Archivi tag: Gennaio 2008

Pulp, tanto Pulp, mai abbastanza.


Luciano Pagano
su “Saxophone Street Blues” di Hector Luis Belial

Credo che non ci sia nulla di più bello, per chi sia appassionato di scrittura e cultura, dell’avere la possibilità, il coraggio e la sfrontatezza di dare vita a una casa editrice. Il fascino del mondo dell’editoria e l’oggetto libro si annidano con molta probabilità nei meandri inconsci di tutti coloro che hanno cominciato a scrivere. Ci vuole una buona dose di azzardo. Dunque, “Viva Las Vegas”, che oltre a essere il titolo dell’uscita inaugurale – un’antologia di racconti – suona come il migliore degli auguri, per una casa editrice, “Las Vegas Edizioni“, che prende il nome dalla città dell’azzardo per eccellenza e che esce con tre titoli, tra i quali l’opera seconda di Marco Candida. “Saxophone Street Blues” è un romanzo breve scritto da Hector Luis Belial. “Saxophone Street Blues” è un luogo dove tutto può accadere. Un nulla cosmico alla portata del primo tassista a servizio dell’ultimo uomo in fuga. Un territorio ultrapsichico dove avviene un omicidio terribile. Non sappiamo molto dell’autore di questo libro, non più delle informazioni che lui stesso vuol farci rinvenire sul suo blog dandy e imaginifico. La lingua con cui è scritto questo romanzo è la cosa che colpisce di più, stordire è forse un verbo che si addice al testo, senza posa. L’etichetta di PULP è quanto di più abusato e travisato possa darsi nei tentativi di approcci alla critica letteraria. Un racconto in salsa Lovecraftiana con flebili indizi di Edgar Allan Poe, magari con un vicolo da Jack lo squartatore? PULP. Un romanzo, così come potevano essere gli ispirati e terribili (inteso nel senso positivo di scuotenti) esordi di giovani autori negli anni ’90? PULP. Un genere che travalica le decadi e giunge intatto ai giorni nostri non può che richiedere continue contaminazioni. Quella tra cinema e letteratura è di certo quella cui si attinge più spesso, preludio di quello che avviene e avverrà nelle commistioni con i mondi del videogame o del web 2.0. Quel senso di stordimento riesce a creare quella sospensione per cui si dimentica la provenienza di genere soprattutto nelle pagine iniziali nelle quali avviene un processo di presa a ritroso della vicenda per avviare la narrazione. Per questo motivo il romanzo, al termine della lettura, ha stuzzicato corde molto più simili a quelle cui si può accedere con la lettura di un fumetto di Moore & Lloyd, oppure la visione di altre opere di genere come Seven o Fight Club; a ciò si aggiunge la colonna sonora, ovvero i pezzi che l’autore fa ‘suonare’ durante la lettura di “Saxophone Street Blues”. C’è molto del Easton Ellis di American Psycho. Ecco dunque un buon romanzo. Si possono individuare i padri ispiratori – tutti rigorosamente under 50 – di questa scrittura, tenendo per certo che lo stile di Hector Luis Belial si allontana anni luce dalla sciatteria cui ci avevano abituato certi epigoni del pulp. Alla piacevole lettura spero segua un altro libro firmato – ma forse è meglio presupporre targato – Hector Luis Belial…e se si trattasse di una Unofficial Biography, in pieno stile anglosassone?

Saxophone Street Blues, Hector Luis Belial
Las Vegas Edizioni, I Jackpot, 2007, Torino, pp. 135, €10

il racconto ulteriore


Enrico Pietrangeli
su “Il racconto ulteriore” a cura di Flavio Ermini

Il Racconto ulteriore, “antecedente all’intelligibilità” nella contrapposizione di un tempo mitico alla desolante contemporaneità di una terra già esplorata da Eliot, è un progetto che vede Flavio Ermini coordinare dei pensatori nel “gesto narrativo”. L’ “inquietudine dell’imprevedibile” ci ha condotto verso false certezze allontanandoci dal vero senso della tradizione, dall’origine. Dal chaos, nello stesso gesto della creazione sussiste ancora, inalterata, l’energia per una prospettiva ulteriore, devoluta a un sapere autentico, non più reso asettico, e considerato nel suo originario contesto organico. Bonnefoy lo fa attraverso una possibile variante per la cacciata dal giardino. Un punto in cui il tempo non ha avuto ancora inizio, dove l’immediato e il mediato, opportunamente affrontati da Vitiello nell’episodio finale, sono ancora “erranza nell’eterno” e prendono forma col giorno, nell’esperienza, tra l’eco di un flauto, mediando dolore e speranza. Prima o dopo divengono l’intangibilità del tempo dove l’archetipo, riflesso nella forma, si tramanda nel mito, restando impresso tra luci e ombre. Nel tema della leggenda primordiale resta ancorato anche Félix Duque, è quella indigena della foresta e del suo lago, mentre, a poca distanza, si consuma “l’imminente fine di questo mondo”, tra disastri ecologici e notiziari flash sul terrorismo. Quella di Labarthe è un’Allusione all’inizio migratoria, iniziatica ed incentrata sulla comunicativa, in un viaggio che ci vede dubitare e disperderci, ricominciare: possibile metafora della stessa vita. L’arcangelo, con Antonio Prete, dalla sua sostanza di luce, viene a contatto col tempo e la disgregazione della materia. Vive con rammarico i suoi fallimenti, la distrazione di una colpa ancestrale. E’ questa la prima delle Tre storie sul tempo e l’apparenza, quale “impossibile somma d’infiniti vuoti” nell’epilogo della sera: lo scorgere finalmente il sorriso di una bimba ricongiunta al suo gatto. Articolato e dettagliato è il ritratto ginevrino di Roberta De Monticelli che, traversando memorie e riflessioni, approda su più acquietanti sogni in una “fragorosa e sporca” piazza toscana. Spinoza, l’ottico, tanto ebreo quanto eretico, con Tagliapietra lo ritroviamo che si diletta coi ragni e sarà specchio di una risata che è dio, vittima e carnefice nelle vesti di un Benjamin portato al martirio, ancora immerso nella lettura di Ethica. Uno Spinoza che ricorre anche con Vitiello, ricordandoci “che ogni definizione è negativa” e che, con Jean Luc Nancy, ci riporta a quel “sentiamo e sperimentiamo il nostro essere eterni”. Interessante il contesto in cui si sviluppa Diario, “fluttuante in un’incerta intemporalità” che va dal 4 al 10 novembre 2002. Realizzato per conto della rivista Parallax, vede qui la sua versione italiana dopo essere stato tradotto in inglese. Il marionettista di Givone, unitamente al racconto di Tagliapietra, è, a mio parere, tra gli episodi più centrati, almeno in relazione all’intento narrativo preposto. Tutto il fascino e la magia dello spettacolo dei burattini viene rilevato allontanando lo spettro di un demiurgo dietro le quinte, restituendoci personaggi con un’anima sottesa ad un filo tramite cui comunicare, finanche a recepire “dal basso” “le sollecitazioni sceniche”. Ironico ed incisivo giunge Carlo Simi che, attraverso l’antica e collaudata formula del dialogo, ci trasporta nel mondo delle fiabe che preannunciano ciclicità atemporali. Con Donà ci si addentra in tematiche che includono risvolti psicologici, mentre con Gargani si abbandona il filone narrativo soltanto per meglio sviscerarlo con esiti che, personalmente, trovo convincenti, soprattutto per quell’ “indissolubile legame” tra “etica e scrittura” ricordato anche attraverso il monito di Wittgenstein: “non possiamo scrivere qualcosa di vero se non siamo veri”. Riportare la figura dell’intellettuale ad un suo più connaturato baricentro rendendogli la giusta attenzione, a partire dall’operato scientifico e politico, potrebbe essere un varco aperto da questo libro, poiché in queste condizioni, come Gargani stesso afferma, “non c’è da sorprendersi che fenomeni mafiosi si estendano all’ambito dell’organizzazione della cultura e del mondo accademico”

Il racconto ulteriore, a cura di Flavio Ermini,
Moretti e Vitali, 2006, 18€

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Chi ha bisogno di Harry Potter?


Elisabetta Liguori
Chi ha bisogno di Harry Potter?

