Finalmente disponibile: “Il cuore in disparte” di Roberta Pilar Jarussi, ebook 10 – Musicaos.it


ilcuoreindisparte_robertapilarjarussi_musicaos_010“I racconti di Roberta Jarussi hanno forza di verità perché la sua scrittura ti trascina con impeto espressivo nella vitalità tormentata dell’animo dei personaggi. Le sue parole sono disarmanti, bruciano distanze sentimentali con rapide fiammate. Al tempo stesso, però, divampano con microscopico e geometrico rigore. [...] Il cuore in disparte alterna passato e presente d’un incontro impossibile fino all’epilogo dell’abbandono subito dopo il vertice carnale della passione cosicché sarà per lei inevitabile «associare alla parola “sparizione”, lo strappo in corpo e il piacere assoluto, la ferita che è solo quando la carne si apre e pulsa. Il resto è niente» se non diventa scrittura.”

(Michele Trecca, La Gazzetta del Mezzogiorno)

Il cuore in disparte” ci racconta di due mondi e due modi differenti per affrontare non solo la scrittura, ma anche la vita. C’è una via meticolosa dell’essere scrittore, quella di Filippo, che non si è fatta minimamente scalfire dall’ingresso massiccio dell’informatica nel pianeta della scrittura. Filippo scrive ancora con la matita e riempie risme di fogli A4, se non fosse per l’utilizzo sporadico che fa del pc per postare qualche racconto su internet si potrebbe a tutti gli effetti definire un “tecnoleso”, termine che da questo racconto di Roberta Pilar Jarussi entra con prepotenza nel nostro lessico, traducendo l’anglosassone “keeg”, ottenuto come speculare di “geek” (appassionato di tecnologia), e qui sdoganato dal dizionario degli appassionati per diventare pura letteratura.
E poi, accanto a quella di Filippo, c’è una vita, altrettanto meticolosa, maniacale, che si è fatta attraversare completamente dall’innovazione: Anna esce di casa con il portatile, e, quando le viene in mente qualcosa che deve scrivere, magari quando sta facendo una coda presso qualche sportello, piuttosto che prendere un taccuino e una penna apre l’ostrica del suo MacBook bianco (Montblanc per lui, white Mac per lei) e annota il suo pensiero. Ciò non toglie che la sua scrittura, pur immersa nel virtuale, non sia altrettanto ‘incisiva’ e scalfente. I due si sono incontrati per caso a un festival di scrittori, uno dei tanti, anche abbastanza affollato, nel sud del sud, in Lucania.

La bravura di Roberta Pilar Jarussi, in questo come negli altri racconti pubblicati di recente (“Panni sacri”, “La verità” presenti entrambi nella collana di narrativa di Musicaos), sta nel ‘riportare’ al lettore una realtà narrativa suddivisa su livelli differenti, facendo coincidere le diverse vicende, intersecandole, spiazzando, e, in poche pagine, mettendoci a tu per tu con i pensieri dei personaggi, con quello che è il loro passato immediato, con tutte le aspettative che vengono rivolte nel presente, fino a immaginare cosa sta per accadere lì, davanti ai suoi occhi, prontamente disatteso. È davvero difficile non resistere a questo gioco di rimandi e immedesimazioni, senza ‘prendere le parti’ o affezionarsi ai tic e ai modi di fare e dire di Anna e Filippo, per non parlare di tutto ciò che li circonda. Quando uno dei personaggi di Roberta Pilar Jarussi entra in un ambiente, sia esso un bar, un aeroporto o un ufficio, basta una battuta per ‘ottenere’ il personaggio, e tu sei lì, stai vivendo nella stessa scena, catturato da un potere evocativo che ti sbalordisce, ed è uno dei primi ‘sintomi da rilettura’. A questo si aggiunge l’altalena del tempo, con i flash-back, anche questi in perfetto montaggio, eventi passati da cui fuoriescono quelli presenti, e viceversa. La 504. Un numero assurdo, assegnato da un destino bizzarro alla stanza di una pensioncina che di stanze ne ha davvero poche. Un numero che diventerà ‘luogo’ per due corpi che si inseguono.

C’è una grande vastità che si nasconde nel cuore, e che si traduce tutta nella descrizione degli amanti al termine della battaglia d’amore, nei gesti che seguono, in quelli che precedono l’addio o il saluto. Roberta Pilar Jarussi, ne “Il cuore in disparte”, riesce ancora una volta, con una forza e un espressionismo unici, a trasformare in poesia, sorpresa e stupore, tutti quei piccoli frammenti di cui si compone una storia, o una non-storia, d’amore.

(dalla postfazione di Luciano Pagano)

ROBERTA PILAR JARUSSI. Ha pubblicato il romanzo “Nella casa” (2003, Palomar – collana Cromosoma Y, diretta da Michele Trecca e Andrea Consoli) e “Dal vivo”, racconti (2002 , zerozerosud). Nell’ottobre 2003, è selezionata a ‘Ricercare’ convegno-laboratorio per nuove scritture (Reggio Emilia), con un brano dell’allora inedito romanzo “Nella casa”. Con Musicaos ha pubblicato “Panni sacri” (Ebook 06 Musicaos) e “La verità” (Ebook 07 Musicaos).

ENRICO LO STORTO fotografo professionista, autore dell’immagine di copertina de “Il cuore in disparte“, è nato a Cerignola nel 1963, risiede a Foggia. Inizia a fotografare nei primi anni ’80 con una Olympus, per passare subito dopo alla Nikon, di cui possiede vari corpi corredati da ottiche fisse e non. Nel 2004 la sua espressione fotografica ha un forte scossone grazie sopratutto all’avvento del digitale che Lo Storto approfondisce, in ogni direzione. Enrico Lo Storto vanta varie partecipazioni e ammissioni a concorsi Internazionali e ultimamente ha collaborato con l’azienda italiana produttrice di gioielli, Bulgari. Già da numerosi anni è parte attiva del Foto Cine Club di Foggia di cui è anche docente oltre che facente parte delle commissioni Artistica e Formazione.

“IL CUORE IN DISPARTE”, di Roberta Pilar Jarussi, ebook 10 – Musicaos.it

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Anteprima: Enrico Lo Storto, Mirna e Martina Marić, le foto dei nuovi ebook di Musicaos.it


Anteprima: Enrico Lo Storto, Mirna e Martina Marić, le foto dei nuovi ebook di Musicaos.it

Manca poco perché sia online “Se Hank avesso incontrato Anaïs”, il romanzo di Stefano Donno, nella sua nuova edizione ideata e edita per gli ebook di Musicaos.it. Approfitto di questo post per dare un’altra anteprima, quella sull’ebook numero 11, e per parlare dei fotografi che hanno collaborato con le prossime uscite degli ebook di Musicaos.it. L’ebook 11 si intitolerà “Cani acerbi”, scritto da Gianluca Conte. Questo post è dedicato ai fotografi che hanno illustrato le copertine, rispettivamente, degli ebook 10 e 11 di Musicaos.it.

ilcuoreindisparte_robertapilarjarussi_musicaos_010Enrico Lo Storto è l’autore della foto che illustrerà la copertina di “IL CUORE IN DISPARTE” di Roberta Pilar Jarussi.
Enrico Lo Storto è nato a Cerignola nel 1963 e risiede a Foggia.  Inizia a fotografare nei primi anni ’80 con una Olympus, per passare subito dopo alla Nikon, di cui possiede vari corpi corredati da ottiche fisse e non. Nel 2004 la sua espressione fotografica ha un forte scossone grazie sopratutto all’avvento del digitale che Lo Storto approfondisce, in ogni direzione.

Enrico Lo Storto vanta varie partecipazioni e ammissioni a concorsi Internazionali e ultimamente ha collaborato con l’azienda italiana produttrice di gioielli, Bulgari. Già da numerosi anni è parte attiva del Foto Cine Club di Foggia di cui è anche docente oltre che facente parte delle commissioni Artistica e Formazione.

gianlucaconte_caniacerbi_musicaos_ebook_11Mirna Marić è autrice della foto (“The underwater girl”) che illustrerà la copertina di “CANI ACERBI” di Gianluca Conte. Le sorelle Mirna e Martina Marić (Marić Sisters Photography) hanno rispettivamente 18 e 20 anni, vivono e lavorano in Croazia e fanno parte della nuova generazione di fotografi/artisti visuali europei (http://www.facebook.com/MaricSistersPhotography); i loro lavori sono caratterizzati da un’attenzione particolare alla natura, alla figura umana e alla presenza dei corpi nello spazio.

Chi fosse interessato a conoscere gli altri ebook di Musicaos.it può trovarli qui:
https://lucianopagano.wordpress.com/ebook-musicaos-it-catalogo/

Chi volesse leggere che cosa si dice in giro degli ebook di Musicaos.it può proseguire qui:
https://lucianopagano.wordpress.com/ebooks/scrivono-di-noi-gli-ebook-di-musicaos-it/

“Mignotta” graphic novel di Giovanni Matteo, da un soggetto di Pier Paolo Pasolini. Disponibile su Amazon


È disponibile per il download da Amazon “Mignotta“, di Giovanni Matteo, graphic novel ispirata a un soggetto scritto per il cinema da Pier Paolo Pasolini e pubblicato nel volume “Alì dagli occhi azzurri” che raccoglie racconti, scritti sparsi, soggetti, redatti da Pier Paolo Pasolini nel periodo 1950-1965.
La postfazione dell’ebook è a cura di Luciano Pagano. Tutte le informazioni per il download qui. Si tratta del terzo ebook di musicaos, dopo “Il romanzo osceno di Fabio” e la guida “È facile smettere di scrivere se sai come farlo!“. Altre informazioni sugli ebook di musicaos qui.
Per informazioni o altro potete scrivere direttamente a lucianopagano[at]gmail[punto]com

“Straniero sarai tu. Quando il semaforo non basta”. Un racconto


Straniero sarai tu.
Quando il semaforo non basta.
Un racconto

“Io sono il numero zero
facce diffidenti quando passa lo straniero”
Sangue Misto

Caro lettore, mi preme rassicurarti, prima ancora che tu prosegua nella lettura di questo racconto, che qui non si parlerà di viabilità, di domeniche in bicicletta, di filobus e/o eventuale procrastinazione del servizio di trasporto pubblico, e argomenti simili. Il semaforo, in questo caso, è inteso come luogo di concentrazione del ‘lavoro diffuso’, elemento reso stabile da una precarietà oramai storicizzata e soprattutto denigrata dalle stesse parole del Premier e dalle sue recenti affermazioni sul Decreto Sviluppo. Silvio Berlusconi, in più di un’intervista concessa alle sue reti personali, ovvero sia “Rete 4” e “Rai Uno”, ha ribadito i risultati ‘forti’ del suo governo, che poi sono quelli di facciata più visibili dal punto di vista mediatico ma smentiti nell’attimo stesso in cui ne viene data notizia. Il leit-motiv che ci ha accompagnato nel periodo delle elezioni nei Comuni sarà lo stesso tormentone che ci accompagnerà fino alle prossime Politiche, ovvero sia il trittico “Spazzatura” – “Terremoto” – “Come Siamo Usciti a Testa Alta dalla Crisi”.
È per questo motivo, caro Lettore, che mi sembrava giusto riportare una testimonianza, qualcosa di piccolo di fronte a tanto dispiegamento di mezzi informativi, e lo farò a partire dal semaforo. Il semaforo in questione è quello davanti al quale ho modo di passare ogni giorno, per più di una volta al giorno.

