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“Casa della Poesia” chiede aiuto.

Novembre 13, 2009

Cari amici, vi lascio qui sotto una lettera dei fondatori delle “Casa della poesia”, un luogo unico e di grande valore per la poesia e per la cultura in generale.
Sarebbe un vero peccato, per l’Italia, e per il mondo perderlo.

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“Cari amici di Casa della Poesia,

le notizie che dobbiamo darvi continuano a non essere piacevoli. Pur svolgendo in questi mesi un’intensa attività in tante città italiane e all’estero, pur avendo raccolto grandi successi ed entusiasmi per le ultime cose organizzate (Napolipoesia nel Parco, Incontri internazionali di poesia di Sarajevo, Verso Sud a Reggio Calabria, gli Incontri dedicati al Centenario di Alfonso Gatto, gli incontri in “Letture senza confini”, i tour italiani di Jack Hirschman, di Paul Polansky, di Maram al-Masri, ecc. ecc.) la situazione della struttura fisica di Casa della poesia rimane problematica e ancora a rischio di chiusura o trasferimento.

Come sapete ormai da tempo a questa crescita continua del progetto e della considerazione internazionale di cui gode, agli impegni sul territorio nazionale e all’estero, corrispondono problemi di natura finanziaria e di relazioni con gli enti pubblici locali che mettono in grave difficoltà la struttura proprio nel nostro territorio. Dobbiamo quindi segnalarvi di nuovo e con forza il pericolo imminente. È davvero a rischio la stessa esistenza di Casa della poesia!

Ricordiamo che il 2008 è stato l’anno dell’apertura della “Casa dei Poeti”, la struttura residenziale di Casa della poesia che rende la nostra organizzazione unica probabilmente non solo a livello nazionale, ma forse a livello internazionale. E ricordiamo anche che il prossimo anno, 2010, Casa della poesia realizza il quindicesimo anno di attività, un traguardo importante, straordinario per una struttura indipendente.

Torniamo a dare i numeri di quella che ci ostiniamo a considerare una straordinaria impresa: quattordici anni di intensa attività, circa 40 grandi eventi realizzati in varie città (Napoli, Salerno, Baronissi, Reggio Calabria, Pistoia, Trieste, Sarajevo, Potenza, Benevento, ecc. ecc.), incontri, progetti, seminari, in tante città italiane e all’estero, collaborazioni con Ministeri ed enti culturali di tanti paesi europei ed extraeuropei, circa 400 passaggi di poeti di ogni parte del mondo, una bella biblioteca internazionale, una mediateca, un archivio audio (“Le voci della poesia”) tra i più ampi e vasti del mondo, laboratori di produzione audio e video.

E come già  detto l’apertura di una casa-alloggio per poeti che fa di Casa della poesia, nell’insieme delle sue attività, una struttura forse unica al mondo per complessità, approcci, aree di intervento e sviluppo. **Casa della poesia è un’impresa culturale riconosciuta e riconoscibile a livello internazionale, apprezzata e presa ad esempio, con relazioni internazionali di livello altissimo (Università, Ministeri, Ambasciate, Istituti di cultura, Associazioni, Enti pubblici, Case della poesia, ecc.).
Facciamo appello ad amministratori, uomini politici, imprenditori, disponibili a “leggere” i risultati e la qualità dei progetti di Casa della poesia e ad impedire un ulteriore impoverimento culturale del nostro territorio. **Intanto noi proviamo a proseguire le nostre attività (ma non sappiamo ancora per quanto), insieme a coloro che in questi anni sono stati protagonisti (i poeti) e testimoni (gli amici di CdP) del nostro lavoro, con la speranza di non dover rinunciare e trasferire tutto il patrimonio di lavoro, relazioni, contatti, materiali, conoscenze e competenze, in altri ambiti e territori.

Chiediamo a tutti gli amici, i giornalisti, gli uomini di buona volontà, di essere parte attiva in questa operazione di r/esistenza per tenere in vita una struttura che per 14 anni ha dato spazio e voce ad una cultura dell’impegno, della partecipazione, della solidarietà, dell’incontro. Siamo certi di poter contare sul vostro aiuto (articoli, interviste, segnalazioni, ecc.) e di ricambiare continuando a proporre progetti e la grande poesia internazionale.
Aspettiamo un vostro cenno e intanto, un caro saluto, Raffaella Marzano & Sergio Iagulli Info: 089/951621 – 089/953869 – 347/6275911″.

Una fine che non è una fine.

Ottobre 13, 2009

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Nel racconto moderno il personaggio non esiste. Esistono delle figure e dei fatti che non sono mai esattamente identificabili con i soggetti e gli oggetti; ci sono lotte e sconfitte, ma sono prive quasi totalmente di senso. Alla lettera potremmo immaginare un personaggio sconfitto e in fuga, lacero, disfatto e senza speranza. Potrebbe anche avere un’ultima notte di sogno e di disperazione, in cui i fantasmi vengono eccetera eccetera… L’ultima cena, l’ultimo addio, e così via. Ma queste sono sciocchezze che non succedono che nella storia – e antica, per giunta -. Questa è la realtà: nel mondo moderno tutti sono gli sconfitti, e agli sconfitti resta un’infinità di vie – dal commercio alla dirigenza d’azienda fino all’idea di scrivere le proprie memorie chiamandole banalmente romanzo -. Sconfitti sì, ma vivi. Niente di meno, niente di più. E niente di meglio che essere (credere di essere) fuori della mischia. Fuori della lotta per la vita. Niente più capo né gregario, vivere come tutti quanti: una vita comune. Ma il problema qui è un altro. Non ha importanza, più, essere quello che si è, oppure un’altra cosa, tutt’altra cosa o tutt’altra persona: tanto siamo tutti uguali. Unici, è vero, come individui, ma uguali, poco meno che identici. La nostra è l’epoca più giacobina che sia mai esistita – e a nostra insaputa -. Il livellamento è tale che non c’è alternativa per nessuno: ai vari livelli di cultura, intelligenza, potenza, ricchezza (quindi anche dei loro contrari) la storia (la vicenda) è quasi sempre la stessa.
Il nostro protagonista non è dunque nessuno in particolare, non rappresenta un’idea particolare, non è un simbolo: niente. Uno qualunque ha infinite possibilità di esistere in questo o in qualsiasi mondo: l’ingranaggio è unico. Immaginiamo che la scena si svolga in un futuro a breve, brevissima scadenza, cerchiamo ragioni di riso in un mondo fantascientifico d’invenzione. Ma non lasciamoci fuorviare del tutto: domani, lunedì, riaprono uffici e banche: la lotta sta per riprendere il suo quitidiano volto di normalità noiosa e indifferenziata. Fra poco tutti correranno, affaccendati, come al solito, il gioco rientra nelle sue regole solite. Chi sono i vincitori? Chi sono i vinti? Nessuno lo sa; occorre mimetizzarsi seguendo una strada qualunque senza sapere dove porta. Le cose non cambiano poi molto. Ci può essere persino una fine che non è una fine.

