sono paralizzata? –
- Non vivi più nel pantano. Ecco: resti fuori. E, nello stesso tempo, sei ossessionata dal pantano stesso. –
- No. Sono paralizzata da troppe idee, invece. Oddiomio, è finita: la paralisi. Non scriverò mai più un rigo che abbia senso, che serva a qualcosa. Né per me, né per nessuno. Niente. Pure una famiglia ho distrutto; e adesso che faccio? Ho disperso il tempo che avevo. Quel poco che c’era, è già perso. Senza risultato, senza nessuno che ascolti. –
- Sarà. A me, la storia del tempo, mi sembra una scusa buona per tutte le occasioni. -
- Pensi questo? Pensi che non sono più in grado di scegliere tra Cappuccetto Rosso e La Piccola Fiammiferaia, da raccontare a Giulia. La paralisi. Ecco come comincia. I libri non mi cambiano più, i personaggi si confondono, non mi parlano. Tanto desiderio d’arte ed alla fine descrivo solo personaggi che sembrano Sandra e Raimondo. Ci sono troppe cose già dette nell’aria, troppa euforia o troppa delusione. Troppe favole, troppe; troppe le possibilità. Inafferrabili. –
- Sai quel è il tuo problema? Il problema è che tu credi di avere talento. –
- Come talento? –
- Sì, è così, ammettilo: qualcuno ti ha convinta di avere talento. –
- Chi? –
- Come si chiama quello? –
- Chi? Rino? –
- Rino è il primo; dopo viene tutto il gruppo di scrittori, poeti, affabulatori; gli antipatici per forza, sciamani della narrativa, guru, saltimbanchi, suorine, confidenti, gestori di librerie, giornalai. Il tuo Network dell’ultimo semestre. Sono stati loro. Ma dico io: prima scrivi qualcosa e dopo, se è il caso, si pensa al network. Semmai. –
- Ma di quale talento?-
- Avevano un progetto diabolico, quelli. Beh, senti una cosa, secondo me il talento non esiste. –
- Lo so anch’io, non sono così cretina. E’ per questo che cerco il tempo. –
- No, non lo sai. –
- Lo so, ti dico. –
- Dici così, ma non ne sei convinta. Secondo me questo benedetto talento è una specie di ornamento estetico. Sì, un cappellino con un fiore sulla testa. Una cosa così. Forse. -
- Non esiste? Bene, quindi? Che si fa? Si rinuncia? –
- Fai quello che sai fare, ma non mettermi in mezzo, per favore; né me, né Giulia, che è carne della tua carne, ma carne appunto; non uno dei tuoi personaggi di carta. Non divorarci così. –
- No, aspetta; ho capito adesso; ecco il punto. Dunque? Adesso, caro, ti fermi perché dobbiamo approfondire. –
- Ho sonno. Io adesso dormo. Niente sesso, quindi dormo. –
- Dai, per favore! Fai la persona seria una volta. –
- Cosa? –
- Dimmi bene. Dell’oggetto della mia scrittura; dimmi di quello. –
- Ma che vuoi? –
- Avvicinati e dimmi. Se vuoi spengo la luce, ma poi continuiamo a parlare però.-
- Se spegni, mi viene il sonno. –
- Non spengo. Allora? -
- Io volevo dire soltanto che forse stai esagerando. Non ti eccitare troppo. Tutto qui. Un fatto di misura. Pensaci, se vuoi. –
- Che la passione si misura? E da quando? E’ ben strano detto da te. Ti devo ricordare qualcosa? –
- Ma quale passione, qui si tratta di un progetto; creare richiede sempre un progetto. Mica sono un fesso. Un mega progetto, anzi. –
- Vabbe, dai! -
- E cosa c’entrano le mie scelte del passato, tutte le cretinerie che ho fatto anch’io? Mica sei l’unica tu, lo so bene. Si parla di scrittura, non di vita. -
- Quale è la differenza? Se c’è differenza. –
- Se permetti, sì; se permetti c’è una grande, un’enorme differenza. Che fai la finta tonta. Non puoi rinchiuderti in una tana, con una sedia ed un tavolo, diciotto ore su ventiquattro, a sbirciare quello che fanno gli altri. Ché sudano come porci, si dimenano, gli altri. Facile per te. Stai lì, ore con gli occhi larghi, senza neppure sbattere le ciglia, per poi mettere tutto sulla carta a modo tuo, secondo i tuoi gusti, la tua intellettualizzazione. Questo non è vivere, la tua è pigra manipolazione. Troppo facile! –
- Ma la letteratura si nutre di vita. La verosimiglianza, per esempio. Non è colpa mia, se le cose stanno così. –
- No, non puoi farlo. –
- Ho bisogno degli altri. -
- Sei diventata insaziabile però. Ci hai infilato in tutti i tuoi raccontarelli. A noi. Alla tua famiglia. Eh! Carne da cannone. E dai! –
- E che avrò rivelato mai! Alla fine è una forma d’immortalità anche quella. -
- Se fosse buona letteratura almeno…-
- Quindi fa schifo. Dimmelo, se lo pensi. Fa schifo? –
- Guarda: io non lo so, non sono un tecnico. Chiedilo al branco. –
- Quale branco? –
- Gli intellettuali sono cani che vivono in branco. E’ sempre stato così. Poche femmine però. Oggi, davvero poche donne. –
- Che peccato… vero? –
- Sì, infatti. –
- E chissà perché, eh? –
- Presentami una scrittrice, se la trovi in zona! -
- Ma ti piace o no quello che scrivo? Leggi ogni parola di quello che scrivo. Che significa? E’ leggibile? Sì o no? –
- Controllo. -
- Ma ti piglia quello che leggi? Sì o no? –
- Diciamo che lo riconosco. Quello che scrivi mi appartiene. E per forza! –
- Uhm. Che razza di uomo inutile sei! –
- Ma che ne so. Talento o no; vivere o scrivere, fai quello che ti pare. Di certo c’è solo che esiste una buona letteratura ed una cattiva letteratura. E dei criteri per distinguere l’una dall’altra. Per forza ci devono essere dei criteri cui appellarsi. Che non è mica tutto un caso. O forse tu credi piuttosto che sia una lotteria? -
- Bella scoperta. Geniale sei. Ah, se non fosse così tardi. Ma invece è tardi. Credi tu. Fai semplice a dire buona, tu. Passami un fazzolettino; lì sul tuo comodino. –
- Tieni. Sì. Una letteratura buona, vuoi un esempio: quella che restituisce la molteplicità. –
- Cioè? –
- Cioè, cioè: dateci sta benedetta vita, va bene, se si deve, mi sacrifico, va bene, ma non marionette. Vite vere. Dateci il senso. Non solo i cazzi miei, a me già ben noti. Non per forza, sempre, soltanto, gli stessi cazzi miei! Siete artisti? Allora create! E che cazzo! –
- Alla fine si torna…-
- Non sempre il vicino di casa, e che palle, dai! Molteplicità, dico io. Poi non ci lamentiamo che nessuno legge libri. Per favore, siamo seri. –
- Adesso è colpa di chi scrive? –
- Hai visto come sono rassegnati? Tutti. Aldo ieri sera diceva, senza tremito nella voce, che non c’è differenza alcuna tra Berlusconi e D’Alema, tra potere e potere. Ti rendi conto? E io a dire, ma non è possibile, riflettete, vi sbagliate, siete vittime dello sconforto. Convinto invece l’Aldone nostro! E tutti gli altri con lui, con i tranci di pizza fredda in mano, a dire sì, è vero, non c’è differenza. Come pecore tristi. Che siete voi: scrittori? Beh, dategli la differenza, almeno; lo stupore, che gli si rivolti lo stomaco mentre mangiano la loro pizza. Dategli la scossa. –
- Aldo, diceva così? Non è possibile. –
- Giuro. Lui che ha mandato i figli alla Montessori. Aldone l’abbiamo perduto, ce lo siamo giocati. Non può, né vuole cambiare più nulla, lui. E non era neppure così triste, a pensarci meglio!-