C’è un rumeno, sempre lo stesso da almeno cinque anni, che chiede i soldi in cambio di una lavata di vetro. Un giorno, passando vicino a una cabina del telefono, mi sento chiamare “Amico, amico!”, quando un rumeno ti chiama ‘amico’ è come se un uomo di colore, nell’Harlem degli anni sessanta, ti chiamasse ‘fratello’, stesso effetto semantico, “vieni, ci serve un favore”. Mi avvicino alla cabina rispondendomi nella testa alla domanda “ma chi può utilizzare, nel duemila, una cabina telefonica?”, uno che deve fare un numero verde in mezzo alla strada, ecco chi. Pietro (questo il nome tradotto in salentino) mi mostra la ricevuta di un bonifico estero effettuato con un corriere espresso. In pratica gli hanno invertito il nome con il cognome e quindi, la persona dall’altra parte del globo, in Romania, non può riscuotere la cifra. Pietro mi chiede di fare il numero verde, ascoltare, seguire le istruzioni e segnalare il problema all’Ufficio Clienti. La mia esperienza nei call-center mi fa subito capire che Pietro si trova alle prese con un problema degno dei tempi moderni, ovvero sia l’incomunicabilità tra uomo e operatore. Prendo il telefono, faccio tre tentativi (una buona media per essere un presupposto esperto), riesco finalmente a parlare con una signorina, risolvo il problema. Da qualche parte in Romania la sorella di Pietro, oggi, riceverà 100 euro. Caro Lettore, devi immaginare che quando stavo chiuso dentro la cabina, lì fuori, insieme a Pietro, c’erano altri due suoi amici; se fossi stato più suggestionabile avrei creduto che non mi avrebbero fatto uscire senza una soluzione, se tu stesso li avessi incontrati da soli magari avresti potuto credere che non erano tipi raccomandabili, ma questo è l’effetto che ti fa vedere alcuni telegiornali, quelli che dipingono l’altro come nemico; io non l’ho pensato, anche se uno dei due aveva la chiostra dei denti completamente d’oro. Da quel giorno sono amico di Pietro. Gli ho risolto un problema senza mandarlo a quel paese temendo chissà cosa, l’ho trattato come una persona e non come un lavavetri, quindi ha deciso che siamo amici. Quando arrivo con la macchina davanti al semaforo lui mi dice sempre ‘ciao amico, ti saluto e ti stringo la mano’, a Pasqua mi ha fatto gli auguri.

Caro lettore, dovevo farti questa premessa per raggiungere più semplicemente la conclusione, avvenuta stamattina, quando, fermo con l’auto al semaforo, scambio il mio solito saluto con Pietro. Lui si avvicina, mi stringe la mano, gli dico “Apposto?”, lui mi risponde “facciamo finta di dire apposto! è diventato più complicato, troppe tasse da pagare, il semaforo non basta più”.
Ecco, in quel momento mi sarebbe piaciuto tanto che, a quel semaforo, facesse la sua comparsa San Silvio B., patrono delle emergenze risolte in televisione e rimaste tali nel mondo reale, con le sue rassicurazioni di avere esteso la cassa integrazione anche a fasce dei lavoratori che precedentemente non ne usufruivano; lo stesso San Silvio B. che si prepara a benedire i risultati del recente turno elettorale come un vero e proprio ‘test di governo’, mentre la Confindustria e la Marcegaglia, appoggiata da tutti i precedenti presidenti della Confindustria, continua nell’affermare che l’Italia è un paese frenato, e che il Governo è uno dei freni più forti al rilancio dell’economia. Altro che Decreto Sviluppo. Cosa ne pensa del Ministro Tremonti il nostro Pietro, lavavetri che paga le tasse e nel frattempo deve anche sorbirsi le prediche di una quindicina di commercianti limitrofi che a turno gli sparlano alle spalle recitando la litania del “e perché non torni nel tuo paese, e come fai a camparti con l’elemosina chissà cosa fai di losco, e quanti siete, e se vi contassimo a tutti i semafori, tirate su un milione di euro al giorno”. Mi chiedo, ma c’è stato qualcuno che ha mai chiesto a Pietro se pagava le tasse, prima di dirsi – nel pregiudizio – che è venuto a fregarci i soldi nell’illegalità?

Ecco, caro Lettore, quello che mi premeva dirti con questo racconto è: mentre in questi dieci anni ‘davi addosso’ allo straniero, in tutte le salse e su tutti i canali e con tutte le proposte di leggi allucinanti, le persone che fomentavano il tuo odio erano le stesse che contribuivano a impoverirti al punto da raggiungere una soglia di sussistenza minima, in un paese dove il tasso di disoccupazione giovanile è del 28,2% e dove ci sono fasce della popolazione che non sono MAI state assunte e quindi non hanno MAI, tecnicamente e realmente, lavorato e quindi non sapranno MAI cosa vuol dire essere tutelati. Ma noi continuiamo a dare addosso allo straniero. C’è una canzone dei Sangue Misto, il gruppo cui apparteneva Neffa, che si intitolava “Lo straniero” (1994), ascoltarla oggi e vedere che così poco è cambiato fa venire la pelle d’oca, “Io quando andavo a scuola da bambino/la gente nella classe mi chiamava marocchino,/terrone “Muto! Torna un po’ da dove sei venuto!”

Questo racconto, caro Lettore, è dedicato a Pietro che paga le tasse su quella che tu chiami elemosina, nel paese del lavoro sommerso, ma anche a tutte le famiglie del Nord Italia che alla sera cenano con latte e biscotti perché non hanno più soldi per fare la spesa. Grazie di averci preso in considerazione, Lettore, le faremo sapere al più presto.

pubblicato su “Il Paese Nuovo”
di Domenica 15 Maggio 2011

http://twitter.com/lucianopagano

“Prosit”, un racconto di Evelyn De Simone.


“PROSIT” di Evelyn De Simone

Siamo seduti a questo tavolino da circa due ore e sono circa due ore che me ne sto curva sul mio quaderno, simulando trance creativa, solo per sottrarmi alla discussione in corso tra Luca e Alessandro, circa l’amicizia, i legami, la fiducia. Tutte quelle parole che, solo a pronunciarle, ti riempiono la bocca.

Se c’è una cosa che non sopporto è quando la gente continua a parlare per tanto tempo dello stesso argomento, pur essendo totalmente d’accordo su qualsiasi aspetto della questione. È come in quegli stupidi talk show del primo pomeriggio in cui tutti si contraddicono urlando, per dire la stessa cosa. Almeno Luca e Alessandro sanno usare i congiuntivi e, soprattutto, parlano a volume abbastanza moderato.
- Certe volte non puoi prevederlo. È inevitabile fare qualche errore di valutazione: ti fidi degli altri, dai loro ciò che puoi e…
- Tac! Ti fottono in men che non si dica. Il punto è che non bisognerebbe dare tanto. O forse pur di evitare le delusioni non bisognerebbe dare tanto aspettandosi di ricevere tanto..non so..
-Io lo so: per preservarsi non bisognerebbe dare tanto a chi vuole ricevere tanto. E comunque se ti faccio un favore, se condivido una cosa con te lo faccio visceralmente, senza una vera intenzionalità razionale. Non lo faccio perché tu lo faresti (anche se a posteriori so che è così), il moto del “farlo”, del “darsi” è una forma di prepensiero elicitata da…
-Solo da determinati tipi di rapporti. E se le viscere, qualche bella volta, si sbagliano?
-È proprio questo, ciò che cercavo di dirti. Le viscere possono sbagliarsi, eccome, e noi non possiamo farci niente: possiamo scegliere se fidarci o meno degli altri, ma non possiamo non fidarci del nostro stesso istinto. Non si può sfuggire a lungo all’istinto, sarebbe come vivere in una cella di isolamento.
-Prima o poi ci convinceranno che saranno giuste le amicizie “con i beni separati e con i mali in comunione”.
-Adoro quel pezzo, cazzo ha un sound…comunque ti dicevo…

E avanti così, ancora, smetto persino di stilare quello schema mentale in cui appunto le posizioni dell’uno e dell’altro. Mi alzo per andare in bagno e quando torno, Alessandro sta dicendo qualcosa circa i condizionamenti ambientali che subiscono le nostre viscere e Luca sembra dare i primi segni di cedimento: ha smesso di guardarlo in faccia, preferendo la vista di un gratta&vinci che sta grattando con la cura con cui si spogliano le mogli durante la prima notte di nozze.

Riprendo il quaderno tra le mani e inizio a disegnarli. Due bicchieri di birra a metà e due vuoti allontanati al bordo destro del tavolo. Abbozzo il modo gentile di toccarsi i capelli di Alessandro, le sue labbra carnose inclinate in un mezzo sorriso benevolo. Di fronte stendo due/tre righe per la sagoma di Luca, aggiungo le rughe di concentrazione sulla fronte, la testa piegata di lato per guardare meglio il biglietto, la bocca serrata, non sorride, non è triste, non è seria. Alzo la matita dal foglio solo quando sento Luca che, continuando a guardare tra i disegni idioti del biglietto, dice:

- Sai cosa ti dico? Che alla fine è tutto una presa per il culo. L’amicizia, la fiducia, la reciprocità. Sono parole prive di significato, sono solo aria che mette in subbuglio, inutilmente, neuroni e corde vocali.
- Cosa?
- Sì, è così. Qualsiasi forma di altruismo o di affiliazione nasconde solo il desiderio intrinseco di scampare alla solitudine o di trovare gratificazione attraverso le carenze degli altri o di ricevere ciò che vogliamo per pura avidità. Tu, per esempio, mi sei amico e mi dai ascolto in previsione di ciò che riceverai. Altro che prepensiero, caro mio. Non darmi niente perché non voglio niente, perché non ti darò niente.

Riabbasso la testa e riprendo a disegnare, con l’ostinazione degli autistici. Luca parla ad Alessandro con un tono di voce che gli ho sentito assai di rado, parla ad Alessandro, ma fissa il suo gratta&vinci e quando si blocca un attimo, per prendere fiato, un fugace impercettibile sorriso gli increspa le labbra. Forse Alessandro neanche se ne accorge. Eppure io l’ho visto: ha guardato quel biglietto e ha sorriso, per un attimo, d’istinto. Non si può sfuggire a lungo all’istinto.

Torno a scrivere e questa volta non lo faccio per sfuggire alla conversazione, torno a scrivere di quel sorriso, dei suoi occhi raggrinziti che cercano disperatamente di mettere a fuoco i numeretti sul biglietto, delle sue mani, ora evidentemente sudate, che lasciano impronte sulla plastica verde del tavolino. Scrivo, mentre loro continuano a parlare di amicizia, di fiducia e di legami. Tutte quelle parole che ti viene difficile pronunciare quando pensi di avere un segreto tra le mani che speri possa cambiarti la vita, ma un pezzo di carta non può cambiarti la vita e sto ancora scrivendo quando la voce di Luca torna quella di sempre, si apre una risata, e dice “Dai, scherzavo” col tono delle fiction buonalaprima. “Vado a prendere da bere, questo giro lo offro io!” dice, ancora con quel tono. Lo guardo alzarsi, prendere il gratta&vinci, accartocciarlo e gettarlo nel cestino all’entrata del bar e quando ritorna al tavolo con tre birre appena spillate brindiamo all’amicizia e alla lealtà, cercando di crederci davvero.

§

Questo è il secondo racconto di Evelyn De Simone , pubblicato su Musicaos.it, il primo, intitolato “The Spirit of Innovation” è qui.
Per invio materiali, suggerimenti, eccetera e altri eccetera a Musicaos.it, leggete le istruzioni qui: http://www.musicaos.it
C’è una pagina che ha poco più di cento fan su facebook, è la pagina di Musicaos.it, la trovate a questo indirizzo.  Se siete interessati a seguire giorno per giorno le riflessioni, i post, i link, e i pensieri del curatore di musicaos.it potete leggerlo su twitter, un assaggio è nella colonna a destra di questo blog. Alcuni dei libri in lettura attualmente sono “Afra” (Besa Editrice) di Luisa Ruggio, “Cadenza d’Inganno” (Lupo Editore) di Alfredo Annicchiarico, “In cielo come in terra” (Laterza) di Susan Neiman, “Invisibili” di Fulvio Colucci e Giuse Alemanno (Kurumuny), “La passione” (Untitl.ed) di Marco Montanaro, “451 Via della Letteratura della Scienza e dell’Arte” e – che non guasta mai – La Divina Commedia nel commento audio di Vittorio Sermonti.