da “O barare o volare“, Gilberto Finzi, 1977, Garzanti

Dieci e lodo.

Ottobre 8, 2009

scopa

La casa si chiama giustizia. Soltanto dopo aver fatto pulizia si può tornare alla casa di un tempo, la stessa, come se fosse nuova. Soltanto quando la casa è pulita si può iniziare a respirare a pieni polmoni. Riusciranno i nostri sub-eroi a ridare il paese ai suoi abitanti? Riuscirà la legge laddove la legge nella legge ha fallito? Come si può costruire qualcosa che riesca a contrastare sul terreno del voto affermazioni come “il nostro è un governo legittimato dal popolo, uscito fuori dalle urne?”. Come fare intendere a chi lo ha votato che il pensiero è ottuso da anni di non-pensiero, di immagine-di-pensiero? Queste che scorrono sono ore cruciali oppure ci troviamo dinanzi all’ennesimo scivolone dal quale egli si riprenderà riassettandosi come niente la giacchetta? Come con le escort, che oramai ci manca poco perché diventino parlamentari all’opposizione. Un po’ come oggi, che alla presenza di Tarcisio Bertone, Segretario di Stato Vaticano, durante l’inaugurazione di una mostra sui Santi Patroni d’Europa, egli ha detto così “Ho detto a sua eminenza che c’è una grave lacuna nella mostra. Manca San Silvio da Arcore che fa sì che l’Italia non sia in mano a certa sinistra che con la religione ha poco a che fare“. Si tratta dell’unico Premier che rischia di essere più simpatico dei suoi alleati e, soprattutto, dei suoi elettori, di quella ‘ggente…mentre intanto, attorno a questa supernova mediatica, si dilata il Vuoto.

La suina è una bufala?

Settembre 28, 2009

Fuga dal sistema. Un racconto.

Settembre 12, 2009

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§1

12 settembre 2048. Questa mattina, nel suo appartamento di New York, all’età di 86 anni, si è spento lo scrittore americano David Foster Wallace. Lo scrittore soffriva da diverso tempo di un male incurabile, dovuto ai postumi di un incidente domestico. Wallace era conosciuto presso il grande pubblico per le opere pubblicate a ridosso del passaggio tra il secolo scorso e questo presente. La moglie lo ha continuato ad accudire fino dal giorno in cui, quaranta anni fa, Wallace subì l’incidente che lo immobilizzò su un letto. David Foster Wallace cadde da una scala battendo la testa. Il ritardo dei soccorsi – lo scrittore era solo, la moglie giunse sul luogo due ore dopo l’accaduto – pregiudicò la sua situazione impedendo l’irreparabile. La figura di Wallace, in questi anni, è stata al centro di un doppio dibattito, letterario e medico; il primo incentrato sull’apporto fondamentale alla letteratura post-moderna e all’influenza che lo scrittore di Ithaca ebbe sulle principali figure di autori nati nei primi anni dopo il duemila; il secondo dibattito, più spinoso, sulla sua condizione vegetativa e su come grazie agli sforzi della moglie egli sia riuscito a sopravvivere continuando a dedicarsi alla sue passioni di sempre, la scrittura e i cani. Negli ultimi anni, nonostante l’aggravarsi delle sue condizioni, Wallace ha scritto e dato alle stampe diverse opere non narrative. La critica sembra unanime nel considerare i suoi due capolavori “Infinite Jest” (1996) e “The Pale King” (2010) come due tra le migliori opere di questo secolo. Questi i titoli dei suoi due ultimi romanzi. Le riflessioni di Wallace fino ad oggi si sono in prevalenza soffermate su saggi di cultura e società. “Se ne va uno dei migliori, uno scrittore che ha contribuito a tracciare i confini di ciò che era narrabile in un’epoca che non sembrava riconoscere maestri e si presentava all’inizio di un nuovo secolo completamente smarrita” (L. Pagano). Gli anni in cui è vissuto David Foster Wallace sono stati gli anni in cui gli Stati Uniti hanno fatto fronte a diversi conflitti internazionali in Medio Oriente (Kuwait, Iraq, Afghanistan), sono stati gli anni che hanno immediatamente preceduto la Grande Crisi. Wallace ha osservato questi avvenimenti dal letto collocato nella stanza di un appartamento a New York, città dove era stato trasferito nel 2008, a seguito della caduta, per facilitarne la cura. Non hanno fatto in tempo, la sua penna e il suo stile, a descrivere lo scoramento di una nazione dinanzi alla recente notizia dell’impeachment del nostro attuale Presidente, incriminato dalla Corte Suprema per avere cercato di occultare le prove che l’11/09 è stato voluto dall’amministrazione ombra del Presidente George W. Bush. I nostri lettori più giovani non si ricorderanno delle accuse – poi rivelatesi infondate – mosse alla moglie, secondo le quali Wallace non sarebbe stato vittima di un incidente.