- Dunque, sintesi: anche senza alcun talento, anche senza cappellini in testa, posso fare buona letteratura impegnandomi a raccontare vita vera e molteplice, possibilmente non la tua, per stupire lettori a iosa, comatosi e disillusi. Tu sì che sai come farmi stare serena. La scossa? E non devo pure scoprire il farmaco che sconfigga definitivamente il cancro??? Ma che boiate, facilissime boiate da barbiere. –
- Mica tanto. Magari viene fuori a sorpresa un’interconnessione tra letteratura e medicina; magari, che ne puoi sapere tu. Magari si scopre che c’è sempre stato un collegamento diretto tra l’elevarsi del livello di colesterolo nel sangue e la produzione di narrativa. Tra il leggere e lo scrivere buoni libri e la salute nazionale. Come fai ad escluderlo. -
- E se facessi tutto solo per me stessa, invece? Io scrivo per me e basta. E’ chiaro, non me ne frega niente. Per me e basta. Chi legge, legge. Conto solo io. Solo io. –
- Solo la tua salute? –
- Sì. -
- Come vuoi. Si diceva per dire, comunque. Stai calma. Allora: parti domani? –
- Domani? –
- Vai a visitare il mondo che devi raccontare; almeno spingiti fino al condominio giallo, quello alla fine della strada. Non dico altro. Fallo per te stessa, ma fallo altrove. –
- Ti ricordi quello che mi voleva pubblicare due anni fa? –
- Chi se lo scorda. Quello che curava una strana rivista tutta rossa; orca l’oca, rossa rossissima, con stampate in copertina quelle figure inquietanti con la testa mozzata? Quello? Ma come si chiamava? L’uomo che voleva pubblicare quel tuo lungo monologo su un tizio che aveva i baffi come me, la mia stessa auto, che faceva il mio stesso mestiere, che aveva sette anni meno di me ed era senza figli, proprio come me sette anni fa circa, e che, alla fine, si suicidava. Storia mozzafiato. Avvincente. Ah, sì! Veramente. Chinozzi si chiamava. Non aspettava altro da decenni quell’uomo. Immagino.–
- Sì, Chinozzi. –
- Chinozzi. -
- Era un monologo sul senso del ricordo. Sulla comprensione del tempo. Non era così male. Forse non te lo ricordi bene. Era una cosa seria. E’ stato importante incontrare Chinozzi. –
- Che culo pazzesco! –
- Certo! Gli incontri, in un mestiere come questo, sono importanti; stimolanti di certo. Non negare. È così pure nelle università, mi pare. Anzi peggio. Mica è sufficiente scrivere una cosa. Non ci si ferma mai a quello. Ci vuole il gruppo. Hai ragione tu. In passato erano i gruppi di intellettuali a fare la differenza. Anche il singolo adesso, però, forse…non so. –
- Mi stavi dissanguando. Tu e pure Chinozzi. -
- Era una ricerca. In qualche modo. Collettiva. –
- Allora partiamo. Pure noi, ricerchiamo. –
- Ma non ti piace l’uomo che descrivo? E’ questo? Non ti piace affatto. Ti fa paura la verità? Ho capito. Vabbè, basta dormiamo. Tanto. L’universo è pieno di bellezza e orrore. Alla fin fine, mi sembra troppo per me, che sono agli inizi. La ripetizione di un uomo solo è più facile, per ora. –
- Non credo affatto che sia più facile. Un uomo solo non è più facile. –
- Non so. –
- Racconta, per esempio, il tassista di Napoli che una settimana fa ci portava in giro con la nipotina di tre anni sul sedile davanti. Il nonno, i nipoti, i figli, il lavoro. Anche la colonia di marocchini che abitano di fronte. Si può raccontare. Quanti saranno: venti, trenta, quaranta persone in tutto. Tu sei in grado di quantificare? –
- Tanti in quella casa. Sembra un formicaio. –
- No. Appunto. Non è più facile il tassista, secondo me. –
- E ti piglia il tassista? -
- Mi piace; giuro che mi piace; pure troppo mi piace, l’uomo che descrivi tu. –
- Non sei tu, comunque, quell’uomo. –
- Come vuoi, non sono io. Menomale. E chi è allora? –
- Chi è? Un tipo. Uno come un altro. Uno dei tanti. -
- Scusa, sei tu l’autrice. Ohi, è tardissimo. Domani si lavora. –
- Sì. Però è un guaio. Si fa sempre tardi. Sul più bello. Hai visto? Il tempo per trasformare le cose non è mai abbastanza. –
- Studia i classici. Quello in tv lo consigliava ieri. Infatti. Sembrava sensato. Così guadagni tempo, secondo me. –
- E se non ne sarò mai capace? –
- Fa niente. –
- Niente? –
- Potrebbe essere al più un’insperata fortuna. Ti prometto: non dico nulla di tutte queste idee, né a tuo padre, né alla tua insegnate di lettere del liceo. Stai sicura. Non ti tradisco! –
- Ci conto. –
- Almeno questo! -
- Basta. Hai ragione: se voglio il tempo, ho bisogno di Proust. –
- Non l’avevi già letto? –
- Non ha fermentato, evidentemente. –
- Sei ossessionata, lo dicevo. –
- No, ho trentasette anni. L’età del mezzo. La più pericolosa, forse. –
- Anch’io. Embè? Non mi pare più pericolosa di altre, ad onor del vero. –
- Tu dici? –
- E poi non capisco, sono onesto, non capisco perché devi proprio ricorrere a me, per far carriera. –
- Perché la coppia è un mezzo di trasporto. –
- Trasporto? Tesi alquanto ardita. –
- Trasporto, trasporto. –
- Sì. -
- E poi non mi dispiacerebbe neppure far ridere. Un’altra strada possibile. Mi sentirei necessaria se facessi ridere. Tu, per esempio, sei ironico nelle tue cose, così, se parlo di te, divento inevitabilmente ironica anch’io. La mia ispirazione è simbiotica, parassitaria, che ci posso fare? Pesco in quello che amo, che mi è familiare. Faccio così male?–
- Io, Giulia, Anna Paola pure, la tua amica, quella che ti conosce da una vita, e pure suo marito, che ti conosce per narrazione, ridiamo tutti come pazzi. Fatto caso? No? guarda, senza dubbio: tu fai ridere. –
- Quindi non faccio così male? -
- Fatti un bel viaggio, senti a me. Non ti impigrire. –
- Dove? –
- Dove vuoi, purché non in uno specchio. –
- Se bastasse…dico io. –
- A te non basta mai nulla, se è per questo. –
- Spegni. E vieni qui. Qui,…no, qui. Se vuoi.–
- Che ti serva un’idea nuova? –
- O magari un personaggio. –
- Ah, non ti ho detto. Ho comprato un video gioco per playstation nuovo nuovo: trentanove euro. -
- Dio santo! Sei pazzo. Uhm… Hai messo la sveglia per domani? Ehi, l’hai messa? -
- Originale. –
- Mazzate? –
- Solo mazzate. Tecniche precise per sgozzare un uomo da dietro o mentre dorme. Tenebre. Assoluto, assoluto e bellissimo. Hai presente lo strazio di Rambo? Molto interessante secondo me. –
- Per uomini solitari. –
- Dormi serena. Dirigo altrove l’istinto, come posso. Verso altre ipotesi di letteratura postmoderna. –
- Giulia lo sa? –
- No. Nanna ora. Non glielo dire tu. Vedremo fra qualche anno. –
- No. Non dico niente. –
- Raccontare, raccontare… –
- Abbiamo bisogno del racconto, non si discute. –
- Meglio, non si discute. –
- Sonno? -
- Come siamo finiti a parlare di letteratura? Anche stasera? –
- Non mi ricordo più. –
- Boh! –
- …notte. -
- Comunque no. Proust, no, mia cara, non lo si può sottovalutare. –
- Notte. -

