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12 Agosto 2012 – MINO DE SANTIS a Trepuzzi per “Bande a Sud 2012″


Per la rassegna Bande A Sud 2012

MINO DE SANTIS col suo nuovo disco CAMINANTE

12 Agosto 2012 ore 19,30
Largo Margherita – Trepuzzi (LE)

Interviene Gioacchino Palma. Al termine dell’appuntamento proiezione del video Lu ccumpagnamentu basato sull’omonima canzone di De Santis, scritto e diretto da Gianni De Blasi e prodotto da Zero Projects

Per Bande a Sud 2012 ecco MINO DE SANTIS. col suo nuovo disco CAMINANTE uscito sotto l’etichetta Ululati di Lupo editore. L’appuntamento è previsto per il 12 agosto 2012 alle ore 19,3 0 a Trepuzzi in Largo Margherita. Mino De Santis eseguirà dei brani alla chitarra e con il cantautore e l’editore dialogherà Gioacchino Palma. Al termine dell’appuntamento proiezione del video Lu ccumpagnamentu dall’omonima canzone di De Santis e scritto e diretto per Gianni De Blasi e prodotto da Zero Projects

Un nuovo cd, il secondo, per Mino De Santis, il cantautore protagonista di uno degli esordi più interessanti degli ultimi anni, sulla scia delle ballate impegnate di Fabrizio De André e con un’ironia lacerante, degna del migliore Rino Gaetano. Sembra passato molto più tempo, in realtà soltanto un anno, da quando l’estate scorsa venne infuocata dagli accordi e dalla voce di Mino De Santis, autore del suo esordio intitolato “Scarcagnizzu”, il suo brano “Tutto è cultura”, in un tam tam partito sul web grazie a un divertentissimo video, fu capace di toccare, in modo davvero popolare e ‘trasversale’ tuttele corde di chi si occupa, nel bene o nel male, di cultura in Salento, e non solo: riferimenti colti si mescolano a note popolari, e l’attenzione ai testi e alla musica è mediata da un’altrettale attenzione verso il messaggio; le atmosfere evocate ricordano, ad esempio, quelle del famoso “Noi semo quella razza”, inno a chi lavora, che Carlo Monni (alias “Bozzone”) cantava nel film di Giuseppe Bertolucci, “Berlinguer ti voglio bene”, seduto sulla canna della bicicletta di un giovanissimo Roberto Benigni.

Info:
tel. 0832-949510

http://www.lupoeditore.it

È TUTTO NORMALE (Lupo Editore) al Festival della Cultura 2011 – Giovedì 17 Marzo ore 17.00


(H)OMO ITALICUS, ovvero: È TUTTO NORMALE al Festival della Cultura 2011 – Giovedì 17 Marzo ore 17.00

Carissimi amici e lettori,

vi scrivo per dirvi che Giovedì 17 Marzo, alle ore 17.00, nell’ambito del Festival della Cultura 2011, a Galatina (Quartiere Fieristico), presenterò il mio secondo romanzo, “È TUTTO NORMALE” (Lupo Editore), insieme all’artista e pittrice Paola Scialpi.

Sono passati otto mesi dalla pubblicazione del romanzo, otto mesi di soddisfazioni che costituiscono soltanto l’inizio di tutto quello che questo romanzo, al quale ho lavorato tanto, potranno darmi.

È PER QUESTO CHE DURANTE LA PRESENTAZIONE DI GIOVEDÌ 17 MARZO HO DECISO DI FARE UN REGALO AI MIEI LETTORI:

A tutti coloro che verranno alla presentazione regalerò una copia di CELLE (2003, utal), la mia seconda autoproduzione, stampata in 200 esemplari numerati presso la storica UTAL (Unione Tipografica Artigiana Lecce). Chi ha già acquistato È TUTTO NORMALE potrà venire con la sua copia per ricevere in regalo “Celle”. Se avete acquistato È TUTTO NORMALE e abitate fuori dalla Puglia potete mandare un amico o amica, se non avete acquistato È TUTTO NORMALE potete appprofittare dell’occasione per avere due opere al prezzo di una, “Celle” è un titolo a tiratura limitata, quindi difficilmente potrò ripetere un esperimento del genere.

“Celle” è un racconto di fantascienza scritto nel 2001. Non scorderò mai l’immagine che mi fece scrivere il testo, un sogno nel quale una colonna di veicoli fuggiva da una città nella quale era successo ‘qualcosa’ di indefinito.

“Celle” è il testo grazie al quale ho deciso di approfondire alcuni aspetti della mia ricerca letteraria. Il rapporto tra utopia/ucronia e distopia/discronia sarà uno degli aspetti che verranno approfonditi nel mio terzo romanzo, attualmente in lavorazione.

“Celle” testimonia il sodalizio con l’artista Fabio Colella, la sua opera ASSENZE è l’illustrazione della copertina, così come “Go-Fly_Me” illustrava la mia prima autoproduzione dal titolo “Opuscriptu”.

Alcuni giudizi critici:

“Il tentativo di ribellione dell’io narrante, nel suo passaggio da una condizione di prigionia ad una di assoluta libertà, si costruisce attraverso una prosa frammentata, sincopata, a tratti strozzata. La lotta quotidiana del protagonista è lotta anche con i limiti del linguaggio, che non riesce mai a dire quanto di profondo siamo in grado di sentire. Celle, che si chiude con un finale a sorpresa, non è scrittura nichilista allo stato puro, pessimismo grondante di incertezze, ma lascia uno spiraglio, lascia la certezza che le sbarre mentali e fisiche nelle quali le nostre esistenze sono rinchiuse possono essere e devono essere divelte, come dimostra il finale: “La pace era interrotta da tempo. Gli abitanti della Città erano da sempre bersaglio prediletto di ogni sua critica. Non sapeva più cosa pensare. quel che adesso poteva fare per scrollarsi questa notizia di dosso era camminare” ["Celle, il viaggio sinuoso che va dalla reclusione al risveglio", Rossano Astremo, leggi il resto della recensione qui: http://www.musicaos.it/interventi/26_astremo.htm]

“Celle è la parafrasi delle nostre schiavitù, un interrogativo per la coscienza, un libro aperto sulle enigmatiche barriere che sovrastano la nostra specie.” [Davide D'Elia, leggi il resto della recensione qui: http://www.musicaos.it/interventi/2005/89_pagano_delia.htm]

La presentazione di GIOVEDÌ 17 MARZO sarà una bella occasione per ritrovarci, grazie a un romanzo come “È TUTTO NORMALE”.

Vi aspetto!

Luciano Pagano

“È TUTTO NORMALE” (Lupo Editore). La parola ai (miei) lettori!