Patrick Emerson
The New Yorker
12 Settembre 2048

§2

“Pronto? Parlo con Mr Emerson?”
“Mi dica”
“Sono Karel Green, possiamo incontrarci?”
“Oh, certo Mrs Wallace, sono addolorato per quanto è successo…”
“Non si preoccupi, ho letto il suo articolo, vediamoci all’incrocio tra la Brodway e la 53th, alle nove e mezza di stasera, ho una cosa da consegnarle”.

Fa fresco. L’estate è appena finita. Che significato ha tutto ciò? Mrs Green mi ha dato appuntamento in mezzo ad una strada. Che strano. Fino a trent’anni fa questo angolo era famoso perché qui c’era il teatro che ospitava il Dave Letterman. Accidenti. Quanto tempo. Dopo le Capovolgimento del 2012 è tutto cambiato. Fine dello show, baby. Che cosa vorrà da me? Arrivo con dieci minuti di anticipo. “Buonasera. Diamoci del tu. Questo è per te. Mio marito mi aveva detto che quando sarebbe morto avrei dovuto fare tre cose. Le prime due le sto facendo in questo momento. David voleva che tu lo leggessi”. Apro il pacchetto che le esili dita di questa nonnina mi hanno appena consegnato. C’è dentro un manoscritto. “The end of time. Romanzo. David Foster Wallace”. “È l’ultima cosa su cui stava lavorando, lo ha finito ieri notte”. Insieme c’è una lettera. La seconda cosa. Faccio appena in tempo ad accorgermi del tesoro che ho tra le mani alzo la testa e Karel Green è scomparsa in mezzo alla folla che cammina su questo lato della strada.

§3

Mr Emerson, mi permetto di scriverle perché credo che negli ultimi anni lei sia stato uno degli scrittori che si è occupato meglio dei miei romanzi. Non ho mai avuto figli. Non ho fatto in tempo, io e Karel non ne volevamo, c’erano giorni in cui ero troppo depresso, l’amore dei miei cani era sufficiente e tutte le altre scuse che mi sono recitato in questi quaranta anni per sopportare la vita alla quale mi sono condannato per…”.

La cena è pronta. Estrarre la cena. Desideri un cocktail per il dopocena Patrick?“. Devo ricordarmi di disattivare la voce del robot da cucina, mi fa venire i nervi. “Nau!”. Idioma non riconosciuto. Errore del sistema. “No Maddy, Nessun cocktail dopo cena. Accendi la televisione Maddy”.

…per un errore che né io né forse il destino avevamo preventivato. Mia moglie sa di cosa parlo. Mr Emerson, il volume che le ho consegnato è il mio ultimo lavoro compiuto, lo affido alle sue cure con la certezza che saprà farne buon uso. Ho fatto in modo che mia moglie Karel consegnasse una lettera identica al nostro avvocato. Spero che mia moglie sia stata cortese con lei quando vi siete incontrati, in questi anni ha dovuto sopportarmi non poco.”

Non ho mai assaggiato un pollo più schifoso. Che fine hanno fatto i polli veri, ne esistono ancora? Secondo me stiamo ancora smaltendo le scorte dei decongelati di venti anni fa. Sullo schermo parete scorrono le immagini di Gerusalemme, il Papa ha annunciato che il suo viaggio in ottobre non sarà rimandato. Tra un mese è il Columbus Day, devo attrezzarmi, il direttore mi ha chiesto un pezzo. Adesso che ci penso. Nove e mezza. Ecco. Mrs Green ha voluto incontrarmi nell’ora in cui Wallace ha avuto l’incidente. Accidenti. Wallace è morto lo stesso giorno in cui ha avuto l’incidente che lo ha immobilizzato. Coincidenze. Chissà qual’è la ‘terza cosa’ che doveva fare Mrs Wallace.

approfitto della presente per ringraziarla, anche da parte di mia moglie”.

Un presentimento. Qualcosa a cui nemmeno Mr Emerson, redattore del New Yorker, vuole dare retta. “Maddy, ho cambiato idea, prepara un gin lemon. Doppio”.

“Interrompiamo il servizio per una notizia dell’ultima ora. Secondo quanto appreso pochi minuti fa da un membro del NYPD Mrs. Karel Green, ottantenne, moglie di David Foster Wallace, il noto scrittore spentosi quest’oggi all’età di ottantasei anni, si sarebbe tolta la vita impiccandosi nella stanza da letto dell’appartamento di New York dove entrambi avevano vissuto negli ultimi quaranta anni, a seguito dell’incidente che colpì Mr Wallace nel 2008. Il suicidio sembra trovare una causa naturale nell’improvvisa avvenuta mancanza dello scrittore. Secondo recenti notizie la moglie di Wallace soffriva di crisi depressive e, dopo quaranta anni, non è riuscita a sopportare il dolore e la prospettiva di rimanere senza suo marito”.

