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14 Marzo 2014, “Cani acerbi” di Gianluca Conte, presentazione a San Donato di Lecce (LE)


Venerdì 14 Marzo 2014 – dalle ore 21.00 – NB CAFÈ – (Via Roma, 16 – San Donato di Lecce – LE)

“Cani acerbi” di Gianluca Conte (musicaos:ed), presentazione con Gianluca Conte e Luciano Pagano, e “JE CRAINS” di Frank Lucignolo, mostra personale. Inaugurazione della mostra e Dj Set Josta.

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Venerdì 14 Marzo 2014, dalle ore 21.00, presso l’NB CAFÈ a San Donato di Lecce, serata dedicata alla letteratura e all’arte, in compagnia di Gianluca Conte, autore di “Cani acerbi” (musicaos:ed), e Frank Lucignolo, che inaugurerà la sua mostra personale, visitabile fino al 31 marzo prossimo presso l’NB CAFÈ.

JE CRAINS” (dal francese ‘io temo’), mostra personale di Frank Lucignolo presenta un viaggio personale nell’inquietudine umana, nel lato oscuro di una società frenetica, senza pudore, nevrotica e disperata immersa in un mondo industrializzato e ultra tecnologico, da cui risulta un mondo senza animo.

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I lavori di Frank Lucignolo sono stati ispirati dai fumetti del Prof. Bad Trip, uno dei più grandi artisti visuali dell’underground italiano degli ultimi 15 anni, autore e illustratore che si è imposto sulla scena artistica fin dagli anni Ottanta, e dal gruppo musicale “Joy Division”, gruppo musicale nato in Inghilterra a cavallo dell’esplosione del fenomeno punk.

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START alle ore 21.00 con la presentazione di “CANI ACERBI” (musicaos:ed), insieme a Gianluca Conte e Luciano Pagano, e a seguire inaugurazione della mostra, con Dj Set Josta (Funk, Soul, Hip Hop).

La mostra proseguirà, presso l’NB CAFÈ fino al 31 Marzo 2014.

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“CANI ACERBI” primo romanzo scritto da Gianluca Conte, racconta le vicende di Riccardo, inviato precario di un giornale locale, e Alessio Delmale, contadino km0 e aiutante fidato dell’amico giornalista.
Nella noiosa routine di un Salento invernale, costellato di discariche abusive di eternit, dove il calore estivo è un ricordo sbiadito, basta poco perché si apra uno squarcio sopra un mondo che specula dove può, dal dissesto idrogeologico all’immondizia, dalla prostituzione alla corruzione politica. Sembra filare tutto liscio, finché una sera, ai due, non viene riservata una sorpresa. Quale mistero si cela dietro i cerchi di fuoco che fanno la loro comparsa nelle campagne di Scorcia? Cosa si nasconde dietro l’improvvisa ferocia dei Cani?

GIANLUCA CONTE è nato a Galugnano, in Salento, nel 1972. Laureato in filosofia, è poeta, scrittore, operatore culturale. Con il Centro Studi Tindari Patti ha pubblicato la silloge “Il riflesso dei numeri” (2010), finalista al concorso nazionale “Andrea Vajola”. Con Il Filo Editore, ha pubblicato “Insidie” (2008). La sua terza raccolta, intitolata “Danza di nervi” (Lupo Editore, 2012), ha vinto il Premio PugliaLibre 2012 nella sezione ‘raccolta lirica’.
Il blog di Gianluca Conte, “Linea Carsica” è qui: http://glucaconte.blogspot.it/

LA COPERTINA di “CANI ACERBI”

Mirna Maric e Martina Maric, sorelle rispettivamente di 19 e 21 anni, sono due giovani fotografe croate. La loro pagina ufficiale è qui:
http://www.facebook.com/MaricSistersPhotography

Altre informazioni su “Cani acerbi” qui:

http://lucianopagano.wordpress.com/cani-acerbi-di-gianluca-conte-smartlit-02/

Info:
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La collana: SMARTLIT

La collana Smartlit di musicaos:ed, diretta da Luciano Pagano, nasce con il proposito di raccogliere scritture legate alla narrazione e al raccontare storie, senza preclusioni di forma o genere, né limiti all’espressione che provengano dalla semplicità del dividere il mondo della scrittura nelle due categorie di narrativa e poesia. Testi unici, eterogenei, ‘precedenti’ letterari, uniti però dalla consapevolezza delle intenzioni e da una attenta cura editoriale. Scritti da esordienti e non. Ci sono parole differenti che hanno un’idea di fondo comune nell’aspirazione a trasmettere, nella capacità di raggiungere l’altro senza frenesia, con attenzione. Slim (sottile), slow (adagio), slice (scorcio), slightly (lievemente). Queste parole hanno una radice comune, “sl-“. Abbiamo scelto queste due lettere per dare significato alla nostra prima collana.

Musicaos:ed è un progetto editoriale indipendente nato dall’esperienza della rivista musicaos.it, fondata il primo gennaio del 2004 e diretta da Luciano Pagano. Nei primi dieci anni di attività, sulla rivista hanno scritto giornalisti, critici letterari, blogger, artisti, pittori, cineasti, e sul blog sono stati pubblicati oltre 1500 articoli, racconti, recensioni. Giuseppe Genna, nel 2008, ha definito Musicaos: “uno degli snodi fondamentali della blogosfera letteraria che ha retto al crollo della medesima”. La rivista nel 2007 è stata inserita nel Best Off “Voi siete qui”, curato da Mario Desiati e pubblicato da Minimum Fax, insieme alla riviste digitali italiane più interessanti nella rete. Il sito, Musicaos.it, nel 2005 è stato giudicati “eccellente” dalla giuria di Premio Web Italia.

Info:
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Novità: “Panni sacri” di Roberta Pilar Iarussi, ebook 06 Musicaos.it


“Panni sacri” di Roberta Pilar Jarussi (ebook 06 Musicaos.it)
disponibile qui:
http://www.amazon.it/Panni-sacri-musicaos-ebook/dp/B00B6F63BS/ref=sr_1_1?s=digital-text&ie=UTF8&qid=1359246183&sr=1-1

“Ho stretto con forza il mio sesso giovane e l’ho spinto fuori da me. Ho chiuso le gambe. Ho irrigidito tutti i muscoli fino a sentire dolore. Ho serrato la bocca. Mi ha sporcato l’inguine di liquido giallastro senza seme, andava fiero del suo pesce morto come fosse un trofeo di guerra. Prima dell’orgasmo che non è arrivato più, ha sussurrato alcune parole in disordine, sbattevano nell’abitacolo della macchina e nella mia pancia e da tutte le parti…” (Panni sacri)

In un piccolo centro del nostro sud, decadente e insieme rassicurante, un prete anziano, socialmente impegnato e sensibile alle ferite dell’umanità, incontra casualmente una bellissima ragazza. La giovane donna è sola e anche il prete, a suo modo, lo è.
Tra i due nasce subito una forte intesa. L’uomo e la donna avviano una strana frequentazione, a metà strada tra la voglia ingenua della donna di affidarsi completamente e la smania dell’uomo di impastar le mani nelle vite degli altri.
La storia segue così un doppio filo narrativo: se nella vita vera, la ragazza si confronta con un uomo maturo, spirituale, distante dai nodi carnali che sempre complicano le relazioni, nella realtà virtuale, condita di chat erotiche notturne e veloci sms, la donna ‘frequenta’ un “Ragazzo” giovane, desiderante e lubrico. Evidentemente, però, le cose sono diverse da come appaiono.
Il racconto Panni sacri è parte di una mini raccolta che mette insieme tre diverse storie accomunate dall’elemento di uno ‘strappo’.
Il medesimo strappo in forme differenti. L’Amore, non solo erotico, quindi, e quell’inevitabile lacerazione che si porta appresso, quasi come se le due cose, piacere e ferita, fossero inscindibili.

[dalla postfazione a "Panni sacri", Luciano Pagano]

‘Due che fanno sesso virtuale, come si chiamano?’. La prima domanda che compare in ‘Panni sacri’ di Roberta Pilar Jarussi, è di una semplicità disarmante, eppure nasconde quello che sarà uno degli atteggiamenti ricorrenti in tutta la narrazione, ovvero sia il contrasto continuo tra sacro e profano, tra ingenuità nell’amore e esperienza del sesso, tra conoscenza dei profondi anditi della psiche umana e ricerca ossessiva della verità corporea, quando due, tre persone, hanno a che fare con l’innamoramento e con la totale miscredenza delle reazioni che l’amore può indurre, d’improvviso.

La protagonista di questo racconto vive due storie contemporaneamente, più esatto sarebbe dire che vive diverse storie, dato che la schizofrenia amorosa, ad esempio nel rapporto con Ragazzo, si identifica con il duplice rapportarsi all’immagine virtuale, digitale, web-voyeuristica e all’immagine fisica, materiale, a quel verbo ricorrente con cui di denota l’incontro e l’atto insieme, cioè il “prendersi”.

Una realtà fatta di gesti, atti, sequenze di prendere, stringere, abbandonare. Roberta Pilar Jarussi, in questo suo trittico di storie che si intrecciano, presenta una vera e propria fenomenologia dell’amor ‘intrapreso’, per tentativi, approcci, manovre lontane che si appressano e diventano vere e proprie sospensioni di gravità. La cosa che colpisce di più il lettore è sempre questo correre su un crinale, da una parte la purezza della carne e dall’altra la (presunta) falsità di uno spirito che ambisce a qualcosa di impossibile, salvare le capre e i cavoli, avere tutto, possedere la carne e dominare il pensiero, carpire, se c’è, l’amore cerebrale. Come se ciò non bastasse Celso, il francescano narcolettico esperto in mercatali pesche miracolose e avances etoromani, è brutto e con la pancia, mentre Ragazzo è bello, punto e basta. La protagonista del racconto sembra oscillare come un pendolo tra entrambi, ed è come se la virtualità dell’amore, a tratti, concedesse un po’ di stupore in avanzo al fatto che la forma fisica, forse, non importa granché quando c’è di mezzo il desiderio.

Una lettura, quella di “Panni sacri”, che procede rapidamente, come scorrendo delle polaroid, una dopo l’altra, anticipando ciò che sarà, ripetendosi che no, la protagonista non cadrà nel tranello, per poi scoprire che è come se questi tranelli, in fondo, fanno parte di un gioco meditato, una partita a scacchi dove la regina è circondata, per scelta, da una manciata di minuscoli pedoni. Fino al culmine del suo personale viaggio al termine della notte, in un ‘solito’ pomeriggio, sudicio e afoso, col finestrino abbassato per respirare, in attesa di un afflato che non è spirito, perché lo spirito oramai se l’è squagliata…chissà che fine ha fatto, da questo quadro così perfetto, lo spirito.

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Roberta Pilar Jarussi ha pubblicato il romanzo “Nella casa” (2003, Palomar – collana Cromosoma Y, diretta da Michele Trecca e Andrea Consoli) e Dal vivo, racconti (2002 , zerozerosud). Nell’ottobre 2003, è selezionata a ‘Ricercare’ convegno-laboratorio per nuove scritture (Reggio Emilia), con un brano dell’allora inedito romanzo “Nella casa”. Collabora con BooksBrothers, sito e laboratorio letterario, che ha prodotto l’antologia “Frammenti di cose volgari – Acqua passata – Volume Uno 2006/08”, a cura di Maurizio Cotrona e Antonio Gurrado (2009), nella quale sono presenti alcuni suoi racconti inediti.