Chi lo ha detto che i social network, facebook e twitter non sono mezzi idonei a rinnovare la passione per la letteratura e lo scambio di essa in rete? Credo non lo abbia detto nessuno anche perché di questi tempi chi dicesse qualcosa di simile sarebbe una voce che chiama dal deserto. In questi mesi, dall’uscita di “È TUTTO NORMALE” (Lupo Editore) a oggi, mi è capitato di ricevere diverse e non poche attestazioni di stima da parte di critici, lettori, appassionati, amici, nemici, etc. etc. Voglio dedicare questo post ai secondi, ovvero sia ai lettori che in questi mesi mi hanno sorretto con la loro stima e con i loro circostanziatissimi giudizi. Qui di seguito troverete alcuni dei messaggi che mi sono arrivati. Dove sono riportati i nomi è perché ho chiesto e ricevuto l’autorizzazione a metterli, e dove non li trovate è perché anche potendo chiedere il permesso non l’ho chiesto perché mi sembrava una cosa cretina. Questo post è un modo per ringraziarVi. A voi, lettori, miei simili, miei fratelli!

 

UNA LETTRICE (dm su twitter)

Il fatto che una madre possa dire a su* figli* “questo libro l’ho letto quando aspettavo te” ti fa venire voglia di scrivere, grazie! :-)

FEDERICO LIGOTTI (facebook)

“Un romanzo formidabile che vi consiglio; oltretutto meriterebbe un enorme successo”

Caro Luciano,

sono finalmente riuscito a leggere il tuo “E’ tutto normale”. Me lo sono felicemente divorato in un giorno e mezzo. Che dire? Sfiora il capolavoro. Un intreccio perfetto, fra paure ancestrali, alte tematiche civili e rapporti sentimentali sempre sull’orlo della crisi, ma trattata con leggerezza. Complimenti per essere riuscito a rendere il tema dell’omosessualità senza concedere nulla a volute di maniera (oggi purtroppo l’argomento è inflazionato), anzi, come scrivevo, inserendolo perfettamente in un congegno di millimetrica esattezza e infarcito di colpi di scena. Bello il light end, finalmente: basta con queste tragedie coatte, che già dall’inizio si sa come va a finire.
Grande la caratterizzazione della “donna stronza e combattuta, dimidiata nell’animo”: mi riferisco a Kris, il personaggio psicologicamente più effervescente.

[...]

Un abbraccio, ti auguro le migliori fortune con questo romanzo: merita davvero qualcosa di importante, che spero possa concretizzarsi a breve per te.

Fede

MARCELLA NEGRO (facebook)

Come potevo non leggerlo? Quando son venuta alla presentazione del libro conoscevo già la trama ed ero curiosa di ascoltarti perché penso che è sempre molto interessante sentire cosa ha da dire uno scrittore della propria opera.
Ecco le mie riflessioni.
Leggere questo romanzo è un po’ come ricomporre un puzzle. La tessera che hai in mano svela qualcosa, ma solo ricongiungendola alle altre, ponendola nella giusta collocazione, si riesce a giungere alla visione d’insieme che evidenzia tutti i livelli e i significati di
questa storia.
Non è un argomento facile, conciliante. Più ci si addentra nel racconto più cresce un senso di malessere strisciante; consapevoli che, fatti i dovuti raffronti, ci si è imbattuti in una storia tristemente ricorrente nella realtà.
È tutto normale: garantisce il titolo, ma è una rassicurazione ambigua e beffarda che sembra prendersi gioco dei personaggi che arrancano annaspano nel perbenismo in cui rischiano da sempre di annegare e di perdersi.
Si parla d’amore? Sicuramente sì.
Coniugato con l’egoismo egocentrico di Ludovico che si dimostra un perfetto manipolatore di persone e di sentimenti. Un uomo incurante degli altri pronto a cogliere l’occasione al volo pur di appagare il suo desiderio di possesso.
Si parla di un amore indolente, schiavo delle convenzioni e dell’autorità, come quello di Andromaca.
Di un amore inaridito e pressoché assente come quello di Ettore.
Di un amore pavido fino alla codardia come quello di Marco che preferisce omettere la realtà costruendone di nuove di volta in volta sempre più improbabili e transitorie. Che spera di scaricare ad altri l’ingrato compito di ricondurre tutto nella giusta dimensione del vero ineluttabile.
E ci sono Eleonora e Carlo con il loro amore ancora acerbo e incerto a cui è stata negata ogni possibilità.
Amore che poi trascolora in quello tra Carlo e Ludovico; in quel legame che, nella mancanza di approvazione, semplicemente esiste, va avanti tenace infischiandosene.
Nel procedere della storia i personaggi assumono tridimensionalità facendoci cogliere quelle piccole sfumature che li caratterizzano.
In una continua corrispondenza di suoni, immagini e ricordi il tempo si dilata componendosi nelle distinte verità dei protagonisti per
cristallizzarsi poi in un presente angoscioso in cui si addensano, si aggrovigliano sentimenti repressi, incomunicabili, ingovernabili
destinati ad esplodere, a trovare un qualunque sfogo possibile.
Ne vien fuori una storia intensa, mai banale, con un ritmo narrativo scorrevole che ti accompagna fino all’ultima pagina.

Grazie per averla scritta. :D

Nel libro poi ci sono diverse citazioni: da quella della pubblicità del forno elettrico DeLonghi ” o fa solo tost pizzette?” alla bibbia a Shakespeare per arrivare ad Andromaca e Ettore, i cui nomi non credo siano stati scelti a caso.
Fa un certo effetto leggere e riconoscere i posti di Lecce che sono descritti nel romanzo. In particolar modo quando parli del “Parlangeli” di cui conservo sempre il ricordo di quelle benedette scale a chiocciola e dell’ascensore che ogni volta che mi serviva era sempre guasto. XD

Altra sensazione: mentre leggevo il tuo romanzo me ne sono venuti in mente due che ho letto tempo fa. Non ti muovere e la solitudine dei numeri primi. Forse perché entrambi narrano realtà scomode.

UNA LETTRICE 2 (facebook)

Ciao Luciano, ho finito di leggere il tuo romanzo… in 3 giorni! Ti faccio davvero i complimenti, l’ho letto con piacere e velocità. Tieni conto che il mio giudizio non è da esperta, visto che trovo il tempo (…o lo stato d’animo giusto!) per letture non matematiche solo d’estate, in vacanza! Il tuo libro è avvincente come un giallo, non vedi l’ora di arrivare a scoprire se Kris è uomo o donna, poi non vedi l’ora di “assistere” alla reazione all’arrivo a casa, poi non vedi l’ora di sapere se Ludovico riesce a starsi zitto e tenere il segreto… insomma c’è sempre qualcosa che ti fa scorpacciare le pagine una dopo l’altra. E poi ho apprezzato tantissimo le “chicche” sul nostro Salento… anche se penso che possano essere apprezzate solo dai lettori che conoscono questi luoghi, certo non da chi non si è mai fatto un giro sul litorale mozzafiato fino a Leuca, da chi non ha mai visto il Ciolo o da chi non ha mai passeggiato su via Tinchese…

[...]

Un saluto forte forte e… continua a scrivere con l’augurio che le tue pagine possano trovare tantissimo successo e che possano essere veicolo per far incuriosire ed appassionare alla nostra terra! (firma)

UNA LETTRICE 3 (email)

Ciao Luciano,
ti scrivo perché avevo comprato E’ tutto normale da un bel po’, ma non avevo mai trovato il tempo per leggerlo con calma. Ebbene, ho approfittato di una lunga traversata [...] per immergermi completamente nella lettura.
Con questa mail, praticamente, sto dando sfogo al desiderio, già declamato da Salinger ne Il giovane Holden, di contattare telefonicamente l’autore del libro che abbiamo appena finito di leggere e, anche se immagino che te l’avranno detto in tanti, al coro di complimenti voglio aggiungere la mia voce: il tuo libro è bellissimo! Ha una leggerezza che ho trovato raramente, negli ultimi libri che ho letto, è delicato come le carezze del vento basso di luglio.