“La compagna di classe”. Un racconto di Luigi Salerno


“La compagna di classe”
di Luigi Salerno


Rientrare di sabato nelle luci delle macchine e le mie gambe che affrettano, perché quando è di sabato non ho più il controllo del tempo e a volte me ne accorgo troppo tardi. Ma in ogni caso devo immergermi lo stesso nel caos del centro per poi ritornare subito. Rientrare con le strisce pedonali ingabbiate dalle ruote e la scaltrezza di un cattivo atleta, poco allenato nello scansare gli ostacoli fiammanti. Il fumo dei motori e le mie bottiglie che rischiano di sbattere e di infrangersi. Il mio passo accelera, e allora riesco a raggiungere il tratto meno illuminato e più tranquillo. Il solito marciapiede. Le pizzerie sfornano e infornano, come bocche di leoni accecanti. Le ragazze con i capelli sciolti. Qualcuna con la coda alta che mi sorride; e i profumi dei corpi con quelli delle sigarette. Allora affretto, ancora, anche se in fondo non ho nulla da fare. Ma è quella mia città che mi attira e mi respinge e anche quei visi che si organizzano la sera e che cominceranno a cenare quando starò già dormendo, adesso mi mettono un’ansia profonda e nel passo quest’ansia si scioglie e così raggiungo casa nella metà del tempo. Sfioro con le mani le chiavi dall’esterno del borsello grigio, ancora prima di impugnarle, -perché ricordo sempre di non anticipare mai le mosse prima del tempo. Devo abituarmi a estrarle quando il cancello mi attraversa appena le ginocchia, e non prima. Stasera sono fredde le mie ginocchia. Tintinnano chiavi, bottiglie e ginocchia, in una sola consonanza. Rintocca lo scatto della chiave, ma c’è una macchina che attira la mia attenzione, prima che io chiuda. Mi giro per accostare il cancelletto e per evitare il tuono del metallo, quando scorgo due figure magre e romantiche, in un’ auto bianca che non ho mai visto prima, proprio accanto al mio cancello, quello grande delle macchine. Il motore acceso. I loro visi sono lontani e sepolti nel fumo dell’abitacolo. Forse è la donna che sta fumando, ma non ne sono così sicuro, che mentre accosto per non sbattere, gli occhi della coppia si posano sulle mie mani e poi risalgono insieme sul mio viso, stupito e curioso, prima di andare. Ma tanto non li conosco. Forse ho un’aria troppo agitata, un’aria che desta spettacolo. Guardo le luci della mia finestra, che sono spente. È strano, perché mia madre a quell’ora dovrebbe essere già su, o forse avrà acceso dalla stanza che affaccia dall’altro lato. Intanto apro il portone interno e dimentico di colpo quel poco dei loro visi, così confusi. Il suono moderno del motore è ancora presente, romba come quelli dalle cilindrate importanti e non ho nemmeno visto il tipo di auto. Salgo e rientro in casa. I termosifoni sono spenti come le luci, e dentro non c’è nessuno. Nemmeno un messaggio, eppure quello è l’orario della cena per una madre così abitudinaria come la mia. Allora riscendo, e trovo ancora la stessa auto, e cerco di trovare una soluzione: andare da mia sorella, che è di fronte, e vedere se mia madre sia finita lì. Elvira non ha telefono, è isolata da due giorni, e allora mi tocca citofonare. La coppia che mi guarda ancora, mentre attraverso, poi non ci faccio più caso. Forse aspettano la ripresa di un bacio o di un litigio e io li avrò interrotti. Elvira mi risponde al citofono, con la bocca piena. Ormai è l’ora di cena o ancora oltre, e mi dice che mia madre non è proprio passata e che probabilmente avrà preso il pullman e starà sepolta nel traffico del sabato. Cerco di tranquillizzarmi, tirando il fiato a più riprese. Immagino il tragitto della linea che si avvicina alla nostra strada; le luci dei nostri lampioni, i fari dell’auto che si spengono. Alzando la testa noto che Elvira ha già abbassato tutte le tapparelle. Mi ha solo detto di farle sapere qualcosa e di non preoccuparmi. Intanto salgo sopra e manca la luce, proprio mentre sto apparecchiando la tavola per due. Mi affaccio per vedere quante case siano rimaste al buio e quanto sia serio il guasto. Guardo l’ora e noto che il tempo scivola e lei ancora non ritorna. Anche Elvira sarà senza luce, ma non voglio allarmarla. Con il buio ogni cosa si allarma, come in un furto d’auto. Il cancello è elettrico, se voglio prendere l’auto e andarla a cercare non posso più farlo. Scendo lo stesso, lasciando la tovaglia a metà sul tavolo di marmo ghiacciato e allarmato. Le scale allarmate a più gradini, riesco ad aprire il cancelletto pedonale con la chiave. I due sono ancora nella stessa auto, ancora immobili. Ormai non mi fanno quasi più effetto. Mi guardo intorno, tentato di avviarmi a piedi e da solo alla sua ricerca. Elvira non può avvertirmi di niente, è sopra con i bambini. Se fosse successo qualcosa dovrei sbrigarmela da solo e arrivarci sempre prima io. Come avviene con le buone notizie, anche con le cattive: c’è chi si espone sempre per primo, perché ha maggiore raggio di azione; forse maggiore resistenza, scaltrezza e autonomia in certe dinamiche o una certa maledizione nel cuore o nel destino. Così mi avvio, senza meta, senza telefono. Sperando che spunti un taxi con la sua mano che batte il vetro e mi saluta o forse la sua sagoma a piedi, sul primo tratto di curva, prima dei due pini. Con la sua solita andatura baluginante, le buste piene attorcigliate alle sue dita. Scorgo appena delle ombre, ma poi non c’è più nessuno, e sono passate già le nove e non ricordo nemmeno se mi abbia detto qualcosa prima di scendere. Cerco di ricordare e intanto oltrepasso la prima striscia di negozi già chiusi. Mi guardo bene da ambo i lati, prima di attraversare e ancora ricordando a vuoto, e poi rallento. Perché il traffico scema e allora quelli più violenti alla guida corrono come matti e finisce che poi ti falciano se non stai attento. Ci sono i lampioni muti, quando attendo ancora e il tempo passa e quasi non me ne accorgo. Quando mi si accosta al fianco destro, quella macchina bianca con i due romantici; quella che poco prima era parcheggiata davanti al mio cancello. Mi giro di scatto, e proprio in quel momento l’uomo che guida abbassa il finestrino e mi guarda. Tira piano di fumo, -è solo lui il fumatore- e poi mi parla. La donna seduta al suo fianco è tutta annebbiata dal fumo della sigaretta. Deve essere una di quelle sigarette forti, e intanto mentre l’uomo mi parla non riesco a sentire bene quello che mi dice. Scorgo appena il viso della sua forse compagna, che si abbassa e un poco si storzella per guardarmi meglio. Mi parla solo lui, ma in una lingua oscura e incomprensibile. Forse nemmeno italiana e nemmeno europea, troppo lontana. Sarà perché sono agitato ma non riesco a cogliere un senso definito da quello che l’uomo mi dice. Soltanto il suono. Il suono caldo e opaco della sua voce folta di vino, quello soltanto è chiaro, anche se le sillabe non mi ricordano nessuna sequenza logica. Quel suo suono invece mi incute una strana calma e poi, quando le spire del suo fumo si dipanano nelle strade, ormai sempre più libere, emerge il profumo speziato della sua compagna e parte del suo viso. Dall’abitacolo soffocante, la sua figura femminile che si ricompone nelle le luci della radio. La radio ha una frequenza disturbata. Scorgo un suo ginocchio scoperto, da una gonna scura. Cerco di sviare da quel contatto e guardo l’uomo. Lo guardo fisso come prima mi ha guardato lui, adesso che ha finito di parlare e aspetta solo una mia risposta. Che non ho. Cerco di sforzarmi, sia per trovare qualcosa da dire, che per comunicarglielo. Intanto mi accorgo di aver dimenticato l’assenza di mia madre, in cambio della loro inquietante presenza. L’uomo mi guarda, la sigaretta adesso l’ha già spenta. Io comincio a ripensare a tante cose, che mi allontanano ancora di più dalla possibilità di lanciargli un segnale di risposta, ma mi allontanano anche dal pensiero di mia madre e della sua assenza. Penso al fatto che forse quei due al cancello aspettavano me e che erano due malfattori che stavano cercando di rapinarmi con eleganza, senza violenza, forse per non rovinarsi la piazza. Siamo in silenzio, tutti e tre. La donna e i miei occhi che adesso tremano nei suoi, quando si allungano verso di me o su di una direzione di penombra parallela che non ricordo più, quando le sirene gonfiano i polmoni per il black-out, e intanto mi accorgo che la loro attesa mi inquieta ancora di più e che forse mi tocca lanciargli un saluto sfumato e ritornare indietro. Semmai da Elvira, mia sorella, con i suoi bambini che saranno crollati di sonno e di buio sul tappeto rosso del soggiorno. Ma senza luce non penso che possa aprirmi o forse sì. Potrei chiamarla a voce dalla strada e dirle che sono preoccupato. A quei due salutarli in inglese, o meglio alzando un braccio, sorridendo. Capiranno che non riesco a capirli, che di certo nemmeno loro capirebbero me se io gli parlassi, e intanto cerco di articolare un qualsiasi segno di saluto, che mi sganci dalla loro morsa, quando la donna mi chiama per nome. La macchina è ancora accesa, mi dice “Ottavio”, così ben scandito, da lasciarmi perplesso per il calore confidente e familiare della sua voce quando entra nel mio nome. Un nome detto da una che mi conosce e che forse mi ha già chiamato altre volte. Forse perché quando chiami un nome che hai già chiamato, la tua voce si trasforma, si fa più calda e l’altro che è chiamato riesce a sentire che esisti da prima, perché quel tipo di inflessione, nel breve spazio del nome, è la stessa delle persone che ti conoscono, che ti amano, che ti sopportano o che ti odiano di nascosto e senza dirtelo mai, ma che in qualche modo sono finite o dirette dentro la tua vita. Abbasso la testa, scavalco quella dell’uomo, che intanto ne accende un’altra, e poi la fisso. Le chiedo se mi conosce, perché quella sera non sono stato chiamato da nessuno nei pochi minuti della loro presenza e del mio rapido passaggio. La donna mi guarda, con una calma profonda nello sguardo. Aspetta anche lei qualche segnale, non rispondendo però alla mia domanda.
Forse nemmeno lei conosce la mia lingua. Conosce il mio nome ma non la mia lingua, -questo potrebbe essere ancora possibile. Insisto, mi faccio ancora più vicino. La stazione radio si assesta e suona una canzone americana, mi pare When i fall in love di Nat King Cole, e l’uomo chiude gli occhi e le posa un palmo sulla coscia e il vestito un po’ le sale e attendiamo ciascuno uno stacco di luce. “Sali, Ottavio”, mi dice la donna, “sali che parliamo in auto”. Fa freddo e non c’è luce, e a quel punto non mi rimane che approfittare per farmi accompagnare all’ospedale più vicino o al commissariato, che la mia macchina è bloccata nel garage con le porte automatiche. Ma forse è ancora troppo presto per il commissariato. Con l’ospedale avrei almeno escluso il peggio e allora faccio il gesto impacciato di entrare dentro. L’uomo mi accompagna appena lo sportello laterale posteriore verso l’esterno, senza guardarmi. Entro imbarazzato, ma sono sicuro di fare la cosa più logica. La donna mi guarda e avverto che può capirmi, anche se non so come sappia il nome l’importante è che adesso io ritrovi mia madre. Ci ritroviamo in tre in quell’auto. Il primo pensiero è quello di avvertire mia sorella; di avvertirla ma senza allarmarla e purtroppo non trovo il modo se non quello di raggiungere il suo palazzo. Così dico alla donna di chiedere all’uomo che guida di riportarmi al palazzo di mia sorella, quello così vicino al mio, quasi nel punto dove avevano parcheggiato. L’uomo tossisce, la donna gli parla in un’altra lingua. L’uomo fa subito inversione, senza esitare. La donna mi sorride, poi si gira ancora avanti, abbassa la radio e commenta qualcosa in una lingua ancora più oscura. Osservando alcuni palazzi, abbassando la testa per guardarli meglio, mentre glieli indica allo stesso tempo con un dito. L’altro guida e li guarda appena. Le dico dove farlo fermare. La macchina accosta, scendo e la luce ormai è tornata. Le sirene tacciono, mentre le citofono e la sento preoccupata, che si è fatto davvero tardi e che non è mai successo che la mamma abbia tardato così tanto e senza avvertirci. E intanto mi sento imbevuto anche io di una strana ansia, e non so ancora se dirle che in macchina ci sono due sconosciuti che mi aspettano; così cerco di temporeggiare ancora un poco, valutando in silenzio sul da farsi, fino a quando Elvira non mi chiede di salire sopra, e io le dico subito che è inutile, perché non ha il telefono e che c’è qualcuno che potrebbe accompagnarmi a cercarla e fare molto prima. Qualcuno che conosco bene, cercando di tranquillizzarla, senza fare nomi – che d’altra parte non so. Quando Elvira mi chiede i nomi, io vado sul vago, e le dico che in questi casi l’importante è ottenere un passaggio per il primo ospedale, senza entrare troppo nei dettagli. Ho cercato di balbettarglielo per non farla allarmare, ma lei mi fa notare che io ho una macchina nuova di due mesi e che vuole venire con me. Il tempo di lasciare i bambini alla signora Staffini, la sua vicina che molte mattine li accudisce. E che adesso sarebbe un’emergenza e che allora io la devo aspettare. Non ho scelta, così acconsento. Mi volto e li guardo. Sono rimasti fermi dove erano, guardandomi le spalle tutto il tempo della breve citofonata con Elvira. Adesso mi aspettano nell’auto, me lo dicono i loro occhi spenti, la loro forma dei visi vicini e spettrali. Alzo subito un braccio, in modo svogliato, e li ringrazio, sperando che adesso se ne vadano, e dicendo che adesso è tutto risolto, che la luce è tornata, che posso prendere la mia auto, che è nuova di due mesi, come mi ha appena ricordato mia sorella, e che sono stati molto gentili a riportarmi al palazzo. Tra poco sarebbe scesa Elvira e così saremmo scappati nel mio garage a prendere la mia auto e così l’avremmo cercata per bene, come soltanto due fratelli di sangue possono cercare una madre.