È operatrice culturale della Biblioteca Provinciale di Foggia. Dal 2006 al 2009, ha curato il progetto e Premio Letterario nazionale ‘Libri a trazione anteriore’ della Provincia di Foggia, in collaborazione con Casa Circondariale di Foggia, con la direzione artistica di Michele Trecca, che includeva, in Carcere, un ciclo di incontri con gli autori ed eventi per i detenuti'; ha collaborato con il Kollettivo – associazione studentesca dell’Università degli Studi Foggia, nella realizzazione delle prime edizioni di BAOL – concorso letterario per scrittori esordienti, rivolto agli studenti e ai detenuti di Foggia, giunto ora alla sua 4° edizione.

Nel 2006 ha curato l’organizzazione del convegno nazionale sui blog letterari, “Le tribù dei Blog”, tenutosi a Foggia e al quale hanno partecipato (anche) Christian Raimo, Maurizio Cotrona, Giulio Mozzi, Michele Trecca, Enzo Verrengia, Anna Maria Paladino, Rossano Astremo, Ivano Bariani, Luciano Pagano, Silvana Rigobon, Fabio Dellisanti, Manila Benedetto.

Ha collaborato con il gruppo di musica popolare ‘I cantori di Carpino’ e con studiosi e portatori della tradizione, lavorando sulla struttura originaria della Danza Tradizionale Pugliese e sulle sue contaminazioni.

Il suo blog personale è “In punta di dita”: http://robertajarussi.blogspot.com/

Gennaio 2004 – Gennaio 2011 – Sette anni di Musicaos.it


2004 – 2011 Sette anni di Musicaos.it.

Grazie ai lettori, ai collaboratori, e a tutti quelli che chi hanno aiutato e che ci continuano a sostenere.
Musicaos.it – uno sguardo su poesia e letteratura” è una rivista online di letteratura, che è un portale, che è un sito. All’indirizzo di Musicaos.it potete trovare le istruzioni per collaborare. All’indirizzo musicaos.wordpress.com, questo sito, trovate le coordinate e i link per navigare nell’archivio della rivista, dal 2004 in poi. A questo indirizzo trovate tutto il materiale che viene pubblicato, i racconti, le recensioni, gli articoli, i suggerimenti di lettura.

“Anche quando i costi della rete saranno abbattuti, anche quando l’elettricità necessaria per accendere i computer, ai server e collegarsi ad internet sarà fornita da fonti energetiche rinnovabili e disponibili il libro non potrà essere rimpiazzato dall’e-book. Ci sarà sempre un servizio il cui accesso prevede un pagamento. Guattari in anticipo sulla diffusione della rete pensò un futuro ricco di password che aprono e password che chiudono, rubriche digitali dense di pin e numeri di accesso. Il tempo della lettura ed il tempo della scrittura, il tempo dell’ascolto e il tempo della ricezione. Il tempo è la misura dentro cui si iscrive la ricezione di un testo. Immettere contenuti, sia su internet che nell’editoria, in modo sempre più facile e veloce, dovrebbe responsabilizzare maggiormente chi questi contenuti gestisce. Le pagine su internet e le pagine di carta stampata sono miliardi. Come trovare la qualità? La qualità di una scelta, di una selezione, di un filtro, con l’avvento di internet hanno raggiunto lo stesso grado di importanza della qualità del testo stesso. E torniamo al punto di partenza. Le differenze tra internet e libro sono puramente tecniche. In sostanza i due mezzi seguono gli stessi percorsi di funzionamento. Sui manuali di html-design è consigliato di dare molta importanza ai contenuti nello sviluppo dei propri siti. Un sito può essere strabiliante dal punto di vista grafico della presentazione, tuttavia il motivo che ci fa tornare a visitare quel sito è il fatto che lì troviamo quel che ci serve. Lo stesso accade nei libri. Il libro dovrebbe essere l’oggetto par excellence orientato ai contenuti.”

Luciano Pagano, Webook,
9 gennaio 2004/3 febbraio 2004

Se volete comunicare direttamente con la redazione inviate un email a lucianopagano [at] gmail [punto] com

Per festeggiare il settimo compleanno postiamo una poesia postuma di Charles Bukowski, “e così vorresti fare lo scrittore?“.

Premiata Forneria Marconi 1971-2006: 35 anni di rock immaginifico


Enrico Pietrangeli
“Premiata Forneria Marconi 1971-2006: 35 anni di rock immaginifico” di
Donato Zoppo

Il libro di Zoppo, per sancire l’essenza emanata dalla PFM, non resiste alla tentazione di aprire il “Tutto” avvalendosi di un esergo di Rumi. C’è una “rosa” che “narra” e, con un disinvolto approccio giornalistico, sviluppa un armonioso trattato sul gruppo ripercorrendone l’intera carriera. Capitoli imperniati sulla discografia e linguaggio articolato, dove seguendo criteri perlopiù comparativi trapelano ampi scorci sulle condizioni sociali e le panoramiche musicali che hanno contraddistinto i tempi. Largo uso d’inserti e aneddoti, comunque ben disposti, euritmici; c’è qualche ridondanza, ma riguarda solo le introduzioni. Si parte dal primo raduno beat del ’66, quello organizzato da Miki Del Prete a Milano e che, accanto a Giganti, Ribelli ed i più singolari New Dada, annovera anche la cover band di Quelli. Siamo lontani da altri esordi, quelli psichedelico-melodici de Le Orme di Ad Gloriam o quelli più sperimentali e colti de Le Stelle di Mario Schifano, ma la strada dei rimaneggiamenti traccerà veri e propri gioielli addentrandosi nell’era progressiva: 21st Century Schizoid Man è un meno noto tassello della bravura e coesione strumentale di cui è capace la PFM (sigla tenuta a battesimo da Lake e Sinfield). Impressioni di Settembre sarà l’indelebile motivo di traino per tutto il progressive italiano, caratterizzata dal ritornello del moog e già pronta a sbirciare oltre i naturali confini per poi reincarnarsi in The world became the world. Sì, perché la PFM, prima di tutto, è italianità approdata altrove, in un mercato che, soprattutto negli anni Settanta, era invaso da produzioni anglo-americane. Sarà proprio quando Le Orme tenteranno la strada del mercato inglese con Peter Hammill che i testi della PFM incontreranno Sinfield. Mentre Pagani farà da collante alle realtà di movimento e relativi festival (Parco Lambro etc.), il gruppo si barcamenerà tra Mamone, tentazioni americane e l’imperversante contestazione. Logiche di mercato, da quanto si evince, mietono la prima vittima: Piazza viene rimpiazzato da Djivas al basso, più adatto al ruolo per un pubblico d’oltreoceano. La stagione dei concerti americani avrà il suo apice con la stampa di Cook, un live per il mercato internazionale nella già consolidata egida della Manticore. Chocolate’s Kings, l’album successivo che introduce Lanzetti, è, probabilmente, l’optimum, frutto di omogeneità e grande maturazione. Risente, tuttavia, del vento che soffia, a partire dai testi, sì impegnati da riportare consensi verso l’imminente ’77 ma, forse, non del tutto digeribili altrove. Uscirà negli States illustrato con una barra di cioccolato avvolta nella bandiera a stelle e strisce. Sinfield, nonostante una certa propensione a “sinistra”, stenta a comprendere. Ma “la goccia che fa traboccare il vaso” col mercato statunitense giunge nel ’76, quando la PFM prenderà parte ad un concerto organizzato a Roma per conto dell’OLP. Con Jet Lag si apre al jazz rock, poi la formazione chiude il decennio consegnandosi agli anni Ottanta nell’inevitabile decadenza dovuta all’impatto con tutt’altra epoca e nuove tendenze. Tuttavia, prima di segnare il passo coi nuovi tempi, la PFM realizzerà un altro memorabile live, lo farà girando la sola peninsula con Fabrizio De André. Personalmente rinnegherò il gruppo fin dai tempi di Suonare Suonare, ma Zoppo tira dritto, tra ritratti e sincretismi, fino all’epilogo di Miss Baker: praticamente estraneo alle origini. Gli anni Novanta e una rinnovata voglia di spaziare, portata avanti anche attraverso l’uso del digitale, desteranno ulteriori attenzioni verso il filone progressivo. Ulisse cercherà, a partire dal tema del viaggio, di ripercorrere strade perdute. Lo farà attraverso la collaborazione dei testi di Incenzo, autore anche di Dracula. Quest’ultimo è il coronamento di un sogno, quello di realizzare un’opera rock, decisamente pretenzioso e dove compare anche Ricky Tognazzi, mentre Serendipity, più proteso verso le sonorità del nuovo millennio, vedrà, tra gli altri, un’intraprendente Fernanda Pivano inserita nel progetto.

“Premiata Forneria Marconi 1971-2006: 35 anni di rock immaginifico” , Donato Zoppo, Editori Riuniti , 2006, 16€