[continua...]

Gloria e il suo “viaggio nell’inconscio”: l’arte a Lecce si fa da guerrieri (SalentoWebTv)


È chi guarda i suoi dipinti a tirar fuori il messaggio che più sente dentro. Un percorso intenso, complicato, ma alla fine entusiasmante, eccitante. È il “Viaggio nell’inconscio” di Gloria De Vitis, pittrice e artista poliedrica, scrittrice e poetessa. Le sue opere sono esposte a Lecce, presso SALENTO SHOWROOM, nel centro storico, vicino la Chiesa di Sant’Irene. In attesa di presentare, il 25 marzo, “Lucignola” , l’ultimo libro edito da Lupo Editore, insieme al giudice Salvatore Cosentino, Gloria De Vitis ci racconta la sua passione, la sua arte, la sua vita. Vive e lavora a Lecce. Ha collaborato con Bogdan Bajalica, perfezionando le tecniche pittoriche già respirate nella tradizione artistica familiare, con il nonno scultore e il noto cugino di lui Temistocle De Vitis. Nel 1986 partecipa al concorso Speciale Premio Italia indetto a Firenze, ricevendo una menzione speciale. Le sue opere sono pubblicate sulla rivista nazionale “Eco d’Arte moderna”. Nel 2000 partecipa a Roma ad Artitalia2000. Realizza diverse mostre collettive e personali in Italia e all’estero. [Lara Napoli, fonte www.salentoweb.tv]

Il Libro del 2010 salentino consigliato da SalentoWeb.Tv: “È tutto normale” di Luciano Pagano (Lupo Editore 2010)


Potete acquistare “È tutto normale” in formato epub (per ebook reader, ipad, pc): http://alturl.com/sgtst su Ebookyou.it

in libreria, oppure ordinarlo a ordini@lupoeditore.com, oppure su ibs.it: http://alturl.com/pao3y

Riporto qui di seguito l’articolo comparso ieri su SalentoWebTv:

“Respiri nuovi si aggrovigliano sopra il cielo della carta stampata presagendo l’inizio di una nuova Era. L’esplosione del fenomeno iPad ha generato un vero e proprio tsunami mediatico e l’impero che i libri stampati stancamente ma orgogliosamente si sono guadagnato sembra ormai finire nelle tenebre del dimenticatoio tecnologico rischiando di essere completamente soppiantato dalla controparte digitale.

Alle porte del 2011 si profilano nuove creature letterarie, siano esse ebook multimediali o opere digitali open-source.

Per questo motivo la redazione di SalentoWeb.Tv si è sentita in dovere di raccogliere nelle pagine delle sue memorie digitali un elenco di alcuni libri, di vario genere, che hanno fatto brillare questo ultimo decennio di carta.

Scegliere non è stato un compito facile, abbiamo dovuto lasciare in panchina capolavori fondamentali, ma ognuno ha il suo libro del cuore, quello che “deve esserci assolutamente” ed eventuali assenze, siamo certi, non inficeranno il resto.

1. Esperimento di verità di Paul Auster (Einaudi, 2001)
2. “Dire quasi la stessa cosa” di Umberto Eco (Bompiani 2003)
3. Caos Calmo di Sandro Veronesi (Bompiani 2005)
4. Gomorra di Roberto Saviano (Mondadori 2006)
5. “Che fine ha fatto il futuro? Dai non luoghi al non tempo” di Marc Augè (Elèuthera 2009)

Il Libro del 2010 salentino consigliato da SalentoWeb.Tv:

6. “È tutto normale” di Luciano Pagano (Lupo Editore 2010)”

Fonte dei video: Youtube

Venerdì 12 a Leverano presento “Sono un ragazzo fortunato” di Marco Montanaro assieme a Stefano Donno e all’autore medesimo


Venerdì 12 Novembre
Mujumè…A sud di nessun nord

presso PALAZZO GORGONI, Via Sedile (centro storico), ore 20.00

presento insieme a Stefano Donno e all’autore Marco Montanaro l’esordio in volume di Marco dal titolo “Sono un ragazzo fortunato”, edito da Lupo Editore nella collana Coolibrì diretta da Osvaldo Piliego (Coolclub.it)

per me è una gioia, il primo racconto di Marco pubblicato su Musicaos.it è datato giugno 2004, come passa il tempo!

“Questa non è un’autobiografia, ma una raccolta organica di racconti dove i protagonisti sono persone qualunque, tutte alle prese con delle storie: c’è chi sceglie di trasformarsi in un libro, chi vorrebbe metter su uno spettacolo teatrale ma è preda di un blocco indescrivibile, chi lotta per un amore perduto e si trova incastrato in altre storie, chi per quell’amore è disposto a morire ma s’accorge di non poterlo fare.

In mezzo, alcune riflessioni sulla scrittura, la lettura e la fantasia. Perché scrivere piuttosto che suonare, dipingere o fare l’imbianchino?
E ancora, la vita, che coincide con la scrittura/lettura (narrarsi e ascoltarsi) e la morte, che rappresenta la fine di tutto ciò; e ancora, il tempo che scorre, unico parametro col quale tutti i personaggi sembrano costretti a fare i conti, unico fattore che li accomuna veramente.
Oltre al raccontare storie…”

info Lupo Editore: http://www.lupoeditore.com/index.php/catalogo/coolibri/sono-un-ragazzo-fortunato-marco-montanaro/

Intervista di Alessia Mocci su Mondoraro.org a proposito di “È tutto normale”


Ringrazio Alessia Mocci per le domande di questa intervista che potete leggere anche su Mondoraro.org. L’intervistatrice mi ha dato modo di parlare del mio romanzo “È tutto normale” e anche della mia scrittura; una bella occasione per chiarire alcune cose a cui tengo molto. Ho scelto di allegare a questo post l’immagine delle mosche (che ho rubato da un post pubblicato sul sito “Via delle belle donne”) per ricordare l’incipit del mio romanzo, nel quale le mosche giocano un certo ruolo.

§

È tutto normale”, edito nel luglio 2010  presso la casa editrice Lupo Editore, è giunto in pochissimo tempo alla sua seconda ristampa. L’autore, Luciano Pagano, ha voluto toccare una tematica di grande interesse per il Mondo da diversi anni: l’amore omosessuale. “È tutto normale” racconta di un orfano di nome Marco Donini e della sua vita senza madre perché adottato da una coppia gay, Ludovico e Carlo.  Marco cresce sereno con i due papà. Il romanzo si svolge in un’unica giornata e vede Marco di ritorno dopo gli studi con un’importante novità: Kris, la sua ragazza alla quale ha sempre tenuto segreto della sua vita con i due padri.

L’autore è stato molto disponibile nel rispondere ad alcune nostre domande. Buona Lettura!