David Foster Wallace
21/02/1962 – 12/09/08

ogni riferimento a fatti, cose, persone
è fittizio

Luciano Pagano

Apostolos Apostolou – La poesia e la filosofia come terapia

Agosto 10, 2009

APOSTOLOS APOSTOLOU
LA POESIA E LA FILOSOFIA COME TERAPIA

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Filosofia e Psicanalisi

Comincerò con una domanda. Come si può oggi parlare di terapia, in un’epoca dove il termine terapia è così carico di un’articolazione burocratica ed è stabilito come un centro funzionale ed un modello di tutto il sistema della guarigione, la quale in sostanza si identifica con il potere? Tanto più che il relatore insegna la filosofia e tecniche terapeutiche per mezzo filosofia e della poesia ed è considerato come l’ispiratore dell’operazione poetico-filosofica. L’operazione poetica- filosofica che non ha per obiettivo di convincere e di impressionare, né di dimostrare, bensì di condividere le opinioni, le conoscenze, le esperienze teorizzate, che sono ricostruttibili e verificabili, rispetto alla responsabilità e la libertà, desiderando così di rendere il suo interlocutore aperto alla negabilità della sua ingegnosità. Come si può parlare oggi di terapia quando anche Sigmund Freud nel testo del «Pirata ed il non Pirata Analisi» annunzia la sua fine. Dicendo che la psicanalisi si stacca dall’obiettivo della terapia. [1] Ossia dalla formazione, noi diremmo sregolamento – nuova regolazione – adattamento, ed anche dalla formazione educazione – stato – terapia. Le domande per quanto riguarda la psicanalisi sono chiare. Chi e come si può determinare la perturbazione e la guarigione? In un’epoca dove il vantaggio comparativo suo, ossia la rappresentazione come processo di pensiero e fabbricazione della fantasia (Derrida dice che la rappresentazione funziona come una copia di qualcos’ altro che non e’ mai stato? Come principio del principio ) [2] si è identificata con l’immobilizzazione astratta, di modo che la filosofia, invece di seguire ogni ipotesi e presupposto, diventi sempre più imitazione di un linguaggio antico e sempre meno contemplazione. Le scienze della natura e dell’uomo diventano sempre più un fiscalismo che ci costringe invece di liberarci. L’arte diventa sempre più tecnica e decorazione. La letteratura e la teoria estetica è un semplice ciarlare e tutte quante messe insieme, sono sotto la pressione del successo e dell’utilità. Così, malgrado certi successi, dimostrano ugualmente le loro debolezze e portano la loro mitologia, rifiutando di vedere che tutte le soluzioni hanno in se’ la loro stessa problematica e rimangono problematiche. Non essendo quindi in misura di evitare la loro sorte, conoscono la loro morte nel pensiero vasto e ricco che sa giocare al gioco della conoscenza assoluta. Molte teorie parlano di vissuto come soglia della autoconoscenza, però come possiamo definire il vissuto? [3] Il vissuto, definito come il fissaggio di un espressione della vita tramite l’attenzione (vede psicanalisi) ed il nesso con processi nozionali, era una condizione per tutte le scuole psicanalitiche e psicoterapeutiche. Per la filosofia, il vissuto è un fare senza interruzioni, una risultante di funzioni e rapporti non qualcosa di costante e fisso mentre Rickert si riferisce al concetto del dopo-vissuto. L’errore sta nel fatto che attraverso il vissuto cercano di arrivare alla comprensione (non dimentichiamo la figura interpreto/capisco). Tuttavia Jaspers crede-dice, che ogni tipo di comprensione comprende un elemento di costruzione. Se vogliamo ricercare un approccio post terapeutico filosofico, questo deve procedere entro una filosofia del gioco. Il gioco come maschera della filosofia di Nietzsche, [4] come metafora/immagine – riferimento costituisce una sfida – invito all’attivazione del soggetto a procedere con la rottura con l’identità e l’unità. La maschera come passione assurda secondo Nietzsche e coesistenza di luoghi opposti della molteplicità e delle contraddizioni permette un avvicinamento pieno di tensioni delle sensazioni che capisce come il luogo dell’intermedio o meglio il luogo del’ insieme (per la prima volta incontriamo il termine nel Platone, quando usa la parola metaxy cioè insieme, Simposio e Filebo, ma anche a Heidegger, con il concetto Lichtung cioè Lucide) .

Il concetto dell’intermedio o di insieme è forse la causa del pericolo forse, la causa della maschera, del gioco, del luogo intermedio (legge oppure insieme) ossia della cultura, (secondo psicanalista Winnicott) della poesia (secondo Platone e Nietzsche). E questo perché come dice il Nietzsche per un poeta autentico la metafora è un immagine, un concetto e quello che vede il poeta è uno spettacolo che costituisce una rappresentazione teatrale dove le parole diventano maschere. Però non come il gioco come terapia che perde il suo taglio di inversione e del quale gli estremi sono definiti in una via di uscita sicura, (come sostiene F. Faun) ma invece un gioco con tutti i rischi. Il gioco è sinonimo del Questo (Cela) – Quello (Id) che può essere paragonato con l’inconscio. È aperto sul luogo/tempo delle risposte. E come dice K. Axelos il gioco non è un predicamento del mondo, il gioco gioca il mondo. (Per il gioco nella filosofia hanno parlato M. Heidegger, E. Fink, J. Granier, K. Axelos. J. Derrida). Il gioco conosce ogni comportamento nostalgico e reattivo, soffoca all’interno dei suoi stessi limiti, ogni opportunismo semplice e pulito perde tempo, ogni opportunismo scuro, o sopraccarico rimane plano e monolineare, mentre alle grandi domande non possiamo che rispondere senza rispondere. Non vede la vita come un labirinto di supplementi o sostituti (la vita come supplemento per ricordare Derrida) né una funzione dell’ellipse/desiderio, (secondo psicanalisi) che crea la metafisica della diaspora.

Poesia come Terapia

Poesia e filosofia del gioco, sono vicini senza che sia tuttavia stabilito che siano deducibili e spiegabili insieme. La poesia da alle cose un nuovo nome, (in letteratura greca antica triviamo il testo quando riguarda la poesia e il nome delle cose. «Ορφέως δε ός και τά όνόματα αύτών πρώτος έξηύρεν…») ma anche filosofia del gioco lo fa, ribattezza le cose. [5] Il poeta impara la dimissione, ci dira Stefan Georg, nel poema con titolo “ Das Wort “ un poema che distingue il M. Heidegger. Ma questo succede anche con il gioco filosofico che si esprime come una sistematica aperta e ci impedisce di giocare senza giocare, (K. Axelos) [6] visto che e’ aperto e insicuro e impone la dimissione rispetto a qualcosa che succede. Tuttavia tramite tutte le negazioni, sorge un’ affermazione. (La dimissione non è che il tutto per quel che si perde e la nuova nomenclatura il familiarizzarsi di uno sguardo nuovo oppure il riconoscimento della conoscenza secondo le teorie psicanalitiche e psicoterapeutiche) Così l’assoluta impasse senza uscita, il rischio esistenziale, l’insicurenza totale, l’esclusione multidimensionale, in una parola, il vuoto assoluto questa utopia della fisica ridotta da noi stessi ad una realta’ quotidiana, costtituisce una flida. Saremo all’ altezza simultaneamente alla corrente sotterranea che si muove all’ ombra nello spazio-tempo e all’ orizzonte degli orizzonti lontani che ci procura le sue luci, in fine questa è la scommessa dell’ uomo.[7]