Una vita come si deve. Florio Panaiotti


Florio Panaiotti
Una vita come si deve

Michela ripensava ai suoi genitori. Erano dei buoni genitori, e prima ancora erano una coppia cristiana come si deve.
A Michela non importava se i suoi genitori fossero una buona coppia, o un’ottima coppia, o addirittura eccellente. Erano come si deve e basta. E ne era fiera.
Da bambina pensava spesso che una volta cresciuta avrebbe voluto essere come loro. I suoi genitori, anche presi come singole persone, le sembravano degli ottimi modelli: erano educati, rispettosi degli altri, generosi verso il prossimo, andavano a Messa la domenica e per Pasqua e per Natale, e avevano sempre aiutato la loro unica figlia, cioè lei.
E lei aveva cercato di ripagarli. Era sempre andata bene a scuola, e una volta arrivata all’università aveva scelto una facoltà che potesse aprirle le porte di una professione rispettata dalla gente, così come piaceva a loro. Aveva scelto di fare il magistrato, e tutti erano stati contenti, orgogliosi di lei.
Fin da quando aveva quindici anni andava a trovare una ragazza disabile della sua età, che aveva difficoltà a camminare e a parlare, e quindi a fare le cose che gli altri ragazzi facevano senza alcun problema. Andava a trovarla una volta a settimana, e l’aiutava a fare la lezione e conversava a lungo con lei. Era contenta di questo, si sentiva sinceramente buona, e del resto anche i suoi genitori erano contenti di quello che lei faceva per quella ragazza sfortunata. A dire il vero l’anno precedente aveva iniziato a fare la stessa cosa con un ragazzino ipovedente, ma poi, su consiglio della mamma, aveva deciso di smettere di andarlo a trovare, perché a quell’età è meglio che le ragazze non stiano troppo tempo insieme ai ragazzi.
Gli anni di studio all’università furono molto duri per Michela. Sentiva di dover riuscire nel migliore dei modi, per se stessa e per i suoi genitori, ma le materie erano molto tecniche e i professori severi, perciò i suoi obiettivi erano difficili da raggiungere nonostante la dedizione che metteva nello studio. Però alla fine, e grazie al supporto continuo della mamma, la sua media rimase incredibilmente alta.
Nei momenti di difficoltà si aiutava immaginandosi i due eventi che dovevano essere i più belli della sua vita, come dovevano esserlo per ogni brava ragazza: la laurea e il matrimonio.
Le pareva di vederseli davanti, in ogni dettaglio, e piangeva di gioia mentre li viveva nella sua mente, e le davano un’enorme carica per continuare a inseguire i propri obiettivi.
Però Michela non aveva ancora un fidanzato. Diceva e pensava “fidanzato”, e non “ragazzo”, perché lei cercava il ragazzo della sua vita, quello che avrebbe sposato e che le sarebbe stato accanto per sempre, e le avrebbe dato uno o due bambini. Quello era il suo fidanzato.
Michela non aveva mai avuto un fidanzato, e naturalmente era vergine. Non vedeva l’ora di incontrare l’uomo giusto per lei, un uomo che potesse formare con lei una buona coppia cristiana. Iniziò a domandarsi dove avrebbe potuto incontrarlo, iniziò ad analizzare i ragazzi che conosceva per capire se potessero andar bene per lei, e dopo pochi mesi accadde quello che sperava: riconobbe il suo fidanzato, incontrò Domenico.
In Domenico vedeva tutto quello che l’uomo della sua vita doveva avere: era educato, rispettoso degli altri, generoso verso il prossimo, andava a Messa la domenica e per Pasqua e per Natale, aveva sempre aiutato i propri genitori, era un ottimo studente di Economia con una brillante carriera di manager d’azienda da seguire. Michela riconobbe in lui tutte queste qualità, o almeno a lei pareva che quella fosse la parte buona di lui. Ogni tanto infatti Domenico era sbracato, irriverente, giocherellone al limite del maleducato. Questo dava fastidio a Michela, e quel fastidio si trasformava in vergogna quando ciò accadeva in pubblico, o peggio davanti ai suoi genitori.
A ogni modo ormai aveva deciso. Si misero insieme, e gli amici di Domenico ne rimasero colpiti. Si stupivano che un tipo scapestrato come lui si fosse legato a una ragazza come Michela, ma Domenico sembrava contento, e a chi gli faceva obiezione lui rispondeva serio che Michela gli aveva fatto mettere la testa a posto.
Domenico col passare del tempo assomigliava sempre più all’uomo che Michela aveva sempre sognato. Passava nottate intere ad sentirle ripetere i vari programmi d’esame, l’accompagnava dalla sfortunata ragazza disabile, andava ogni venerdì sera a cena dai suoi genitori. Smise anche di fumare, perché Michela gli disse che fumare faceva molto male, e che a lei i fumatori non piacevano.
L’unica cosa che sembrava non andar bene era il sesso. Domenico voleva fare l’amore, ma Michela avrebbe voluto perdere la verginità dopo il matrimonio, e non prima come le ragazze facili. In realtà anche lei avrebbe voluto farlo, ma cercava di non pensarci perché non era così che le cose dovevano andare. La situazione rischiava di allontanarli, e anche se Domenico sembrava col passare del tempo aver accettato la castità, Michela continuava a percepirne il potenziale pericolo per la loro relazione. Così un giorno, rimasta sola con la sua mamma, le disse che voleva fare l’amore con Domenico prima del matrimonio, e le spiegò il perché. La mamma si fece il segno della croce, e disse che era una cosa sbagliata. Subito dopo, rimanendo seria, le strizzò l’occhio e se ne andò. Michela capì che poteva farlo.
Un giorno Domenico, che era di due anni più grande, si laureò. Si laureò con centootto, e Michela per l’occasione gli organizzò una festa come si doveva per un evento del genere. A dire il vero le dispiaceva molto del fatto che Domenico non avesse preso centodieci, e si rammaricò di non averlo potuto aiutare abbastanza durante i suoi studi. Del resto, pensò, non si può avere tutto dalla vita. A Domenico non piacevano le feste di laurea, ma visto che Michela era così contenta di avergliela organizzata non disse nulla.
Dopo la laurea Domenico ebbe un sacco di offerte di lavoro, anche importanti, ma Michela gli chiese di accettare un lavoro vicino a casa. Gli spiegò di quanto erano contenti lei, sua madre e suo padre nel vedersi ogni sera riuniti a tavola. Come avrebbe potuto stare con la sua famiglia tutte le sere, così come aveva fatto suo padre con lei, se fosse andato a lavorare lontano da casa, oppure semplicemente se avesse accettato un lavoro dagli orari interminabili? Domenico era indeciso. Da un lato gli dispiaceva molto rinunciare alla carriera, ma dall’altro non voleva deludere da sua futura sposa. Alla fine, ancora una volta, fu la mamma di Michela a risolvere il problema, a rimuovere gli ostacoli fra sua figlia e i propri sogni. Un giorno prese Domenico da parte e gli fece un discorso accorato sull’unità della famiglia cristiana. Domenico si convinse, e andò a lavorare in un piccolo studio di commercialisti a un paio di isolati da casa di Michela.
La laurea di Michela fu preceduta da un periodo carico di tensione per tutti. Nonostante i suoi sforzi, Michela non era riuscita negli ultimi tempi a tenere la media di voto che voleva, e rischiava di non ottenere centodieci. Una sera, durante la cena, ebbe una crisi isterica e si rifugiò in camera sua. Sua madre e suo padre ne parlarono preoccupati, cercando una via d’uscita al problema. Quando Michela tornò, suo padre, che conosceva molte persone influenti, le promise di darsi da fare per aiutarla con la commissione d’esame. Michela sapeva che questa non era una buona cosa, e anche la mamma si fece il segno della croce quando suo padre, sottovoce, disse cosa avrebbe fatto. Quella sera Michela ci pensò bene, e concluse che suo padre stava facendo ancora una volta la cosa giusta. Stava aiutando la sua unica figlia, cioè lei. E comunque, dalla mattina dopo fece di tutto per dimenticare ciò che aveva sentito, perché di per sé quello rimaneva un peccato.
Prese centodieci, e fu festeggiata come aveva sempre voluto esserlo. I suoi genitori organizzarono un ricevimento, e tutte le persone che conosceva furono invitate.
Domenico nel frattempo non aveva più amici. Era depresso e si lamentava del proprio lavoro, monotono e senza prospettive. Michela, assai dispiaciuta, per risolvere la cosa decise di mandarlo da un buono psicologo, dato che non c’era in verità niente di così grave di cui lamentarsi. Tutto sommato Domenico aveva lei, e la prospettiva di una buona famiglia.
Pochi mesi dopo anche l’altro suo sogno si realizzò: il matrimonio. Michela e sua madre scelsero i vestiti da sposa e da sposo, la chiesa nella quale svolgere la cerimonia, il luogo del ricevimento, le bomboniere e ogni altro dettaglio. Fu un lavoro incessante e a suo modo stressante, perciò Michela fu costretta a limitare gli incontri con Domenico.
Domenico nel frattempo era peggiorato, e una sera cercò di parlarne con Michela. Le disse che in quelle condizioni non sapeva più se fosse il caso di sposarsi. Lei lo abbracciò, e gli disse che erano sciocchezze, che sarebbe stato contento. Però questa cosa la preoccupò non poco. Il giorno dopo chiamò lo psicologo, e concordarono di aggiungere alla terapia alcuni farmaci antidepressivi.
Michela scelse anche una casa, la sua futura casa, nuova e bellissima, e fu suo padre a comprarla, anche se per far questo dovette spendere tutto quello che aveva messo da parte. Michela gliene era grata, e pensava che fosse doveroso da parte di un buon padre.
Il giorno prima del matrimonio Michela andò a confessarsi, e al parroco raccontò quella brutta storia di suo padre e le pressioni sulla commissione della sua laurea. Il parroco la assolse, e lei si sentì meglio.
Proprio davanti alla torta nuziale, circondata da composizioni di rose bianche, pensava che quello era il giorno più bello della sua vita, ed era esattamente come se lo era immaginato.
Voleva che niente di quello che aveva raggiunto cambiasse più. Ora che aveva un marito, una casa e una laurea, voleva dei figli, una casa più grande e il posto in magistratura.
Voleva continuare a vivere felice come lo erano stati i suoi genitori quando era piccola. Voleva una famiglia felice, una famiglia come si deve.
Il bianco del suo vestito da sposa, così carico di felicità, rifletteva pallido su Domenico, sua madre e suo padre, nascosti in piedi vicino a lei.

La bambina utile (microracconto). Bianca Madeccia


Bianca Madeccia
La bambina utile (microracconto).

La bambina utile un giorno aprì alle bambine inutili.
Era da molto che premevano alla porta, così, le lasciò entrare.
In pochi minuti, le bambine inutili presero possesso della casa.
La loro prima azione fu bruciare pile di libri da cui divamparono storie ardenti.
La fiamma, che mai prima aveva brillato tra quelle pagine, ora svettava incontrastata.
La cenere, bianca e compatta, riposava a terra, cipria cocente di rare pagine avoriate di buona grammatura.

(Da “La bambina utile”, inediti)

Biografia breve:

Bianca Madeccia, è giornalista. Ha pubblicato microracconti, sillogi poetiche, saggi, traduzioni. Suoi testi sono stati pubblicati in svariate antologie di poesia. È autrice di una raccolta poetica “L’acqua e la pietra” (LietoColle, 2007) e di due raccolte poetiche inedite e di un numero consistente di microracconti. È appassionata di fotografia, arte materica e installazioni che ama contaminare con la scrittura. Alcuni dei suoi esperimenti sono visibili sul suo blog: http://biancamadeccia.wordpress.com

(dipinto Cinderella di Sir John Everett Millais, 1881, olio su tela)