A.M.: Nel 2007 hai pubblicato il romanzo “Re Kappa”. Quanto credi che Luciano Pagano sia cambiato in questa tua ultima pubblicazione in tre anni?

Luciano Pagano: “Re Kappa” nasce da una sfida; l’editore del mio esordio, Livio Muci (Besa Editrice), mi aveva proposto la pubblicazione di un altro romanzo, “Moto Proprio”, al quale avevo lavorato tra il 2002 ed il 2005; un’opera difficoltosa ed impervia, linguisticamente sperimentale, alla quale sto ancora lavorando ma che non ritenni allora opportuno come esordio. Durante la stesura e la correzione di “Moto proprio”, nacque “Re Kappa”, quasi come antidoto dello stress cui è sottoposto il giovane scrittore che vive su sé il desiderio di arrivare e farsi leggere provenendo da un ambiente difficile ed ostico, quale può essere quello letterario degli anni 2000.

A.M.: “È tutto normale” tratta una tematica abbastanza scottante. Vuoi illustrarcela a grandi linee?

Luciano Pagano: La tematica è scottante ancora oggi, tanto è vero che durante la stesura del romanzo, avvenuta tra il 2008 ed il 2009, ogni volta che ascoltavo notizie di episodi che coinvolgevano le comunità gay, lesbo o trans, ero abituato a cogliere temi e spunti dai quali dovevo allontanarmi intenzionalmente. Il pensiero era “la storia è questa, oramai stai definendo i particolari, non puoi lasciarti influenzare più di tanto”. Lo stesso dicasi per le infinite diatribe sul tema dei matrimoni delle coppie omosessuali o sullo status, nel nostro paese, delle “coppie di fatto”. La mia intenzione era quella di affrontare una tematica viva e scottante quale poteva essere quella dei matrimoni gay, senza che tale tematica rischiasse di essere relegata alla sola sfera della sessualità. Uno scrive a parole sue di qualcosa che vorrebbe leggere, io scrivo di un tema cercando di ottenere una semplificazione dei fatti che mi permetta di avviare una discussione attorno a temi più importanti, senza fossilizzarmi; quel che importa è la storia, non l’approfondimento antropologico. La tematica diventa il pretesto della narrazione ed allo stesso tempo la narrazione diventa il mezzo per allargare i confini della discussione. Tutti questi discorsi rimarrebbero al di qua della pubblicazione se la mia sensibilità di autore non avesse trovato riscontro nella sensibilità di Cosimo Lupo, l’editore del romanzo, che non ha mai messo in dubbio la tematica del testo; ci abbiamo lavorato su per un annetto, per l’appunto, in assoluta normalità; quando il testo era vicino ad essere compiuto la consulenza di Antonio Miccoli (il direttore della collana InBox in cui è uscito il romanzo) e di Donatella Neri (editor della casa editrice) mi hanno fatto percepire che stavamo parlando di una storia compiuta, a sé stante. La conferma è arrivata dai lettori, la maggior parte dei quali mi scrive che il romanzo si legge d’un fiato, nonostante le quasi trecento pagine di cui è composto.

A.M.: Ci sono somiglianze caratteriali rilevanti tra Ludovico e Carlo?

Luciano Pagano: Tra Ludovico e Carlo devono esserci per forza somiglianze, anche perché come persona (prima che come autore) credo alla teoria per cui una coppia nasca quando ci sia un terreno comune. Entrambi sono caratteri forti, indipendenti, liberi; abbastanza menefreghisti dell’ambiente che li circonda, condizione indispensabile per concentrarsi sulla propria vita e sull’importanza dei propri sentimenti, prima ancora dell’opinione che gli altri si fanno di loro, a partire dai familiari di Carlo. In ognuno dei caratteri del romanzo, ad eccezione di Kris, ho disseminato somiglianze/dissomiglianze con il mio carattere. Nell’infanzia di Marco, il figlio cresciuto da Carlo e Ludovico, ho disseminato piccoli episodi rubati dalla mia infanzia; è il personaggio dove mi sono riflesso di più. L’episodio della visita alla mostra di Magritte, ad esempio, è accaduto realmente.

A.M.: Pensi che il tema dell’omosessualità possa in qualche modo abbassare il numero di lettori italiani?

Luciano Pagano: È una problematica, questa, che non mi sono posto per nemmeno una frazione di secondo né prima, né durante e nemmeno dopo la pubblicazione del romanzo. Potrei pormi lo stesso problema con altri autori e chiedermi se il tema dell’omosessualità possa in qualche modo abbassare il numero dei lettori italiani delle opere di Marcel Proust o Oscar Wilde o David Leavitt o Virginia Woolf o Bret Easton Ellis, oppure di Aldo Busi o, per citare uno degli autori che più stimo, Walter Siti. A titolo esemplificativo, e non a caso, riporto il testo della fascetta: “Se Marco rileggesse i diari che ha scritto quando era ragazzo, ogni giorno della sua adolescenza, con i giorni tutti in fila, se prendesse la briga di metterli in ordine in un faldone, se soltanto avesse il tempo o il coraggio  che è uguale  di ricopiarli al computer e li dividesse per sezioni, capitoli, articoli, ne uscirebbe una versione allucinata della sua vita, scritta a casaccio sfogliando nel passato, irta di piccoli drammi domestici, sforzi fatti dalle fibre del suo cuore perché il seme del suo pianto fosse gettato altrove, oltre lo schianto provocato alla scoperta che tutti gli altri bambini avevano una madre e lui no. Il nuovo romanzo di Luciano Pagano racconta l’amore inconsueto dei padri per i figli.” Se notate non si fa alcun cenno circa il fatto che Marco venga cresciuto da due padri. Marco, il protagonista è orfano, e grazie ai padri scopre che cos’è l’amore e cresce come un ragazzo qualsiasi. Questo è il punto, al di là della tematica dell’omogenitorialità, il romanzo potrebbe intendere che ci si interroghi anche sullo stato della normalità della famiglia italiana che in realtà altri non è se non “normatività” della famiglia.

A.M.: Come definiresti il tuo stile letterario?

Luciano Pagano: Posso azzardare soltanto una definizione in progress del mio stile letterario: “Scrivere di ciò che va raccontato e detto con un quantitativo di parole che non ecceda la fiducia del lettore, non prenderlo mai in giro”. La palestra della mia scrittura recente, parlo degli ultimi sette anni, sono la rete ed i giornali. Ambiti in cui è difficile barare senza scoprire le carte. In un articolo scritto di recente sul mio romanzo, Antonio Errico (Nuovo Quotidiano di Puglia) notava come in tutto il testo ci fossero pochissimi avverbi; in effetti ce ne saranno due, forse tre; c’è chi lo ha chiamato minimalismo; forse proviene da un’abitudine alla scrittura poetica come metodo, ad un leggere e rileggere a pagina con intento sottrattivo, fino a togliere tutto ciò che sembra superfluo. Lo stile trova un suo compimento quando il lettore non sente questo lavoro pregresso.

A.M.: Quali sono gli autori che pensi ti abbiamo guidato nel tuo percorso?