L’auto bianca rimane ferma: cerco di scandire le frasi verso la donna, che adesso ha il viso preoccupato, mentre cerca di tradurre al suo autista sinistro le mie ultime confuse parole, e forse il fatto che sono risaliti e che devono andare senza di me. Non riesco a capire quale sia il problema. Sento solo l’uomo alzare la voce, lo vedo strattonarla per un braccio, anche se nelle ombre dell’auto il polso della donna muove dei bracciali che suonano e rischiarano per qualche istante il buio dell’abitacolo. La donna che comincia ad infastidirsi, si scrolla il braccio avvinghiato dalla grossa mano dell’uomo, comincia a reagire con violenza. Alza la voce anche lei, un breve scambio di battute, ancora più secche e più tese. La donna apre di colpo lo sportello, l’uomo cerca di trattenerla, ma scende di furia e glielo sbatte in faccia. L’uomo rincagnito sputa una bestemmia nel vuoto. Si ricompone, mette subito in moto e scatta lontano, come un lampo secco di temporale.
La donna è rimasta da sola, a pochi metri da me. Non mi guarda, ma si osserva le scarpe e intanto con le mani si aggiusta la giacca scomposta. Adesso sembra appena più tranquilla, come se disintossicata, dalla sua ultima espressione nella macchina, quando mi ero appena girato dopo la difficile citofonata con Elvira. Si ricompone appena la gonna e la giacca, i capelli e poi mi si fa più vicina. La guardo con imbarazzo, attendo che mi dica qualcosa. Io non so davvero che cosa dirle, e mi chiama di nuovo con il mio nome, e mi chiede di portarla con noi, che adesso è rimasta a piedi, e io la trovo una cosa ancora normalissima, una cosa che comprenderebbe anche mia sorella Elvira, e senza troppe inutili giustificazioni. Così la donna senza nome mi rimane passo passo accanto, come un’ombra che segue ogni mio spostamento e senza parlarmi. Il tragitto verso il garage è brevissimo. Lo apro con uno scatto del telecomando, che porto sempre con me, insieme al mazzo di chiavi, la porta scorrevole di sinistra si prende il suo tempo automatico. Entriamo dentro il garage. Raggiungo in fretta la mia auto ancora nuova. La donna rallenta, perché i pilastri le sporcano la giacca, nell’ultimo tratto del corridoio delle auto. Entro in macchina e cerco di mettere un po’ d’ordine; accendo la luce nell’abitacolo, comincio ad aprirle lo sportello anteriore, dimenticandomi di mia sorella Elvira, e lei mi piomba dentro e da soli lo sguardo prende coraggio. La porta scorrevole prende a richiudersi, il mazzo di chiavi è ancora nella tasca posteriore. Non faccio in tempo a recuperarlo anche perché la donna mi ride addosso e si aggiusta la gonna con lentezza. Il tempo che la porta si chiuda del tutto e la luce vada via di nuovo, murandoci, senza speranze.
Le sue risate adesso si mozzano. Nel buio la sento farsi più vicina, ancora di più. Il suo odore, l’odore della sua paura del buio o di quello che rappresenti io dentro quel buio, in quel momento così strano, anche se conosce il mio nome, potrei essere un qualsiasi estraneo pericoloso come sono pericolosi tutti gli estranei o tutti quelli che si accostano a noi per la prima volta al mondo. E allora cerco di rimanerle vicino, e di farle coraggio e intanto mi si avvinghia addosso e sento che le sue mani cercano un approdo, forse hanno freddo e mi stringono e allora la guardo ancora meglio. Dico che vado a cercare la chiave per l’apertura manuale delle porte. Mi tocca accendere i fari, ma non so se raggiungono l’angolo opposto del pilastro dove è sistemato l’arnese di sblocco per l’emergenza. Tento con gli abbaglianti e cerco di capire se riescono a farmi strada ma sono dislocati in un raggio ancora insufficiente. Mi servirebbe anche un accendino, ma mi dice che lei non fuma e che adesso le manca l’aria, e che la luce degli abbaglianti non le basta più. Mi chiede di cercare al più presto quell’arnese, altrimenti si mette a gridare e poi ha la paura dei gatti oltre a quella del buio. Mi chiede se lì dentro si rifugiano i gatti, e che il troppo buio la prende alla gola come quella sua voce così stanca sta prendendo alla gola me. Ma io le rispondo di no: che di gatti lì dentro non ne ho mai visti, anche se non sono così sicuro, ma mi conviene tenerla calma e cercare al più presto di uscire dal bunker-garage. La sento che mi stringe più forte, perché ha paura di rimanere lì dentro, perché teme che i morti si vogliano vendicare di quello che ha fatto, mi dice, e allora comincia a singhiozzare e io non capisco che cosa significano quelle strane cose che comincia a sviscerarmi, con un tono sommesso ma profondo, che mi ferma e non riesce a farmi uscire più dalla gabbia delle sue parole convulse. Le chiedo di spiegarmi meglio, ma non riesce a parlare. Le sento solo il respiro che si fa più pesante o è forse lo sforzo per articolare e allora rimango impiantato vicino a quell’ansia e me ne rapprendo fino a dentro le viscere, cercando di sentire oltre e quanto altro potesse esserci oltre quell’angoscia palpabile e così nera.
Gatti non ce ne sono in quel garage, ma non mi crede come forse io non credo a nulla di lei, tranne al mistero del suo odore e del suo corpo elegante e un po’ francese e malinconico, uguale allo stile del suo viso. Forse avverte dei rumori impercettibili, che io non riesco neppure a cogliere,e vuole dirmi qualcosa, a fatica. Ma così al buio anche le parole perdono orientamento,anche se acquistano peso, che forse avrebbero bisogno di uno spiraglio anche minimo per partire; e intanto sento una sua gamba che mi sfiora e poi il silenzio, che la capsula dell’auto protegge e amplifica, ancora più grande di quello riverberante del garage. Le porte bloccate: saranno quelle la causa del suo affanno, forse la claustrofobia; ma non riesco a chiederle niente. Non farei altro che agitarla, e adesso quella donna mi inquieta ancora di più, perché mi spinge con la gamba e forse non se ne accorge, e intanto mi ritornano a raffica dentro la testa Elvira e mia madre, che sembrano così lontane e sconosciute alla mia vita sospesa di quel momento; soprattutto mia madre, che dimenticavo a intermittenze così rapide. Adesso avverto l’odore di quella donna ancora senza nome, ma era colpa mia che non glielo avevo ancora chiesto, e poi conosceva il mio nome. Ottavio, lo ricordo bene, così mi aveva chiamato, con il tono riposato e cordiale di una che mi conosce bene, forse una compagna di classe, una che ricordava ancora il mio nome lontano, sfigurata o trasformata dal tempo. Eppure stare al buio con quel contatto così silente e invasivo, quanto elegante, mi fa sentire al mio posto, in un posto così misterioso e mai occupato, che avrei quasi preferito che non si modificasse niente di quella strana variante serale, e che il tempo continuasse sospeso e indisturbato a scorrerci addosso e che le sue ginocchia mi parlassero, semmai di dove fosse finita mia madre o la mia vita e in quell’ora così strana del sabato, o della voglia improvvisa di un bacio, da scivolarle sui capelli che le nascondono il viso mischiati al buio del garage, che me la ricordavo piuttosto ordinata, da come la ricordavo alla luce intendo. Come una che forse stavo cercando da sempre, ma che adesso riprende a parlarmi, a fatica; forse perché ha ripreso il fiato giusto e allora i miei pensieri ritornano al loro posto come cadetti, nel forziere oscuro della mia coscienza, quando un richiamo mi risveglia dal sogno di quel reale.
Mi dice che sta un po’ meglio e che adesso vuole parlarmi di qualcosa di importante e che devo ascoltarla senza interromperla, altrimenti non ci riesce. A quel punto mi concentro, le chiedo se ha bisogno di luce, ma lei preferisce così, come a volte alcune donne con l’amore…, e allora la sento più vicina ancora. Più della sua gamba sul ginocchio di poco prima, mentre mi parla di una situazione oscura che all’inizio non riesco a comprendere. Le sue parole sembrano sfuggirmi, dovrei chiederle di ripetere ancora, ma sono troppo preso dallo sviluppo, è come se il punto importante debba ancora arrivare e non devo a tutti i costi distrarmi, quando mi parla di quella stessa sera, in effetti di poco prima che io li avessi visti nella macchina, e mi dice forse di qualche ora prima, forse meno di due ore, – altrimenti sarebbe stato pomeriggio – e mi parla di una donna che si spogliava, in una traversa di via Cervantes. Una donna che si toglieva gli abiti di dosso, davanti a tutti, senza ritegno e pudore. Si alzava la gonna e si toglieva le mutande nere, le aveva viste bene e scopriva anche la pancia e poi si metteva a sedere sul marciapiede e nella stessa inquietudine continuava a togliersi tutto quello che poteva, con uno sguardo smarrito nel vuoto. Se avesse potuto, mi diceva, quella strana signora si sarebbe strappata anche la carne, perché in quei gesti c’era come un’insofferenza profonda, come di oppressione per qualsiasi cosa di proprio costituisse una sensazione viva di contatto. E allora ogni tessuto andava allontanato d’urgenza, quasi a strapparlo, sembrava una donna perduta nelle sue stesse fiamme. Rimango raggelato, me la vedo davanti, come me l’ha descritta, e penso a via Cervantes, alle diramazioni e ai percorsi possibili di quell’ora. Se potesse essere passata proprio mia madre di lì, dentro un sabato qualsiasi di autunno come era quello e poi impazzire, così all’improvviso; e poi ricollegare il fatto che quella donna conoscesse il mio nome, forse l’attinenza con un indizio e lo svelarsi di un segreto terribile, quanto quella sua bellezza purissima e opprimente, che continuava a insidiarmi nelle ombre. Le sue parole mi frenano di nuovo il flusso e allora cerco di capire e lei continuando mi dice che si trovavano di passaggio, con lo stesso uomo di prima, quello che era alla guida di quella stessa macchina, quello stesso uomo sinistro che io non capivo e che non capiva nemmeno lui me, molto probabilmente. Con la loro stessa auto, che avevo visto anche io e nella quale anche io ero entrato per qualche minuto, rallentavano e accostavano. C’era spazio in quella piccola traversa che imbucavano, e rimasero a guardarla, quella donna che apriva le gambe e scivolava le sue mutande oltre le ginocchia e si alzava i capelli, che erano curati. Insisteva col dirmi che sembravano freschi di parrucchiere, di una persona distinta, che adesso faceva allontanare tutti i passanti e creava solo il vuoto e lo spavento intorno a sé, e non il desiderio di un corpo. Quel tipo di svestimento disturbante, era afflitto solo dallo spavento, non c’era altro. Mi diceva che vestiva davvero bene, e anche il cappotto che era spalancato sul marciapiede era un cappotto molto buono, di una