Novità: “Panni sacri” di Roberta Pilar Iarussi, ebook 06 Musicaos.it


“Panni sacri” di Roberta Pilar Jarussi (ebook 06 Musicaos.it)
disponibile qui:
http://www.amazon.it/Panni-sacri-musicaos-ebook/dp/B00B6F63BS/ref=sr_1_1?s=digital-text&ie=UTF8&qid=1359246183&sr=1-1

“Ho stretto con forza il mio sesso giovane e l’ho spinto fuori da me. Ho chiuso le gambe. Ho irrigidito tutti i muscoli fino a sentire dolore. Ho serrato la bocca. Mi ha sporcato l’inguine di liquido giallastro senza seme, andava fiero del suo pesce morto come fosse un trofeo di guerra. Prima dell’orgasmo che non è arrivato più, ha sussurrato alcune parole in disordine, sbattevano nell’abitacolo della macchina e nella mia pancia e da tutte le parti…” (Panni sacri)

In un piccolo centro del nostro sud, decadente e insieme rassicurante, un prete anziano, socialmente impegnato e sensibile alle ferite dell’umanità, incontra casualmente una bellissima ragazza. La giovane donna è sola e anche il prete, a suo modo, lo è.
Tra i due nasce subito una forte intesa. L’uomo e la donna avviano una strana frequentazione, a metà strada tra la voglia ingenua della donna di affidarsi completamente e la smania dell’uomo di impastar le mani nelle vite degli altri.
La storia segue così un doppio filo narrativo: se nella vita vera, la ragazza si confronta con un uomo maturo, spirituale, distante dai nodi carnali che sempre complicano le relazioni, nella realtà virtuale, condita di chat erotiche notturne e veloci sms, la donna ‘frequenta’ un “Ragazzo” giovane, desiderante e lubrico. Evidentemente, però, le cose sono diverse da come appaiono.
Il racconto Panni sacri è parte di una mini raccolta che mette insieme tre diverse storie accomunate dall’elemento di uno ‘strappo’.
Il medesimo strappo in forme differenti. L’Amore, non solo erotico, quindi, e quell’inevitabile lacerazione che si porta appresso, quasi come se le due cose, piacere e ferita, fossero inscindibili.

[dalla postfazione a "Panni sacri", Luciano Pagano]

‘Due che fanno sesso virtuale, come si chiamano?’. La prima domanda che compare in ‘Panni sacri’ di Roberta Pilar Jarussi, è di una semplicità disarmante, eppure nasconde quello che sarà uno degli atteggiamenti ricorrenti in tutta la narrazione, ovvero sia il contrasto continuo tra sacro e profano, tra ingenuità nell’amore e esperienza del sesso, tra conoscenza dei profondi anditi della psiche umana e ricerca ossessiva della verità corporea, quando due, tre persone, hanno a che fare con l’innamoramento e con la totale miscredenza delle reazioni che l’amore può indurre, d’improvviso.

La protagonista di questo racconto vive due storie contemporaneamente, più esatto sarebbe dire che vive diverse storie, dato che la schizofrenia amorosa, ad esempio nel rapporto con Ragazzo, si identifica con il duplice rapportarsi all’immagine virtuale, digitale, web-voyeuristica e all’immagine fisica, materiale, a quel verbo ricorrente con cui di denota l’incontro e l’atto insieme, cioè il “prendersi”.

Una realtà fatta di gesti, atti, sequenze di prendere, stringere, abbandonare. Roberta Pilar Jarussi, in questo suo trittico di storie che si intrecciano, presenta una vera e propria fenomenologia dell’amor ‘intrapreso’, per tentativi, approcci, manovre lontane che si appressano e diventano vere e proprie sospensioni di gravità. La cosa che colpisce di più il lettore è sempre questo correre su un crinale, da una parte la purezza della carne e dall’altra la (presunta) falsità di uno spirito che ambisce a qualcosa di impossibile, salvare le capre e i cavoli, avere tutto, possedere la carne e dominare il pensiero, carpire, se c’è, l’amore cerebrale. Come se ciò non bastasse Celso, il francescano narcolettico esperto in mercatali pesche miracolose e avances etoromani, è brutto e con la pancia, mentre Ragazzo è bello, punto e basta. La protagonista del racconto sembra oscillare come un pendolo tra entrambi, ed è come se la virtualità dell’amore, a tratti, concedesse un po’ di stupore in avanzo al fatto che la forma fisica, forse, non importa granché quando c’è di mezzo il desiderio.

Una lettura, quella di “Panni sacri”, che procede rapidamente, come scorrendo delle polaroid, una dopo l’altra, anticipando ciò che sarà, ripetendosi che no, la protagonista non cadrà nel tranello, per poi scoprire che è come se questi tranelli, in fondo, fanno parte di un gioco meditato, una partita a scacchi dove la regina è circondata, per scelta, da una manciata di minuscoli pedoni. Fino al culmine del suo personale viaggio al termine della notte, in un ‘solito’ pomeriggio, sudicio e afoso, col finestrino abbassato per respirare, in attesa di un afflato che non è spirito, perché lo spirito oramai se l’è squagliata…chissà che fine ha fatto, da questo quadro così perfetto, lo spirito.

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Roberta Pilar Jarussi ha pubblicato il romanzo “Nella casa” (2003, Palomar – collana Cromosoma Y, diretta da Michele Trecca e Andrea Consoli) e Dal vivo, racconti (2002 , zerozerosud). Nell’ottobre 2003, è selezionata a ‘Ricercare’ convegno-laboratorio per nuove scritture (Reggio Emilia), con un brano dell’allora inedito romanzo “Nella casa”. Collabora con BooksBrothers, sito e laboratorio letterario, che ha prodotto l’antologia “Frammenti di cose volgari – Acqua passata – Volume Uno 2006/08”, a cura di Maurizio Cotrona e Antonio Gurrado (2009), nella quale sono presenti alcuni suoi racconti inediti.

È operatrice culturale della Biblioteca Provinciale di Foggia. Dal 2006 al 2009, ha curato il progetto e Premio Letterario nazionale ‘Libri a trazione anteriore’ della Provincia di Foggia, in collaborazione con Casa Circondariale di Foggia, con la direzione artistica di Michele Trecca, che includeva, in Carcere, un ciclo di incontri con gli autori ed eventi per i detenuti’; ha collaborato con il Kollettivo – associazione studentesca dell’Università degli Studi Foggia, nella realizzazione delle prime edizioni di BAOL – concorso letterario per scrittori esordienti, rivolto agli studenti e ai detenuti di Foggia, giunto ora alla sua 4° edizione.

Nel 2006 ha curato l’organizzazione del convegno nazionale sui blog letterari, “Le tribù dei Blog”, tenutosi a Foggia e al quale hanno partecipato (anche) Christian Raimo, Maurizio Cotrona, Giulio Mozzi, Michele Trecca, Enzo Verrengia, Anna Maria Paladino, Rossano Astremo, Ivano Bariani, Luciano Pagano, Silvana Rigobon, Fabio Dellisanti, Manila Benedetto.

Ha collaborato con il gruppo di musica popolare ‘I cantori di Carpino’ e con studiosi e portatori della tradizione, lavorando sulla struttura originaria della Danza Tradizionale Pugliese e sulle sue contaminazioni.

Il suo blog personale è “In punta di dita”: http://robertajarussi.blogspot.com/

Gennaio 2004 – Gennaio 2011 – Sette anni di Musicaos.it


2004 – 2011 Sette anni di Musicaos.it.

Grazie ai lettori, ai collaboratori, e a tutti quelli che chi hanno aiutato e che ci continuano a sostenere.
Musicaos.it – uno sguardo su poesia e letteratura” è una rivista online di letteratura, che è un portale, che è un sito. All’indirizzo di Musicaos.it potete trovare le istruzioni per collaborare. All’indirizzo musicaos.wordpress.com, questo sito, trovate le coordinate e i link per navigare nell’archivio della rivista, dal 2004 in poi. A questo indirizzo trovate tutto il materiale che viene pubblicato, i racconti, le recensioni, gli articoli, i suggerimenti di lettura.

“Anche quando i costi della rete saranno abbattuti, anche quando l’elettricità necessaria per accendere i computer, ai server e collegarsi ad internet sarà fornita da fonti energetiche rinnovabili e disponibili il libro non potrà essere rimpiazzato dall’e-book. Ci sarà sempre un servizio il cui accesso prevede un pagamento. Guattari in anticipo sulla diffusione della rete pensò un futuro ricco di password che aprono e password che chiudono, rubriche digitali dense di pin e numeri di accesso. Il tempo della lettura ed il tempo della scrittura, il tempo dell’ascolto e il tempo della ricezione. Il tempo è la misura dentro cui si iscrive la ricezione di un testo. Immettere contenuti, sia su internet che nell’editoria, in modo sempre più facile e veloce, dovrebbe responsabilizzare maggiormente chi questi contenuti gestisce. Le pagine su internet e le pagine di carta stampata sono miliardi. Come trovare la qualità? La qualità di una scelta, di una selezione, di un filtro, con l’avvento di internet hanno raggiunto lo stesso grado di importanza della qualità del testo stesso. E torniamo al punto di partenza. Le differenze tra internet e libro sono puramente tecniche. In sostanza i due mezzi seguono gli stessi percorsi di funzionamento. Sui manuali di html-design è consigliato di dare molta importanza ai contenuti nello sviluppo dei propri siti. Un sito può essere strabiliante dal punto di vista grafico della presentazione, tuttavia il motivo che ci fa tornare a visitare quel sito è il fatto che lì troviamo quel che ci serve. Lo stesso accade nei libri. Il libro dovrebbe essere l’oggetto par excellence orientato ai contenuti.”

Luciano Pagano, Webook,
9 gennaio 2004/3 febbraio 2004

Se volete comunicare direttamente con la redazione inviate un email a lucianopagano [at] gmail [punto] com

Per festeggiare il settimo compleanno postiamo una poesia postuma di Charles Bukowski, “e così vorresti fare lo scrittore?“.

Premiata Forneria Marconi 1971-2006: 35 anni di rock immaginifico


Enrico Pietrangeli
“Premiata Forneria Marconi 1971-2006: 35 anni di rock immaginifico” di
Donato Zoppo

Il libro di Zoppo, per sancire l’essenza emanata dalla PFM, non resiste alla tentazione di aprire il “Tutto” avvalendosi di un esergo di Rumi. C’è una “rosa” che “narra” e, con un disinvolto approccio giornalistico, sviluppa un armonioso trattato sul gruppo ripercorrendone l’intera carriera. Capitoli imperniati sulla discografia e linguaggio articolato, dove seguendo criteri perlopiù comparativi trapelano ampi scorci sulle condizioni sociali e le panoramiche musicali che hanno contraddistinto i tempi. Largo uso d’inserti e aneddoti, comunque ben disposti, euritmici; c’è qualche ridondanza, ma riguarda solo le introduzioni. Si parte dal primo raduno beat del ’66, quello organizzato da Miki Del Prete a Milano e che, accanto a Giganti, Ribelli ed i più singolari New Dada, annovera anche la cover band di Quelli. Siamo lontani da altri esordi, quelli psichedelico-melodici de Le Orme di Ad Gloriam o quelli più sperimentali e colti de Le Stelle di Mario Schifano, ma la strada dei rimaneggiamenti traccerà veri e propri gioielli addentrandosi nell’era progressiva: 21st Century Schizoid Man è un meno noto tassello della bravura e coesione strumentale di cui è capace la PFM (sigla tenuta a battesimo da Lake e Sinfield). Impressioni di Settembre sarà l’indelebile motivo di traino per tutto il progressive italiano, caratterizzata dal ritornello del moog e già pronta a sbirciare oltre i naturali confini per poi reincarnarsi in The world became the world. Sì, perché la PFM, prima di tutto, è italianità approdata altrove, in un mercato che, soprattutto negli anni Settanta, era invaso da produzioni anglo-americane. Sarà proprio quando Le Orme tenteranno la strada del mercato inglese con Peter Hammill che i testi della PFM incontreranno Sinfield. Mentre Pagani farà da collante alle realtà di movimento e relativi festival (Parco Lambro etc.), il gruppo si barcamenerà tra Mamone, tentazioni americane e l’imperversante contestazione. Logiche di mercato, da quanto si evince, mietono la prima vittima: Piazza viene rimpiazzato da Djivas al basso, più adatto al ruolo per un pubblico d’oltreoceano. La stagione dei concerti americani avrà il suo apice con la stampa di Cook, un live per il mercato internazionale nella già consolidata egida della Manticore. Chocolate’s Kings, l’album successivo che introduce Lanzetti, è, probabilmente, l’optimum, frutto di omogeneità e grande maturazione. Risente, tuttavia, del vento che soffia, a partire dai testi, sì impegnati da riportare consensi verso l’imminente ’77 ma, forse, non del tutto digeribili altrove. Uscirà negli States illustrato con una barra di cioccolato avvolta nella bandiera a stelle e strisce. Sinfield, nonostante una certa propensione a “sinistra”, stenta a comprendere. Ma “la goccia che fa traboccare il vaso” col mercato statunitense giunge nel ’76, quando la PFM prenderà parte ad un concerto organizzato a Roma per conto dell’OLP. Con Jet Lag si apre al jazz rock, poi la formazione chiude il decennio consegnandosi agli anni Ottanta nell’inevitabile decadenza dovuta all’impatto con tutt’altra epoca e nuove tendenze. Tuttavia, prima di segnare il passo coi nuovi tempi, la PFM realizzerà un altro memorabile live, lo farà girando la sola peninsula con Fabrizio De André. Personalmente rinnegherò il gruppo fin dai tempi di Suonare Suonare, ma Zoppo tira dritto, tra ritratti e sincretismi, fino all’epilogo di Miss Baker: praticamente estraneo alle origini. Gli anni Novanta e una rinnovata voglia di spaziare, portata avanti anche attraverso l’uso del digitale, desteranno ulteriori attenzioni verso il filone progressivo. Ulisse cercherà, a partire dal tema del viaggio, di ripercorrere strade perdute. Lo farà attraverso la collaborazione dei testi di Incenzo, autore anche di Dracula. Quest’ultimo è il coronamento di un sogno, quello di realizzare un’opera rock, decisamente pretenzioso e dove compare anche Ricky Tognazzi, mentre Serendipity, più proteso verso le sonorità del nuovo millennio, vedrà, tra gli altri, un’intraprendente Fernanda Pivano inserita nel progetto.

“Premiata Forneria Marconi 1971-2006: 35 anni di rock immaginifico” , Donato Zoppo, Editori Riuniti , 2006, 16€

Una vita come si deve. Florio Panaiotti


Florio Panaiotti
Una vita come si deve

Michela ripensava ai suoi genitori. Erano dei buoni genitori, e prima ancora erano una coppia cristiana come si deve.
A Michela non importava se i suoi genitori fossero una buona coppia, o un’ottima coppia, o addirittura eccellente. Erano come si deve e basta. E ne era fiera.
Da bambina pensava spesso che una volta cresciuta avrebbe voluto essere come loro. I suoi genitori, anche presi come singole persone, le sembravano degli ottimi modelli: erano educati, rispettosi degli altri, generosi verso il prossimo, andavano a Messa la domenica e per Pasqua e per Natale, e avevano sempre aiutato la loro unica figlia, cioè lei.
E lei aveva cercato di ripagarli. Era sempre andata bene a scuola, e una volta arrivata all’università aveva scelto una facoltà che potesse aprirle le porte di una professione rispettata dalla gente, così come piaceva a loro. Aveva scelto di fare il magistrato, e tutti erano stati contenti, orgogliosi di lei.
Fin da quando aveva quindici anni andava a trovare una ragazza disabile della sua età, che aveva difficoltà a camminare e a parlare, e quindi a fare le cose che gli altri ragazzi facevano senza alcun problema. Andava a trovarla una volta a settimana, e l’aiutava a fare la lezione e conversava a lungo con lei. Era contenta di questo, si sentiva sinceramente buona, e del resto anche i suoi genitori erano contenti di quello che lei faceva per quella ragazza sfortunata. A dire il vero l’anno precedente aveva iniziato a fare la stessa cosa con un ragazzino ipovedente, ma poi, su consiglio della mamma, aveva deciso di smettere di andarlo a trovare, perché a quell’età è meglio che le ragazze non stiano troppo tempo insieme ai ragazzi.
Gli anni di studio all’università furono molto duri per Michela. Sentiva di dover riuscire nel migliore dei modi, per se stessa e per i suoi genitori, ma le materie erano molto tecniche e i professori severi, perciò i suoi obiettivi erano difficili da raggiungere nonostante la dedizione che metteva nello studio. Però alla fine, e grazie al supporto continuo della mamma, la sua media rimase incredibilmente alta.
Nei momenti di difficoltà si aiutava immaginandosi i due eventi che dovevano essere i più belli della sua vita, come dovevano esserlo per ogni brava ragazza: la laurea e il matrimonio.
Le pareva di vederseli davanti, in ogni dettaglio, e piangeva di gioia mentre li viveva nella sua mente, e le davano un’enorme carica per continuare a inseguire i propri obiettivi.
Però Michela non aveva ancora un fidanzato. Diceva e pensava “fidanzato”, e non “ragazzo”, perché lei cercava il ragazzo della sua vita, quello che avrebbe sposato e che le sarebbe stato accanto per sempre, e le avrebbe dato uno o due bambini. Quello era il suo fidanzato.
Michela non aveva mai avuto un fidanzato, e naturalmente era vergine. Non vedeva l’ora di incontrare l’uomo giusto per lei, un uomo che potesse formare con lei una buona coppia cristiana. Iniziò a domandarsi dove avrebbe potuto incontrarlo, iniziò ad analizzare i ragazzi che conosceva per capire se potessero andar bene per lei, e dopo pochi mesi accadde quello che sperava: riconobbe il suo fidanzato, incontrò Domenico.
In Domenico vedeva tutto quello che l’uomo della sua vita doveva avere: era educato, rispettoso degli altri, generoso verso il prossimo, andava a Messa la domenica e per Pasqua e per Natale, aveva sempre aiutato i propri genitori, era un ottimo studente di Economia con una brillante carriera di manager d’azienda da seguire. Michela riconobbe in lui tutte queste qualità, o almeno a lei pareva che quella fosse la parte buona di lui. Ogni tanto infatti Domenico era sbracato, irriverente, giocherellone al limite del maleducato. Questo dava fastidio a Michela, e quel fastidio si trasformava in vergogna quando ciò accadeva in pubblico, o peggio davanti ai suoi genitori.
A ogni modo ormai aveva deciso. Si misero insieme, e gli amici di Domenico ne rimasero colpiti. Si stupivano che un tipo scapestrato come lui si fosse legato a una ragazza come Michela, ma Domenico sembrava contento, e a chi gli faceva obiezione lui rispondeva serio che Michela gli aveva fatto mettere la testa a posto.
Domenico col passare del tempo assomigliava sempre più all’uomo che Michela aveva sempre sognato. Passava nottate intere ad sentirle ripetere i vari programmi d’esame, l’accompagnava dalla sfortunata ragazza disabile, andava ogni venerdì sera a cena dai suoi genitori. Smise anche di fumare, perché Michela gli disse che fumare faceva molto male, e che a lei i fumatori non piacevano.
L’unica cosa che sembrava non andar bene era il sesso. Domenico voleva fare l’amore, ma Michela avrebbe voluto perdere la verginità dopo il matrimonio, e non prima come le ragazze facili. In realtà anche lei avrebbe voluto farlo, ma cercava di non pensarci perché non era così che le cose dovevano andare. La situazione rischiava di allontanarli, e anche se Domenico sembrava col passare del tempo aver accettato la castità, Michela continuava a percepirne il potenziale pericolo per la loro relazione. Così un giorno, rimasta sola con la sua mamma, le disse che voleva fare l’amore con Domenico prima del matrimonio, e le spiegò il perché. La mamma si fece il segno della croce, e disse che era una cosa sbagliata. Subito dopo, rimanendo seria, le strizzò l’occhio e se ne andò. Michela capì che poteva farlo.
Un giorno Domenico, che era di due anni più grande, si laureò. Si laureò con centootto, e Michela per l’occasione gli organizzò una festa come si doveva per un evento del genere. A dire il vero le dispiaceva molto del fatto che Domenico non avesse preso centodieci, e si rammaricò di non averlo potuto aiutare abbastanza durante i suoi studi. Del resto, pensò, non si può avere tutto dalla vita. A Domenico non piacevano le feste di laurea, ma visto che Michela era così contenta di avergliela organizzata non disse nulla.
Dopo la laurea Domenico ebbe un sacco di offerte di lavoro, anche importanti, ma Michela gli chiese di accettare un lavoro vicino a casa. Gli spiegò di quanto erano contenti lei, sua madre e suo padre nel vedersi ogni sera riuniti a tavola. Come avrebbe potuto stare con la sua famiglia tutte le sere, così come aveva fatto suo padre con lei, se fosse andato a lavorare lontano da casa, oppure semplicemente se avesse accettato un lavoro dagli orari interminabili? Domenico era indeciso. Da un lato gli dispiaceva molto rinunciare alla carriera, ma dall’altro non voleva deludere da sua futura sposa. Alla fine, ancora una volta, fu la mamma di Michela a risolvere il problema, a rimuovere gli ostacoli fra sua figlia e i propri sogni. Un giorno prese Domenico da parte e gli fece un discorso accorato sull’unità della famiglia cristiana. Domenico si convinse, e andò a lavorare in un piccolo studio di commercialisti a un paio di isolati da casa di Michela.
La laurea di Michela fu preceduta da un periodo carico di tensione per tutti. Nonostante i suoi sforzi, Michela non era riuscita negli ultimi tempi a tenere la media di voto che voleva, e rischiava di non ottenere centodieci. Una sera, durante la cena, ebbe una crisi isterica e si rifugiò in camera sua. Sua madre e suo padre ne parlarono preoccupati, cercando una via d’uscita al problema. Quando Michela tornò, suo padre, che conosceva molte persone influenti, le promise di darsi da fare per aiutarla con la commissione d’esame. Michela sapeva che questa non era una buona cosa, e anche la mamma si fece il segno della croce quando suo padre, sottovoce, disse cosa avrebbe fatto. Quella sera Michela ci pensò bene, e concluse che suo padre stava facendo ancora una volta la cosa giusta. Stava aiutando la sua unica figlia, cioè lei. E comunque, dalla mattina dopo fece di tutto per dimenticare ciò che aveva sentito, perché di per sé quello rimaneva un peccato.
Prese centodieci, e fu festeggiata come aveva sempre voluto esserlo. I suoi genitori organizzarono un ricevimento, e tutte le persone che conosceva furono invitate.
Domenico nel frattempo non aveva più amici. Era depresso e si lamentava del proprio lavoro, monotono e senza prospettive. Michela, assai dispiaciuta, per risolvere la cosa decise di mandarlo da un buono psicologo, dato che non c’era in verità niente di così grave di cui lamentarsi. Tutto sommato Domenico aveva lei, e la prospettiva di una buona famiglia.
Pochi mesi dopo anche l’altro suo sogno si realizzò: il matrimonio. Michela e sua madre scelsero i vestiti da sposa e da sposo, la chiesa nella quale svolgere la cerimonia, il luogo del ricevimento, le bomboniere e ogni altro dettaglio. Fu un lavoro incessante e a suo modo stressante, perciò Michela fu costretta a limitare gli incontri con Domenico.
Domenico nel frattempo era peggiorato, e una sera cercò di parlarne con Michela. Le disse che in quelle condizioni non sapeva più se fosse il caso di sposarsi. Lei lo abbracciò, e gli disse che erano sciocchezze, che sarebbe stato contento. Però questa cosa la preoccupò non poco. Il giorno dopo chiamò lo psicologo, e concordarono di aggiungere alla terapia alcuni farmaci antidepressivi.
Michela scelse anche una casa, la sua futura casa, nuova e bellissima, e fu suo padre a comprarla, anche se per far questo dovette spendere tutto quello che aveva messo da parte. Michela gliene era grata, e pensava che fosse doveroso da parte di un buon padre.
Il giorno prima del matrimonio Michela andò a confessarsi, e al parroco raccontò quella brutta storia di suo padre e le pressioni sulla commissione della sua laurea. Il parroco la assolse, e lei si sentì meglio.
Proprio davanti alla torta nuziale, circondata da composizioni di rose bianche, pensava che quello era il giorno più bello della sua vita, ed era esattamente come se lo era immaginato.
Voleva che niente di quello che aveva raggiunto cambiasse più. Ora che aveva un marito, una casa e una laurea, voleva dei figli, una casa più grande e il posto in magistratura.
Voleva continuare a vivere felice come lo erano stati i suoi genitori quando era piccola. Voleva una famiglia felice, una famiglia come si deve.
Il bianco del suo vestito da sposa, così carico di felicità, rifletteva pallido su Domenico, sua madre e suo padre, nascosti in piedi vicino a lei.

La bambina utile (microracconto). Bianca Madeccia


Bianca Madeccia
La bambina utile (microracconto).

La bambina utile un giorno aprì alle bambine inutili.
Era da molto che premevano alla porta, così, le lasciò entrare.
In pochi minuti, le bambine inutili presero possesso della casa.
La loro prima azione fu bruciare pile di libri da cui divamparono storie ardenti.
La fiamma, che mai prima aveva brillato tra quelle pagine, ora svettava incontrastata.
La cenere, bianca e compatta, riposava a terra, cipria cocente di rare pagine avoriate di buona grammatura.

(Da “La bambina utile”, inediti)

Biografia breve:

Bianca Madeccia, è giornalista. Ha pubblicato microracconti, sillogi poetiche, saggi, traduzioni. Suoi testi sono stati pubblicati in svariate antologie di poesia. È autrice di una raccolta poetica “L’acqua e la pietra” (LietoColle, 2007) e di due raccolte poetiche inedite e di un numero consistente di microracconti. È appassionata di fotografia, arte materica e installazioni che ama contaminare con la scrittura. Alcuni dei suoi esperimenti sono visibili sul suo blog: http://biancamadeccia.wordpress.com

(dipinto Cinderella di Sir John Everett Millais, 1881, olio su tela)

Daniela Rindi. Figlio della luna


Daniela Rindi
Figlio della luna

Venivo da Milano, avevo poco più di vent’anni e facevo l’attrice. Costretta a stare per lunghi periodi nella capitale, a causa delle prove, decisi di trasferirmi definitivamente. Cercare casa non era facile, gli affitti non erano alla mia portata, perciò tergiversavo approfittando delle amicizie, girandomi tutti i quartieri di Roma. Quella volta abitavo in vicolo dei Serpenti, la casa era dell’amica di una mia amica, in pratica una sconosciuta, anche lei attrice, ma molto più grande di me. La sera che arrivai, le dieci circa, mi accolse frettolosamente, mi fece vedere il letto e scappò via, urlandomi che non c’era niente da mangiare. Sbatté la porta. Buttai la borsa sul letto e comincia ad accusare il digiuno. Andai ad aprire il frigo, solo per curiosità, naturalmente. Due uova sode, una ciotolina di patate lesse, coperte con attenzione dalla pellicola trasparente, uno yogurt magro, un avanzo di burro. Anche se avessi potuto, non mi sarei fatta deprimere ulteriormente. Decisi di andarmi a comprare una pizza. Nel vicolo notai subito molta sporcizia, per terra siringhe, bottiglie e il cassonetto stracolmo. Le facce degli sconosciuti rovinate dall’indigenza, o dalla disperazione, o da entrambe, le donne erano, per lo più, puttane. Mi preoccupai dei miei ritorni a casa, la sera tardi dopo lo spettacolo. Mi feci fare una pizza tonda, in una pizzeria deserta, con le pareti ammuffite e l’aria che puzzava d’olio rancido, però il pizzaiolo era simpatico. Mi fece le battute da copione sul mio accento e mi raccontò del solito parente trasferito a Milano per lavoro. “Come si lavora bene là, ma la città, il tempo…”. Sì lo so, anch’io odio Milano, non solo per questo. Milano si odia e basta. Presi la pizza e andai a mangiarmela a casa. Era poco illuminata, due finestre davano sul vicolo, mentre quelle della cucina, camera e bagno, si affacciavano su un piccolo cortiletto interno, da dove si potevano lavare bene i panni sporchi dei vicini. Fu dalla cucina che assistetti alla scena. Iniziarono ad urlare, lui la insultava pesantemente, lei si difendeva piangendo, lui le tirò uno schiaffo, e lei gli sputò in faccia. “Sei una puttana, questo non è mio figlio!”. Lei aveva un bambino piccolissimo in braccio. “Sei un porco, come fai a pensare una cosa simile, schifoso!” Lui accecato dall’ira, continuava a negare, ad accusarla di tradimento, “Lui è biondo, troia!”. Lei si agitava, noncurante del bambino, strattonandolo, se avesse potuto lo avrebbe gettato dalla finestra. Non poteva difendersi. Lui approfittò, l’afferrò e le affondò la lama di un coltello nella pancia. Urlai, la pizza mi cadde per terra, non sapevo cosa fare, altri vicini si affacciarono e cominciarono ad urlare anche loro: “Chiamate la polizia, un’ambulanza! Presto!” Non avevo la minima idea di quale fosse il numero. Completamente nel pallone, incapace, inerme, frustrata, arrabbiata, non potendo aiutare quel neonato. La notte passò insonne, molta gente, macchine della polizia, ambulanza, chiacchiere, interrogatori. La mattina dopo, scesi per andare a bere un caffé, ero molto stanca, la strada era tornata silenziosa e io non riuscivo a togliermi dalla mente quella scena. Guardai il cassonetto, era stato svuotato, come il cuore di quel bambino.

Scritture segrete: da Erodoto a Bin Laden. Intervista a Nicola Amato


Bianca Madeccia
Scritture segrete: da Erodoto a Bin Laden. Intervista a Nicola Amato

Dritto al punto con un bel linguaggio pulito ma mai banale. Non si perde in inutili arzigogoli il professor Nicola Amato, massimo esperto italiano di Steganografia e docente universitario di “Scritture segrete” presso l’università di Varese. Vuole essere capito, vuole veramente comunicare. Conversare con lui è estremamente piacevole: possiede al tempo stesso grinta e profondità, competenza e passione, intelligenza viva e curiosità eclettica.

Ascoltarlo mentre parla, è come osservare un giocoliere che fa volteggiare un gran numero di notizie, informazioni, punti di vista che si lasciano dietro una scia preziosa di cibo per la mente.

Professor Amato, ci spieghi cosa sono le “scritture segrete” e come vengono classificate.
Quando parliamo di scritture segrete ci riferiamo ad un tipo di comunicazione scritta che avviene tra due interlocutori, l’emittente ed il ricevente della comunicazione, senza che ci sia una terza persona che ne venga a conoscenza. Dobbiamo però fare una distinzione sostanziale nell’ambito dei sistemi di scrittura occulta. Mi riferisco al fatto che si può operare su due livelli distinti e separati. Uno è quello che vede l’occultamento del contenuto della comunicazione, in cui il testo in chiaro viene trasformato, tramite un procedimento matematico definito algoritmo, in una sequenza di lettere, numeri e simboli, apparentemente casuali ed insignificanti, e solo chi possiede la chiave per decifrare il messaggio riesce a palesarne il significato. Parliamo in questo caso di crittografia.
Un secondo livello, decisamente superiore al primo in termini di sicurezza delle informazioni, opera in modo tale da non limitarsi a celare il contenuto del messaggio come succede per la crittografia, ma nasconde il fatto stesso che i due interlocutori stiano comunicando. Viene occultato, praticamente, il messaggio stesso, l’atto comunicativo. Ci riferiamo in quest’ultimo caso alla steganografia, il cui utilizzo scaturisce dal fatto che in molte circostanze il solo uso della crittografia non è sufficiente. Si pensi per esempio a due persone che vengono sorprese a scambiarsi messaggi cifrati tra loro: indipendentemente dal contenuto del messaggio, il solo fatto che vengano scambiati messaggi cifrati desta ovvii sospetti. Sorge quindi la necessità di utilizzare metodi alternativi per lo scambio di messaggi privati, quali appunto il nascondere il fatto che una qualsiasi forma di comunicazione sia avvenuta.

Lei ha scritto un libro sulla storia della steganografia dal titolo: “La steganografia da Erodoto a Bin Laden”.
Il termine steganografia si riferisce ad una tecnica elusiva della comunicazione che ha origini molto antiche. Nonostante ciò è ancora poco conosciuto, anche se ultimamente é salito alla ribalta dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 alle Torri Gemelle di New York. Se ne é parlato a lungo dopo gli attentati perché sembra che i componenti della rete terroristica Al-Qaeda abbiano fatto largo uso della steganografia per comunicare tra loro e tramare attentati. Si tratta in pratica di scrittura nascosta o, meglio ancora, l’insieme delle tecniche che consente a due o più persone di comunicare tra loro in modo tale da nascondere l’esistenza della comunicazione agli occhi di un eventuale osservatore. Il concetto teorico di steganografia, che ha visto nel passato l’utilizzo di tecniche rudimentali e bizzarre ma sempre efficaci, non ha subìto alcuna modificazione nel corso degli anni, pur essendo passata attraverso l’evoluzione tecnologica. Oggi la steganografia consente di nascondere all’interno di file digitali, immagini o suoni che siano, ogni tipo di messaggio segreto. Perché proprio in questo consiste la tecnica moderna: con l’ausilio di software particolare, si prende un’immagine o un file audio e si estraggono alcune unità grafiche minime che la compongono, ossia alcuni pixel nel caso delle immagini, e le si sostituiscono con dei dati, in genere lettere di testo, che comporranno il messaggio che si vuol far passare. Dal momento che certe immagini sono composte da milioni di pixel, la sostituzione di soltanto alcuni di essi non sarà apprezzabile ad occhio.
In definitiva, con la steganografia moderna è possibile inserire all’interno di una immagine un intero documento di Word senza che nessuno se ne avveda. Infatti, mettendo a confronto l’immagine digitale originale con quella in cui si è iniettato un documento di testo, vedremo che sorprendentemente sono perfettamente identiche, sia in termini di risoluzione grafica sia per quello che concerne lo spazio occupato sulla memoria di massa.
Per quello che riguarda il mio libro, diciamo che mi sono trovato anni fa ad affrontare l’argomento steganografia per motivi di studio e ho dovuto appurare che non esistevano libri in italiano che trattavano l’argomento in maniera esaustiva, ma solo testi in inglese. Da qui l’idea di trasformare le mie conoscenze e i miei studi in un libro, uscito qualche mese fa, tuttora l’unico in italiano, che affrontasse la tematica in maniera completa, dalle tecniche più antiche a quelle più moderne utilizzate al giorno d’oggi.

Quindi lei si è trovato nella condizione di dover tracciare una storia delle scritture occulte. Come, dove e quando nascono le prime ‘scritture segrete’?
Il popolo arabo fu il primo ad adottare tecniche di occultamento delle informazioni attraverso la crittografia, che veniva utilizzata in maniera sistematica per proteggere tutti i documenti e gli archivi fiscali, oltre che per i messaggi contenenti delicate questioni statali. Non si era però ancora arrivati a dimostrare con certezza che la crittografia in ambito amministrativo fosse un’abitudine, finché, nel 1987, non venne scoperta l’esistenza di un vero e proprio trattato sull’amministrazione, l’Adab al-Kutab (“Il manuale del segretario”), una cui sezione era interamente dedicata alle tecniche che dovevano essere adottate dai funzionari statali per criptare ogni genere di atto o documento.
Gli arabi, inoltre, non solo introdussero nuove tecniche di cifratura, ma contribuirono a renderne obsolete molte altre. Infatti è proprio a loro che si deve la nascita della crittoanalisi, ovvero la scienza che si occupa di risalire al messaggio originale a partire dal crittogramma, pur non conoscendo la chiave di codifica o informazioni sull’algoritmo usato per occultare il messaggio.

Ma come riuscirono gli arabi a dar vita alla crittoanalisi?
Partirono dal presupposto che un linguaggio è formato da un alfabeto, e che a una qualsiasi lingua corrisponde una determinata distribuzione di frequenza con la quale le lettere si ripetono. Gli studiosi arabi compresero dunque che alcune tecniche crittografiche, come la sostituzione monoalfabetica, potevano essere facilmente attaccate da un’analisi di questo tipo. Individuando i simboli più frequenti nel testo cifrato e in un testo sufficientemente esteso nella lingua con cui si suppone sia stato composto il testo originale, si può procedere per sostituzione, dal simbolo più frequente a quello meno frequente, fino ad arrivare a comporre parole parzialmente comprensibili che possono essere facilmente indovinate.
La più antica descrizione di questo procedimento si deve allo studioso del IX secolo Abu Yusuf ibn Ishaq al-Kindi, noto anche come il Filosofo degli Arabi, che lo descrisse accuratamente nel suo libro “Sulla decifrazione dei messaggi crittati”, e al quale è stato dato il nome di “Metodo di analisi delle frequenze”.
Per meglio comprendere la tecnica di Al-Kindi, facciamo un esempio pratico applicato all’alfabeto italiano. Se esaminiamo una frase in lingua italiana possiamo notare che la lettera piu’ frequente è la “E”, la seconda è la “A”. Premesso ciò, si esamina poi un testo criptato e si determina la frequenza dei caratteri che lo compongono. Se, ad esempio, il carattere più frequente è la “S”, è probabile che si possa sostituire con la “E”, ossia che la “S” del testo cifrato si riferisca alla “E” del testo originale in chiaro, se la seconda lettera più frequente è la “M” è probabile che sia la “A” e così via.