Luciano Pagano: Spero di essere soltanto all’inizio del mio percorso. Detto ciò le guide sono tutti gli autori che dai quali cerco di rubare suggerimenti, modi, consigli. Adoro i classici, quando entro in libreria senza sapere che libro acquistare nel novanta per cento dei casi esco con un doppione, un’ennesima edizione, un’altra edizione di qualche classico che manca dalla mia biblioteca. Mi piacciono i narratori italiani della seconda metà del secolo scorso, dal dopoguerra in poi. Non faccio nomi in particolare, questo è soltanto un suggerimento implicito a chiunque legga questa intervista nel poter approfondire la letteratura di quel periodo. L’Italia secondo me ha avuto un periodo stupefacente, dagli anni ‘50 ad oggi, nei quali hanno scritto autori diversissimi, unici, paradigmatici come Arbasino, Pasolini, Flaiano, Testori, Bianciardi, Parise, Manganelli, Bene; ma anche poeti come Bigongiari, Zanzotto, Giudici, Sereni, Luzi; e poi ci sono autori atipici, a metà tra la scrittura e la traduzione, che mi hanno influenzato con il complesso della loro opera multiforme, penso a due nomi su tutti, Guido Ceronetti e Luca Canali; per non parlare dei narratori che hanno pubblicato dagli anni ottanta ad oggi; anche noi non saremmo gli stessi se non avessimo attinto alla miniera del nostro passato letterario recente. Qualche giorno fa ho avuto l’occasione di fare da relatore ad una doppia presentazione di uno degli scrittori italiani che più stimo, Nicola Lagioia; parlando del suo “Riportando tutto a casa” e degli anni ‘80, siamo stati d’accordo sul fatto che esiste una grande fetta della nostra letteratura recente, gli ultimi trent’anni, che deve ancora dare tutti i suoi frutti.

A.M.: Hai già presentato il libro ufficialmente?

Luciano Pagano: “È tutto normale” è uscito in un periodo atipico, inizio luglio di quest’anno. Nonostante l’estate il libro è stato ristampato e sta viaggiando oltre il traguardo delle mille copie, un obiettivo difficile che mi fa ben sperare. L’ho presentato l’11 luglio 2010 a Liberrima, una delle più belle librerie di Lecce. Ancora oggi se ci andate il mio libro è alla lettera P, vicino a Palazzeschi. È stata una bella occasione, che poi si è replicata dopo una settimana quando ho avuto l’opportunità di essere presentato da Mauro Marino a Melpignano (il 17 luglio) e da Luisa Ruggio a Otranto (il 18 luglio). La presentazione più vicina si terrà il 12 novembre a Sava (Ta). Le presentazioni sono l’unico modo per raccontare e raccontarsi e per avvicinare i lettori, l’unica possibilità, insieme a quelle offerte dalla rete e dal passaparola, per fare in modo – come è successo – che il mio romanzo trovasse il favore e l’interesse di tante persone. Mi piacerebbe che l’inverno e la primavera potessero darmi occasione di presentare il libro fuori dalla Puglia, perché per me sarebbe bello confrontarmi con lettori di altre regioni e di altri contesti differenti dal mio.

Vivere e morire a Gaza nell’esordio di Federico Ligotti


Vivere e morire a Gaza nell’esordio di Federico Ligotti.