signora importante o per bene, che certe cose forse non le avrà mai fatte prima nella sua vita; e anche le scarpe erano alte e io volevo chiederle di che colore fossero quelle scarpe alte, perché anche mia madre portava delle scarpe alte quando usciva ed era una persona molto elegante; e anche il suo cappotto, ma non trovavo il modo di interromperla né la forza di parlarle. Si ferma. La sento fredda nel buio, spaventata. Forse deve ricaricarsi o si è già pentita o ha sentito un rumore. Mi chiede la mano, e la sento tremare forte, come non ho mai sentito tremare nessuno così in tutta la mia vita. Allora gliela stringo più forte, cercando di calmarla; ma è molto difficile essere più forti di un tremore così preciso e ghiacciato, da far tremare e indebolire anche la mia mano, e allora il suo racconto continuava, riprendendo quota, e io cercavo di stare calmo ma non ci riuscivo, e poi pensavo anche a Elvira: chissà se stava ancora ad aspettarmi, ma senza luce avrebbe capito che ero rimasto chiuso lì dentro, e forse era già risalita, a chiedere aiuto o a controllare i bambini dalla vicina, in attesa che la luce ritornasse. Ma in quel momento io non avrei mai voluto che la luce ritornasse. Mi intrappolava l’odore amaro di quel racconto e quello del suo corpo, che prendeva sempre più calore dal mio e me lo toglieva, e che adesso mi era ancora più vicino. Le sento la tempia scivolarmi addosso, e coricarsi verso il mio fianco. Stiamo scomodi, ma riesce a continuare meglio da distesa e adesso le sue orecchie sono vicine alla mia pancia e avvertono meglio il mio respiro, che cambiava a tempo con l’affilarsi delle sue piccole frasi spezzate, come coltelli, quando mi diceva dell’idea che era venuta al suo strano autista, quando la guardò negli occhi e le disse di controllare che non ci fosse nessuno a guardare, mentre se la sarebbe caricata dietro, prendendosela in braccio. “Non sapevo cosa fare, di solito decideva sempre tutto lui e allora, in un momento che non passava nessuno, ero scesa a fare da palo, come mi aveva detto di fare, mentre quello se la prendeva di peso, quella povera matta, e se la caricava in macchina, quasi nuda, sui sediolini posteriori. E io allora, le avevo preso il cappotto che era rimasto disteso e anche una scarpa e piombavo spaventata in avanti, e cominciava a correre forte, e quello stupido che rideva e spingeva sull’acceleratore, e io che non capivo cosa ci fosse di così divertente e dove diavolo stesse mai andando; e poi mi giravo a guardarla, quando quella donna sembrava rapita dal passaggio rapido delle prime luci cittadine dai finestrini e allora sembrava più calma. Aveva la pancia e la schiena ancora scoperte e messa tutta di fianco le si vedeva mezza natica con dei lividi e tutta sporca. La borsa gliela aveva presa lui, forse era convinto che una fuori di testa non è detto che fosse necessariamente una poveraccia e allora cominciavo a capire che voleva ricavarci qualcosa in qualche modo da quell’accidente così triste e io non potevo crederci che potesse arrivare a tanto e mi aveva già scagliato la borsa con l’altra mano sulle ginocchia” adesso riprendendo ad affannare, “e poi mi diceva di controllare che cosa ci fosse e se avesse i documenti, e intanto imbucava una strada secondaria e meno trafficata e molto isolata, una strada che mi metteva paura, come il suo viso, quello perduto della donna che aveva portato in auto, come tutta la situazione. Forse voleva raggiungere qualche luogo nascosto, che non conoscevo nemmeno io e intanto, mentre frugavo nella borsa, la tenevo di profilo. Era ancora scompigliata, ma aveva un gran bel viso e così umano, e allora davvero mi dispiaceva, perché sembrava una persona così per bene e speravo che non avesse mai ricordato il male che le stavamo facendo a portarla via; e in quel momento che sembrava non finire mai io non riuscivo più a frenarlo, e non capivo più le sue intenzioni e nemmeno quello che mi diceva. Intenzioni che forse nemmeno aveva, non riuscivo nemmeno a capire che cosa gli fosse scattato, se era solo per la borsa o per qualcosa di più oscuro e inscrutabile, qualcosa che non avrei mai saputo. Adesso avevo le mani affondate nella borsa e gli occhi sui suoi capelli e poi sul suo naso: un naso così nobile e gli occhi ancora così sperduti e serali, e con quell’unica scarpa ancora al piede la sentivo una donna disperatamente sola, forse sola quanto me. Ma forse non povera, diceva lui, e sorrideva forte e mi guardava, gustandosi in pieno la chiazza lorda del mio spavento. Le avevo preso il documento, era in una piccola custodia arancione di plastica, sfuso nella borsa, insieme alle chiavi. Ma fu in quel momento esatto che l’auto sbandava, per fortuna quel brutto diavolo riuscì a recuperare con una sterzata. Io avevo la cintura, come l’aveva lui, ma quella poveraccia dietro stava tutta storta, senza nessuna cintura, e così sbatté la testa nel vetro, senza romperlo ma così forte da perdere il sangue dal naso e da farsi come nera nera sotto gli occhi e fino alla bocca. Aveva cambiato viso. Ci guardammo spaventati, in quel punto non potevamo nemmeno accostare per vedere che cosa le fosse successo dopo il colpo, e allora lui continuava a correre, ancora di più, forse in cerca di una zona più isolata. Quell’orario era già trafficato, sarebbe stato meglio abbandonarla, morta o viva, mi gridava; io intanto la chiamavo, per capire se mi sentiva, ma aveva gli occhi aperti e più tranquilli, come quelli di una cerva. Ma era fredda, ancora così fredda, quasi come me e il documento mi scivolò nell’auto. In quel momento non pensai più a nulla, alla borsa, a quanti soldi avesse avuto dentro, ma mi girai tutta per sentirle il respiro da qualche parte del corpo, perché si respira un po’ dovunque, uno vivo anche se svenuto dovrebbe in qualche modo pompare, ma invece quella signora non pompava se non quel nero di morte sotto gli occhi, che le dislagava come il trucco sciolto e lui mi diceva che era una matta, e che quella è la fine che fanno tutti i matti prima o poi, e che non era colpa di nessuno, e che aveva trovato una radura nei pressi della strada senza uscita delle tre croci, dove accostò.
Scese, tirò una boccata folta di fiato stirandosi al massimo le due braccia verso la schiena. Poi aprì con calma lo sportello, dopo essersi guardato intorno per accertarsi che non vi fosse nessuno in giro. Così la controllò, con una certa competenza, la stessa che avrebbe potuto riservare a qualsiasi estraneo o creatura animale in difficoltà incontrata durante un qualsiasi tratto di strada. Lo vedevo molto sicuro, e come se avesse avuto già a che fare con quelle situazioni, e allora io guardavo a tratti alternati il suo viso e quello della donna, che si faceva scuro come se abitato da un ragno. Speravo di essermi sbagliata, che fosse solo una mia impressione e un gioco della luce, e invece quell’uomo mi fece segno con la testa che era andata. Il colpo era stato molto forte, molto più forte e preciso dei colpi forti e possibilmente volontari che si possono infierire a qualcuno con intenzioni sinistre. Così forte che ancora me lo sento dentro e io non avevo il coraggio nemmeno di muovermi, che era già buio, quando l’uomo se la prese di peso e la scaraventò in un dirupo profondo e oscuro, forse una mezza discarica abusiva, lasciandola ingoiare dalle ortiche e dai rovi, dove non l’avrebbero trovata per giorni, forse per mesi, perché lì era davvero molto profondo e non ci sarebbe arrivato mai nessuno. La borsa rovesciata, vicino a una sua scarpa e allora lui prese quello che c’era da prendere, una quarantina di euro in tutto, e buttò via il resto delle poche cose, comprese le chiavi. Risalì in auto e scattò via, una molla di fuoco, ritornando verso il centro, appena più sereno. Mi chiese di passargli l’accendino e si mise a fumare con una mano sola e soffiava molto forte il fumo dalla bocca, lo spingeva con un brutto suono di drago. L’altra scarpa della donna, quella che era rimasta in auto, mi disse di buttarla in un cassonetto, che nessuno avrebbe ricollegato. Poi accese la radio”.
Riprende fiato e si allontana da me con la testa. “Perché, perché eravate tornati proprio davanti al mio cancello?”, e mi disse che di solito il sabato si appartavano dove capitava e che avevano deciso di prendere fiato e di rilassarsi e cercare di farsene una ragione parlando, “ma io ero agitata e non volevo restare a parlare; poi sei passato tu e ti ho sentito chiamare dal balcone, forse tua sorella, io ho capito che cercava te, ma tu eri un po’ stordito e allora non capivi, ecco, e poi il resto tu lo sai”.
Rimaniamo in silenzio, raggelati e sfiniti. Il garage immerso nell’oscurità. “Il documento, per favore. Devo vedere il documento”. La donna non si muove, rimane ferma, impassibile. “Non ce l’ho più, il documento. Mi è caduto a terra nella macchina quando quel pazzo ha sbandato, e poi non l’ho nemmeno aperto”.
Non riesco più a muovermi. Intanto la curiosità si fa così grande, o forse avremmo potuto lasciare tutto nel vuoto, nel vuoto di quel momento, e lasciare nella nebbia anche quell’identità, come in fondo era la nostra. In attesa che avessero ritrovato mia madre o che fosse ritornata lei da sola, che in quel caso lì sarebbe stato tutto molto più semplice. Ma i miei dubbi erano sempre più laceranti. In quel momento avrei dovuto sbloccare soltanto la porta e raggiungere Elvira, e chiederle se avesse avuto qualche notizia e allora la lascio nell’auto. Scosta ancora la testa e una volta che io esco, riprende a fatica la stessa posizione. Vagando tra i pilastri, senza riuscire ad orientarmi. Chiedo alla donna di accendermi i fari, che avevo spento quando mi parlava, almeno per orientarmi. Ma lei non mi risponde e allora mi avvicino all’auto. Mi corico verso i comandi e la sfioro, e solo in quel momento ritorna la luce…
In un colpo la donna si ricompone. Io afferro il telecomando e apro la porta automatica. Metto in moto e scatto fuori, e in quel momento vedo Elvira e mia madre che mi vengono incontro, con lo stesso sorriso stampato nel volto. Mia madre che sembra rimproverarci, ma che pare così felice di tutta quell’ansia così grassa e imbastita solo per lei, e che le lascia un gran calco sulla bocca che ride. E poi ci dice che quella era la serata del suo poker e che noi avremmo dovuto ricordarlo, il terzo sabato del mese. E che per fortuna quel gentiluomo dell’avvocato Tassoni, sempre così gentile e premuroso, l’aveva appena riaccompagnata, che era tutto buio anche lì da loro al corso Nelson. Gli occhi di mia madre si posano sul viso sperduto di quella donna, che mi sta ancora vicino e che si sente esclusa e smarrita dalla nostra gioia domestica, e che in un baleno mi saluta, con un bacio sfuggente e si precipita fuori dal cortile, verso la strada. Le grido qualcosa, mi dice che avrebbe preso un taxi, ormai è più lontana e si muove così in fretta, senza voltarsi, quando gli occhi di Elvira e di mia madre mi guardano perplessi, quando ormai la donna è svanita. Mia madre decide di andare a salutare i nipoti, e allora si allontana piano con Elvira. Prima di avviarsi sopra mi chiedono chi fosse quella persona che non avevano mai visto. Io dico una compagna di classe, perché non so che dire e una compagna di classe è una cosa ancora molto tenera e rassicurante da dire, e di una certa nostalgia ancora così ben riuscita e funzionante a quell’ora; e specialmente in una sera come quella e a quell’ora di quel sabato così spiritico, quando ci eravamo ritrovati tutti a dispetto di tutto il resto, e subito dopo il maglio irreale di quell’inferno vivo e così privato, che non avrebbero mai saputo. Intanto chiamo un attimo Elvira e le chiedo se dal balcone quella sera mi avesse chiamato davvero per nome, ma lei nega: quella sera non si era affacciata. Ci siamo parlati solo al citofono, mi dice con sicurezza, che stava cenando e che aveva già abbassato le tapparelle da un pezzo. Le lascio andare vicine e spengo il motore. Poi lo riaccendo e chiudo gli occhi. Nell’auto ancora il suo odore speziato, bellissimo a quell’ora già troppo notturna, quando sono mosso dal desiderio di raggiungerla e di svelarci quell’identità oscura per entrambi, che nonostante il sollievo adesso mi logorava ancora di più.