Come si sono evoluti i sistemi di scrittura occulta dall’antichità ad oggi?
I sistemi di scrittura occulta, in quanto tecniche elusive della comunicazione, sono parte integrante dei processi comunicativi. Intendo dire che la comunicazione non è composta dalle sole interazioni palesi, ma anche dall’occultamento delle stesse. La differenza è che nel primo caso parliamo di comunicazione in chiaro, e quindi fruibile da chiunque vi partecipi, e nel secondo si tratta di una comunicazione in esclusiva tra determinate persone.
Premesso questo, diciamo che le scritture segrete si sono evolute, in perfetta simbiosi con le tecniche della comunicazione, di pari passo con quello che è stato lo sviluppo tecnologico dei mezzi di comunicazione e dei sistemi informatici. La necessità di proteggere le informazioni sensibili con il loro occultamento è rimasta invariata, ha solo adeguato le proprie tecniche attuative in base a ciò che la tecnologia del momento offriva. Oggi, dunque, il binomio comunicazione-informatica è un concentrato di sinergie che rappresenta il mezzo comunicativo moderno. L’evoluzione di entrambe, inoltre, è sempre stata orientata l’una verso l’altra. Infatti, la comunicazione si è evoluta in funzione dello sviluppo tecnologico e, viceversa, le tecnologie informatiche si sono sempre di più adeguate alle esigenze comunicative. Basti pensare a Internet e tutte le possibilità comunicative che ci offre attraverso i siti Web, forum, chat, blog, e-mail, teleconferenze, etc.

Chi oggi può avere interesse a conoscere bene questa materia e a che fini?
In un mondo in cui l’informazione è diventata la materia prima più preziosa, l’importanza di nasconderne la circolazione o di proteggerne la riservatezza è andata via via aumentando; e mentre un tempo poteva essere considerata una precauzione destinata a pochi casi limite, oggi il bisogno di riservatezza è più che mai vicino alla vita di tutti. Ogni giorno telefonate, messaggi di posta elettronica o transazioni di qualunque genere attraversano regioni, paesi, continenti, in luoghi potenzialmente esposti al rischio di intercettazione, con inevitabili conseguenze che possono mettere a repentaglio la nostra privacy. Diciamo quindi che lo sviluppo delle scritture segrete è in uno stadio piuttosto avanzato ed i campi d’applicazione sono molteplici. Si va dalla sicurezza delle informazioni effettuata sia a livello militare sia civile, in ambito bancario ed in tutte quelle occasioni dove si rende necessaria la protezione dei dati. Non è da trascurare inoltre l’utilizzo in campo di protezione del copyright dei file digitali. Un’altra applicazione, infine, é rappresentata dall’associazione sicura di dati. Consiste in una tecnica per cui una filigrana digitale può consentire di inserire informazioni sensibili in un documento, in modo che queste siano associate in modo sicuro al documento stesso; eventualmente, cifrando queste informazioni, si può fare in modo che esse non siano utilizzabili da chi non ne ha il diritto. Questo tipo di applicazione permette, ad esempio, di trattare immagini o registrazioni biomediche come radiografie, tomografie, risonanze nucleari magnetiche, etc., marcandole in modo da poter sempre identificare con sicurezza il soggetto a cui si riferiscono, ma conservando la privatezza delle informazioni sensibili.

Secondo lei, che interesse può avere l’università italiana oggi ad introdurre lo studio delle scritture occulte nei corsi di laurea?
Ritengo che questa scelta sia inevitabile. Il flusso delle informazioni che viaggia attraverso molteplici canali, per questioni legate alla sicurezza delle informazioni stesse, è sempre di più manipolato in maniera tale che il contenuto della comunicazione risulti indecifrabile agli occhi di chi non avrebbe titolo per leggerlo. E’ sorta quindi la necessità, sia in ambito didattico prettamente scientifico sia nel campo dello studio delle scienze della comunicazione, di formare i futuri dirigenti, soprattutto coloro che dovranno agire in ambito comunicativo ad essere in grado a livello cognitivo di interagire, non solo con i sistemi di comunicazione palese ma anche con quelli occulti rappresentati dalle scritture segrete.

Lei professor Amato, è anche un brillante scrittore, giornalista, tecnologo della comunicazione audiovisiva e multimediale, esperto di sicurezza, ci racconta come e quando è nata questa sua passione?
La mia passione per le scritture segrete è una storia lunga. Mi sono trovato ad affrontarla inizialmente per motivi di studio, durante la mia prima laurea in ingegneria informatica. In tale contesto ne ho studiato i risvolti puramente tecnici e relativi alla crittografia e steganografia moderna.
Siccome però sono un curioso per natura, curiosità nel senso di voler approfondire ogni cosa che mi interessa, non mi sono fermato alle basi tecniche ma ho voluto andare a fondo a scovare le basi concettuali delle scritture segrete. Nel corso, poi, di studi relativi alla mia seconda laurea in Tecnologia della comunicazione audiovisiva e multimediale, ho deciso di orientare il mio percorso verso lo studio di tutte le tecniche antiche di scrittura occulta.
Stabilito infine che il mio andava ben oltre il semplice interesse per una materia ma sconfinava nella passione, elemento necessario se si vogliono fare bene le cose, ne ho approfondito ulteriormente gli argomenti.
In qualità poi di esperto in comunicazione, non mi sono voluto fermare alla, seppure non banale, ma pura e semplice comunicazione palese ma sconfinare nelle tecniche di elusione della comunicazione per fare in modo di abbracciare il concetto di comunicazione a 360 gradi. Anche perchè ritengo che le scritture segrete siano parte integrante del processo comunicativo, sia nell’antichità con le varie tecniche che utilizzavano, sia oggi tramite la crittografia e la steganografia.
Per il momento devo dire che i miei studi e la mia passione stanno avendo un successo incredibile. Sono sempre di più le università e gli Enti che mi invitano a tenere conferenze per conoscere le varie tecniche utilizzate, sia in passato che oggi. Non per ultima, scritture segrete sta iniziando a diventare una materia vera e propria all’interno dei corsi di laurea in scienze della comunicazione.

Biografia

Nicola Amato, 44 anni, di Jerago con Orago (VA), è laureato in Ingegneria Informatica, ha conseguito poi una seconda laurea in Tecnologie della Comunicazione Audiovisiva e Multimediale. Frequenta successivamente il Corso di perfezionamento post laurea in Metodi e Tecniche della formazione in rete specializzandosi in Piattaforme tecnologiche per l’e-learning.
Lavora per conto della NATO occupandosi di CIS (Communications and Information System).
E’ docente universitario della materia “Scritture Segrete” nel corso di laurea in Scienze della Comunicazione presso l’università Insubria di Varese.
E’ relatore di numerose conferenze inerenti i sistemi di scrittura occulta e sicurezza informatica presso varie università italiane.
Autore di diversi articoli scientifici, ha scritto tre libri di cui, due saggi dai titoli “Piero Angela” (2005) e “La steganografia da Erodoto a Bin Laden” (2007) editi entrambi da Iuculano Editore di Pavia, ed un romanzo appena uscito dal titolo “Il clochard” edito da Il Melograno di Milano.

D'amore e di cucina.


Luciano Pagano
D’amore e di cucina.

Su “L’orata innamorata. Ricette afrodisiache e narrativa nuda” di Luca Moretti e Antonio Bufi.

Qualche tempo fa, una mattina, mi è successo di vedere in televisione il Grande Cuoco, quello che tutti conoscono, quello che frequenta i salotti e interviene donando i suoi consigli sagaci, saggiando la consistenza dei salami e crogiolandosi tra stagionature di prosciutti e botti di buon vino. Il Grande Cuoco, interrogato dalla presentatrice che gli chiedeva di un’ipotetica relazione tra l’Amore e la Cucina rispondeva accigliandosi, sbottando, rivelando un carattere cui il suo spettatore abituale non è abituato. “Ma come? Una relazione tra l’Amore, o peggio ancora il Sesso e la Cucina? La Cucina è un mestiere che richiede dedizione, arte, soprattutto fatica, sudore, ecco perché i grandi chef sono quasi tutti uomini”. Di fronte a quell’affermazione di Verità ultima, mi ritrassi cambiando canale.
Poi ho avuto l’occasione di leggere “l’orata innamorata”, di Luca Moretti e Antonio Bufi, pubblicato di recente da Coniglio Editore (l’orata innamorata, ricette afrodisiache e narrativa nuda, prefazione di adriano canzian); gli autori sono gli stessi de “l’orata spudorata. Ricette e racconti per salvare il mondo dal cattivo gusto” (2005).
Un libro, questo, ricco di poesia e amore per la cucina, un libro di racconti dove ogni racconto è seguito da una ricetta che a suo modo è protagonista del racconto che la precede. Racconti dove l’amore, il sesso, il tradimento e la cucina sono ingredienti di una vita cruda che diviene saporita, frizzante, con un insospettato e teso finale per ogni racconto.
Una delle caratteristiche più interessanti di questa raccolta a quattro mani sta proprio nel fatto che i suoi autori sono riusciti a comunicare una percezione e un’esperienza sensoriale del gusto, trasmettendo ciò che compete alla loro arte. È difficile a questo punto riuscire a trasmettere un giudizio, solamente letterario, di un testo che si occupa di qualcosa che eccede il letterario, un guaio per chi si occupa di critica, anche perché i racconti sono freschi, divertenti e amari allo stesso tempo.
“Narrativa nuda” è una descrizione che si addice a questo libro, dove l’elemento afrodisiaco è quasi sempre correlato ad un amore clandestino, fatto di attimi sottratti alla bruttezza del mondo. Ma “l’orata innamorata” è molto di più che un semplice libro di ricette, lo stile dei racconti è asciutto, non banale, gli autori dimostrano di essere esperti nel mescolare gli ingredienti, anche quando questi sono i personaggi e le storie, riuscendo nell’arte di chiudere in poco spazio un attimo di vissuto e regalandoci la novità di una scrittura fresca. Nel considerare il proprio rapporto con il cibo gli autori dedicano particolare attenzione alla dimensione spaziale del viaggio, che offre l’opportunità duplice di fare nuovi incontri, d’amore e di cucina. Chiude il testo un glossario essenziale di voci, testi e suggestioni che permettono al lettore si approfondire un percorso che coniuga il gusto della tavola ai piaceri della vita.

“l’orata innamorata”, coniglio editore, i lemming, 5€, p. 64

Ettore Maggi intervista Simone Sarasso


Ettore Maggi intervista Simone Sarasso

Simone Sarasso è un giovane scrittore di Novara che ha dato un bello scossone alla narrativa di genere italiana, che finalmente potrà affrontare a testa alta le critiche e rappresentare davvero, come dovrebbe fare la letteratura noir, la coscienza critica sulla Storia politica e sociale italiana. Dopo aver pubblicato il suo “Confine di Stato” con un piccolo e intelligente editore di Orbetello, Effequ, grazie anche all’apprezzamento di Valerio Evangelisti (che ha scritto “Siamo di fronte a un libro importante e a un esordio strepitoso”) il libro è stato ripubblicato da Marsilio, e sembra avere un notevole successo commerciale. La caratteristica principale di questo libro è che rappresenta qualcosa di assolutamente nuovo nel panorama italiano. Sostanzialmente, pur con le dovute differenze, Sarasso ha compiuto la stessa operazione di James Ellroy in American Tabloid. Uno sguardo duro e impietoso sul nostro passato prossimo, dagli anni Cinquanta ai Settanta, centrato su tre episodi fondamentali, tre misteri del nostro Belpaese (delitto Montesi, morte di Mattei e strage di Piazza Fontana, più la fine di Feltrinelli) svuotandolo di tutta la retorica, e dando un’interpretazione arbitraria, ma verosimile, ai lati oscuri della nostra storia recente, rimasta invischiata in una guerra non dichiarata, che ha sparso molto sangue innocente, ma di cui si sa ancora troppo poco.

Il libro non è certo esente da difetti (troppo legato, stilisticamente e nella costruzione della trama, a Ellroy ma anche ai Wu Ming e ad altri scrittori, mentre Sarasso potrebbe essere ancora più indipendente), troppo schematici alcuni personaggi e anche molti dialoghi non sono all’altezza. Ma nel complesso si tratta comunque di un libro importante.

Ettore Maggi: Come prima domanda, tanto per rimanere sul classico, ti
chiederei di descriverti brevemente: chi sei e che lavoro fai?

Simone Sarasso: Ho quasi trent’anni, sono sposato (nessun figlio e una gatta femmina da mantenere) e per campare faccio l’insegnate di sostegno in una scuola dell’infanzia (so che fa strano, messo vicino a quello che scrivo). Ho lavorato in un’agenzia di stampa e per anni, prima di approdare all’editoria, ho illustrato riviste underground.

In realtà non trovo una grossa contraddizione tra il tuo lavoro e quello che scrivi (ed esistono al riguardo altri esempi illustri). Sotto la descrizione (terribile, ma mai gratuita) degli orrori del Potere, pur in un contesto assolutamente “non politicamente corretto”, si sente pulsare una fortissima tensione morale. Questa mia impressione è stata rafforzata leggendo una tua dichiarazione: “Nei tre episodi di cui parlo nel libro, persone come me, come voi, hanno perso un padre, una madre, una figlia o un fratello. E dopo quasi quarant’anni non sanno ancora perché. È il genere di cose che fa male. E che fa incazzare di brutto. Ecco perché ho creato Sterling e i suoi. Per avere finalmente qualcuno con cui prendermela. E devo dire che un po’ l’incazzatura se n’è andata”. Perciò, ripeto, non vedo contraddizioni tra il lavoro che fai e quello che scrivi. Ma a questo punto ti chiedo: è soltanto per questo che hai scritto questo libro (o questi libri, visto che sarà una trilogia)? E, soprattutto, davvero l’incazzatura se n’è andata?

L’incazzatura è quello che ti fa partire. Poi ti accorgi che costruire storie, oltre che placarti l’arsura delle cose non dette, è un processo entusiasmante. Più scrivi e più impari a farlo. Se riesci ad arrivare in fondo al primo libro, è dura fermarsi. E a ogni cosa nuova che scrivi diventi più esigente, sia come lettore che come scrittore. A metà del secondo romanzo l’incazzatura non se n’è ancora andata. E non credo sarà una passeggiata mandarla via. Però finché mi terrà compagnia credo che i miei lavori manterranno una certa tensione.

Una domanda di rito sarebbe quella riguardante le tue influenze (letterarie, cinematografiche ecc.). Ma dato che nel tuo libro sei talmente esplicito al riguardo (Ellroy, Wu Ming, Genna, Tarantino, Garth Ennis…), rovescio la domanda. Cosa non ti piace, nella narrativa italiana? E in quella estera?

Il mio maestro Giancarlo De Cataldo mi ha insegnato a non parlare mai in pubblico di ciò che detesto (letterariamente parlando): “Limitati a citare quello che t’è piaciuto”, così mi dice.
In genere seguo il consiglio. Però, di fronte alla tua domanda (una sorta di pistola alla tempia), vedrò di sbottonarmi quel tanto che basta per non farmi dei nemici.
Ultimamente, nonostante al suo esordio sia stata veramente una delle collane più rivoluzionarie degli ultimi anni, non mi piace molto la linea editoriale di 24/7 (Rizzoli).
Partirono (un paio d’anni fa) con Genna e Alan Moore e si ritrovarono poco dopo con Muccino, Kunkel e il cantante degli Zero Assoluto.
Kunkuel non mi è piaciuto per nulla. L’ho abbandonato a metà. Classico scrittore newyorchese senza fronzoli. Ma anche senza grosse novità stilistiche. Se proprio devo farmi del male, preferisco le fiction-writers della Grande Mela ai loro colleghi maschi.
Sugli italiani, invece, le critiche sono meno hard core. Nulla da dire sulle doti artistiche di Muccino o degli Zero Assoluto: al cinema e nell’Ipod di mia moglie la fanno da padroni. Sacrosanto.
In libreria, però, non ho letto nulla di nuovo sfogliando i loro romanzi. Vuoi perchè quello di Muccino era scritto a quattro mani (e le mani della Vangelista sono assai più pesanti di quelle del povero Silvio), vuoi perchè quello di Mr. Zero Assoluto era un libro newyorchese de noantri.
Mi rendo conto di non andare d’accordo con un certo tipo di letteratura: proprio non ce la faccio ad appassionarmi. Mentre invece, se mi capita per le mani un SEGRETISSIMO d’annata, pur nella sua semplicistica, ripetitiva schematicità, lo divoro d’un fiato. Che vvo ‘ffa?

In un’altra intervista hai detto che il personaggio di Andrea Sterling, se non ricordo male, non è realistico, e in effetti concordo con la tua affermazione. Dato che il tuo romanzo è ispirato a fatti di cronaca, o meglio, ormai, di Storia, come hai costruito questo personaggio, in mezzo a tanti personaggi ispirati a persone realmente esistite?

La bidimensionalità di Sterling è comune a molti altri personaggi del libro. Il Mago, per esempio. Il colonnello Kurtz, lo stesso Riviera.
Il gioco che faccio, nel mix storia/realtà, è sempre lo stesso: prendo informazioni reali e le racconto esasperandone i toni, acuendo le tinte. È un procedimento fumettistico. Come quando disegni partendo da una foto e a prodotto finito ti accorgi che quello che hai ficcato nella
vignetta, con le ombre e tutto il resto, non assomiglia più alla foto. È qualcosa d’altro. In Sterling il procedimento è sparato alle estreme conseguenze. Se il rendering finale del personaggio lo allontana dal reale, permette di stigmatizzarne il carattere: è come in un film di indiani e cowboy. I
buoni sono i buoni e i cattivi i cattivi.

Non so se tu hai visto il film di Rosi su Mattei, interpretato dal grande Gian Maria Volonté. Nel finale appare (se non ricordo male) anche Mauro De Mauro. Si sono fatte molte ipotesi sulla sua scomparsa. Una è quella legata al golpe Borghese (che, per inciso, è stato progettato in gran parte proprio nella mia città, Genova). Mi ha un po’ stupito che tu non abbia affrontato questo argomento, nel tuo libro. È stata una scelta precisa?

Non ho visto il film di Rosi. Mentre lavoravo a Confine non era facilissimo da reperire. Ho pensato a lungo di interessarmi della scomparsa di De Mauro, ma alla fine ho preferito tenerlo fori dalla mia storia. Vuoi perchè, nella continuity di Confine, avrebbe detto poco dal punto di vista narrativo: il golpe borghese è del ’70. Il primo volume della trilogia ha lo zenith proprio nel 1969 (anche se sbrodola fino ai primi Settanta nell’epilogo), giocarsi una carta come quella del golpe alla fine del primo romanzo sarebbe stato poco fruttuoso. E poi, diciamocelo pure, su De Mauro la vicenda è talmente fosca che avrei dovuto inventare troppo. E all’epoca non mi sembrava un gran bene.

Quindi te ne occuperai nel secondo? In effetti sono molto curioso di sapere quali saranno gli avvenimenti centrali del secondo. Posso tirare a indovinare: Piazza della Loggia, il golpe bianco di Sogno, le BR e il delitto Moro, Ustica, stazione di Bologna, la P2, il delitto Calvi…?

Capirai che non posso sbottonarmi troppo per non rovinare la sorpresa ai lettori. Ad ogni modo posso preannunciarti che si partirà proprio dal Golpe Borghese e che le Br avranno nell’opera un ruolo per nulla secondario. Ma credo che la vera novità saranno i plurimi punti di vista, la varietà di personaggi. Sarà un affresco molto meno a senso unico di CONFINE, che indagherà a fondo le origini del MALE del Paese.

Mi sembra giusto. Quindi, attenderò con ansia il secondo volume. Puoi almeno anticiparci il titolo?

Si chiamerà Settanta e, didascalicamente, coprirà l’intero decennio, dal 1970 al 1980.

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Per le donne in attesa. Leggendo “Lo spazio bianco” di Valeria Parrella


Elisabetta Liguori
Per le donne in attesa.
Leggendo “Lo spazio bianco” di Valeria Parrella

Valeria Parrella si cimenta per la prima volta con la forma del romanzo e sceglie caparbiamente di farlo attraversando uno spazio bianco di solitudine.
Sceglie di scrivere di una specifica tipologia d’attesa bianca e femmina.
Uno spazio bianco, quando c’è, lo riconoscono tutti, sia uomini che donne, ma quasi nessuno ha il coraggio di guardarci dentro a fondo. Prima di capire come mai, è forse più opportuno chiedersi qui cosa sia esattamente questo spazio bianco. Come sanno bene anche gli scrittori, che di ogni nuova pagina sfidano proprio il candore, lo spazio tra due elementi grafici è essenziale al fine di mettere in relazione più segni, per guidare occhi e pensiero di chi guarda, per rendere leggibile un testo. O una vita. Maria, la protagonista della storia che Valeria Parrella sceglie di narrare, è ferma e radicale all’interno del suo privato spazio bianco. Uno spazio negativo, un’area esistenziale improvvisamente svuotata di tutto quello che prima l’affollava. Uno spazio nudo che coincide con la sua attesa. Maria è un’ultra quarantenne in bella forma, insegna in una scuola serale, è libera, impaziente, dinamica, culturalmente e socialmente avanti rispetto alla generazione di provenienza, quindi giustamente arrogante. Ed è alla prese con la sua prima figlia.

Io possedevo un’arroganza di fondo. Quell’arroganza mi era venuta dalla fabbrica….La fabbrica non inghiottiva solo chi ci lavorava, ma anche chi campava di essa, chi aspettava la fine dei turni e le sirene per costruirci attorno la giornata, una giornata dopo l’altra. Crescere figlia di operaio negli anni settanta, e poi proprio per questo studiare, intestardirsi sui libri, diventare la generazione dello scarto intellettuale, erano cose che davano una certa arroganza. (pag.57)

Maria, si denuncia sin dalle prime righe: è una donna che non sa aspettare, che non l’ha mai fatto. Neppure sua figlia sa farlo: è nata infatti molto prima del previsto e inevitabilmente precipitata nel limbo delle incubatrici, delle culle termiche, dei prelievi, dei monitor ticchettanti, che dovrebbero aiutarla, ora che è poco più di un feto, a nascere o a morire. Maria non può fare altro che starle vicino fisicamente. Accanto ad una figlia che non conosce, ma che, appena venuta al mondo, ha cancellato istantaneamente l’universo noto fino ad allora, lasciandola sola, nuda e bianca.
Il romanzo comincia proprio da questa improvvisa fatica, da un vuoto apparente, dallo sforzo di concentrazione che ne consegue.

Ho provato. Aspettando la metropolitana per l’ospedale tutti i giorni, ho provato a leggere saggistica. I primi tempi ci sono riuscita, perché non avevo altro se non la mia testa. Ed era una testa molto esercitata sui libri.. La testa si era esercitata così, a fidarsi solo di se stessa. E allora ritornava nell’equivoco di bastarsi da sola ogni volta che si sentiva tradita dalla realtà. ( pag. 7)

Il tema mi punge sul vivo. Una donna di quaranta anni di rado sa aspettare. Gli adolescenti con l’Ipod aspettano, gli studenti con lo zaino alla fermata dell’autobus aspettano, i bambini delle elementari durante la ricreazione aspettano, i vecchi ai giardinetti aspettano. Ma non una quarantenne. Non lei. L’ansia nutre l’età del mezzo come latte dolcissimo la bocca di un neonato rabbioso. Valeria Parrella, classe 1974, sembra saperlo, così che la sua è la storia di una primipara attempata, che sa fortemente di verità.

Ventidue settimane e sei giorni è il limite temporale fissato dal Ministero della Salute oltre il quale è consentito far nascere un prematuro e tentare di salvarlo. Ventidue settimane e tre giorni è invece il termine consentito per interrompere una gravidanza.
C’è uno spazio bianco di tre giorni tra un termine e l’altro, tra l’essere e il non essere, un breve fiato durante il quale è dato scannarsi a preti, vecchie e nuove femministe, giuristi incalliti e scienziati timidi. Un piccolo spazio sempre utile ad assumere nuove consapevolezze, a prescindere dalle declamazioni di principio. Uno spazio astrattamente libero. Un’ occasione.
Oltre questo primo intervallo temporale a volte può dipanarsi, per il prematuro e chi gli sta accanto, un ulteriore e più ampio spazio bianco. Qualcosa di ancora più raro. Un’ulteriore imprevista occasionale attesa, sulla quale di rado si riflette. Un fraseggio temporale che in modo sconosciuto annuncia la vita. Durante questo specifico momento bianco è offerto credito soltanto ad una medicina incerta, al dubbio, alla speranza, alla pietà, stimoli efficaci esclusivamente per coloro che ne subiscano davvero il fascino o ne abbiano la forza.
Intorno a questo abusato concetto di speranza Maria si aggira come un cerbero davanti al confine. Si punisce. Si nasconde. Si dispera. Invidia i vivi quanto i morti.
Finché c’è vita, c’è speranza, così si usa ancora dire, ma quella della sua creatura in incubatrice che vita è? Che vita sarà? Da quale tipo di speranza può essere alimentata?
Maria non sa aspettare, come molte altre donne della sua età è scettica, spaventata. Tenta di farlo, leggendo libri o mettendosi a fumare lente sigarette dentro i finestrini dei bagni pubblici, tra i piccioni e la puzza indolente dei macchinari che, ronzando, bruciano cellule, plastica e alcol.
In questo modo finisce per scoprire frammenti di sé che non conosceva affatto. Ed è una sorpresa per sé e per gli altri. Quella attesa, che molti potrebbero ritenere una circostanza ovvia, diventa per lei l’unica cosa veramente sua, inaspettata e piena e vera.
L’unica cosa che valga la pena insegnare ad altri.
La Parrella racconta la scoperta di questi mesi di femminile attesa con la sua, ormai nota, voce roca, rabbiosa, disillusa, quasi volutamente sciatta. Racconta l’abito, il viso, gli amici, le assenze, gli alunni di questa donna, mentre lo spazio bianco s’allarga su Napoli, la ricopre, la sommerge fino a zittirla. Lo fa con una comicità complice e compassionevole, oltre che dolente. Portando spesso prospettive umane dirompenti.

Io la guardai con un’aria insofferente perché non mi sembrava il caso, bardate come eravamo di mascherina e guanti e con la mente ossessionata dal pigolio dei monitor, che si ricominciasse con il “potrebbero ancora sopravvivere”. Chiaro che fuori, al sole, dentro le macchine, al distributore di caffè, quello che tutti si aspettavano da noi era un sentimento del genere. Ma almeno qui dentro no.

  • Tutto sommato abbiamo avuto un culo enorme.
  • Mina, ma perché?
  • Eh, le altre mamme si sono dovute accontentare dell’ecografia: noi stiamo vedendo tutto dal vivo.

(pag. 29)

Mi par più che giusto chiedersi oggi: cosa ci si aspetta da una donna? Che si senta madre sempre e comunque? O che faccia stentoree rivendicazioni di forza, uguaglianza, libertà, quasi fosse perennemente in corteo con le dita a triangolo? Quando è del corpo che si dispone, è chiaro, ma di un corpo che naturalmente si mescola ai desideri, alla cultura, alla legislazione, all’etica e all’istinto altrui, secondo quali criteri deve modellarsi l’individuale senso di responsabilità? Etica, diritto o scienza? Istinto o più semplicemente casualità del male? O letteratura?
La sua Maria non ha un uomo accanto. Quell’uomo che deve pur esserci stato prima o poi, le appare di frequente in dolci, fuggevoli ricordi. Solo la nascita di quella loro bambina, rinchiusa nel suo spazio di bianca attesa, sembra consentire alla madre la completa ricostruzione del senso del suo rapporto con quell’uomo. La conquista della sua libertà così sta proprio nel prendere coscienza di avere i mezzi per farne a meno.
Maria è una donna complessa, un prisma d’interrogativi che rivendicano il proprio imbarazzo, la propria incapacità, i propri limiti relazionali. Maria è una donna imperfetta, quindi. Esattamente come lo è la bambina che lei ha messo al mondo in fretta e furia. E la sua imperfezione coincide con la sua identità. Questo scrive con caparbietà Valeria Parrella e l’affermazione ha una sua logica, strutturale, narrativa perfezione; mettere al mondo qualcosa/qualcuno è un fatto d’identità. Prima di essere madre o sentirsi tale, si è solo un buco vuoto. Dopo è diverso. Lo sanno bene le donne, soprattutto quelle che invecchiano, ma lo sanno anche le ragazzine che si ritrovano una morula in grembo e non sanno che nome dargli. È da quel buco vuoto che si comincia.
Maria non si aspettava di trovare attraverso quella figlia prematura e inerte una nuova identità, ma invece quell’orribile spazio bianco che le è imposto diventa per lei una lente finalmente capace di modificare la prospettiva delle cose.
Eppure le fa paura. Quella con la quale si confronta Maria non è semplicemente paura della morte, la quale tutto sommato ha una dignità assoluta, riconoscibile e chiara, senza le lusinghe instabili della speranza. Accanto a lei in ospedale c’è la paura altalenante del buio, di una malattia ignota, di un’inabilità imprevedibile, di una solitudine senza confini. Come sarà questa figlia messa al mondo in assenza di scelte? Sarà donna, sarà viva, respirerà da sola, camminerà da sola, avrà pensieri liberi e coscienti? Lei lo sa? È questa la domanda che in corsivo attraversa tutto il romanzo. Interrogativo che la protagonista e la narratrice sembrano rivolgere al lettore. Una specie di retro pensiero che blocca tutti gli altri.
Perché lo spazio bianco è principalmente ignoranza. Una provvisoria angosciante necessaria ignoranza. La bimba prematura nel suo lettino meccanico senza risposte, col suo corpo piccolo come un bottone, rappresenta tutto quello che di sconosciuto può riguardarci e, nello stesso tempo, fornisce a chi lo cerca un cavillo per proteggersi durante il tempo necessario cambiamento e per sfuggire a quella sempre più diffusa sensazione d’inadeguatezza che provano oggi le donne, e forse anche gli uomini, davanti ad un mondo che nemmeno piace loro fino in fondo.
Ecco perché guardare dentro uno spazio vuoto fa tanta paura.
Perché dentro la sosta non c’è nulla e tutto quello che conta sta fuori. E a volte fa male.
Fuori da quello spazio bianco la vita continua anche senza Maria. Quella identità oggettiva che è nelle cose e nell’esistenze altrui si fa sempre più aliena, ma inarrestabile. La Parrella è bravissima nel descrivere la sosta di una donna e l’imperturbabile movimento dello sfondo dietro di lei. Napoli continua la sua corsa. La metropolitana va per suo conto ogni mattina, l’ospedale brulica, così le strade fuori, la scuola serale, la sopraelevata sui palazzi di piazza Ottocalli.
La vita continua uguale a se stessa mentre Maria resta ferma in un corridoio, con indosso sempre lo stesso vestito, con l’impressione netta e tragica che le cose accadono da sé. E l’unica libertà, novella e utile, concessale è proprio quella dell’attesa.

- Lei lo sa?
- La tua non è una domanda e non stai aspettando una risposta.

(pag. 61)

Lo spazio bianco, Valeria Parrella, 2008, Supercoralli, EINAUDI, p. 120, 14.8€, ISBN 8806190962

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Pulp, tanto Pulp, mai abbastanza.


Luciano Pagano
su “Saxophone Street Blues” di Hector Luis Belial

Credo che non ci sia nulla di più bello, per chi sia appassionato di scrittura e cultura, dell’avere la possibilità, il coraggio e la sfrontatezza di dare vita a una casa editrice. Il fascino del mondo dell’editoria e l’oggetto libro si annidano con molta probabilità nei meandri inconsci di tutti coloro che hanno cominciato a scrivere. Ci vuole una buona dose di azzardo. Dunque, “Viva Las Vegas”, che oltre a essere il titolo dell’uscita inaugurale – un’antologia di racconti – suona come il migliore degli auguri, per una casa editrice, “Las Vegas Edizioni“, che prende il nome dalla città dell’azzardo per eccellenza e che esce con tre titoli, tra i quali l’opera seconda di Marco Candida. “Saxophone Street Blues” è un romanzo breve scritto da Hector Luis Belial. “Saxophone Street Blues” è un luogo dove tutto può accadere. Un nulla cosmico alla portata del primo tassista a servizio dell’ultimo uomo in fuga. Un territorio ultrapsichico dove avviene un omicidio terribile. Non sappiamo molto dell’autore di questo libro, non più delle informazioni che lui stesso vuol farci rinvenire sul suo blog dandy e imaginifico. La lingua con cui è scritto questo romanzo è la cosa che colpisce di più, stordire è forse un verbo che si addice al testo, senza posa. L’etichetta di PULP è quanto di più abusato e travisato possa darsi nei tentativi di approcci alla critica letteraria. Un racconto in salsa Lovecraftiana con flebili indizi di Edgar Allan Poe, magari con un vicolo da Jack lo squartatore? PULP. Un romanzo, così come potevano essere gli ispirati e terribili (inteso nel senso positivo di scuotenti) esordi di giovani autori negli anni ’90? PULP. Un genere che travalica le decadi e giunge intatto ai giorni nostri non può che richiedere continue contaminazioni. Quella tra cinema e letteratura è di certo quella cui si attinge più spesso, preludio di quello che avviene e avverrà nelle commistioni con i mondi del videogame o del web 2.0. Quel senso di stordimento riesce a creare quella sospensione per cui si dimentica la provenienza di genere soprattutto nelle pagine iniziali nelle quali avviene un processo di presa a ritroso della vicenda per avviare la narrazione. Per questo motivo il romanzo, al termine della lettura, ha stuzzicato corde molto più simili a quelle cui si può accedere con la lettura di un fumetto di Moore & Lloyd, oppure la visione di altre opere di genere come Seven o Fight Club; a ciò si aggiunge la colonna sonora, ovvero i pezzi che l’autore fa ‘suonare’ durante la lettura di “Saxophone Street Blues”. C’è molto del Easton Ellis di American Psycho. Ecco dunque un buon romanzo. Si possono individuare i padri ispiratori – tutti rigorosamente under 50 – di questa scrittura, tenendo per certo che lo stile di Hector Luis Belial si allontana anni luce dalla sciatteria cui ci avevano abituato certi epigoni del pulp. Alla piacevole lettura spero segua un altro libro firmato – ma forse è meglio presupporre targato – Hector Luis Belial…e se si trattasse di una Unofficial Biography, in pieno stile anglosassone?

