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All’improvviso Dante, 100 canti per Firenze. 16 Maggio 2009

danteallighieriTorna anche quest’anno, alla sua quarta edizione, la rassegna “All’improvviso Dante, 100 canti per Firenze“, occasione in cui la “Divina Commedia” dell’Alighieri rivive per le strade fiorentine. Il 16 maggio, dunque, Arnoldo Foà, Giovanni Lindo Ferretti, Massimo Verdastro e Brunello Cucinelli, assieme a 650 cantori di tutte le età, declameranno l’opera per le strade e le piazza di Firenze. All’evento – ideato e organizzato dall’Associazione culturale CULT-er in collaborazione con Elsinor Teatro Stabile d’Innovazione per la Provincia di Firenze, nell’ambito delle manifestazioni del Genio Fiorentino – parteciperanno alcuni habitué, tra cui il cantautore Riccardo Marasco e il pittore Giampaolo Talani. Mentre nella sede di Palazzo Strozzi ci saranno anche i rappresentanti delle storiche “Wine Family“, famiglie produttrici del vino della Toscana come Tiziana Frescobaldi, Francesca Folonari, Agnese Mazzei e Caterina Dé Renzis Sonnino che daranno voce ai versi del poeta. Tra le novità dell’edizione l’intera lettura della “Cantica del Paradiso” dai cantori sparsi in 33 postazioni lungo tutta via dei Calzaiuoli, da piazza della Signoria a piazza del Duomo.

L’appuntamento di chiusura, secondo tradizione, è fissato per le ore 20 sul Sagrato del Duomo per la lettura corale del “XXXIII canto del Paradiso”.

su “D’indolenti dipendenze” di Ilaria Seclì

E’ uscito nella collana dei Poet/Bar, diretta da Mauro Marino, l’esordio poetico di Ilaria Seclì, intitolato “D’indolenti dipendenze” e, come è successo per altri titoli di questa stessa collana (vedi Astremo, Semeraro, Benedetto, Petrelli), siamo qui a chiederci se anche questo volume mantenga le premesse di qualità, sperimentazione e ricerca che sono insite nel lavoro condotto da Mauro Marino e nella sua continua ricettività/ascolto di quanto accade attorno all’arte ed in particolare alla scrittura nella nostra regione. Ebbene quello di Ilaria è sicuramente uno dei prodotti più maturi usciti in questa collana. La maturità è data, in questo caso, dalla delineazione di sé e della sua poesia che la Seclì è riuscita a rendere visibile in questa raccolta. Fermandoci per il momento a questo risultato possiamo dire che qui sono contenute diverse e molteplici direttrici che porteranno altri buoni versi. Sarà compito dell’autrice scegliere di intraprendere una di queste direttrici come percorso, quella più interessante è sicuramente nascosta nel sottile intreccio tra la parola e il suono, la parola detta, sentita, strettamente collegata al suo significato. Mi riferisco all’intreccio di ‘corde’, ‘fiati’, ‘respiri’ cha danno densità a questi versi. L’effetto dell’opera d’arte ben riuscita è quello di provocare un effetto di ritorno. In alcuni testi della Seclì il ritorno è puramente ascrivibile all’utilizzo di alcuni vocaboli (barbari/barbarie, mongole corde, “Di odore di terra di fuoco carne e feto”), mentre in altri all’utilizzo di un ritmo ricorsivo. Dove il richiamo e l’influenza sono più manifesti l’autrice è brava nel accumulare una serie di immagini dense, che fanno sciogliere in soluzione gli elementi ascrivibili a questo effetto. Un’altra caratteristica rintracciabile in questi versi è la stretta connessione, a livello di senso, tra gesto quotidiano inteso come rito e gesto intriso di mistero della ritualità, il percorso dei mesi, il tempo che spazia attraverso il respiro (Quei mesi artigiani preparavano linde bende e resistenti di sepolcro/e le attorcigliavamo – occhi bassi e pazienti – ai tronchi delle viti.). E’ come se in certi versi – ma questa a dire il vero è una caratteristica che permea la poesia di Ilaria Seclì – ripeto, è come se in alcuni punti la parola venga masticata, venga triturata nei minimi rivoli del suono, in modo del tutto musicale, senza mai ammiccare ad un gioco puramente sonoro o privo di densità.
LODE AD ADE è una delle liriche simbolo del sapiente mescolìo che l’autrice sa condurre tra il sangue e la terra, spalmato nei miti delle teogonie (cfr anche “lo squarto di fegato titano”, in Postuma) e delle letterature, che quasi sempre rincorre e chiude in un’immagine finale degna delle migliori catastrofi: “Che lo sposo nell’utero polveroso attende/che mi asciuga il sudore e il liquido voglioso/la terra che mi succhia/e mi riprende”, così accade anche in Quei mesi artigiani : “[…] stirpe barbarica/a cavallo attraversava il paese/e se ne andava.”.
L’esordio di Ilaria Seclì è compiuto. Su più piani e più sensi, ed è compiuto. Lo è perché le tracce di influenze che affiorano in alcuni luoghi sono prontamente sopite da un carico di immagini notevole, lo stesso carico che viene dosato in un incedere ritmico, denso di rime internem proveniente dall’abitudine di leggere ad alta voce i propri versi, ripeterli come ritornelli, fletterli.
Alcune di queste poesie potrebbero essere tranquillamente cantate e ritmate, in particolare per una di queste (mi guarda di sottecchi mi ha riconosciuta) sembra quasi automatico il rintracciarne la trama e l’intelaiatura sonora. Un esordio che ha saputo coltivarsi ed attendere, buona fortuna.