* * *

Vagai per diverse ore, e non solo quella sera, ma non la rincontrai mai più e nemmeno seppi mai se fosse stata ritrovata una donna in qualche macchia di erbacce selvatiche e di rovi, e nemmeno se qualche scarpa da donna alta e di una per bene fosse sbucata appena sformata da un cassonetto. Non seppi più nulla, perché forse era davvero fatto di nulla quello che quella sera mi era accaduto. Come tutto quello che avviene solo agli altri e che non ci tocca mai direttamente, che non ha a che fare con le nostre relazioni, con i nostri affari di cuore o di morte e con i nomi di persona; con la sfera eletta dei nostri consanguinei o con quella dei nostri piccoli clan solitari e borghesi, e con tutti i piccoli tasselli ordinati della nostra vita e forse con l’ apagoge di quel sabato sera e notturno. Eppure quella donna doveva avere una grande fantasia, o una grande indimenticabile maledizione nell’animo che un po’ mi contagiò e che mi è rimasta ancora dentro anche se mi rassegnai in qualche modo a dimenticarla, come una compagna di classe in controluce, dopo tanto tempo, e pensando così che non fosse avvenuto nulla di tutto quel racconto al buio, e che ne era rimasto solo il suo debole fantasma, soltanto dentro di noi. Quando un giorno di non molto tempo dopo, mi trovavo al solito autolavaggio, e un ragazzo biondo e quasi straniero del personale, scrollandomi il tappetino dal lato passeggero, mi fa cenno con la voce e muove il braccio con un gesto ampio nella mia direzione. Mi giro, e intanto noto che ha qualcosa in mano, un qualcosa di un arancione acceso.
“Che fa, viene lei o glielo porto io?”.
“Ma che cos’è?”

fine

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Luigi Salerno è nato a Napoli nel ’67, e lì risiede attualmente. Specializzato in alta formazione musicale, con tesi per il secondo livello specialistico, sulla musica classica nel cinema (La musica colta nel fotogramma) conseguita con il massimo dei voti al Conservatorio di Napoli S. Pietro a Majella. Ha ottenuto diverse segnalazioni e premi (Premio W. Ciapetti 2007, 15 TH International Gypsy Friend Arts Competition 2008. Categoria Short Story Racconto Il sole negli occhi.)
Con la Scuola Holden è stato tra i finalisti del Concorso nazionale autori italiani e stranieri “Terre di Mezzo”, 2008. Il suo racconto “il telegramma”, è stato pubblicato da “Terre di Mezzo”. Ha ottenuto il Diploma d’onore al “16 TH International Gypsy Friend Arts Competition 2008”, nella categoria “Short Story” con il racconto “La sassata”.

Con il racconto che abbiamo pubblicato qui su Musicaos.it Luigi Salerno è stato finalista al Concorso OXP 2009, organizzato dalla Casa Editrice legata all’Istituto Universitario l’Orientale di Napoli (2009).

Di recente si è classificato al secondo posto alla II Edizione del Concorso “Festival Libriamo 2009” a Vicenza (continuazione ideale “Sillabari” di G. Parise) con il racconto “La canzone” pubblicato con “La Serenissima”; è stato finalista alla III Edizione di “Libriamo 2010 Vicenza”, dedicata allo scrittore Giovanni Comisso, con il racconto “Fuga dal Medrano”, di prossima pubblicazione.

Ha collaborato con Terra Nullius: “Bottoni”; “On the phone”. Il suo romanzo dal titolo “Il disabitato” è di prossima pubblicazione. Per il teatro ha scritto “Meerschaum” (Atto unico); “L’interruzione di viaggio” ;“La stanza di Fritz”.

Luigi Salerno si occupa di un blog letterario: http://bookandshade.blogspot.com/.
Contatti: luisgroove@libero.it

(clicca qui il racconto in formato pdf “La compagna di classe” di Luigi Salerno)

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Marco Montanaro. L’ultima Cola.


Marco Montanaro
L’ultima Cola

Abusai di un fondo di cola chiedendo infinitamente perdono alla Madonna del Mar Baltico e ai pescatori celtici del Cielo Unito.

Ofelia mi guardò con aria inspiegabile, poi le chiesi: ‘Vuoi leggere le mie poesie?’

‘No’

‘Come sarebbe a dire no? Perchè?’

‘Non mi interessa il gioco dell’Altro, le sue motivazioni, le tue arance rosse’.

Così capii: ognuno è re nella propria solitudine. Tutti diversi, per tornare ad essere uguali, in un viottolo campano.

Avanzai allora a grandi passi verso la Grande Milonga, ma le tribù del Cielo Unito mi furono ancora una volta avverse, e ancora una volta fecero la danza del Bancomat per invocare Atahualpa (ancora lui!), affinchè mi sconfiggesse per sempre.

Sarò sincero, mentre finisco questa maledetta cola: anch’io sono stato Atahualpa, anzi no, non sono stato capace di esserlo fino in fondo. Atahualpa è colui che interviene dopo che hai fatto un bel lavoro, che c’hai messo tutta l’anima, lui arriva e ti porta via il fiore più bello, l’alba più profumata, il cielo più musicale che tu abbia mai visto.

A volte ho rubato, ma l’ho fatto per fame, e il vero Atahualpa non si sarebbe fatto derubare a sua volta come un pollo, come invece è accaduto a me.

Sulla strada le linee bianche si inseguivano come fossero vere. Una canzone nera dalle chiare allusioni sessuali mi smuoveva verso la prateria, e il sole verso il mare. Atuhalpa provava già a mordermi, lurido scorpione senza passato.

Mi fermai sul ciglio della strada, dove c’era una bella anziana donna grassa senza muscoli, un tabacchino alle sue spalle; ero in una provincia del Nord-Sud, dove il telefonino faceva corto circuito con le lumache alla panna. Mi feci coccolare senza accorgermi di essere ancora fertile, fumai due sigarette contemporaneamente e passai intere giornate a caricare pile e batterie d’ogni sorta. Ormai Atahualpa era nell’aria.

In fondo, sapevo benissimo che di aria, prima ancora che di carne e microchip, era fatto il demone: chiesi aiuto a Dio, ma mi inviò il Diavolo, e chiarii subito che non si combatte un demone con un altro demone.

Atuahualpa mi fece suo con estrema cautela. Dalle gambe di Ofelia pendeva qualcosa. Alcune trombe suonavano una marcia funebre, il locale della bella anziana donna grassa senza muscoli invecchiò in un attimo, c’era vento di duello, e cominciò a piovere e a piangere, e a tintinnare e a morire, qualcosa nel mio cuore di povero cane senza ipofisi, e qualcos’altro di tragico mi riempiva lo stomaco di fiori spagnoli e sangue musulmano.

‘La fine è quella che avevi programmato’, disse lui.

‘Sei banale come un oroscopo, Atuahalpa’, gli risposi.

‘E’ colpa della solennità, sei tu che mi hai sognato così. La solennità è solo…banale’.

‘Vuoi togliermi anche il gusto della solennità? Mi hai tolto già tutto…’.

‘Forse no… Guarda…’.

Indicò tra le canne e il campo di grano adiacenti al locale della bella anziana donna grassa senza muscoli. Il cielo era celeste chiaro, quasi a non volermi dare la soddisfazione cromatica di diventar grigio.

In mezzo c’era Ofelia, coi vestiti quasi del tutto strappati, sporca, ferita, era mora e bionda, e mi amava per l’ultima volta, lo capivo dalle lacrime di sangue. L’amore più intenso cui il mondo potesse assistere. I miei amici nel Paese delle Onoranze, nel Posto delle Vongole e nel Vecchio Borgo delle Banche, si erano tutti fermati per un istante, come se avessero sentito che stava per accadere qualcosa. Poi ripresero a lavorare.

‘Prendila, se ne hai le forze, ancora…’, urlò Atahualpa.

Alla bella anziana donna grassa senza muscoli, quell’urlo fece prendere un colpo, si accasciò ed esalò l’ultimo respiro di sale e miele. Piansi, ma non potevo fermarmi.

‘Se la prendo, ci bruceremo… Vero? Moriremo entrambi…’

Atahualpa rimase in silenzio. Poi aprì le braccia, e disse: ‘Puoi vivere, se vuoi… Devi scegliere…’

‘Cosa ci guadagni se io e Ofelia bruciamo?’

‘Un’altra risata, mio piccolo eroe…’

Rimasi fermo per alcuni istanti. Solo il mio cervello decise di ghiacciarsi, e lo stomaco di tremare come una foglia orfana, e una mano decise di sporcarsi. Per sempre.

Strappai il cuore di Atahualpa con le mie mani: pesava tonnellate, perchè era pieno di tutto l’amore degli esseri umani, e dovetti imprecare parecchie divinità interstellari prima di riuscire nel mio intento.

Ofelia urlò, perchè in fondo conosceva bene la storia, come tutte le donne. Avevo espresso la mia condanna a morte, per me e per Atahualpa. Questo è il prezzo quando si uccide una divinità.

Il cuore era pieno di fiori, spine, trombe, bombe, melodie cangianti, e accordi minori e maggiori si alternavano senza senso, provocando orgasmi per le mie orecchie, così incomprensibili che la mia carne cominciava a strapparsi, fondendosi con la pelle di Atahualpa, che era fatta di zucchero e inchiostro nero.

Ofelia gridava ancora e correva verso di me, piangendo come una bambina, mentre il sangue e le ferite svanivano dal suo corpo. I suoi capelli tornavano ad essere splendenti, gialli come il sole all’estremo opposto del mondo in cui eravamo, la sua pelle liscia e candida come quando l’avevo conosciuta, le sue mani e i suoi piedi delicati come quelli di una bimba.

Io e Atahualpa giacevamo in un guano immenso e marrone, che bolliva sotto i raggi del sole, che intanto stavano a poco a poco sconfiggendo il cielo celeste chiaro. Il vento si stava fermando, la bella anziana donna grassa senza muscoli veniva seppellita da alcune scimmie festanti in frac e tuba, e il suo locale fu affittato da una troupe di Hollywood per realizzare un film sulla mia storia.

Io e Atahualpa eravamo ormai un’unica melma, anche il mio volto si scioglieva completamente tra le mani di Ofelia, mentre lei urlava qualcosa al cielo, frasi che gli sceneggiatori del film avrebbero poi sicuramente cambiato.

Intorno, intanto, era tornato il buonumore, gelsomini fiorivano ovunque, e le scimmie improvvisavano un Habanera con le donne del luogo.

§

Marco Montanaro, autore dell’esordio “Sono un ragazzo fortunato” (Lupo Editore/Coolibrì) è presente nell’antologia di racconti a tema intitolata Clandestina (Effequ Editore). Clandestina, curata da Federico Di Vita ed Enrico Piscitelli raccoglie il “meglio dell’underground italiano”, quindi, il fatto che un racconto di Montanaro sia compreso in suddetta antologia fa di lui un autore dell’underground italiano tra i più interessanti. Malesangue è il suo blog.