Saxophone Street Blues, Hector Luis Belial
Las Vegas Edizioni, I Jackpot, 2007, Torino, pp. 135, €10

il racconto ulteriore


Enrico Pietrangeli
su “Il racconto ulteriore” a cura di Flavio Ermini

Il Racconto ulteriore, “antecedente all’intelligibilità” nella contrapposizione di un tempo mitico alla desolante contemporaneità di una terra già esplorata da Eliot, è un progetto che vede Flavio Ermini coordinare dei pensatori nel “gesto narrativo”. L’ “inquietudine dell’imprevedibile” ci ha condotto verso false certezze allontanandoci dal vero senso della tradizione, dall’origine. Dal chaos, nello stesso gesto della creazione sussiste ancora, inalterata, l’energia per una prospettiva ulteriore, devoluta a un sapere autentico, non più reso asettico, e considerato nel suo originario contesto organico. Bonnefoy lo fa attraverso una possibile variante per la cacciata dal giardino. Un punto in cui il tempo non ha avuto ancora inizio, dove l’immediato e il mediato, opportunamente affrontati da Vitiello nell’episodio finale, sono ancora “erranza nell’eterno” e prendono forma col giorno, nell’esperienza, tra l’eco di un flauto, mediando dolore e speranza. Prima o dopo divengono l’intangibilità del tempo dove l’archetipo, riflesso nella forma, si tramanda nel mito, restando impresso tra luci e ombre. Nel tema della leggenda primordiale resta ancorato anche Félix Duque, è quella indigena della foresta e del suo lago, mentre, a poca distanza, si consuma “l’imminente fine di questo mondo”, tra disastri ecologici e notiziari flash sul terrorismo. Quella di Labarthe è un’Allusione all’inizio migratoria, iniziatica ed incentrata sulla comunicativa, in un viaggio che ci vede dubitare e disperderci, ricominciare: possibile metafora della stessa vita. L’arcangelo, con Antonio Prete, dalla sua sostanza di luce, viene a contatto col tempo e la disgregazione della materia. Vive con rammarico i suoi fallimenti, la distrazione di una colpa ancestrale. E’ questa la prima delle Tre storie sul tempo e l’apparenza, quale “impossibile somma d’infiniti vuoti” nell’epilogo della sera: lo scorgere finalmente il sorriso di una bimba ricongiunta al suo gatto. Articolato e dettagliato è il ritratto ginevrino di Roberta De Monticelli che, traversando memorie e riflessioni, approda su più acquietanti sogni in una “fragorosa e sporca” piazza toscana. Spinoza, l’ottico, tanto ebreo quanto eretico, con Tagliapietra lo ritroviamo che si diletta coi ragni e sarà specchio di una risata che è dio, vittima e carnefice nelle vesti di un Benjamin portato al martirio, ancora immerso nella lettura di Ethica. Uno Spinoza che ricorre anche con Vitiello, ricordandoci “che ogni definizione è negativa” e che, con Jean Luc Nancy, ci riporta a quel “sentiamo e sperimentiamo il nostro essere eterni”. Interessante il contesto in cui si sviluppa Diario, “fluttuante in un’incerta intemporalità” che va dal 4 al 10 novembre 2002. Realizzato per conto della rivista Parallax, vede qui la sua versione italiana dopo essere stato tradotto in inglese. Il marionettista di Givone, unitamente al racconto di Tagliapietra, è, a mio parere, tra gli episodi più centrati, almeno in relazione all’intento narrativo preposto. Tutto il fascino e la magia dello spettacolo dei burattini viene rilevato allontanando lo spettro di un demiurgo dietro le quinte, restituendoci personaggi con un’anima sottesa ad un filo tramite cui comunicare, finanche a recepire “dal basso” “le sollecitazioni sceniche”. Ironico ed incisivo giunge Carlo Simi che, attraverso l’antica e collaudata formula del dialogo, ci trasporta nel mondo delle fiabe che preannunciano ciclicità atemporali. Con Donà ci si addentra in tematiche che includono risvolti psicologici, mentre con Gargani si abbandona il filone narrativo soltanto per meglio sviscerarlo con esiti che, personalmente, trovo convincenti, soprattutto per quell’ “indissolubile legame” tra “etica e scrittura” ricordato anche attraverso il monito di Wittgenstein: “non possiamo scrivere qualcosa di vero se non siamo veri”. Riportare la figura dell’intellettuale ad un suo più connaturato baricentro rendendogli la giusta attenzione, a partire dall’operato scientifico e politico, potrebbe essere un varco aperto da questo libro, poiché in queste condizioni, come Gargani stesso afferma, “non c’è da sorprendersi che fenomeni mafiosi si estendano all’ambito dell’organizzazione della cultura e del mondo accademico”

Il racconto ulteriore, a cura di Flavio Ermini,
Moretti e Vitali, 2006, 18€

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Festa del libro e delle culture italiane. 1-2-3 Febbraio a Parigi


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FESTA DEL LIBRO E DELLE CULTURE ITALIANE
PARIGI (MARAIS) 1, 2, 3 FEBBRAIO 2008
ESPACE DES BLANCS MANTEAUX
Con il Patrocinio dell’Università degli Studi del Salento

Da venerdì 1 a domenica 3 febbraio del 2008 si terrà a Parigi la “Prima Festa del Libro e delle Culture Italiane”. La Besa editrice, con il patrocinio dell’Università degli Studi del Salento, partecipa con un suo spazio nell’ambito della manifestazione francese proponendo la presentazione del volume “Danze di corteggiamento e di sfida nel mondo globalizzato” a cura di Eugenio Imbriani e Piero Fumarola,  alla presenza di due personaggi del calibro di Remi Hess e George Lapassade. Il momento di incontro sarà un’occasione di studio di grande rilievo, dove verranno affrontate questioni come danza, musica, tradizione, innovazione, e interazioni dinamiche tra le diverse diverse classi sociali, rispetto a questi fenomeni. Ci si soffermerà sulla figura dell’antropologo che è obbligato a interrogarsi sul senso dell’attesa, dell’ascolto, dove i corpi agenti dei danzatori, si analizzano, si delineano e infine si riallacciano in uno spazio mentale incrociato dove il mondo e le sue contraddizioni si riflettono grazie al supporto di una musica ricca e complessa e di una poesia incessantemente rinnovata, che trova le sue radici nella tradizione del nostro territorio.

L’appuntamento che si terrà domenica 3 dicembre alle 18,00 nella sala Eventi della Fiera in 48 rue vieille du Temple, avrà il titolo “Transe, danza, possessione e musica. Dal Tarantismo alle Danze di corteggiamento a cura di E. Imbriani e P. Fumarola (Besa editrice)”. Incontro dibattito con Remi Hess e George Lapassade, e proiezione del film “La Taranta” di Gianfranco Mingozzi con commento di Salvatore Quasimodo. La “Taranta” è un filmato accompagnato dal commento di Salvatore Quasimodo, che racconta le esperienze di un cineasta appassionato di antropologia. Per oltre vent’anni Gianfranco Mingozzi ha percorso le terre del Salento documentando per primo, nel 1961, con questo cortometraggio il fenomeno del tarantismo.

Introduce Stefano Donno
Scheda del volume

Danze di corteggiamento e di sfida nel mondo globalizzato, a cura di P. Fumarola e E. Imbriani (Nardò, Besa Editrice, 2006).

Nell’universo mobile e fluido della cultura si attuano processi di istituzionalizzazione e codificazione delle forme; ciò non avviene una volta per tutte, e non necessariamente in modo univoco. Il libro vuole indagare su queste dinamiche, riflettendo sui fenomeni della cultura popolare e, in particolare, sulla danza, e sui modi in cui agiscono le politiche nella determinazione dei percorsi e delle scelte destinati ad assumere rilevanza in una panorama che contempla varie possibilità. Chi stabilisce, allora, quali debbano essere i movimenti corretti della capoeira, della pizzica, della danza scherma o del tango, come mai, a lungo, il valzer è stato considerato pericoloso per la salute delle donne, in quali contesti sono stati fissati le norme e i significati del movimento rotatorio dei mistici sufi; e per quali motivi una manifestazione musicale come «La notte della taranta» è avviata a costituirsi in «fondazione»? Sono questi alcuni dei principali argomenti sviluppati sul piano storico come su quello etnografico e sociologico, in uno scenario multiforme e complesso che coniuga situazioni locali con quel che accade nel mondo.

PIETRO FUMAROLA insegna Sociologia delle religioni all’Università di Lecce. Le pratiche della transe e le culture dei movimenti giovanili sono al centro della sua riflessione, nel quadro teorico dell’analisi istituzionale e della ricerca azione.

EUGENIO IMBRIANI insegna Antropologia culturale all’Università di Lecce. Le sue ricerche riguardano particolarmente temi relativi al folklore, alla scrittura etnografica, ai processi di patrimonializzazione delle pratiche culturali.

Relatori coinvolti:

RÉMI HESS è professore presso l’Université de Paris VIII. Ha pubblicato opere di filosofia, sociologia, didattica, analisi delle istituzioni, antropologia della danza, occupandosi in particolare delle danze di coppia. In Italia sono usciti La pratica del diario (Besa, 2001) e Prodursi nella scrittura (Besa, 2005).

GEORGES LAPASSADE, nella sua lunga carriera, si è occupato delle culture nordafricane e afroamericane, con particolare interesse per i temi della transe e della possessione. Ha scritto testi teorici di analisi istituzionale, psico- ed etno-sociologia, contribuendo alla riflessione sulle modalità dell’inchiesta sul campo; ha indagato fenomeni di comunicazione e aggregazione, come l’hip hop. Da molti anni insegna all’Université Paris VIII.

Stefano Donno -  Classe 1975. Ha pubblicato la raccolta di poesie “Sturm and Pulp” (Lecce, 1998); “Edoardo De Candia, considerazioni inattuali” (Lecce, 1999); il romanzo “Se Hank avesse incontrato Anais” (Lecce, 1999); “Monologo – +” (Copertino, 2001); la raccolta di racconti “Sliding Zone (Lecce, 2002); il saggio “L’Altro Novecento – giovane letteratura salentina dal 2002 al 2004″ (Luca Pensa editore, 2004). Collabora con la cattedra di Scienza Politica dell’Università di Camerino.

Chi ha bisogno di Harry Potter?


Elisabetta Liguori
Chi ha bisogno di Harry Potter?

I nostri figli hanno bisogno delle fiabe oggi?
Da donna moderna quale aspiro ad essere, da donna che vuol sentirsi al passo coi tempi, da donna che spesso arranca e questo passo sincopato ancora non lo ha compreso del tutto, io me lo chiedo di frequente. E poi si fa presto a dire fiabe. Quali fiabe? Non tutte le fiabe sono uguali, questo è evidente, sebbene qualcosa le accomuni. E se è vero che certe narrazioni di genere antico sono e restano espressione del Senso dei popoli; se è vero che, come lo stesso Freud sosteneva a proposito dell’Interpretazione dei sogni, esiste un nesso forte tra la psiche degli uomini e le fiabe che l’affollano; se è vero che l’immaginazione fantastica è indotta, frustata o esaltata dal quotidiano, allora la risposta non può che essere positiva.
I nostri figli ne hanno bisogno.
Questa necessità è estendibile a tutte le fiabe del mondo? Vediamo di capirlo.
Io cerco il fantastico. Perché è poi questa la chiave per distinguere ancora oggi la Favola (quella che si limita a raccontare una storia più o meno bene, con una morale più o meno efficace), dalla Fiaba in senso stretto. Il fantastico appunto. Una dimensione dell’altrove impossibile, eppure verosimile. Vicina. E’ di quello stupore convincente che i nostri figli hanno bisogno. Ed io con loro. E tanti come noi. Questo spiegherebbe, almeno in parte, il fascino suggestivo ed il grande successo editoriale della letteratura fantasy, dalla scopa fumante di Harry Potter, all’armadio bidimensionale di Narnia, fino ai draghi sentimentali di Eragon.
Per questa stessa ragione sono lieta che Eliana Forcignanò, giovane giornalista leccese, abbia scelto di esordire in questi giorni con il suo “Fiabe come rondini” per Lupo editore e il Fondo Verri: una scelta che oggi mi appare coraggiosa, quanto necessaria. La scelta della via fantastica, appunto.
La vita delle madri (e dei padri) è spesso costellata di storie di tutti i tipi. Anch’io ne ho cercate e trovate a valanghe in questi ultimi anni, così che ora sono ovunque nella mia casa, aleggiano come spiriti, fuori e dentro i miei farfugliamenti materni, dimorano tutte insieme nella stanza nella quale io continuo a rifugiarmi coi miei bimbi al buio della sera per tentare di avvicinare, con più leggerezza, idee comuni e vaste come quella del futuro, della morte, del dubbio, dell’imperfezione. Ogni volta che al mattino mi avvicino ai letti dei miei cuccioli c’è sempre un sorcio parlante che mi dà il buongiorno, mentre un cavallo alato protesta perché è troppo presto. E persino i quaderni sbuffano nelle cartelle.
Forse anche Eliana vive in una stanza come la nostra. Anche lei, nelle sue storie, racconta di un sé, disperso e fluttuante in universi fantastici, unici e personali.
E lo fa come se avesse un occhio da vecchio e uno da bambino.
Ecco, secondo me, sono proprio così gli occhi dei veri narratori di fiabe. Due occhi opposti. Atemporali. Mi pare che questo abbiano fatto, e continuino a fare ancora oggi, tutti i raccontatori di fiabe: cogliere il mondo attraverso una specie di strabismo onirico e terrestre, così da descrivere le cose che sono state e che saranno, interpretandole secondo le regole di un universo che mai sarà. Non una capacità comune. Forse un difetto di percezione.
Eliana ha questo splendido difetto.
Otto fiabe per diventare adulti, le sue.
Tanti modi sono offerti agli uomini per crescere, la fiabe da sempre sono uno di questi. Una strada semplice ed incantevole in cui ogni piccolo eroe senza risposte può cimentarsi coi giganti e uscirne sorprendentemente vivo. Quasi una fede da costruire. Cosa altro c’è, a pensarci bene infatti, al fondo di tutte le religioni del mondo, se non un’ idea come questa? Cosa alla base di ogni forma di spiritualità? Cosa se non il fascino rassicurante di una fiaba per sopravvivere e cambiare? Uno stupore finalmente rassicurante? Il desiderio di soluzione, futuro, pacificazione, meraviglia? La terra di Non so, abilmente raccontata in una delle fiabe di Eliana dal titolo “Le tre bottiglie”, è espressione perfetta della dimensione ambientale e spirituale del Dubbio con la quale tutti, adulti e bambini, siamo oggi chiamati a confrontarci. In questa storia la maturità arriva non da un padre, da un maestro, da un codice, ma dal mare. La verità qui non è imposizione, violenza, guerra di potere o indottrinamento; è invece riconoscimento dei propri limiti, esercizio di modestia, lunga arrampicata solitaria.
Sono tutti così gli eroi di Eliana: imperfetti.
Il re che non ha risposte per i suoi sudditi, la bambina allergica alla virgola che non può andare a scuola, la fata brutta a cui nessuno dà credito, la donna esageratamente bella che ha paura di perdere la libertà, il sovrano che non sa amare, lo scienziato che non vuole uscire dal suo laboratorio per paura di vivere, l’inquieta Linda che vive in un mondo igienicamente protetto ma fa la pipì nel letto. E molti altri: imperfetti, ma instancabili.
In una società che vuole costruire uomini futuri assoluti, con un Io meravigliosamente gigantesco e cieco, all’interno di famiglie che nutrono i propri figli a pane e perfezione, prepararsi per tempo al fallimento, all’incertezza, accettarla in anticipo come possibilità potrebbe significare assicurarsi una dignitosa sopravvivenza futura, garantirsi un risparmio certo domani sul costo dello psichiatra.
Un risultato importante, io credo.
Ma allora torno a chiedermi: abbiamo bisogno di tutte le fiabe allo stesso modo?
A mio parere, quello che rende una fiaba diversa dalle altre è il fine. La capacità di creare un mondo per un fine. Se un racconto mira al potere, al successo personale, alla suggestione, non può che essere fonte di violenza o artificio, se invece punta alla Felicità, alla trasformazione e alle sue rondini strane, allora, è di certo una buona fiaba. In una delle storie di Eliana la Felicità è una donna malata, che se ne sta, sdraiata ed esanime, ai bordi della città in attesa di essere accolta e riconosciuta da qualcuno. Come tutte le donne, non è una matassa facile da sbrogliare. Una caso interessante ma complicato. Quella donna per guarire cerca l’autenticità dell’Essere. Un’autenticità senza altri fini, quella dimensione cioè concessa a volte solo alla poesia.
È quella Felicità il fine delle fiabe di Eliana. Il loro vanto fuori dal tempo.
È sorprendente, ma le fiabe di Eliana, pur non provenendo da antiche tradizioni popolari, raccontano quella ricerca lenta ed affannosa con la levità delle rondini migranti e il fardello dei secoli. Tra le sue pagine il futuro incontra il passato e si riempie di meraviglia e potenziali trasformazioni. Non si deve fare altro che restare ad ascoltare.

Fiabe come rondini, Eliana Forcignanò, Lupo Editore, p. 96, 2007

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Ci sono stati dei disordini. Luigi Milani


“È passato quasi un anno, ma se ne parla ancora, di quel triste giorno di luglio. Le polemiche non accennano ancora a placarsi. Ci sono state violenze spaventose, in quella città del nord. Un’esplosione di violenza collettiva, ha scritto un illustre commentatore di fatti politici. Molti hanno perso la testa, durante quegli scontri. Oggi leggo che i poliziotti che hanno trascinato fuori dall’ospedale alcuni feriti non dovranno preoccuparsi di nulla. Azioni giustificate dalla situazione, ha stabilito un’inchiesta.”

(da “Ci sono stati dei disordini”, di Luigi Milani)

Il racconto di Luigi Milani, che prende spunti dai fatti di Genova per la narrazione di una storia privata, è liberamente scaricabile da Lulu, se volete leggerlo potete trovarlo qui. Luigi Milani è anche autore di Rockstar, un romanzo, disponibile per l’acquisto su Lulu, nel quale la finzione e la realtà si mescolano ruotando attorno alla vicenda di Kurt Cobain. In “Ci sono stati dei disordini” una donna si trova improvvisamente a fare i conti con il proprio passato prossimo, in un momento di solitudine che gli fa ricordare che cosa è successo, a lei e al suo uomo, durante i fatti di Genova. Il metodo di approccio è simile a quello adottato da Milani nel suo Rockstar, quello cioè di affiancare una vicenda personale a una storia che invece è comune alla maggior parte di noi, nella fattispecie il dramma pubblico del G8. Di Rockstar colpiva la bravura nella rievocazione degli anni novanta, un periodo in cui chi si è trovato a vivere la fase adolescenziale tutto crede fuorché nel fatto che si sia trattato di un periodo oscuro. Il racconto scritto da Milani, ambientato un anno dopo i fatti del luglio 2001, si fa portatore di un messaggio chiaro: la memoria nel tempo e l’amore riescono a non vanificare un’esperienza di vita. Per quanto l’aspetto politico non lasci spazio alla crudezza e alla disillusione per ciò che è accaduto, soprattutto oggi la parola d’ordine è non dimenticare, affinché i ‘disordini’ cui fa accenno l’autore non diventino sinonimo di confusione delle responsabilità.

(Luciano Pagano)

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Luigi Milani è nato a Roma, dove vive e lavora. Scrive di musica e tecnologia da molti anni. In passato è stato coinvolto in fanzine e bbs fumettare, ha fatto il consulente informatico e curato testi di siti Web. In preda alla peggiore hubrys è giunto perfino a spacciarsi per sceneggiatore e consulente tecnico per una società di produzione cinematografica. Di recente si è macchiato di diversi crimini letterari: tra questi il romanzo “Rockstar” e alcuni racconti presenti nell’antologia “XII”, antologia di novelle scritte da dodici autori italiani indipendenti incontratisi in Rete. Fa parte della redazione della rivista letteraria “inutile”, alla quale dona periodicamente alcune perle letterarie di rara inutilità. Collabora con la e-zine letteraria Progetto Babele e il portale JuJol. È autore di un blog molto frequentato, “False Percezioni”. È socio del Gruppo XII.

La dimora dei luoghi. Mimmo Pesare


Libreria Icaro
I libri di Icaro

Incontri in libreria 2008

presentazione del volume

Martedì 29 gennaio 2007, ore 19.00
presso la saletta della Libreria Icaro
Via Liborio Romano

Mimmo Pesare
La dimora dei luoghi
Saggi sull’abitare tra filosofia e scienze sociali

Ed. I libri di Icaro, 2007
Collana “Scritture multimediali”

Discutono con l’autore

Laura Tundo
Direttrice del Dipartimento di Filosofia e Scienze Sociali, Università del Salento
Cristina Caiulo
Architetto, Responsabile regionale Sezione Italiana dell’Union Inter.le des Femmes Architectes (SIUIFA)

Introduce

Angelo Semeraro
Direttore della Collana “Scritture multimediali”

Si ringrazia quanti parteciperanno all’incontro
Il problema dell’abitare, oggi, si avvia a diventare un topos della contemporaneità: avvertire il luogo del proprio vissuto non è solo un tema delle discipline tecniche che studiano l’habitat urbano e domestico ma costituisce anche, e specialmente, una domanda fondamentale delle scienze filosofiche e psicologiche. Da sempre le modalità di residenza dell’uomo e i luoghi abitati sono simbolizzazioni e metafore del rapporto tra sé e il mondo.
I saggi raccolti nel libro, analizzando il concetto di abitare dal punto di vista teoretico della filosofia, della pedagogia, della psicoanalisi e dell’antropologia, tentano l’unificazione dei suoi significati lungo il crinale di una comune ermeneutica dell’abitare che vada nella direzione di una possibile koiné delle scienze sociali e lanciano la proposta secondo la quale sia possibile pensare tale concetto come “metafora attiva” per l’interpretazione dell’umano nel tempo del suo post.
Lo spazio abitativo della dimora rappresenta un’immagine incancellabile dell’animo umano, senza la quale la grammatica della vita affettiva avrebbe probabilmente una struttura completamente diversa e di conseguenza anche gli aspetti cognitivi dell’apprendimento e delle relazioni sociali ne sarebbero interessati. Da qui la convinzione che sia fondamentale “pensare” l’abitare, prima di “praticarlo”, all’interno di una circolarità del sapere e delle interpretazioni che suggerisce una fenomenologia dell’abitare come vero e proprio “sintomo dell’attualità”.

(in foto L’eremo di San Colombano)

27 Gennaio 2008. Il Giorno della Memoria della Shoah


0)

da rassegna.it

1) “Nell’anno centoquarantacinque, il quindici di Casleu il re innalzò sull’altare un idolo. Anche nelle città vicine di Giuda eressero altari e bruciarono incenso sulle porte delle case e nelle piazze. Stracciavano i libri della legge che riuscivano a trovare e li gettavano nel fuoco. Se qualcuno veniva trovato in possesso di una copia del libro dell’alleanza o ardiva obbedire alla legge, la sentenza del re lo condannava a morte. Con prepotenza trattavano gli Israeliti che venivano scoperti ogni mese nella città e specialmente al venticinque del mese, quando sacrificavano sull’ara che era sopra l’altare dei sacrifici. Mettevano a morte, secondo gli ordini, le donne che avevano fatto circoncidere i loro figli, con i bambini appesi al collo e con i familiari e quelli che li avevano circoncisi. Tuttavia molti in Israele si fecero forza e animo a vicenda per non mangiare cibi immondi e preferirono morire pur di non contaminarsi con quei cibi e non disonorare la santa alleanza; così appunto morirono. Sopra Israele fu così scatenata un’ira veramente grande.” (1 Maccabei, 1, 54-64)

 

2) “La memoria della memoria, questa espressione sembrerebbe una “battuta” assurda o uno slogan pubblicitario. E sarebbe davvero tale, se la memoria consistesse nell’apertura di un nostro archivio segreto (individuale o collettivo, poco importa) per riportarne alla luce informazioni preziose che la trascuratezza o, peggio, la volontà di dimenticare, avrebbero tentato di occultare.
Ma non è necessariamente così.La memoria è un possente strumento per capire e per rispondere alle sollecitazioni del presente. La guerra nei Balcani, il Medio Oriente in fiamme, il minacciato “scontro di civiltà” dimostrano che l’odio fra le genti e le stragi degli innocenti non sono una pura e semplice eredità di un passato sogno di incubi; e allora, alle nostre menti si affaccia la domanda angosciata: ma sarà sempre così, anzi, sempre più così?La risposta implicita che abbiamo dato a questa domanda fino a questo momento era di concludere che la Shoah fosse stata a tal punto mostruosa da risultare incomprensibile con i comuni strumenti della mente umana, che fosse stata, in una parola, “follia”, sia pure follia criminale: follia degli uomini, follia di un intero popolo, follia di Hitler. E, come tale, almeno per coloro che credono nella razionalità di fondo dello spirito umano, irripetibile. Tanto da giustificare l’autentico giuramento con il quale si concludevano tutte le nostre manifestazioni: “Mai più”.
Sentiamo però che questo modo di affrontare la memoria non è più sufficiente. Perché la nostra premessa non è scevra da critiche; la memoria non è, infatti, un supporto magnetico cui attingere dati ma è una funzione attiva della nostra mente, che sa in partenza a quale tipo di dati rivolgere la propria attenzione e quali, invece, trascurare; che sa in partenza quali sono i problemi che deve affrontare e, spesso, ha già formulato, se non proprio un giudizio definitivo, almeno delle ipotesi di risposta; e cerca “nella memorie” quei dati che possono confermare o respingere il giudizio stesso.Possiamo dunque indicare dei cosiddetti “valori” che sono in realtà giudizi dei quali siamo già forniti a priori e che orientano il nostro modo di scavare in profondità nella memoria? Certamente, sì.Il primo dei nostri valori si chiama civiltà ed esso significa il procedere del consorzio umano dalla legge del trionfo del più forte a quella del supporto per i più deboli, dalla soppressione del rivale o di quello che si ritiene possa soltanto chiedere alla società senza nulla dare, al principio della solidarietà. Il secondo valore significa valorizzare la varietà umana, la ricchezza delle “altre” culture, delle altre lingue, delle altre Fedi. Esso significa la libera circolazione delle idee, senza opporvi ostacoli, neppure economici.Il terzo valore, infine, indica il dialogo, il confronto, la trattativa, come unici strumenti che possono risolvere i contenziosi umani, proibendo, come reato, qualsiasi ricorso alla violenza.”Memoria” significa allora scavare nel passato in modo selettivo, per cercarvi non tanto le gesta degli eroi sui campi di battaglia quanto gli esempi di solidarietà e di cooperazione; esempi forse rimasti nell’ombra ma non per questo meno rilevanti, forse al contrario. È questa infine quella Memoria che può diventare uno strumento di fiducia nel domani. È questa che ci accingiamo a celebrare.”

Prof. Amos Luzzato
tratto dal sito
dell’
Unione delle Comunità Ebraiche Italiane
.
3) Documentazione per conoscere tratte da Olokaustos.org:
La legislazione tedesca contro gli ebrei, Le leggi razziali in Italia, Istruzioni per il concentramento e lo sterminio.

Nymphaea Armonyshow


Domenica 27 gennaio, 20.30
Nymphaea Armonyshow

Sprofonderei sin d’ora
nell’umida quiete
di quei boschi
specie nel sottobosco
ninfale che
bagnando nutre

(Rosemily Paticchio per Nimphaea)

Chiusura della mostra fotografica di Rossella Venezia
Visioni poetiche di Rosemily Paticchio
Performance di danza di Lea Venezia
Videoproiezione “Nimphaea”
________
Aperitivo
*****
NYMPHAEA, IL RITORNO ALLA NATURA
Domenica 27 gennaio alle 20.30, presso il Circoletto di Lecce in via delle Bombarde 13/b, nei pressi di Porta Napoli, si svolgerà la serata conclusiva della mostra di opere fotografiche di Rossella Venezia, risultato di un’originale esperienza fotografica, con espedienti digitali e tecniche che decantano tutta la naturalezza della corporeità femminile; un lavoro poliedrico che indirizza gli sguardi verso argomenti che oggi interessano tutto il mondo femminile e non solo.
Il messaggio prioritario che questo intervento vuole trasmettere coincide, infatti, con la riscoperta della vera naturale bellezza, che scaturisce principalmente dall’interiorità, e con l’esaltazione di un certo aspetto di leggiadria femminile che è del corpo ma soprattutto dell’anima. Ciò consente di sganciarsi dalla pesantezza dei soffocanti schemi mentali che tanto influenzano l’esistenza “sociale” di ognuno di noi. Solo in questo modo è possibile recuperare la piacevolezza dell’essere se stessi, e non falsi burattini di una società certamente molto difficile e complessa, che rende schiavi di un’immagine artificiosa. In particolare, si fa riferimento a problemi legati all’estetica, che spingono molte donne e adolescenti a situazioni d’insicurezza psicologica a causa della propria forma fisica, a volte con conseguenze drammatiche o persino fatali.
L’allestimento fotografico sarà accompagnato dalla performance di danza della danzatrice Lea Venezia, video-performance, e testi di poesia contemporanea a cura di Rosemily Paticchio.

Nymphaea

Rappresenta il ritorno alla natura, alla bellezza umana vera e propria.
Senza artificio alcuno…come un bozzolo che aspetta di divenire farfalla, come un girino che lentamente si trasforma si evolve come noi uomini.
Veniamo al mondo, crescendo subiamo metamorfosi, mostrando la nostra immagine, oggi alterata, migliorata, per renderla più gradevole agli occhi di chi l’osserva, per renderci conto poi che dura pochi istanti, il piacere della bellezza che diviene morboso quasi una malattia, ci si rende conto poi che non basta avere canoni prefissati, ma… il piacere d’essere se stessi per non sembrare falsi burattini di una società che ti rende schiavo dell’immagine, siamo uomini non oggetti che si ricostruisco, rimodellano, ma solo esseri umani.
….I bozzoli sfioriranno e avranno l’unicità della bellezza, unica, dissimile per ogni essere vivente.

Ettore Maggi. La flor más roja


Ettore Maggi
La flor más roja

A Gianni-san non piacciono le lame. Dice che sono da infami, e che quando hai una lama in mano, o un’arma qualsiasi, non sei più tu a usarla, ma è lei che ti usa. Gianni-san dice che quando hai una lama in mano puoi fare poco, sei troppo preso dalla volontà di colpire, e ti dimentichi che possono colpire te. Ti dimentichi che possono darti un calcio in un ginocchio, una bastonata, e buttarti giù.
Luciano ride, e dice che se avesse avuto una lama, a Verona, l’anno scorso, non andrebbe in giro con quel ricamo sulla faccia. Ma Gianni-san se ne frega, per lui non è un problema portare una cicatrice sulla faccia. Io credo che in fondo sia contento di averla.
Io ammiro Gianni-san, lui è il mistico del gruppo, infatti lo chiamiamo anche il Monaco. Gianni-san non beve e non fuma, e non mangia carne. Lo ammiro, però la lama ce l’ho, e anche Luciano e Roberto.
Roberto ha sempre anche il suo butterfly, e lo sa usare, lo fa girare in un modo assurdo, ma secondo lui il butterfly serve soprattutto per fare scena. Dice che è un’arma da camorristi, buona per spaventare e graffiare, oppure per ammazzare piantandolo di punta, ma non per combattere.
Io ho due coltelli, uno lo ha fatto mio padre, quando lavorava ancora alla raffineria. La lama proveniva da una valvola di scarico di un camion. Ci sapeva fare mio padre, se avesse fatto l’artigiano invece dell’operaio, chissà…
Ma il coltello di mio padre di solito lo tengo a casa.
Ci troviamo sempre nella nostra piazza, dietro il monumento. Questa è zona nostra. Abbiamo delimitato il territorio con le bombolette e con gli adesivi RedSkin e Sharp. L’altra sera al concerto della Banda Bassotti ne abbiamo presi altri. Io ho quelli con la stella rossa, Ama la musica odia il fascismo, e li ho attaccati anche a scuola ieri.
Mentre li attaccavo è passata la profe nuova, la supplente, quella che viene dal sud. Mi ha visto e ha sorriso. Mi piace, la profe nuova, ha i capelli neri, ricci e lunghi.
A volte la guardo, durante la lezione. Anzi, la guardavo, perché una volta mi ha detto di smetterla di fissarla, e io ho smesso, perché la rispetto. Non è come gli altri stronzi prof, lei è diversa. E poi è una compagna. Lo so, perché aveva la foto del Che sull’agenda.
Uno dei primi giorni mi ha visto la lama, avevo quella di mio padre. Non so perché, di solito non la porto in giro. E lei l’ha vista. Allora non la conoscevo ancora bene, la profe, e pensavo che fosse una stronza come quella che c’era prima, e quando ha visto la lama ho sorriso. Ma lei non si è spaventata. Allora ho capito che aveva le palle. E ho messo via la lama. Però poi lei un po’ di paura di me ce l’aveva lo stesso.
Tutti le dicevano che sono uno skinhead, e lei a vedermi rasato, con la Lonsdale e gli anfibi, mi credeva un bonehead, uno stronzo di skin fascio. Che poi adesso la Lonsdale la portano tutti i fighetti alternativi, ma comunque lei pensava che fossi un nazi di merda.
Un giorno ho visto che leggeva il diario del Che in Bolivia, e mi sono avvicinato.
Anch’io l’ho letto, profe.
Pensavo che fossi uno skinhead
, ha detto lei.
Sono uno skinhead, ho risposto.
Ho indicato le toppe sulle maniche del bomber. Da una parte RedSkin, dall’altra Sharp e Rash.
E lei mi ha chiesto RedSkin lo capisco, ma che significano Sharp e Rash?
Rash significa Red and Anarchist Skin Heads. Sharp invece significa Skin Heads Against Racial Prejudice. Skinheads antirazzisti, se preferisce.
Pensavo che gli skinheads fossero razzisti.
Quello sono i BoneHeads.
Pensavo che tutti gli skinheads fossero nazisti.
Lei crede a tutte le stronzate che dicono in televisione e sui giornali, profe?

Lei ha sorriso, e mi è piaciuto come lo ha fatto.
Hai ragione, ha detto.
Mi dispiace di averla spaventata, profe, quel giorno, con la lama.
Non mi sono spaventata. Quando insegnavo all’altro professionale, giravano coltelli più grossi.

Allora abbiamo iniziato a parlare tutti i giorni, e lei adesso mi presta un sacco di libri. Mi ha prestato di tutto, e di solito di notte resto un’ora a leggere i suoi libri. Quello che mi è piaciuto di più è Omaggio alla Catalogna, di Orwell, parla della rivoluzione spagnola, della guerra con i fascisti, degli scontri tra gli stalinisti e gli anarchici.
Quella parte l’ho capita un po’ meno, perché ci si sparava tra compagni invece di sparare ai fascisti? Ma non ho chiesto niente alla profe, e nemmeno a mio padre. Volevo chiederlo a Gianni-san, ma poi non ho detto niente nemmeno a lui. Alla profe perché non volevo sembrare ignorante, a mio padre perché non so mai se chiedergli qualcosa. A volte penso che mi consideri un coglione. Però mi ha fatto piacere quando mi ha regalato il coltello che aveva fatto. E quando è andato a parlare con la profe e lei gli ha parlato bene di me è rimasto sorpreso. Non ha detto niente, ma è rimasto sorpreso, lo so. Però era contento. Lo so, anche se non ha detto niente.
Una volta la profe mi ha prestato un libro di Hemingway. C’era un racconto che mi è piaciuto, La capitale del mondo. Parlava di un ragazzo spagnolo, un cameriere di Madrid, appassionato di tori e corride. Per scommessa con un altro cameriere, e per dimostrare di non aver paura, finge di essere un matador, con il grembiule, mentre il suo amico lo attacca con una sedia a cui ha legato due coltelli da cucina. La prima volta riesce a schivare, ma la seconda le lame lo feriscono e lui muore dissanguato. Ho raccontato la storia a Luciano, a Michele e a Roberto.
Roberto e Luciano dicono che loro avrebbero fatto lo stesso, invece Michele dice che quel ragazzo del racconto, Paco, era uno stronzo. Secondo lui non è stato coraggioso. Secondo lui solo un coglione muore così, squarciato da una lama legata a una sedia, fingendo di essere un torero.
Stasera, abbiamo trovato una scritta, sul muro di fronte alla nostra panchina: Milanese infame per te ci sono le lame. Sotto c’era un fascio.
A noi non piacciono i milanesi, soprattutto quegli stronzi fighetti che vengono nelle nostre spiagge d’estate, con le moto e le macchine. Però non ci piace nemmeno che qualcuno faccia delle scritte nella nostra zona. Abbiamo cancellato il fascio, ma la scritta abbiamo deciso di lasciarla, anche se Luciano non era d’accordo. Luciano dice che sa chi è stato, a scriverla. Ci sono dei boneheads che frequentano un pub, qua vicino.
Il loro capo è Lupo, uno skin alto e tosto. Pare che lui e Gianni-san fossero amici da ragazzini.
Luciano dice che dovremmo andare a cercarli e fargliela cancellare.
A me sembra una stronzata e gli altri sono d’accordo con me.
Siete tutti senza palle, dice Luciano.
È una stronzata, ripete Gianni-san.
Tu lo dici perché non vuoi metterti contro Lupo, dice Luciano. Lo sappiamo tutti che siete amici. Guardiamo Gianni-san.
Non siamo più amici. Però lo rispetto.
Ma lui è venuto qui a fare quella scritta.
Che cazzo ne sai che è stato lui?
Se non è stato lui, sarà uno dei suoi.
Appunto.
Va bene. Tu non vuoi metterti contro Lupo. Ma voi? Voi siete dei conigli,
dice Luciano.
Vattene a ‘fanculo, dice Michele.
Ci vado anche da solo, dice Luciano.
Tu sei fuori.
Tu invece sei un coniglio.
‘Fanculo. Non devo dimostrarti niente,
dice Michele.
Luciano ci guarda e se ne va. Siete tutti senza palle, grida.
Noi restiamo in silenzio e guardiamo Gianni-san.
Gianni-san è un mito, per me. È il più grande di noi, lavora insieme a Roberto in un magazzino di frigoriferi. Una volta il direttore del magazzino aveva cacciato via una ragazza, e lì sapevano tutti perché. Il direttore le aveva messo le mani sul culo e lei lo aveva preso a schiaffi.
La settimana dopo Gianni-san e Roberto lo hanno aspettato sotto casa, con i caschi integrali. Lo hanno aspettato nel portone, e quando lui è uscito dalla macchina non hanno perso tempo. Calci e pugni da rompergli le costole e il naso. Poi mentre Gianni-san lo teneva, Roberto ha tirato fuori la lama. Lo stronzo si è pisciato addosso, e Roberto gli ha lasciato un ricordo sulla faccia.
Così quando si guarda allo specchio se lo ricorda, dice Roberto, quando lo racconta. Gianni-san invece non dice niente. Sorride, e basta.
Entro a casa, vedo la luce dalla cucina. Mio padre sta guardando la televisione, e bestemmia. Mio padre bestemmia sempre quando guarda la televisione. Lo saluto e lui si volta e mi guarda, poi guarda l’orologio, e bestemmia.
Entro in camera, mi sdraio sul letto e guardo il coltello che ha fatto mio padre. Lo apro e guardo la lama. Lo tengo sempre qua vicino al letto, e lo guardo spesso. La settimana scorsa mio padre è entrato in camera e l’ha visto. Mi ha guardato e mi ha chiesto come andava la scuola, ma ha continuato a guardare il coltello.
Bene, gli ho detto. E al lavoro, come va?
Bene
, mi ha detto, ma so che non era vero. So che vogliono chiudere la fabbrica, anche se lui non ne ha mai parlato.
Poi mi ha chiesto perché tenevo lì il coltello, aperto, come se lo dovessi usare. Ho alzato le spalle. Non sapevo cosa dire, e anche lui è stato zitto.
Lascio il coltello aperto e prendo il libro che mi ha prestato la profe. È un altro libro di Hemingway, Per chi suona la campana. Mi piace, parla della guerra di Spagna anche questo, come quello di Orwell. Alla fine del libro Robert Jordan, l’inglés, come lo chiamano i suoi compagni spagnoli, rimane ferito e protegge la fuga degli altri.
Era tosto, l’inglés, un vero duro. Se vuoi essere rispettato, devi essere duro. Il problema è che se vuoi essere duro, lo devi essere sempre. Questo è più difficile.
Anche la profe è dura. Non si è spaventata quando ha visto la lama. Secondo me un po’ di paura ce l’aveva, ma se la è tenuta dentro. Essere duri è questo, non serve portare una lama in tasca.
A scuola oggi non c’era la profe. Dicono che è malata. Mi dispiace che stia male, e poi avrei voluto vederla, oggi, e parlare con lei. Lei è l’unica profe con cui riesco a parlare. Volevo anche restituirle il libro di Hemingway. Nell’intervallo vedo Michele, e mi viene da chiamarlo Miguel. Sarà che ho letto tutti quei nomi spagnoli. Miguel mi dice che Luciano ieri è andato nel pub dei boneheads.
Che cazzo dici?
Ti dico di sì. Ha rubato un bomber, e dentro c’era una lama.