I nostri figli hanno bisogno delle fiabe oggi?
Da donna moderna quale aspiro ad essere, da donna che vuol sentirsi al passo coi tempi, da donna che spesso arranca e questo passo sincopato ancora non lo ha compreso del tutto, io me lo chiedo di frequente. E poi si fa presto a dire fiabe. Quali fiabe? Non tutte le fiabe sono uguali, questo è evidente, sebbene qualcosa le accomuni. E se è vero che certe narrazioni di genere antico sono e restano espressione del Senso dei popoli; se è vero che, come lo stesso Freud sosteneva a proposito dell’Interpretazione dei sogni, esiste un nesso forte tra la psiche degli uomini e le fiabe che l’affollano; se è vero che l’immaginazione fantastica è indotta, frustata o esaltata dal quotidiano, allora la risposta non può che essere positiva.
I nostri figli ne hanno bisogno.
Questa necessità è estendibile a tutte le fiabe del mondo? Vediamo di capirlo.
Io cerco il fantastico. Perché è poi questa la chiave per distinguere ancora oggi la Favola (quella che si limita a raccontare una storia più o meno bene, con una morale più o meno efficace), dalla Fiaba in senso stretto. Il fantastico appunto. Una dimensione dell’altrove impossibile, eppure verosimile. Vicina. E’ di quello stupore convincente che i nostri figli hanno bisogno. Ed io con loro. E tanti come noi. Questo spiegherebbe, almeno in parte, il fascino suggestivo ed il grande successo editoriale della letteratura fantasy, dalla scopa fumante di Harry Potter, all’armadio bidimensionale di Narnia, fino ai draghi sentimentali di Eragon.
Per questa stessa ragione sono lieta che Eliana Forcignanò, giovane giornalista leccese, abbia scelto di esordire in questi giorni con il suo “Fiabe come rondini” per Lupo editore e il Fondo Verri: una scelta che oggi mi appare coraggiosa, quanto necessaria. La scelta della via fantastica, appunto.
La vita delle madri (e dei padri) è spesso costellata di storie di tutti i tipi. Anch’io ne ho cercate e trovate a valanghe in questi ultimi anni, così che ora sono ovunque nella mia casa, aleggiano come spiriti, fuori e dentro i miei farfugliamenti materni, dimorano tutte insieme nella stanza nella quale io continuo a rifugiarmi coi miei bimbi al buio della sera per tentare di avvicinare, con più leggerezza, idee comuni e vaste come quella del futuro, della morte, del dubbio, dell’imperfezione. Ogni volta che al mattino mi avvicino ai letti dei miei cuccioli c’è sempre un sorcio parlante che mi dà il buongiorno, mentre un cavallo alato protesta perché è troppo presto. E persino i quaderni sbuffano nelle cartelle.
Forse anche Eliana vive in una stanza come la nostra. Anche lei, nelle sue storie, racconta di un sé, disperso e fluttuante in universi fantastici, unici e personali.
E lo fa come se avesse un occhio da vecchio e uno da bambino.
Ecco, secondo me, sono proprio così gli occhi dei veri narratori di fiabe. Due occhi opposti. Atemporali. Mi pare che questo abbiano fatto, e continuino a fare ancora oggi, tutti i raccontatori di fiabe: cogliere il mondo attraverso una specie di strabismo onirico e terrestre, così da descrivere le cose che sono state e che saranno, interpretandole secondo le regole di un universo che mai sarà. Non una capacità comune. Forse un difetto di percezione.
Eliana ha questo splendido difetto.
Otto fiabe per diventare adulti, le sue.
Tanti modi sono offerti agli uomini per crescere, la fiabe da sempre sono uno di questi. Una strada semplice ed incantevole in cui ogni piccolo eroe senza risposte può cimentarsi coi giganti e uscirne sorprendentemente vivo. Quasi una fede da costruire. Cosa altro c’è, a pensarci bene infatti, al fondo di tutte le religioni del mondo, se non un’ idea come questa? Cosa alla base di ogni forma di spiritualità? Cosa se non il fascino rassicurante di una fiaba per sopravvivere e cambiare? Uno stupore finalmente rassicurante? Il desiderio di soluzione, futuro, pacificazione, meraviglia? La terra di Non so, abilmente raccontata in una delle fiabe di Eliana dal titolo “Le tre bottiglie”, è espressione perfetta della dimensione ambientale e spirituale del Dubbio con la quale tutti, adulti e bambini, siamo oggi chiamati a confrontarci. In questa storia la maturità arriva non da un padre, da un maestro, da un codice, ma dal mare. La verità qui non è imposizione, violenza, guerra di potere o indottrinamento; è invece riconoscimento dei propri limiti, esercizio di modestia, lunga arrampicata solitaria.
Sono tutti così gli eroi di Eliana: imperfetti.
Il re che non ha risposte per i suoi sudditi, la bambina allergica alla virgola che non può andare a scuola, la fata brutta a cui nessuno dà credito, la donna esageratamente bella che ha paura di perdere la libertà, il sovrano che non sa amare, lo scienziato che non vuole uscire dal suo laboratorio per paura di vivere, l’inquieta Linda che vive in un mondo igienicamente protetto ma fa la pipì nel letto. E molti altri: imperfetti, ma instancabili.
In una società che vuole costruire uomini futuri assoluti, con un Io meravigliosamente gigantesco e cieco, all’interno di famiglie che nutrono i propri figli a pane e perfezione, prepararsi per tempo al fallimento, all’incertezza, accettarla in anticipo come possibilità potrebbe significare assicurarsi una dignitosa sopravvivenza futura, garantirsi un risparmio certo domani sul costo dello psichiatra.
Un risultato importante, io credo.
Ma allora torno a chiedermi: abbiamo bisogno di tutte le fiabe allo stesso modo?
A mio parere, quello che rende una fiaba diversa dalle altre è il fine. La capacità di creare un mondo per un fine. Se un racconto mira al potere, al successo personale, alla suggestione, non può che essere fonte di violenza o artificio, se invece punta alla Felicità, alla trasformazione e alle sue rondini strane, allora, è di certo una buona fiaba. In una delle storie di Eliana la Felicità è una donna malata, che se ne sta, sdraiata ed esanime, ai bordi della città in attesa di essere accolta e riconosciuta da qualcuno. Come tutte le donne, non è una matassa facile da sbrogliare. Una caso interessante ma complicato. Quella donna per guarire cerca l’autenticità dell’Essere. Un’autenticità senza altri fini, quella dimensione cioè concessa a volte solo alla poesia.
È quella Felicità il fine delle fiabe di Eliana. Il loro vanto fuori dal tempo.
È sorprendente, ma le fiabe di Eliana, pur non provenendo da antiche tradizioni popolari, raccontano quella ricerca lenta ed affannosa con la levità delle rondini migranti e il fardello dei secoli. Tra le sue pagine il futuro incontra il passato e si riempie di meraviglia e potenziali trasformazioni. Non si deve fare altro che restare ad ascoltare.

Fiabe come rondini, Eliana Forcignanò, Lupo Editore, p. 96, 2007

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Ci sono stati dei disordini. Luigi Milani


“È passato quasi un anno, ma se ne parla ancora, di quel triste giorno di luglio. Le polemiche non accennano ancora a placarsi. Ci sono state violenze spaventose, in quella città del nord. Un’esplosione di violenza collettiva, ha scritto un illustre commentatore di fatti politici. Molti hanno perso la testa, durante quegli scontri. Oggi leggo che i poliziotti che hanno trascinato fuori dall’ospedale alcuni feriti non dovranno preoccuparsi di nulla. Azioni giustificate dalla situazione, ha stabilito un’inchiesta.”

(da “Ci sono stati dei disordini”, di Luigi Milani)

Il racconto di Luigi Milani, che prende spunti dai fatti di Genova per la narrazione di una storia privata, è liberamente scaricabile da Lulu, se volete leggerlo potete trovarlo qui. Luigi Milani è anche autore di Rockstar, un romanzo, disponibile per l’acquisto su Lulu, nel quale la finzione e la realtà si mescolano ruotando attorno alla vicenda di Kurt Cobain. In “Ci sono stati dei disordini” una donna si trova improvvisamente a fare i conti con il proprio passato prossimo, in un momento di solitudine che gli fa ricordare che cosa è successo, a lei e al suo uomo, durante i fatti di Genova. Il metodo di approccio è simile a quello adottato da Milani nel suo Rockstar, quello cioè di affiancare una vicenda personale a una storia che invece è comune alla maggior parte di noi, nella fattispecie il dramma pubblico del G8. Di Rockstar colpiva la bravura nella rievocazione degli anni novanta, un periodo in cui chi si è trovato a vivere la fase adolescenziale tutto crede fuorché nel fatto che si sia trattato di un periodo oscuro. Il racconto scritto da Milani, ambientato un anno dopo i fatti del luglio 2001, si fa portatore di un messaggio chiaro: la memoria nel tempo e l’amore riescono a non vanificare un’esperienza di vita. Per quanto l’aspetto politico non lasci spazio alla crudezza e alla disillusione per ciò che è accaduto, soprattutto oggi la parola d’ordine è non dimenticare, affinché i ‘disordini’ cui fa accenno l’autore non diventino sinonimo di confusione delle responsabilità.

(Luciano Pagano)

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Luigi Milani è nato a Roma, dove vive e lavora. Scrive di musica e tecnologia da molti anni. In passato è stato coinvolto in fanzine e bbs fumettare, ha fatto il consulente informatico e curato testi di siti Web. In preda alla peggiore hubrys è giunto perfino a spacciarsi per sceneggiatore e consulente tecnico per una società di produzione cinematografica. Di recente si è macchiato di diversi crimini letterari: tra questi il romanzo “Rockstar” e alcuni racconti presenti nell’antologia “XII”, antologia di novelle scritte da dodici autori italiani indipendenti incontratisi in Rete. Fa parte della redazione della rivista letteraria “inutile”, alla quale dona periodicamente alcune perle letterarie di rara inutilità. Collabora con la e-zine letteraria Progetto Babele e il portale JuJol. È autore di un blog molto frequentato, “False Percezioni”. È socio del Gruppo XII.