“I DIALOGHI DEL RISVEGLIO. Lentobus n.°2″ è stato pubblicato su Musicaos.it, Anno 2, Numero 15, Marzo 2005

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Post e dintorni


Primo post dell’anno 2010. Sul quotidiano ilPaesenuovo di oggi c’è una acuta e circostanziata riflessione su “Re Kappa” firmata da Francesco Pasca. Chi sia interessato può leggerla in formato pdf cliccando qui. È l’ultima in ordine di tempo, le altre potete leggerle qui.  Su questo sito, nelle prossime settimane, potrete leggere oltre che le consuete recensioni, le anticipazioni di quello che c’è dopo – nella mia scrittura – ovvero il mio secondo romanzo. Da qualche giorno è online SmartLit, chiunque sia interessato può visitare il sito e scrivermi. Quest’oggi segnalo, per chi fosse a Lecce, la presentazione di “Tutto questo silenzio”, di Rossano Astremo e Elisabetta Liguori, presso la Libreria Gutenberg (Lecce) alle ore 18.00, ci saranno Antonio Errico e Mauro Marino. Il 2010, che per il calendario cinese è l’anno della Tigre, si apre con servizi giornalistici (Repubblica) e telegiornalistici (Tg2) entrambi incentrati sulla riscoperta delle bocce anche tra i giovani e il declino/trasformazione  (Tg2) dei centri sociali. Male che vada se le bocce diventano così importanti qualcuno inventerà (se già non esiste) il gioco delle bocce con la Nintendo Wii. Sigh. Alberto Arbasino, sempre lui, in un’intervista chaise-longue a Andreotti/De Melis (il manifesto, marzo 2001), sosteneva che negli anni ’70 c’erano stati tanti diversi momenti ‘sorgivi’, momenti storici in cui diversi fattori culturali, ambientali, politici, portavano alla nascita di movimenti culturali e opere d’arte fondamentali. La decade trascorsa invece, quella dal 2001 al 2009, è stata catastrofica al punto che alcuni parrucconi già rimpiangono gli anni novanta. “Che carriera!”

Tutto questo silenzio.


Elisabetta Liguori – Rossano Astremo, Tutto questo silenzio (Besa editrice, 2009)

Mirko e Federica si sono amati da giovanissimi e si ritrovano ad essere a quaranta anni marito e moglie da una vita intera. Hanno due figlie adolescenti e un lavoro stabile ma deludente. Un piccolo nucleo di familiari, amici, conoscenti s’agita intorno a loro, ciascuno preso dalla propria esistenza. Apparentemente questa è una famiglia del sud come tante, in precario equilibrio esistenziale, per la quale il tempo e l’egemonia culturale del corpo, invece di restituire identità, hanno saputo soltanto ingigantire l’ossessione per quello che non è stato, ma sarebbe potuto essere. Mirko e Federica convivono sequestrati dai medesimi desideri traditi, dalla paura della vecchiaia, dalle contraddizioni tra le immagini che manda la tivù e il mondo reale della gente che vive. I giorni continuano a scorrere così, rapidi lungo un crinale piatto e silenzioso, fino ad un evento imprevisto. Dal silenzio d’improvviso: le urla. Quando la violenza esplode, così insensata e gratuita, per la prima volta l’assurdo entra in scena.

Biografie

Elisabetta Liguori è nata a Lecce nel 1968 e qui vive. Laureata in giurisprudenza, lavora presso il Tribunale per i Minori. Ha pubblicato due romanzi, “Il credito dell’Imbianchino”, edito da Argo, finalista al Premio Berto 2005 e al Premio Carver 2005, e “Il correttore”, pubblicato nel 2007 da peQuod.

Rossano Astremo è nato nel 1979. è di Grottaglie, paese della provincia di Taranto, ma da anni vive e lavora a Roma. Ha pubblicato con Besa nel 2003 “Corpo poetico irrisolto”. Il suo ultimo libro è “101 cose da fare in Puglia almeno una volta nella vita”, pubblicato nel 2009 da Newton Compton Editori.

Sempre nuova è l’alba – IV ediz. 2009


SEMPRE NUOVA E’ L’ALBA IV ediz.
Libera notte di poesia

Venerdì 31 luglio ‘09
Ore 21.00
Scalinata della stazione
Noci (Ba)

semprenuovaelalba_2009

Nell’ambito della rassegna estiva “Nocincanta 2009”, organizzata dall’Amministrazione Comunale, anche quest’anno torna l’appuntamento con la Poesia. Ormai giunta alla sua quarta edizione la manifestazione “Sempre nuova è l’alba” diretta da Antonio Natile promette nuovamente di coinvolgere e stupire attraverso due personalità originalissime del panorama poetico nazionale e non solo: Maria Grazia Calandrone, poetessa e performer romana che conta numerosissime presenze su riviste letterarie tra cui Nuovi Argomenti, Gradiva, Sud, Le Fram e notevoli pubblicazioni, sua ultima fatica “ La macchina responsabile” Crocetti 2007 e Giovanna Marmo, attrice, poetessa ed artista figurativa napoletana autrice di “Fata morta” Emilio Mazzoli 2005 opera vincitrice del premio Antonio Delfini 2005 e del cd audio “Sex in Legoland” presentato alla BIG (Biennale Internazionale Giovani) nel 2002.

Altri autori presenti saranno Biagio Lieti, giovane poeta de “Le Battaglie i robusti no” del 2008 per Poiesis Edizioni e Luciano Provenzano autore di “Tempo liberato” , Pensionante de’ Saraceni , 1985 ).

Per concludere Irene Leo, autrice e performer di prossima pubblicazione il suo “Sudapest” Besa 2009, & Elisabetta Liguori autrice di “Il credito dell’imbianchino” Argo edizioni 2005.

Incursioni musicali a cura di Checco Curci.

[locandina ingrandita]

Valeria Parrella vince il Premio letterario "Città di Bari – Costiera del Levante – Pinuccio Tatarella"


È Valeria Parrella con il suo romanzo “Lo spazio bianco” (ed. Einaudi ), la vincitrice dell’undicesima edizione del Premio letterario “Città di Bari – Costiera del Levante – Pinuccio Tatarella”. La trentaquattrenne scrittrice napoletana ha ottenuto dalla giuria popolare 122 voti su 321 schede scrutinate . Secondo classificato Vittorio Giacopini con “Re in fuga” (ed. Mondadori), terzo e quarto posto rispettivamente a Luigi Guarnieri con “I sentieri del cielo” (ed. Rizzoli) e Giuseppe Lupo con “La carovana Zanardelli” (ed. Marsilio). La serata finale del premio si è svolta martedì 15 luglio al Parco 2 giugno condotta da Marino Sinibaldi e Anna Maria Minunno con la regia di Carlo Bruni. L’attrice Anna Bonaiuto ha intrattenuto il pubblico con la lettura di brani tratti dai libri in concorso, accompagnata dagli interventi musicali del gruppo vocale Faraualla. Il Premio Speciale della Giuria tecnica , presieduta da Walter Pedullà, “per il suo impegno nella diffusione della cultura del proprio Paese nel Mondo”, è andato ad un grande personaggio della letteratura mondiale. Tahar Ben Jelloun, celebre scrittore marocchino, diventato in questi anni uno degli intellettuali più attivi nel dialogo interculturale e nell’impegno contro ogni forma di razzismo.  Il Premio alla Saggistica è stato invece assegnato alla giornalista Giuliana Sgrena con “Il prezzo del velo” (ed. Feltrinelli) Nel corso della kermesse letteraria è stato anche assegnato il Premio alla Lettura per la migliore recensione dei libri a cinque studenti: . Annalisa Cascione ( liceo artistico De Nittis), Ruben De Palma Colella (liceo scientifico Fermi) , Stefania Fasano (istituto tecnico commerciale Vivante) Arianna Griffa (liceo scientifico Salvemini) e Nicolò Macina (liceo classico Q. Orazio Flacco ). A ciascuno di loro è stato consegnato un assegno di studio del valore di 500 euro. VALERIA PARRELLA Nata a Torre del Greco (Na) nel 1974, vive a Napoli. Laureata in Lettere Classiche, interprete della Lingua Italiana Segni, lavora all’Ente Nazionale Sordomuti di Napoli. Collabora con la redazione napoletana de La Repubblica e con Marieclaire. Ha pubblicato la raccolta di racconti Mosca più balena nel 2003 per Minimumfax, e racconti sparsi in diverse antologie: Pensa alla salute – Ancora del mediterraneo, 2003; Bloody Europe – Playground, 2004; La qualità dell’aria – Minimumfax, 2004. Suoi scritti sono apparsi sulle riviste: Nuovi Argomenti, Origine, Accattone.