Oggi le facoltà più profonde e piu’ sottili della psiche, quelle da cui dipende la conoscenza intuitiva che sola ci mette in rapporto con l’ essere, sono state distrute in gran parte da una cultura materialistica e tecnologica. Ma se la coscienza non guida la nostra emotiva, la nostra fantasia – tutto ciò che appartiene alla sfera di ciò che chiamiamo i’ irrazionale – queste facoltà degenerano, e degenerando si appropriano di noi in mondo nascosto e inosservato fino a sconvolgere la nostra vita. Ecco il ruolo della poesia. È quello di indicare l’ importanza dell’incoscienza in modo cosi particolare. Se il depressivo si deve rilassare, se l’ansioso deve dominarsi e l’inibito deve osare, la poesia può aiutare. Perché la poesia risponde alla corrente sotterranea che si muove all’ombra nello spazio e nel tempo, nelle situazioni e nei caratteri umani e all’ orizzonte degli orizzonti lontani che ci proccura la sua luci.

Il famoso ” dove’ era Es, deve diventare Io” di Freud, con la poesia diventa ”dove sono Io bisogna che emerga Es”. Questo non significa l’esaltazione di Breton dell’ Es come ” estremo rimedio”. Secondo poesia il mondo è ”un segno” (Goethe – Mefistofele, Rembaud, Mallarme ) il segno di cio’ che parla. La poesia sostiene che l’ altro parla mezzo di linguaggio. Lo stesso non dice con altre parole, anche S.Freud. ”L’inconsio non parla il linguaggio dell’Altro, ma parla molti dialetti, incomponibili e intraducibili in un linguaggio”. (Vede: S.Freud, Opere, Vol.VII, Ed. Boringhieri, Torino 1975, p.260. Anche qui possiamo vedere che cosa dice per l’analisi.” l’analisi non sarebbe dunque una pratica di trasformazione che, proprio spezzando il grande sasso della verita’ descrive le contraddizioni che questa componeva in una parola piena, totale, ma all’ opposto proprio la conferma della verita’ nella scoperta della parola dell’ inconsio.”)

Siamo davanti in una apertura culturale dove filosofia e poesia insieme (ricordate il pensiero presocratico che era un pensiero poetico-filosofico) dicono che l’ uomo puo’ cercare di imparare e di imparare di nuovo, riflettendo sulla vita e vivendo le nostre riflessioni.

Il gioco poetico-filosofico organizza , se possibile un pensiero interogativo che non sia ne’ scientifico, cioè funzionalità, né psicanalitico ossia narrativa e teoria delle proiezioni, ne’ micro-costruzioni sociologiche ossia ideologie prosaiche. La poesia ci dirà che la nostra epoca non ci appartiene , come una proprietà nostra , ma invece che siamo noi che apparteniamo ad essa come se fossimo suoi figli, in un’ apertura culturale. [8] Per questo dobbiamo essere aperti al fascino del tutto-nulla provando sia il tutto che il nulla.

[ 1] Abrams M. H., The Deconstructive Angel , Critical Inquiry 3 1977,p,425-438.
[2] J.Derrida, L’ Archeologie du frivole. Introduzione, in Essai sur l’ origine de la connaissance humaine, Paris, Galilee, 1973, p, 87.
[3] N. Abraham, L’ Ecorce et le noyau, Paris ,Aubier-Flammarion,1978, p.54.
[4] S. Kofman, Nietzsche et la metaphore,Paris, Payot,1972, p,67.
[5] J.Kristeva,Polylogue,Paris,Seuil,1977,p, 46.
[6] K. Axelos Systemattique ouverte, Paris, Editions de Minuit 1984, Problemes de l’ enjeu, Paris Ed. de Minuit 1979 , Le jeu du monde Paris, Ed. Minuit, 1969.
[7] Jean-Luc,Nancy, L’ Abosolu litteraire,Paris, Seuil,1978, p, 72.
[8] La poesia, natura e registra i sentimenti. Vede con altre parole l’ uomo come ‘possibile essere’, cioe,’ come lui esiste nella decentralizzazione, nell’ inizio dell’ incertezza, come volonta’ che non e’, per questo l’ uomo rimane un divenire aperto (ecco una nuova proposta con un significato analitico)

Apostolos Apostolou
Dr in Filosofia,

BIBLIOGRAFIA GENERALE
DE MAN PAUL, ALLEGORIES OF READING, YALE UNIVERSITY PRESS,1979
LACOUE-LABARTHE PHILIPPE- NANCY JEAN-LUC, LES FINS DE L’ HOMME: APRTIR DU TRAVAIL DE J. DERRIDA, PARIS GALILEE, 1981
TERRY EAGLETON, MARXISM AND LITERARY CRITICISM, LONDON METHUEN,1976.
TRILLING LIONEL, THE OPPOSING SELF, NEW YORK,VIKING,1955.

[in foto Ezra Pound a spasso nel bosco con la statua di James Joyce e Martin Heidegger a spasso nel bosco]

Da un leghista doc un esempio di stile per tutti i terroni.