Andiamo a cercare Luciano. Ha un bomber verde militare con lo scudetto italiano sulla manica destra. Sulla sinistra c’è uno strappo.
C’era una svastica. Quella l’ho tolta e l’ho buttata nel cesso, dice Luciano.
Miguel mi ha detto che c’era una lama, dentro.
Chi cazzo è Miguel?
Lui
, dico indicando Michele.
Luciano mi fissa come se fossi pazzo, poi si guarda in giro e mette una mano in tasca.
Eccolo, dice.
La lama scatta e brilla al sole.
Non si può più dormire, la luna è rossa, rossa di violenza, bisogna piangere i sogni per capire. Non ricordo come continua la canzone, la cantava la Banda Bassotti al concerto, ieri sera, questa canzone, ma non la ricordo tutta.
Sono tosti, quelli della Banda. Romanacci, ma tosti, compagni di quelli duri. I romani non mi piacciono molto, una volta ho conosciuto una ragazza, una che ha lo stesso nome di quel regista romano. Era una stronza, una che se la tirava da alternativa impegnata, ma era una stronza, e poi faceva l’intellettuale, con tutti i suoi amici alternativi ed era più ignorante di me. Invece quelli della Banda Bassotti sono muratori, mica fighetti alternativi che se la tirano da intellettuali, loro fanno i muratori, Avanzi di cantiere, come dicono loro.
Al concerto siamo andati tutti. Io, Gianni-san, Miguel, Luciano e Roberto. Era bello, eravamo tutti compagni, un sacco di skin. In realtà non tutti erano skin, ma stavamo tutti insieme, bevevamo tutti insieme e ballavamo tutti insieme, e non c’è stato nessun casino e quando la Banda ha attaccato Ska Against Racism cantavamo tutti Di che colore è la rabbia che corre dentro le vene, un rosso sangue che ad ogni battito griderà sempre più forte Ska Against Racism!
Mi piace andare ai concerti. Mi piace ballare lo ska. Una volta ho sognato che ballavo a un concerto, suonavano tutti gruppi ska, tutti gruppi tosti, c’era anche la Banda. C’erano tutti i miei amici e c’era anche la profe, e ballava con me.
Chissà come riderà, quando glielo dirò. Riderà, però a me piacerebbe davvero ballare lo ska con lei.
C’era anche un’altra canzone che cantava la Banda, la cantavano in spagnolo, El Quinto Regimiento, una canzone della guerra civile spagnola, e a me mi sono tornati in mente i libri che mi ha prestato la profe, e pensavo a Robert Jordan e a El Sordo, a Pablo e a Pilar, pensavo a Maria, e cantavo Anda Jaleo Jaleo, suena la ametralladora, y el cabrón se va a paseo, e pensavo di assaltare il ponte e mi vedevo ferito, e dicevo agli altri di scappare e sparavo con la mitragliatrice e cantavo Con el quinto, el quinto, el quinto regimiento, madre yo me voy al frente, para la linea de fuego.
Oggi sono stato in biblioteca. Quando sono entrato mi hanno guardato male, c’era la tipa che abita vicino a casa mia, mi ha chiesto se avevo bisogno di qualcosa. Gli ho detto che volevo fare la tessera. Mi ha guardato come se non capisse, allora l’ho ripetuto e lei ha continuato a guardarmi, ma non si è mossa. Stavo per incazzarmi, stavo per dirle Che cazzo vuoi, stronza, non sono degno della tua tessera di merda?
Poi è arrivata un’altra tipa, una vecchia, gentile, mi ha fatto lei la tessera.
Le ho chiesto quanto costava e lei ha sorriso e ha detto Niente, ragazzo, la tessera è gratuita.
Allora le ho chiesto se avevano libri di Fenoglio. Ce ne ha parlato la profe a scuola, e volevo leggere qualcosa. Fenoglio era uno con le palle, ha fatto il partigiano, ha combattuto contro i fascisti. La vecchia gentile mi ha detto che avevano Il partigiano Johnny, La malora e La paga del sabato.
Non sapevo cosa prendere, allora lei mi ha detto Per iniziare leggi La paga del sabato.
Di che cosa parla?, le ho chiesto.
Di un ex partigiano che dopo la guerra diventa un contrabbandiere.
La storia mi piaceva. L’ho preso in mano, e l’ho sfogliato. Poi ho sorriso.
Che c’è? mi ha detto.
Credo che mi piacerà. Il protagonista si chiama Ettore. Si chiama come me, ho detto e la vecchia gentile ha sorriso.
È un bel nome Ettore, ha detto.
La luna stasera è davvero rossa. Miguel è seduto accanto a me nella panchina, Luciano beve una birra. Stasera la lama l’ho lasciata a casa. Abbiamo visto una macchina delle Giacche Blu girare attorno alla piazza, e Gianni-san e Roberto sono andati via. Torneranno più tardi, forse. Ma vorrei che fossero già qui quando vedo i boneheads.
Non sono tanti, solo tre, ma dall’aria dura. Uno si fa avanti. È impossibile non riconoscerlo, è Lupo. Gli altri restano dietro, ci guardano e sorrido. Si sentono sicuri dietro Lupo.
Dov’è Gianni?, dice, e la sua voce è bassa, calma.
Luciano si alza, si pianta davanti a loro, non troppo vicino, e lo guarda.
Non c’è. Che vuoi da lui?
Lo sai quello che voglio.
Gianni non c’entra. Ce l’ho io la lama.
Allora dammela, e finisce lì.

Luciano ci guarda. Miguel annuisce. Io anche. Ma capisco che non può cedere così.
Adesso è mia, dice Luciano. Che mi dài in cambio?
I due boneheads dietro Lupo ridacchiano.
Che figlio di puttana.
Ti ha fregato la lama e vuole anche qualcosa in cambio, Lupo.
Spaccagli il culo, Lupo. Spaccagli il culo a quel rosso di merda.
Rotto in culo bastardo.

Lupo dice ai suoi di stare zitti, ma nemmeno lui può cedere. Luciano risponde agli insulti. Miguel mi guarda. Sta sudando.
Dove cazzo sono Gianni-san e Roberto? Roberto con i suoi nunchaku e il butterfly, Gianni-san con la sua forza.
Lupo si lancia contro Luciano. Uno dei boneheads viene verso di me. È della mia taglia, basso e tozzo. Mi slaccio la cintura e la faccio roteare. Lo colpisco sull’orecchio, ma lui non sente niente. E tira fuori la lama.
Allora ho paura. Mollo la cintura e indietreggio. Miguel si gira e mi guarda, e si prende un cazzotto, ma anche lui sembra non sentirlo, poi finisce a terra e prende calci e pugni dai due boneheads.
Miguel continua a guardarmi. Io indietreggio ancora, poi scappo.
Gianni-san e Roberto sono davanti al portone di casa. Fumano e mi guardano. Sì, guardano me. Perché mi guardano? Perché mi guardano così?
Che cazzo è successo, dice Roberto.
Niente. Non è successo niente.
Non dire stronzate. Che cazzo è successo?
Niente
, ripeto. Non è successo…
Poi vedo gli occhi di Gianni-san. Merda. Perché mi guarda così?
I boneheads… riesco a dire. I boneheads. Lupo e altri due.
Roberto getta la sigaretta e inizia a correre. Gianni-san continua a guardarmi. Non dice niente, non parla, ma i suoi occhi sì. Dicono che sono un coniglio. Dicono che sono un infame. Poi inizia a correre anche lui.
Allora resto solo. Non voglio restare solo. Corro, e mi manca il fiato, le gambe sono di legno, la gola brucia, ma arrivo fino alla piazza.
Miguel e Luciano sono a terra, pestati a sangue. Gli hanno portato via bomber e anfibi. Sentiamo una sirena e arrivano sbirri e ambulanza, ma le Giacche Blu non ci vedono, così possiamo allontanarci.
In silenzio, perché Roberto e Gianni-san non parlano. Ma so cosa stanno pensando. Roberto prende nunchaku e lama, infila il casco, sale sulla vespa dietro a Gianni-san. Io non esisto più, per loro, sono diventato invisibile.
Mi siedo e li guardo mentre si allontanano.
Se va lo mejor de España, la flor más roja del pueblo.
Penso a Robert Jordan. Poi mi alzo e li seguo. Sono scomparsi, ma so dove stanno andando. Li seguo, e inizio a cantare.
Con el quinto, el quinto, el quinto, con el quinto regimiento, madre yo me voy al frente, para la linea de fuego.
Arrivo davanti al pub, Gianni-san e Roberto sono già dentro. Suena la ametralladora, inglés?
Una ragazza urla. I boneheads sono tanti, troppi, ma noi non abbiamo paura, noi siamo lo mejor de España, la flor más roja del pueblo.
Lupo è davanti ai suoi. Guarda Gianni-san, ma non si muove, e nemmeno Gianni-san si muove.
Io cerco di avvicinarmi ai miei amici, alla flor más roja del pueblo, ma un nazi viene verso di me, Anda Jaleo Jaleo, suena la ametralladora. Gli spacco una sedia sulla testa, poi lo prendo a calci, y el cabrón se va a paseo, afferro un’altra sedia e cerco di raggiungere i miei amici, la flor más roja, ma un altro bonehead mi scaraventa contro un tavolo. Urlo, ma non per il dolore, poi mi rialzo, e lui tira fuori una lama.
Gianni-san mi guarda, poi guarda lui, poi me. La mia lama, quella che mi ha regalato mio padre è sul comodino, l’altra chissà dove.
Il bonehead è davanti a me, ma non si avvicina. Se avessi portato la lama di mio padre, adesso la tirerei fuori. Gianni-san mi guarda ancora, tutti ci guardano adesso. Sono fermi e ci guardano. Perché ci guardano così?
Il bonehead continua a guardarmi senza muoversi. Suda, ha la faccia bianca.
Avanti, urlo, dài, vieni! Vieni, cabrón!
Anche i suoi amici lo guardano, lo stanno guardando come Gianni-san e Roberto guardano me. Poi vedo la gamba di legno della sedia che ho sfasciato prima e la prendo. Gianni-san mi ha insegnato a usare i bastoni.
Vieni!, urlo ancora al bonehead, Vieni, cabrón!, ma lui resta fermo. Mi lancio verso di lui, lui si muove e allora lo sento. Sento il freddo del metallo. Sento lo squarcio, lo vedo, e vedo la faccia del bonehead che diventa ancora più bianca e la lama cade a terra.
Uno di loro urla Che cazzo hai fatto? Poi scappano, scappano tutti, anche Roberto. Lupo si ferma un attimo sulla porta, si volta, mi guarda, scuote la testa, poi guarda Gianni-san, ed esce.
Gianni-san è rimasto, si inginocchia vicino a me, e si sporca di sangue anche lui, e mi chiede se mi fa male.
Non mi fa male, non tanto, credevo che uno squarcio così facesse più male. Poi penso al libro della profe. Come faccio, adesso? Si incazzerà se non le restituisco il libro, non me ne porterà altri, e magari non parlerà più con me. E anche la vecchia gentile della biblioteca.
Diglielo, alla profe, che glielo restituisco…
Gianni-san mi guarda, ma non dice niente, o forse sono io che non riesco a sentirlo. Chissà cosa pensa di me, adesso.
Chissà cosa penserà di me Miguel. Chissà se penserà che sono un coglione come Paco o un duro come Robert Jordan.
Chissà cosa penserà di me la profe.
Chissà cosa penserà mio padre.
Chiudo gli occhi e inizio a cantare, la voce mi manca, ma mi sforzo, Anda Jaleo Jaleo, suena la ametralladora, e Gianni-san canta con me, y el cabrón se va a paseo, y el cabrón se va a paseo.

pubblicato su concessione dell’autore
il racconto è tratto da “Il gioco dell’inferno”
di prossima uscita per Besa Editrice

ETTORE MAGGI
è nato a Cagliari da padre genovese e madre sarda, e ha quasi sempre vissuto a Sestri Ponente (Genova). Lavora come tecnico di laboratorio precario nella ricerca scientifica da dodici anni. Attualmente lavora a Milano.

Nel 2003 ha vinto la sezione giovani del Premio Letterario Teramo 2003, presieduto da Walter Pedullà. È presente in diverse antologie di vari editori quali Addictions, Carabà, Ed. Terzo Millennio, Sonzogno e Mondadori (“L’uomo nel cerchio”, “La donna nel ritratto”, “Brividi neri”, “Non siamo stati noi. Racconti sul G8″, “Passi nel delirio”, “Fez, struzzi e manganelli”, “Professional Gun”), sarà ospite anche dell’antologia “Anime nere 2″ di prossima uscita con Mondadori. Ha pubblicato un racconto sull’Agenda FNAC 2004 (insieme a C. Lucarelli, A. G. Pinketts, Alan D. Altieri, Alessandra C. e altri autori). Ha tradotto per la casa editrice Alacrán i romanzi Whiskey Sour di J. A. Konrath (2007), Corpus Delicti (2007) di Andreu Martín, Cronache di Madrid in nero (2007) di Juan Madrid. Collabora attualmente con la rivista letteraria M-Rivista del Mistero, con Sonzogno e con la casa editrice Alacrán di Milano. Ha pubblicato su Addictions, Il Foglio Letterario, M-Rivista del Mistero, Cronaca Vera, Confidenze, Il Segnalibro. Ha collaborato con la rivista AltroQuando-ArtVillageMagazine di Bologna nel 1999-2000.
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Attore Opera Viva. Dal 31 gennaio a Lecce.


Associazione Culturale
FondoVerri/TeatroBlitz

Il TeatroBlitz/Fondo Verri riprende il lavoro sulla formazione dell’attore.
Riaprono le iscrizioni per partecipare al Laboratorio Teatrale“Attore Opera Viva”, diretto dall’attore-regista Piero Rapanà e promosso dal TeatroBlitz/Fondo Verri. Il corso è rivolto ad un massimo di 10 partecipanti che vogliano avvicinarsi al mestiere dell’attore in un lavoro pratico sulle tecniche e i modi del fare teatrale. Un percorso di ricerca e sviluppo delle capacità espressive, percettive e creative del proprio essere corpo/voce, per acquisire gli strumenti necessari per creare la propria “opera”, avvicinarsi ad essere ” autore/attore”. Dal gesto al movimento, dal respiro al canto, dal silenzio alla parola, dall’idea alla costruzione , un lavoro sull’ascolto, sulla percezione e scoperta delle capacità fisiche-sensoriali, e un approccio alla dizione, drammatizzazione, recitazione e messa in scena, queste le materie di lavoro per 4 mesi di laboratorio

Il corso avrà inizio il 31 Gennaio, con frequenza bisettimanale ogni martedì e giovedì dalle 19,30 alle 22.00.
Le adesioni per partecipare al laboratorio sono aperte sino al 30 Gennaio e devono essere comunicate al n° 0832.304522 o fondoverri@tiscali.it.

TeatroBlitz/FONDO VERRI
Via S. Maria Del Paradiso n.8 Lecce
telefax 0832.304522 fondoverri@tiscalinet.it

Incipit


Luciano Pagano
Incipit

Dal profondo della terra preme
Nelle vene il sangue
Di padre di madre ogni globulo chiede
Che io ami in eccesso
Sia il bene assoluto che assolve
Per ciò che avete fatto di ciò che non avete fatto
Delle cose visibili in quelle invisibili
Delle cose buone e di quelle ingiuste
Grido che stridulo rende secco
Il rumore della finestra alluminio roveto
In estasi di serrande di serrande un giorno
Hai udito il tuono.

La lettera al padre
Miniata da Kafka pure iniziava
Con queste parole: “Caro Papà”.

(in foto Guglielmo Malato, Famiglia)

Il "teatro totale" di Alfio Petrini


Enrico Pietrangeli
su “Teatro totale” di Alfio Petrini

Titivillus, diavoletto dello spettacolo, si manifesta rendendo fruibili idee integre dalla censura di “monaci medioevali” ed accoglie questo saggio di Petrini nella sua collana Altre visioni, dove prendono forma ulteriori spunti per la didattica del settore. Teatro totale è sintesi e strumento di ricerca, momento d’intersezione delle arti e, al contempo, uno scorcio rinascimentale, prospettiva verso il più antico e connaturato varco predisposto a sincretismi e sinestesie, una pluralità del linguaggio che non può rinnegare le origini, per ricalcare più direttamente il pensiero dell’autore. Quella del teatro totale è, in ogni caso, un’esperienza che vede coinvolto Petrini in un lungo percorso, di cui compare a tergo del libro quella relativa al primo convegno internazionale svoltosi a Roma nello scorso 2001. Attore, regista, drammaturgo, critico e redattore della rivista INscena, l’autore, in questo libro, si avvale dell’introduzione di Giancarlo Sammartano, empatica e gradevolmente romantica nel rivendicare attraverso la scena “un volontario destino”; forse un po’ più riduttiva nel rilevare le vesti di un “apprendista proletario che si fa maestro aristocratico”, un interessante spunto di dibattito s’intravede comunque nella chiusa: “salutare con-fusione di Teatro e Vita”. Petrini guarda alla ricerca senza mai perdere di vista la tradizione, fintanto da ravvisare “una necessità sociale” nella “pluralità del teatro”. “L’unità nella diversità” è il dogma che ne scaturisce. Nel complesso, risulta essere un ottimo compendio generale, sviluppato con pathos e tesi originali che tendono a personalizzarne la fattura. Ripercorrendo le varie strutturazioni del teatro, si approda in maniera più incisiva verso le avanguardie ed il teatro futurista, profondamente rivalutato attraverso la figura di Marinetti, sul quale il silenzio imposto viene additato come preconcetto ideologico sul giudizio artistico. Il paragrafo iniziale dedicato al teatro totale evidenzia subito una prima grande figura, quella di Wagner, il teorizzatore, ma anche quella di Artaud ed il suo “doppio” prende subito consistenza come un inevitabile punto di riferimento per l’intero argomento trattato. Naturalmente sia Stanislavskij che Grotowski sono imprescindibili come eredità del teatro più moderno. Grande rilevanza è riservata alla poesia o meglio a quel “valore aggiunto” inteso a sottolineare che teatro e parole sono strettamente vincolate alla corporeità dell’azione, “parola del non detto”. Se “l’opera d’arte esiste nel suo divenire”, il regista non può far altro che tradirla per amore ed è un “fare poetico” che racchiude il “favoloso possibile” a ricondurlo al nulla, ovvero allo “spazio della creazione”. Beckett e Shakespeare sono quei “cattivi pensieri” indispensabili per scavare oltre e specchiarci nelle nostre eresie barbariche, tasselli pressoché fondamentali nell’espressione della totalità. Un attento sguardo è rivolto alla panoramica delle tecnologie digitali, alla multimedialità ma anche all’intermedialità passando per la pop art, la performance, l’happening e quant’altro ancora fino a reinventare “le regole della visione e della percezione”. Da Fluxus, John Cage e gli anni Sessanta alla più prossima generazione degli anni Novanta, così variegata e composita, sino a quel nuovo teatro che ha tentato di forzare verso un “ritmo cinematografico o da videoclip” giungendo, infine, alle forme cosiddette estreme o eXtreme, quelle dove la crudeltà è esplicita nelle ferite come nel dolore teatralizzati nella live art. Il paragrafo de L’attore me stesso conclude il tutto in un personale riepilogo della diretta esperienza dell’autore che poi è divenuto anche “maestro”. Teatro totale, ovvero la vita e tutte le sue sfumature che, abbattendo la barriera della scena, nel Novecento finiscono col coinvolgere il pubblico in prima persona. Che il teatro si possa confondere nella vita e viceversa, del resto, è cosa ben più remota. Il punto è determinare un’etica che, indubbiamente, è più facilmente accertabile nella rappresentazione, piuttosto che nella confusione. Magari anche in questo caso, perché no, nasce l’esigenza di una “fusione” con quanto l’autore vuole addurre alla luce come indispensabile aspettativa della vita.

Teatro totale, Alfio Petrini , Titivillus, 2006, 14€

questo intervento è comparso
su “Le reti di Dedalus” del mese di gennaio 2008

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Stefano De Matteis e l'editoria nel Sud. Intervista di Andrea Di Consoli


Dopo quasi un anno di fermo (il tempo di cambiare promotore, e aumentare il numero delle uscite) “L’ancora del Mediterraneo” e “Cargo“, le sigle editoriali napoletane, tra le principali del Sud, tornano fra qualche giorno in libreria. Dopo aver fatto esordire scrittori come Saviano, Pascale, Lucente e Zaccuri, e dopo aver pubblicato libri di Berardinelli, Naldini, Cederna, Fofi e Niola, si prevede un anno molto ricco per la piccola casa editrice campana.
Il direttore e fondatore delle sigle è Stefano De Matteis, nato nel 1954 a Napoli e formatosi, sin dal 1977, a Milano, lavorando da Feltrinelli, da Garzanti e, dal 1985 al 1992, con Mario Spagnol della Longanesi.
Nel 1992 De Matteis decise di ritornare a Napoli, dove prima ha fondato una rivista con Gustav Herling (“Dove sta Zazà”), poi ha collaborato a “Il mulino” e alla pugliese “Argo”, fino a fondare, nel 1999, “L’ancora del Mediterraneo” (“Cargo” nascerà, da una costola de “L’ancora”, nel 2005).

De Matteis, perché nel Sud Italia non è mai nata un’editoria forte, a carattere industriale?
Primo, perché al Sud non c’è mai stata una vera imprenditoria di mercato. Secondo, perché l’editoria non è mai stata vista come un’attività remunerativa, ma semplicemente come qualcosa che rientrava nei lussi dell’assistenza istituzionale. Quindi non si è mai costituita un’imprenditoria che lavorasse sulla cultura. Non a caso a Napoli c’è San Biagio dei librai, invece non esiste un San Biagio degli editori. La storia editoriale meridionale è soprattutto una storia di tipografie e di librai.

Quali sono, a suo avviso, le principali sigle editoriali del Sud?
Ovviamente “Laterza” e “Sellerio”.

Può l’editoria di progetto avere un legame forte con il proprio tempo?
Certo che può, sia per quel che riguarda L’Italia, sia per il Sud in particolare. Noi, per esempio, abbiamo anticipato quello che poi è capitato a Scampia, oppure il problema dell’immondizia.

Quali sono i principali problemi della piccola editoria di progetto?
Il problema principale della piccola editoria è saper creare un rapporto diretto con il lettore, nel senso che c’è un rapporto difettoso con i lettori, che adesso sta migliorando tramite internet, ma siamo il paese che spende meno su internet, perché non c’è un rapporto fiduciario con questo strumento e con le carte di credito. E poi c’è stato un grande cambiamento in libreria. Le librerie “grandi spazi”, come tutti sanno, smerciano soprattutto i famosi “non libri” per il famoso “non pubblico”.

Cosa significa fare l’editore a Napoli?
La difficoltà è questa: se tu apri un’impresa al Nord, le banche ti guardano come una persona interessante; se tu apri un’impresa al Sud, le banche ti guardano come un “mariuolo”. Noi abbiamo iniziato con capitali privati, non ci siamo mai seduti a nessun tavolo politico o di spartizione culturale, non abbiamo mai voluto nessun vantaggio dalle istituzioni e dall’università. Questa scelta ci è costata molto cara. Solo quest’anno, per la prima volta, faremo un accordo con la Regione Campania, perché pubblicheremo “Questa corte condanna. Spartacus, il processo al clan dei casalesi”, libro a cura di Maurizio Braucci e Marcello Anselmo. In questo caso l’accordo con la Regione è stato interessante, perché permetterà di distribuire il libro nelle scuole, dove verrà fatto un lavoro capillare sull’educazione alla legalità.

Il pubblico dei lettori è peggiorato in questi ultimi anni?
Assolutamente no. C’è stata però una forbice che si è molto divaricata tra quelli che leggono molto e quelli che leggono un solo libro all’anno.

I promotori hanno una grande responsabilità?
E certo che ce l’hanno, perché devono posizionare bene i libri, fare un braccio di ferro con il libraio, sempre meno motivato. Il libraio purtroppo non è più il consulente dei lettori, ma è uno che riempie le schede e sposta i libri. Un tempo il libraio consigliava, era una figura di riferimento per l’editore. Oggi, con la rotazione che c’è, i librai fanno solo lo spelling sul computer per vedere se un libro c’è o non c’è.

La piccola editoria è anche un luogo di improvvisati e di cialtroni?
Sicuramente. Ci sono alcuni come me che vengono dall’editoria “pura”, e molti che usano il surplus dei loro guadagni, fatti in altro modo, decurtandoli dalle tasse, e li investono in piccole case editrici. Mantengono quindi in vita una struttura dove non c’è un progetto forte. Se si prende invece Fanucci, e/o, Donzelli, e via a scendere fino a “L’ancora”, c’è un’identità tra imprenditore, ideatore e sistema editoriale. In molti casi, invece, c’è un’estraneità completa.

Ci sono anche speculazioni?
Penso proprio di sì. Ci sono situazioni dove si fanno grossi investimenti, non sempre trasparenti, per costruire marchi che possano funzionare a livello di mercato.

Quali sono le caratteristiche di un’editoria indipendente di progetto?
L’editoria di progetto costruisce un percorso sui tempi lunghi. L’editoria di speculazione, invece, è fatta di improvvisazioni che lasciano ben poco. C’è una tempistica che è completamente diversa, quando fai un’editoria di progetto, perché ti costringi ogni giorno a immaginare il futuro.

E’ rilevante l’editoria a pagamento? E come la giudica?
Purtroppo credo che sia molto rilevante, soprattutto quella che si appoggia all’università, in specie al Sud. Questo tipo di editoria, al di là di qualsiasi ragionamento etico e culturale, non mi piace per due motivi: primo, perché si crea una ridondanza di mercato, perché s’intasano le librerie con prodotti mediocri; secondo, perché si creano una miriade di sigle editoriali senza nessuna credibilità.

Chi sono i nemici dell’editoria di progetto?
I nemici sono tutti quelli che fanno non libri, non cultura, e che non insegnano a leggere. Il vero nemico, come suole dirsi, è la moneta falsa.

Quali sono le differenze tra “Cargo” e “L’ancora del Mediterraneo”?
“Cargo” è un marchio nuovo nato nel 2005. Fino ad ora vi abbiamo pubblicato 15 titoli (tra gli altri, Arenas, Grass, Goytisolo), mentre solo nel 2008 ne faremo altri 15. “Cargo” pubblica esclusivamente narrativa straniera, e la direttrice editoriale è Milena Ciccimarra. “L’ancora del Mediterraneo” manterrà la collana “Le gomene”, che pubblicherà libri di attualità e pamphlet, la collana “Odisseo”, che farà gli esordienti e i narratori italiani, e “Gli alberi”, che sarà la collana della saggistica “pura”.

Ci dica alcuni titoli in uscita.
Per “Cargo” è in uscita MacPherson, che è un giornalista di guerra americano, che ha scritto un romanzo su una banda di americani che decide di aiutare il presidente a trovare le armi di distruzione di massa in Iraq. Poi uscirà un altro americano di “disinformations”, che si chiama Nick Mamatas, con un libro intitolato “Come mio padre ha dichiarato guerra all’America”. Per “L’ancora” uscirà un reportage sui rom d’Europa di un austriaco, Gauss, che s’intitola “I mangiacani di Svinia”, perché uno dei grandi olocausti del ’900 è proprio quello dei rom.

Avete anche pubblicato molti libri sui gulag e sui lagoai cinesi.
Adesso facciamo per il “Memento Gulag”, a novembre, la storia di un jazzista russo finito in un gulag. La collana su questi temi si chiama “Un mondo a parte”, in omaggio a Gustav Herling, che è stato, ed è tutt’ora, l’ispiratore de “L’ancora del Mediterraneo”.

(in foto la bibliochaise, di nobodyandco)

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A passo d'angelo: l'avventura Untitl.Ed


Presentazione della casa editrice Untitled Editori (Untitl.Ed) e del libro

“A passo d’angelo”

sabato 26 gennaio 2008, ore 19,00
presso la Libreria Icaro, via Liborio Romano 23, Lecce  

A passo d’angelo: l’avventura Untitl.Ed

presentazione della casa editrice Untitled Editori (Untitl.Ed) e del libro “A passo d’angelo

Interverranno:
Anna Maria Palladino (Untitl.Ed)
Mikel Capelli (autore)

Francesco Farina (giornalista)
Untitl.Ed

Untitl.Ed (Untitled Editori) nasce nel 2005, ed è stata la prima casa editrice a pubblicare esclusivamente libri scritti da blogger. L’idea fondante di Untitl.Ed è quella di creare un ponte tra l’autopubblicazione sul web e l’editoria tradizionale. Untitl.Ed sceglie i suoi autori in base a ciò che scrivono quotidianamente in rete, e li sfida a costruire un libro nuovo – su commissione cioè.
Si guarda al blog dunque non come a una vetrina di testi, ma come al vocabolario effettivo dell’autore, dal quale il libro intravisto prenderà impulso e struttura.
I libri Untitl.Ed sono tutti uguali e non hanno il nome dell’autore in copertina: untitled è inteso come de-titolato, ovvero privo di titoli preventivi che autorizzino lo scrittore a scrivere. Untitl.Ed invita pertanto i suoi autori a fare un passo indietro, a rinunciare a trasformarsi in personaggio-autore (costruendo su quest’immagine la fortuna del proprio libro), affidandosi solo alla forza e all’evidenza delle proprie parole scritte. Esattamente come avviene in rete – dove ognuno è relativamente anonimo, ma non per questo meno riconoscibile.

www.untitlededitori.com

A passo d’angelo

“D’angelo” è il passo di chi cammina colloquiando, con se stesso e col mondo. In marcia lungo il Cammino di Santiago: un andare musicale in versi e prosa, energico e pacifico, per dar conto di sé.A passo d’angelo è il settimo libro di Untitl.Ed, il primo della terza “terna” di libri.
Mikel Capelli è un blogger. Il suo indirizzo in rete è www.sghembo.com