su Musicaos.it, due interventi di Elisabetta Liguori a proposito di Valeria Parrella:

Un giorno nuovo a Napoli. Leggendo i racconti di Valeria Parrella
e Per le donne in attesa. Leggendo “Lo spazio bianco” di Valeria Parrella

Ingannevoli passioni. su "Le seduzioni dell'inverno" di Lidia Ravera


Elisabetta Liguori
Ingannevoli passioni. L’ultimo romanzo di Lidia Ravera “Le seduzioni dell’inverno”

Questa volta non vorrei raccontare una trama.
Davanti ad un romanzo come questo, vorrei poter parlare di passione. Di quella di ieri, di quella di oggi. Di passione e di equivoci. Parlare cioè di quello che di mio o di altri, forse di universale, mi è parso di riconoscere dentro il nuovo romanzo di Lidia Ravera, ” Le seduzione dell’inverno” edito da Nottetempo: una storia che racconta abilmente le attuali conseguenze dei fraintendimenti amorosi.
Un buon romanzo, a mio avviso, nasce sempre da un’idea forte, una specie di intuizione quasi fastidiosa. Tale idea si nutre dell’osservazione e attraverso quella, nel bene e nel male, genera atmosfere, personaggi, eventi. A volte anche in maniera casuale. Se l’idea iniziale è davvero forte, il romanzo che ne deriva andrà lontano e sarà sempre possibile, per ciascun lettore e in ogni tempo, riconoscere, tra le altre da quella germinate, l’idea principale. In questo romanzo si conciona di umane corrispondenze, intese come frutti diversi di un diverso fraintendimento. Un po’ tutte le relazioni umane, infatti, si fondano su un malinteso, sull’efficace elaborazione di un’ immagine che risente della soggettività di entrambe le parti coinvolte, e che per questo produce cambiamenti continui e variabili. Ecco in sintesi l’idea prodromica alla storia messa in scena da Lidia Ravera, il suo romanzo incubato.
Tutto comincia in una casa: stanze caotiche che sembrano fuggire dagli oggetti o dalle quali gli oggetti stessi sembrano voler fuggire. La casa di un uomo solo, descritta esattamente come le donne sono solite immaginarla. Sudiciume e stratificarsi di detriti su detriti, tra i quali nulla lascia intuire un cambiamento imminente. A questa casa viene fatto il dono di una donna. Non dirò qui come, perché il come riguarda la trama ed è terreno impervio adatto solo al lettore. Non voglio entrarci. Dirò invece di questa donna, perché lei è l’idea prodromica. Una cameriera: tale la donna si dichiara, come tale si veste, come tale agisce, pur restando fuori da ogni schema noto sin dalla sua prima apparizione. Già la sua presenza, prima ancora della sua vista, impone ai luoghi un prurito nuovo e diverso. La tavola imbandita, un pentola che brontola sul fuoco, profumi indefiniti che evocano l’infanzia, musica impegnativa, stanze ritornate alla luce. Tutto questo, un mattino qualunque, precipita il padrone di casa in un’ansia imprevista, lasciando presagire una presenza aliena e un’armonia nuova da metabolizzare. Lui è un editor ultraquarantenne, algido, capelli sale e pepe, grande cultura, ma sguardo incupito, disilluso, avvezzo alla solitudine. Un matrimonio sbagliato alle spalle, nessun figlio, solo alcune esperienze recenti con quelle che lui chiama “Opere Prime”, cioè giovani scrittrici debuttanti, acerbe, vogliose di successo e credito. Il rigore chirurgico con il quale la Ravera descrive i suoi personaggi è strumentale al corretto svilupparsi dell’idea di partenza. Il profilo del protagonista maschile è, infatti, netto, la sua immagine riflessa nello specchio ha contorni compiuti, costituiti da mille dettagli che raccontano sapientemente un’intera generazione. Quella generazione così ben cantata dalla Ravera anche in altri suoi romanzi, quella delle scoperte e delle rivolte, quella dell’intelletto appassionato, quella che aveva mandato Flaubert a memoria. Quello descritto non è più lo stesso uomo, ormai, ma un freezer, da tempo relegato all’inverno emotivo più rigido, sia nella cura di sé, che in quella delle relazioni con gli altri. Cosa potrà mai far cambiare idea ad un uomo così? Da cosa o da chi potrà mai essere veramente sorpreso e animato un uomo deluso, ormai stabilmente planato nel suo inverno sentimentale? Sarebbe scontato chiedere ausilio all’amore, immaginare una passione autentica, se pur letteraria, capace di rimettere in movimento la partita e cancellare gli effetti di una sorta di “collettiva epocale anestesia”, come la stessa Ravera definisce la cifra stilistica degli anni che viviamo. Ma l’autrice non si accontenta dell’amore. Il romanzo trabocca di accorate definizioni del cuore e le sue maniere, ma il tema fondante l’intero plot narrativo non è semplicemente l‘amore, quanto i suoi necessari molteplici artifici.
Quella che l’autrice mette in scena, dunque, è proprio quella chiamata ancora oggi The comedy of errors, ma lo fa con i toni della truffa e della disperazione. Per mettere in atto una vera rivoluzione sentimentale, infatti, ci vuole una sorta di sorprendente e articolata epifania. Una donna epifanica, appunto. La donna immaginata dall’autrice è dunque molte cose insieme. Serva, femmina, donna, mentore, complice silenzioso. Una rappresentazione strutturata per piani e punti di vista. Non è mai chiaro infatti se questa donna menta o dica il vero; cosa riveli e cosa taccia; fino a che punto finga e perché, quanto sia reale la luce che sembra le si accenda negli occhi. Dinanzi ad una donna come questa, che sa di casa, di desco, di odorose mura domestiche, che edifica familiarità laddove prima era il deserto e che lascia intravedere altri mondi senza svelarli del tutto, senza imporli, ci si aspetterebbe la stesura immediata di un contratto di lavoro a tempo indeterminato. Invece tutto evolve verso la passione e il contrasto. Lei cucina splendidamente, legge Perec, parla francese, ascolta musica classica, veste notturni abiti da sera. Ha un’età indefinibile, modi riservati e biondi, eloquio raffinato e schivo. Rivela profili quasi inconciliabili con quelli propri di una colf, ma che illuminando la casa finiscono per illuminare anche chi la abita, inducendo stati di grazia e benessere. Un personaggio così si presta splendidamente al tormento amoroso, ma anche all’equivoco, all’infingimento, all’autosuggestione, che è elemento imprescindibile della passione stessa. La creazione di un personaggio come questo consente all’autrice di giocare a piacimento con le categorie tradizionali, coi ruoli maschili e femminili, con gli schemi ai quali ogni giorno nonostante tutto, siamo ancora costretti, ribaltandoli, finalmente contaminandoli.
Il romanzo racconta, in un crescendo altamente sensuale, questo evolvere della mente, del cuore e del corpo, con cadenze che a volte si tingono di giallo, in altri di erotico cinismo.

“La gabbia si apre e l’ego prende aria.”