La dimora dei luoghi. Mimmo Pesare


Libreria Icaro
I libri di Icaro

Incontri in libreria 2008

presentazione del volume

Martedì 29 gennaio 2007, ore 19.00
presso la saletta della Libreria Icaro
Via Liborio Romano

Mimmo Pesare
La dimora dei luoghi
Saggi sull’abitare tra filosofia e scienze sociali

Ed. I libri di Icaro, 2007
Collana “Scritture multimediali”

Discutono con l’autore

Laura Tundo
Direttrice del Dipartimento di Filosofia e Scienze Sociali, Università del Salento
Cristina Caiulo
Architetto, Responsabile regionale Sezione Italiana dell’Union Inter.le des Femmes Architectes (SIUIFA)

Introduce

Angelo Semeraro
Direttore della Collana “Scritture multimediali”

Si ringrazia quanti parteciperanno all’incontro
Il problema dell’abitare, oggi, si avvia a diventare un topos della contemporaneità: avvertire il luogo del proprio vissuto non è solo un tema delle discipline tecniche che studiano l’habitat urbano e domestico ma costituisce anche, e specialmente, una domanda fondamentale delle scienze filosofiche e psicologiche. Da sempre le modalità di residenza dell’uomo e i luoghi abitati sono simbolizzazioni e metafore del rapporto tra sé e il mondo.
I saggi raccolti nel libro, analizzando il concetto di abitare dal punto di vista teoretico della filosofia, della pedagogia, della psicoanalisi e dell’antropologia, tentano l’unificazione dei suoi significati lungo il crinale di una comune ermeneutica dell’abitare che vada nella direzione di una possibile koiné delle scienze sociali e lanciano la proposta secondo la quale sia possibile pensare tale concetto come “metafora attiva” per l’interpretazione dell’umano nel tempo del suo post.
Lo spazio abitativo della dimora rappresenta un’immagine incancellabile dell’animo umano, senza la quale la grammatica della vita affettiva avrebbe probabilmente una struttura completamente diversa e di conseguenza anche gli aspetti cognitivi dell’apprendimento e delle relazioni sociali ne sarebbero interessati. Da qui la convinzione che sia fondamentale “pensare” l’abitare, prima di “praticarlo”, all’interno di una circolarità del sapere e delle interpretazioni che suggerisce una fenomenologia dell’abitare come vero e proprio “sintomo dell’attualità”.

(in foto L’eremo di San Colombano)

Nymphaea Armonyshow


Domenica 27 gennaio, 20.30
Nymphaea Armonyshow

Sprofonderei sin d’ora
nell’umida quiete
di quei boschi
specie nel sottobosco
ninfale che
bagnando nutre

(Rosemily Paticchio per Nimphaea)

Chiusura della mostra fotografica di Rossella Venezia
Visioni poetiche di Rosemily Paticchio
Performance di danza di Lea Venezia
Videoproiezione “Nimphaea”
________
Aperitivo
*****
NYMPHAEA, IL RITORNO ALLA NATURA
Domenica 27 gennaio alle 20.30, presso il Circoletto di Lecce in via delle Bombarde 13/b, nei pressi di Porta Napoli, si svolgerà la serata conclusiva della mostra di opere fotografiche di Rossella Venezia, risultato di un’originale esperienza fotografica, con espedienti digitali e tecniche che decantano tutta la naturalezza della corporeità femminile; un lavoro poliedrico che indirizza gli sguardi verso argomenti che oggi interessano tutto il mondo femminile e non solo.
Il messaggio prioritario che questo intervento vuole trasmettere coincide, infatti, con la riscoperta della vera naturale bellezza, che scaturisce principalmente dall’interiorità, e con l’esaltazione di un certo aspetto di leggiadria femminile che è del corpo ma soprattutto dell’anima. Ciò consente di sganciarsi dalla pesantezza dei soffocanti schemi mentali che tanto influenzano l’esistenza “sociale” di ognuno di noi. Solo in questo modo è possibile recuperare la piacevolezza dell’essere se stessi, e non falsi burattini di una società certamente molto difficile e complessa, che rende schiavi di un’immagine artificiosa. In particolare, si fa riferimento a problemi legati all’estetica, che spingono molte donne e adolescenti a situazioni d’insicurezza psicologica a causa della propria forma fisica, a volte con conseguenze drammatiche o persino fatali.
L’allestimento fotografico sarà accompagnato dalla performance di danza della danzatrice Lea Venezia, video-performance, e testi di poesia contemporanea a cura di Rosemily Paticchio.

Nymphaea

Rappresenta il ritorno alla natura, alla bellezza umana vera e propria.
Senza artificio alcuno…come un bozzolo che aspetta di divenire farfalla, come un girino che lentamente si trasforma si evolve come noi uomini.
Veniamo al mondo, crescendo subiamo metamorfosi, mostrando la nostra immagine, oggi alterata, migliorata, per renderla più gradevole agli occhi di chi l’osserva, per renderci conto poi che dura pochi istanti, il piacere della bellezza che diviene morboso quasi una malattia, ci si rende conto poi che non basta avere canoni prefissati, ma… il piacere d’essere se stessi per non sembrare falsi burattini di una società che ti rende schiavo dell’immagine, siamo uomini non oggetti che si ricostruisco, rimodellano, ma solo esseri umani.
….I bozzoli sfioriranno e avranno l’unicità della bellezza, unica, dissimile per ogni essere vivente.

Attore Opera Viva. Dal 31 gennaio a Lecce.


Associazione Culturale
FondoVerri/TeatroBlitz

Il TeatroBlitz/Fondo Verri riprende il lavoro sulla formazione dell’attore.
Riaprono le iscrizioni per partecipare al Laboratorio Teatrale“Attore Opera Viva”, diretto dall’attore-regista Piero Rapanà e promosso dal TeatroBlitz/Fondo Verri. Il corso è rivolto ad un massimo di 10 partecipanti che vogliano avvicinarsi al mestiere dell’attore in un lavoro pratico sulle tecniche e i modi del fare teatrale. Un percorso di ricerca e sviluppo delle capacità espressive, percettive e creative del proprio essere corpo/voce, per acquisire gli strumenti necessari per creare la propria “opera”, avvicinarsi ad essere ” autore/attore”. Dal gesto al movimento, dal respiro al canto, dal silenzio alla parola, dall’idea alla costruzione , un lavoro sull’ascolto, sulla percezione e scoperta delle capacità fisiche-sensoriali, e un approccio alla dizione, drammatizzazione, recitazione e messa in scena, queste le materie di lavoro per 4 mesi di laboratorio

Il corso avrà inizio il 31 Gennaio, con frequenza bisettimanale ogni martedì e giovedì dalle 19,30 alle 22.00.
Le adesioni per partecipare al laboratorio sono aperte sino al 30 Gennaio e devono essere comunicate al n° 0832.304522 o fondoverri@tiscali.it.

TeatroBlitz/FONDO VERRI
Via S. Maria Del Paradiso n.8 Lecce
telefax 0832.304522 fondoverri@tiscalinet.it

Incipit


Luciano Pagano
Incipit

Dal profondo della terra preme
Nelle vene il sangue
Di padre di madre ogni globulo chiede
Che io ami in eccesso
Sia il bene assoluto che assolve
Per ciò che avete fatto di ciò che non avete fatto
Delle cose visibili in quelle invisibili
Delle cose buone e di quelle ingiuste
Grido che stridulo rende secco
Il rumore della finestra alluminio roveto
In estasi di serrande di serrande un giorno
Hai udito il tuono.

La lettera al padre
Miniata da Kafka pure iniziava
Con queste parole: “Caro Papà”.