Daniela Rindi. Figlio della luna


Daniela Rindi
Figlio della luna

Venivo da Milano, avevo poco più di vent’anni e facevo l’attrice. Costretta a stare per lunghi periodi nella capitale, a causa delle prove, decisi di trasferirmi definitivamente. Cercare casa non era facile, gli affitti non erano alla mia portata, perciò tergiversavo approfittando delle amicizie, girandomi tutti i quartieri di Roma. Quella volta abitavo in vicolo dei Serpenti, la casa era dell’amica di una mia amica, in pratica una sconosciuta, anche lei attrice, ma molto più grande di me. La sera che arrivai, le dieci circa, mi accolse frettolosamente, mi fece vedere il letto e scappò via, urlandomi che non c’era niente da mangiare. Sbatté la porta. Buttai la borsa sul letto e comincia ad accusare il digiuno. Andai ad aprire il frigo, solo per curiosità, naturalmente. Due uova sode, una ciotolina di patate lesse, coperte con attenzione dalla pellicola trasparente, uno yogurt magro, un avanzo di burro. Anche se avessi potuto, non mi sarei fatta deprimere ulteriormente. Decisi di andarmi a comprare una pizza. Nel vicolo notai subito molta sporcizia, per terra siringhe, bottiglie e il cassonetto stracolmo. Le facce degli sconosciuti rovinate dall’indigenza, o dalla disperazione, o da entrambe, le donne erano, per lo più, puttane. Mi preoccupai dei miei ritorni a casa, la sera tardi dopo lo spettacolo. Mi feci fare una pizza tonda, in una pizzeria deserta, con le pareti ammuffite e l’aria che puzzava d’olio rancido, però il pizzaiolo era simpatico. Mi fece le battute da copione sul mio accento e mi raccontò del solito parente trasferito a Milano per lavoro. “Come si lavora bene là, ma la città, il tempo…”. Sì lo so, anch’io odio Milano, non solo per questo. Milano si odia e basta. Presi la pizza e andai a mangiarmela a casa. Era poco illuminata, due finestre davano sul vicolo, mentre quelle della cucina, camera e bagno, si affacciavano su un piccolo cortiletto interno, da dove si potevano lavare bene i panni sporchi dei vicini. Fu dalla cucina che assistetti alla scena. Iniziarono ad urlare, lui la insultava pesantemente, lei si difendeva piangendo, lui le tirò uno schiaffo, e lei gli sputò in faccia. “Sei una puttana, questo non è mio figlio!”. Lei aveva un bambino piccolissimo in braccio. “Sei un porco, come fai a pensare una cosa simile, schifoso!” Lui accecato dall’ira, continuava a negare, ad accusarla di tradimento, “Lui è biondo, troia!”. Lei si agitava, noncurante del bambino, strattonandolo, se avesse potuto lo avrebbe gettato dalla finestra. Non poteva difendersi. Lui approfittò, l’afferrò e le affondò la lama di un coltello nella pancia. Urlai, la pizza mi cadde per terra, non sapevo cosa fare, altri vicini si affacciarono e cominciarono ad urlare anche loro: “Chiamate la polizia, un’ambulanza! Presto!” Non avevo la minima idea di quale fosse il numero. Completamente nel pallone, incapace, inerme, frustrata, arrabbiata, non potendo aiutare quel neonato. La notte passò insonne, molta gente, macchine della polizia, ambulanza, chiacchiere, interrogatori. La mattina dopo, scesi per andare a bere un caffé, ero molto stanca, la strada era tornata silenziosa e io non riuscivo a togliermi dalla mente quella scena. Guardai il cassonetto, era stato svuotato, come il cuore di quel bambino.

Scritture segrete: da Erodoto a Bin Laden. Intervista a Nicola Amato


Bianca Madeccia
Scritture segrete: da Erodoto a Bin Laden. Intervista a Nicola Amato

Dritto al punto con un bel linguaggio pulito ma mai banale. Non si perde in inutili arzigogoli il professor Nicola Amato, massimo esperto italiano di Steganografia e docente universitario di “Scritture segrete” presso l’università di Varese. Vuole essere capito, vuole veramente comunicare. Conversare con lui è estremamente piacevole: possiede al tempo stesso grinta e profondità, competenza e passione, intelligenza viva e curiosità eclettica.

Ascoltarlo mentre parla, è come osservare un giocoliere che fa volteggiare un gran numero di notizie, informazioni, punti di vista che si lasciano dietro una scia preziosa di cibo per la mente.

Professor Amato, ci spieghi cosa sono le “scritture segrete” e come vengono classificate.
Quando parliamo di scritture segrete ci riferiamo ad un tipo di comunicazione scritta che avviene tra due interlocutori, l’emittente ed il ricevente della comunicazione, senza che ci sia una terza persona che ne venga a conoscenza. Dobbiamo però fare una distinzione sostanziale nell’ambito dei sistemi di scrittura occulta. Mi riferisco al fatto che si può operare su due livelli distinti e separati. Uno è quello che vede l’occultamento del contenuto della comunicazione, in cui il testo in chiaro viene trasformato, tramite un procedimento matematico definito algoritmo, in una sequenza di lettere, numeri e simboli, apparentemente casuali ed insignificanti, e solo chi possiede la chiave per decifrare il messaggio riesce a palesarne il significato. Parliamo in questo caso di crittografia.
Un secondo livello, decisamente superiore al primo in termini di sicurezza delle informazioni, opera in modo tale da non limitarsi a celare il contenuto del messaggio come succede per la crittografia, ma nasconde il fatto stesso che i due interlocutori stiano comunicando. Viene occultato, praticamente, il messaggio stesso, l’atto comunicativo. Ci riferiamo in quest’ultimo caso alla steganografia, il cui utilizzo scaturisce dal fatto che in molte circostanze il solo uso della crittografia non è sufficiente. Si pensi per esempio a due persone che vengono sorprese a scambiarsi messaggi cifrati tra loro: indipendentemente dal contenuto del messaggio, il solo fatto che vengano scambiati messaggi cifrati desta ovvii sospetti. Sorge quindi la necessità di utilizzare metodi alternativi per lo scambio di messaggi privati, quali appunto il nascondere il fatto che una qualsiasi forma di comunicazione sia avvenuta.

Lei ha scritto un libro sulla storia della steganografia dal titolo: “La steganografia da Erodoto a Bin Laden”.
Il termine steganografia si riferisce ad una tecnica elusiva della comunicazione che ha origini molto antiche. Nonostante ciò è ancora poco conosciuto, anche se ultimamente é salito alla ribalta dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 alle Torri Gemelle di New York. Se ne é parlato a lungo dopo gli attentati perché sembra che i componenti della rete terroristica Al-Qaeda abbiano fatto largo uso della steganografia per comunicare tra loro e tramare attentati. Si tratta in pratica di scrittura nascosta o, meglio ancora, l’insieme delle tecniche che consente a due o più persone di comunicare tra loro in modo tale da nascondere l’esistenza della comunicazione agli occhi di un eventuale osservatore. Il concetto teorico di steganografia, che ha visto nel passato l’utilizzo di tecniche rudimentali e bizzarre ma sempre efficaci, non ha subìto alcuna modificazione nel corso degli anni, pur essendo passata attraverso l’evoluzione tecnologica. Oggi la steganografia consente di nascondere all’interno di file digitali, immagini o suoni che siano, ogni tipo di messaggio segreto. Perché proprio in questo consiste la tecnica moderna: con l’ausilio di software particolare, si prende un’immagine o un file audio e si estraggono alcune unità grafiche minime che la compongono, ossia alcuni pixel nel caso delle immagini, e le si sostituiscono con dei dati, in genere lettere di testo, che comporranno il messaggio che si vuol far passare. Dal momento che certe immagini sono composte da milioni di pixel, la sostituzione di soltanto alcuni di essi non sarà apprezzabile ad occhio.
In definitiva, con la steganografia moderna è possibile inserire all’interno di una immagine un intero documento di Word senza che nessuno se ne avveda. Infatti, mettendo a confronto l’immagine digitale originale con quella in cui si è iniettato un documento di testo, vedremo che sorprendentemente sono perfettamente identiche, sia in termini di risoluzione grafica sia per quello che concerne lo spazio occupato sulla memoria di massa.
Per quello che riguarda il mio libro, diciamo che mi sono trovato anni fa ad affrontare l’argomento steganografia per motivi di studio e ho dovuto appurare che non esistevano libri in italiano che trattavano l’argomento in maniera esaustiva, ma solo testi in inglese. Da qui l’idea di trasformare le mie conoscenze e i miei studi in un libro, uscito qualche mese fa, tuttora l’unico in italiano, che affrontasse la tematica in maniera completa, dalle tecniche più antiche a quelle più moderne utilizzate al giorno d’oggi.

Quindi lei si è trovato nella condizione di dover tracciare una storia delle scritture occulte. Come, dove e quando nascono le prime ‘scritture segrete’?
Il popolo arabo fu il primo ad adottare tecniche di occultamento delle informazioni attraverso la crittografia, che veniva utilizzata in maniera sistematica per proteggere tutti i documenti e gli archivi fiscali, oltre che per i messaggi contenenti delicate questioni statali. Non si era però ancora arrivati a dimostrare con certezza che la crittografia in ambito amministrativo fosse un’abitudine, finché, nel 1987, non venne scoperta l’esistenza di un vero e proprio trattato sull’amministrazione, l’Adab al-Kutab (“Il manuale del segretario”), una cui sezione era interamente dedicata alle tecniche che dovevano essere adottate dai funzionari statali per criptare ogni genere di atto o documento.
Gli arabi, inoltre, non solo introdussero nuove tecniche di cifratura, ma contribuirono a renderne obsolete molte altre. Infatti è proprio a loro che si deve la nascita della crittoanalisi, ovvero la scienza che si occupa di risalire al messaggio originale a partire dal crittogramma, pur non conoscendo la chiave di codifica o informazioni sull’algoritmo usato per occultare il messaggio.

Ma come riuscirono gli arabi a dar vita alla crittoanalisi?
Partirono dal presupposto che un linguaggio è formato da un alfabeto, e che a una qualsiasi lingua corrisponde una determinata distribuzione di frequenza con la quale le lettere si ripetono. Gli studiosi arabi compresero dunque che alcune tecniche crittografiche, come la sostituzione monoalfabetica, potevano essere facilmente attaccate da un’analisi di questo tipo. Individuando i simboli più frequenti nel testo cifrato e in un testo sufficientemente esteso nella lingua con cui si suppone sia stato composto il testo originale, si può procedere per sostituzione, dal simbolo più frequente a quello meno frequente, fino ad arrivare a comporre parole parzialmente comprensibili che possono essere facilmente indovinate.
La più antica descrizione di questo procedimento si deve allo studioso del IX secolo Abu Yusuf ibn Ishaq al-Kindi, noto anche come il Filosofo degli Arabi, che lo descrisse accuratamente nel suo libro “Sulla decifrazione dei messaggi crittati”, e al quale è stato dato il nome di “Metodo di analisi delle frequenze”.
Per meglio comprendere la tecnica di Al-Kindi, facciamo un esempio pratico applicato all’alfabeto italiano. Se esaminiamo una frase in lingua italiana possiamo notare che la lettera piu’ frequente è la “E”, la seconda è la “A”. Premesso ciò, si esamina poi un testo criptato e si determina la frequenza dei caratteri che lo compongono. Se, ad esempio, il carattere più frequente è la “S”, è probabile che si possa sostituire con la “E”, ossia che la “S” del testo cifrato si riferisca alla “E” del testo originale in chiaro, se la seconda lettera più frequente è la “M” è probabile che sia la “A” e così via.