Parola di Dio. Kalimat Allah” (Lupo Editore, pp. 64, €16), è il titolo del romanzo con cui esordisce Federico Ligotti, giovanissimo autore che vive e lavora a Roma. Si tratta di un’opera d’invenzione narrativa che gioca una carta d’azzardo – come in ogni esordio che si rispetti – quella di presentare in prima persona una vicenda narrata da un ragazzo palestinese che abita nella Striscia di Gaza, il tutto ambientato nel periodo degli attacchi aerei di Israele (2008), tristemente noti per l’utilizzo delle bombe al fosforo; una realtà forse tra le più fraintese e sulla cui comunicazione all’esterno dell’area geografica di interesse si gioca una delle più difficili partite della diplomazia internazionale. Nel 1998 trascorsi un periodo di studio di un anno in Germania, nella città di Saarbrücken. Una delle cose che ricordo di più di quel periodo è l’effetto dell’improvviso contatto con la cultura araba a me totalmente sconosciuta fino ad allora. Feci amicizia con due ragazzi più grandi di me, più che trentenni, che si sarebbero laureati in biologia marina e ingegneria, Ammar e Ramsey. Ramsey studiava ingegneria, così mi sembra di ricordare, e durante il periodo di vacanza dai corsi universitari andava a lavorare nelle fabbriche della Mercedes, riuscendo a tirare su quasi ventimila marchi in tre mesi, altri tempi. Ammar proveniva dalla Striscia di Gaza, apparteneva a una tribù/famiglia che contava allora più di dodicimila componenti. La descrizione della loro vita a Gaza era anni luce distante da quella che avevo vissuto io, fino a quel momento. Finché non conobbi qualcuno che era nato e vissuto lì, per me la Striscia di Gaza era una metafora politica. La prima cosa che appresi fu che un arabo, una volta che ti ha conosciuto, ti spiegherà il suo mondo e la sua fede – così è scritto – molto più esaustivamente e con più dovizia di particolari rispetto a un cattolico. L’intento non è quello di convertire, semmai quello di farti conoscere una realtà, così non potrai mai dire che non sapevi com’era la loro religione. La seconda cosa che imparai è che la moneta di scambio della profonda ospitalità di questi popoli ha il ‘verso’ del suo ‘recto’ nell’impegno a insegnare frammenti della propria cultura, disseminandoli come grani di rosario nei discorsi più comuni. La vita della maggior parte degli arabi o degli israeliani non può prescindere dalla religione di appartenenza e dalla vita nei luoghi sacri del monoteismo planetario. Così imparai che esistono luoghi del mondo dove la religione, anche per i laici, riveste un ruolo importantissimo. Lo stesso non avviene per la religione di stato cattolica in Italia, al di fuori della quale si può sopravvivere senza troppi scossoni per ciò che riguarda la praticità della vita quotidiana. Ecco perché ho provato una grande sorpresa quando ho letto la prima versione del racconto che sarebbe diventato il romanzo d’esordio di Federico Ligotti, fino a un anno fa intitolato “Storia di Kamil”. Per tutta la durata della lettura mi tornavano alla memoria i racconti della Striscia di Gaza che i miei due amici mi avevano tramandato. Il ricordo, la memoria visiva, il racconto di chi ha visto con i propri occhi, sono elementi importanti che rendono una narrazione vivida; il romanzo di Ligotti fa i conti con una realtà difficilissima e riesce a trasmettere la stessa sensazione di chi ha vissuto di persona la complessità della realtà palestinese.
La convinzione di chi scrive è che nella natura storica e geografica di questi luoghi si sia annidato, fino a oggi, un profondo senso di inadeguatezza nei confronti della pace affrontata come massimo sistema. In Palestina, in Israele, nei territori occupati, nelle zone di confine, esistono sacche di integrazione culturale e lavorativa che sfuggono a noi occidentali, la pace tra Israele e Palestina inizia sul posto di lavoro, nei bar, nell’integrazione domestica così come ci viene raccontata in questo romanzo. “Un arabo che si accompagna con un’ebrea è una miscela pronta a far saltare in aria qualsiasi cuore pompato di ortodossia” (p. 13), ecco cosa accade nel romanzo di Ligotti, dove un medico israeliano, il più bravo nel suo campo, è amico del ragazzo palestinese. Presto ci accorgeremo delle conseguenze cui questa sfrontatezza può condurre. “Parola di Dio. Kalimat Allah” è un romanzo che scrive di un’urgenza storica permanente, e lo fa in modo documentato.
Ci sono diversi livelli di lettura in quest’opera. C’è quello delle illustrazioni di Boris Colorblind (pseudonimo della brava Chiara Verdesca). Fanno parte della narrazione, si affiancano alla storia, viene in mente Joe Sacco, il disegnatore maltese naturalizzato newyorkese, autore di “Palestine” (pubblicato in Italia da Mondadori). Ed è come se si dovesse accettare il fatto che una realtà simile, per essere raccontata degnamente, abbia bisogno delle immagini, di un racconto iconografico che viaggi parallelo a quello scritto. Le parole sono sufficienti, è vero, il dramma palestinese infatti è qualcosa che esiste sempre, indipendentemente dal fatto che ne leggiamo oppure no. Eppure è troppo facile accantonare, rimuovere. Esistono fatti all’ordine del giorno in Palestina, così assurdi che se non ne avessimo una testimonianza fotografica/giornalistica nulla resterebbe nella cronaca. Tanto è vero che Federico Ligotti, oltre che scrittore, ha in comune con Joe Sacco la professione di giornalista. Poi c’è il livello sul quale si assesta “Parola di Dio. Kalimat Allah” come romanzo d’esordio di Federico Ligotti. La scrittura di Federico è visiva, tattile, olfattiva, e non risente delle ridondanze e degli eccessi che spesso troviamo negli esordi, anzi in certi punti è quasi verista; il lettore in cerca di ammiccamenti può voltare pagina, cambiare libro, andarsene; è un po’ come se qualcosa della scrittura giornalistica, soprattutto l’ossessione per la descrizione cruda degli stati emotivi, fosse passato nel testo. Il racconto da cui ha preso origine il romanzo, comparso quasi due anni fa su alcune riviste online (Musicaos.it, Terranullius), è stato emendato, riveduto e corretto, fino a occupare una sessantina di pagine. Poche potrebbe dire il lettore, per un romanzo. Il fatto è che l’editore Lupo ha adottato un formato particolare, un quadrato di venti centimetri di lato con una ‘gabbia’ più grande rispetto a quella di un comune tascabile. Il risultato è un libro con rilegatura rigida che, con il titolo “Parola di Dio”, ricorda quasi visivamente i testi del catechismo che la scorsa generazione (compresa la mia) conosceva bene. Questo particolare ‘packaging’ fornisce un’ulteriore discrepanza tra la forza di questo romanzo e l’apparente innocuità con cui si presenta al lettore, che imparerà invece quanto difficile e quante implicazioni ha, nella vita di un ragazzo palestinese, la fede. Gaza, un nome che gli occidentali sono abituati a collegare a episodi di guerra e cronache di sangue, un nome che in “Parola di Dio. Kalimat Allah” si ricollega invece alla quotidianità di una vita familiare, poetica: “Gaza di notte mi piace davvero tanto. Un occidentale la definirebbe uno “spettacolo”. La mia città la notte cambia i contorni, si abbellisce con il buio, probabile che l’oscurità le aggiusti le rughe, confonda le crepe e uniformi le misure e i colori delle case” (p. 27). Le parti in cui viene fatta un’esegesi parodica del Corano, senza alcuna blasfemia, ci fanno capire quanto sia difficile nella nostra epoca essere moderni restando ancorati alle proprie radici, soprattutto in una condizione di sopravvivenza estrema come quella che viene raccontata. A un certo punto il romanzo acquisterà una dimensione metanarrativa, è il modo che l’autore ha escogitato per far uscire la storia narrata dalla dimensione dell’invenzione per farla entrare con prepotenza nella realtà di una “faction”, storia d’invenzione calata nel tessuto di un pretesto storicamente attuale e veritiero. Federico Ligotti riesce così a farci percepire la sua vicinanza al tema trattato, rendendosi parte di uno di quei piccolissimi brandelli di realtà esplosa, dalla pagina alla storia, nelle macerie di una biblioteca che raccoglierà i resti di questa vicenda così intensa. “Parola di Dio” è un esempio concreto di scrittura che sa mescolare con le giuste dosi il reportage narrativo alla storia romanzata, un romanzo che si accompagna a un messaggio di pace, senza retorica, con stile.

Luciano Pagano
articolo pubblicato su “il Paese Nuovo” di oggi

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“Se l’altro sta a sud”. Andrea Aufieri recensisce “È tutto normale” sul numero 3 di Palascìa.


Nel 2010 la Lecce della fiction cinematografica e letteraria si è (finalmente?) confrontata con il tema della diversità di genere. Avete presente la scena di Mine Vaganti (F. Ozpetek, 01 Distribuition) in cui il padre del protagonista Scamarcio, Ennio Fantastichini, trova posto in un bar del centro storico e sente su di sé, perché se ne preoccupa, lo sguardo e lo scherno dei vili concittadini? Anche il romanzo È tutto normale di Luciano Pagano narra della crisi dell’alta borghesia, “leccese per caso” bisognerebbe dire qui, sorta di evoluzione di classe del ‘ppoppetu’ di bodiniana memoria, con altrettanto evolute meschinità, sempre e comunque distaccate da quelli che dovrebbero essere i problemi quotidiani del paese reale. Insomma il pastificio della famiglia Cantone impastato da Ozpetek o il caseificio della famiglia Donini allattato da Pagano non sono poi troppo distanti dal parlamento italiano. Digressioni a parte, quello che sarà sempre il vantaggio della letteratura, o almeno dovrebbe (che con la tecnologia non si sa mai) è che al posto di vip e starlette prezzolate dai particolari anatomici inconfondibili, ogni lettore ha a disposizione tanti milioni di cast quanti le sue sinapsi riescono a trarne dal libro. Ne risulta che invece di costruire allegre macchiette, per esempio, l’autore regala al suo pubblico una galleria di personaggi complessi di tutto rispetto. E ancora sul potente mezzo letterario gioca principalmente Pagano, alla sua seconda prova “ufficiale” con il romanzo, dopo aver esorcizzato in qualche modo il suo mestiere in Re Kappa (Besa,2007). Chi è Kris, ospite a sorpresa annunciato dal figliol prodigo Marco, di ritorno fresco di laurea presso la villa di famiglia, sulla cui persona speculano Carlo, padre di Marco, e Ludovico, suo compagno? Marco avrà finalmente accettato la presenza di Ludo al posto della madre Eleonora, morta durante la sua infanzia? E l’orientamento sessuale del padre avrà influito sulle relazioni e le scelte del figlio? E il paese che dopo vent’anni è ancora sarcastico sulla relazione tra Carlo e il suo compagno, troverà una catarsi nelle nuove generazioni?
È tutto normale è il racconto di una giornata, che con i suoi intrecci, i flashback, la sovrapposizione di più piani narrativi, concerta le vite dei personaggi che si trovano a interagire. Potrebbe essere letto tutto d’un fiato eppure prende il tempo giusto, quello che ci vuole, e le parole più adatte, per un’interazione multisensoriale con il lettore e il sentimento di un bambino, di un innamorato, di una donna che affronta una nascita sapendo di andare incontro a una morte. E che serra improvvisamente i ritmi della narrazione, impenna. Una lucida passione e una disordinata follia, come si converrebbe nel Salento perché “Questa terra è particolare”, e come l’immaginario collettivo vorrebbe le donne, “visibili e invisibili”, come recita la dedica iniziale di questo libro.