(in foto Guglielmo Malato, Famiglia)

Il "teatro totale" di Alfio Petrini


Enrico Pietrangeli
su “Teatro totale” di Alfio Petrini

Titivillus, diavoletto dello spettacolo, si manifesta rendendo fruibili idee integre dalla censura di “monaci medioevali” ed accoglie questo saggio di Petrini nella sua collana Altre visioni, dove prendono forma ulteriori spunti per la didattica del settore. Teatro totale è sintesi e strumento di ricerca, momento d’intersezione delle arti e, al contempo, uno scorcio rinascimentale, prospettiva verso il più antico e connaturato varco predisposto a sincretismi e sinestesie, una pluralità del linguaggio che non può rinnegare le origini, per ricalcare più direttamente il pensiero dell’autore. Quella del teatro totale è, in ogni caso, un’esperienza che vede coinvolto Petrini in un lungo percorso, di cui compare a tergo del libro quella relativa al primo convegno internazionale svoltosi a Roma nello scorso 2001. Attore, regista, drammaturgo, critico e redattore della rivista INscena, l’autore, in questo libro, si avvale dell’introduzione di Giancarlo Sammartano, empatica e gradevolmente romantica nel rivendicare attraverso la scena “un volontario destino”; forse un po’ più riduttiva nel rilevare le vesti di un “apprendista proletario che si fa maestro aristocratico”, un interessante spunto di dibattito s’intravede comunque nella chiusa: “salutare con-fusione di Teatro e Vita”. Petrini guarda alla ricerca senza mai perdere di vista la tradizione, fintanto da ravvisare “una necessità sociale” nella “pluralità del teatro”. “L’unità nella diversità” è il dogma che ne scaturisce. Nel complesso, risulta essere un ottimo compendio generale, sviluppato con pathos e tesi originali che tendono a personalizzarne la fattura. Ripercorrendo le varie strutturazioni del teatro, si approda in maniera più incisiva verso le avanguardie ed il teatro futurista, profondamente rivalutato attraverso la figura di Marinetti, sul quale il silenzio imposto viene additato come preconcetto ideologico sul giudizio artistico. Il paragrafo iniziale dedicato al teatro totale evidenzia subito una prima grande figura, quella di Wagner, il teorizzatore, ma anche quella di Artaud ed il suo “doppio” prende subito consistenza come un inevitabile punto di riferimento per l’intero argomento trattato. Naturalmente sia Stanislavskij che Grotowski sono imprescindibili come eredità del teatro più moderno. Grande rilevanza è riservata alla poesia o meglio a quel “valore aggiunto” inteso a sottolineare che teatro e parole sono strettamente vincolate alla corporeità dell’azione, “parola del non detto”. Se “l’opera d’arte esiste nel suo divenire”, il regista non può far altro che tradirla per amore ed è un “fare poetico” che racchiude il “favoloso possibile” a ricondurlo al nulla, ovvero allo “spazio della creazione”. Beckett e Shakespeare sono quei “cattivi pensieri” indispensabili per scavare oltre e specchiarci nelle nostre eresie barbariche, tasselli pressoché fondamentali nell’espressione della totalità. Un attento sguardo è rivolto alla panoramica delle tecnologie digitali, alla multimedialità ma anche all’intermedialità passando per la pop art, la performance, l’happening e quant’altro ancora fino a reinventare “le regole della visione e della percezione”. Da Fluxus, John Cage e gli anni Sessanta alla più prossima generazione degli anni Novanta, così variegata e composita, sino a quel nuovo teatro che ha tentato di forzare verso un “ritmo cinematografico o da videoclip” giungendo, infine, alle forme cosiddette estreme o eXtreme, quelle dove la crudeltà è esplicita nelle ferite come nel dolore teatralizzati nella live art. Il paragrafo de L’attore me stesso conclude il tutto in un personale riepilogo della diretta esperienza dell’autore che poi è divenuto anche “maestro”. Teatro totale, ovvero la vita e tutte le sue sfumature che, abbattendo la barriera della scena, nel Novecento finiscono col coinvolgere il pubblico in prima persona. Che il teatro si possa confondere nella vita e viceversa, del resto, è cosa ben più remota. Il punto è determinare un’etica che, indubbiamente, è più facilmente accertabile nella rappresentazione, piuttosto che nella confusione. Magari anche in questo caso, perché no, nasce l’esigenza di una “fusione” con quanto l’autore vuole addurre alla luce come indispensabile aspettativa della vita.

Teatro totale, Alfio Petrini , Titivillus, 2006, 14€

questo intervento è comparso
su “Le reti di Dedalus” del mese di gennaio 2008

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"La ragazza sordomuta", di Dora Albanese


Dora Albanese
La ragazza sordomuta

Edith allunga la piccola mano verso il cappotto di uno di quei due signori; il suo corpo si sposta e tira – con un leggero sforzo, quasi impercettibile, tanto che non trattiene nulla tra le mani, nessun lembo di stoffa, nessun bordo di certezza.
- Prendetemi con voi, non vi darò fastidio, sono qui, proprio dietro i vostri corpi, tenuta al caldo dalle vostre ombre tanto cercate, non lasciatemi di nuovo al sole, non spostate il passo di un solo centimetro, avvolgetemi, non girate l’angolo senza prima voltarvi, accorgetevi di me, vi prego, sono a un passo da voi -.
Le ombre dei due signori si dividono, aprendosi come si apre un sipario, lasciando di nuovo Edith al centro del palcoscenico, sotto il sole della grande vetrata dell’orfanotrofio.
La piccola resta ferma con le mani nelle tasche del grembiulino di stoffa a fiori, fatto su misura da suor Diletta – quella che le offrì un abbraccio per coprirla dal freddo dell’abbandono.
Piega la testa rosso rubino verso la spalla destra, mentre il sole sembra non voler tramontare mai dai suoi capelli; piuttosto succhiare, succhiarne tutto il colore, come per trarne energia – mentre i raggi, che le cingono il capo, appaiono come un’aureola infiammata.
Edith s’inginocchia e prega, unisce le mani, puntandole verso il cielo, alza il volto bagnato dal sole – ha sul viso i lineamenti di una giovane madonna, forse la madonna dei boschi, quella madre che, almeno una volta nella vita, ogni uomo ha provato a immaginare.
Due gocce le scivolano pastose dagli occhi, percorrendo la curva del naso, e fermandosi proprio sotto le mascelle.
Ha gli occhi scuri; e il naso, che le cade dritto, si unisce in una punta ottocentesca, che fa appena ombra sui contorni delle labbra superiori, rendendo quasi invisibile il piccolo porro cresciutole proprio là, al centro delle labbra.
Ora una ruga si impone – come fosse una cicatrice – e le divide la fronte a metà.
È triste, di una tristezza che ha trovato nido nella sua cassa toracica, nel suo ventre, in ogni vertebra, come un elemento in più, da non poter mai più eliminare.
Erano già cinque anni che era chiusa in quell’orfanotrofio, cinque anni che aveva smesso di parlare e di sentire.
Sua madre era una cantante, e raccontava sempre a Edith che, se avesse avuto una figlia, l’avrebbe chiamata come il suo idolo, Edith Piaf, e che l’avrebbe fatta diplomare al conservatorio, le avrebbe fatto suonare il pianoforte, le avrebbe messo a disposizione ogni mezzo per poter divenire una cantante affermata; suo padre, invece, era un insegnante di latino, contrario ai discorsi di sua moglie, che destabilizzavano la fanciulla, portandola in un mondo incantato, troppo lontano dalla quotidianità.
Edith, dunque, era in mezzo a due sogni: quelli paterni, che la vedevano dietro una scrivania, ad insegnare latino; e quelli materni, che la vedevano cantare nei migliori locali parigini. Di certo la sua estrazione borghese non l’avrebbe fatta morire di fame, nel caso questi sogni non si fossero avverati, e la piccola ne era consapevole, perciò annuiva senza fatica.
Sua madre – Caterina, italiana d’origine – era una donna giovane, bella, di una bellezza panica, rossa nei capelli e scura negli occhi, longilinea e accattivante nella voce; aveva sposato il suo insegnante di latino per sfida e per capriccio, pentendosene subito dopo – erano troppi gli anni che li dividevano, e troppe le diversità caratteriali.
Suo marito le impedì da subito di andare a cantare nei locali; non era bene che la moglie di un professore di liceo si esponesse in luoghi frequentati da gente così.
È proprio in uno di questi locali – frequentati di nascosto – che conobbe Giorgio, un chitarrista italiano. Non passò una settimana da quell’incontro che i due si innamorarono e decisero di lasciare la Francia e tornare in Italia.
Caterina, dunque, lasciò da parte tutti gli altri sogni, visto che il suo – quello di poter cantare in giro per il mondo, e di poter ritornare nella sua Italia – si stava appena avverando.
Cinque anni addietro abbandonò Edith davanti alla chiesa di Rue de la Fenac – la piccola allora aveva sei anni, ed era già troppo grande per dimenticare il tradimento materno.
Così svanì sua madre, percorrendo un viale alberato d’autunno – memoria senza più lineamenti, perché a rimanere è solo l’essenza. Ci vuole poco tempo per perdere la memoria di un ricordo.
Ad accoglierla fu proprio una monaca, suor Diletta, che poi le fece da balia all’interno dell’orfanotrofio.
Tutti sapevano che Edith era una bambina sordomuta, e tutti, specie i bambini, la evitavano, intimoriti da quell’ambiguità.
Indossava sempre la solita maglia nera con pallini bianchi, scarpette da ginnastica maciullate alle punte, e pantaloni neri corti alle caviglie, di una taglia in meno.
Le famiglie che frequentavano l’orfanotrofio – per scegliere quale giovane orfano prendere con sé – quando incontravano Edith restavano un po’ attoniti; la guardavano, le sorridevano, le dicevano parole dolci, giusto per sentirsi dei benefattori, per conquistare la sua benevolenza.
Gli esseri così incompleti sembra nascondano dei misteri, come fossero sacerdoti o angeli del Purgatorio – e l’uomo teme il silenzio sfingeo, e vorrebbe essere benedetto da questo mutismo contemplativo.
Edith allora li seguiva, con gli occhi e con i piedi; li seguiva e certe volte si aggrappava ai loro cappotti, tirando, come unico gesto di approvazione, ma poi tutti andavano via, spaventati, verso bambini dai colori meno vivaci, con la carnagione limpida e gli occhi del cielo.
Utilizzava la notte, Edith, per sciogliere la lingua dai crampi. Andava in bagno, tappava con una pallina di carta igienica il buco della serratura, e cantava sottovoce le canzoni della sua infanzia, quelle di Edith Piaf, che piacevano tanto a sua madre. E proprio in quei momenti pensava a lei, e a quei sogni rimasti incastrati in un cassetto, a quel padre che non l’aveva mai cercata, e che forse si era rifatto una famiglia. Tutta la rabbia di colpo esplodeva, riempiendole il viso di macchie rosse, annebbiandole la vista, facendola tremare.
Suor Diletta le dava sempre dei tranquillanti prima di andare a dormire – gliel’aveva prescritti la neurologa dell’istituto -.
Nessuna suora sapeva parlarle; solo suor Diletta sapeva farlo, con certi movimenti veloci e sincopati delle mani, con smorfie labiali, e con sorrisi. Alcune monache provavano ad offrirle balocchi, altre si limitavano ad accarezzarle i capelli, ma nessuno era riuscito ad entrare nel suo segreto, a nessuno mai era venuto il sospetto.
Nessuno si preoccupava d’interrompere certi discorsi, quando passava Edith.
Una di quelle notti si sentì morsa dal nervosismo; la lingua le faceva male più del solito, i crampi erano intensi e duravano molto, le orecchie le fischiavano. Aveva appena gettato i tranquillanti nel water, dato la buonanotte alla suora amica, messo la vestaglia, atteso sotto le lenzuola che il sonno arrivasse, ma i dolori erano acuti, le labbra le tremavano, la palpebra destra le pulsava, era in preda a un terrore panico, e non sapeva cosa fare, aveva appena rifiutato di prendere i tranquillanti – quelle pillole la indebolivano, le facevano girare la testa -.
Iniziò a credere di essere diventata pazza, di non avere più nessuna possibilità di salvezza, nessuna via d’uscita dal suo segreto, del quale era diventata prigioniera.
Un segreto che somigliava sempre più a una condanna.
Aprì la finestra della stanza. Vide la brina sugli alberi e sulle foglie, e anche le strade, ricoperte da uno strato sottile di giaccio, brillavano sotto i fanali delle macchine, che improvvisamente rallentavano.
Quella era proprio una di quelle notti fredde e buie quando la luna sembra non arrivi a illuminare tutta la terra. Edith decise di fare un giro nell’istituto, e magari fermarsi a recitare di fronte alla statua di Sant’Anna un atto di dolore, ma una voce, che somigliava a un lamento – sembrava fosse un fantasma che veniva a punire la sua anima menzognera – iniziò a farsi sentire, a penetrare nella mente di Edith.
La fanciulla fu pervasa da un tremore che la bloccò di spalle al muro. Persa e rassegnata, iniziò a pregare a voce bassa; pregava, chiedendo perdono per quelle menzogne, per aver mentito a tutti, anche a suor Diletta – per averle negato ogni parola di ricompensa. E mentre pregava, il lamento si faceva sempre più acuto.
Si accorse, respirando ansiosamente nel silenzio, di una porta socchiusa – era da quella porta che fuoriuscivano i lamenti. Lamenti che nessuno avrebbe mai raccolto, vista la collocazione del ripostiglio. Si affacciò e vide. Dunque nessun fantasma si stava lamentando, ma un bambino, fatto di pelle e di ossa. Un bambino che chiedeva alla suora, che era nella stanza con lui, di lasciarlo in pace, di smetterla di molestarlo. Un bambino di dodici anni – un ragazzo, ormai – che da chissà quanti anni subiva in silenzio le molestie sessuali di quella monaca perversa, che lo costringeva ogni notte a fare l’uomo.
Edith, già molto provata, tirò un respiro, bloccandolo negli addominali, si piegò sulle ginocchia, slacciò i lacci e ne prese uno in mano, diede un calcio alla porta, e gridò, gridò con tutta la forza che aveva in corpo:
“Basta, basta, basta…”.
La suora si voltò; era spaventata da quella figura diabolica, da quel segreto svelato; cercò allora di aggredirla, di soffocare le grida improvvise della bambina. Invece il ragazzo, rannicchiato in un angolo, rivestiva le sue nudità ferite. Edith afferrò la suora dai capelli, la strattonò a terra, e le strinse il laccio in gola, finendola così – finendola tra le urla del ragazzo, e quelle della Madre Superiora che, però, accorse troppo tardi.
Qualcuno gridò al miracolo, quella notte: la sordomuta aveva gridato, la sordomuta aveva sentito.