Come si sono evoluti i sistemi di scrittura occulta dall’antichità ad oggi?
I sistemi di scrittura occulta, in quanto tecniche elusive della comunicazione, sono parte integrante dei processi comunicativi. Intendo dire che la comunicazione non è composta dalle sole interazioni palesi, ma anche dall’occultamento delle stesse. La differenza è che nel primo caso parliamo di comunicazione in chiaro, e quindi fruibile da chiunque vi partecipi, e nel secondo si tratta di una comunicazione in esclusiva tra determinate persone.
Premesso questo, diciamo che le scritture segrete si sono evolute, in perfetta simbiosi con le tecniche della comunicazione, di pari passo con quello che è stato lo sviluppo tecnologico dei mezzi di comunicazione e dei sistemi informatici. La necessità di proteggere le informazioni sensibili con il loro occultamento è rimasta invariata, ha solo adeguato le proprie tecniche attuative in base a ciò che la tecnologia del momento offriva. Oggi, dunque, il binomio comunicazione-informatica è un concentrato di sinergie che rappresenta il mezzo comunicativo moderno. L’evoluzione di entrambe, inoltre, è sempre stata orientata l’una verso l’altra. Infatti, la comunicazione si è evoluta in funzione dello sviluppo tecnologico e, viceversa, le tecnologie informatiche si sono sempre di più adeguate alle esigenze comunicative. Basti pensare a Internet e tutte le possibilità comunicative che ci offre attraverso i siti Web, forum, chat, blog, e-mail, teleconferenze, etc.

Chi oggi può avere interesse a conoscere bene questa materia e a che fini?
In un mondo in cui l’informazione è diventata la materia prima più preziosa, l’importanza di nasconderne la circolazione o di proteggerne la riservatezza è andata via via aumentando; e mentre un tempo poteva essere considerata una precauzione destinata a pochi casi limite, oggi il bisogno di riservatezza è più che mai vicino alla vita di tutti. Ogni giorno telefonate, messaggi di posta elettronica o transazioni di qualunque genere attraversano regioni, paesi, continenti, in luoghi potenzialmente esposti al rischio di intercettazione, con inevitabili conseguenze che possono mettere a repentaglio la nostra privacy. Diciamo quindi che lo sviluppo delle scritture segrete è in uno stadio piuttosto avanzato ed i campi d’applicazione sono molteplici. Si va dalla sicurezza delle informazioni effettuata sia a livello militare sia civile, in ambito bancario ed in tutte quelle occasioni dove si rende necessaria la protezione dei dati. Non è da trascurare inoltre l’utilizzo in campo di protezione del copyright dei file digitali. Un’altra applicazione, infine, é rappresentata dall’associazione sicura di dati. Consiste in una tecnica per cui una filigrana digitale può consentire di inserire informazioni sensibili in un documento, in modo che queste siano associate in modo sicuro al documento stesso; eventualmente, cifrando queste informazioni, si può fare in modo che esse non siano utilizzabili da chi non ne ha il diritto. Questo tipo di applicazione permette, ad esempio, di trattare immagini o registrazioni biomediche come radiografie, tomografie, risonanze nucleari magnetiche, etc., marcandole in modo da poter sempre identificare con sicurezza il soggetto a cui si riferiscono, ma conservando la privatezza delle informazioni sensibili.

Secondo lei, che interesse può avere l’università italiana oggi ad introdurre lo studio delle scritture occulte nei corsi di laurea?
Ritengo che questa scelta sia inevitabile. Il flusso delle informazioni che viaggia attraverso molteplici canali, per questioni legate alla sicurezza delle informazioni stesse, è sempre di più manipolato in maniera tale che il contenuto della comunicazione risulti indecifrabile agli occhi di chi non avrebbe titolo per leggerlo. E’ sorta quindi la necessità, sia in ambito didattico prettamente scientifico sia nel campo dello studio delle scienze della comunicazione, di formare i futuri dirigenti, soprattutto coloro che dovranno agire in ambito comunicativo ad essere in grado a livello cognitivo di interagire, non solo con i sistemi di comunicazione palese ma anche con quelli occulti rappresentati dalle scritture segrete.

Lei professor Amato, è anche un brillante scrittore, giornalista, tecnologo della comunicazione audiovisiva e multimediale, esperto di sicurezza, ci racconta come e quando è nata questa sua passione?
La mia passione per le scritture segrete è una storia lunga. Mi sono trovato ad affrontarla inizialmente per motivi di studio, durante la mia prima laurea in ingegneria informatica. In tale contesto ne ho studiato i risvolti puramente tecnici e relativi alla crittografia e steganografia moderna.
Siccome però sono un curioso per natura, curiosità nel senso di voler approfondire ogni cosa che mi interessa, non mi sono fermato alle basi tecniche ma ho voluto andare a fondo a scovare le basi concettuali delle scritture segrete. Nel corso, poi, di studi relativi alla mia seconda laurea in Tecnologia della comunicazione audiovisiva e multimediale, ho deciso di orientare il mio percorso verso lo studio di tutte le tecniche antiche di scrittura occulta.
Stabilito infine che il mio andava ben oltre il semplice interesse per una materia ma sconfinava nella passione, elemento necessario se si vogliono fare bene le cose, ne ho approfondito ulteriormente gli argomenti.
In qualità poi di esperto in comunicazione, non mi sono voluto fermare alla, seppure non banale, ma pura e semplice comunicazione palese ma sconfinare nelle tecniche di elusione della comunicazione per fare in modo di abbracciare il concetto di comunicazione a 360 gradi. Anche perchè ritengo che le scritture segrete siano parte integrante del processo comunicativo, sia nell’antichità con le varie tecniche che utilizzavano, sia oggi tramite la crittografia e la steganografia.
Per il momento devo dire che i miei studi e la mia passione stanno avendo un successo incredibile. Sono sempre di più le università e gli Enti che mi invitano a tenere conferenze per conoscere le varie tecniche utilizzate, sia in passato che oggi. Non per ultima, scritture segrete sta iniziando a diventare una materia vera e propria all’interno dei corsi di laurea in scienze della comunicazione.

Biografia

Nicola Amato, 44 anni, di Jerago con Orago (VA), è laureato in Ingegneria Informatica, ha conseguito poi una seconda laurea in Tecnologie della Comunicazione Audiovisiva e Multimediale. Frequenta successivamente il Corso di perfezionamento post laurea in Metodi e Tecniche della formazione in rete specializzandosi in Piattaforme tecnologiche per l’e-learning.
Lavora per conto della NATO occupandosi di CIS (Communications and Information System).
E’ docente universitario della materia “Scritture Segrete” nel corso di laurea in Scienze della Comunicazione presso l’università Insubria di Varese.
E’ relatore di numerose conferenze inerenti i sistemi di scrittura occulta e sicurezza informatica presso varie università italiane.
Autore di diversi articoli scientifici, ha scritto tre libri di cui, due saggi dai titoli “Piero Angela” (2005) e “La steganografia da Erodoto a Bin Laden” (2007) editi entrambi da Iuculano Editore di Pavia, ed un romanzo appena uscito dal titolo “Il clochard” edito da Il Melograno di Milano.

D'amore e di cucina.


Luciano Pagano
D’amore e di cucina.

Su “L’orata innamorata. Ricette afrodisiache e narrativa nuda” di Luca Moretti e Antonio Bufi.

Qualche tempo fa, una mattina, mi è successo di vedere in televisione il Grande Cuoco, quello che tutti conoscono, quello che frequenta i salotti e interviene donando i suoi consigli sagaci, saggiando la consistenza dei salami e crogiolandosi tra stagionature di prosciutti e botti di buon vino. Il Grande Cuoco, interrogato dalla presentatrice che gli chiedeva di un’ipotetica relazione tra l’Amore e la Cucina rispondeva accigliandosi, sbottando, rivelando un carattere cui il suo spettatore abituale non è abituato. “Ma come? Una relazione tra l’Amore, o peggio ancora il Sesso e la Cucina? La Cucina è un mestiere che richiede dedizione, arte, soprattutto fatica, sudore, ecco perché i grandi chef sono quasi tutti uomini”. Di fronte a quell’affermazione di Verità ultima, mi ritrassi cambiando canale.
Poi ho avuto l’occasione di leggere “l’orata innamorata”, di Luca Moretti e Antonio Bufi, pubblicato di recente da Coniglio Editore (l’orata innamorata, ricette afrodisiache e narrativa nuda, prefazione di adriano canzian); gli autori sono gli stessi de “l’orata spudorata. Ricette e racconti per salvare il mondo dal cattivo gusto” (2005).
Un libro, questo, ricco di poesia e amore per la cucina, un libro di racconti dove ogni racconto è seguito da una ricetta che a suo modo è protagonista del racconto che la precede. Racconti dove l’amore, il sesso, il tradimento e la cucina sono ingredienti di una vita cruda che diviene saporita, frizzante, con un insospettato e teso finale per ogni racconto.
Una delle caratteristiche più interessanti di questa raccolta a quattro mani sta proprio nel fatto che i suoi autori sono riusciti a comunicare una percezione e un’esperienza sensoriale del gusto, trasmettendo ciò che compete alla loro arte. È difficile a questo punto riuscire a trasmettere un giudizio, solamente letterario, di un testo che si occupa di qualcosa che eccede il letterario, un guaio per chi si occupa di critica, anche perché i racconti sono freschi, divertenti e amari allo stesso tempo.
“Narrativa nuda” è una descrizione che si addice a questo libro, dove l’elemento afrodisiaco è quasi sempre correlato ad un amore clandestino, fatto di attimi sottratti alla bruttezza del mondo. Ma “l’orata innamorata” è molto di più che un semplice libro di ricette, lo stile dei racconti è asciutto, non banale, gli autori dimostrano di essere esperti nel mescolare gli ingredienti, anche quando questi sono i personaggi e le storie, riuscendo nell’arte di chiudere in poco spazio un attimo di vissuto e regalandoci la novità di una scrittura fresca. Nel considerare il proprio rapporto con il cibo gli autori dedicano particolare attenzione alla dimensione spaziale del viaggio, che offre l’opportunità duplice di fare nuovi incontri, d’amore e di cucina. Chiude il testo un glossario essenziale di voci, testi e suggestioni che permettono al lettore si approfondire un percorso che coniuga il gusto della tavola ai piaceri della vita.

“l’orata innamorata”, coniglio editore, i lemming, 5€, p. 64

Ettore Maggi intervista Simone Sarasso


Ettore Maggi intervista Simone Sarasso

Simone Sarasso è un giovane scrittore di Novara che ha dato un bello scossone alla narrativa di genere italiana, che finalmente potrà affrontare a testa alta le critiche e rappresentare davvero, come dovrebbe fare la letteratura noir, la coscienza critica sulla Storia politica e sociale italiana. Dopo aver pubblicato il suo “Confine di Stato” con un piccolo e intelligente editore di Orbetello, Effequ, grazie anche all’apprezzamento di Valerio Evangelisti (che ha scritto “Siamo di fronte a un libro importante e a un esordio strepitoso”) il libro è stato ripubblicato da Marsilio, e sembra avere un notevole successo commerciale. La caratteristica principale di questo libro è che rappresenta qualcosa di assolutamente nuovo nel panorama italiano. Sostanzialmente, pur con le dovute differenze, Sarasso ha compiuto la stessa operazione di James Ellroy in American Tabloid. Uno sguardo duro e impietoso sul nostro passato prossimo, dagli anni Cinquanta ai Settanta, centrato su tre episodi fondamentali, tre misteri del nostro Belpaese (delitto Montesi, morte di Mattei e strage di Piazza Fontana, più la fine di Feltrinelli) svuotandolo di tutta la retorica, e dando un’interpretazione arbitraria, ma verosimile, ai lati oscuri della nostra storia recente, rimasta invischiata in una guerra non dichiarata, che ha sparso molto sangue innocente, ma di cui si sa ancora troppo poco.