E’ così che solitamente prende forma la passione: partendo principalmente da sé. Rompendo gli argini e rovesciandosi sul mondo. Quell’editor glaciale vede in questa donna, spuntata fuori dal nulla col suo bravo grembiulino e la crestina inamidata, tutto quello di cui lui ha bisogno. Vede un nuovo se stesso.
Lei di contro recita accortamente la sua parte, rivestendo posizioni femminili e maschili nello stesso tempo. In parte soddisfa le aspettative, in parte sfugge. Tutto s’incastra perfettamente: sogni, desideri, immagini, bisogni. La Ravera, infatti, è splendida nella descrizione di questa donna/uomo, che ha della donna il potere del corpo e la conoscenza, mentre dell’uomo le regole psichiche, i codici primitivi, gli impulsi. Pennella così i tratti di una giocatrice matura, di una regista esperta e di un’attrice navigata, che sa come farsi contenitore accogliente dell’altrui proiezioni, che sa di quale materia sono fatte le emozioni e sa come usarle. Regina della casa e del letto, fatta di vetro trasparente, è in grado di raccoglie tutta la luce all’esterno, brillando di tutto e del contrario di tutto.
Con una regina così è inevitabile lo scacco al re, come si evince dalla copertina del libro. Nel momento dell’innamoramento la narrazione sale di tono, diventa trionfale, una sorta di inno alla gioia. Il giudizio morale è sospeso e il rischio si eleva insieme alla posta in gioco. Finalmente il Sentire! I personaggi, l’editor, la sua giovane amante, la sua ex moglie, gli amici, la misteriosa cameriera, che fino ad allora erano stati elementi di un insieme omogeneo, membri diversi di uno stesso gruppo, diventano unici, ciascuno a suo modo. Perché è vero: l’amore ti estrae dal mucchio. Ti fa sentire unico e irripetibile. Ti trasforma in un eroe solitario ed illogico. Offre alle strade che percorri abitualmente un’enfasi epica, emozionale, altissima, prima sconosciuta. Ti sveglia in un letto nuovo e importante. Forse è un inganno, un gioco d’azzardo, ma accade. E ne abbiamo bisogno. Così come una donna di servizio che, per le ragioni le più varie, voglia essere amata, sarà in grado di altissime prestazioni, questa illusione è l’unica ragione per cui chi ama o crede di amare diventa capace di grandi cose. Chiedersi se stia amando davvero e perché, di chi sia la colpa o il merito, a volte può essere fuorviante.

Le seduzioni dell’inverno, Lidia Ravera, Nottetempo, 2008, €14

Se non c'è altra via.


Elisabetta Liguori
Se non c’è altra via.
su “Recinto di porci” di Andrea Simeone

Il primo romanzo di Andrea Simeone è una storia di confine: cronometra tempi, circoscrive umori, segnala perimetri, ridimensiona orizzonti.
Il confine dell’adolescenza nei primi anni novanta, quello dell’amicizia, quello della provincia vulcanica intorno a Napoli, quello del carcere, quello del Male nel suo insieme. Ciascuno di questi contorni, all’interno di questo testo narrativo, risulta netto e circoscrivibile e l’effetto è volutamente claustrofobico e certo. Una condanna che va ben oltre la durata delle sue duecento pagine circa e che, ripercorrendo all’incirca un quinquennio, si sofferma a colpire principalmente quattro soggetti privilegiati. I loro giorni più leggendari.
In ogni amicizia ci sono pochi giorni fondamentali, infatti, pochi che condizionano il resto, pochi eventi cardine intorno ai quali finiscono per ruotare intere esistenze. Tutti gli anni che verranno dopo (se verranno o anche se non verranno), faranno comunque riferimento a quei primi per diventare cemento, motivazione, ricordo, e dunque leggenda. Succede sempre così, soprattutto per le amicizie nate in giovinezza. Che ci sia Napoli o Milano a far da scenografia non conta poi tanto. All’inizio.
Anche per i 4 amici immaginati da Andrea Simeone in questo suo romanzo d’esordio quello che rileva è l’inizio. Ciro è il capo, Vinicio è il più sballato, Gaetano è quello con la camorra dentro casa, Domingo è il diverso, quello di buona famiglia. Per le dimensioni epiche della loro amicizia da diciottenni il luogo non conta, se non per la lingua, il risicato dizionario a disposizione, i sapori, i mezzi. È nel momento iniziale che s’insinua l’attitudine all’amore, che si formano i sogni e la prima valutazione del sé. Ovunque la giovinezza è tale. Ovunque l’inizio è più forte e rende ugualmente intollerabile il dolore che segue.
La verità specifica della terra rileva invece quando si tratta di misurare le prospettive future di quella stessa amicizia. Napoli diventa puro inferno quando si guarda al futuro. Pur nella sua provincia vasta, nel suo paesaggio blu e selvatico, nel suo cielo a nuvolaglie varie, gonfie e grasse, Napoli sa trasformarsi in un buco nero, uno sgabuzzino, una galera, un recinto di porci. E sa farlo rapidamente.

” Io so che quelli della camorra fanno mangiare i cadaveri ai maiali” iniziò Vinicio” perché i maiali ci mettono niente a mangiare tutto, anche le ossa, cazzo. Mica sono animali così belli. Sono delle bestie. E io sono contento che li squartano, cazzo. Una volta, quando ero ragazzo, entrammo con mio cugino in un recinto di porci, e questi quasi non staccavano una mano a mio cugino, e metà culo a me. Sono proprio dei pezzi di merda” (pag. 23)

L’identificazione è strumentale. Questi quattro ragazzi sono come quei maiali: piccoli, rumorosi, puzzolenti maiali che si guardano intorno per capire quale parte del mondo azzannare, come sopravvivere, come farsi rispettare. Ma c’è ben poco da mordere. La provincia che Simeone descrive senza mezzi termini è esattamente quella che i lettori hanno gradualmente cominciato a conoscere. Molta buona narrativa negli ultimi anni ha avuto voce partenopea. Voci diverse per stili, ma contigue per contenuti. E non è solo letteratura, non è solo reportage, per quanto dettagliato, a volte è cronaca di tutti i giorni, orrore reale, sempre più vicino, sempre più attinente.
Eppure, nonostante ci sia sempre meno ignoranza intorno e su Napoli, la provincia di cui narra Simeone, coi toni di un neorealismo delicato e giovane, riesce ugualmente ad apparire assurda. Qui tutto ancora ci sorprende: le regole illogiche, gli esiti imprevedibili, la violenza disumana persino all’interno di un carcere, il fato demoniaco.
Sì, il fato. Il nesso causale, le lusinghe cronometriche del destino, la miccia esplosa, il punto di non ritorno sono temi che nel romanzo d’esordio di Andrea Simeone ritornano di frequente sotto la forma di capricciosi interrogativi.
A parte la levità delle prime scazzottate tra ragazzi, le zuffe, i denti spezzati, le manate in faccia o le pacche sui culi delle femmine, dal momento in cui le armi fanno la loro comparsa al centro della scena il timbro narrativo di Andrea Simeone si fa efficacemente tragico e alieno. È come se la brutalità debordasse all’improvviso e se ne perdesse irrimediabilmente il controllo. Un’idra ignobile prende il sopravvento sugli eventi e suoi loro protagonisti, aggredendo il lettore e spingendo la vicenda dentro un’area asfissiante, quanto inattesa. Così la morte chiama la morte e il lettore procede dritto verso il capolinea.
In questo romanzo dunque mi pare di poter individuare ben due recinti, due circonferenze tra loro tangenti ed egualmente crudeli. La prima contiene le attese dell’adolescenza, i suoi giochi d’illusione e potere astratto. La seconda imprigiona la gente nel suo territorio e ne azzera le risorse. L’incontro dei quattro ragazzi con il Male (in questo caso rappresentato da una vecchia cassa colma di armi) comporta il superamento del primo confine e il conseguente ingresso a pieno titolo nella seconda circonferenza.
Qui, nel secondo recinto i maiali non vivono, ma urlano.
Nel recinto dei porci l’unico varco sembra offerto da un’ipotesi d’amore. È la lentigginosa Rosita l’unico varco possibile. Quello apparente. Cruda e sola, con orecchie e fiuto da bracco. Un’animale anche lei.