Viola Amarelli


Viola Amarelli
Poesie

Alfabeto

S’affanna, è importante
telefona, scrive
solleciti fili di ragnatela
il saggio, il racconto, la presentazione
polemiche a freddo contando i contatti,
corteggia editori, spia critici e amici
schernisce new entry e le top dei successi,
tra scambi e contratti giurie e recensioni
blandisce, recide, esibisce pulsioni,
la sera è stanchezza
però soddisfatta
in fondo qualcuno lo chiama scrittore.

Quartieri Spagnoli

Magro il palazzo pigiama, la canottiera
nera su nero lungo i quartieri
spande eleganza,
guepiere di pizzo in pieno giugno pallido avorio
incede assorto, le rughe tese, in processione
asceta in cerca della bellezza
intorno il vuoto, nessuno guarda
mentre gli fanno tacito largo
come da sempre,
segno e rispetto
statua vivente sacra a follia.

Senile

La vecchia non riusciva a morire
ogni tanto cambiavano un pezzo
questioni ereditarie ma grazie a dio la memoria
era oramai un oblio.
Con la dentiera in giada e caolino
-sopravvivono spesso le ricche-
lampeggiava sorrisi ai passanti
bisnipoti generalmente, loro raccomandando
di non prender molto sul serio.
La vita alla fine, quella che a lei non riusciva,
non pareva valerne la pena.

Nullius

Oh, i retori della metafisica,
gli agghiacci afasici, le immagini kabuki
o sul versante del pudor composto
artatamente il tono medio basso.
Torniscono fonemi lemuri
ormai del vacuo, degradano
cascame sintagma raffinato
il nulla un tempo ierale.
Incùbe li sovrasta la morte
al singolare, analfabeti e a nascite
e a voglie, eros, immortali
anche a voler trascurare i letti
poi da rifare.

§

Viola Amarelli, tirrenica di nascita e di elezione, ha pubblicato con diverso eteronimo ricerche storiche ed economiche. Sul versante poetico si segnalano gli e-book “Encausto” (2004) e “Notizie dalla Pizia” nella collana Ekesy di Vico Acitillo,124 e la raccolta “Fuorigioco” (2007) per Edizioni Joker. Suoi testi sono disponibili in rete su “Poiein” ed “Erodiade”. Hanno scritto di lei Antonio Fiori, Raffaele Piazza (qui e qui). Suoi versi tratti da “Notizie dalla Pizia” sono stati interpretati dalla poetessa performer Rita Bonomo e possono essere ascoltati su OboeSommerso (qui)

 

Nerone oltre la leggenda


Enrico Pietrangeli
su “Nerone oltre la leggenda”