Il libro non è certo esente da difetti (troppo legato, stilisticamente e nella costruzione della trama, a Ellroy ma anche ai Wu Ming e ad altri scrittori, mentre Sarasso potrebbe essere ancora più indipendente), troppo schematici alcuni personaggi e anche molti dialoghi non sono all’altezza. Ma nel complesso si tratta comunque di un libro importante.

Ettore Maggi: Come prima domanda, tanto per rimanere sul classico, ti
chiederei di descriverti brevemente: chi sei e che lavoro fai?

Simone Sarasso: Ho quasi trent’anni, sono sposato (nessun figlio e una gatta femmina da mantenere) e per campare faccio l’insegnate di sostegno in una scuola dell’infanzia (so che fa strano, messo vicino a quello che scrivo). Ho lavorato in un’agenzia di stampa e per anni, prima di approdare all’editoria, ho illustrato riviste underground.

In realtà non trovo una grossa contraddizione tra il tuo lavoro e quello che scrivi (ed esistono al riguardo altri esempi illustri). Sotto la descrizione (terribile, ma mai gratuita) degli orrori del Potere, pur in un contesto assolutamente “non politicamente corretto”, si sente pulsare una fortissima tensione morale. Questa mia impressione è stata rafforzata leggendo una tua dichiarazione: “Nei tre episodi di cui parlo nel libro, persone come me, come voi, hanno perso un padre, una madre, una figlia o un fratello. E dopo quasi quarant’anni non sanno ancora perché. È il genere di cose che fa male. E che fa incazzare di brutto. Ecco perché ho creato Sterling e i suoi. Per avere finalmente qualcuno con cui prendermela. E devo dire che un po’ l’incazzatura se n’è andata”. Perciò, ripeto, non vedo contraddizioni tra il lavoro che fai e quello che scrivi. Ma a questo punto ti chiedo: è soltanto per questo che hai scritto questo libro (o questi libri, visto che sarà una trilogia)? E, soprattutto, davvero l’incazzatura se n’è andata?

L’incazzatura è quello che ti fa partire. Poi ti accorgi che costruire storie, oltre che placarti l’arsura delle cose non dette, è un processo entusiasmante. Più scrivi e più impari a farlo. Se riesci ad arrivare in fondo al primo libro, è dura fermarsi. E a ogni cosa nuova che scrivi diventi più esigente, sia come lettore che come scrittore. A metà del secondo romanzo l’incazzatura non se n’è ancora andata. E non credo sarà una passeggiata mandarla via. Però finché mi terrà compagnia credo che i miei lavori manterranno una certa tensione.

Una domanda di rito sarebbe quella riguardante le tue influenze (letterarie, cinematografiche ecc.). Ma dato che nel tuo libro sei talmente esplicito al riguardo (Ellroy, Wu Ming, Genna, Tarantino, Garth Ennis…), rovescio la domanda. Cosa non ti piace, nella narrativa italiana? E in quella estera?

Il mio maestro Giancarlo De Cataldo mi ha insegnato a non parlare mai in pubblico di ciò che detesto (letterariamente parlando): “Limitati a citare quello che t’è piaciuto”, così mi dice.
In genere seguo il consiglio. Però, di fronte alla tua domanda (una sorta di pistola alla tempia), vedrò di sbottonarmi quel tanto che basta per non farmi dei nemici.
Ultimamente, nonostante al suo esordio sia stata veramente una delle collane più rivoluzionarie degli ultimi anni, non mi piace molto la linea editoriale di 24/7 (Rizzoli).
Partirono (un paio d’anni fa) con Genna e Alan Moore e si ritrovarono poco dopo con Muccino, Kunkel e il cantante degli Zero Assoluto.
Kunkuel non mi è piaciuto per nulla. L’ho abbandonato a metà. Classico scrittore newyorchese senza fronzoli. Ma anche senza grosse novità stilistiche. Se proprio devo farmi del male, preferisco le fiction-writers della Grande Mela ai loro colleghi maschi.
Sugli italiani, invece, le critiche sono meno hard core. Nulla da dire sulle doti artistiche di Muccino o degli Zero Assoluto: al cinema e nell’Ipod di mia moglie la fanno da padroni. Sacrosanto.
In libreria, però, non ho letto nulla di nuovo sfogliando i loro romanzi. Vuoi perchè quello di Muccino era scritto a quattro mani (e le mani della Vangelista sono assai più pesanti di quelle del povero Silvio), vuoi perchè quello di Mr. Zero Assoluto era un libro newyorchese de noantri.
Mi rendo conto di non andare d’accordo con un certo tipo di letteratura: proprio non ce la faccio ad appassionarmi. Mentre invece, se mi capita per le mani un SEGRETISSIMO d’annata, pur nella sua semplicistica, ripetitiva schematicità, lo divoro d’un fiato. Che vvo ‘ffa?

In un’altra intervista hai detto che il personaggio di Andrea Sterling, se non ricordo male, non è realistico, e in effetti concordo con la tua affermazione. Dato che il tuo romanzo è ispirato a fatti di cronaca, o meglio, ormai, di Storia, come hai costruito questo personaggio, in mezzo a tanti personaggi ispirati a persone realmente esistite?

La bidimensionalità di Sterling è comune a molti altri personaggi del libro. Il Mago, per esempio. Il colonnello Kurtz, lo stesso Riviera.
Il gioco che faccio, nel mix storia/realtà, è sempre lo stesso: prendo informazioni reali e le racconto esasperandone i toni, acuendo le tinte. È un procedimento fumettistico. Come quando disegni partendo da una foto e a prodotto finito ti accorgi che quello che hai ficcato nella
vignetta, con le ombre e tutto il resto, non assomiglia più alla foto. È qualcosa d’altro. In Sterling il procedimento è sparato alle estreme conseguenze. Se il rendering finale del personaggio lo allontana dal reale, permette di stigmatizzarne il carattere: è come in un film di indiani e cowboy. I
buoni sono i buoni e i cattivi i cattivi.

Non so se tu hai visto il film di Rosi su Mattei, interpretato dal grande Gian Maria Volonté. Nel finale appare (se non ricordo male) anche Mauro De Mauro. Si sono fatte molte ipotesi sulla sua scomparsa. Una è quella legata al golpe Borghese (che, per inciso, è stato progettato in gran parte proprio nella mia città, Genova). Mi ha un po’ stupito che tu non abbia affrontato questo argomento, nel tuo libro. È stata una scelta precisa?

Non ho visto il film di Rosi. Mentre lavoravo a Confine non era facilissimo da reperire. Ho pensato a lungo di interessarmi della scomparsa di De Mauro, ma alla fine ho preferito tenerlo fori dalla mia storia. Vuoi perchè, nella continuity di Confine, avrebbe detto poco dal punto di vista narrativo: il golpe borghese è del ’70. Il primo volume della trilogia ha lo zenith proprio nel 1969 (anche se sbrodola fino ai primi Settanta nell’epilogo), giocarsi una carta come quella del golpe alla fine del primo romanzo sarebbe stato poco fruttuoso. E poi, diciamocelo pure, su De Mauro la vicenda è talmente fosca che avrei dovuto inventare troppo. E all’epoca non mi sembrava un gran bene.

Quindi te ne occuperai nel secondo? In effetti sono molto curioso di sapere quali saranno gli avvenimenti centrali del secondo. Posso tirare a indovinare: Piazza della Loggia, il golpe bianco di Sogno, le BR e il delitto Moro, Ustica, stazione di Bologna, la P2, il delitto Calvi…?

Capirai che non posso sbottonarmi troppo per non rovinare la sorpresa ai lettori. Ad ogni modo posso preannunciarti che si partirà proprio dal Golpe Borghese e che le Br avranno nell’opera un ruolo per nulla secondario. Ma credo che la vera novità saranno i plurimi punti di vista, la varietà di personaggi. Sarà un affresco molto meno a senso unico di CONFINE, che indagherà a fondo le origini del MALE del Paese.

Mi sembra giusto. Quindi, attenderò con ansia il secondo volume. Puoi almeno anticiparci il titolo?

Si chiamerà Settanta e, didascalicamente, coprirà l’intero decennio, dal 1970 al 1980.

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Per le donne in attesa. Leggendo “Lo spazio bianco” di Valeria Parrella


Elisabetta Liguori
Per le donne in attesa.
Leggendo “Lo spazio bianco” di Valeria Parrella

Valeria Parrella si cimenta per la prima volta con la forma del romanzo e sceglie caparbiamente di farlo attraversando uno spazio bianco di solitudine.
Sceglie di scrivere di una specifica tipologia d’attesa bianca e femmina.
Uno spazio bianco, quando c’è, lo riconoscono tutti, sia uomini che donne, ma quasi nessuno ha il coraggio di guardarci dentro a fondo. Prima di capire come mai, è forse più opportuno chiedersi qui cosa sia esattamente questo spazio bianco. Come sanno bene anche gli scrittori, che di ogni nuova pagina sfidano proprio il candore, lo spazio tra due elementi grafici è essenziale al fine di mettere in relazione più segni, per guidare occhi e pensiero di chi guarda, per rendere leggibile un testo. O una vita. Maria, la protagonista della storia che Valeria Parrella sceglie di narrare, è ferma e radicale all’interno del suo privato spazio bianco. Uno spazio negativo, un’area esistenziale improvvisamente svuotata di tutto quello che prima l’affollava. Uno spazio nudo che coincide con la sua attesa. Maria è un’ultra quarantenne in bella forma, insegna in una scuola serale, è libera, impaziente, dinamica, culturalmente e socialmente avanti rispetto alla generazione di provenienza, quindi giustamente arrogante. Ed è alla prese con la sua prima figlia.

Io possedevo un’arroganza di fondo. Quell’arroganza mi era venuta dalla fabbrica….La fabbrica non inghiottiva solo chi ci lavorava, ma anche chi campava di essa, chi aspettava la fine dei turni e le sirene per costruirci attorno la giornata, una giornata dopo l’altra. Crescere figlia di operaio negli anni settanta, e poi proprio per questo studiare, intestardirsi sui libri, diventare la generazione dello scarto intellettuale, erano cose che davano una certa arroganza. (pag.57)

Maria, si denuncia sin dalle prime righe: è una donna che non sa aspettare, che non l’ha mai fatto. Neppure sua figlia sa farlo: è nata infatti molto prima del previsto e inevitabilmente precipitata nel limbo delle incubatrici, delle culle termiche, dei prelievi, dei monitor ticchettanti, che dovrebbero aiutarla, ora che è poco più di un feto, a nascere o a morire. Maria non può fare altro che starle vicino fisicamente. Accanto ad una figlia che non conosce, ma che, appena venuta al mondo, ha cancellato istantaneamente l’universo noto fino ad allora, lasciandola sola, nuda e bianca.
Il romanzo comincia proprio da questa improvvisa fatica, da un vuoto apparente, dallo sforzo di concentrazione che ne consegue.