Lei alzò lo sguardo, e Ciro ebbe un mancamento: gli stava guardando dentro, in un modo che nessuno aveva mai fatto.”Lo sai cosa è successo ieri.”. parlava a bassa voce, e lui non capì se si trattasse di una domanda o di una affermazione. “Mi dispiace” fu l’unica cosa che riuscì a dire. Lei tirò fuori dalla tasca la sua lettera. ” Certe volte le persone credono di dover fare delle cose per piacere agli altri. Lo sai?” lui annuì, ma senza capire. (pag.94)

Andrea Simeone sceglie d’ infrangere quel segno unico come si fa con le vetrine. Un colpo secco, e poi ancora altri, ma senza capire. Con un fiore di proiettili, fa la sua vita in mille pezzi inutili. Una vita di vetro vicino ad una vecchia pompa di benzina. Un capitolo per chiudere il varco. Per inseguire la china. La scena così descritta dall’autore ha insieme la forza della tragedia e della metafora. Dopo, chiuso quel varco di vetro, pare davvero non esserci altra via.
Un romanzo nichilista quindi, che nega ogni libertà di scelta? Non mi pare. Un romanzo per condannare, al contrario. Un romanzo che non perde di vista incastri casuali e responsabilità. Un romanzo che racconta le scelte possibili. A mio avviso è nel paesaggio che Andrea Simeone nasconde l’ansito di ogni scelta: nelle strade, nello sguardo di Rosita, nel suo seno pasoliniano che il tempo fa mutare di poco. Nella bellezza. Il fato, ammesso che esista, si serve sempre di piccole scelte e di piccoli uomini. Anche questi ragazzi, come i personaggi comprimari intorno a loro, compiono le loro scelte. Lo fanno rumorosamente, confusamente, ma lo fanno. Riproducono modelli indotti, trame note, ma scelgono. Agiscono secondo la lingua dei luoghi e della famiglia, poiché non sono né porci né burattini. Quel che il narratore svela a mio avviso, con una malinconia dilagante, capitolo dopo capitolo, non è solo la fatale inerzia campana, quindi, un’ inerzia per così dire doc, ma gli esiti tragici di scelte fatte troppo presto in assenza di respiri spaziosi, di dignitose alternative. Andrea Simeone narra quello che i suoi occhi hanno visto e il paesaggio che disegna misura da sé, quasi naturalmente, l’enorme coraggio richiesto fuori da certe anguste porcilaie dell’orgoglio e del sangue. E riesce a raccontare, nello stesso momento e con le stesse parole, quello che è stato e quello che sarebbe potuto essere.

Recinto di porci, Andrea Simeone, peQuod, 2007, pp. 160, €13

Le fiabe di Eliana Forcignanò al FondoVerri.


Fondo Verri a.c.
Presidio del Libro di Lecce
(stagione culturale inverno 2008)
in collaborazione con la Libreria Icaro

Sabato 9 febbraio 2008, ore 19.00
Elisabetta Liguori presenta: Fiabe come rondini raccolta di Eliana Forcignanò (Lupo Editore) – Letture di Mauro Marino

Sabato 9 febbraio 2008, alle ore 19.00, presso il Fondo Verri, Elisabetta Liguori presenta “Fiabe come rondini“, raccolta di Eliana Forcignanò, edita da Lupo con il Fondo Verri.
Tanti modi sono offerti agli uomini per crescere, la fiabe da sempre sono uno di questi. Una strada semplice ed incantevole in cui ogni piccolo eroe senza risposte può cimentarsi coi giganti e uscirne sorprendentemente vivo. Quasi una fede da costruire. Cosa altro c’è, a pensarci bene infatti, al fondo di tutte le religioni del mondo, se non un’ idea come questa? Cosa alla base di ogni forma di spiritualità? Cosa se non il fascino rassicurante di una fiaba per sopravvivere e cambiare? Uno stupore finalmente rassicurante? Il desiderio di soluzione, futuro, pacificazione, meraviglia? La terra di Non so, abilmente raccontata in una delle fiabe di Eliana dal titolo “Le tre bottiglie”, è espressione perfetta della dimensione ambientale e spirituale del Dubbio con la quale tutti, adulti e bambini, siamo oggi chiamati a confrontarci.
E’ sorprendente, ma le fiabe di Eliana, pur non provenendo da antiche tradizioni popolari, raccontano quella ricerca lenta ed affannosa con la levità delle rondini migranti e il fardello dei secoli. Tra le sue pagine il futuro incontra il passato e si riempie di meraviglia e potenziali trasformazioni. Non si deve fare altro che restare ad ascoltare.

Elisabetta Liguori

il Fondo Verri a.c. è a Lecce
in via Santa Maria del Paradiso 8 nei pressi della Chiesa del Rosario
il nostro numero telefonico è 0832-304522
l’email: marinoma8@fondoverri.191.it

Per le donne in attesa. Leggendo “Lo spazio bianco” di Valeria Parrella


Elisabetta Liguori
Per le donne in attesa.
Leggendo “Lo spazio bianco” di Valeria Parrella

Valeria Parrella si cimenta per la prima volta con la forma del romanzo e sceglie caparbiamente di farlo attraversando uno spazio bianco di solitudine.
Sceglie di scrivere di una specifica tipologia d’attesa bianca e femmina.
Uno spazio bianco, quando c’è, lo riconoscono tutti, sia uomini che donne, ma quasi nessuno ha il coraggio di guardarci dentro a fondo. Prima di capire come mai, è forse più opportuno chiedersi qui cosa sia esattamente questo spazio bianco. Come sanno bene anche gli scrittori, che di ogni nuova pagina sfidano proprio il candore, lo spazio tra due elementi grafici è essenziale al fine di mettere in relazione più segni, per guidare occhi e pensiero di chi guarda, per rendere leggibile un testo. O una vita. Maria, la protagonista della storia che Valeria Parrella sceglie di narrare, è ferma e radicale all’interno del suo privato spazio bianco. Uno spazio negativo, un’area esistenziale improvvisamente svuotata di tutto quello che prima l’affollava. Uno spazio nudo che coincide con la sua attesa. Maria è un’ultra quarantenne in bella forma, insegna in una scuola serale, è libera, impaziente, dinamica, culturalmente e socialmente avanti rispetto alla generazione di provenienza, quindi giustamente arrogante. Ed è alla prese con la sua prima figlia.

Io possedevo un’arroganza di fondo. Quell’arroganza mi era venuta dalla fabbrica….La fabbrica non inghiottiva solo chi ci lavorava, ma anche chi campava di essa, chi aspettava la fine dei turni e le sirene per costruirci attorno la giornata, una giornata dopo l’altra. Crescere figlia di operaio negli anni settanta, e poi proprio per questo studiare, intestardirsi sui libri, diventare la generazione dello scarto intellettuale, erano cose che davano una certa arroganza. (pag.57)

Maria, si denuncia sin dalle prime righe: è una donna che non sa aspettare, che non l’ha mai fatto. Neppure sua figlia sa farlo: è nata infatti molto prima del previsto e inevitabilmente precipitata nel limbo delle incubatrici, delle culle termiche, dei prelievi, dei monitor ticchettanti, che dovrebbero aiutarla, ora che è poco più di un feto, a nascere o a morire. Maria non può fare altro che starle vicino fisicamente. Accanto ad una figlia che non conosce, ma che, appena venuta al mondo, ha cancellato istantaneamente l’universo noto fino ad allora, lasciandola sola, nuda e bianca.
Il romanzo comincia proprio da questa improvvisa fatica, da un vuoto apparente, dallo sforzo di concentrazione che ne consegue.