"La ragazza sordomuta", di Dora Albanese


Dora Albanese
La ragazza sordomuta

Edith allunga la piccola mano verso il cappotto di uno di quei due signori; il suo corpo si sposta e tira – con un leggero sforzo, quasi impercettibile, tanto che non trattiene nulla tra le mani, nessun lembo di stoffa, nessun bordo di certezza.
- Prendetemi con voi, non vi darò fastidio, sono qui, proprio dietro i vostri corpi, tenuta al caldo dalle vostre ombre tanto cercate, non lasciatemi di nuovo al sole, non spostate il passo di un solo centimetro, avvolgetemi, non girate l’angolo senza prima voltarvi, accorgetevi di me, vi prego, sono a un passo da voi -.
Le ombre dei due signori si dividono, aprendosi come si apre un sipario, lasciando di nuovo Edith al centro del palcoscenico, sotto il sole della grande vetrata dell’orfanotrofio.
La piccola resta ferma con le mani nelle tasche del grembiulino di stoffa a fiori, fatto su misura da suor Diletta – quella che le offrì un abbraccio per coprirla dal freddo dell’abbandono.
Piega la testa rosso rubino verso la spalla destra, mentre il sole sembra non voler tramontare mai dai suoi capelli; piuttosto succhiare, succhiarne tutto il colore, come per trarne energia – mentre i raggi, che le cingono il capo, appaiono come un’aureola infiammata.
Edith s’inginocchia e prega, unisce le mani, puntandole verso il cielo, alza il volto bagnato dal sole – ha sul viso i lineamenti di una giovane madonna, forse la madonna dei boschi, quella madre che, almeno una volta nella vita, ogni uomo ha provato a immaginare.
Due gocce le scivolano pastose dagli occhi, percorrendo la curva del naso, e fermandosi proprio sotto le mascelle.
Ha gli occhi scuri; e il naso, che le cade dritto, si unisce in una punta ottocentesca, che fa appena ombra sui contorni delle labbra superiori, rendendo quasi invisibile il piccolo porro cresciutole proprio là, al centro delle labbra.
Ora una ruga si impone – come fosse una cicatrice – e le divide la fronte a metà.
È triste, di una tristezza che ha trovato nido nella sua cassa toracica, nel suo ventre, in ogni vertebra, come un elemento in più, da non poter mai più eliminare.
Erano già cinque anni che era chiusa in quell’orfanotrofio, cinque anni che aveva smesso di parlare e di sentire.
Sua madre era una cantante, e raccontava sempre a Edith che, se avesse avuto una figlia, l’avrebbe chiamata come il suo idolo, Edith Piaf, e che l’avrebbe fatta diplomare al conservatorio, le avrebbe fatto suonare il pianoforte, le avrebbe messo a disposizione ogni mezzo per poter divenire una cantante affermata; suo padre, invece, era un insegnante di latino, contrario ai discorsi di sua moglie, che destabilizzavano la fanciulla, portandola in un mondo incantato, troppo lontano dalla quotidianità.
Edith, dunque, era in mezzo a due sogni: quelli paterni, che la vedevano dietro una scrivania, ad insegnare latino; e quelli materni, che la vedevano cantare nei migliori locali parigini. Di certo la sua estrazione borghese non l’avrebbe fatta morire di fame, nel caso questi sogni non si fossero avverati, e la piccola ne era consapevole, perciò annuiva senza fatica.
Sua madre – Caterina, italiana d’origine – era una donna giovane, bella, di una bellezza panica, rossa nei capelli e scura negli occhi, longilinea e accattivante nella voce; aveva sposato il suo insegnante di latino per sfida e per capriccio, pentendosene subito dopo – erano troppi gli anni che li dividevano, e troppe le diversità caratteriali.
Suo marito le impedì da subito di andare a cantare nei locali; non era bene che la moglie di un professore di liceo si esponesse in luoghi frequentati da gente così.
È proprio in uno di questi locali – frequentati di nascosto – che conobbe Giorgio, un chitarrista italiano. Non passò una settimana da quell’incontro che i due si innamorarono e decisero di lasciare la Francia e tornare in Italia.
Caterina, dunque, lasciò da parte tutti gli altri sogni, visto che il suo – quello di poter cantare in giro per il mondo, e di poter ritornare nella sua Italia – si stava appena avverando.
Cinque anni addietro abbandonò Edith davanti alla chiesa di Rue de la Fenac – la piccola allora aveva sei anni, ed era già troppo grande per dimenticare il tradimento materno.
Così svanì sua madre, percorrendo un viale alberato d’autunno – memoria senza più lineamenti, perché a rimanere è solo l’essenza. Ci vuole poco tempo per perdere la memoria di un ricordo.
Ad accoglierla fu proprio una monaca, suor Diletta, che poi le fece da balia all’interno dell’orfanotrofio.
Tutti sapevano che Edith era una bambina sordomuta, e tutti, specie i bambini, la evitavano, intimoriti da quell’ambiguità.
Indossava sempre la solita maglia nera con pallini bianchi, scarpette da ginnastica maciullate alle punte, e pantaloni neri corti alle caviglie, di una taglia in meno.
Le famiglie che frequentavano l’orfanotrofio – per scegliere quale giovane orfano prendere con sé – quando incontravano Edith restavano un po’ attoniti; la guardavano, le sorridevano, le dicevano parole dolci, giusto per sentirsi dei benefattori, per conquistare la sua benevolenza.
Gli esseri così incompleti sembra nascondano dei misteri, come fossero sacerdoti o angeli del Purgatorio – e l’uomo teme il silenzio sfingeo, e vorrebbe essere benedetto da questo mutismo contemplativo.
Edith allora li seguiva, con gli occhi e con i piedi; li seguiva e certe volte si aggrappava ai loro cappotti, tirando, come unico gesto di approvazione, ma poi tutti andavano via, spaventati, verso bambini dai colori meno vivaci, con la carnagione limpida e gli occhi del cielo.
Utilizzava la notte, Edith, per sciogliere la lingua dai crampi. Andava in bagno, tappava con una pallina di carta igienica il buco della serratura, e cantava sottovoce le canzoni della sua infanzia, quelle di Edith Piaf, che piacevano tanto a sua madre. E proprio in quei momenti pensava a lei, e a quei sogni rimasti incastrati in un cassetto, a quel padre che non l’aveva mai cercata, e che forse si era rifatto una famiglia. Tutta la rabbia di colpo esplodeva, riempiendole il viso di macchie rosse, annebbiandole la vista, facendola tremare.
Suor Diletta le dava sempre dei tranquillanti prima di andare a dormire – gliel’aveva prescritti la neurologa dell’istituto -.
Nessuna suora sapeva parlarle; solo suor Diletta sapeva farlo, con certi movimenti veloci e sincopati delle mani, con smorfie labiali, e con sorrisi. Alcune monache provavano ad offrirle balocchi, altre si limitavano ad accarezzarle i capelli, ma nessuno era riuscito ad entrare nel suo segreto, a nessuno mai era venuto il sospetto.
Nessuno si preoccupava d’interrompere certi discorsi, quando passava Edith.
Una di quelle notti si sentì morsa dal nervosismo; la lingua le faceva male più del solito, i crampi erano intensi e duravano molto, le orecchie le fischiavano. Aveva appena gettato i tranquillanti nel water, dato la buonanotte alla suora amica, messo la vestaglia, atteso sotto le lenzuola che il sonno arrivasse, ma i dolori erano acuti, le labbra le tremavano, la palpebra destra le pulsava, era in preda a un terrore panico, e non sapeva cosa fare, aveva appena rifiutato di prendere i tranquillanti – quelle pillole la indebolivano, le facevano girare la testa -.
Iniziò a credere di essere diventata pazza, di non avere più nessuna possibilità di salvezza, nessuna via d’uscita dal suo segreto, del quale era diventata prigioniera.
Un segreto che somigliava sempre più a una condanna.
Aprì la finestra della stanza. Vide la brina sugli alberi e sulle foglie, e anche le strade, ricoperte da uno strato sottile di giaccio, brillavano sotto i fanali delle macchine, che improvvisamente rallentavano.
Quella era proprio una di quelle notti fredde e buie quando la luna sembra non arrivi a illuminare tutta la terra. Edith decise di fare un giro nell’istituto, e magari fermarsi a recitare di fronte alla statua di Sant’Anna un atto di dolore, ma una voce, che somigliava a un lamento – sembrava fosse un fantasma che veniva a punire la sua anima menzognera – iniziò a farsi sentire, a penetrare nella mente di Edith.
La fanciulla fu pervasa da un tremore che la bloccò di spalle al muro. Persa e rassegnata, iniziò a pregare a voce bassa; pregava, chiedendo perdono per quelle menzogne, per aver mentito a tutti, anche a suor Diletta – per averle negato ogni parola di ricompensa. E mentre pregava, il lamento si faceva sempre più acuto.
Si accorse, respirando ansiosamente nel silenzio, di una porta socchiusa – era da quella porta che fuoriuscivano i lamenti. Lamenti che nessuno avrebbe mai raccolto, vista la collocazione del ripostiglio. Si affacciò e vide. Dunque nessun fantasma si stava lamentando, ma un bambino, fatto di pelle e di ossa. Un bambino che chiedeva alla suora, che era nella stanza con lui, di lasciarlo in pace, di smetterla di molestarlo. Un bambino di dodici anni – un ragazzo, ormai – che da chissà quanti anni subiva in silenzio le molestie sessuali di quella monaca perversa, che lo costringeva ogni notte a fare l’uomo.
Edith, già molto provata, tirò un respiro, bloccandolo negli addominali, si piegò sulle ginocchia, slacciò i lacci e ne prese uno in mano, diede un calcio alla porta, e gridò, gridò con tutta la forza che aveva in corpo:
“Basta, basta, basta…”.
La suora si voltò; era spaventata da quella figura diabolica, da quel segreto svelato; cercò allora di aggredirla, di soffocare le grida improvvise della bambina. Invece il ragazzo, rannicchiato in un angolo, rivestiva le sue nudità ferite. Edith afferrò la suora dai capelli, la strattonò a terra, e le strinse il laccio in gola, finendola così – finendola tra le urla del ragazzo, e quelle della Madre Superiora che, però, accorse troppo tardi.
Qualcuno gridò al miracolo, quella notte: la sordomuta aveva gridato, la sordomuta aveva sentito.

IBRID@POESIA. L'amore virtuale.


Arti della connessione è il nostro macro-tema



Vogliamo valorizzare le nuove modalità creative del nostro agire comunicativo in rete e dare spazio alle strategie privilegiate della comunicazione in ambienti virtuali – alle quali stiamo dedicando in altri spazi tutta la nostra attenzione analitica – senza dimenticare che l’interazione e l’interattività hanno anche radici nella nostra storia e della nostra cultura.

In questa prospettiva, stare dentro la rete e presentarsi perciò come autori che creano nel virtuale significa anche poter rileggere, reinterpretare e innovare la nostra tradizione culturale e letteraria. In questa direzione il blog, fin dalle sue origini, tende a bruciare le distanze tra scrittura e vissuto, tra linguaggio e vita; lo fa utilizzando nuovi canali espressivi: al tempo stesso comunicativi e facilmente accessibili.

All’interno della rete è sempre possibile individuare, nella nostra scrittura, la trama delle appartenenze, il gioco dei rimandi incrociati, la complessità proliferante dei riferimenti. L’autore, certamente, continua ad esistere, ma la sua identità è, sempre di più, lo specchio abitato da una molteplicità di volti, di vite parallele, di storie, di avvenimenti, di culture. In questa prospettiva vogliamo dare spazio, tramite VOCI DELLA POESIA – IBRID@POESIA, alla poesia virtuale del terzo millennio.
Coordinatore di VOCI DELLA POESIA – IBRID@POESIA è Marco Saya.

IBRID@POESIA. L’amore virtuale è qui.

(immagini tratte da Virtual Love, Desire Inc., Binge, di Lynn Hershman Leeson)

Viola Amarelli


Viola Amarelli
Poesie

Alfabeto

S’affanna, è importante
telefona, scrive
solleciti fili di ragnatela
il saggio, il racconto, la presentazione
polemiche a freddo contando i contatti,
corteggia editori, spia critici e amici
schernisce new entry e le top dei successi,
tra scambi e contratti giurie e recensioni
blandisce, recide, esibisce pulsioni,
la sera è stanchezza
però soddisfatta
in fondo qualcuno lo chiama scrittore.

Quartieri Spagnoli

Magro il palazzo pigiama, la canottiera
nera su nero lungo i quartieri
spande eleganza,
guepiere di pizzo in pieno giugno pallido avorio
incede assorto, le rughe tese, in processione
asceta in cerca della bellezza
intorno il vuoto, nessuno guarda
mentre gli fanno tacito largo
come da sempre,
segno e rispetto
statua vivente sacra a follia.

Senile

La vecchia non riusciva a morire
ogni tanto cambiavano un pezzo
questioni ereditarie ma grazie a dio la memoria
era oramai un oblio.
Con la dentiera in giada e caolino
-sopravvivono spesso le ricche-
lampeggiava sorrisi ai passanti
bisnipoti generalmente, loro raccomandando
di non prender molto sul serio.
La vita alla fine, quella che a lei non riusciva,
non pareva valerne la pena.

Nullius

Oh, i retori della metafisica,
gli agghiacci afasici, le immagini kabuki
o sul versante del pudor composto
artatamente il tono medio basso.
Torniscono fonemi lemuri
ormai del vacuo, degradano
cascame sintagma raffinato
il nulla un tempo ierale.
Incùbe li sovrasta la morte
al singolare, analfabeti e a nascite
e a voglie, eros, immortali
anche a voler trascurare i letti
poi da rifare.

§

Viola Amarelli, tirrenica di nascita e di elezione, ha pubblicato con diverso eteronimo ricerche storiche ed economiche. Sul versante poetico si segnalano gli e-book “Encausto” (2004) e “Notizie dalla Pizia” nella collana Ekesy di Vico Acitillo,124 e la raccolta “Fuorigioco” (2007) per Edizioni Joker. Suoi testi sono disponibili in rete su “Poiein” ed “Erodiade”. Hanno scritto di lei Antonio Fiori, Raffaele Piazza (qui e qui). Suoi versi tratti da “Notizie dalla Pizia” sono stati interpretati dalla poetessa performer Rita Bonomo e possono essere ascoltati su OboeSommerso (qui)

 

Nerone oltre la leggenda


Enrico Pietrangeli
su “Nerone oltre la leggenda”

La Ugo Magnanti editore è una piccola casa editrice presente sul territorio pontino e dedita a stampe rigorosamente limitate e molto curate. Anzio, città natale del più discusso imperatore romano, è anche lembo costiero che si approssima all’editore della contigua Nettuno attraverso una complessa e tuttora avvincente ricerca che viene condotta sull’argomento. Yves Perrin, segretario della Sociètè Internazionale D’Etudes Nèroniennes, nella prefazione chiarisce subito che “esistono due Neroni, quello degli studiosi e quello dei non specialisti”. L’immagine convenzionale è quella di un “folle dedito alle orge, spietato matricida e uxoricida”. In queste pagine emerge una figura contrastata, denigrata ed esaltata, amata e odiata, fintanto da rendere la stessa storia più umana; frutto di ricerca ed imparziale dedizione vissuta con autentico pathos. Dopo la morte dell’ultimo dei Giulio-Claudi, Tacito osserva che “era stato reso pubblico un segreto di Stato: potersi creare un imperatore fuori di Roma”. Per molti anni furono in tanti a crederlo ancora vivo e pronto a tornare, diversi furono coloro che presero il suo nome in prestito o a pretesto. Di fronte all’evidenza della sua morte, c’è chi non rinunciò a credere che un giorno sarebbe persino resuscitato rendendo a tutti giustizia. Di giustizia a lungo si occupò in vita Nerone, determinato nel consolidare un potere assoluto, di svolta per quel che sarà la successiva iconografia del tardo impero, sempre più minacciato tanto nelle sue faccende interne quanto nelle pressioni esterne esercitate sui confini. Tra i vari filoni etimologici sulle leggende divampate, ci si addentra in due tradizione pagane, l’una favorevole e l’altra contraria a Nerone. Postuma è quella avversa dei cristiani, sviluppatasi nel corso del III° secolo, che lo presenta come un persecutore in una fosca visione apocalittica. Inoltre sussiste un’ulteriore tradizione ostile di stampo giudaico, che si origina intorno alla distruzione del tempio di Gerusalemme. Con l’umanesimo e la proiezione interpretativa della verosimiglianza storica, l’argomento s’inizia a discernere più attentamente. Taluni studiosi contemporanei giungeranno alla conclusione che i primi cinque anni del regno furono un modello di saggezza, umanità e lungimiranza. Politica estera di mantenimento, garantismo ante-litteram, riforme fiscali ed economia programmatica caratterizzarono questo periodo nonostante i prevedibili crescenti conflitti tra il monarca e l’apparato aristocratico senatoriale. Gerolamo Cardano, autore de L’Elogio di Nerone, resta un opportuno esempio tra quanti, su questo fronte, si sono spinti anche oltre. Tra le probabili cause dell’incendio di Roma, risaltano le condizioni di sovraffollamento urbano, l’impegno di Nerone a condurre i soccorsi in prima persona, il fanatismo di taluni cristiani che vedevano nella libertina Roma dei tempi la bestia dell’apocalisse da estirpare nei flagelli della carestia, della morte e del fuoco. Di fatto Nerone, al contrario di certi successori, non mise mai in atto una politica anticristiana limitandosi a processare le frange ritenute colpevoli del solo incendio. Paolo di Tarso, già presente a Roma e noto alle autorità, non venne neppure inquisito. Un imperatore amato dalla plebe romana ma anche nell’antica Lione, ovvero Lugdunum, per la ricostruzione avvenuta dopo l’incendio. A proposito di ricostruzioni, la Domus Aurea resta d’esempio, nelle descrizioni tramandate, non solo per gli sfrenati e dispendiosi lussi, ma anche per la modernità e le soluzioni integrative. L’artista Nerone esordisce in pubblico a Napoli, coronando poi le sue ambizioni durante il lungo e dispendioso soggiorno in Grecia, dove finirà col distogliersi completamente dalla realtà politica. Lungo spazio è lasciato alle congiure che si susseguiranno, fallendo anche ingenuamente, nel volgere al termine del regno, a cominciare da quella di Pisone fino all’ascesa di Galba, avvenuta imprevedibilmente nell’ormai critica ed irreversibile situazione di dispendio e declino psicofisico di Nerone. L’ultimo capitolo è un excursus sulle messe in scena nel corso dei secoli, ma qui, probabilmente, occorreva scrivere un secondo tomo. Un imperatore la cui sensibilità artistica non ha giovato molto e a cui la creazione artistica, indubbiamente, sembrerebbe essersi pressoché ininterrottamente ispirata. In sostanza, se già il persistere troppo nell’arte non conduce mai, bene che vada, a proficui frutti, dovendo gestire un potere, non può che condurre ad enormi sciagure.

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Io sto alla poesia come mia madre all'aspirapolvere


Giovanni Santese
10 Poesie



Io sto alla poesia come mia madre all’aspirapolvere

Avevo
non senza fatica
trovato la chiave
per scardinare riserve pregiudizi
e invidie (che non si sa mai).
Avevo
non senza fatica
ravanato fra l’humus di parole
sparse nei fogli disposti
a raggiera
fra il pavimento e la scrivania.
Avevo
non senza fatica
allontanato la confezione tentatrice
di antidepressivi
sciolti nella vodka
prima che nel mio sangue.
Avevo
non senza fatica
legato insieme parole eterne
(avrei scoperto poi)
che lette d’un fiato
potevano stordire il cervello
prima di sciogliersi nel sangue.
Avevo
non senza fatica
creato parole immortali
(avrei scoperto poi)
e pure mia madre quando aprì
la porta
ebbe modo di farmi notare:
“Pensa alle cose serie meglio
che la poesia non ha mai dato da mangiare
a nessuno.
Tieni, passa l’aspirapolvere che fai una cosa utile!”
Per la prima volta ho faticato a darle torto.


Commiserie

Entrava
con l’arroganza
e con
gli orpelli consueti
stentava l’italiano
e la sincerità
“Tu dai soldi per latte
lui fame”diceva
indicando il bambino
che intanto trafficava
sotto il banco dei dolci
e dei soldi.
“io no soldi”risposi
“se vuoi mangiare dare panino
e un latte bambino”
preso da una forte crisi
d’identificazione (un po’ comune
invero)
“sei stronzo…
bastardo che la morte sia
per te un sollievo….
per la vita che ti aspetta.”
Ribattè lei in un italiano
perfetto.

27 ottobre 1996
A CLAUDIA RUGGERI

La luce di poche stelle
segna il limine oscuro
tra il davanzale e il solco profondo
nella tua anima.
E’ una vertigine che cresce
e offusca e divora
che spinge all’urgenza del verso
che sia forte, riconoscibile, devastante.
E’ una musica che accompagna
i tuoi piedi scalzi
che ti fa girare in tondo
giro giro tondo
giro intorno al mondo.
E’ ancora vertigine urgenza
che ti fa pensare ai tuoi versi
e ti lancia nella tua ultima danza semiotica.
” volli/ il folle volo delle streghe/volli”


Alla corsa dei cavalli

Penuria
di pecunia
la pelle
ruvida sotto i rivoli
di sudore
i numeri
scorrono veloci
dentro i cristalli
liquidi
Il respiro aumenta
avvicinandosi l’arrivo
insieme ai santi
di tutto il paradiso.


Apparenza e facciata

Le porte dei sinonimi
si aprirono
alla creatività dei singoli
per sciolinature
che si volevano perfette

Le porte delle scuole
ludico-creative
si aprirono
per insegnare a essere bambini
o ad opporre l’aggettivo
al verbo

Le porte della politica
si aprirono
al sociale in difesa della forma
del politicamente corretto
i ciechi dunque non vedenti
i sordi non udenti
i paralitici diversamente abili
si aggiunsero poi
i bidelli operatori scolastici
gli spazzini operatori ecologici

Domani
qualcuno aprirà ancora
quelle porte
vorrà arricchirle della beneficenza pubblica
resa mediatica
da studiosi di marketing
accenderà pozzi in Africa
filmerà i sorrisi
dei bambini più poveri
del mondo intero
lui
sarà quello in disparte
appena dietro il gruppo

Poi
verranno loro
i turisti giapponesi
ai quali le porte
si apriranno
i flash dei loro scatti
illumineranno le tante
cornici vuote ma lucide
tenute ben spolverate
i loro scatti
fermeranno la forma
impressa con la pressa
delle pari opportunità
respireranno l’aria linda
delle pari dignità
mentre qualcuno
sarà ben attento
con i piedi
a tenere nascosta
la polvere
e le incrostazioni
negli angoli
o sotto profumati tappeti.

P.E.

Dialogo principiato, abbandonato e mai ripreso con Antonio Verri

Perché vedi Antonio
ad uno scrittore capita, di trovarsi di fronte una campagna arida,di parole, estesa fin dove posano gli occhi, polverosa e sbrindellata quanto basta (e se non capita è perché non si è scrittori), matta e spessa ad assorbire i raggi dell’ispirazione, del tumulto, dell’abbrivio poetico potente quanto serve ad arare di solchi immortali tanta arsura spianata.

perché vedi Antonio
in quei momenti, in quei momenti là dico,è bello (o utile, dico) avere un alter ego, che parli per noi, che come un menestrello riunisca in uno spartito parole vuote apparentemente senza senso, ma che assumono leggendole una musicalità strabiliante, un alter ego insomma…con panni d’arlecchino, la faccia impiastricciata di neve e di farina, al lieve andare sbandando la figura, mima, sorride, fa boccacce..oh grandioso figlio del nulla, ma…è stefan, è stiffan l’inventore, il solitario impostore, lo svagato cercatore di lucchi, l’eterno pellegrino suasore, il sognatore cocente, babelico, fumoso..ma è proprio galateo questo mago che viene, questo diavolicchio che cresce come il timo..tira una parola dietro l’altra, simula uno squilibrio, continua il gioco..è tanto preso, però, che il tutto spesse volte gli sfugge di mano: ecco, allora è qualcosa di divino, piroettante, aristocratico (per usare i suoi suoni), allora nient’altro che parole, neologismi, accettazione propria, doppie, elisioni, d’una musicalità strana, umorale, faticante..(da parte, la mar: istigazione a movimenti lenti, riflessivi,a godere del tempo, istigazione al tabulare, all’intrico di fatterelli, numeri, folletti, cuoricini..istigazioni, istigazione alla cabala..) oh no, guatarazzi no, scalcioni puttenosi, minnàculi spersi, sguanci, ronze, parse, pizzi, gustose pasticche, quaresimali, mustocciomini, non v’è più alto mondo di questo vigneto,cellule serrate, rami a stella familiare..; e sotto questo vigneto, vi dico, è luce, è luce che pressa sul gran vuoto, che arrotonda l’idiozia dei caseggiati – questi che sono cristalli, questi che sono sorde caccole di luce, cadute in terra, diventate costoni pali treni, muntagne staziose, burri, corpi di luce melampina, croste graalitiche, varicellose, foolmoni e sarsi ferrosi,cloache..sono diventati

perché vedi Antonio
se la paura di dare mortal sospiro aguzza l’ingegno e rende impavidi quel lunghissimo secondo di agonia celeste, innocuo il dolore, arioso il corpo e leggero, come parole posate sulle nuvole e con le nuvole lasciate andare, o ancora se dato mortal sospiro io continuo a parlarti fusse ca fusse ca su nu pocu fessa?

perché vedi Antonio
io direi poco umilmente- datemi un fonema e vi racconterò il mondo-mentre tu
da come arrotoli la lengua di pesce, sembri dire, mio stiffan, l’ordito d’o mundo è intrigante, l’òrrito delle cose di voialtri è sconvolgente, perciò i miei scoppi di vuoto, perciò le finezze malianti, le rughe color croco, lo stupore profondo, smemorante, le cische caddenti, i frisi festonnati..perciò perciò s’arrischia la lengua, quando spunta s’arrotonda- fummi, corsieri, busti, corpetti- è di un biancore a pois, gelide chiazze, tepori rosati, petaccio però: che sia petazzo, sfiziomio, che lascimpiedi la tremolante cassarmonica, che tutto scoperchi, tutto sprofondi in una nuova scia sotterra, che porti con se la mia metà faccia, qualche foca che ho per troppo fuoco, per veluscio, per vinetto..che porti via tutto ‘nsomma, che porti di me quel che vi ho detto, che scivoli senza arresto senza fondo

perché vedi Antonio
se dall’evoluzione della specie l’uomo, somiglia sempre meno a se stesso… allora
io tanto fervore non lo capisco, questa ostinazione a voler salvare i poeti dalle fiamme dell’inferno più inferno della terra, questo voler liberare i poeti dal loro impegno di buffoni di corte, dalla malasorte, con quell’ondeggiare fra la vita e la morte, ma poi ..a noi che ce ne frega, noi sappiamo come è iniziato tutto..e come andrà a finire tutto questo..perché noi vediamo all’orizzonte che corre, già corre la tila corre…e noè noè galleggia, non s’accorge ma perde consonanti, gemendo, tondeggia..e la tila intanto corre e corre…la luce stupirà…stupirà i suoi occhi…e i miei così vergini di luce…che corra dunque… che corra questa scia, che giri sul giro della terra..che scinda, che scanni se vuole, porti erva di taglio e, nelle isazze gli sfinimenti di un dio vendicativo, che ama le fòffule e i miraggi, corbelle frottole appannaggi..cantate cantastorie cantate, mimate cavalieri mimate le imprese dell’orzo bollito, suonate suoni suonatori suonate suoni non trasportabili in codici tipografici

perché vedi Antonio
o animale favoloso, o mio sperso, gnorreo, ciciarroso, o dolloso, o dolloso mio vecchio sogno che consumo in una città di boati o beoni, in un tempo che non tollera più buffonerie…ma pitto, farro, sbarro…cazzo…buffonerie saranno.

Eccome.

Nota: liberamente tratto e ispirato da ” Il Fabbricante Di Armonia- Antonio Galateo ” di Antonio Verri

P.E.


Dissoluzione dissolvente

Ero a un passo dalla poesia di peso
-se posso dare un peso al passo della poesia-
quando una nuvola oscurava il cielo
rubando il passo alla poesia di peso
-se posso dare un peso al passo della poesia.-
Così mi ritrovai
da – solo un passo dalla poesia di peso
-se posso dare un peso al passo della poesia-
da – un verso che l’umano sentire oltrepassa
al vuoto di una nuvola che passa.


Oh Desdemona!

Fu
il giorno primo
di quel mese
che alle pene d’amor
m’opposi
e
all’idillio che la notte
mi destava
fine posi.
A rallentare il cuore
che batteva con tedio
m’aiutò la chimica
a porre rimedio.
Immobile la barca
di Caronte resterà
e
se Ade nel suo regno
m’aspetta…
aspetterà.

L’araldo

Parlava a bocca pienal’araldo
negli occhi della platea
si accompagnava a Nietzsche
durante l’antipasto
gli occhi puntati degli astanti
a sorreggere parole nuove
bene impostate scandite a colpire
nel giusto cuore
il lavoro dei figli la pensione dei padri
una casa per tutti per tutti l’ascolto
Parlava a bocca piena
l’araldo
ma si spiegava bene
durante il primo
chiedeva a Proust della sua ricerca
e consigliava a tutti di decidere
da che parte stare
facendo notare che la sua strada
era l’unica percorribile
perché spianata da lui personalmente
e dalla sua mole imponente
“che presto sarò Presidente
e avrò ai miei piedi la gente”
Parlava a bocca piena
l’araldo
ma si faceva capire bene
viveva di parole e la gente le ascoltava
la sua retorica era nota a tutti
dava ai ciechi l’illusione di vedere
ai poveri la certezza del pane
alle madri il latte per i figli
prometteva pani e pesci
a chi gli chiedeva semplicemente dell’acqua
non risparmiandosi mai quando
c’era da distribuire una buona parola di conforto
non era un materialista
tanto che nulla può essergli attribuito
ma le parole quelle si
sono rimaste nel cuore della gente
e quel modo gentile di sussurrarle
con la mano sul cuore
e il tono mesto proprio delle persone sensibili
Parlava a bocca piena
l’araldo
ma sapeva bene cosa dire
agli assetati l’acqua
agli affamati parlava del pane
ai disoccupati di come li aiuterebbe un lavoro
capiva bene le disgrazie
e le plasmava con parole che
lui ben conosceva e che
liberava accendendo la speranza
ridando la vita a chi altrimenti
sarebbe morto
non perdeva occasione per aumentarsi
diminuendo con pervicacia
chiunque gli fosse contro
Parlava a bocca piena
l’araldo
ma sapeva cosa dire
poco prima della frutta
ebbe modo di confermare
che Berto per vincere il suo “Male oscuro”
si era aiutato con le pastiglie di litio
aveva una risposta per ogni domanda
e quando risposta non c’era lui
la inventava
di lui si diceva fosse nato per fare politica
di quelli come lui in Italia
si dice siano “forgiati per la politica”
Parlava a bocca piena
l’araldo
ma sapeva cosa dire
anche quando gli elettori stanchi
di vederlo mangiare
gli si rivoltarono contro negandogli il voto
Qualcuno gli sentii dire
“sono quarant’anni che faccio politica
qualche incarico il partito me lo darà comunque
e la farò pagare a questi ingrati”

Parla ancora a bocca piena
l’araldo
la vita sembra non gli abbia
insegnato nulla
“quello che semini raccogli”
“quando pensi che la gente sia stupida…”
“non fare mai il passo più lungo della gamba”
Ma è la saccenteria la pienezza di se
quell’arroganza spesso fuori posto
e con persone umili
ad avergli dato il colpo più forte
quel luogo comune che ormai da tempo
gira negli ambienti intellettuali e politici
della Città, e cioè:
“E’ l’unico politico in Italia
che viene pagato
purchè (basta che) non faccia niente”

L’araldo
appunto.

Dei ventenni è il mondo

Si crede all’amoreterno
che non muore mai
a ventanni
si deve credere.
Sale la luna
prima che sia sera
a ventanni
e la si vede con chiarezza
il sangue ribolle
si odia con forza
e non c’è posto al mondo
che resista
a ventanni.
La luce acceca
e il vento libera i capelli
a ventanni
si sente il sangue ribollire
per le ingiustizie
si lotta per uno sconosciuto
e si vince
a ventanni
non esiste causa
che non sia la nostra
trionfi della fierezza
possiamo farci carico
del peso del mondo interno
e non ne sentiremmo la fatica
ne siamo certi
a ventanni.
Si sposano le cause
le più derelitte
le più sballate
le più lontane
le più contrarie
perché a ventanni
il nervo è scoperto
e vibra forte ché l’impeto si plachi.
È per questo
che vi prego
giovani ventenni
lasciate stare le vostre playstation
il vostro cazzeggiare
da nullapensanti obliqui
i vostri vitabassa
e i concerti dei negramaro
e svegliatevi
cominciate a muovervi
nei vostri ventanni
magari potreste
spaccare qualcosa
anche solo per capire
cosa significhi
porre rimedio.
Spaccate cazzo.
Spaccate.

Ne resterà solo uno. (su Io sono leggenda)


Luciano Pagano
Ne resterà solo uno.
(su Io sono leggenda)

“L’ultimo uomo sulla terra” è il titolo della pellicola girata nel 1964. Come protagonista c’è il famosissimo Vincent Price, che nella sua carriera ha girato qualcosa come 145 film. Il lungometraggio è basato sulla storia di Richard Mateson scritta dieci anni prima, la stessa che ha dato ispirazione al recente “Io sono leggenda”, in uscita nelle sale italiane. Sul pianeta terra non abita più nessuno. Nell’ultima versione cinematografica la morte del genere umano, o meglio, la sua trasformazione, è causata dall’impazzimento di un virus che era partito bene, come cura globale contro un male di per sé incurabile. Il film in bianco e nero ha un fascino differente, più aderente per filologia al testo del romanzo e oltretutto uscito in un epoca particolare, dopo i lunghi successi di film dedicati dagli anni 50 – in clima di Guerra Fredda – in poi alle ‘mutazioni’, un classico da rivedere resta “L’invasione degli Ultracorpi” (1956), basato su una storia pubblicata proprio un anno dopo l’uscita di “Io sono leggenda” di Matheson. In una delle prime inquadrature dove compare Vincent Price viene mostrato il muro dove il sopravvissuto tiene un diario dei giorni che ha trascorso da quando ha ‘ereditato’ la terra (…giorno 1001), il muro somiglia alla parete di una cella, con i mesi e le croci segnate con un pennarello nero. Il mondo è una prigione desolata. L’anno di ambientazione di cui adesso ricorre il quarantennio è il 1968. Essendo il film con Vincent Price datato 1964 e dato che il protagonista vive la vicenda a distanza di 3 anni dall’avvenimento che ha dato il via alla storia, è evidente che chi ha girato la versione del ‘64 ha preferito porre il tutto più a ridosso del proprio presente. Manca, nella versione odierna, il possibile rimando al cinema di genere, con sconfinamenti in pellicole come “Fahreneit 451″, dove le geometrie asettiche delle ambientazioni aiutavano a distanziare la storia narrata in un punto di desolazione-zero. La catastrofe di cui sarà protagonista Will Smith, ambientata nel 2009, trova conclusione nel 2012; lo svolgimento a New York da il pretesto all’agente Smith per ricordare l’ecatombe di Ground Zero, un evento dell’immaginario americano spartiacque tra chi lo ha vissuto e chi no, anche nel futuro cinematostorico, un po’ come il Vietnam e molto più che Pearl Harbor. La regia del ‘64 è di Ubaldo B. Ragona. Vincent Price ha una bella collana d’aglio appesa sulla porta, la puzza di vampiro si sente da un miglio. Nel film di oggi si insiste di più sulla desolazione, complice l’atmosfera di silenzio assoluto che pervade la pellicola, ogni rumore è assente perché dobbiamo restare in allerta. Times Square con le piante che sbucano dall’asfalto è un’immagine che rende bene l’idea di un pianeta abbandonato a se stesso. Quali problemi si pone un sopravvissuto alla catastrofe? Problema numero uno: l’energia. Vincent Price se la cava con un motore a gasolio piazzato nello sgabuzzino sul terrazzo di casa. Will Smith pompa la benzina direttamente a mano. E l’energia elettrica? Negli Stati Uniti del futuro prossimo venturo non si capisce bene da dove questa venga, ampio spazio alle congetture, forse l’energia è fornita dalle centrali termonucleari dove l’uranio garantisce eternità di emissione, probabilmente un Homer Simpson neo-vampiro è il controllore delle centrali, insomma c’è energia in quantità, anche perché il consumatore di energia è uno e solo. Problema numero due: l’intrattenimento. Grazie alla presenza di energia elettrica a sufficienza la giornata di Robert Neville trascorre tra allenamenti su tapis roulant in compagnia del proprio cane, visione di vecchi dvd, corse in auto, partite a golf utilizzando lo skyline di New York come bersaglio. Vincent Price più che padrone del mondo viene presentato come spazzino dell’umanità residuale, a lui spetta l’onere di bruciare i corpi dei vampiri che vengono ammazzati o rimangono stecchiti non si sa come. I vampiri più forti ammazzano i più deboli. Solo con un cane, solo come un cane, Robert Neville ha un laboratorio dove si è attrezzato per studiare una serie di topi affetti dal virus, lì cercherà di scoprire le eventuali cure alla malattia, nel corso della storia riuscirà a catturare un soggetto umanoide femminile e cercherà di farlo guarire. Con un esito più catastrofico (dipende dai punti di vista) rispetto alla versione del ‘64. Se negli anni ‘60 la trasposizione si affidava al tema del vampiro, oggi, in “Io sono leggenda”, i vampiri hanno altri nomi: solitudine, incomunicabilità, guerra tra simili, in una storia che trattando il tema del doppio mutante sembra molto vicina alle tematiche del Jekyll e Hyde di Stevenson. Tanto è vero che fino all’ultimo la sensazione più forte proviene dal pensiero che ognuno di noi, al suo interno, nasconde una parte orribile che potrebbe essere attivata da un virus e che, in modo irreversibile, sconvolgerebbe il nostro comportamento. Il motivo è semplice, il virus più che scatenare la follia omicida dei vampiri è terribile perché ci fa tornare animali, dove l’unica ragione dominante è la non-ragione dell’istinto primordiale alla sopravvivenza. La visione che viene data delle forze dell’ordine e dell’eventuale risposta a un’emergenza epidemica è anch’essa desolante, dall’inizio alla fine, un’interpretazione politica di questa pellicola non cederebbe terreno a un’immagine di potere assoluto del governo sulla vita del singolo. L’esistenza o meno di qualche sopravvissuto, a questo punto, è a dir poco inutile, grande è infatti lo scoramento del protagonista quando è costretto ad accorgersi che di ciò che un tempo si chiamava umanità è rimasto poco. A essere sinceri le passeggiate di Will Smith sono molto simili a quelle che può fare chiunque, oggigiorno, in alcune metropoli deserte di Second Life. L’unico commento musicale, in un film dominato dall’assenza di suoni, è affidato a Bob Marley, culminante nel canto liberatorio dei titoli di coda. Redemption song.

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Io sono leggenda.


Stefano Donno
su “Io sono leggenda” di Richard Mateson

Il libro di Matheson non è un libro qualunque. Non so se sia un errore o meno lasciarsi prendere dalla voglia di incasellarlo all’interno di un genere letterario, come quello dark ad esempio, perché verrebbero messe fuori due altre categorie come l’horror e il noir, che tutte e due l’autore sintetizza in maniera davvero esemplare. E allora? Lasciamo da parte qualsiasi intento sistematizzante, che in certi casi, e mai come in questo, si rischierebbe di fare gran brutte figure. O peggio uscirsene alla buona con affermazioni del tipo … una splendida metafora del limite sottile esistente tra normalità e diversità. L’orizzonte in cui si muove la vicenda narrata è l’Apocalisse. Per essere più chiari: immaginiamo uno scenario consueto come quello che trascorriamo giorno per giorno, dove gli oggetti, le persone, le cose, i ricordi, le nostre abitudini, il lavoro che svolgiamo per tirare a campare, gli affetti facenti parte non solo del nostro bagaglio interiore, ma anche di quello agito nella realtà, scompaiono improvvisamente. E di tutto quell’universo esistenziale non rimane altro che un sopravvissuto, che scoprirà a sue spese di non essere l’unico! La meccanica narrativa sviluppata da Matheson in “Io sono Leggenda” percorre con grandissima lucidità tutte quelle dinamiche psicopatologiche che fanne parte degli abissi mentali di tutti coloro i quali riescono a sfuggire ad un disastro: sciagura aerea, attacco terroristico, guerra, incidente automobilistico mortale. Poi l’autore lavora ancora di fino, e con grande disinvoltura rappresenta tutte le tecniche di sopravvivenza, che un essere umano può mettere in campo, in un ambiente ostile, pericoloso, dove l’altro è né più né meno che un predatore, con mezzi di sussistenza che diminuiscono copiosamente con il trascorrere del tempo, secondo la legge della darwiniana selezione della specie: il più forte domina, il più debole soccombe. Ma non è così semplice. In base a questa teoria si tratterebbe di eliminare i pesi morti della specie di riferimento, per migliorarne esponenzialmente la qualità, potenzialità, e la produttività. Nello specifico, è in ballo la razza umana, il suo ultimo prodotto. Parliamo di una minaccia che viene dallo spazio? Una guerra termonucleare su scala planetaria? No un batterio ad alto potenziale virale, trasforma gli esseri umani in vampiri. Robert Neville sembra uno di noi, che dopo una giornata di duro lavoro, torna a casa, svolge le sue attività domestiche, del tipo cucina, scopa per terra, ascolta un disco, si siede in poltrona ascoltando musica classica, si concede la lettura di un libro. Mi si potrebbe dire … e allora? Tutto nella norma! Eppure la sua è una vita tutt’altro che normale. Di giorno forse … ma dopo il tramonto…le cose cambiano! Neville è l’ultimo uomo sulla Terra in un mondo completamente popolato da vampiri.
Robert in perfetta solitudine, studia il suo nemico. Ne analizza ogni singolo aspetto, la storia, la leggenda, il mito di questi abomini, e addirittura riesce ad entrare in possesso di un campione di sangue di questi neo-vampiri, e ne studia chimicamente la composizione. Il tutto per raggiungere un unico, fondamentale obiettivo: lo sterminio delle creature delle tenebre. La storia è ambientata nel 1976. In questi giorni esce nelle sale cinematografiche il film con Will Smith, dove l’ambientazione appartiene ai nostri giorni. Sia in un caso che nell’altro rimarremo tutti a bocca aperta!