La Ugo Magnanti editore è una piccola casa editrice presente sul territorio pontino e dedita a stampe rigorosamente limitate e molto curate. Anzio, città natale del più discusso imperatore romano, è anche lembo costiero che si approssima all’editore della contigua Nettuno attraverso una complessa e tuttora avvincente ricerca che viene condotta sull’argomento. Yves Perrin, segretario della Sociètè Internazionale D’Etudes Nèroniennes, nella prefazione chiarisce subito che “esistono due Neroni, quello degli studiosi e quello dei non specialisti”. L’immagine convenzionale è quella di un “folle dedito alle orge, spietato matricida e uxoricida”. In queste pagine emerge una figura contrastata, denigrata ed esaltata, amata e odiata, fintanto da rendere la stessa storia più umana; frutto di ricerca ed imparziale dedizione vissuta con autentico pathos. Dopo la morte dell’ultimo dei Giulio-Claudi, Tacito osserva che “era stato reso pubblico un segreto di Stato: potersi creare un imperatore fuori di Roma”. Per molti anni furono in tanti a crederlo ancora vivo e pronto a tornare, diversi furono coloro che presero il suo nome in prestito o a pretesto. Di fronte all’evidenza della sua morte, c’è chi non rinunciò a credere che un giorno sarebbe persino resuscitato rendendo a tutti giustizia. Di giustizia a lungo si occupò in vita Nerone, determinato nel consolidare un potere assoluto, di svolta per quel che sarà la successiva iconografia del tardo impero, sempre più minacciato tanto nelle sue faccende interne quanto nelle pressioni esterne esercitate sui confini. Tra i vari filoni etimologici sulle leggende divampate, ci si addentra in due tradizione pagane, l’una favorevole e l’altra contraria a Nerone. Postuma è quella avversa dei cristiani, sviluppatasi nel corso del III° secolo, che lo presenta come un persecutore in una fosca visione apocalittica. Inoltre sussiste un’ulteriore tradizione ostile di stampo giudaico, che si origina intorno alla distruzione del tempio di Gerusalemme. Con l’umanesimo e la proiezione interpretativa della verosimiglianza storica, l’argomento s’inizia a discernere più attentamente. Taluni studiosi contemporanei giungeranno alla conclusione che i primi cinque anni del regno furono un modello di saggezza, umanità e lungimiranza. Politica estera di mantenimento, garantismo ante-litteram, riforme fiscali ed economia programmatica caratterizzarono questo periodo nonostante i prevedibili crescenti conflitti tra il monarca e l’apparato aristocratico senatoriale. Gerolamo Cardano, autore de L’Elogio di Nerone, resta un opportuno esempio tra quanti, su questo fronte, si sono spinti anche oltre. Tra le probabili cause dell’incendio di Roma, risaltano le condizioni di sovraffollamento urbano, l’impegno di Nerone a condurre i soccorsi in prima persona, il fanatismo di taluni cristiani che vedevano nella libertina Roma dei tempi la bestia dell’apocalisse da estirpare nei flagelli della carestia, della morte e del fuoco. Di fatto Nerone, al contrario di certi successori, non mise mai in atto una politica anticristiana limitandosi a processare le frange ritenute colpevoli del solo incendio. Paolo di Tarso, già presente a Roma e noto alle autorità, non venne neppure inquisito. Un imperatore amato dalla plebe romana ma anche nell’antica Lione, ovvero Lugdunum, per la ricostruzione avvenuta dopo l’incendio. A proposito di ricostruzioni, la Domus Aurea resta d’esempio, nelle descrizioni tramandate, non solo per gli sfrenati e dispendiosi lussi, ma anche per la modernità e le soluzioni integrative. L’artista Nerone esordisce in pubblico a Napoli, coronando poi le sue ambizioni durante il lungo e dispendioso soggiorno in Grecia, dove finirà col distogliersi completamente dalla realtà politica. Lungo spazio è lasciato alle congiure che si susseguiranno, fallendo anche ingenuamente, nel volgere al termine del regno, a cominciare da quella di Pisone fino all’ascesa di Galba, avvenuta imprevedibilmente nell’ormai critica ed irreversibile situazione di dispendio e declino psicofisico di Nerone. L’ultimo capitolo è un excursus sulle messe in scena nel corso dei secoli, ma qui, probabilmente, occorreva scrivere un secondo tomo. Un imperatore la cui sensibilità artistica non ha giovato molto e a cui la creazione artistica, indubbiamente, sembrerebbe essersi pressoché ininterrottamente ispirata. In sostanza, se già il persistere troppo nell’arte non conduce mai, bene che vada, a proficui frutti, dovendo gestire un potere, non può che condurre ad enormi sciagure.

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Io sto alla poesia come mia madre all'aspirapolvere


Giovanni Santese
10 Poesie



Io sto alla poesia come mia madre all’aspirapolvere

Avevo
non senza fatica
trovato la chiave
per scardinare riserve pregiudizi
e invidie (che non si sa mai).
Avevo
non senza fatica
ravanato fra l’humus di parole
sparse nei fogli disposti
a raggiera
fra il pavimento e la scrivania.
Avevo
non senza fatica
allontanato la confezione tentatrice
di antidepressivi
sciolti nella vodka
prima che nel mio sangue.
Avevo
non senza fatica
legato insieme parole eterne
(avrei scoperto poi)
che lette d’un fiato
potevano stordire il cervello
prima di sciogliersi nel sangue.
Avevo
non senza fatica
creato parole immortali
(avrei scoperto poi)
e pure mia madre quando aprì
la porta
ebbe modo di farmi notare:
“Pensa alle cose serie meglio
che la poesia non ha mai dato da mangiare
a nessuno.
Tieni, passa l’aspirapolvere che fai una cosa utile!”
Per la prima volta ho faticato a darle torto.


Commiserie

Entrava
con l’arroganza
e con
gli orpelli consueti
stentava l’italiano
e la sincerità
“Tu dai soldi per latte
lui fame”diceva
indicando il bambino
che intanto trafficava
sotto il banco dei dolci
e dei soldi.
“io no soldi”risposi
“se vuoi mangiare dare panino
e un latte bambino”
preso da una forte crisi
d’identificazione (un po’ comune
invero)
“sei stronzo…
bastardo che la morte sia
per te un sollievo….
per la vita che ti aspetta.”
Ribattè lei in un italiano
perfetto.

27 ottobre 1996
A CLAUDIA RUGGERI

La luce di poche stelle
segna il limine oscuro
tra il davanzale e il solco profondo
nella tua anima.
E’ una vertigine che cresce
e offusca e divora
che spinge all’urgenza del verso
che sia forte, riconoscibile, devastante.
E’ una musica che accompagna
i tuoi piedi scalzi
che ti fa girare in tondo
giro giro tondo
giro intorno al mondo.
E’ ancora vertigine urgenza
che ti fa pensare ai tuoi versi
e ti lancia nella tua ultima danza semiotica.
” volli/ il folle volo delle streghe/volli”


Alla corsa dei cavalli

Penuria
di pecunia
la pelle
ruvida sotto i rivoli
di sudore
i numeri
scorrono veloci
dentro i cristalli
liquidi
Il respiro aumenta
avvicinandosi l’arrivo
insieme ai santi
di tutto il paradiso.


Apparenza e facciata

Le porte dei sinonimi
si aprirono
alla creatività dei singoli
per sciolinature
che si volevano perfette

Le porte delle scuole
ludico-creative
si aprirono
per insegnare a essere bambini
o ad opporre l’aggettivo
al verbo

Le porte della politica
si aprirono
al sociale in difesa della forma
del politicamente corretto
i ciechi dunque non vedenti
i sordi non udenti
i paralitici diversamente abili
si aggiunsero poi
i bidelli operatori scolastici
gli spazzini operatori ecologici

Domani
qualcuno aprirà ancora
quelle porte
vorrà arricchirle della beneficenza pubblica
resa mediatica
da studiosi di marketing
accenderà pozzi in Africa
filmerà i sorrisi
dei bambini più poveri
del mondo intero
lui
sarà quello in disparte
appena dietro il gruppo

Poi
verranno loro
i turisti giapponesi
ai quali le porte
si apriranno
i flash dei loro scatti
illumineranno le tante
cornici vuote ma lucide
tenute ben spolverate
i loro scatti
fermeranno la forma
impressa con la pressa
delle pari opportunità
respireranno l’aria linda
delle pari dignità
mentre qualcuno
sarà ben attento
con i piedi
a tenere nascosta
la polvere
e le incrostazioni
negli angoli
o sotto profumati tappeti.

P.E.

Dialogo principiato, abbandonato e mai ripreso con Antonio Verri

Perché vedi Antonio
ad uno scrittore capita, di trovarsi di fronte una campagna arida,di parole, estesa fin dove posano gli occhi, polverosa e sbrindellata quanto basta (e se non capita è perché non si è scrittori), matta e spessa ad assorbire i raggi dell’ispirazione, del tumulto, dell’abbrivio poetico potente quanto serve ad arare di solchi immortali tanta arsura spianata.

perché vedi Antonio
in quei momenti, in quei momenti là dico,è bello (o utile, dico) avere un alter ego, che parli per noi, che come un menestrello riunisca in uno spartito parole vuote apparentemente senza senso, ma che assumono leggendole una musicalità strabiliante, un alter ego insomma…con panni d’arlecchino, la faccia impiastricciata di neve e di farina, al lieve andare sbandando la figura, mima, sorride, fa boccacce..oh grandioso figlio del nulla, ma…è stefan, è stiffan l’inventore, il solitario impostore, lo svagato cercatore di lucchi, l’eterno pellegrino suasore, il sognatore cocente, babelico, fumoso..ma è proprio galateo questo mago che viene, questo diavolicchio che cresce come il timo..tira una parola dietro l’altra, simula uno squilibrio, continua il gioco..è tanto preso, però, che il tutto spesse volte gli sfugge di mano: ecco, allora è qualcosa di divino, piroettante, aristocratico (per usare i suoi suoni), allora nient’altro che parole, neologismi, accettazione propria, doppie, elisioni, d’una musicalità strana, umorale, faticante..(da parte, la mar: istigazione a movimenti lenti, riflessivi,a godere del tempo, istigazione al tabulare, all’intrico di fatterelli, numeri, folletti, cuoricini..istigazioni, istigazione alla cabala..) oh no, guatarazzi no, scalcioni puttenosi, minnàculi spersi, sguanci, ronze, parse, pizzi, gustose pasticche, quaresimali, mustocciomini, non v’è più alto mondo di questo vigneto,cellule serrate, rami a stella familiare..; e sotto questo vigneto, vi dico, è luce, è luce che pressa sul gran vuoto, che arrotonda l’idiozia dei caseggiati – questi che sono cristalli, questi che sono sorde caccole di luce, cadute in terra, diventate costoni pali treni, muntagne staziose, burri, corpi di luce melampina, croste graalitiche, varicellose, foolmoni e sarsi ferrosi,cloache..sono diventati

perché vedi Antonio
se la paura di dare mortal sospiro aguzza l’ingegno e rende impavidi quel lunghissimo secondo di agonia celeste, innocuo il dolore, arioso il corpo e leggero, come parole posate sulle nuvole e con le nuvole lasciate andare, o ancora se dato mortal sospiro io continuo a parlarti fusse ca fusse ca su nu pocu fessa?