Ho provato. Aspettando la metropolitana per l’ospedale tutti i giorni, ho provato a leggere saggistica. I primi tempi ci sono riuscita, perché non avevo altro se non la mia testa. Ed era una testa molto esercitata sui libri.. La testa si era esercitata così, a fidarsi solo di se stessa. E allora ritornava nell’equivoco di bastarsi da sola ogni volta che si sentiva tradita dalla realtà. ( pag. 7)

Il tema mi punge sul vivo. Una donna di quaranta anni di rado sa aspettare. Gli adolescenti con l’Ipod aspettano, gli studenti con lo zaino alla fermata dell’autobus aspettano, i bambini delle elementari durante la ricreazione aspettano, i vecchi ai giardinetti aspettano. Ma non una quarantenne. Non lei. L’ansia nutre l’età del mezzo come latte dolcissimo la bocca di un neonato rabbioso. Valeria Parrella, classe 1974, sembra saperlo, così che la sua è la storia di una primipara attempata, che sa fortemente di verità.

Ventidue settimane e sei giorni è il limite temporale fissato dal Ministero della Salute oltre il quale è consentito far nascere un prematuro e tentare di salvarlo. Ventidue settimane e tre giorni è invece il termine consentito per interrompere una gravidanza.
C’è uno spazio bianco di tre giorni tra un termine e l’altro, tra l’essere e il non essere, un breve fiato durante il quale è dato scannarsi a preti, vecchie e nuove femministe, giuristi incalliti e scienziati timidi. Un piccolo spazio sempre utile ad assumere nuove consapevolezze, a prescindere dalle declamazioni di principio. Uno spazio astrattamente libero. Un’ occasione.
Oltre questo primo intervallo temporale a volte può dipanarsi, per il prematuro e chi gli sta accanto, un ulteriore e più ampio spazio bianco. Qualcosa di ancora più raro. Un’ulteriore imprevista occasionale attesa, sulla quale di rado si riflette. Un fraseggio temporale che in modo sconosciuto annuncia la vita. Durante questo specifico momento bianco è offerto credito soltanto ad una medicina incerta, al dubbio, alla speranza, alla pietà, stimoli efficaci esclusivamente per coloro che ne subiscano davvero il fascino o ne abbiano la forza.
Intorno a questo abusato concetto di speranza Maria si aggira come un cerbero davanti al confine. Si punisce. Si nasconde. Si dispera. Invidia i vivi quanto i morti.
Finché c’è vita, c’è speranza, così si usa ancora dire, ma quella della sua creatura in incubatrice che vita è? Che vita sarà? Da quale tipo di speranza può essere alimentata?
Maria non sa aspettare, come molte altre donne della sua età è scettica, spaventata. Tenta di farlo, leggendo libri o mettendosi a fumare lente sigarette dentro i finestrini dei bagni pubblici, tra i piccioni e la puzza indolente dei macchinari che, ronzando, bruciano cellule, plastica e alcol.
In questo modo finisce per scoprire frammenti di sé che non conosceva affatto. Ed è una sorpresa per sé e per gli altri. Quella attesa, che molti potrebbero ritenere una circostanza ovvia, diventa per lei l’unica cosa veramente sua, inaspettata e piena e vera.
L’unica cosa che valga la pena insegnare ad altri.
La Parrella racconta la scoperta di questi mesi di femminile attesa con la sua, ormai nota, voce roca, rabbiosa, disillusa, quasi volutamente sciatta. Racconta l’abito, il viso, gli amici, le assenze, gli alunni di questa donna, mentre lo spazio bianco s’allarga su Napoli, la ricopre, la sommerge fino a zittirla. Lo fa con una comicità complice e compassionevole, oltre che dolente. Portando spesso prospettive umane dirompenti.

Io la guardai con un’aria insofferente perché non mi sembrava il caso, bardate come eravamo di mascherina e guanti e con la mente ossessionata dal pigolio dei monitor, che si ricominciasse con il “potrebbero ancora sopravvivere”. Chiaro che fuori, al sole, dentro le macchine, al distributore di caffè, quello che tutti si aspettavano da noi era un sentimento del genere. Ma almeno qui dentro no.

  • Tutto sommato abbiamo avuto un culo enorme.
  • Mina, ma perché?
  • Eh, le altre mamme si sono dovute accontentare dell’ecografia: noi stiamo vedendo tutto dal vivo.

(pag. 29)

Mi par più che giusto chiedersi oggi: cosa ci si aspetta da una donna? Che si senta madre sempre e comunque? O che faccia stentoree rivendicazioni di forza, uguaglianza, libertà, quasi fosse perennemente in corteo con le dita a triangolo? Quando è del corpo che si dispone, è chiaro, ma di un corpo che naturalmente si mescola ai desideri, alla cultura, alla legislazione, all’etica e all’istinto altrui, secondo quali criteri deve modellarsi l’individuale senso di responsabilità? Etica, diritto o scienza? Istinto o più semplicemente casualità del male? O letteratura?
La sua Maria non ha un uomo accanto. Quell’uomo che deve pur esserci stato prima o poi, le appare di frequente in dolci, fuggevoli ricordi. Solo la nascita di quella loro bambina, rinchiusa nel suo spazio di bianca attesa, sembra consentire alla madre la completa ricostruzione del senso del suo rapporto con quell’uomo. La conquista della sua libertà così sta proprio nel prendere coscienza di avere i mezzi per farne a meno.
Maria è una donna complessa, un prisma d’interrogativi che rivendicano il proprio imbarazzo, la propria incapacità, i propri limiti relazionali. Maria è una donna imperfetta, quindi. Esattamente come lo è la bambina che lei ha messo al mondo in fretta e furia. E la sua imperfezione coincide con la sua identità. Questo scrive con caparbietà Valeria Parrella e l’affermazione ha una sua logica, strutturale, narrativa perfezione; mettere al mondo qualcosa/qualcuno è un fatto d’identità. Prima di essere madre o sentirsi tale, si è solo un buco vuoto. Dopo è diverso. Lo sanno bene le donne, soprattutto quelle che invecchiano, ma lo sanno anche le ragazzine che si ritrovano una morula in grembo e non sanno che nome dargli. È da quel buco vuoto che si comincia.
Maria non si aspettava di trovare attraverso quella figlia prematura e inerte una nuova identità, ma invece quell’orribile spazio bianco che le è imposto diventa per lei una lente finalmente capace di modificare la prospettiva delle cose.
Eppure le fa paura. Quella con la quale si confronta Maria non è semplicemente paura della morte, la quale tutto sommato ha una dignità assoluta, riconoscibile e chiara, senza le lusinghe instabili della speranza. Accanto a lei in ospedale c’è la paura altalenante del buio, di una malattia ignota, di un’inabilità imprevedibile, di una solitudine senza confini. Come sarà questa figlia messa al mondo in assenza di scelte? Sarà donna, sarà viva, respirerà da sola, camminerà da sola, avrà pensieri liberi e coscienti? Lei lo sa? È questa la domanda che in corsivo attraversa tutto il romanzo. Interrogativo che la protagonista e la narratrice sembrano rivolgere al lettore. Una specie di retro pensiero che blocca tutti gli altri.
Perché lo spazio bianco è principalmente ignoranza. Una provvisoria angosciante necessaria ignoranza. La bimba prematura nel suo lettino meccanico senza risposte, col suo corpo piccolo come un bottone, rappresenta tutto quello che di sconosciuto può riguardarci e, nello stesso tempo, fornisce a chi lo cerca un cavillo per proteggersi durante il tempo necessario cambiamento e per sfuggire a quella sempre più diffusa sensazione d’inadeguatezza che provano oggi le donne, e forse anche gli uomini, davanti ad un mondo che nemmeno piace loro fino in fondo.
Ecco perché guardare dentro uno spazio vuoto fa tanta paura.
Perché dentro la sosta non c’è nulla e tutto quello che conta sta fuori. E a volte fa male.
Fuori da quello spazio bianco la vita continua anche senza Maria. Quella identità oggettiva che è nelle cose e nell’esistenze altrui si fa sempre più aliena, ma inarrestabile. La Parrella è bravissima nel descrivere la sosta di una donna e l’imperturbabile movimento dello sfondo dietro di lei. Napoli continua la sua corsa. La metropolitana va per suo conto ogni mattina, l’ospedale brulica, così le strade fuori, la scuola serale, la sopraelevata sui palazzi di piazza Ottocalli.
La vita continua uguale a se stessa mentre Maria resta ferma in un corridoio, con indosso sempre lo stesso vestito, con l’impressione netta e tragica che le cose accadono da sé. E l’unica libertà, novella e utile, concessale è proprio quella dell’attesa.

- Lei lo sa?
– La tua non è una domanda e non stai aspettando una risposta.

(pag. 61)

Lo spazio bianco, Valeria Parrella, 2008, Supercoralli, EINAUDI, p. 120, 14.8€, ISBN 8806190962

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Pulp, tanto Pulp, mai abbastanza.


Luciano Pagano
su “Saxophone Street Blues” di Hector Luis Belial

Credo che non ci sia nulla di più bello, per chi sia appassionato di scrittura e cultura, dell’avere la possibilità, il coraggio e la sfrontatezza di dare vita a una casa editrice. Il fascino del mondo dell’editoria e l’oggetto libro si annidano con molta probabilità nei meandri inconsci di tutti coloro che hanno cominciato a scrivere. Ci vuole una buona dose di azzardo. Dunque, “Viva Las Vegas”, che oltre a essere il titolo dell’uscita inaugurale – un’antologia di racconti – suona come il migliore degli auguri, per una casa editrice, “Las Vegas Edizioni“, che prende il nome dalla città dell’azzardo per eccellenza e che esce con tre titoli, tra i quali l’opera seconda di Marco Candida. “Saxophone Street Blues” è un romanzo breve scritto da Hector Luis Belial. “Saxophone Street Blues” è un luogo dove tutto può accadere. Un nulla cosmico alla portata del primo tassista a servizio dell’ultimo uomo in fuga. Un territorio ultrapsichico dove avviene un omicidio terribile. Non sappiamo molto dell’autore di questo libro, non più delle informazioni che lui stesso vuol farci rinvenire sul suo blog dandy e imaginifico. La lingua con cui è scritto questo romanzo è la cosa che colpisce di più, stordire è forse un verbo che si addice al testo, senza posa. L’etichetta di PULP è quanto di più abusato e travisato possa darsi nei tentativi di approcci alla critica letteraria. Un racconto in salsa Lovecraftiana con flebili indizi di Edgar Allan Poe, magari con un vicolo da Jack lo squartatore? PULP. Un romanzo, così come potevano essere gli ispirati e terribili (inteso nel senso positivo di scuotenti) esordi di giovani autori negli anni ’90? PULP. Un genere che travalica le decadi e giunge intatto ai giorni nostri non può che richiedere continue contaminazioni. Quella tra cinema e letteratura è di certo quella cui si attinge più spesso, preludio di quello che avviene e avverrà nelle commistioni con i mondi del videogame o del web 2.0. Quel senso di stordimento riesce a creare quella sospensione per cui si dimentica la provenienza di genere soprattutto nelle pagine iniziali nelle quali avviene un processo di presa a ritroso della vicenda per avviare la narrazione. Per questo motivo il romanzo, al termine della lettura, ha stuzzicato corde molto più simili a quelle cui si può accedere con la lettura di un fumetto di Moore & Lloyd, oppure la visione di altre opere di genere come Seven o Fight Club; a ciò si aggiunge la colonna sonora, ovvero i pezzi che l’autore fa ‘suonare’ durante la lettura di “Saxophone Street Blues”. C’è molto del Easton Ellis di American Psycho. Ecco dunque un buon romanzo. Si possono individuare i padri ispiratori – tutti rigorosamente under 50 – di questa scrittura, tenendo per certo che lo stile di Hector Luis Belial si allontana anni luce dalla sciatteria cui ci avevano abituato certi epigoni del pulp. Alla piacevole lettura spero segua un altro libro firmato – ma forse è meglio presupporre targato – Hector Luis Belial…e se si trattasse di una Unofficial Biography, in pieno stile anglosassone?