Io sono Leggenda, di Richard Matheson, Fanucci, pp.224, euro 13

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FISH!


Alessandro Milanese
FISH!

Era un martedì sera. O un mercoledì. Adesso non ricordo di preciso, mi ricordo solo del divano e di mio padre svenuto sopra. Telecomando incastrato sotto il cuscino, la luce della partita di coppa che gli sbatteva sugli occhiali. Io ero seduto, finivo un qualsiasi 4 salti in padella, terminandolo con una delle mie solite scarpette. Luca entrò. Si sentiva un fruscio, come di qualcosa trascinato per terra. Nostra madre non c’era. Una riunione urgente in parrocchia, lei e le altre perpetue. Inzaghi cercava il suo famoso tuffo carpiato e mio fratello cercava di raggiungere camera nostra senza farsi notare. “Dove cazzo vai?” Il vocione rauco del nostro genitore lo fermò. “Ho voglia di farmi una doccia”. Il rumore del sacchettone non era passato inosservato, purtroppo. “Cosa minchia hai comprato di nuovo ?” Alzai la testa dal piatto semivuoto. “Un paio di scarpe”. Il cuscino rimase orfano della testa quasi completamente calva. Si alzò. Prese il sacchetto. Lo girò al contrario, svuotando il contenuto. Un paio di scarpe. Un altro paio di scarpe. Un terzo paio di scarpe. Un paio di calze. Un paio di suolette. Lo scontrino. Lesse, senza proferire una parola. Non feci a tempo ad intervenire. “Ho ipotecato questo schifo di casa per farti ritornare ad essere un essere umano e tu continui ad essere solo un grandissimo stronzo!”. Luca fissava il pavimento, poi dopo un lungo respiro. “Mi sono fatto inculare da quel maledetti coglioni del negozio, non so cosa mi sia successo, mi sono ritrovato con tutta sta roba!”. Al posto del ceffone un solo sguardo, gelido, terribile. Poi il nulla, si voltò. Quando riprese posto sul comodo beige, ritrovò Inzaghi che si lamentava per l’ammonizione ricevuta per la simulazione.Luca entrò in camera e dopo 10 minuti, accompagnato da un borsone marrone, riapparse nel soggiorno-cucina. Ci guardammo e prima di scomparire nel corridoio mi disse solo. “Stammi bene”. L’ultima volta che ho visto mio fratello. Son passati più di 2 anni. 3 cartoline. Berlino, Londra, Barcellona. Sempre e solo intestate a me. Poche parole, senza gran senso, i miei mai menzionati. Nessuna telefonata, nessun indirizzo, niente.

Luca non era più lui. I 15 mesi in comunità l’avevano cambiato, radicalmente. Era tornato pulito, anzi pulitissimo, ma vuoto. Come se gli avessero prosciugato l’anima. Quieto, mansueto, quasi irritante per tanta tranquillità. Un’altra persona. L’immane testa di cazzo che a 16 anni girava l’Europa da solo e tornava dopo mesi devastato e in stati incredibili ero sparito, per sempre. Al suo posto un quasi trentenne immerso nel suo nuvoletta privata e quasi totalmente assente. Lui che prendeva a calci in culo la vita, prima la sua. Lui che era il mio eroe quando ero poco più di un bambino. Passava coi suoi capelli colorati, con le sue magliette con dei nomi assurdi sopra, una specie di santone antagonista. I miei amichetti dell’epoca m’invidiavano, nella loro stupidità. Non immaginavano cosa ci attendeva. I primi viaggi nella grande metropoli. I primi concerti in giro con la sua piccola-grande punk rock band. Le prime delusioni, le sconfitte. L’eroina. Gli anni a seguire. Lo sfascio, il disastro. Il tentativo di riordinare le cose. I sacrifici dei miei. La cascina in campagna, una comune ad una trentina di chilometri da casa nostra. Le mie visite, due volte al mese. Salivo con la panda di mia madre, azzurrina quasi blu. Le prime volte sembrava felice di aver cambiato guidatore. La lanciavo nel pezzo di statale leggermente in discesa. Mettevo la quarta e pian pianino spingevo fino in fondo, toccando tacche del contachilometri mai neanche sfiorate, come a scoprire un mondo nuovo, nuovi territori. Lei rispondeva entusiasta, sfoderando un bel rumorino di marmitta leggermente arrugginita. Prendeva coraggio e negli ultimi chilometri in leggera salita si arrampicava generosa tra una vigna e l’altra. Quando arrivavo lo trovavo sempre in cortile che mi aspettava. Lavato, ordinato, non sembrava neanche lui. Pranzavamo insieme, parlando delle cose di sempre. Mi diceva di essere contento dell’esperienza, di star lavorando sodo e che il “don”, come lo chiamavano loro, era il primo prete con cui avesse scoperto di aver qualcosa da dire. Gli facevo sentire qualche gruppo in ascesa con il mio lettore cd e lasciavo qualche cd nuovo per i quindici giorni a seguire. Poi ci salutavamo, lui ritornava in gruppo per i lavori di manutenzione della azienda agricola. Prima di ripartire mi fermavo dal don nel suo piccolo ufficio per far due parole su mio fratello. “Tuo fratello è una persona fantastica, a volte sai mi tocca avere a che fare con persone che forse non meritano quello che cerchiamo di fare per loro, ma lui è diverso, è buono dentro”. Tutte le volte quei piccoli dialoghi mi scuotevano. Afferravo bene il volante della piccola fiat e mentre le gomme fischiavano per i bruschi inserimenti in curva alcune piccole gocce salate scendevano a valle. Quell’anno passò così. Cd nuovi, cd vecchi. Cambiai le gomme terminate del panda, che col passar del tempo ritornò ad essere la macchina più lenta della provincia, quasi sfinita per quella seconda giovinezza forse eccessiva. Arrivò ottobre e a pochi giorni dalla scarcerazione definitiva ci fu un concerto in cascina per recuperare fondi. Andai su con qualche amico fidato. Non era un vanto avere un fratello tossicodipendente, ma alcuni di loro lo conoscevano da anni e mi sembrò giusto dividere con qualcuno una cosa importante come quella. Gli Africa Unite infilavano i loro pezzi, uno uguale all’altro. Le trecento anime affollavano lo stanzone e il sudore misto vapore appannava qualsiasi vetro. Luca leggermente brillo e felice ballava come un qualunque figlio di Bob Marley. Lui, che avrebbe ucciso pur di non sentire un disco reggae. Lui, in mezzo a noi altri, che faceva piroette e saltava come un invasato ad ogni inutile accordo in levare. Quella sera c’era solo lui.

Due settimane dopo ritornò all’ovile. Trovò un lavoro in un azienda agricola fuori città. Usciva prima delle 7 del mattino, pranzava in cascina da loro e ritornava per ora di cena. Taciturno, sempre con un sorriso d’ordinanza impresso sulla faccia. Con i miei sempre poche parole, come se sia lui sia loro avessero paura di rompere qualcosa parlando. Io provavo a portarlo fuori, qualche concerto, qualche uscita con amici. All’inizio sembrava funzionare, ma qualcosa si inceppò presto. Alle volte bastava una battuta o una sciocchezza qualsiasi e cadeva in una forma di distacco quasi catatonico. Si estraniava. Si autoescludeva da tutto, come se non si sentisse all’altezza di essere lì con noi. Aveva un peso troppo pesante da condividere con qualcuno. Così cominciarono i rifiuti, le scuse. Con me il rapporto diventò un pelo più freddo, continuarono le chiacchierate, i soliti scambi musicali, ma non ci fu più l’occasione di passare una serata insieme ad altra gente. Solo noi due, al massimo. Cercavo di capire se tutto andava per il meglio, se c’era qualche problema, e lo scongiuravo di dirmi sempre tutto, di qualsiasi cosa si trattasse. Le parti si erano invertite. Mio fratello grande che mi difendeva dagli idioti quando ero solo uno sbarbato magro, timido e con la brutta abitudine di parlare poco e a sproposito, adesso era diventato il fratello piccolo, che ha bisogno di qualcuno. Qualcuno che lo informasse che la gente ha la bella abitudine di cercare di inculare il prossimo. Qualcuno che lo proteggesse da un mondo che all’improvviso era diventato troppo grintoso per lui.

Lavora, vendi, compra, consuma. In campagna si trovava a suo agio. Il padrone parlava poco e in dialetto. Dava solo un paio di indicazioni al mattino sui lavori da fare, su quali appezzamenti di terreno dividersi, e poi chiamava la pausa pranzo e al calare del sole rimandava tutti a casa. Luca era il solo italiano. Gli altri 7/8 erano per lo più marocchini e tunisini. Si presentavano al mattino, venti minuti prima dell’orario prestabilito con il loro sacchetto plastica, con qualche bottiglia d’acqua e un maglione di ricambio. Alcuni di loro ogni tanto sembravano sulle spine, come se dovesse succedere qualcosa da un momento all’altro, come se non avessero il permesso di soggiorno. Pranzavano tutti insieme e il dialetto del basso Monferrato si mischiava con quello nord africano. Al secondo bicchiere di vino il padrone ritirava la damigiana e il goccio di grappa per pulire la tazzina del caffè era esclusiva sua e di Luca. “Sti giargianeis chi le mei chel bevu nient di tut, a son già ciuch acsi, e dop, dopdisna a travaiuma ammachi nui ater“.

Lo scontrino rimase su quel tavolo per tutta la notte. Era li, da solo. Il grande sacchetto aveva finito la sua avventura nella pattumiera e lasciava indifeso quel foglio di carta con in fondo una cifra. 356,00 €. Quei grandissimi pezzi di merda avevano fatto spendere mezzo stipendio a mio fratello per tre paia di scarpe, una suoletta e un paio delle loro stupide calze. Passarono un paio di giorni. Al primo turno favorevole, una mattina 6-14, passai dal negozio, erano all’incirca le 5 del pomeriggio. Il negozio era vuoto. Entrai piano, procedendo lentamente sul perimetro facendo finta di curiosare tra le nuove Nike esposte. Saltò fuori, nel vero senso della parola, un piccoletto di carnagione scura, quasi mulatto. Con un balzo inverosimile arrivò a qualche centimetro da me. “Io sono la persona che stai cercando! In che maniera posso aiutarti?”. I miei occhi incrociarono i suoi. La mia risposta mentale preferita sarebbe stata: “Mi potresti aiutare finendo la tua inutile vita sotto un tram, per esempio”. Sorrise, poi rimbalzò dietro di me e poi alla mia destra, girandomi attorno. “Siamo indecisi, non sappiamo ancora che scarpa prendere, con quale nuovo super mezzo di locomozione andare a correre dietro al cimitero, alla sera al tramonto”. La mia bile dava segni di cedimento.

Strinsi il pugno più forte che potevo e mentre mi accorgevo delle 2 telecamere a circuito chiuso del negozio cercai qualcosa che assomigliasse ad una risata. “Niente, davo solo un occhiata, per farmi un idea”. Ri-saltò alle mie spalle a velocità supersonica, ritornando nel mio campo visivo con in mano una Silver. “Dite tutti così poi alla fine la scarpa giusta non vi scappa”. In 26 anni era la cosa più vicina all’odio che non avessi mai provato. Le Silver erano diventate due perché tutto ad un tratto si era materializzato anche il secondo fenomeno a strisce. Più alto, più robusto, con un taglio alla moda tutto pettinato da una parte. “Ehi Lu scommettiamo che la faccio io sta vendita?”. Il palestrato non rispose. Piantò un sorriso che neanche all’isola dei famosi poteva aver un senso. “Coglione, oggi siam 4 a 1 per me, ne devi fare della strada per starmi addosso”. Lo spettacolino delle marionette. Due abbindolatori. Il piccoletto lanciò la sua Nike al suo socio con velocità e lui rispose prontamente con una presa volante. Lo fecero in maniera meccanica, come se fosse la cosa più naturale del mondo. A quel punto mi dedicai a loro.

Fingevo interesse, continuavo a voler vedere modelli diversi. 4-5-6 paia. Visto che mi proponevano le calze ancor prima che scegliessi le scarpe chiedevo cosa era meglio abbinare. Partirono gli abbinamenti. C’era merce dappertutto quando gli lasciai ad un ennesimo gioco di prestigio e la porta mi si apriva su un centro storico pieno di gente. Un ora del loro prezioso tempo buttata nel cesso. Camminai un po’, anche più del previsto. Cominciai a farmi una ragione di quello stramaledetto scontrino. L’avevano fottuto, letteralmente. Si sarà trovato in mezzo alle loro minchiate e frastornato da quei due clown avrà perso il senso delle cose, dei soldi. Ero quasi davanti alla porta di casa quando era chiaro che l’avrebbero pagata, e cara.

Da quel giorno mi informai sulla catena di negozi. Sui metodi che i commessi avevano per vendere e delle loro tecniche circensi. Trovai su Google un paio di forum di discussione sull’argomento. Scoprì che tutti quei loro versi da idioti facevano parte di una pantomima ben precisa. Fish! Una tecnica di vendita inventata dai pescatori di Seattle. In crisi per le scarsi incassi, e per il momento no del mercato del pesce della cittadina americana, i venditori si inventarono una specie di spettacolino per attirare gente e incrementare le vendite. In pratica urlavano a squarciagola tra di loro e soprattutto si lanciavano i pesci da una bancarella all’altra, tra l’incredulità e le risate dei presenti. Gli affari ricominciarono ad andare per il verso giusto e qualche coglione sdoganò quella cazzata in tutto il mondo. Me li immagino il piccoletto e il palestrato ad un fottuto di corso di vendita, con un mascellone che spiega come attirare l’attenzione del cliente, di come farlo sentire tra amici di vecchia data, di come metterglielo nel culo. Per un paio di mesi non pensai ad altro. Poi, per caso, capitò. Una sera come altre. Uno dei pub più frequentati delle mie zone. Una vecchia stamberga in stile vero pub scozzese, riemersa dal buio grazie ad un paio di vecchi capi ultras, ormai prossimi alla mezza età e decisi a monetizzare anni passati in giro a conoscere della gente. Il locale non era affatto male. Più volte a settimana c’era qualcuno che suonava, per lo più gruppi della zona, o qualcuno che metteva dei dischi. Quella sera c’era una serata gotica-new wave. Il tizio, che di vista avevo visto qualche volta in giro per concerti, alternava vecchi hit di Cure e Joy Division a pezzi sconosciuti di Industrial e rock cavernoso. Il nero era il colore dominante, le birre rosse il condimento. La fauna era controversa, musicisti, quasi musicisti, teste di cazzo, hooligan di provincia, nerd, varie & eventuali. Le 2 arrivano a sorpresa. La macchina, parcheggiata miracolosamente vicino, partì al primo colpo, nonostante i gradi vicini allo zero. Un piccolo bussetto al mio finestrino.

Abbassai cercando di eliminare quella patina pre-ghiaccio. Arrivò l’aria e la faccia del “Gigante”. “Gigante” aveva due anni meno di me, ma ne dimostrava abbondantemente 35 ormai. Pluripregiudicato, pluridiffidato, praticamente un’istituzione. “Bomber dammi uno strappo, almeno fino in stazione”. Nessuno tranne un paio di vecchi amici del rione mi chiama più bomber. Un vecchio nomignolo di quando ancora mi illudevo di poter giocare almeno in Promozione. “Gigante” è rimasto 1.60 scarsi, esattamente come quando ci implorava di farlo giocare nelle nostre partitelle all’ultimo respiro, su quella polvere che si attaccava ovunque. Io ero uno dei pochi che spingeva per farlo giocare, mi stava simpatico. Sembrava un piccolo jolly scappato dalle carte di scala 40. Ora, dopo varie fratture e vari abusi, sembra una versione moderna del gobbo di Notredame. Una spalla quasi il doppio della sorella. Il collo gonfio come quei bovini d’allevamento. Quando mi sorrise, sentendo che il passaggio era approvato, una lucina si accese in quel piccolo parcheggio, era il mio uomo.

“Grande Bomber, sei sempre il numero uno”. Aspettò un secondo prima di salire, poi accompagnato da un gesto della testa rasata. “Vieni! Il mio vecchio centravanti ci porta avanti un pezzo”. Lui salì dietro al volo, come se conoscesse la mia Punto da sempre. Davanti, in fianco a me, seduta, una ragazza con meno di vent’anni. Lunghi dread neri. Orecchini dappertutto, un tatuaggio enorme che spuntava dalla manica del giubbotto militare. Si presentò ma non afferrai il nome. Senza che aprissi bocca si mise la cintura e piantò la faccia tra i due poggiatesta per farsi recapitare un bacino dal gladiatore metropolitano. Nella loro insensatezza erano davvero una coppia.

Lei rideva senza alcun motivo, lui anche. Li ascoltavo in silenzio, respirando un po’ del profumo di fumo che i due piccioncini sprigionavano nell’auto. “Bomber e Luca come sta?”. “Non lo so, sai è stato un po’ alla Cascina Bianca poi qui non ci stava più dentro, è andato via, è in giro per l’Europa, di più non so”. Cercai la voce più neutra che avevo, ma non bastò. “Vedrai che se la cava, è sempre stato un duro, massimo rispetto”. Quanti secoli erano che non sentivo qualcuno che diceva “massimo rispetto”. I primi concerti ai centri sociali. Le prime risse. Le trasferte. La polizia.

Luca sempre in mezzo, 50 chili mal contati, che rimbalzava tra i casini, riemergeva nel pogo, si arrampicava per primo sulla rete quando segnavamo sotto la Nord. Ora non c’era più niente. La stazione era li, al buio quasi completamente, con i soliti marocchini assonnati che non spaventavano neanche me. Accostai e i due passeggeri smisero di tenersi per mano, il termine giusto è incredulo. “Grazie sei troppo il numero uno, ha ragione Gigante”. Lui rise mentre a testa bassa cercò lo spiraglio per uscire sul marciapiede. “Buonanotte Bomber”. “Ciao Gigante, volevo chiederti una cosa veloce”. “Dimmi, qualsiasi cosa”. “Dove bazzichi in settimana, vorrei proporti una cosa, ma di persona, zero telefoni”. “Bar Moderno”. Mentre lo diceva uno scintillio negli occhietti piccoli mi rimandò indietro di anni luce.

Ci accordammo in fretta. Non serviva molto. Gigante aveva sempre bisogno di soldi. Io, avevo bisogno di un onesto picchiatore, niente di più. Spiegai la fuga di mio fratello, i due stronzi. Accettò immediatamente e i soldi furono solo un dettaglio. Patteggiammo a 200 euro, semplice. Cominciai tramite E-bay a vendere vari 45 giri e 33 giri di vecchio Punk italiano. Tutti dischi che Luca aveva miracolosamente recuperato in qualche sgombero di centri sociali. Negazione, Raw power, Wretched, Indigesti. Sembrava incredibile che ci fosse ancora gente disposta a pagare 100 euro per un piccolo vinile che gracchiava chitarre distorte. Luca non aveva vissuto quegli anni, solo marginalmente, ma nei suoi deliri a volte raccontava di concerti incredibili, di migliaia di persone al vecchio Leoncavallo, di battaglie vere e proprie sotto il palco. Spedivo i dischi, arrivavamo i soldi. Nel giro di poco 450 euro. Cominciai a frequentare il bar davanti al negozio per prendere l’aperitivo.

Era un posto molto frequentato da fighetti e da commesse dopo la chiusura.

La gente, le chiacchiere e il rumore dei bicchieri mi nascondevano quando i due dementi chiudevano la luce, i conti, e uscivano da quel corridoio pieno zeppo di scarpe da ginnastica. Io, avendo già pagato il mio conto per i 2 o 3 americani bevuti, seguivo a turno l’uno e l’altro per capirne le abitudini, le mosse. Il piccoletto parcheggiava a pagamento nella piazza principale, proprio sotto il municipio. Di macchine a quell’ora ce n’erano ancora molte, metà delle quali appartenenti a quelle facce da culo che sgomitavano per un bicchiere di rosso, o per un negroni. Scartai il piccoletto, quasi immediatamente. Pedinai il palestrato per un paio di settimane. Non si fermava mai, se non per fare il versamento in cassa continua in un vicolo a poche centinaia di metri dal negozio. Parcheggiava quasi sempre in una delle poche piazze non a pagamento rimaste in città. Quasi un chilometro dal centro storico a piedi. Una piazza per metà illuminata con alcuni angoli belli bui, nascosti da qualche pianta e da casermoni tristi che si allungavano minacciosi. Si. Ero pronto.

Lo avremmo seguito e un giorno in cui il posteggio e le condizioni fossero favorevoli avremmo colpito. Quella sera il Gigante partì con un paio di coca & havana al brucio. Ero preoccupato ed emozionato al tempo stesso, sentivo le mascelle farmi male, in preda ad un nervosismo irreale. Quando quel bel ragazzoccio s’incamminò verso la banca eravamo entrambi quasi ubriachi. La paura era diventata pura goduria, ero eccitato a morte. Ci tenevamo a poche centinaia di metri di distanza, sempre pronti ad infilarci in qualche cortile con quelle belle ringhiere di una volta. Entrambi con felpe col cappuccio e con sciarpe anonime ben infilate in giacconi scuri, senza grossi marchi né scritte.

Avevo organizzato tutto. La macchina, una scintillante golf metallizzata, era messa al posto giusto. Non ci fu bisogno di aprir bocca, Gigante mi guardò, poi sfoderò un sorriso monco di un paio di denti e il suo alito dinamitardo riempì la via. L’idiota aprì la portiera con il telecomando, fece appena in tempo a mettere una mano sulla maniglia. Gigante per prima cosa lo colpì da dietro, forte, alla mascella destra. Esterrefatto cercò di girarsi giusto in tempo per farsi spaccare in naso, di netto. Un rumore meraviglioso e lui sulle ginocchia. I miei anfibi rispolverati per l’occasione s’infilarono un paio di volte nel costato. A terra, fermo, cercava di rigirarsi, a fatica. Il piano era semplice.

30 secondi, non di più, nessuna parola, silenzio. Fine.

Per qualche giorno non spuntò alle 7.30 dalla porta del negozio. Riapparve quattro giorni dopo, fasciato, con un braccio immobilizzato e un cerottone a coprire il naso che era. Nel frastuono delle patatine e dei tramezzini io e Gigante brindammo in silenzio, gli amici ci guardavano e senza capire il motivo scoppiò una risata.

L’umore migliorò. Ci presi gusto. Controllai per bene i punti vendita della catena più vicini. Un centro commerciale dell’hinterland torinese, un negozio in pieno centro a Novara. Nei giorni di riposo visitai entrambi i negozi.

Volevo semplicemente colpire ancora. Soldi da parte ne avevo e Gigante mi sembrava motivato come non mai. La storia di Luca che entra indifeso nel negozio e che esce praticamente truffato aveva fatto presa. Gigante era un ragazzo strano. Da piccolo, o meglio, da giovane era un tranquillissimo e quasi timido ragazzino. Più piccolo degli altri di statura, trovava difficoltà a mettersi in mostra, in un campo da pallone, in mezzo ad una compagnia, tra le sue compagne di classe. Poi, all’improvviso, quasi per caso, arrivò la curva. Nuove amicizie, un giro nuovo. I primi scontri, un senso di appartenenza. I primi riconoscimenti, le prime mosse coraggiose, in curva si fece notare più volte e qualcuno notò lui. Comincio a girare coi capi, con chi contava davvero. Con chi decideva come dovevano andare le cose, con chi designava chi era giusto e chi No. Fu diffidato e da quel momento diventò strapopolare. Alcune ragazze che trovavano estremamente interessante passare il proprio tempo con gli ultras se lo contendevano. Era arrivato.

Lo vedevo in centro e non lo riconoscevo più, ma aveva l’espressione di uno che si sente realizzato. Poi, come normale che sia, arrivarono i problemi. La difficoltà di far combaciare il suo stile di vita con un lavoro, con una casa, con una qualsiasi forma famigliare. E senza soldi bisogna procurarseli. Arrivò la galera, poca ma arrivò. Uscì e si notava chiaramente che non era più lui. Lui, che nella nostra trasferta per andare a Novara, insistette che dividessimo il contenuto del portafogli del povero coglione di un commesso.

“Mi paghi già, più che bene, questi li dividiamo, anzi potremmo farci un giro a russe insieme stanotte, la consumazione la porto io che me la danno gratis”.

“No Gigante, ti ringrazio ma non mi va”.

“Ok bomber, volevo solo festeggiare un altro bel nasino che se ne andato”.

Rideva come uno scemo, era tranquillamente alla sesta o settima Becks della giornata.

Il naso era attaccato ad un trentenne biondino che non sapeva di niente. Nella mia visita di controllo lo scemo cercò di rimbambirmi di scemenze, cercando di decidere per me cosa cercavo e cosa volevo. Povero stupido. Stupido con una Polo bianca parcheggiata in una via piccola e buia. Stupido che dopo solo un paio di pugni piangeva come un asino, implorando Gigante di smetterla, togliendosi il portafogli e regalandocelo. Due piccioni con una fava, l’agguato e 70 euro a testa.

A casa le cose andavano sempre alla stessa maniera. Mio fratello ormai era un fantasma che non andava menzionato. Mia madre scappò anche lei, ma mentalmente, lanciatissima nella sua pensione dorata, era totalmente dedicata alla parrocchia ed al suo importantissimo volontariato. Bambini poveri, clochard, disgraziati di ogni parte del mondo, si spendeva per gli altri in maniera encomiabile. Sembrava il suo dazio da pagare per quello che era successo al suo primo figlio. Mio padre stava cercando di batter il record mondiale del gioco del silenzio, e a ben vedere era sicuramente tra le teste di serie. Completamente assorto nel suo nulla, ostentava una indifferenza granitica, ma si vedeva lontano un miglio che ogni giorno senza notizie di Luca asportava via un pezzo del suo cuore. Io, dal canto mio, mi mantenevo in acque putride. Vedevo una persona, Michela. Un paio di anni in meno di me, divedevamo un po’ delle nostre solitudini. Ci vedevamo, le solite cose, uscivamo, cene, cinema, facevamo l’amore, ma la maggior parte delle volte pensavo ad altro. Stavo bene quando c’era lei, stavo altrettanto bene quando non c’era. Lei dal canto suo probabilmente non vedeva solo me, e sinceramente non mi importava. Mi chiamava, andavo, tutto qui.

Le cose su e-bay cominciavano a rallentare. I dischi migliori erano andati, insieme ad un po’ di rimpianti e sensi di colpa. A volte sognavo Luca che rientrava in camera nostra, di sorpresa, come un ladro nella notte, e mi minacciava per aver venduto il suo piccolo tesoro, i suoi unici averi. Mi svegliavo e pochi secondi dopo razionalizzavo che non sarebbe più tornato. Che nessuno mi avrebbe rimproverato di aver svenduto un rarissimo 7 pollici dei c.c.m. Semplicemente mi mancava. Mancava il suo incasinarsi la vita, mancava la preoccupazione che mi dava, che ci dava, il suo trattenere tutti sulla corda, sempre attenti al più piccolo rumore, aspettandosi una chiamata nel cuore della notte. Me lo immaginavo a Camden davanti al Falcon a distribuire biglietti gratis per una serata dub. In pieno centro a Barcellona mentre friggeva qualche stramaledetto spiedino rosso sangue. In qualche obitorio di Berlino, coperto solo di una cerata trasparente. Cominciai ad andare spesso a Moncalieri al centro commerciale. Un posto assurdo, un enorme corridoio con due piani di negozi, cinema, ristoranti, da entrambi i lati.

Un posto di una tristezza assoluta, quasi finta. Famiglie di obesi, a spasso con cani, o figli scodinzolanti come cani. Commesse volgari e pesanti come macigni, le fedeli copie dei propri compagni truzzi. Il negozio era il primo del centro, proprio all’entrata, era enorme, su 2 piani, senza ombra di dubbio il migliore di quelli che avevo visto. Gli stronzi erano 4, avevo ampia scelta.

Dopo un paio di volte, seduto nel solito bar da centro commerciale, puntai un tarchiatello tutto nero. Nella mia visita era stato il più pressante ed aveva, oltre alla solita insopportabile verve e ironia, una specie di ansia nel vendere a tutti i costi. Quando mi stavo per allontanare, dicendo che non c’era niente che mi piaceva, arrivò addirittura a trattenermi per un braccio. In pochi decimi di secondi mi passarono davanti tante immagini e mi calmai solo pensando al male che il Gigante gli avrebbe fatto. Il parcheggio poi era perfetto, enorme, poco illuminato e loro erano tra gli ultimi che lasciavano quella merda di posto. L’unica cosa piacevole era una barista. Piccola, ricciolina, mi ricordava una mia vecchia fidanzata di Pinerolo. Una ballerina che d’estate veniva da noi in collina per uno stage di danza. Sembrava una bambolina con le pile, che sorrideva sempre e ogni tanto dava un colpetto ai capelli che prendevano vita all’improvviso. Dopo un paio di volte ci davamo del tu, chiacchieravamo del tempo e di stronzate simili. Riuscivo a farla ridere, e mi piaceva vedere quelle lentiggini che si muovevano insieme al sorriso. Il suo torinese misto ad una cadenza calabrese era un toccasana dopo un oretta di macchina nella nebbia.

Gigante non parla. Siamo quasi a Villanova e lo vedo che sminchia fuori dal finestrino, con poca convinzione a volte gira la testa, mi guarda, si rigira. Pensieroso. Di solito all’altezza della seconda di Asti mi ha già raccontato tutta la sua vita tre volte, oggi No. “Ue, ti han rubato la lingua?” Rido convinto, ma non ne capisco appieno il motivo, chissà. “No, scemo! La lingua ce l’ho, ma sto pensando, ho un problema, io per ste cose, cazzo! Non so mai che minchia fare”. “Per quali cose?” “Ma si, la tipa, sto cristo di compleanno, e che cazzo le compro? Una volta facevo prima, grattavo un giubbotto ad una tipa di stazza uguale ed ero a posto, ma con le non mi va di regalargli qualcosa di grattato”. Smetto di ridere grosso modo a Santena. “Gigante, visto che lei ha sempre sta roba sportiva tipo anni 70 perché non prendi una bella tuta dell’Adidas di quelle vecchio stile?”. I campi che continuava a fissare vengono sostituiti dalla mia faccia, Gigante mi bacia sulla guancia, e io voglio scomparire.

“Sei sempre stato il più intelligente della gruppida”. “Sì Gigante, non ci voleva molto!”. Seguitiamo a prenderci per il culo finché non parcheggio ad una decina di metri dalla Uno del prescelto e scendiamo. Ci infiliamo in un multimarche sportivo. Non passa neanche un minuto e il mio socio picchiatore sbuca da una gondola con in mano una tuta nera con le tre strisce coi colori giamaicani, praticamente il regalo perfetto. Il suo sorriso monco mi contagia. Chiamo un paio di commesse e chiedo se hanno un sedativo per il mio amico. Una mi guarda malissimo. L’altra si mette a ridere quando vede sto scemo che salta sul posto con in mano 90 euro di tuta da ginnastica. Io compro una replica della classica tshirt anni 80. Stretta, con il collo bello alto, come quelle che andavano di moda anni fa, abbinate al classico taglio corto corto. Passeggiamo per vetrine, e l’uomo mi racconta in maniera leggendaria di alcune spaccate con mattone dei tempi pre penitenziario. “Certo che di minchiate ne hai fatte?”. “Si, all’epoca mi sembrava l’unica cosa da fare, era così e basta”. Cambio discorso e mi infilo al bar. Manca quasi un’ora alla chiusura del centro e dobbiamo festeggiare il regalo. Arriva prima il suo sorriso che lei. Gigante mi vede, mi tira un poderoso calcio negli stinchi, mi spacca quasi una tibia. “Coglione! Cazzo mi fai male”. “E di sta scoiattolina non mi dici niente? Pirla! Hai visto come ti ha salutato? Razza di rimbambito”. Dopo la parola scoiattolina praticamente non ascolto più nulla. Son troppo impegnato a sputare dal ridere il pezzo di arancia che navigava nel cocktail. Lei mi guarda da dietro il bancone, faccio segno che è tutto a posto, indicando con il dito che la colpa è del mio amico. Scrolla la testa, lo fa in maniera dolce e capisco che dovrei fare qualcosa. Il secondo giro arriva presto, i regali, le cazzate, il viaggio, ci han reso felici e assetati. Ricompare. Posando i bicchieri, senza guardarmi. “Mi raccomando, non ti strozzare con l’arancia di nuovo”. In tono malizioso, presumo di diventare viola. “Scusa, ma qui il mio amichetto ha già fatto lo stupidino o no? Te l’ha già chiesto il numero di cellulare?”. In questo preciso istante vorrei la testa di Gigante. Fisso il rosso dentro al bicchiere, aspetto che gli risponda male. “No, anzi, a dir il vero non mi ha neanche mai chiesto come mi chiamo”. Gigante ride, io No. “Scusalo, non so mai se è più timido o più coglione!”. Adesso son costretto a ridere anch’io. Mancano pochi minuti all’azione, ci alziamo, faccio un segno con la mano, pago io. Arrivo coi soldi giusti. Quando sta battendo lo scontrino, e non mi sta guardando, le dico come mi chiamo, che non sono del posto, se posso lasciarle il mio numero, se gli va di vederci qualche volta. La saluto mentre tiene in mano un foglietto del suo piccolo block notes per le ordinazioni con sopra scritta la mia speranza.

Siamo in ritardo, in un fottuto ritardo. In macchina posiamo i pacchi, prendiamo le felpe, le sciarpe, ci cambiamo di giubbotto. Un cespuglio tra la nostra macchina e la sua. La nostra casa base. Il nostro nascondiglio.

Siam pronti, alzo la testa e lo vedo. È già quasi alla macchina, acceleriamo, quasi correndo. A pochi metri, tira fuori la chiave, si passa un sacchetto da una mano all’altra, stiamo praticamente correndo. Parto io, prima volta da quando colpiamo insieme. Un destro. Il rumore delle mie maledette all star sul asfalto sporco lo avverte. Mi scansa. Colpisce duro, nel costato. Mi allontano senza respirare, come rotto in due. Sta per finirmi quando arriva il Gigante. Lo prende, non bene, ma lo prende. Lui, non cade, non indietreggia, non piange, non urla. Niente. Gigante riprova. Lo schiva, colpendo il mio amico di giochi in pieno setto nasale, secco come il rumore di un osso che si spacca. Una parola mi balena nella mente. Arti marziali. Gigante non sì tocca il naso ben sapendo cosa gli è successo. Non da segni di debolezza. Io arranco. Lo attacchiamo entrambi con dei calci, ne esce quasi illeso. Io vedo il fuoco e rantolo invece di prendere aria. È immobile il bastardo. Gigante lo sfida, mettendosi le mani dietro la schiena e facendo ampi gesti di venire, di caricare. Lui parte, e il mio socio estrae una lama. Appena sopra il ginocchio.

Ora voliamo indietro, tra le urla del tipo che coprono il rumore dei 100 all’ora delle macchine nella cintura torinese. Pochi cristi richiamati dal casino fanno qualche passo verso di noi. Li oltrepassiamo correndo, non c’è più tempo. Lei, ferma. Io, di corsa, cappuccio sulla testa, una sciarpa fino al naso, un giubbotto diverso, gli occhi liberi, in bella mostra. Sguardo, un decimo di secondo, è finita. Accendo e tengo il cappuccio fino alla tangenziale. Non parlo, anche volendo non riuscirei. Devo stare seduto quasi di lato per non avere i brividi dal male, che pian piano sta entrando nelle budella. Gigante non si guarda nello specchietto, conosce a memoria la forma del suo naso quando si rompe. Tiene semplicemente la sua sciarpa premuta forte, spinge la testa all’indietro dopo aver sradicato il poggiatesta.Vorrei ucciderlo. Vorrei uccidermi, visto che so perfettamente che è assolutamente ed esclusivamente colpa mia. In 40 minuti percorriamo i 100 chilometri che distano. Lo porto in stazione. Parliamo poco, o meglio parlo per meno di un minuto. Spiego cosa farò, di non preoccuparsi. Dico che non ci scopriranno mai. Mento. Dico di procurarsi un alibi, di organizzarsi bene. Dico che in qualsiasi caso, se dovesse saltar fuori tutto, di dare la colpa a me di tutto, del piano, della coltellata. Ci guardiamo negli occhi.