perché vedi Antonio
io direi poco umilmente- datemi un fonema e vi racconterò il mondo-mentre tu
da come arrotoli la lengua di pesce, sembri dire, mio stiffan, l’ordito d’o mundo è intrigante, l’òrrito delle cose di voialtri è sconvolgente, perciò i miei scoppi di vuoto, perciò le finezze malianti, le rughe color croco, lo stupore profondo, smemorante, le cische caddenti, i frisi festonnati..perciò perciò s’arrischia la lengua, quando spunta s’arrotonda- fummi, corsieri, busti, corpetti- è di un biancore a pois, gelide chiazze, tepori rosati, petaccio però: che sia petazzo, sfiziomio, che lascimpiedi la tremolante cassarmonica, che tutto scoperchi, tutto sprofondi in una nuova scia sotterra, che porti con se la mia metà faccia, qualche foca che ho per troppo fuoco, per veluscio, per vinetto..che porti via tutto ‘nsomma, che porti di me quel che vi ho detto, che scivoli senza arresto senza fondo

perché vedi Antonio
se dall’evoluzione della specie l’uomo, somiglia sempre meno a se stesso… allora
io tanto fervore non lo capisco, questa ostinazione a voler salvare i poeti dalle fiamme dell’inferno più inferno della terra, questo voler liberare i poeti dal loro impegno di buffoni di corte, dalla malasorte, con quell’ondeggiare fra la vita e la morte, ma poi ..a noi che ce ne frega, noi sappiamo come è iniziato tutto..e come andrà a finire tutto questo..perché noi vediamo all’orizzonte che corre, già corre la tila corre…e noè noè galleggia, non s’accorge ma perde consonanti, gemendo, tondeggia..e la tila intanto corre e corre…la luce stupirà…stupirà i suoi occhi…e i miei così vergini di luce…che corra dunque… che corra questa scia, che giri sul giro della terra..che scinda, che scanni se vuole, porti erva di taglio e, nelle isazze gli sfinimenti di un dio vendicativo, che ama le fòffule e i miraggi, corbelle frottole appannaggi..cantate cantastorie cantate, mimate cavalieri mimate le imprese dell’orzo bollito, suonate suoni suonatori suonate suoni non trasportabili in codici tipografici

perché vedi Antonio
o animale favoloso, o mio sperso, gnorreo, ciciarroso, o dolloso, o dolloso mio vecchio sogno che consumo in una città di boati o beoni, in un tempo che non tollera più buffonerie…ma pitto, farro, sbarro…cazzo…buffonerie saranno.

Eccome.

Nota: liberamente tratto e ispirato da ” Il Fabbricante Di Armonia- Antonio Galateo ” di Antonio Verri

P.E.


Dissoluzione dissolvente

Ero a un passo dalla poesia di peso
-se posso dare un peso al passo della poesia-
quando una nuvola oscurava il cielo
rubando il passo alla poesia di peso
-se posso dare un peso al passo della poesia.-
Così mi ritrovai
da – solo un passo dalla poesia di peso
-se posso dare un peso al passo della poesia-
da – un verso che l’umano sentire oltrepassa
al vuoto di una nuvola che passa.


Oh Desdemona!

Fu
il giorno primo
di quel mese
che alle pene d’amor
m’opposi
e
all’idillio che la notte
mi destava
fine posi.
A rallentare il cuore
che batteva con tedio
m’aiutò la chimica
a porre rimedio.
Immobile la barca
di Caronte resterà
e
se Ade nel suo regno
m’aspetta…
aspetterà.

L’araldo

Parlava a bocca pienal’araldo
negli occhi della platea
si accompagnava a Nietzsche
durante l’antipasto
gli occhi puntati degli astanti
a sorreggere parole nuove
bene impostate scandite a colpire
nel giusto cuore
il lavoro dei figli la pensione dei padri
una casa per tutti per tutti l’ascolto
Parlava a bocca piena
l’araldo
ma si spiegava bene
durante il primo
chiedeva a Proust della sua ricerca
e consigliava a tutti di decidere
da che parte stare
facendo notare che la sua strada
era l’unica percorribile
perché spianata da lui personalmente
e dalla sua mole imponente
“che presto sarò Presidente
e avrò ai miei piedi la gente”
Parlava a bocca piena
l’araldo
ma si faceva capire bene
viveva di parole e la gente le ascoltava
la sua retorica era nota a tutti
dava ai ciechi l’illusione di vedere
ai poveri la certezza del pane
alle madri il latte per i figli
prometteva pani e pesci
a chi gli chiedeva semplicemente dell’acqua
non risparmiandosi mai quando
c’era da distribuire una buona parola di conforto
non era un materialista
tanto che nulla può essergli attribuito
ma le parole quelle si
sono rimaste nel cuore della gente
e quel modo gentile di sussurrarle
con la mano sul cuore
e il tono mesto proprio delle persone sensibili
Parlava a bocca piena
l’araldo
ma sapeva bene cosa dire
agli assetati l’acqua
agli affamati parlava del pane
ai disoccupati di come li aiuterebbe un lavoro
capiva bene le disgrazie
e le plasmava con parole che
lui ben conosceva e che
liberava accendendo la speranza
ridando la vita a chi altrimenti
sarebbe morto
non perdeva occasione per aumentarsi
diminuendo con pervicacia
chiunque gli fosse contro
Parlava a bocca piena
l’araldo
ma sapeva cosa dire
poco prima della frutta
ebbe modo di confermare
che Berto per vincere il suo “Male oscuro”
si era aiutato con le pastiglie di litio
aveva una risposta per ogni domanda
e quando risposta non c’era lui
la inventava
di lui si diceva fosse nato per fare politica
di quelli come lui in Italia
si dice siano “forgiati per la politica”
Parlava a bocca piena
l’araldo
ma sapeva cosa dire
anche quando gli elettori stanchi
di vederlo mangiare
gli si rivoltarono contro negandogli il voto
Qualcuno gli sentii dire
“sono quarant’anni che faccio politica
qualche incarico il partito me lo darà comunque
e la farò pagare a questi ingrati”

Parla ancora a bocca piena
l’araldo
la vita sembra non gli abbia
insegnato nulla
“quello che semini raccogli”
“quando pensi che la gente sia stupida…”
“non fare mai il passo più lungo della gamba”
Ma è la saccenteria la pienezza di se
quell’arroganza spesso fuori posto
e con persone umili
ad avergli dato il colpo più forte
quel luogo comune che ormai da tempo
gira negli ambienti intellettuali e politici
della Città, e cioè:
“E’ l’unico politico in Italia
che viene pagato
purchè (basta che) non faccia niente”

L’araldo
appunto.

Dei ventenni è il mondo

Si crede all’amoreterno
che non muore mai
a ventanni
si deve credere.
Sale la luna
prima che sia sera
a ventanni
e la si vede con chiarezza
il sangue ribolle
si odia con forza
e non c’è posto al mondo
che resista
a ventanni.
La luce acceca
e il vento libera i capelli
a ventanni
si sente il sangue ribollire
per le ingiustizie
si lotta per uno sconosciuto
e si vince
a ventanni
non esiste causa
che non sia la nostra
trionfi della fierezza
possiamo farci carico
del peso del mondo interno
e non ne sentiremmo la fatica
ne siamo certi
a ventanni.
Si sposano le cause
le più derelitte
le più sballate
le più lontane
le più contrarie
perché a ventanni
il nervo è scoperto
e vibra forte ché l’impeto si plachi.
È per questo
che vi prego
giovani ventenni
lasciate stare le vostre playstation
il vostro cazzeggiare
da nullapensanti obliqui
i vostri vitabassa
e i concerti dei negramaro
e svegliatevi
cominciate a muovervi
nei vostri ventanni
magari potreste
spaccare qualcosa
anche solo per capire
cosa significhi
porre rimedio.
Spaccate cazzo.
Spaccate.