Agosto 6, 2009

leghista

Eccomi a voi. Sono un leghista. Vi lascio assaporare la mia persona colta in un momento di rara eccitazione. Siamo proprio noi, è grazie a noi che dall’8 agosto potranno essere istituite le ronde in tutte le città italiane. Certo, faremo in modo che le ronde nelle città del Nord funzionino meglio. D’altronde è sempre così, le idee migliori vengono sempre in mente a noi. C’è una fontana che gocciola? Un decreto legge farà in modo che il gocciolìo delle fontane venga regolamentato a norma affinché le fontane della Padania perdano acqua meglio delle fontane del sud. Grazie alle ronde la criminalità diminuirà drasticamente. Per non parlare dei salari. Quelli sono già scesi abbastanza. Naturalmente al sud sono più bassi che ovunque. Non riuscite a fare occupazione, non riuscite a tenere un lavoro per più di tre mesi. Figuriamoci un anno. E pensare che siete fortunati, la vita nel sud costa il 16,3% in meno rispetto al nord. Ho già in mente una proposta, un de-cretino legge fatto apposta, si, insomma, non è tutto merito mio, ci ho i miei aiutanti, mica come voi. Facile come bere un bicchiere d’acqua del Po: la vita da voi costa meno, quindi è bene che il vostro salario diventi più basso di un quindici percento almeno, ebbene, con quel quindici percento potremmo finanziare le nostre ronde padane. Oppure il prossimo G7 composto dai rappresentanti dei paesi più industrializzati del mondo ovvero Belluno, Padova, Rovigo, Treviso, Venezia, Verona, Vicenza. Una cosa deve esservi chiara. Noi leghisti abbiamo a cuore il bene di tutto il paese, anche quando con la parola ‘paese’ intendete il sud. Tanto è vero che quando qualcosa di buono c’era, nel sud, abbiamo fatto il possibile per prendercelo. Guardate con quale calma affronto la mia platea di elettori. Non sono forse la prima persona a cui vorreste affidare l’educazione dei vostri figli? Altro che braccia tese, altro che saluti romani! Pensate che bello se un giorno Nord e Sud non potranno, magari tra dieci, venti anni, tornare a essere divisi. Due macroregioni. Due eserciti. In guerra tra loro. Due lingue. Incomprese e incomprensibili. Due concorsi di Miss Italia (già ci sono). Tutto diviso. Sarebbe una conquista. L’ultima.
Nel frattempo godetevi il mio modo di fare schietto e gentile. Un esempio di stile.

Mi chiamo Silvio. Lo sanno tutti.

Luglio 23, 2009

silvioMi chiamo Silvio. Lo sanno tutti. Mi conoscono tutti. Sono socievole e intraprendente. Non sono un santo, quello no. Lo sanno tutti. Non sono nemmeno un politico. Cioè, non voglio dire che io non abbia idee politiche che mi frullino per la testa, né tanto meno che non abbia la possibilità di attuarle. Nello specifico, adesso, faccio il premier. Non sono un premier. Lo sanno tutti. Ho idee che vanno dalla risoluzione dei problemi economici del nostro paese, dell’azzeramento del debito pubblico, e arrivano alla risoluzione della fame del mondo, passando per lo scioglimento dei blocchi Est-Ovest e la sistemazione delle camere da letto nei residence estivi. Ne ho di idee. E non sono un ladro. Malgrado molti ne siano convinti non sono un ladro. Lo sanno tutti. Sono cose che capitano. Ad esempio adesso c’è quest’idea di diventare presidente della Repubblica. Interessante. È l’unico modo che mi è rimasto per non avere nessun veto alle leggi che vengono proposte dal parlamento. Ho un debole per il potere e per il parlamento, italiano e europeo. Lo sanno tutti. E poi c’è una cosa. Una cosa che non hanno ancora capito. Soprattutto a Sinistra. Altrimenti non avrebbero lasciato che il mio consenso sfiorasse il 68%. Il più alto di tutti i tempi. Sono convinto che nemmeno Gesù durante l’ultima cena avesse un consenso del 68% tra gli apostoli. La cosa che non hanno capito è che più passerà il tempo e più le persone mi daranno ragione. E più mi daranno ragione e più potrò fare quello che mi pare, o meglio, pur non facendo più nulla di grave, niente di ciò che ho fatto desterà scalpore perché ogni cosa oramai ha raggiunto il culmine. Ecco, dovevo dirlo e l’ho detto. Sono Silvio. Mica uno fesso. Anche perché non hanno capito un’altra cosa, ancora più importante. Quando voglio una cosa la prendo. Lo sanno tutti. Purtroppo.

Mio padre ha visto il primo uomo andare sulla luna. E ora che è già il futuro più nessuno se ne cura.

Luglio 23, 2009

Così vanno le cose. Così devono andare. Esco in una delle vie più pulciose della città per portarmi a spasso con il cane. Leggo manuali di sopravvivenza urbana. Leggo “La felicità terrena” di Giulio Mozzi. Elaboro teorie complicate che permettano all’umanità di sbancare il jackpot del superenalotto. Come a dire, il 17 è uscito quattro volte in un anno come numero Superstar. A breve su Musicaos.it qualche racconto interessante, uno di Federico Ligotti insieme a altri giunti in redazione. Un articolo filosofico in arrivo dalla Grecia. “Uccidiamo la luna a marechiaro” (Donzelli)  è un saggio interessantissimo scritto da Daniela Carmosino a margine di un convegno avvenuto qualche anno fa (Notizie dal Sud. La nuova narrativa meridionale. Campobasso, 23-25 ottobre 2003). Il libro è allo stesso tempo un sunto di cronaca ‘a braccio’ – meglio sarebbe dire ‘a bobina’ – e anche un vademecum di ciò che si è agitato nella recente produzione letteraria da parte di autori provenienti dal sud della penisola. La prima domanda è naturale, che cosa può intendersi oggi come ‘autore del sud?’. Che cos’è un autore meridionale? Daniela Carmosino contribuisce non poco a delineare un profilo a partire dalle persone e dalle opere, per quanto riguarda autori che hanno iniziato a pubblicare negli anni novanta. Il suo sguardo si spinge fino ai giorni nostri (Valeria Parrella, Roberto Saviano) mettendo in raccordo due mondi che a mio parere sono vicini idealmente anche se non vicinissimi dal punto di vista delle premesse narrative o dei risultati [continua...]