Metto il cellulare per terra, gli passo sopra con la macchina. Raccolgo i cocci. Li butto sparpagliati in diversi bidoni che incontro per strada. Butto la lama nel Tanaro che nello scuro scorre sotto il ponte a qualche centinaio di metri da casa mia. Salgo. L’ascensore ruota attorno a me, facendo un rumore assordante che solo io posso sentire. Entro. Attraverso la zona giorno non guardando niente, punto la stanza. Tolgo le scarpe e prendo due borsoni. Li riempio. Roba invernale, estiva, di tutto. Tutto quello che riesco, mulinando le mani. Prendo le tre cartoline di Luca, le infilo in una cartellina trasparente con la chiusura a lato. Provo ad immaginare per un secondo da dove comincerò il pellegrinaggio. La parola pellegrinaggio sostituita dalla parola fuga. Ammasso il walkmen e pochi cd nel piccolo spazio rimasto libero nella borsa più piccola. Chiudo e son pronto. Un foglio, a quadretti, una biro.

VADO DA LUCA

Prima di aprire la porta in quella poca luce della lampadina dondolante fisso la parete e la sua enorme fotocopia a colori. Una foto della curva, anno 96. Presa dal basso, dal limite dell’area. In mezzo ai fumogeni, alla foschia, ai brandelli di bandiere che spuntano da quella coltre, spicca un solo piccolo striscione, il nostro. Quadrato. Le quattro lettere che formano il nome del nostro rione ai lati. In mezzo la croce rossa su sfondo bianco, simbolo di sta merda di città. Come se il ragazzo della foto abbia messo a fuoco solo noi, abbia dato importanza solo a noi. Al nostro orgoglio. Via. Arrivo in soggiorno. Il mio vecchio dorme sul divano, raggomitolato in posizione fetale, girato di schiena rispetto alla televisione, russa. Butto un occhio. Un numero di telefono, grandissimo. Una delle star della notte, dei solitari, dei sonnambuli, dei tristi, degli ultimi. Un nome in sovrimpressione. Sofia Gucci. Ansima. Si strofina in maniera esagerata, con una cornetta telefonica ormai in disuso, su un paio di minuscole mutandine rosse. Chi sta dietro la telecamera aziona lo zoom. In primo piano, mima, con la mano libera, di chiamarla. È bellissima, con i suoi capelli scuri del colore della maglia del Casale e gli occhi abbinati, grandissimi che sembran brillare. La camera si avvicina ancora un pelo, sulla bocca. Il labiale è chiaro. Chiama. E penso, che se non dovessi andare, chiamerei davvero.

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se il proibizionismo diventa integralismo


Enrico Pietrangeli
su “Cannabis, come perdere la testa e a volte la vita” di Claudio Risé



Quello di Risé è, sicuramente, un libro di cui si è già parlato, tanto da generare subito toni allarmistici in un paese così permeabile come il nostro. La copertina, possibile evocazione del martirio nel chiodo che trafigge la foglia sul legno, è, forse, l’unico spiraglio di compassione per una pianta che, nel corso dei millenni, è stata tramandata come una sorta di “maiale vegetale” per il suo complessivo utilizzo da parte dell’uomo. Non solo droga, se di questo si tratta, ma anche ottime fibre, risorse bio-energetiche a basso costo e applicazioni terapeutiche, nonché importanti risvolti agro-alimentari. Argomenti che Risé, consapevolmente o meno, si guarda bene dall’affrontare. Che la marijuana non sia un semplice ricostituente da prendere indiscriminatamente e senza conseguenze, dovrebbe, a mio parere, essere già una nozione comune a tutti. Se così non fosse allora anche questo libro, nonostante tutto, potrebbe avere un senso, tanto più se rivolto ai giovani. Metterli in guardia, comunque, è sempre un lodevole intento e non andrebbe vanificato dietro un fazioso integralismo proibizionista. Nobile e sacrosanto occuparsi degli adolescenti e tutelarli al meglio, ma perché addossare ogni colpa alla canapa? Perché basarsi su ricerche che, di fatto, risultano controvertibili ed inefficaci? Molti adolescenti, infatti, fanno un uso promiscuo dei più svariati intrugli chimici insieme allo spinello a causa di una politica ancora non in grado di compiere un adeguato distinguo. Altrettanto non marginale, anzi associato, è lo strisciante fenomeno dell’alcolismo giovanile, come Risé stesso non può fare a meno di rilevare. L’equilibrio psico-fisico dei nostri ragazzi è minato a partire da additivi ed inquinamento piuttosto che dal solo uso pregresso di spinelli. Semmai il consumo di cannabis si sovrappone a comportamenti già connaturati nelle psicosi della nostra società. “Disturbi della personalità e dell’umore” sono rilevabili in qualsiasi uso continuativo di sostanze, inclusi farmaci, alcol, tabacco e caffeina, ma anche in condizioni di stress come pure nella carenza di riferimenti. Va da sé poi che alla guida, come durante la gravidanza e, più in generale, negli stadi di crescita, l’uso di sostanze alteranti è non solo altamente sconsigliabile ma anche da interdire in quanto rappresenta un più accertato pericolo per sé e la vita altrui. A partire dalla dichiarazione ONU tanto ostentata nel libro: “nel mondo attuale la cannabis è la droga illecita più prodotta e consumata”, si deduce l’esistenza di droghe lecite; dopo l’esperienza del proibizionismo americano, nessuno pretenderebbe ancora di vietare l’alcol, tanto meno Risé, allora perché lasciare l’erba in mano alla criminalità? Scorrendo la lunga bibliografia riportata a tergo dell’opera, risalta subito il primo testo elencato: Fecondazione, aborto, droga, eutanasia. Trovo comprensibile un non appiattimento su questioni laiche da parte dei cattolici, ma ostinarsi contro la canapa è fuori luogo, tanto più in una religione che prevede l’uso simbolico del vino nell’eucaristia. Anche i cattolici, per lo meno una parte, hanno attraversato il ’68 che, a mio giudizio, non è un’esclusiva di sinistra, e, perché no, sarebbero ben disposti a trattare diversamente l’argomento. Interessanti le note di Marco Pistis, neuro-scienziato che, come riportato nelle pagine del libro, ribadisce che “alcol e cannabis sono due delle droghe più diffuse” e “per molti versi molto simili”. Ma non del tutto, come Risé stesso documenta, noi già possediamo “cannabinoidi endogeni”, mentre la molecola dell’alcol è completamente estranea al nostro corpo. La sezione più avveduta del trattato è, a mio parere, quella più strettamente attinente la “psicologia del maschile” e la “figura paterna”, ma a condizione di depurarla dalla canapafobia caratterizzante l’autore. Qui sono ravvisabili spunti più convincenti e, non a caso, coincidono con le effettive capacità e professionalità dell’autore. L’identificazione della cannabis come strumento di follia e morte, è tipico di culture rigide e moraliste. L’Iran, pur rimanendo, se non un produttore, un importante crocevia internazionale della droga, è arrivato ad eseguire decine di condanne a morte per uso di stupefacenti in un solo giorno. Risulta poco credibile una morte da overdose di spinello, poiché è praticamente impossibile riuscire ad assumere un quantitativo tale da cagionarla; tutt’al più, in quei rari malaugurati casi in cui è maturato qualche fattaccio, la canapa è stata sempre e solo una concausa tra altri fattori determinanti. Verosimile, al contrario, è il coma etilico, spesso sottovalutato, seppure non frequente, ma scientificamente accertato come causa di morte. Sebbene frutto di opinabili statistiche, s’insiste ancora sul concetto che dallo spinello si passi all’eroina, convinzione vecchia oltre quarant’anni e suffragata dal solo nefasto esito proibizionista di lasciare liberi gli spacciatori di manipolare il mercato a loro piacimento. Nelle tematiche di fondo addotte, emerge l’incremento di THC nella canapa sino a toccare punte del 20% rispetto al 3% degli anni Settanta. Una concentrazione del principio attivo tutta a vantaggio degli spacciatori, consente loro, nella diminuzione di massa, d’incorrere in rischi più calcolati incrementandone penetrazione e competitività. Questa è l’evidente conseguenza di “alterne politiche” comunque unidirezionali nel loro intento proibizionistico. Certo è che la droga in mano a talebani e consimili non può che essere alterata a loro piacimento quale ennesima arma da rivolgere contro gli occidentali. Non dimentichiamo, quindi, il terrorismo; i finanziamenti prodotti dalla droga illegale aumentano il rischio dei nostri soldati e le spese per mantenere la pace nel mondo, nonché espongono la nostra sicurezza in prima persona. E Risé riconosce che siamo “assediati dai produttori e commercianti islamici”. I recenti dati rilevati con la Giovanardi-Fini, scampolo di fine legislatura della destra messo sotto la naftalina dalla sinistra, sollecitano l’emergenza. Il proibizionismo sancisce la deriva di un popolo, tanto lo fu un tempo nella trasgressione di tossici distillati clandestini quanto lo è ora nel perseguire una politica che anziché smitizzare ed arginare la droga, di fatto, la favorisce. La questione droga, non dimentichiamolo, va articolata e affrontata su più fronti: regolamentazione, prevenzione e repressione dell’illecito. Se viene meno una di queste componenti, siamo comunque destinati ad un inevitabile fallimento. Impossibile poi non fare i conti con una spesa sanitaria che aumenta e grava su tutti noi. Una sanità costretta a sopravvivere tra la droga illegale è una sanità destinata a spendere sull’imprevedibile e non curare con quanto possibile. La dedica del libro al compianto Muccioli, conduce ad una tradizione che, ai giorni nostri, riporta alla ribalta delle cronache Don Gelmini. Di fatto, purtroppo, continuare ad elargire soldi dei contribuenti a comunità inneggianti all’integralismo proibizionista e che, forse non del tutto a caso, finiscono poi inquisite, non ha portato ad altro che ad estendere il fenomeno e arricchire i trafficanti rendendo il cittadino sempre più povero e in pericolo. E il cittadino comune vuole ordine, non solo una gratuita ed inefficace repressione. Vuole regolamentazione, perché ognuno svolga le sue attività nel luogo più appropriato e nelle modalità predisposte, senza offendere il pudore altrui e, soprattutto, nella legalità e con opportune tasse pagate da tutti, perché è stanco del pusher e della meretrice esentasse! Dopo la lettura di questo libro, non resta che sperare in un dibattito più consapevole. L’augurio è che anche l’antiproibizionismo sia sempre più moderato e meno integralista nell’esigere un altrettanto nociva generica liberalizzazione. Ma la depenalizzazione e la regolamentazione sono vie percorribili, le sole in grado di riportare alla legalità, vista l’entità del fenomeno.
Se riusciremo ad attuarle, tutelando tanto gli interessi sociali quanto il libero arbitrio dell’individuo adulto e consapevole, saremo ancora in grado di tramandare una civiltà e di offrire un futuro.

Claudio Risé, Cannabis. Come perdere la testa, Edizioni San Paolo, 2007

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"Carni paesane" di Giovanni Matteo


Luciano Pagano
Selvaggio a chi?

su “Carni paesane” di Giovanni Matteo

Nel novembre del 2004 al gennaio del 2006, sulle pagine elettroniche di Musicaos.it, venne pubblicato “Carni paesane” di Giovanni Matteo, una serie di storie disegnate ambientate in Salento negli anni ’80. Perché riproporre il fumetto quest’oggi, a così breve distanza e in un formato differente? Tanto per cominciare perché anche se a soli due anni di distanza e anche se sullo stesso sito, “Carni paesane” è un insieme di storie che vanno lette nel loro insieme, con le duecento tavole in bianco e nero in formato pdf. Giovanni Matteo oltre che a essere pittore e musicista è un artista eclettico che utilizza il suo tratto per raccontare storie. Un altro esempio della sua bravura di sceneggiatore, anche esso scaricabile gratuitamente da Musicaos.it, è “Mignotta“, liberamente ispirato a un soggetto cinematografico scritto da Pier Paolo Pasolini (pubblicato nella raccolta Alì dagli occhi azzurri). Le storie di “Carni Paesane” sono ambientate a Serragliano, comune immaginario della provincia salentina, così simile alle decine e decine di paesini che si affastellano come semi di sesamo sulla crosta di un pane arrugginito. Sono raccontati con realismo e crudeltà i giorni di Pero e Carlo, dove ogni cosa nella vita si rimpicciolisce, così piccola da finire più veloce nello stantuffo di una siringa, piccoli mafiosi, piccoli faccendieri, piccoli politici, piccoli delinquenti. Difficile compiere tentativi di fuga da una realtà simile, dove lo squallore e la desolazione della droga sono niente se paragonati allo squallore circostante. Se proprio un viaggio deve esserci, tanto vale fare il corriere e approfittare dell’occasione. La poesia di Giovanni Matteo e il suo sguardo, tuttavia, sono in ogni luogo, e traducono una storia dove i reietti meritano un posto in paradiso, senza accorgersi di nulla. Il linguaggio è un dialetto basso, mescolato all’italiano, con espressioni che non richiedono difficoltose traduzioni. “Carni Paesane” è una delle tante fotografie che potevano essere scattate da queste parti quando la generazione dei nati negli anni settanta muoveva i primi passi nell’adolescenza. Che dire quindi di un Riccetto che si incontra a braccio con Pompeo? La bravura di Giovanni Matteo sta nell’aver colto quei motivi dell’ambiente del Sud che tanto rischiano di rimanere stereotipi se vissuti passivamente, senza l’energia che può imprimere una narrazione; la parrocchia barocca con le statue infinite, le campagne desolate, i motorini, i video poker, la nonna che prepara la crostata super-calorica, i collassi chimici e i recuperi sul limite dell’overdose, il tutto sotto lo sguardo vigile delle forze dell’ordine che viaggiano nelle campagne del paese alla velocità media di 20 km/h. Buona visione!

scarica “Carni paesane” in formato PDF
bianco e nero, 200 pagine, 18.6Mb

Ettore Maggi intervista Pietro Grossi


Ettore Maggi intervista Pietro Grossi

Pietro Grossi è un giovane scrittore (ha meno di trent’anni, in un paese in cui si è adolescenti fino a quaranta, ormai…) che un pubblicato due libri con Sellerio (Pugni e L’acchito), dopo il lungo Tre racconti lunghi sui quali svetta soprattutto il primo, Boxe. Grossi è, secondo il nostro personalissimo giudizio, il miglior scrittore uscito dalla Holden. Molto gentile e disponibile (senza l’arroganza tipica dei giovani Autori con la A maiuscola. che pensano di cambiare la storia della letteratura, o di alcuni giovani scrittori di genere, che pensano di essere trasgressivi e contro il sistema perché pubblicano storie truculente) ha acconsentito a fare una chiacchierata su scrittura, boxe e altro…

Ettore Maggi: Per iniziare, dato che io collaboro (tra le altre cose) con una rivista di letteratura giallo-noir-poliziesca, ti chiederei se tu apprezzi questi generi, attualmente molto di moda.

Pietro Grossi: E se la risposta fosse negativa? Il fatto è che per essere onesto non leggo granché gialli-noir-polizieschi, ma un passato da legare al genere c’è, e pure piuttosto importante. A nove anni cominciai un romanzo su due ragazzini che scappano di casa ed eventualmente se ne vanno dalla nonna di uno dei due a Napoli, infilandosi poi in una storia di camorra. Visti i successi dell’argomento devo ammettere che l’avevo vista lunga. Due o tre anni più tardi iniziai un altro romanzo ambientato in Florida, che aveva come protagonista un investigatore privato. E se devo pensare al mio primo vero amore come lettore, il nome che balza alla mente è Sam Llewellyn, autore di diversi gialli ambientati nel mondo della vela. Insomma, purtroppo ho iniziato a leggere tardi e sono un lettore lento, dunque finisce che per riprendere il tempo perso il genere passa in secondo piano, ma senza dubbio i primi passi li ho mossi là, a cavallo proprio tra giallo, noir e poliziesco. Chissà che non fosse stato meglio continuare su quella strada.

La tua risposta apre una questione per me fondamentale: il dualismo Letteratura vs. Letteratura di Genere. I rispettivi esponenti continuano a sparlarsi addosso (tranne alcune eccezioni: ad esempio quello che l’ottimo Maurizio Maggiani, vincitore del Campiello e dello Strega, ha detto a proposito dell’importanza della lettura di S. King, nella sua formazione letteraria).
Spesso non è molto convincente quello che viene detto da entrambe le parti: molti Autori con la A maiuscola lamentano la qualità scadente degli autori “di genere”, ma poi non hanno la capacità
di “costruire” storie, mentre molti scrittori di genere rovesciano le accuse, ma effettivamente scrivono male. Ad esempio, adesso c’è questa ondata di noir, che secondo alcuni sarebbe (pretenziosamente) l’unico strumento per descrivere la società moderna, i meccanismi di potere e per recuperare la Memoria Storica ecc. In realtà poi questo succede soltanto per alcuni scrittori, più sensibili (e forse più bravi), come ad esempio Juan Madrid in Spagna e Didier Daeninckx in Francia, mentre spesso, purtroppo, la maggior parte del noir si limita a rappresentare una realtà da Real TV, oppure si preoccupa soltanto di descrivere dettagli morbosi, per accontentare quelli che si fermano davanti agli incidenti.
Cosa pensi di questa contrapposizione?

Diciamo innanzi tutto che questa è una domanda da un milione di dollari, e soprattutto una domanda a cui chiunque può dare una risposta giustificata.
Io in ogni caso sono dell’idea che l’uomo è pervaso dalla debolezza di giustificare il proprio mondo denigrando gli altri. Mi pare in sostanza piuttosto fine a se stesso fare una graduatoria di merito tra Letteratura “vera” e Letteratura di genere, che a mio avviso può anche essere definita di intrattenimento.
Siamo d’accordo: la grande letteratura ci insegna qualcosa del mondo; direttamente o meno quando finiamo un grande libro – grande per noi stessi, beninteso – abbiamo la più o meno consapevole
sensazione che il mondo intorno a noi ha acquistato una piccola ma fondamentale e inaspettata nuova sfumatura. Ma siamo pronti a scommettere qualunque cifra che questo sia in fin dei conti più rispettabile dell’intenzione di travolgere un lettore con una storia appassionante (di qualunque colore essa sia: rosa, gialla, nera o a pallini)?
Insomma: è più importante una vita di qualità o la qualità di vita? Ovviamente siamo qui per porre delle domande e non per dare delle risposte: sono faccende queste che ognuno – con tutta libertà – deve dare a se stesso. E per quanto mi riguarda è proprio questo il bello della letteratura e dell’essere
uomini: la libertà.
Poi diciamocelo, c’è letteratura di genere bella e brutta, allo stesso esatto modo in cui c’è molta più
letteratura scadente che di qualità, e allo stesso modo in cui diversi autori hanno scritto le loro migliori pagine immersi nei loro filoni di genere piuttosto che quando ne uscivano. Ripeto: chi a priori denigra l’uno o l’altro mondo letterario mi fa solo venire il sospetto di doversi riparare
dietro le accuse. Per uscire un attimo dalla letteratura e dare un po’ di credito anche al cinema: se ci penso non sono affatto sicuro che le riflessioni simboliche di Tarkovsky mi abbiano giovato tanto più delle grasse risate di Mel Brooks.

Dato che hai parlato di cinema, chi è il tuo regista preferito?
Anzi, nell’ordine: regista e film preferito, scrittore e romanzo preferito e soprattutto pugile e incontro di boxe preferito… Sono ammesse risposte multiple, ovviamente.

È sempre il vecchio dramma fare delle classifiche: forse è per questo che in Alta Fedeltà se ne gode così tanto. Allora: regista preferito direi senz’altro Kubrick, e devo dire che dopo aver visto al cinema “2001: Odissea nello spazio” di solito metto questo come film preferito: non credo che nessuno sia mai arrivato a significare tanto e al tempo stesso estetizzare tanto in una pellicola. Al secondo posto butterei forse “C’era una volta in America”, o per citare l’amico Antonio Monda “Il Padrino”.
Scrittore e romanzo preferiti è tosta. Non so se ho uno scrittore e un romanzo preferiti. Sicuramente in ogni caso non coincidono. Per quanto riguarda il romanzo mi riparo citando il libro che più mi ha fatto godere nel leggerlo: “Il Conte di Montecristo”, ma per ricalcare il dilemma tra intrattenimento e piacere intellettuale non è certamente quello che più mi ha cambiato. Per quanto riguarda l’autore citerò invece quello che in questo momento ammiro di più e sono più in sintonia: Saul Bellow. Ma è
davvero difficile dire chi è l’autore preferito: sono talmente diversi tra loro che è un po’ come chiedermi se mi amo più la bistecca alla fiorentina o il gelato alla crema: senza entrambi la mia vita sarebbe parecchio più triste. Per quanto riguarda invece pugile e incontro – rischio di essere scontato – non ho un dubbio al mondo: l’incontro è quello tra Alì e Foreman del 1974 a Kinshasa, nello Zaire: nessun match è mai stato scritto dalla vita con maggiore dovizia di epica e colpi di scena; il pugile invece è senz’altro
lo stesso Alì, e per descriverlo non serve dilungarsi molto su quel corpo che danzava sul ring come una libellula, mandando al tappeto uomini ben più grandi e forti di lui: bastano le parole con cui George Plimpton – dopo aver raccontato di un incontro tra Alì e gli studenti di non ricordo quale università, in cui recitò una sua poesia: Me, We (Io, Noi) – chiude il documentario di Leon Gast sullo stesso incontro in Africa: What a fighter he was, what a man! (che pugile era, che uomo!).
L’immagine di Alì che combatte, a 32 anni (se non ricordo male) contro il 26enne Foreman, lento ma dalla potenza devastante, con tutto il pubblico di Kinshasa che lo incita, è qualcosa che non potrò mai dimenticare. Tornando a te, mi sembra di ricordare che hai fatto la Scuola Holden.
Domanda scontata: cosa pensi delle scuole di scrittura? Se riesci a dare una risposta non banale a una domanda così banale (lo confesso), complimenti…

Allora, prendiamola un attimo alla larga. Ieri sono stato a girare in pista con la moto insieme a un mio cugino. Lui tornando e facendo i conti della giornata diceva che aveva voglia le prossime volte di aggiungere qualcosa al semplice girare – garettina, tempi, qualunque cosa – che gli desse uno
scopo più preciso del semplice strusciare i ginocchi in terra. Chiacchierando gli ho detto a un certo punto che si sarebbe prima o poi potuta considerare l’idea di fare un buon corso di guida. Lui mi ha risposto “Mah, non lo so. Se devo essere sincero non vedo granché cosa possano insegnarmi”. “Magari a guidare meglio”, ho detto io. Lui è stato in silenzio un momento, poi ha proseguito:
“Boh sarà anche, ma ormai vado in moto da vent’anni e per dirla tutta mi sa che vado piuttosto bene (anzi, secondo me ha usato l’espressione ho un certo talento), quindi che mi possono insegnare?”
“Se si sapeva cosa ci potevano insegnare non ci si poneva il problema”, ho detto io. Poi abbiamo parlato un altro po’ di questa storia dei corsi e alla fine il succo è stato che andare a un corso non è altro che mettersi in mano a gente che ne sa più di te e che magari ti dà qualche dritta. Ecco, secondo me la questione delle scuole di scrittura sta lì a metà strada tra me e il mio amico: è vero che non si può insegnare a scrivere, che è una faccenda talmente personale che ognuno deve imparare a gestirla per conto suo (dico sempre che è come imparare a suonare uno strumento senza però avere lo strumento: ti devi trovare te i pezzi e montarli e accordarli via via senza sapere mai granché dove stai andando a parare); è vero quindi che nessuno ti può raccattare i pezzi, ma magari trovarti per un po’ in mezzo a gente che un giorno ha avuto le stesse difficoltà e farsi raccontare come le ha risolte non fa male: o se non altro ti fa sentire meno solo.

Hemingway, a chi gli chiedeva cosa fosse necessario fare per diventare uno
scrittore, rispondeva: “Tre cose: leggere, leggere, leggere.” QuaIcuno dice che il problema, in Italia, è che ci sono più scrittori che lettori. Sicuramente ci sono tanti aspiranti scrittori, che magari hanno letto pochino. Forse sarebbe necessario che si insegnasse di più a leggere, che a scrivere… D’altro canto anche insegnare a leggere non è semplice. Che ne pensi?

Diciamo tanto per cominciare che alla maggior parte delle persone che amano scrivere avrei voglia di chiedere perché lo fa, e sono parecchio convinto che a buona parte delle loro risposte saprei attaccare un’attività più adatta e soprattutto più sana. Insomma: il problema del sovrappopolamento di sedicenti scrittori – a cui probabilmente appartengo – non dipende secondo me dal come lo si fa o come lo si impara ma dal perché lo si fa e lo si impara.
Sulla faccenda di leggere e scrivere invece devo purtroppo – e credo per la prima volta – controbattere il primo dei miei maestri da sempre: proprio Hemingway. Per scrivere non basta leggere, per scrivere bisogna imparare a scrivere, e prima di tutto è una faccenda fisica. Mi fa sorridere tra l’altro che sia proprio lui a dire “leggere, leggere, leggere”, lui che ha speso così tanto a trovare dei trucchi e dei metodi e dei riti per trascinare la penna sulla carta o le mani sulla tastiera. La cosa più onesta da dire sul rapporto tra scrittura e lettura è che l’una non esiste senza l’altra – in tutti i sensi – e chiunque intenda isolare uno dei due aspetti azzoppa il discorso e niente più. Non esiste scrivere senza leggere, non esiste scrivere senza ri-leggere; ma non esiste leggere o ri-leggere senza qualcosa che si è scritto sudando e bestemmiando alla cieca per settimane o mesi. È un po’ come stare a domandarsi se una grande storia d’amore vive più di sentimento o di impegno e ragione: chiunque difenda esclusivamente uno dei due aspetti ha buone probabilità di andare presto a gambe all’aria.
Visto che prima ho citato la moto torno sui motori: se l’atto di scrivere è la camera di scoppio, leggere è la benzina, e sfido chiunque a far camminare una ruota senza una delle due.

Credo che tu abbia ragione dicendo che scrivere è una faccenda fisica. Forse questo è il motivo per cui ci sono tanti aspiranti scrittori. Molta gente si culla nell’idea “Scrivo, quindi sono uno scrittore.” La pittura, la scultura, e altre forse d’espressione artistica sembrano più difficili, la scrittura sembra più facile. Certo, quando sento alcuni scrittori lamentarsi, oltre che della fatica mentale di scrivere, anche di quella fisica, mi viene da ricordargli la fatica di un minatore, ma d’altronde è vero: per scrivere ci vogliono costanza, disciplina, allenamento…
Un po’ come la boxe, con le dovute differenze.
Per concludere, quindi, ti farei un’ultima domanda: hai visto Million Dollar Baby, e hai letto i racconti di Felix Toole, da cui è stato tratto il film?

Questa volta sono costretto a essere secco, anche perché per mia fortuna me ne sto per andare a fare qualche giorno di bella barca nell’arcipelago toscano: non ho letto Toole, purtroppo; e sì, ho visto Million Dollar Baby, ma se devo essere sincero, pur amando molto Clint Eastwood soprattutto come regista e amando anche parecchio i film di Boxe, non riesco a farlo entrare tra i film su cui valga la pena spendere troppe parole. In fin dei conti ha quello che un film sulla Boxe deve avere – a parte il gratuito finale strappa lacrime – ma se sei cresciuto vedendo anche solo Rocky e Toro Scatenato il resto scompare quasi tutto in una nebbia monotona e indistinta.

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l'anaconda


L’anaconda
Bianca Madeccia

La mamma lo tiene prigioniero da quarantacinque anni. Non si può allontanare da lei. Questi sono gli ordini. Allora lui, allora lui, dicevo, allora lui, per sopravvivere si è trasformato in anaconda. Non viaggia molto, anzi per niente. Sta perlopiù fermo, striscia attorno alla casa. Oppure guarda le foto delle bambine discinte attraverso l’oblò sul mondo, la scatola elettronica dei giochi, insomma, lì, dove ci sono le bamboline vive, quelle che puoi circondare e stritolare con un click. A lui piacciono quelle che hanno quella bella luce luminosa attorno. E più sono morbide, più sono “puff”, più sono irragiungibili, diverse da lui, insomma, lontane (è importante che siano lontane), e più desidera stritolarle.
Lui non sa nulla di umanità, è un rettile, sa solo di fame. Quella roba gli è necessaria per vivere. La mamma non vuole che lui si allontani troppo da casa e così lui è costretto a trascinare le prede nella tana e mangiare le vite degli altri sottoterra, anzi, nell’attico, perché lui abita in un appartamentino con vista su una palma.
Per sopravvivere cattura principalmente piccole bestioline di sesso femminile, preferirebbe i maschi, ma i maschi sono troppo grossi, e, in generale più attaccati alla vita, spesso anche violenti e non si lasciano sbranare così facilmente. Poi non hanno l’alone luminoso attorno, non nutrono.
Così, ripiega sulle femmine. Sono stupide, credono in quella cosa sciocca che loro chiamano amore. E’ più facile soppraffarle.
Le segue, le spia, le traccia e quando riesce a portarle nella tana, con un lavaggio subitaneo ma metodico di coscienza, diventa loro per un po’. Così diventa organizzatore di viaggi con la bambina luminosa viaggiatrice, critico d’arte con la bambina di luce pittrice, regista con la bambina attrice, editore con la bambina poetessa e così via. Deve dominarle, avere un potere. Si convince di essere stato loro per un po’, di aver avuto il loro nome, i loro interessi, di averle capite e respirate, persino di esserne stato vittima. Attribuisce a loro la sua fame, la colpa, la violenza, insomma, quella cosa che succede sempre, ogni volta.
È l’unico modo che ha di viaggiare e nutrirsi: attraverso le vite delle bambine luminose. Non è colpa sua. La mamma non lo lascia allontanare.
Scrive anche strane parole gelide e oscure che nessuno capisce, neanche lui. Suoni quasi sempre separati e svincolati tra loro, spesso inframmezzati da parole come “torbido” e “vago”. Tutta la sua vita era stata vagamente torbida. Le parole che scrive le ruba dai libri, oggetti con cui cercava di nutrirsi prima delle bambine luminose. Ma poi aveva letto che le anaconde non si cibano di cellulosa, lo sanno tutti.
Da una vita ruba parole a caso che poi lascia decantare tanto tempo per dimenticare che appartengono ad altri. Lui questo lo chiama “labor limae”. Le parole che ritaglia e mette in una scatola gli servono a costruire storie con cui pesca le bambine luminose nella scatola di vetro.
Ogni tanto si arrabbia, picchia le bambine che è riuscito ad attirare fuori dalla scatola luminosa, soprattutto quando parlano e fanno domande che non dovrebbero fare. Ma questo per lui non è importante.
Ama fare foto, soprattutto alle donne africane svestite e incinte sui marciapiedi. Sono tutte lì lungo la strada, quando torna dal lavoro, prima di andare a pranzo dalla mamma. Pensa anche di farne un cd, con le ragazze svestite lungo la strada, come un vero fotografo. Lui pensa sia arte. Le chiama poesie-oggetto.
Ogni tanto si sposta e va al porto. Vive accanto al mare. Ama sbirciare la risacca mentre parla di prostitute con i suoi amici d’infanzia: il fotografo di cadaveri parenti, l’installatore balbuziente, il cocainomane impotente con i capelli unti.
La mamma è sempre contenta quando le bambine della scatola spariscono e lo aiuta in fretta a farne scomparire i resti e a cambiare le lenzuola del letto. Ora sono di nuovo solo loro due. Possono di nuovo amarsi e incrociarsi con gli occhi e con le parole. Le anaconde vivono così, avvitate nelle loro spire.
Senza muoversi troppo e divorando d’amore (o di quella cosa che loro pensano sia amore) tutto quello che si muove nel raggio della loro breve vita senza luce.
Ma anche i coccodrilli e le loro lacrime, vanno tenuti accuratamente in considerazione nello studio psicologico del poeta-personaggio. Dal nostro studio preparatorio non escluderemmo i documentari sui crotali e sulla loro cecità violenta e assassina ma NECESSARIA, come può esserlo solo la vera poesia.

dalla raccolta “Serial Killer Italiani”

"per gioco, per scherzo, per una volta, per provare"


Claudio Prima, Emanuele Coluccia e Simone Giorgino al FondoVerri

Prosegue la rassegna “Le mani e l’Ascolto”, il Settimo appuntamento della rassegna di parole e suoni che il Fondo Verri organizza presso la sua sede in Via Santa Maria del Paradiso a Lecce, per il settimo anno consecutivo, con il patrocinio del Comune di Lecce, venerdì 4 gennaio, dalle ore 20.00. In scena Claudio Prima all’organetto diatonico ed Emanuele Coluccia al pianoforte. Due voci musicali sodali di numerose avventure di ricerca e di suoni che si confrontano sui tasti. Gioco improvvisativo, arie mediterranee, tempi ska, jazz e canzoni nel loro repertorio che ha radici nei Manigold e germogli recenti nell’esperienza straordinaria della Banda Adriatica. La spazio della poesia è di Simone Giorgino con il suo Asilo di mendicità (Besa Editrice). Voce da bar, densa di colori che accoglie versi per dirli. Una poesia viva tesa nell’ascolto per essere vivi, presenti: “per gioco, per scherzo, per una volta, per provare”.

(in foto Claudio Prima)
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Dichiarazione Universale dei Diritti Umani – Una cover


Dichiarazione Universale dei Diritti Umani – Una cover
di Orodè

Il 10 dicembre 1948, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvò e proclamò la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, il cui testo completo è stampato nelle pagine seguenti. Dopo questa solenne deliberazione, l’Assemblea delle Nazioni Unite diede istruzioni al Segretario Generale di provvedere a diffondere ampiamente questa Dichiarazione e, al fine, di pubblicare e distribuirne il testo non soltanto nelle cinque lingue ufficiali dell’Organizzazione Internazionale, ma anche in quante altre lingue fosse possibile usando ogni mezzo a sua disposizione. Il testo ufficiale della Dichiarazione è disponibile nelle lingue ufficiali delle Nazioni Unite, cioè cinese, francese, inglese, russo e spagnolo.

DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI UMANI
Cover – Riadattamento all’ambiente

Preambolo?

Articolo 1
Tutti gli esseri umani nascono in qualche modo e sono dotati di un corpo evidente e di tanta, quasi infinita ignoranza.

Articolo 2
Ad ogni individuo spetta davvero poco che sia suo, amato, interessante aldilà delle chiacchiere. Con incredibili e forse genetiche distinzioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica e di altri generi, di origine nazionale e sociale, di ricchezza, di nascita e di altra condizione.

Articolo 3
Ogni individuo è un’illusione. Forse arriverà a vivere abbastanza nonostante la confusione generale, le insicurezze sul lavoro e le ingiustizie dei ricchi e dei potenti.

Articolo 4
La schiavitù e la tratta degli schiavi sono state mascherate, in questi regimi democratici. Pare che nessun individuo possa essere tenuto in schiavitù. In realtà, ci sono solo prostituzione e mercenari, pochissimi uomini liberi, pochissime donne libere.

Articolo 5
Tutti coloro che non accettano la lobotomia imposta dal regime democratico verranno puniti senza che gli altri se ne accorgano.

Articolo 6
Solo gli individui lobotomizzati possono aver diritto al riconoscimento della loro personalità giuridica, ma non è sicuro…

Articolo 7
La legge è un libro letto con discriminazione. Chiunque voglia far rispettare l’ordine e dominare il Caos viene eliminato. In poche parole, i ricchi e i potenti sanno come far leggere il libro della legge ai giudici.

Articolo 8
Ogni individuo ha diritto ad una teorica possibilità di ricorso a competenti tribunali contro altri che violino i diritti fondamentali a lui riconosciuti da qualche tavola della legge. Tuttavia gran parte di questi ricorsi si disperderà in un mare di codici e codicilli o cadrà in prescrizione.

Articolo 9
La legge fa quel che può, come in guerra fa il fuoco amico.
Beati i poveri perché riceveranno il fuoco amico.

Articolo 10
Ogni individuo ha diritto ad un’equa e pubblica udienza davanti ad un tribunale che sarà indipendente e imparziale a seconda del caso.