Ne resterà solo uno. (su Io sono leggenda)


Luciano Pagano
Ne resterà solo uno.
(su Io sono leggenda)

“L’ultimo uomo sulla terra” è il titolo della pellicola girata nel 1964. Come protagonista c’è il famosissimo Vincent Price, che nella sua carriera ha girato qualcosa come 145 film. Il lungometraggio è basato sulla storia di Richard Mateson scritta dieci anni prima, la stessa che ha dato ispirazione al recente “Io sono leggenda”, in uscita nelle sale italiane. Sul pianeta terra non abita più nessuno. Nell’ultima versione cinematografica la morte del genere umano, o meglio, la sua trasformazione, è causata dall’impazzimento di un virus che era partito bene, come cura globale contro un male di per sé incurabile. Il film in bianco e nero ha un fascino differente, più aderente per filologia al testo del romanzo e oltretutto uscito in un epoca particolare, dopo i lunghi successi di film dedicati dagli anni 50 – in clima di Guerra Fredda – in poi alle ‘mutazioni’, un classico da rivedere resta “L’invasione degli Ultracorpi” (1956), basato su una storia pubblicata proprio un anno dopo l’uscita di “Io sono leggenda” di Matheson. In una delle prime inquadrature dove compare Vincent Price viene mostrato il muro dove il sopravvissuto tiene un diario dei giorni che ha trascorso da quando ha ‘ereditato’ la terra (…giorno 1001), il muro somiglia alla parete di una cella, con i mesi e le croci segnate con un pennarello nero. Il mondo è una prigione desolata. L’anno di ambientazione di cui adesso ricorre il quarantennio è il 1968. Essendo il film con Vincent Price datato 1964 e dato che il protagonista vive la vicenda a distanza di 3 anni dall’avvenimento che ha dato il via alla storia, è evidente che chi ha girato la versione del ‘64 ha preferito porre il tutto più a ridosso del proprio presente. Manca, nella versione odierna, il possibile rimando al cinema di genere, con sconfinamenti in pellicole come “Fahreneit 451″, dove le geometrie asettiche delle ambientazioni aiutavano a distanziare la storia narrata in un punto di desolazione-zero. La catastrofe di cui sarà protagonista Will Smith, ambientata nel 2009, trova conclusione nel 2012; lo svolgimento a New York da il pretesto all’agente Smith per ricordare l’ecatombe di Ground Zero, un evento dell’immaginario americano spartiacque tra chi lo ha vissuto e chi no, anche nel futuro cinematostorico, un po’ come il Vietnam e molto più che Pearl Harbor. La regia del ‘64 è di Ubaldo B. Ragona. Vincent Price ha una bella collana d’aglio appesa sulla porta, la puzza di vampiro si sente da un miglio. Nel film di oggi si insiste di più sulla desolazione, complice l’atmosfera di silenzio assoluto che pervade la pellicola, ogni rumore è assente perché dobbiamo restare in allerta. Times Square con le piante che sbucano dall’asfalto è un’immagine che rende bene l’idea di un pianeta abbandonato a se stesso. Quali problemi si pone un sopravvissuto alla catastrofe? Problema numero uno: l’energia. Vincent Price se la cava con un motore a gasolio piazzato nello sgabuzzino sul terrazzo di casa. Will Smith pompa la benzina direttamente a mano. E l’energia elettrica? Negli Stati Uniti del futuro prossimo venturo non si capisce bene da dove questa venga, ampio spazio alle congetture, forse l’energia è fornita dalle centrali termonucleari dove l’uranio garantisce eternità di emissione, probabilmente un Homer Simpson neo-vampiro è il controllore delle centrali, insomma c’è energia in quantità, anche perché il consumatore di energia è uno e solo. Problema numero due: l’intrattenimento. Grazie alla presenza di energia elettrica a sufficienza la giornata di Robert Neville trascorre tra allenamenti su tapis roulant in compagnia del proprio cane, visione di vecchi dvd, corse in auto, partite a golf utilizzando lo skyline di New York come bersaglio. Vincent Price più che padrone del mondo viene presentato come spazzino dell’umanità residuale, a lui spetta l’onere di bruciare i corpi dei vampiri che vengono ammazzati o rimangono stecchiti non si sa come. I vampiri più forti ammazzano i più deboli. Solo con un cane, solo come un cane, Robert Neville ha un laboratorio dove si è attrezzato per studiare una serie di topi affetti dal virus, lì cercherà di scoprire le eventuali cure alla malattia, nel corso della storia riuscirà a catturare un soggetto umanoide femminile e cercherà di farlo guarire. Con un esito più catastrofico (dipende dai punti di vista) rispetto alla versione del ‘64. Se negli anni ‘60 la trasposizione si affidava al tema del vampiro, oggi, in “Io sono leggenda”, i vampiri hanno altri nomi: solitudine, incomunicabilità, guerra tra simili, in una storia che trattando il tema del doppio mutante sembra molto vicina alle tematiche del Jekyll e Hyde di Stevenson. Tanto è vero che fino all’ultimo la sensazione più forte proviene dal pensiero che ognuno di noi, al suo interno, nasconde una parte orribile che potrebbe essere attivata da un virus e che, in modo irreversibile, sconvolgerebbe il nostro comportamento. Il motivo è semplice, il virus più che scatenare la follia omicida dei vampiri è terribile perché ci fa tornare animali, dove l’unica ragione dominante è la non-ragione dell’istinto primordiale alla sopravvivenza. La visione che viene data delle forze dell’ordine e dell’eventuale risposta a un’emergenza epidemica è anch’essa desolante, dall’inizio alla fine, un’interpretazione politica di questa pellicola non cederebbe terreno a un’immagine di potere assoluto del governo sulla vita del singolo. L’esistenza o meno di qualche sopravvissuto, a questo punto, è a dir poco inutile, grande è infatti lo scoramento del protagonista quando è costretto ad accorgersi che di ciò che un tempo si chiamava umanità è rimasto poco. A essere sinceri le passeggiate di Will Smith sono molto simili a quelle che può fare chiunque, oggigiorno, in alcune metropoli deserte di Second Life. L’unico commento musicale, in un film dominato dall’assenza di suoni, è affidato a Bob Marley, culminante nel canto liberatorio dei titoli di coda. Redemption song.

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Io sono leggenda.


Stefano Donno
su “Io sono leggenda” di Richard Mateson

Il libro di Matheson non è un libro qualunque. Non so se sia un errore o meno lasciarsi prendere dalla voglia di incasellarlo all’interno di un genere letterario, come quello dark ad esempio, perché verrebbero messe fuori due altre categorie come l’horror e il noir, che tutte e due l’autore sintetizza in maniera davvero esemplare. E allora? Lasciamo da parte qualsiasi intento sistematizzante, che in certi casi, e mai come in questo, si rischierebbe di fare gran brutte figure. O peggio uscirsene alla buona con affermazioni del tipo … una splendida metafora del limite sottile esistente tra normalità e diversità. L’orizzonte in cui si muove la vicenda narrata è l’Apocalisse. Per essere più chiari: immaginiamo uno scenario consueto come quello che trascorriamo giorno per giorno, dove gli oggetti, le persone, le cose, i ricordi, le nostre abitudini, il lavoro che svolgiamo per tirare a campare, gli affetti facenti parte non solo del nostro bagaglio interiore, ma anche di quello agito nella realtà, scompaiono improvvisamente. E di tutto quell’universo esistenziale non rimane altro che un sopravvissuto, che scoprirà a sue spese di non essere l’unico! La meccanica narrativa sviluppata da Matheson in “Io sono Leggenda” percorre con grandissima lucidità tutte quelle dinamiche psicopatologiche che fanne parte degli abissi mentali di tutti coloro i quali riescono a sfuggire ad un disastro: sciagura aerea, attacco terroristico, guerra, incidente automobilistico mortale. Poi l’autore lavora ancora di fino, e con grande disinvoltura rappresenta tutte le tecniche di sopravvivenza, che un essere umano può mettere in campo, in un ambiente ostile, pericoloso, dove l’altro è né più né meno che un predatore, con mezzi di sussistenza che diminuiscono copiosamente con il trascorrere del tempo, secondo la legge della darwiniana selezione della specie: il più forte domina, il più debole soccombe. Ma non è così semplice. In base a questa teoria si tratterebbe di eliminare i pesi morti della specie di riferimento, per migliorarne esponenzialmente la qualità, potenzialità, e la produttività. Nello specifico, è in ballo la razza umana, il suo ultimo prodotto. Parliamo di una minaccia che viene dallo spazio? Una guerra termonucleare su scala planetaria? No un batterio ad alto potenziale virale, trasforma gli esseri umani in vampiri. Robert Neville sembra uno di noi, che dopo una giornata di duro lavoro, torna a casa, svolge le sue attività domestiche, del tipo cucina, scopa per terra, ascolta un disco, si siede in poltrona ascoltando musica classica, si concede la lettura di un libro. Mi si potrebbe dire … e allora? Tutto nella norma! Eppure la sua è una vita tutt’altro che normale. Di giorno forse … ma dopo il tramonto…le cose cambiano! Neville è l’ultimo uomo sulla Terra in un mondo completamente popolato da vampiri.
Robert in perfetta solitudine, studia il suo nemico. Ne analizza ogni singolo aspetto, la storia, la leggenda, il mito di questi abomini, e addirittura riesce ad entrare in possesso di un campione di sangue di questi neo-vampiri, e ne studia chimicamente la composizione. Il tutto per raggiungere un unico, fondamentale obiettivo: lo sterminio delle creature delle tenebre. La storia è ambientata nel 1976. In questi giorni esce nelle sale cinematografiche il film con Will Smith, dove l’ambientazione appartiene ai nostri giorni. Sia in un caso che nell’altro rimarremo tutti a bocca aperta!

Io sono Leggenda, di Richard Matheson, Fanucci, pp.224, euro 13

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