L’Isola in collina – Tributo a Luigi Tenco – 18a edizione

Luglio 5, 2009

“L’Isola in collina – tributo a Luigi Tenco”
18a edizione Ricaldone (AL)
24 – 25 luglio 2009

ISOLA IN COLLINA 18a edizione – 2009

flaviogiuratoSi completa il cast della nuova edizione dell’Isola in collina, il prestigioso festival di canzone d’autore che si tiene ogni anno a Ricaldone (AL). Oltre ai già annunciati Sergio Caputo e Frankie HI NRG MC, il programma delle serate (24 e 25 luglio) prevede un cantautore di grande culto come Flavio Giurato ed una band di spicco del panorama rock alternativo italiano come i Tre allegri ragazzi morti. Ad aprire le serate saranno invece due band locali di valore: 17perso e Jeremy. I concerti inizieranno alle ore 21 e si svolgeranno presso il Piazzale della Cantina Tre Secoli. Ingresso 10 euro. “L’Isola in collina” è organizzata dall’Associazione Culturale Luigi Tenco con il Comune di Ricaldone, con il contributo di Cantina Tre Secoli, Regione Piemonte, Provincia di Alessandria e Fondazione CRT, e si avvale della consulenza del giornalista Enrico Deregibus, che presenta anche le serate. La manifestazione nasce dalla volontà di valorizzare la canzone d’autore in un territorio che tanto ha dato alla nostra musica: a Ricaldone Luigi Tenco – unanimemente riconosciuto come uno dei principali cantautori italiani – è cresciuto, prima di trasferirsi a Genova, e dalle colline piemontesi ha assorbito molte delle suggestioni che ha poi riportato nelle sue opere. Rivendicare la sua appartenenza piemontese è uno degli scopi del Festival. Ecco il programma completo:

24 LUGLIO
ore 21 Piazzale della Cantina Tre Secoli
17perso
Flavio Giurato
Sergio Caputo

25 LUGLIO
ore 21 Piazzale della Cantina Tre Secoli
Jeremy
Tre allegri ragazzi morti
Frankie HI NRG MC

Informazioni per il pubblico:
* Associazione Culturale Luigi Tenco – Ricaldone: www.tenco-ricaldone.it ; info@tenco-ricaldone.it * Comune di Ricaldone: Via Roma 6 – 15010 Ricaldone (AL), tel 0144.74120 * Cantina Sociale di Ricaldone: Via Roma 3 – 15010 Ricaldone (AL), tel 0144.74119

La cipolla – Antonio Moresco

Giugno 29, 2009

La cipolla – Antonio Moresco

antoniomoresco_lacipolla

Carlo Madrignani, in un suo articolo comparso su “L’indice”, definì questo romanzo come «l’unico romanzo sessuale del nostro Novecento». Il giudizio è esatto, la vicenda de “La cipolla” è calata nello spazio indefinito di una città che per alcuni particolari potrebbe essere collocata nel nord Italia. Immaginiamo che si tratti di Milano. Un uomo e una donna hanno traslocato da poco in un piccolo appartamento ricavato da un appartamento un po’ più grande. Su una delle pareti si può intravedere la decalcomania di una cipolla, appartenente a una natura morta. La struttura è un pretesto, ciò che accade è poco rilevante, l’uomo – di cui non sappiamo il nome – vaga nella città lasciandosi trasportare dalle proprie visioni, facendo via via propri i luoghi di questo suo muoversi in un ambiente che è nuovo. Aviorimessa, parco, cinema, ristorante. Il luogo più percorso è il corpo della sua donna con la quale trascorre la maggior parte del tempo nell’appartamento. I due corpi fanno l’amore senza possedersi a vicenda. Etimologicamente parlando riesce difficile l’utilizzo del termine ‘coito’ per descrivere ciò che accade tra l’uomo e la donna nel romanzo. Non si tratta di un ‘andare insieme’, la visione è soggettiva, i pensieri sono quelli interiori dell’uomo, poco viene fatto trapelare della donna. Al termine della lettura mi resta un’immagine di lei nel letto, mentre ascolta la musica con le cuffie. Il lettore cerca indizi di questa donna senza venirne a capo. D’un tratto, dopo la descrizione dei molteplici modi del possesso, succede qualcosa. Il priapismo del protagonista, la sua eccedenza di desiderio, il suo smodato bisogno di possedere la propria donna, diventano psichici. È come se le sue azioni non fossero più frutto di una volontà, bensì di un membro. Nulla a che spartire con un “Io e lui” di Alberto Moravia, per intenderci, perché tutto – anche questo fenomeno di alienazione progressiva – è interiore e descritto così come accade al protagonista. L’uomo origlia al muro i discorsi dei suoi vicini di casa, Tata e Tato: è uno dei pochi momenti in cui la realtà entra nella vita del protagonista, laddove per realtà si intende qualcosa che esali al di fuori di quella cipolla, la natura morta sbiadita che diviene replica della vita. L’anomia interiore viene accolta all’esterno in un processo zen in cui l’uno (il protagonista) si unisce al suo ambiente, i palazzi, la città, il cortile. Il romanzo diviene così la descrizione di uno scivolamento progressivo che conduce un uomo a vivere la felicità dei folli oppure l’estasi, a seconda di un’interpretazione finale che spetta tutta al lettore.

La cipolla, Antonio Moresco, Bollati Boringhieri, 1995

Atelier dell’Errore

Giugno 23, 2009

Lecce, Teatrino della Biblioteca Provinciale Bernardini
(ex Convitto Palmieri)
25 Giugno 2009 alle 18.30

Atelier dell’Errore
come infermiera della bellezza

atelierdellerrore

un progetto di Luca Santiago Mora per la NeuroPsichiatria Infantile, Ausl di Reggio Emilia

Il cammello purpureo di Correggio, video
Bestiario, dall’Atelier dell’Errore (Campanotto), libro

sul Bestiario
luca santiago mora, artista
marco petroni, critico d’arte
genuario belmonte, zoologo

introduce maria cucurachi, germinazioni

[clicca sull'immagine per ingrandire]

Nefertiti. L’amore di una regina eretica

Giugno 17, 2009

Jasmina Tesanovic
NEFERTITI

L’amore di una regina eretica nell’antico Egitto (Stampa Alternativa 2009)

nefertiti

Nasce da un’ossessione questa rievocazione di un’antica regina egiziana. L’ossessione per un’eresia fallita, quella di Nefertiti, che vuole abbattere la tradizione usando la bellezza, il rispetto e l’arte. Ma un’altra eresia fallita è quella vissuta dall’autrice: yugoslava prima di essere serba, ha respirato l’esaltazione e poi la caduta di un movimento che non voleva allinearsi al blocco sovietico né farsi colonizzare dallOccidente. Così Nefertiti, condannata lei stessa come eretica, diventa il simbolo di un mondo ancestrale più che mai attuale, caratterizzato da lotte di potere, invidie, donne sottomesse all’oligarchia patriarcale ed emarginazione. Questo romanzo sfonda la barriera del tempo per restituirci una sovrana tanto lontana quanto moderna. Perché Nefertiti è qui (dall’introduzione di Bruce Sterling).