Articolo 11
1. La legge è così ridicola in mano agli uomini. Non lo sarebbe di più in bocca agli squali. La legge, a parte le chiacchiere e le procedure verso i poveri cristi, è come un pacchetto di fish & crock.
2. La legge è in mano a uomini che non hanno risolto il loro destino. La legge è nelle mani di lobotomizzati ed incute timore a cittadini anch’essi lobotomizzati.

Articolo 12
Ogni individuo ha diritto ad essere travolto dal destino e dalla storia.

Articolo 13
1. Ogni individuo è buono solo se sa far muovere gli ingranaggi del regime di turno (vedi democratico) e se paga al suddetto regime fino al 50% dei propri guadagni, sottoforma di tasse per ogni movimento- esclusa solo la tassa per l’aria da respirare, al momento. Ad oggi, l’aria è gratis. Affrettatevi a consumarla che per domani non si sa.
2. Tutti i pesci piccoli che pagano le tasse risultano essere delle brave persone.

Articolo 14
1. Ogni individuo ha il diritto di cercare un angolo di mondo in cui la lobotomia non esiste ma questo è davvero difficile perché il regime è subdolo ed utilizza strategie di marketing convincenti.
2. Il Regime si nasconde sugli scaffali.

Articolo 15
Ogni individuo è segnato dal luogo in cui nasce. Alcuni nascono ed ingrassano per tutta la vita.
Altri nascono e vengono sterminati per discorsi sulle diverse etnie o per degli studi che dimostrano la necessità di continenti poveri, affamati o per malattie.

Articolo 16
Uomini e donne anziché pensare ad amarsi devono sposarsi per essere ancor più vittime del regime e sottostare definitivamente alle leggi. La famiglia è imposta come nucleo naturale e fondamentale della società, di questa società che ha appeso il cervello e l’anima al chiodo. È ora di andare oltre la famiglia. È ora di diventare uomini e donne. La famiglia è un legame che facilita la lobotomia.

Articolo 17
1. Ogni individuo è ingannato col discorso della proprietà personale. In realtà sono necessarie pochissime cose. Quattro mura e un tetto per difendersi dagli avvoltoi e dagli sciacalli, un po’ di cibo, quanto più tempo possibile e musica, tanta musica.
2. I poveri tuttavia sono detestati dal regime perché sono poveri.

Articolo 18
1. Ogni individuo ha diritto ad una libertà di pensiero, di coscienza e di religione che considerino la lobotomia. Una vera fede, una vera mente, un vero amore non sono desiderati dal regime perché arrestano i ritmi di produzione e la pace delle pance dei ricchi e dei potenti.
2. quindi si deve fare tutto di nascosto!

Articolo 19
Se qualcuno, nonostante l’abominio e il potere del Caos che ci ingloba, ha la grandezza di avere delle opinioni vere e valide sarà molestato fino all’eliminazione fisica.

Articolo 20
Solo i lobotomizzati hanno diritto alla libertà di riunione e di associazione pacifica.

Articolo 21
1. Per quanto riguarda la volontà popolare e il governo. C’è da chiedersi- come per l’uovo e la gallina- chi sia nato prima.
2. Poi c’è da chiedersi come si possa parlare ancora di libertà di pensiero e di scelta se si ammette la lobotomia generale.

Articolo 22
Ogni individuo, in quanto membro di questa società, ha diritto alla povertà, al precariato, nonché alla morte bianca e alla violenza, mentre in tv campeggiano le brutte facce dei potenti, sempre più brutti, maleducati, presuntuosi ed inutili.

Articolo 23
1. Ogni individuo ha diritto al lavoro che non c’è. Bisogna che se lo inventi quindi! Altrimenti che muoia!
2. Per quanto riguarda i contadini, poiché respirano ancora aria pura devono essere pagati pochissimo. Per esempio: un quintale d’uva deve costare di meno di una bottiglia di vino. E così via…

Articolo 24
Chi crede di aver diritto al riposo e allo svago è un irresponsabile, non vuole nemmeno quei due soldi che gli spettano.

Articolo 25
Ogni individuo pare essere nato per garantire gli eccessi dei ricchi e dei potenti, come sempre è stato, e dei loro eredi. Sono state fatte delle grandi lotte e sono stati fatti alcuni grandissimi sogni, ora tutto pare essere riassorbito dal nulla. Il male ed il bene sembrano indistinguibili. Le tavole della legge ci sono state rotte nell’ano dai potenti e dai violenti.

Articolo 26
1. Ogni individuo ha diritto all’istruzione perché il lavaggio di cervello dev’essere garantito.
2. Prima di pensare al reale sviluppo della personalità si deve pensare al ruolo che si deve avere in questa società come ingranaggio- il più remunerato possibile.

Articolo 27
Ogni individuo forse non nascerà mai.

Articolo 28
Ogni individuo ha diritto ad un lavaggio di cervello tale che né la storia né l’inutilità di questa carta straccia- con su scritto Diritti Umani- lo possa far pensare davvero.

Articolo 29
1. Tutte le scimmie, tulle le brutte facce, tutti i cuori deboli e quelli violenti. Tutti. Sono solo degli illusi. La ruota passa e ci schiaccia. Poveri noi, se non vogliamo davvero perdere tempo e parlare di denaro, di calcio. Poveri noi, stressati dalla macchina dei regimi. Poveri noi soprattutto se abbiamo capito. Ma poveri nell’anima tutti i violenti e i potenti. Solo la bellezza può dare senso al mondo!
2. Morendo s’impara!

Articolo 30
1. L’articolo 30 vorrebbe farci credere che niente e nessuno può farci violenza, distruggendo uno di questi cosiddetti diritti. Naturalmente è aria fritta!
2. Siamo tutti potenziali vittime di un programma di stato!

Ps. Per il resto cerchiamo nell’ano!!!

(foto Radioactive Cats, Sandy Skoglund, 1980)

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basso impero


Enrico Pietrangeli
su “Basso impero” di Claudio Comandini

Questo romanzo d’esordio di Claudio Comandini è ambientato nell’hinterland di un’ ex provincia ormai logora di troppi eventi o, altrimenti, svanita tra ricordi di dolce vita. Nel cuore di quello che un tempo fu, nonostante tutto, anche impero, si anima, accanita e puntuale, una penna (o tastiera che si voglia) pronta a scandagliare ricercando ogni possibile riferimento ormai inesistente nel suo essere licenziosa e irriverente. Una scrittura canalizzata in un fondo, quello di un Basso Impero che, attraverso secoli ricolmi d’intrighi e cortigiane, si avvicenda ancora, longevo e implacabile, espletandosi in tutto il suo più infimo degrado. Siamo agli sgoccioli del Novecento, corre l’anno 1994 e l’Italia conosce il suo primo governo Berlusconi. Comandini, per l’occasione, trova due date intense ed evocative per meglio rimarcare la sua narrazione, quella del 25 aprile e quella dell’ 8 settembre: dalla liberazione all’armistizio. Con questa stessa sequenza, traccia principio ed epilogo di tutti gli accadimenti che si susseguono nel suo libro. Sono eventi racchiusi in un diacronico accavallarsi di sequenze che imperversano, ma non a caso, rappresentando una stagione rissosa, persino dolorosa e nondimeno provocatoriamente spassosa. Sono mutamenti che toccano anche luoghi disconnessi nella memoria, davanti una televisione spenta che parla e un calendario senza giorni penzolante sul muro. C’è un bar che anima il tutto insieme alla piccola comunità che vi bivacca intorno. Dentro ci scorrono i personaggi del luogo, con le loro singolari vicissitudini, che si alternano in un comune vivere divenuto inconsulto. Ci sono Ludovico, Porkospin, Cecco lo sciamano, il grande amico Eugenio e le “femmine” che, sebbene qui vengano meno come tematica portante, prendono qua e là il sopravvento, fino ad occupare letteralmente un’intera pagina attraverso i loro attributi più intimi. Attributi dove lasciarsi andare in elucubrazioni mitologico-filosofiche con voluttuosità canzonatorie; cavalcare ardite fantasie per stordirsi nell’esperienza e galoppare, dopotutto, sul “fondo”. Bukowski che fa capolino, ma qui abbondano anche androgeni transessuali. L’amore c’è, mai scritto maiuscolo eppure totale ed incondizionato: è quello sentito per Serena. Ishtar è la loro gatta invalida, trovata in fin di vita, dentro un cassonetto dei rifiuti, sarà lei la loro complice e più diretta testimone. In questo “basso impero dove solo i servi hanno potere” compare, in primis, Jim Morrison, ci parla in greco e scivola sulle labbra “aspirapolvere” delle ragazze “crickcrock”. Mito e mercato post mortem non potevano tralasciare Kubain coinvolgendo persino Hegel ne “l’effettualità come criterio decisivo del farsi della realtà”. Un Basso Impero “maionese globale” dove The end è “l’unica canzone dei Doors da non sembrare datata”, “uovo del mondo alla fase terminale” con qualche turbato sorriso acceso sulle note di On the Sunday of Life dei Porcupine Three o Sunday morning dei Velvet. Stile fluido e intenso, fortemente intellettualistico nel suo essere triviale, ma che non rinuncia a calarsi nel gergo del mondo di cui, in fin dei conti, è parte: “a uno scudo dal collasso”. Tanta foga, rabbia, denuncia, tanto passato prossimo ancora da archiviare, che pulsa di armonioso disordine, materia viva e ancora tutta da plasmare, così scorrono i tanti aneddoti descritti da Comandini. Storia, oltre storielle e inferni personali che si aprono tra chiassosi echi delle risa di amici; fantasmi che, puntualmente, ritornano. La strage di Bologna, in questo libro, potrebbe rappresentare un comune nodo per tutto, tanto nel personale del protagonista quanto nelle più pubbliche faccende di questo paese. La memoria intanto corre, ritorna in Grecia, ai viaggi con Serena e i ricordi di scuola. Tragedia e piacere s’incontrano. Un’amara casualità è quella della notizia dell’attentato sopraggiunta sul primo acerbo piacere di un’eiaculazione, nella più aspra, pungente e vitale poesia adolescenziale.

salento's movida


Stefano Donno
su “Salento’s Movida” di Armando Tango

Fortunatamente da qualche anno a questa parte, il mondo delle lettere salentine, contro ogni previsione (Rina Durante scriveva in un suo articolo sulle pagine del Quotidiano, l’impossibilità del Pulp nella piccola città di provincia e poi c’era invece già Maurizio Leo che mixava da tempo ormai, Beat e Pulp in maniera eccezionale) comincia a creare un’identità altra che non è solo Comi, Bodini, Pagano, Toma, Verri, Ruggeri, o la Pizzica, ma non perché non siano necessari a costruire una mappatura del fare poesia e letteratura in queste terre, tra le maglie della sua storia, ma perché ciò che sta emergendo è un desiderio di riscrivere la storia della lettere a queste latitudini. Si poteva mai pensare ad esempio ad un giallo salentino o addirittura al noir? Era tutto in gestazione da queste parti, basti pensare al Delitto di Campi 1 e 2 di Gianni Capodicasa (Luca Pensa editore) e Libreria antica Roma. Il mistero di Taviano (Lupo editore) di Raffaele Polo. Pur non entrando nel merito qualitativo di queste due opere appena indicate, avendo chi più chi meno il diritto di esistenza nell’ambito della storia della letteratura contemporanea salentina, non posso non dire che comincia a strutturarsi un quadro di una geografia letteraria che prima o poi dovrà essere sistematizzata. Ora dopo le sue fatiche letterarie come La Lecce di papà (Eda) e Scusi vuol ballare con me?, (Edizioni del Grifo) a cui collaborai con grande piacere, ecco che Armando Tango, pseudonimo del giornalista leccese Teo Pepe, aggiunge un’altra interessante pubblicazione dal titolo “Salento’s Movida ” edita da Glocal editrice. Un giallo o un noir salentino? Difficile dirlo perché sembra che Tango sia abile ad utilizzare i codici dei due generi narrativi, con grande maestria e talento, conosce i trucchi del mestiere, le sue zone d’ombra, e sa perfettamente dove puntare i riflettori, perché di un’ibridazione equilibratissima tra sceneggiatura e romanzo sembra questo libro, che ti prende e non ti molla più, per ben 241 pagine. E c’è tutto e molto di più in quest’opera, lu sule, lu mare, lu ientu, le notti afose, la Lecce by night, la movida vacanziera e vip di Santa Maria di Leuca e i suoi salotti bene, il caldo torrido, le angoscie, le ansie, le paranoie di un’avventura che comincia a seminare una scia di sangue per un “paperino” – non vi svelerò di cosa si tratta perché se no che sorpresa è – che contiene dati sensibili e scottanti, e che lega i destini dei protagonisti, tutti ben delineati, e con una psicologia tracciata magistralmente in poche battute: Brooke (che ricorda il biondone di Beautiful); Pachi (fotografo very-macho-magnaccia, un clone di Costantino di provincia); il dj Claudio Capace; la nobildonna Adriana Cristofalco, Massimo Bellardoni il commercialista piacione, Pappa personaggio molto simile ad Adriano Pappalardo, e dulcis in fundo Maurizio Costanzo e Maria De Filippi …. Che c’entrano?! Scopritelo da soli ….

Armando Tango, Salento’s Movida, Glocal editrice, p.241, 2007-12-30

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communism, bed & breakfast


Luciano Pagano
su “Communism, bed & breakfast” di Raffaele Gorgoni

Raffaele Gorgoni è autore di due romanzi di ambientazione storica come “Lo scriba di Càsole” e “L’oratorio della peste“, dove i lettori hanno già incontrato la sua capacità di costruire un intreccio interessante attorno a un elemento inconsueto e dove la ricerca e la cultura si rivelavano essere determinanti per la comprensione dell’opera, soprattuto come relazione con l’elemento politico a esse circostante. Un voler chiamare in gioco il lettore oltre lo stesso piacere della lettura. Raffaele Gorgoni, inviato e giornalista Rai, è un raccontatore di storie in reportage puntuali. Più volte, da lettore, mi sono chiesto quanto ci sarebbe voluto (leggi: quanto bisognava attendere) perché lo sguardo del narratore si volgesse alla contemporaneità. La risposta si intitola “communism, bed & breakfast” (cosmografie, 28), una raccolta di cinque racconti editi dalla Besa Editrice, “romanzi da camera” come vengono definiti nella quarta di copertina. Partiamo dal titolo, che si riconnette subito al tema del primo racconto, il protagonista del quale è uno scrittore e intellettuale che dalla città Salentina si è trasferito a Parigi da diversi anni. Capita che due vecchi amici lo invitino a presentare il suo libro a Lecce, il nome della città non compare, ma è come se la lente di ingrandimento posta dall’autore sul Salento sia così vicina al soggetto da non suscitare il bisogno di citazione. Nell’epoca che si attrezza di modernariato e ipertecnologia sono i capelli radi o bianchi che fanno accorgere gli amici che il tempo è passato. Con il tempo è passato anche l’attaccamento a una fede politica, con l’espressione di un dubbio concreto fatta proprio dal protagonista. Il secondo racconto intitolato “Movimento terra”, racchiude in perfetto equilibrio una serie di elementi antropologici e magici che caratterizzano il Salento. Si va dall’aggiramento della 488 per speculazioni & affari grazie all’interessamento dei politici di Roma fino alla magia (macaria) di una ragazza, Assunta, attorno a cui ruota la vicenda. Ernesto ne è vagamente innamorato, innamorato di una malìa non corrisposta ma reciproca. Al termine della lettura ci chiediamo soltanto se nel sogno d’amore e magia è compresa la speculazione edilizia o se questa continui a resistere nella realtà. Già dalla lettura di questi due racconti affiora una caratteristica della scrittura, quella cioè di creare un compartimento nel tempo della vicenda in cui il passato linguistico coesiste nel presente operando un contagio, grazie al linguaggio avviene la creazione di una “velina”, se così si può dire. Certo non si ha l’effetto di rarefazione che si può notare, ad esempio, in un romanzo come “Un refolo di vento” (Salvatore Stefanoni), dove la prima “bicicletta” compare dopo oltre venti pagine, la considerazione è utile per comprendere come Raffaele Gorgoni sia riuscito ottimamente nell’intento di sospensione della credulità nel tempo e negli oggetti. Quello che ci si aspettava da un autore che era capace di trattare la materia storica come si fa con il reportage dell’odierno era che si accostasse alla contemporaneità con gli strumenti della storia, e così è stato, in consapevolezza dell’obiettivo e senza appesantire la narrazione di orpelli metodo-sociologici, usando il pretesto del sogno che al suo svanire riporta al punto di partenza, ma con un sentire differente; come nel racconto del commerciante che decide di non pagare più il pizzo, e lo fa nel modo più plateale possibile, in una terra che accoglie le sue tragedie con un pizzico di ironia e sarcasmo. Il risultato è un libro interessante, dove la tragedia e la commedia si mescolano in crescendo fino al racconto finale che non lascia spazio all’autocommiserazione di una terra, e costituisce allo stesso tempo la conferma di Raffaele Gorgoni come narratore.

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le mani e l'ascolto, 4° appuntamento


Quarto appuntamento della rassegna di parole e suoni “Le Mani e l’Ascolto” che il Fondo Verri organizza, per il settimo anno consecutivo, con il patrocinio del Comune di Lecce.

Domenica 30 dicembre, dalle ore 20.00 l’appuntamento è con il grande repertorio classico. Al pianoforte due giovani esecutori, allievi del maestro Andrea Padova: Davide Milone, eseguirà partiture da Liszt, Prokofiev, Scarlatti, Chopin e Matteo Cataldo da Mendelssohn, Schumann, Brahms, Liszt.

La poesia è affidata a Francesco Rizzo che legge da Incauda venenum, raccolta di versi in uscita per i libri di Icaro. Francesco Rizzo è nato nel 1976 a Galatone, giovanissimo ha frequentato la casa di Ercole Ugo D’Andrea, poeta caro a Mario Luzi e ai fiorentini delle Giubbe Rosse, voce “domestica” della poesia salentina del novecento. Da lui Francesco Rizzo ha assorbito il ritmo quieto ed insieme un desiderio di altra vita, di altro mondo che si assume nel verso. La poesia come orizzonte, meta di un contatto con ciò che non è: con ciò che è eterno: “Di questi giorni una noia m’assale / come graffio d’unghia animale,/ l’ulivo conosce un sentiero / dove una cerimonia di dei annebbia le menti / che son stanche di pensare non so cosa / quale fenomeno e noumeno / quale tormento d’esistenza”.

sono uscita a raccogliere un tuo bacio


Andrea Cati
Poesie inedite

Sono uscita a raccogliere un tuo bacio
i ricordi ghiacciati
nella polvere del tempo
quello che non riesci a raccontarti.
E sei la voce delle notti insonni,
la chiave
e la fessura sbiadita delle mie malinconie.

Sono venuta a riprendermi le gioie e i rimorsi
il figlio che non ho mai partorito
e lo splendore che ci proteggeva
non dico il cuore,
ma una parola avvelenata dalle ore
dal quel silenzio prolungato in fondo agli occhi
curvi
e lucidi nel brodo.

§

Non intendeva misura alle parole
era una pietra lanciata
oltre la staccionata dell’infanzia
il movimento indeciso delle foglie
quando a settembre mute e nude
sanno già il bitume che le aspetta
il becco e la suola fredda dell’inverno,

la saliva avvelenata di un padre,
che là, fermo da secoli,
le fissa e non teme
l’ingiallirsi al proprio dolore,
l’abbraccio a quella cicca
spenta fino a bruciarla.

§

La gente seduta ai bar

Guarda la gente seduta ai bar
così partecipe alla vita
alle file interminabili al di fuori delle poste,
al formoso dondolio delle signore
mentre entrano, pronte e maliziose,
nel “buongiorno” dei macellai.

Guarda com’è breve la durata di una birra
per la gente che seduta al bar
s’abbevera ed accende la Diana,
la foto del nipote nella tasca delle monete.

Un sogno sepolto, mai nato
è in quella vista così severa:
loro non sanno la promessa
che ogni bimbo lascia alla sua terra,
a quei pomeriggi spesi nel volo di una farfalla:

gli uomini che vedi dietro i tavoli del bar
hanno l’intuito esatto per la prossima partita
e se gli chiedi cosa sia “coscienza”
rimangono a guardarti, ad offrirti un’altra birra.

Ma basta la pronuncia “mamma”
a smuovere quel crocifisso d’oro
attaccato al proprio collo, a quel calore
che dagli occhi io non vedo eppure ascolto
ogni volta che le guardo
le persone sedute al bar.

§

Oggi è un’accontentarsi
di pigmenti, di piccoli sfarzi
catturati ogni volta
che il passo s’apre
all’ora meno triste
alla preghiera realizzata
quando incontri le sue braccia
così intere – vere -
da illuderti che esista solo lei
o un noi
quando cammini e sostieni il mondo,
ad accostarti perfino alle panche
più isolate, ai tossici di via Petroni.

Ma siamo ancora diffidenti
abbiamo paura:
e quando il respiro si fa debole
e l’asfalto, la notte, e le piazze tremano,
cerchiamo una casa
la lingua del nostro cane
che sondi le ferite più segrete,
ci aiuti a spalancare le finestre
quando è la luce
l’ospite d’eccezione.

§

Spiega l’autunno, l’aprirsi della piazza
calpestata da foglie, da barboni
o ruote abbandonate ai margini

gli amanti decisi verso una stella,
i clacson assoluti, le file silenziose
e le signore più belle

a rapirti da ogni tristezza.

Spiega almeno una porzione di giornata
dove il pensiero s’arrenda
al simultaneo contatto tra due cuori
al fedele germoglìo dell’azzurro:
prometti cura, la stessa cura
che conservi ai tuoi sogni
più reconditi e veri.

Cerca di spiegare la rarità dell’esser qui
quella che ci domina ad ogni respiro,
e non temere se le stagioni
ritorneranno insieme ai dolori
alle speranze invecchiate
come la suola delle tue scarpe:

tutto si ripete affinché la morte
diventi l’estrema dimora sacra
di un sonno che sempre ci veglia,
ci avvisa dell’al di là che aspetta.

§

Un uomo (da) lontano

Oggi sono il bagaglio in quell’aereo,
il disordine che non trovo
per le strade e le case.

E sarò la tromba, il soffio rotondo,
duro di quel bambino.

Oggi lascio questi sogni per le scale
e salgo nel 28
per capire che il mondo non può darsi
solo per intrattenimento
o nei cortocircuiti tra gli sguardi degli sconosciuti.

Ne vale la pena cercare, cercare:
ma cercare cosa?

§

Le noci, i biglietti e un mazzo di chiavi:
una per la porta di ingresso, l’altra per il garage
una sola per l’auto. La tivu accesa
a qualsiasi canale – sopra il primo vero
sguardo fisso e fiero (era la comunione).
L’oroscopo del mese prossimo, la lista delle cose
e le bollette da pagare. Il tramonto infilato in mezzo
ai baffi del gatto e, la sua coda, come una lancetta,
a contare i minuti prima dell’arrivo.

Pensi: “viaggio escluso, sono nove ore al giorno.
Prima almeno ero a due chilometri.
Le chiavi sono sul tavolo e Angela
torna alle 20. Ok, vado e torno.
O rimango?”.

La vita oggi è stata proprio in questi piccoli eventi:
per la prima volta a mensa si serviva pasta al forno
ed un uomo nel bus ha esclamato a gran voce
“ti amo” alla sua bella.
Con gli occhi fissi come in quella foto
“Una mano mi è sembrata passare sul capo,
un’emozione ha vibrato per pochi lunghi attimi”.
La monotonia era il vento che non potevi udire
perché ancora eri seduto.

§

Ma in fondo anche io trascorro le giornate simili ad un cane,
a soddisfare l’eterna fame
di una gioia mai cantata,
incastonato come servo
nella preistoria delle passioni:
a colonizzare la terra degli onori.
E rimango fedele:
incatenato tra le ombre del costume
in tutta questa povertà che non riconosco,
nella ricchezza che non ho mai assaggiato.

Speme di parole con suono


Secondo appuntamento della Rassegna di parole e suoni “Le Mani e l’Ascolto” che il Fondo Verri organizza, per il settimo anno consecutivo, con il patrocinio del Comune di Lecce.

Venerdì, 28 dicembre, dalle ore 20.00 i suoni di Vito Alusi faranno eco e contrappunto ai versi di Elio Coriano. “Speme di parole con suono” il titolo della performance.

Elio Coriano è nato a Martignano (Salento) nel 1955. Poeta ed operatore culturale, insegna Lettere nella scuola media superiore. Calibrate da grande lavoro compositivo le sue numerose pubblicazioni. Scrive una poesia della voce, da sempre attento all’aspetto performativo, “legge e insegue le parole incontrando gli occhi di chi sta intorno, s’avvicina e legge ad alta voce, con tono di sfida, di allerta, di colui che sollecita”. Ecco, i suoi versi sollecitano, sommuovono nella costruzione di una ritualità densa di senso. Forte in lui la critica all’eccedenza del contemporaneo senza nostalgia scrive rivolto ai poeti e a se stesso:

“Renditi inutile a quello che non ti piace, al distorto travestito da chiaro. Per chi mi devo crescere? Per cosa devo crescere? La mia coscienza nutrita a sputi è forte per spargere buone novelle, per seminare i campi arati di semi faticati, di semi faticosi. Renditi inutile dove tutto è spacciato per efficienza, dove lodano gli onesti e fanno affari i furbi. Renditi inutile quando vogliono solo il tuo sangue, le tue mani, la tua lingua, per inquinare libertà e democrazia. Renditi inutile quando ti dicono che devi salvare il mondo, che sei l’unico che può farlo. Forse il mondo non vuole essere salvato”.

link a “Elio Coriano: poesia senza maestri” (Musicaos.it, archivio 2004)

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Dorothy Parker


“Dorothy Parker”
di Bianca Madeccia

Qualcuno disse di lei che la sua vita fu un disastro e il suo talento lo sperperò come una persona troppo ricca e irresponsabile sperpera il suo patrimonio; qualcun altro invece disse che da donna partorì il suo talento con lo stesso dolore con cui un uomo partorirebbe un bambino.
Dorothy Parker, nata Dorothy Rotschild nel New Jersey il 22 agosto 1893, aveva grandi occhi da gazzella, occhiali da miope portati di nascosto, era piccola e minuta.
«Aveva il dono di trovare qualcosa di cui ridere nelle tragedie più amare degli animali umani», disse di lei Somerset Maugham. Dotata di sarcasmo naturale, lo affinerà nel mondo del giornalismo che in quegli anni era soprattutto il mondo delle riviste che lanciavano la Nuova Moda e il Nuovo Stile di Vita, spregiudicato, aristocratico, snob e sofisticato.
Giornalista e scrittrice, in vita conosce la popolarità soprattutto grazie alle battute che le guadagnano la fama di essere la donna più spiritosa di New York. In sua presenza la gente non esce dalla stanza perché ha paura di quello che potrebbe dire di loro. Fu una protagonista della New York degli anni ‘20 raccontata da Fitzgerald: tanto alcool, fasto, sperpero, grandi feste, charleston e sparatorie.
Un’adolescenza ricca, educazione raffinata, un codice severo di modi e maniere. Dorothy è una studentessa brillante ma non molto ben vista dalle suore proprio a causa del feroce senso dell’umorismo che allena fin da bambina. Una volta, a scuola, le fu chiesto di spiegare cosa fosse l’Immacolata Concezione. Rispose: «Un caso di combustione spontanea». Fin da piccola si sottrasse alle regole che vietavano di andare al cinema, fumare, incontrarsi segretamente con i ragazzi, e mangiare dolci fuori pasto.
Diplomata, Dorothy si impegnò a diventare una Donna Nuova. Andò a vivere da sola, inserendosi subito nel mondo delle riviste. Scrisse regolarmente per «Vogue», «Vanity Fair», «Life» e «The New Yorker». Il suo primo lavoro è nella redazione di «Vogue» dove guadagna dieci dollari a settimana scrivendo didascalie piene di inventiva: in una riga ci dovevano essere la maggior quantità possibile di immagini e di idee. La Parker, già bravissima a scegliere i termini ‘giusti’, affina le sue qualità naturali grazie a questo lavoro. Più tardi sarebbe diventata famosa come una donna capace di distruggere una cattiva commedia o far deflagrare un ego grazie a una sola, accurata parola.
Dopo un anno le viene chiesto di far parte della redazione di «Vanity Fair», che a quel tempo era più che un semplice giornale di moda, era l’arbitro di eleganza della nazione. È «Vanity Fair» che fa conoscere ai suoi lettori, pittori e scrittori d’avanguardia come Picasso, Matisse, Gertrude Stein, D.H. Lawrence e T.S. Eliot, ed è anche il primo magazine a riconoscere gli artisti americani neri. Chiederle di far parte della redazione era un complimento. Le si stava dicendo che faceva parte, che era un membro effettivo dell’élite intellettuale della nazione, quell’élite che stava creando un nuovo, sfrontato Stile di Vita. Dorothy a soli ventiquattro anni aveva dimostrato di aderire alle regole del momento, era smart, cioè spiritosa, furba, piena di brio e di malizia, ma soprattutto non era ‘ordinaria’ (cioè rozza e volgare), né comune (cioè banale e conformista), due difetti imperdonabili per quei tempi. Nel ‘19 «Vanity Fair» assegna alla Parker una rubrica di critica teatrale, un incarico che però dura un solo anno. Nel ‘21 partecipa alle manifestazioni per i due anarchici italiani Sacco e Vanzetti. Dalle nove di sera in poi era possibile trovarla all’hotel Algonquin (che ancora oggi continua a godere della notorietà guadagnata allora). L’albergo era situato nella zona dei teatri e perciò frequentato da attori e attrici. Dorothy si incontrava con giovani recensori, critici, giornalisti: molti di loro erano personaggi in ascesa. In comune avevano una predisposizione immediata per tutto quello che era o sembrava divertente. Gli piaceva pensarsi come Cavalieri di una Tavola Rotonda, e il manager dell’albergo gliene procurò una. Si chiamavano solo per cognome, un vezzo un po’ snob che tuttavia dava l’idea di quanto poco in realtà sapessero gli uni degli altri. Dorothy più tardi disse amaramente di quegli incontri: «La gente li ha romanticizzati. Non erano giganti. Pensate a quelli che stavano scrivendo a quei tempi: Lardner, Fitzgerald, Faulkner, Hemingway. Quelli sì che erano i veri giganti. La Tavola Rotonda dell’Algonquin non era che un gruppo di persone che si raccontavano barzellette ripetendosi che erano molto belle. Era il momento terribile della battuta, sicché non era necessario che dicessero cose vere … Quella gente della Tavola Rotonda non sapeva un accidente. Credeva che fossimo degli scemi perché andavamo a fare le dimostrazioni per Sacco e Vanzetti». A quel gruppo non appartenne nessun grande scrittore o artista, a parte la Parker. È qui che Dorothy conosce Edwin Pond Parker, suo primo marito. Dirà di lui: «L’ho sposato solo per cambiare nome». Stanno insieme due settimane poi lui parte per la guerra. Al suo ritorno, dopo quattro anni, Dorothy si ritrova davanti uno sconosciuto. Divorzieranno, ma lei continuerà ad usare il cognome del marito che le piace più del suo.
Esce la sua prima raccolta di poesie, Enough Rope, che diventa un best-seller. Nel ‘23, dopo aver abortito, tenta di suicidarsi. È da quel momento che comincia a bere e fumare troppo e a usare il profumo di tuberosa: lo stesso usato dagli imbalsamatori per nascondere l’odore dei cadaveri. Vengono pubblicate due sue autobiografie che consegnano in pasto al pubblico i suoi amanti, gli aborti, i tentativi di suicidio, i debiti, il suo amore per i cani e i boa di struzzo.
«Nessuno sapeva bene che cosa in realtà accadesse a quella minuscola donna terribile quando si ritirava in squallide camere arredate soltanto da un tavolo e da un letto, in compagnia di uno o due cani, con una macchina da scrivere che nessuno vide mai senza che fosse nascosta da un asciugamano, in una cucina sempre vuota dove mangiava la pancetta cruda piuttosto che tirar fuori un padellino per scaldarsela», scrive di lei l’americanista Fernanda Pivano.
Quando Dorothy lascia «Vanity Fair» passa a far parte di quel manipolo di scrittori che contribuirono a dare una fisionomia a «The New Yorker». I suoi racconti brevi vennero pubblicati sul giornale irregolarmente dal ‘26 fino al ‘55. Almeno per quel periodo Dorothy si sentì esentata dal produrre battute come quelle a proposito dell’attore cow-boy Tom Mix: «Dicono di lui che cavalca come se fosse una parte del cavallo ma non hanno mai specificato quale». Il suo secondo marito è l’attore e scrittore bisessuale Alan Campbell. Vanno insieme a Hollywood e lì, insieme, scrivono commedie. La loro storia sarà un lasciarsi e riprendersi continuo fino alla morte di lui nel ‘63.
Nel ‘30 riceve il premio O’ Henry per il racconto Big Blonde: la storia di una donna che rimane prigioniera del suo atteggiamento allegro e spensierato e che in realtà è una creatura insicura, disperata e solitaria: quasi una sorta di autobiografia. Quando Dorothy ritorna a New York ricomincia a bere. Nel ‘35 si getta in politica legandosi ai radicali. Nel ‘37 va in Spagna come corrispondente di guerra. I suoi articoli descrivono le azioni ‘lealiste’ (sostenute dai sindacati, dai comunisti e dall’Unione Sovietica) e non quelle della Falange (appoggiate dall’Italia fascista, dalla Germania nazista, dall’esercito e dai latifondisti). Dorothy si era pubblicamente dichiarata comunista e quando si formano i vari comitati e sottocomitati di investigazione per le attività antiamericane si ritrova, insieme ad altre trecento persone, in una lista di “sospetti comunisti”. Viene condannata.
Oramai i produttori la boicottano, non riesce più a lavorare. Vive in una squallida stanza d’albergo e riceve il sussidio di disoccupazione dei poveri. Viene ricoverata in ospedale, la sua amica Lilian Hellman riceve una telefonata in cui le si chiede di saldare il conto. Dorothy due giorni prima aveva ricevuto un assegno di diecimila dollari. L’amica gli chiede dove sono finiti e lei risponde di non saperlo. «E sul serio non lo sapeva, diceva la verità. Voleva essere senza denaro, voleva dimenticare di averne. L’assegno fu trovato nel cassetto della sua scrivania assieme ad altri tre. Dopo la sua morte trovai quattro assegni non incassati di sette anni prima. Non ha mai avuto molto ma di quello che aveva non si curava affatto». Nel ‘67, quattro anni dopo la morte del suo secondo marito, quasi cieca, sola, schiantata dalla persecuzione politica, muore alcolizzata nella camera di un piccolo albergo. Nel testamento aveva designato suo unico erede Martin Luther King che verrà ucciso un anno dopo.

(foto George Platt Lynes, 1943)

fermi immagine da un treno che attraversa la prateria


Anno IV. Numero 27. Fermi immagine da un treno che attraverso la prateria“. È questo il titolo del numero che inaugura il passaggio da musicaos.it a musicaos.it – blog. Alcuni di voi se ne saranno già accorti visitando il sito nell’ultima settimana, le pubblicazioni della nostra rivista sono ricominciate dopo pausa di lavoro durata quasi cinque mesi. Ho sempre concepito il “fare rivista” come identico al “fare ricerca”, un binomio inscindibile che negli ultimi tempi ci ha dato davvero molte soddisfazioni (leggi: belle cose lette e da leggere). Una rivista tuttavia è molte riviste. Una rivista ad esempio è materiale da leggere, selezionare, pubblicare; oltre ai testi da recensire e ai rapporti con i collaboratori, tanti. La cosa più bella è accorgersi che l’interesse nei confronti delle riviste e dei siti di letteratura è sempre più attento e critico. Il 2 gennaio del 2004 iniziavano le pubblicazioni di musicaos.it. Gli autori che hanno pubblicato sul sito sono tantissimi, quelli che hanno esordito da queste pagine altrettanti. Da tre anni prosegue la collaborazione osmotica con la rivista Tabula Rasa (Besa Editrice), conferma che la qualità – se c’è – può essere portata fuori dalle strette & infinite pareti digitali di uno schermo. Perchè, dunque, “Fermi immagine”? Per lo stesso motivo da cui è scaturito il sottotitolo della nostra rivista “uno sguardo su poesia e letteratura”. Il fermo immagine è la cattura di uno sguardo. Mi diverte pensare che il passaggio tecnico da una piattaforma statica a una dinamica sia accompagnato all’idea di poter fermare gli attimi con più frequenza e attenzione, potendo seguire la scrittura da vicino. L’indirizzo per inviarci i vostri materiali, testi, proposte, è alla pagina dei contatti. Cercheremo di mettere a frutto di lettori e autori tutte le cose che abbiamo imparato in questi quattro anni che sono trascorsi. Nel frattempo, buone feste!

Luciano Pagano