“L’ultima Cola”, di Marco Montanaro, è stato pubblicato su Musicaos.it – Anno 3 – Numero 23 – Ottobre/Novembre 2006

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Luciano Pagano. Aurora.


Luciano Pagano
Aurora
quella merdosa estate del duemila5

La prima scena è cruda, altrimenti il lettore crede di avere a che fare con uno di quei soliti romanzi o racconti ambientati ai giorni nostri, dove un giovane riesce a trovare lavoro tra mille peripezie, sollevandosi da una situazione di stallo nella quale si è avvitato dopo mesi insopportabili di inerzia. Quindi l’inizio della storia presenta un certo impatto difficile da sostenere per chi non abbia mai vissuto quel senso di scoramento impossibile che prende nei paraggi del compimento dei trentanni esatti, ovvero l’estate del duemila5. Il ragazzo e la ragazza sono in macchina, una sera come le altre. D’estate lei si trasferisce nella casa dei suoi, lui fa avanti e indietro in macchina da solo per andarla a trovare, circa ottanta chilometri al giorno, lei fa la segretaria mentre lui, invece, è disoccupato dalla metà di maggio, dopo circa un mese e mezzo ha dato fondo al suo libretto postale e adesso, lui e lei, sono alle soglie del lumicino con il conto di lei. Una situazione abbastanza tesa che nonostante le vacanze li vede sempre sul chi va là, su come spendere oppure “non” spendere, andare oppure “non” andare a cenare da qualche parte perché magari con quei soldi mettono benzina per altri due o tre giorni, così tu fai avanti e indietro con la macchina e tiriamo fino a settembre che magari qualcosa nel frattempo si trova. Ma adesso non lo sanno. Ne hanno un sentore, forse qualcosa può accadere di lì ad una settimana, forse qualche genio sta apparecchiando una soluzione a questa piccola disperazione meridiana, se così sarà non sono certo lui e lei a saperlo, adesso.
Nel pomeriggio, mentre lei si faceva la doccia e si preparava, lui era rimasto in giardino a leggere e prendere appunti su la “Versione di barney”, questo episodio è prologo a quanto accadrà la sera, quindi, per quanto possa sembrare stupido, va raccontato in ogni particolare, il lettore dovrà essere bravo a capire che cosa può accadere nella mente di un ragazzo che adora leggere, quando dopo essere uscito da una doccia ritemprante trova svago momentaneo nella lettura di Richler, una delle poche cose buone accadute quest’estate. A casa di lei viene un’amica di sua madre per prendersi un caffè e fare una visita di quelle che si fanno quando non c’è niente da fare, parlano del più e del meno, parlano di lei davanti a lui che legge Richler e beve un caffè, dicono ma com’è che lei non porta la macchina, lui dice che lei ha la patente e può guidare quando vuole. Quando le racconterà quest’episodio per descrivere quell’amica della madre farà il possibile per riassumere in un’immagine la bassezza non solo morale della persona, utilizzerà un aggettivo, pigmea, non lo avesse mai fatto, il protagonista non può associare le fattezze fisiche di una persona a quelle morali, per quanto antipatica essa sia, non è corretto.
Adesso sono a cena, tutti insieme, sono quasi alla fine del pasto, berranno un amaro, lui e lei usciranno come ogni sera. Lei racconta del pomeriggio, del fatto che sarebbe giusto l’amica di sua madre si pigliasse i cazzi suoi, quella pigmea. Lui diventa rosso. S’incazza e tiene il muso. In macchina, e qui torniamo al punto di partenza, le fa una scenata, non hai ancora capito cosa dire e che cosa non dire delle cose che ci diciamo quando siamo da soli per i cazzi nostri, cazzo. Lei non vuole dirgli scusa, la rabbia di lui monta, tira un pugno contro il parabrezza, lo frantuma in una miriade di pezzi che restano incollati senza scomporsi in frantumi, come se qualcuno avesse esploso un proiettile dall’interno dell’abitacolo. Questo momento è il più difficile, è la goccia che potrebbe far traboccare il vaso, si tratta di un nanosecondo in cui si decidono le sorti del loro rapporto, litigano un giorno si un giorno no da due mesi, per via della loro situazione economica instabile, s’intende, e nonostante il precariato sono rimasti insieme, è facile abbandonarsi e lasciarsi andare a pessimismi quando tutto va male, loro sono riusciti a farcela, nel bene e nel male.
Devi concentrare in questo momento la tua bravura nel far capire a chi leggerà questa storia che sì, lei appena veduto il parabrezza incrinato è scoppiata in un pianto a dirotto, va bene, non è una questione di vita o di morte, domani stesso a quest’ora il parabrezza sarà aggiustato, ne monteremo uno nuovo, lo troverò da qualche parte, ma dove cazzo lo trooooovi, non vedi che sei un fallito, un fallito che distrugge ogni cosa che tocca? Hai rovinato tutto, mi hai rovinato la vita, io ti lascio. Devi mantenere la calma, lasciare che questa sera passi come tutte le altre sere. Non è successo nulla di grave. Devi riuscire a restartene zitto zitto. Tornate in voi. Lei smette di piangere, ti viene il pensiero che non puoi tornare a Lecce a dormire perché hai paura che qualcuno, vedendo il parabrezza già incrinato, possa pensare di finire il lavoro da te iniziato e con un pugno sfondare in via definitiva il vetro, dopodiché sarebbe un gioco da ragazzi entrare in macchina e andarsene, sei triste, non pensi a niente ad eccezione della tristezza. Ti avevano commissionato un sito per una ditta, poi non se n’è fatto nulla, dopo il briefing iniziale non se n’è fatto nulla e nessuno ti ha detto perché, hai finito i tuoi soldi e non sai quando e quanti ne avrai. Tornerai a dormire in paese, da tua madre. Tuo padre è fuori per qualche giorno, è andato al camposcuola estivo della parrocchia, ci va ogni anno. Quando ero piccolo ci andavi anche tu. Ad uno di quei campiscuola ti sei innamorato per la prima volta di quella che sarebbe diventata la tua prima ragazza. Non metti piede in chiesa dal millenovecento93, il presente sta velando i tuoi pensieri di piccole paranoie trascendentali, il tuo kantismo della percezione invece di ridurti in ateo irredento, piano piano, sta scavando un rivolo tra i tuoi neuroni. Va bene, quando entri in chiesa non ti fai il segno della croce e Questo Dovrebbe Essere Prova Sufficiente perché ti si possa classificare come sostenitore dei luoghi di culto alla stregua di musei. Hai smesso di andare in chiesa quando hai smesso di giocare a pallone, hai smesso di andare in chiesa quando hai cominciato a fumare, ti è venuta voglia di entrare in una chiesa, qualche mese fa, da quando hai cominciato a sentirti solo, forse ti è venuto in mente di cercare segni di appartenenza, ecco perché, ti interessa il senso di comunità, cominci a capire che cosa si nasconde dietro alla ripetizione estenuata degli stessi gesti, delle stesse parole, nel tempo. Un tuo amico è così aggiornato in materia…compra i libri di Ratzinger da prima che lo facessero Pontefice, tu invece leggi il Corano, una volta all’anno deve ogni credente. Ti vengono in mente le pagine svolazzanti del vangelo sulla bara di legno di Woityla. Quel mattino di aprila una buona parte di mondo era incollata al televisore, tu stavi bevendo un caffè durante una pausa dal lavoro. Avevano già deciso di “segarti” e tu prendevi più pause del solito, così pensavi, la versione definitiva che fornirà il giudice sarà invece questa: l’ammontare di lavoro di cui disponeva l’agenzia, per via del discredito nel quale era incorso il suo proprietario, era diminuita in modo drastico. I tuoi datori di lavoro (consiglieri di amministrazione, soci, amministratore delegato), ti hanno fatto firmare buste paga di stipendi che non hai ricevuto per cercare di fare la cresta al governo da chissà quale pertugio, ti hanno addirittura detto che ti avrebbero licenziato da un’azienda per assumerti in un’altra, una decina di giorni dopo la morte del Papa saresti andato con il commercialista all’ufficio di collocamento, per farti iscrivere nelle liste di mobilità. Una presa per il culo inaudita, non le liste, lettore, non saltare a conclusioni affrettate, la presa per il culo era rappresentata dal fatto che l’azienda godeva di ottima salute, questo era un periodo di semplice riposizionamento verso il basso, per pagare gli stipendi a tutti gli assunti bisognava fare in modo che il numero dei dipendenti diminuisse sempre di più nel tempo, tanto è vero, così sottolinea ancora oggi il tuo avvocato, che l’agenzia, malgrado non sia fallita, si regge su gli sforzi tenui di due impiegati, meglio per te, li hai lasciati un attimo prima di quanto loro avrebbero atteso per scaricarti. Sulla perfetta natura del mio tempismo non ho mai avuto dubbi.
“Fin qui tutto bene”. Non passi una notte nella tua vecchia casa da tre anni, anche qui devi essere bravo a mostrare come questo sia un momento altrettanto topico della tua caduta ad imbuto infinito (tendente a 8) verso il fallimento. Tua madre ti ha apparecchiato il letto richiudibile nel quale dormiva tua sorella quando vi eravate appena trasferiti qui, è un letto così vecchio che sulla testata in cartone pressato a mo’ di legno, colorato di bianco, sono disegnati “Rocky e Bullwinkle”, due personaggi di un cartone animato che soltanto i nati nei primi anni settanta possono ricordare, e con un certo sforzo. Non hai nemmeno i soldi per il giorno dopo, non sai come fare, tua madre non può farci nulla, sei disperato di una disperazione che può essere compresa soltanto a sud dell’emisfero boreale, in quella particolare zona del continente europeo chiamata penisola italica, nel dettaglio tra giovani che hanno una trentina d’anni d’età, con un range di quattro anni giù e al massimo quattro anni su. Lasci perdere il vecchio letto, troppo corto, sei abituato a prendere sonno con la televisione e con il condizionatore dell’aria accesi, dormirai nel letto matrimoniale dei tuoi, ti coricherai in mutande sul copriletto, un odore di tessuto sintetico intriso di polvere nell’aria, quando tuo padre non c’è tua madre non sale al piano di sopra. Fa tutto da sola al piano di sotto, dorme, cucina, va in bagno.
Il giorno dopo ti alzi e chiedi subito un piccolo prestito a tua madre che non può darti un soldo e che non è disposta a muovere un dito per aiutarti, non oggi, non adesso, è un guaio in cui hai deciso di ficcarti, forse ha capito che sei stato tu a mandare in frantumi il parabrezza e quindi devi sbrigartela da solo. La disoccupazione ti porta a vivere scene melodrammatiche, non hai mai chiesto i soldi per una dose, semplice, non ti sei mai fatto, al massimo hai chiesto i soldi per la benzina e per le sigarette, fino al millenovecento97, quando avevi ventidue anni, bastavano diecimilalire per tirare due giorni avanti, la cosa interessante è che tu nella tua breve vita non hai fatto “davvero” utilizzo di droghe pesanti, hai addirittura smesso di fumare tre mesi fa, fumavi dal primo anno di università, da più di dieci anni, e tre mesi fa hai smesso di fumare. Ma come hai smesso? Questa digressione può essere utile, prima di mostrare al lettore come sarai bravo a risolvere il problema del parabrezza fai vedere come hai smesso di fumare, è un po’ come dare dimostrazione della tua forza di volontà residua, nonostante la disoccupazione.