Vincenzo Sparagna recensisce “È tutto normale” su Frigidaire


Vincenzo Sparagna recensisce “È tutto normale” sul numero di Frigidaire (Frigolibri, N. 228, p.18) in edicola a ottobre con Liberazione. Un intervento che sono felice di postare e che per me significa tanto, almeno quanto il significato che questa rivista ha avuto sulla mia spericolata formazione intellettuale. Il romanzo sta viaggiando oltre ogni più rosea attesa (a breve posterò un comunicato sul tema). Cliccate sull’immagine per leggere l’articolo. Approfitto anche per ringraziare Emma Di Stefano e Regina Resta, che mi hanno ospitato nel loro nuovo format Verbumlandia, che andrà presto in onda su MyBoxTv: essere il vostro ‘numero zero’ mi ha riempito di orgoglio, in bocca al lupo! In questi giorni è partito il progetto Musicaos.it – Gruppo di Lettura, una cosa a cui tenevamo tanto e da tanto tempo, seguite gli aggiornamenti sul gruppo Musicaos.it su facebook, in questa settimana posterò qualcosa sull’argomento. Buone letture!

Luciana Manco recensisce “È tutto normale” sul numero 4 di Salentuosi


La Lupo Editore sa sempre tenere alto il suo nome. Non fallisce un colpo. Anche la bellezza estetica del libro di Luciano Pagano è immediata. Merito dell’illustrazione in copertina, “Evidently Goldfish” di Nicoletta Ceccoli. Una bambina con un pesce rosso al guinzaglio. Rappresentativa forse di ciò che troveremo dentro. L’attesa di due genitori per il ritorno del figlio che ha studiato fuori. Il fatto che il figlio torna, sì, ma non torna da solo. Torna con Kris. Maschio o femmina che sia. E chi l’ha detto che i due genitori debbano essere poi un maschio e una femmina, necessariamente. Potrebbero essere anche due uomini. È tutto normale.
Dovrebbe essere tutto normale. Ed è questo il messaggio che Pagano probabilmente vuole darci: fare dell’eccezione la normalità. L’unico modo per far sì che la diversità possa risultare una qualità, un sinonimo di rarità, non una deformazione dell’esatto, non una discriminante. Sentire normale ogni forma di espressione, di esistenza, di volontà. Sentire normale il diritto alla libertà.
Luciano Pagano è nato nel 1975. Laureato in filosofia, ha pubblicato il suo primo romanzo “Re Kappa” (Besa Editrice) nel 2007. Nel 2008 ha partecipato ed è risultato tra i vincitori del premio Subway Letteraruta. Sempre nello stesso anno è stato tra i vincitori del concorso Creative Commons in Noir, indetto da Stampa Alternativa. Dal 2004 dirige la rivista di letteratura online Musicaos.it (fondata con Stefano Donno).

Luciana Manco
Salentuosi, n. 4

“È tutto normale”, su facebook

“Pagano, parole contro il muro dell’ipocrisia”. Antonio Errico recensisce “È tutto normale” su Nuovo Quotidiano di Puglia


Pagano, parole contro il muro dell’ipocrisia
di Antonio Errico

Nuovo Quotidiano di Puglia
(15 Settembre 2010)

Frammenti che sono l’espressione di tutta una vita. Perché solo un attimo, solo una parola, un gesto, uno sguardo, un trasalimento, un’emozione, un pensiero che sopraggiunge e svanisce, possono riuscire a dire una vita nella sua irripetibilità. Una vita è sempre oltre e altro rispetto a quello che sembra. Per raccontare una vita bisogna riuscire a stringere quell’oltre e quell’altro. Con questa tensione, con la sfida – ad un tempo temeraria e calcolata – lanciata alla possibilità che ha la scrittura nei confronti del magmatico universo interiore, Luciano Pagano si mette a raccontare la storia di “È tutto normale”, il romanzo pubblicato da Lupo Editore. Racconta cercando continuamente in ciascuno dei personaggi quell’elemento che rappresenta l’unicità dell’esistenza. (“Gli uomini sono uguali in tutto, tranne che nel modo in cui danno l’amore”). L’unicità ha bisogno di parole essenziali: non vuole metafore ma pretende definizioni precise, concluse, definitive. L’irripetibilità – che è il nucleo profondo – si rappresenta attraverso un linguaggio liberato da qualsiasi increspatura, da ogni elemento figurativo. Quello di Pagano rappresenta il risultato di una sintesi estrema delle situazioni e delle psicologie dei personaggi. È incisivo, molto spesso tagliente, non indulge e non indugia, a volte è aggressivo; pochi aggettivi, avverbi rarissimi. È un linguaggio dai movimenti rapidi, dalle svolte che molte volte si rivelano imprevedibili. Attraversa le atmosfere come una pietra di fionda e va a spaccare i vetri dietro cui si nascondono le ipocrisaie del perbenismo e dei pregiudizi. Il linguaggio scava in quello che accade, nella memoria costante e incombente, nell’infanzia. Quando trova il punto che sembra dia origine alle vicende, la radice dei loro sviluppi, allora s’impunta. E mette a nudo. Smaschera, sviscera.
I dialoghi costituiscono un esempio significativo di questo procedimento. Si ha l’impressione che le storie nascano dai dialoghi, che essi siano il perno e il movente, che da essi dipenda il corso delle cose. Nei dialoghi del romanzo di Pagano scorrono sotterranei tutti i sentimenti; di volta in volta si caricano di nostalgia, di passione, di rancore. Sono la condizione linguistica che più di ogni altra – più profondamente, più drammaticamente – segna e nutre la differenza e la distanza non solo tra generazioni diverse ma tra concezioni della vita e del mondo così diverse da sembrare inconciliabili.
È un libro di interrogativi – spesso lancinanti – che restano sempre senza una risposta. La materia ribillente di una condizione di diversità (diverso da chi, da cosa? Soprattutto diverso perché?) contestualizzata nella dimensione del tessuto delle relazioni sociali, non è altro che una delle tante storie che corrono nel mondo e non rappresenta in alcun modo un pretesto di siociologismo, ancor meno di moralismo, meno che mai mezzo e occasione per un messaggio. È una delle innumerevoli metafore dell’esistere. Ora, considerato che la metafora è una costruzione di parole, Pagano dimostra uno straordinario impegno e rispetto nei confronti della parola.
Una sola parola, in questo romanzo, apre o chiude un complesso – aggrovigliato, drammatico – mondo esistenziale. Ci sono parole che diventano sentenza di assoluzione o di condanna; altre che riescono a far emergere il non detto, il rimosso, il celato. Recensendo su questo giornale il primo romanzo, “Re Kappa”, dicevo che Pagano intende dimostrare che la fonte e l’origine della narrazione si ritrovano in un impulso a narrare e in una domanda sul senso e la funzione che assume questa condizione esistenziale. “È tutto normale” si pone come conferma di questa ideologia del narrare.