D’indolenti dipendenze, Ilaria Seclì, Poet/Bar, Besa Editrice,
con un intervento di Giovanni Lindo Ferretti e postfazione di Michelangelo Zizzi


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"Pagano cortocircuita storia letteraria e invenzione letteraria e il risultato è originale."
Patrizia Danzè su Stilos (1 maggio 2007, Anno IX, Numero 9)

"Re Kappa è un Candido minore, ironico e leggero, all’avventura nel «migliore dei mondi possibili», quello della cultura, un mondo tanto bello che non di rado fa quasi schifo."
Michele Trecca su "La Gazzetta del Mezzogiorno" (13 maggio 2007)

"Vi è qualcosa di stralunato, nella sintassi aggrovigliata e furiosa di Pagano; qualcosa di brutale - di poco letterario - ma è come se Re Kappa rappresentasse una sorta di agnizione delle «buone maniere» letterarie, per rifondare tutto a partire dallo stomaco, dalle «viscere», dagli umori (non c’è terra, in fondo, più umorale e incendiaria del Salento)"
Andrea Di Consoli su "l'Unità" del 6 agosto 2007

"Pagano vuole rappresentare quell’incrocio casuale di destini oppure quel verificarsi di congiunture che a volte annodano un’esistenza - o una rete di esistenze - ad uno scartafaccio, quella sorta di magia che dal nulla crea una straordinaria testimonianza del proprio essere ed esistere con le figure e gli intrecci di un universo fatto di parole."
Antonio Errico su "Nuovo Quotidiano di Puglia" del 25 Luglio 2007

"C’è scrittura in Pagano, così come atmosfera, e il tutto è reso in un linguaggio contemporaneo, ma in uno stile che guarda al post moderno, con inserti strumentali mutuati dal passato. Sta nascendo uno scrittore a 360 gradi"
Antonella Casilli su "Teatro Naturale" (maggio 2007)

"a sfogliare le pagine del lavoro di Pagano, ci si sente come scossi da una scarica elettrica, come se sorgesse repentino un imperativo categorico che spinge a dedicarsi alla parola"
Stefano Donno su "Coolclub.it" (maggio 2007)

"Luciano Pagano ha dimostrato di non aver paura di sperimentare e di saper dar vita a un teatrino di personaggi memorabili: il tutto è condito con ironia, il che non guasta mai."
Elena De Fazio su Studio83

"Re Kappa infatti è un libro che richiede - di più, reclama - la partecipazione del lettore"
Luigi Milani su False Percezioni

"Pagano ci consegna un breve romanzo lineare, compiuto e coinvolgente"
Rossano Astremo su Booksblog.it

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