Saxophone Street Blues, Hector Luis Belial
Las Vegas Edizioni, I Jackpot, 2007, Torino, pp. 135, €10

il racconto ulteriore


Enrico Pietrangeli
su “Il racconto ulteriore” a cura di Flavio Ermini

Il Racconto ulteriore, “antecedente all’intelligibilità” nella contrapposizione di un tempo mitico alla desolante contemporaneità di una terra già esplorata da Eliot, è un progetto che vede Flavio Ermini coordinare dei pensatori nel “gesto narrativo”. L’ “inquietudine dell’imprevedibile” ci ha condotto verso false certezze allontanandoci dal vero senso della tradizione, dall’origine. Dal chaos, nello stesso gesto della creazione sussiste ancora, inalterata, l’energia per una prospettiva ulteriore, devoluta a un sapere autentico, non più reso asettico, e considerato nel suo originario contesto organico. Bonnefoy lo fa attraverso una possibile variante per la cacciata dal giardino. Un punto in cui il tempo non ha avuto ancora inizio, dove l’immediato e il mediato, opportunamente affrontati da Vitiello nell’episodio finale, sono ancora “erranza nell’eterno” e prendono forma col giorno, nell’esperienza, tra l’eco di un flauto, mediando dolore e speranza. Prima o dopo divengono l’intangibilità del tempo dove l’archetipo, riflesso nella forma, si tramanda nel mito, restando impresso tra luci e ombre. Nel tema della leggenda primordiale resta ancorato anche Félix Duque, è quella indigena della foresta e del suo lago, mentre, a poca distanza, si consuma “l’imminente fine di questo mondo”, tra disastri ecologici e notiziari flash sul terrorismo. Quella di Labarthe è un’Allusione all’inizio migratoria, iniziatica ed incentrata sulla comunicativa, in un viaggio che ci vede dubitare e disperderci, ricominciare: possibile metafora della stessa vita. L’arcangelo, con Antonio Prete, dalla sua sostanza di luce, viene a contatto col tempo e la disgregazione della materia. Vive con rammarico i suoi fallimenti, la distrazione di una colpa ancestrale. E’ questa la prima delle Tre storie sul tempo e l’apparenza, quale “impossibile somma d’infiniti vuoti” nell’epilogo della sera: lo scorgere finalmente il sorriso di una bimba ricongiunta al suo gatto. Articolato e dettagliato è il ritratto ginevrino di Roberta De Monticelli che, traversando memorie e riflessioni, approda su più acquietanti sogni in una “fragorosa e sporca” piazza toscana. Spinoza, l’ottico, tanto ebreo quanto eretico, con Tagliapietra lo ritroviamo che si diletta coi ragni e sarà specchio di una risata che è dio, vittima e carnefice nelle vesti di un Benjamin portato al martirio, ancora immerso nella lettura di Ethica. Uno Spinoza che ricorre anche con Vitiello, ricordandoci “che ogni definizione è negativa” e che, con Jean Luc Nancy, ci riporta a quel “sentiamo e sperimentiamo il nostro essere eterni”. Interessante il contesto in cui si sviluppa Diario, “fluttuante in un’incerta intemporalità” che va dal 4 al 10 novembre 2002. Realizzato per conto della rivista Parallax, vede qui la sua versione italiana dopo essere stato tradotto in inglese. Il marionettista di Givone, unitamente al racconto di Tagliapietra, è, a mio parere, tra gli episodi più centrati, almeno in relazione all’intento narrativo preposto. Tutto il fascino e la magia dello spettacolo dei burattini viene rilevato allontanando lo spettro di un demiurgo dietro le quinte, restituendoci personaggi con un’anima sottesa ad un filo tramite cui comunicare, finanche a recepire “dal basso” “le sollecitazioni sceniche”. Ironico ed incisivo giunge Carlo Simi che, attraverso l’antica e collaudata formula del dialogo, ci trasporta nel mondo delle fiabe che preannunciano ciclicità atemporali. Con Donà ci si addentra in tematiche che includono risvolti psicologici, mentre con Gargani si abbandona il filone narrativo soltanto per meglio sviscerarlo con esiti che, personalmente, trovo convincenti, soprattutto per quell’ “indissolubile legame” tra “etica e scrittura” ricordato anche attraverso il monito di Wittgenstein: “non possiamo scrivere qualcosa di vero se non siamo veri”. Riportare la figura dell’intellettuale ad un suo più connaturato baricentro rendendogli la giusta attenzione, a partire dall’operato scientifico e politico, potrebbe essere un varco aperto da questo libro, poiché in queste condizioni, come Gargani stesso afferma, “non c’è da sorprendersi che fenomeni mafiosi si estendano all’ambito dell’organizzazione della cultura e del mondo accademico”

Il racconto ulteriore, a cura di Flavio Ermini,
Moretti e Vitali, 2006, 18€

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Festa del libro e delle culture italiane. 1-2-3 Febbraio a Parigi


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FESTA DEL LIBRO E DELLE CULTURE ITALIANE
PARIGI (MARAIS) 1, 2, 3 FEBBRAIO 2008
ESPACE DES BLANCS MANTEAUX
Con il Patrocinio dell’Università degli Studi del Salento

Da venerdì 1 a domenica 3 febbraio del 2008 si terrà a Parigi la “Prima Festa del Libro e delle Culture Italiane”. La Besa editrice, con il patrocinio dell’Università degli Studi del Salento, partecipa con un suo spazio nell’ambito della manifestazione francese proponendo la presentazione del volume “Danze di corteggiamento e di sfida nel mondo globalizzato” a cura di Eugenio Imbriani e Piero Fumarola,  alla presenza di due personaggi del calibro di Remi Hess e George Lapassade. Il momento di incontro sarà un’occasione di studio di grande rilievo, dove verranno affrontate questioni come danza, musica, tradizione, innovazione, e interazioni dinamiche tra le diverse diverse classi sociali, rispetto a questi fenomeni. Ci si soffermerà sulla figura dell’antropologo che è obbligato a interrogarsi sul senso dell’attesa, dell’ascolto, dove i corpi agenti dei danzatori, si analizzano, si delineano e infine si riallacciano in uno spazio mentale incrociato dove il mondo e le sue contraddizioni si riflettono grazie al supporto di una musica ricca e complessa e di una poesia incessantemente rinnovata, che trova le sue radici nella tradizione del nostro territorio.

L’appuntamento che si terrà domenica 3 dicembre alle 18,00 nella sala Eventi della Fiera in 48 rue vieille du Temple, avrà il titolo “Transe, danza, possessione e musica. Dal Tarantismo alle Danze di corteggiamento a cura di E. Imbriani e P. Fumarola (Besa editrice)”. Incontro dibattito con Remi Hess e George Lapassade, e proiezione del film “La Taranta” di Gianfranco Mingozzi con commento di Salvatore Quasimodo. La “Taranta” è un filmato accompagnato dal commento di Salvatore Quasimodo, che racconta le esperienze di un cineasta appassionato di antropologia. Per oltre vent’anni Gianfranco Mingozzi ha percorso le terre del Salento documentando per primo, nel 1961, con questo cortometraggio il fenomeno del tarantismo.

Introduce Stefano Donno
Scheda del volume

Danze di corteggiamento e di sfida nel mondo globalizzato, a cura di P. Fumarola e E. Imbriani (Nardò, Besa Editrice, 2006).

Nell’universo mobile e fluido della cultura si attuano processi di istituzionalizzazione e codificazione delle forme; ciò non avviene una volta per tutte, e non necessariamente in modo univoco. Il libro vuole indagare su queste dinamiche, riflettendo sui fenomeni della cultura popolare e, in particolare, sulla danza, e sui modi in cui agiscono le politiche nella determinazione dei percorsi e delle scelte destinati ad assumere rilevanza in una panorama che contempla varie possibilità. Chi stabilisce, allora, quali debbano essere i movimenti corretti della capoeira, della pizzica, della danza scherma o del tango, come mai, a lungo, il valzer è stato considerato pericoloso per la salute delle donne, in quali contesti sono stati fissati le norme e i significati del movimento rotatorio dei mistici sufi; e per quali motivi una manifestazione musicale come «La notte della taranta» è avviata a costituirsi in «fondazione»? Sono questi alcuni dei principali argomenti sviluppati sul piano storico come su quello etnografico e sociologico, in uno scenario multiforme e complesso che coniuga situazioni locali con quel che accade nel mondo.

PIETRO FUMAROLA insegna Sociologia delle religioni all’Università di Lecce. Le pratiche della transe e le culture dei movimenti giovanili sono al centro della sua riflessione, nel quadro teorico dell’analisi istituzionale e della ricerca azione.

EUGENIO IMBRIANI insegna Antropologia culturale all’Università di Lecce. Le sue ricerche riguardano particolarmente temi relativi al folklore, alla scrittura etnografica, ai processi di patrimonializzazione delle pratiche culturali.

Relatori coinvolti:

RÉMI HESS è professore presso l’Université de Paris VIII. Ha pubblicato opere di filosofia, sociologia, didattica, analisi delle istituzioni, antropologia della danza, occupandosi in particolare delle danze di coppia. In Italia sono usciti La pratica del diario (Besa, 2001) e Prodursi nella scrittura (Besa, 2005).

GEORGES LAPASSADE, nella sua lunga carriera, si è occupato delle culture nordafricane e afroamericane, con particolare interesse per i temi della transe e della possessione. Ha scritto testi teorici di analisi istituzionale, psico- ed etno-sociologia, contribuendo alla riflessione sulle modalità dell’inchiesta sul campo; ha indagato fenomeni di comunicazione e aggregazione, come l’hip hop. Da molti anni insegna all’Université Paris VIII.

Stefano Donno –  Classe 1975. Ha pubblicato la raccolta di poesie “Sturm and Pulp” (Lecce, 1998); “Edoardo De Candia, considerazioni inattuali” (Lecce, 1999); il romanzo “Se Hank avesse incontrato Anais” (Lecce, 1999); “Monologo – +” (Copertino, 2001); la raccolta di racconti “Sliding Zone (Lecce, 2002); il saggio “L’Altro Novecento – giovane letteratura salentina dal 2002 al 2004″ (Luca Pensa editore, 2004). Collabora con la cattedra di Scienza Politica dell’Università di Camerino.