Ho provato. Aspettando la metropolitana per l’ospedale tutti i giorni, ho provato a leggere saggistica. I primi tempi ci sono riuscita, perché non avevo altro se non la mia testa. Ed era una testa molto esercitata sui libri.. La testa si era esercitata così, a fidarsi solo di se stessa. E allora ritornava nell’equivoco di bastarsi da sola ogni volta che si sentiva tradita dalla realtà. ( pag. 7)

Il tema mi punge sul vivo. Una donna di quaranta anni di rado sa aspettare. Gli adolescenti con l’Ipod aspettano, gli studenti con lo zaino alla fermata dell’autobus aspettano, i bambini delle elementari durante la ricreazione aspettano, i vecchi ai giardinetti aspettano. Ma non una quarantenne. Non lei. L’ansia nutre l’età del mezzo come latte dolcissimo la bocca di un neonato rabbioso. Valeria Parrella, classe 1974, sembra saperlo, così che la sua è la storia di una primipara attempata, che sa fortemente di verità.

Ventidue settimane e sei giorni è il limite temporale fissato dal Ministero della Salute oltre il quale è consentito far nascere un prematuro e tentare di salvarlo. Ventidue settimane e tre giorni è invece il termine consentito per interrompere una gravidanza.
C’è uno spazio bianco di tre giorni tra un termine e l’altro, tra l’essere e il non essere, un breve fiato durante il quale è dato scannarsi a preti, vecchie e nuove femministe, giuristi incalliti e scienziati timidi. Un piccolo spazio sempre utile ad assumere nuove consapevolezze, a prescindere dalle declamazioni di principio. Uno spazio astrattamente libero. Un’ occasione.
Oltre questo primo intervallo temporale a volte può dipanarsi, per il prematuro e chi gli sta accanto, un ulteriore e più ampio spazio bianco. Qualcosa di ancora più raro. Un’ulteriore imprevista occasionale attesa, sulla quale di rado si riflette. Un fraseggio temporale che in modo sconosciuto annuncia la vita. Durante questo specifico momento bianco è offerto credito soltanto ad una medicina incerta, al dubbio, alla speranza, alla pietà, stimoli efficaci esclusivamente per coloro che ne subiscano davvero il fascino o ne abbiano la forza.
Intorno a questo abusato concetto di speranza Maria si aggira come un cerbero davanti al confine. Si punisce. Si nasconde. Si dispera. Invidia i vivi quanto i morti.
Finché c’è vita, c’è speranza, così si usa ancora dire, ma quella della sua creatura in incubatrice che vita è? Che vita sarà? Da quale tipo di speranza può essere alimentata?
Maria non sa aspettare, come molte altre donne della sua età è scettica, spaventata. Tenta di farlo, leggendo libri o mettendosi a fumare lente sigarette dentro i finestrini dei bagni pubblici, tra i piccioni e la puzza indolente dei macchinari che, ronzando, bruciano cellule, plastica e alcol.
In questo modo finisce per scoprire frammenti di sé che non conosceva affatto. Ed è una sorpresa per sé e per gli altri. Quella attesa, che molti potrebbero ritenere una circostanza ovvia, diventa per lei l’unica cosa veramente sua, inaspettata e piena e vera.
L’unica cosa che valga la pena insegnare ad altri.
La Parrella racconta la scoperta di questi mesi di femminile attesa con la sua, ormai nota, voce roca, rabbiosa, disillusa, quasi volutamente sciatta. Racconta l’abito, il viso, gli amici, le assenze, gli alunni di questa donna, mentre lo spazio bianco s’allarga su Napoli, la ricopre, la sommerge fino a zittirla. Lo fa con una comicità complice e compassionevole, oltre che dolente. Portando spesso prospettive umane dirompenti.

Io la guardai con un’aria insofferente perché non mi sembrava il caso, bardate come eravamo di mascherina e guanti e con la mente ossessionata dal pigolio dei monitor, che si ricominciasse con il “potrebbero ancora sopravvivere”. Chiaro che fuori, al sole, dentro le macchine, al distributore di caffè, quello che tutti si aspettavano da noi era un sentimento del genere. Ma almeno qui dentro no.

  • Tutto sommato abbiamo avuto un culo enorme.
  • Mina, ma perché?
  • Eh, le altre mamme si sono dovute accontentare dell’ecografia: noi stiamo vedendo tutto dal vivo.

(pag. 29)

Mi par più che giusto chiedersi oggi: cosa ci si aspetta da una donna? Che si senta madre sempre e comunque? O che faccia stentoree rivendicazioni di forza, uguaglianza, libertà, quasi fosse perennemente in corteo con le dita a triangolo? Quando è del corpo che si dispone, è chiaro, ma di un corpo che naturalmente si mescola ai desideri, alla cultura, alla legislazione, all’etica e all’istinto altrui, secondo quali criteri deve modellarsi l’individuale senso di responsabilità? Etica, diritto o scienza? Istinto o più semplicemente casualità del male? O letteratura?
La sua Maria non ha un uomo accanto. Quell’uomo che deve pur esserci stato prima o poi, le appare di frequente in dolci, fuggevoli ricordi. Solo la nascita di quella loro bambina, rinchiusa nel suo spazio di bianca attesa, sembra consentire alla madre la completa ricostruzione del senso del suo rapporto con quell’uomo. La conquista della sua libertà così sta proprio nel prendere coscienza di avere i mezzi per farne a meno.
Maria è una donna complessa, un prisma d’interrogativi che rivendicano il proprio imbarazzo, la propria incapacità, i propri limiti relazionali. Maria è una donna imperfetta, quindi. Esattamente come lo è la bambina che lei ha messo al mondo in fretta e furia. E la sua imperfezione coincide con la sua identità. Questo scrive con caparbietà Valeria Parrella e l’affermazione ha una sua logica, strutturale, narrativa perfezione; mettere al mondo qualcosa/qualcuno è un fatto d’identità. Prima di essere madre o sentirsi tale, si è solo un buco vuoto. Dopo è diverso. Lo sanno bene le donne, soprattutto quelle che invecchiano, ma lo sanno anche le ragazzine che si ritrovano una morula in grembo e non sanno che nome dargli. È da quel buco vuoto che si comincia.
Maria non si aspettava di trovare attraverso quella figlia prematura e inerte una nuova identità, ma invece quell’orribile spazio bianco che le è imposto diventa per lei una lente finalmente capace di modificare la prospettiva delle cose.
Eppure le fa paura. Quella con la quale si confronta Maria non è semplicemente paura della morte, la quale tutto sommato ha una dignità assoluta, riconoscibile e chiara, senza le lusinghe instabili della speranza. Accanto a lei in ospedale c’è la paura altalenante del buio, di una malattia ignota, di un’inabilità imprevedibile, di una solitudine senza confini. Come sarà questa figlia messa al mondo in assenza di scelte? Sarà donna, sarà viva, respirerà da sola, camminerà da sola, avrà pensieri liberi e coscienti? Lei lo sa? È questa la domanda che in corsivo attraversa tutto il romanzo. Interrogativo che la protagonista e la narratrice sembrano rivolgere al lettore. Una specie di retro pensiero che blocca tutti gli altri.
Perché lo spazio bianco è principalmente ignoranza. Una provvisoria angosciante necessaria ignoranza. La bimba prematura nel suo lettino meccanico senza risposte, col suo corpo piccolo come un bottone, rappresenta tutto quello che di sconosciuto può riguardarci e, nello stesso tempo, fornisce a chi lo cerca un cavillo per proteggersi durante il tempo necessario cambiamento e per sfuggire a quella sempre più diffusa sensazione d’inadeguatezza che provano oggi le donne, e forse anche gli uomini, davanti ad un mondo che nemmeno piace loro fino in fondo.
Ecco perché guardare dentro uno spazio vuoto fa tanta paura.
Perché dentro la sosta non c’è nulla e tutto quello che conta sta fuori. E a volte fa male.
Fuori da quello spazio bianco la vita continua anche senza Maria. Quella identità oggettiva che è nelle cose e nell’esistenze altrui si fa sempre più aliena, ma inarrestabile. La Parrella è bravissima nel descrivere la sosta di una donna e l’imperturbabile movimento dello sfondo dietro di lei. Napoli continua la sua corsa. La metropolitana va per suo conto ogni mattina, l’ospedale brulica, così le strade fuori, la scuola serale, la sopraelevata sui palazzi di piazza Ottocalli.
La vita continua uguale a se stessa mentre Maria resta ferma in un corridoio, con indosso sempre lo stesso vestito, con l’impressione netta e tragica che le cose accadono da sé. E l’unica libertà, novella e utile, concessale è proprio quella dell’attesa.