Nicoletta Scano recensisce “È tutto normale” su i-libri.


Il secondo romanzo di Luciano Pagano, E’ tutto normale, pubblicato nel 2010 da Lupo editore, si svolge tutto nell’arco di una giornata.
Offre uno squarcio sulle riflessioni di un giorno come tanti eppure intensamente condizionato da un’occasione speciale, il ritorno a casa dopo diversi anni del figlio Marco.
I protagonisti del racconto portano a galla le loro intere vite, le esperienze passate e le conseguenze delle loro scelte, come a volerci ricordare che in ogni singolo momento non siamo che il prodotto di quanto abbiamo vissuto. Il titolo dell’opera potrebbe apparire stonato, soprattutto considerando che la coppia di cui si narrano le vicende è composta da Ludovico e Carlo, due omosessuali che nel profondo sud d’Italia hanno allevato un figlio, superando i consueti attriti familiari, le occhiate curiose dei compaesani e la moralità più o meno autentica della cerchia di conoscenze che li ha circondati per trent’anni.
Spiccano anche altre figure, per prima quella di Eleonora, la madre di Marco venuta a mancare precocemente eppure sempre presente;  quella di Kris, il compagno o la compagna (per gran parte dell’opera questo non è chiaro) che il ragazzo sta per presentare ai genitori.
Ci si potrebbe chiedere dunque: che cosa è normale? Questione insidiosa, che certamente l’autore non si prefigge di risolvere. Forse è solo una provocazione, buttata lì per invitare alla riflessione.
Chi ancora non ha letto questo romanzo, non si aspetti un pamphlet pro o contro l’omosessualità: certo, questo particolare aspetto è fondamentale per comprendere le dinamiche e desideri dei personaggi, tuttavia non è un fine, ma un inevitabile mezzo per ricostruire il vissuto dei protagonisti, per entrare in una storia che non vuole essere paradigma ma semplicemente narrazione.
L’autore sembra rifuggire da dettami etici o opinioni marcate, e certo non struttura come fosse un’inchiesta giornalistica l’evolversi della vicenda, ma semplicemente indaga la vita di una famiglia nella sua peculiarità, senza mai alzare i toni e concentrandosi piuttosto sui percorsi psicologici ed emotivi dei personaggi.
Le questioni anche più forti e toccanti della storia appaiono come sfumate, metabolizzate attraverso il ricordo, eppure molto vivide, capaci di offrire al lettore un vero contatto con la realtà dei protagonisti.
Il romanzo regala uno sguardo lucido, capace di raccontare delle vite così come sono; il tutto arricchito da una bellissima copertina (che non guasta mai) e da una folgorante osservazione sulla quarta:”una volta fuori dall’utero ogni uomo è perso“.

Nicoletta Scano
i-libri, 15 Settembre 2010

“È tutto normale” nella famiglia di oggi. Enzo Mansueto su “Il Corriere del Mezzogiorno” del 12/09/2010


“È tutto normale” nella famiglia di oggi
Enzo Mansueto

Se la «famiglia» è stata la pietra di volta nella costruzione retorica dell’Italia recente, il tema scelto da Luciano Pagano per il suo nuovo romanzo è dirompente: l’analisi delle pieghe psicosociali di una famiglia omogenitoriale nel Salento agiato del presente. E la normalizzazione, che un linguaggio misurato e discreto – distante da certa iperletteratura che lo stesso autore aveva praticato – impone al tema, non fa che rendere più eversiva la scelta. Detto ciò, mettiamo da parte ogni aspettativa di trasgressione o esibizionismo da gay pride. Più vicino a certo minimalismo americano (Leavitt?), il romanzo esaurisce il fattore «scandalo» nella scelta del marchingegno narrativo, che sostanzia l’esordio della storia: Marco, laureato in architettura a Roma, torna nel suo Salento, in una ricca villa, dai genitori, per presentare Kris. Nome ambiguo, che non svela, da subito, il genere sessuale del partner. Lo scatto si ha quando apprendiamo che i genitori di Marco si chiamano: Carlo e Ludovico. Esaurito l’accidente narrativo, l’azione del romanzo, introversa e psicologica, si snoda, nell’arco di una giornata, sostanziandosi di feedback emotivamente efficaci, che incidono in noi i tratti dei personaggi. (12/09/2010)

Roberto Martalò recensisce “È tutto normale” su CorriereSalentino.it


“In amore è tutto normale”
di Roberto Martalò

Con il romanzo “È tutto normale”, Luciano Pagano affronta il tema della qualità dell’amore e, con delicatezza e sensibilità, ci introduce in un mondo di speranze ed angosce.
Dopo la laurea in architettura, Marco torna qualche giorno nel Salento per presentare Kris ai genitori. Questo incontro nasconde però tante insidie: Marco infatti è stato cresciuto da una coppia di omosessuali, il padre Carlo e Ludovico, che ha preso il posto di Eleonora morta poco dopo il parto. I due, vista l’ambiguità del nome Kris, non sanno decifrare l’orientamento sessuale del figlio e vivono questa attesa con differenti stati d’animo e aspettative. Figlia di un pastore canadese sprezzante gli omosessuali, Kris non conosce la vera situazione familiare del suo ragazzo: per timore, questi le ha raccontato la storia di una famiglia normale, con una madre misteriosa e sempre in viaggio.
Il finale più che l’epilogo della storia sembra essere un manifesto sull’amore e un auspicio affinché tutti possano accettare e comprendere ogni sfumatura di questo sentimento perché “l’amore vuole sempre il bene, non è mai cattivo, l’amore ha tanti nomi e tutti i nomi dell’amore servono a distinguere l’amore dal vuoto del nulla che c’è fuori”.
L’autore smaschera le ipocrisie e il bigottismo della società odierna nel voler definire e classificare l’amore come se certe manifestazioni fossero solo una deviazione o una malattia: è così che la credente Kris si dimostra essere la più intollerante dei personaggi sia nei confronti degli omosessuali sia nei confronti delle persone deboli; nonostante ciò, ogni sera prima di addormentarsi prega il Signore per sentirsi a posto con la coscienza.
Pagano caratterizza i personaggi scavando nel loro inconscio, descrivendo comportamenti e modi di essere e di pensare, presentandoceli come se fossero dinnanzi a noi, vivi e reali. Fa tutto questo con un linguaggio diretto e chiaro ma sempre profondo, alternando una narrazione esterna e onnisciente a una interna al racconto, quasi da dialogatore invisibile ma presente.
“I personaggi – afferma Pagano – erano diventati presenze abituali delle mie giornate. È stato bello accorgersi che ciò accade anche nei lettori; l’altra buona impressione che sto ricevendo è quella della ‘lettura veloce’, ho lavorato molto affinché nella versione definitiva restasse solo ciò che ritenevo indispensabile; mi interessava rendere plausibile e quotidiana una dimensione che non a tutti può sembrare tale, anche nel linguaggio”.

leggi qui la recensione di Roberto Martalò