Si tratta di un romanzo storico “sui generis”, concepito e scritto con approccio e ottica moderni. La vita della protagonista, la regina egiziana Nefertiti, è infatti narrata in chiave femminista – esistenzialista.
Nefertiti, figura storica di grande fascino, è personaggio di cui in realtà si conosce ben poco. Circostanza, questa, che fatalmente ha rafforzato l’alone di mistero che lo circonda, e che ne fatto molto parlare, più però come figura mitica che come personaggio, e soprattutto donna, reale.
Nefertiti è in un certo senso una proto-femminista, poiché incarna il mito della bellezza femminile al potere, un mito che però subisce il destino di invisibilità che la storia ha quasi sempre riservato alle donne, sia famose che anonime: quello che l’autrice, Jasmina Tesanovic, definisce “l’immortale anonimato”. In tal senso, “Noi donne siamo tutte Nefertiti.”
Ma il romanzo è anche una storia d’amore, una riflessione sulla dannazione del potere, sul fascino e l’oscurità dell’antico Egitto.
L’autrice ha deciso di dare una voce credibile a questa donna di un’altra epoca, tentando di immaginare la sua vita dal vero, indagando anche nella sfera interiore della protagonista. In ciò consistono la modernità del personaggio di Nefertiti e la novità dell’opera di Jasmina Tesanovic.

L’antico Egitto non è poi così remoto.

§

Jasmina Tesanovic, NEFERTITI, L’amore di una regina eretica nell’antico Egitto, traduzione di Jasmina Tesanovic e Luigi Milani, Stampa Alternativa
Collana Fiabesca, ISBN 978-88-6222-084-2

SURF ovvero “Sono un ragazzo fortunato” di Marco Montanaro

Giugno 14, 2009

Da domani in libreria potrete finalmente acquistare il bellissimo esordio di Marco Montanaro, per Lupo Editore, dal titolo “Sono un ragazzo fortunato” [continua...]

All’erta siamo Ronde.

Giugno 13, 2009

rondanera

Comincio riprendendo la notizia dell’ANSA nella quale si parla della presentazione delle “Ronde nere”, non delle ‘cosiddette’ ronde nere, bensì delle “Ronde nere”:

Presentate Ronde nere a Milano
Pattuglieranno le strade affiancando le Ronde padane

(ANSA) – MILANO, 13 GIU - Sono state presentate oggi a Milano, durante un convegno del Movimento sociale italiano, le cosiddette ronde nere.Sono i volontari della Guardia nazionale:affiancheranno le ronde padane nelle strade non appena sara’ in vigore il disegno di legge sulla sicurezza.Dicono di essere 2.100,indosseranno una divisa con camicia grigia o kaki, basco con aquila imperiale romana, fascia nera al braccio con impressa la ruota solare simbolo del nascente Partito nazionalista italiano.

§

Si chiameranno “Guardia nazionale”. Saranno finanziate dall’MSI. Andranno ad affiancarsi alle Ronde padane,  promosse dalla LEGA NORD. Ciò che mi colpisce di più è la creazione di una TAZ da parte delle forze politiche non (ancora) dichiaratamente eversive della destra. Quanto tempo ci vorrà perché queste forze non diventino radicate e eversive sul territorio? Quanto tempo ci vorrà perché ci scappi il primo morto? A Lecce da poco è finito un G8. Mi viene in mente la poesia che scrisse Alberto Arbasino prima del G8 del luglio 2001 a Genova, quella dove prevedeva il morto. Ebbene, chi sarà il primo ucciso per sbaglio dalle ronde padane o nere? Un marocchino? Un italiano che somigliava a un rumeno? Immagino squadre di romanzieri pronti a descrivere la scena. Troppo facile. Il negoziante che mezzo alticcio torna al suo negozio perché ha dimenticato qualcosa, forza un po’ troppo il lucchetto perché non vede bene, una ronda esce dall’angolo della strada, gli intima l’alt, lui risponde un vaffanculo, la ronda lo prende a randellate. Magari non accadrà, magari si. In che senso TAZ? Nel senso che questo Governo sta dando sempre più spazio e sempre più credito a fenomeni che si collocano in una zona grigia dove la legalità e l’illegalità combaciano. Che fine ha fatto l’ultra che non può più andare in motocicletta a minacciare e accoltellare? C’è l’imbarazzo della scelta, a patto che i suoi gusti d’abbigliamento vadano dal verde al nero. Certe volte mi sembra di vivere in un paese sull’orlo della rivoluzione. Manco Macondo. Tutti incazzati, tutti in crisi, tutti pronti a indossare una divisa e a far vedere come si fa un po’ d’ordine e pulizia, com’è che si tengono le strade pulite. Ogni ronda che esce in strada, per quanto mi riguarda, è una sconfitta dichiarata al nostro sistema di sicurezza, poliziotti, carabinieri, stato etc. etc. Negli anni Settanta il terrore era rappresentato dall’Antistato. Oggi il terrore è incubato dal Governo e legittimato dallo Stato. Spero che il SUD resista alle ronde. Spero che in città come la nostra, dove oltre alle forze armate vigilano le pattuglie delle vigilanze private, si resista alla tentazione di mettere una divista (incostituzionale) addosso a giovanotti e vecchietti ex-scartati alla visita di leva ma con tanta voglia di fare la propria parte nella salvaguardia dell’ordine pubblico. Che vita di merda. Che pagina triste. Ecco perché sulla foto del post ho linkato il meinkampf di hitler preso da wikipedia.