- Lei lo sa?
- La tua non è una domanda e non stai aspettando una risposta.

(pag. 61)

Lo spazio bianco, Valeria Parrella, 2008, Supercoralli, EINAUDI, p. 120, 14.8€, ISBN 8806190962

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Chi ha bisogno di Harry Potter?


Elisabetta Liguori
Chi ha bisogno di Harry Potter?

I nostri figli hanno bisogno delle fiabe oggi?
Da donna moderna quale aspiro ad essere, da donna che vuol sentirsi al passo coi tempi, da donna che spesso arranca e questo passo sincopato ancora non lo ha compreso del tutto, io me lo chiedo di frequente. E poi si fa presto a dire fiabe. Quali fiabe? Non tutte le fiabe sono uguali, questo è evidente, sebbene qualcosa le accomuni. E se è vero che certe narrazioni di genere antico sono e restano espressione del Senso dei popoli; se è vero che, come lo stesso Freud sosteneva a proposito dell’Interpretazione dei sogni, esiste un nesso forte tra la psiche degli uomini e le fiabe che l’affollano; se è vero che l’immaginazione fantastica è indotta, frustata o esaltata dal quotidiano, allora la risposta non può che essere positiva.
I nostri figli ne hanno bisogno.
Questa necessità è estendibile a tutte le fiabe del mondo? Vediamo di capirlo.
Io cerco il fantastico. Perché è poi questa la chiave per distinguere ancora oggi la Favola (quella che si limita a raccontare una storia più o meno bene, con una morale più o meno efficace), dalla Fiaba in senso stretto. Il fantastico appunto. Una dimensione dell’altrove impossibile, eppure verosimile. Vicina. E’ di quello stupore convincente che i nostri figli hanno bisogno. Ed io con loro. E tanti come noi. Questo spiegherebbe, almeno in parte, il fascino suggestivo ed il grande successo editoriale della letteratura fantasy, dalla scopa fumante di Harry Potter, all’armadio bidimensionale di Narnia, fino ai draghi sentimentali di Eragon.
Per questa stessa ragione sono lieta che Eliana Forcignanò, giovane giornalista leccese, abbia scelto di esordire in questi giorni con il suo “Fiabe come rondini” per Lupo editore e il Fondo Verri: una scelta che oggi mi appare coraggiosa, quanto necessaria. La scelta della via fantastica, appunto.
La vita delle madri (e dei padri) è spesso costellata di storie di tutti i tipi. Anch’io ne ho cercate e trovate a valanghe in questi ultimi anni, così che ora sono ovunque nella mia casa, aleggiano come spiriti, fuori e dentro i miei farfugliamenti materni, dimorano tutte insieme nella stanza nella quale io continuo a rifugiarmi coi miei bimbi al buio della sera per tentare di avvicinare, con più leggerezza, idee comuni e vaste come quella del futuro, della morte, del dubbio, dell’imperfezione. Ogni volta che al mattino mi avvicino ai letti dei miei cuccioli c’è sempre un sorcio parlante che mi dà il buongiorno, mentre un cavallo alato protesta perché è troppo presto. E persino i quaderni sbuffano nelle cartelle.
Forse anche Eliana vive in una stanza come la nostra. Anche lei, nelle sue storie, racconta di un sé, disperso e fluttuante in universi fantastici, unici e personali.
E lo fa come se avesse un occhio da vecchio e uno da bambino.
Ecco, secondo me, sono proprio così gli occhi dei veri narratori di fiabe. Due occhi opposti. Atemporali. Mi pare che questo abbiano fatto, e continuino a fare ancora oggi, tutti i raccontatori di fiabe: cogliere il mondo attraverso una specie di strabismo onirico e terrestre, così da descrivere le cose che sono state e che saranno, interpretandole secondo le regole di un universo che mai sarà. Non una capacità comune. Forse un difetto di percezione.
Eliana ha questo splendido difetto.
Otto fiabe per diventare adulti, le sue.
Tanti modi sono offerti agli uomini per crescere, la fiabe da sempre sono uno di questi. Una strada semplice ed incantevole in cui ogni piccolo eroe senza risposte può cimentarsi coi giganti e uscirne sorprendentemente vivo. Quasi una fede da costruire. Cosa altro c’è, a pensarci bene infatti, al fondo di tutte le religioni del mondo, se non un’ idea come questa? Cosa alla base di ogni forma di spiritualità? Cosa se non il fascino rassicurante di una fiaba per sopravvivere e cambiare? Uno stupore finalmente rassicurante? Il desiderio di soluzione, futuro, pacificazione, meraviglia? La terra di Non so, abilmente raccontata in una delle fiabe di Eliana dal titolo “Le tre bottiglie”, è espressione perfetta della dimensione ambientale e spirituale del Dubbio con la quale tutti, adulti e bambini, siamo oggi chiamati a confrontarci. In questa storia la maturità arriva non da un padre, da un maestro, da un codice, ma dal mare. La verità qui non è imposizione, violenza, guerra di potere o indottrinamento; è invece riconoscimento dei propri limiti, esercizio di modestia, lunga arrampicata solitaria.
Sono tutti così gli eroi di Eliana: imperfetti.
Il re che non ha risposte per i suoi sudditi, la bambina allergica alla virgola che non può andare a scuola, la fata brutta a cui nessuno dà credito, la donna esageratamente bella che ha paura di perdere la libertà, il sovrano che non sa amare, lo scienziato che non vuole uscire dal suo laboratorio per paura di vivere, l’inquieta Linda che vive in un mondo igienicamente protetto ma fa la pipì nel letto. E molti altri: imperfetti, ma instancabili.
In una società che vuole costruire uomini futuri assoluti, con un Io meravigliosamente gigantesco e cieco, all’interno di famiglie che nutrono i propri figli a pane e perfezione, prepararsi per tempo al fallimento, all’incertezza, accettarla in anticipo come possibilità potrebbe significare assicurarsi una dignitosa sopravvivenza futura, garantirsi un risparmio certo domani sul costo dello psichiatra.
Un risultato importante, io credo.
Ma allora torno a chiedermi: abbiamo bisogno di tutte le fiabe allo stesso modo?
A mio parere, quello che rende una fiaba diversa dalle altre è il fine. La capacità di creare un mondo per un fine. Se un racconto mira al potere, al successo personale, alla suggestione, non può che essere fonte di violenza o artificio, se invece punta alla Felicità, alla trasformazione e alle sue rondini strane, allora, è di certo una buona fiaba. In una delle storie di Eliana la Felicità è una donna malata, che se ne sta, sdraiata ed esanime, ai bordi della città in attesa di essere accolta e riconosciuta da qualcuno. Come tutte le donne, non è una matassa facile da sbrogliare. Una caso interessante ma complicato. Quella donna per guarire cerca l’autenticità dell’Essere. Un’autenticità senza altri fini, quella dimensione cioè concessa a volte solo alla poesia.
È quella Felicità il fine delle fiabe di Eliana. Il loro vanto fuori dal tempo.
È sorprendente, ma le fiabe di Eliana, pur non provenendo da antiche tradizioni popolari, raccontano quella ricerca lenta ed affannosa con la levità delle rondini migranti e il fardello dei secoli. Tra le sue pagine il futuro incontra il passato e si riempie di meraviglia e potenziali trasformazioni. Non si deve fare altro che restare ad ascoltare.

Fiabe come rondini, Eliana Forcignanò, Lupo Editore, p. 96, 2007

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