Digressione “smettere di fumare”

Un giorno stavi accompagnando lei a lavoro, facevate sempre la stessa strada, arrivati all’incrocio lei proseguiva a destra, verso il palazzo che ospita lo studio dove fa la segretaria, e tu a sinistra, diretto all’internet-point dove lasciavi i tuoi cinque euro quotidiani, scaricavi la tua posta elettronica, aggiornavi il sito, era luglio e ancora non avevi messo l’adsl. Tu sei un osservatore, ti piace fare la stessa strada ogni volta perché così impari a memoria i negozi, le facce dei commessi che alzano d’improvviso lo sguardo dal banco quando passi lì davanti, non ti salutano perché non sei mai entrato ad acquistare una bomboniera, oppure una cravatta, un paio di scarpe da tennis color verde fluorescente. Loro ti conoscono e tu li riconosci, senza nessuno scambio ulteriore. L’ultimo negozio all’angolo della strada è un negozio che vende cucine, il penultimo è un’erboristeria. Quando passi lì davanti sei colpito dal manifesto di una marca di sigarette alle erbe, non ne hai mai fumate, ad eccezione delle sigarette indiane, strette come una cinquanta euro arrotolata e tenuta insieme da un filo, si fumano di norma quando non ci sono più sigarette in giro per casa e allora ne peschi una da chissà quale cassetto, oramai puzza più di cassetto che di foglia indiana, la fumi perché non ti va di scendere e comperare un pacco di sigarette, non a quest’ora. Così ti è capitato, un giorno, di svegliarti presto per andare all’internet point, saranno state le otto, ti sei svegliato, hai bevuto il caffè, hai fatto la doccia, hai fatto mente locale su quel che dovevi fare, con una certa fretta perché non avevi sigarette e quindi volevi uscire e fumarti la prima sigaretta dopo il caffè, la prima sigaretta di un nuovo giorno. Ti eri licenziato da poco più di un mese quindi non sentivi ancora premere sui tuoi polmoni la cappa opprimente della mancanza di lavoro, alla quale sarebbe succeduta la cappa ancora più opprimente della mancanza di denaro, occorsa in un pomeriggio afoso di luglio, quando andasti al bancomat per prendere cinquanta euro e sullo schermo, implacabile, comparve questa scritta “disponibilità 38€”. Quel mattino uscisti di casa da solo, lei rimase in casa a studiare. Passasti davanti all’erborista. Vedesti per l’ennesima volta il manifesto pubblicitario delle sigarette alle erbe. Entrasti. Facesti una breve intervista all’erborista. Costo di un pacchetto? Cinque euro e cinquanta centesimi. Quantità delle sigarette contenute? Venti, come nei normali pacchetti di sigarette. Contenuto di ogni sigarette? Timo, salvia, maggiorana. Contenuto di tabacco nella sigaretta? Zero. Contenuto di nicotina nella sigaretta? Zero. Condensato? Zero virgola zero zero zero qualcosa. Funziona? Alcuni ci riescono, bisogna adottare un trattamento a scalare, facciamo finta che lei fumi un pacco di sigarette al giorno, allora lei comincia così, seguendo il programma giorno per giorno, su quest’opuscolo c’è il calendario, il primo giorno inizia con quindici sigarette di quelle che fuma di solito e cinque di queste (che da qui in poi chiamerò sigarette vegetali), e così dovrà proseguire per una settimana, mi raccomando, alla seconda settimana in ogni pacchetto ci metterà dieci sigarette vegetali, alla terza settimana il rapporto è invertito, quindici sigarette vegetali per pacchetto e cinque di quelle che fuma, la quantità di nicotina nel suo sangue comincerà a diminuire, il suo portafoglio non accuserà scossoni perché malgrado ogni pacchetto di queste sigarette costi più di cinque euro, lei comincerà a fumarne meno delle altre, se fa un calcolo rapido vede che le conviene, arriviamo infine all’ultima settimana dove lei arriverà a fumare solo sigarette vegetali. Ma ce chi riesce a smettere? In effetti ci sono alcuni che smettono di fumare sia le sigarette normali che quelle vegetali, oppure ci sono altri che arrivano a fumarne una ogni tanto, soltanto di quelle vegetali si intende. Sul banco dell’erborista c’è un pacco di Chesterfield, lui non è riuscito a smettere ed io non ho tempo per trattamenti a scalare, compro due pacchetti e lascio undici euro sul banco, da oggi e per dieci giorni l’erboristeria diverrà il mio pusher di timo e maggiorana. Il gusto di queste sigarette è pessimo, a guardarle sembrano sigarette come tutte le altre, magari bruciano più in fretta, l’odore che sprigionano è simile a quello di un cassonetto dell’immondizia dove sia stato gettato un sacchetto pieno di merda abbrustolita.

fine della digressione “smettere di fumare”

Nell’ultimo anno hai provato a smettere, senza farcela, per due volte. La prima è stata in gennaio duemila5, dopo l’entrata in vigore della legge che vieta di fumare sul posto di lavoro; dove lavoravi era permesso a chiunque di fumare qualunque cosa. Ci avete provato soltanto una volta a smettere, in modo sincronico, tutti quanti. L’ufficio era frequentato da troppe persone, tutte occupanti quello strato sociale indefinito e collocabile tra l’essere ricchissimo ed essere semplice arricchito, in città ce ne sono tanti, costituiscono la clientela ideale della nostra agenzia, sono quelli che, rispetto ai miei datori, ce l’hanno fatta. Lui ce l’ha fatta nell’ordine dei quattro/cinque zeri, loro nell’ordine dei sei zeri, questa piccola differenza di zeri, anche nei rapporti personali, si nota col fatto che quando questi entrano nell’agenzia tutti si calano le braghe, i datori per primi, accendono le sigarette una dopo l’altra, scambiando energiche strette di mano a chi entra e a chi esce, improvvisando pranzi di lavoro a base di tramezzini e negroni. Il secondo giorno dopo l’entrata in vigore della legge c’era questo comando, al massimo una sigaretta alla volta in ogni stanza. Dopo due giorni si era tornati al ritmo incessante di una sigaretta dopo l’altra moltiplicata per dieci persone alla volta. Nell’ultimo periodo le tre stanzette dell’ufficio erano occupate in media da sette nove persone, compresi gli stagisti dell’università, che credevano di essere venuti per crescere nel mondo delle agenzie di comunicazione ed in realtà espletavano il lavoro sporco, ci riuscivano così bene che dovevamo sempre controllare che non facessero errori, il problema era semplice, capivano poco. Meno male che sei scappato, meno male che hai smesso di fumare, meno male perché è la cosa che adesso ti fa stare meglio, anche di umore.
Senti che questa è la volta buona. Scrivere una storia dove uno dei protagonisti vuole smettere di fumare e ci riesce è galvanizzante, ti senti in sintonia con te stesso, e poi queste sigarette vegetali fanno davvero vomitare, sei come quelli che per smettere provano a fumare MS, poi si accorgono che c’è gente che fuma MS da una vita e sta benissimo. Il tuo dentista ti ha dato un ultimatum, non ti curerà più, la sua aiutante si rifiuterà di fissarti appuntamenti, sarai bandito “ad interim” dallo studio, sua figlia, che adesso si occupa delle tue cure periodiche, ha detto che se tu non fumassi la tua vita sarebbe meravigliosa, ci credi? Ma si, crediamoci. Il primo giorno di sigarette vegetali passa in fretta, ne fumi un pacchetto e mezzo, ti sembra di dare fuoco ad un ramo di sempreverde. Ad esempio. Entrate tu e lei in un negozio per acquistare un paio d’occhiali da sole, ti piacciono così tanto che getti la sigaretta a terra, date un’occhiata rapida in giro, la commessa si volta ad una sua amica lì dentro, mentre batte sulla tastiera “numero un paio d’occhiali con le lenti gialle” che poi frantumerai quest’estate sedendotici sopra perché non li hai visti appoggiati sul telo mare mentre esci dall’acqua e ti vai a sdraiare e “numero un paio d’infradito” destinati a diventare la tua calzatura estiva outdoor e la tua calzatura indoor per l’inverno, ecco che mentre ciò accade…la commessa si volta…c’è una puzza che viene da lì fuori…qualcuno deve “aver gettato qualcosa di bruciato nel cassonetto”. A Lecce quella dei cassonetti incendiati è una sindrome. Abbiamo paura che la nostra periferia venga scossa da una forma qualsiasi di anomalia, metti ad esempio un attentato; fa parte della nostra presunzione, la presunzione di una periferia che si crede così centrale da arrivare a presumere che qualcuno voglia destabilizzarne il sistema virtuoso. “O forse è soltanto che in televisione se ne vedono di tutti i colori.” Guardi la tua ragazza negli occhi, non ti va di dire alla commessa che l’odore è quello del fumo, crederebbero che prima di entrare stavi semplicemente fumando una canna.
Quando fumi una sigaretta vegetale e dopo, quando l’hai finita e la spegni o la lasci cadere, ti viene voglia di accenderne un’altra, all’istante. Dopo una settimana smetti di fumare anche quelle. Le occasioni della tua ghettizzazione si moltiplicano. Un sabato sera uscite per mangiare una pizza con una coppia di amici. C’è una pizzeria, una delle vostre preferite, dove in un ambiente a parte si può addirittura fumare, vi sedete lì perché i vostri amici fumano e a te non da fastidio, non vuoi diventare un integralista dell’antifumo, uno di quelli che rompono i coglioni per far smettere di fumare chi lo circonda, sarai un antifumatore moderato, uno di quelli che cerca comunque di convincere gli altri a smettere di fumare mediante l’accrescimento esasperato dei benefici che si traggono da una vita senza fumo, con un’ottima dose di esondante narcisismo, se l’unico uomo del pianeta che è riuscito a smettere di fumare, cazzo. Siete seduti, state per ordinare da mangiare, ti senti così carico che invece di ordinare la pizza suggerisci a tutti di provare le specialità brasiliane, e, tuo malgrado, convinci i tuoi amici e la tua ragazza. Sono passati nove giorni da quando hai smesso di avere nicotina in circolo nel tuo sangue. Ciò dovrebbe fare intendere anche al lettore più sprovveduto che la pazienza e la calma, quando uno smette di fumare, sono cose che se mancano si può anche soprassedere. Siete arrivati al termine della cena. Sarebbe il momento giusto per accendersi una sigaretta vegetale. La tua ragazza non ne può più, prima di andare a cena avete assistito ad uno spettacolo teatrale, un’opera messa in piedi da un tuo amico dopo anni e anni di duro lavoro, ripensamenti, creazioni e disfacimenti di gruppi dove i collanti sono l’arte, le canne, il vino cinque litri due euro e la promiscuità sessuale di corpi semimoribondi, semisdraiati, semidesideranti. Un’opera era degna del migliore teatro off-off-off, come direbbe il tuo amico Giovanni. Vorresti accenderti una sigaretta, soltanto che per fumare vuoi uscire fuori, sai che accenderti una sigaretta vegetale dentro un ristorante alle undici del sabato sera desterebbe preoccupazioni in tutti gli astanti, diventeresti rosso, dovresti giustificarti con quelli più vicini al tuo tavolo dicendo che no, non si tratta di una canna, è solo una sigaretta che aiuta a smettere di fumare in modo graduale i fumatori incalliti come me, se vuole le consiglio la marca. Magari seduta al tavolo di fianco c’è una coppia, marito e moglie, si stanno passando un “cigarillo”, magari quello intossicato sei tu. La tua ragazza sbotta, ha capito che è il momento buono, per farti scenate di questo genere aspetta sempre un momento in cui non siete soli, ne approfitta perché sa che a lei non riesci a giurare nulla, mentre quando dici qualcosa davanti ad altre persone mantieni sempre le promesse, non fosse altro che per il timore di essere ritenuto un debole. Ti dice che no, non esci e non ti accendi più nessuna di quelle sigarette, anzi, dammele, lo tengo io il pacchetto. Hai smesso anche con queste.
Passato quel dopo cena, cioè dopo dieci giorni esatti di sigarette vegetali, sei passato dalla fase nella quale “stavi smettendo di fumare” e sei entrato nel limbo di chi “ha appena smesso di fumare”. Non puoi crederci.
Nel frattempo i tuoi soldi sono finiti, sei povero e in apparente stato di salute. La tua salute deve continuare a migliorare, ti aspetta un futuro prossimo nel quale ingrasserai di una decina di chili, soltanto dopo un anno e mezzo ritornerai a dimagrire, avrai un lavoro decente che ti soddisferà ogni giorno, ma questo lo sa il lettore, lo sa adesso, lo apprende da ciò che scrivi, tu non lo sai, il tuo ottimismo deve fare sforzi incredibili, tutte le tue vitamine e tutto il dna contadino di tuo padre devono venirti in soccorso, devi tornare all’abitudine antica di vedere qualcosa che cresce piano piano finchè non sboccia in fiore profumato e poi in frutto. Ti sei tolto un vizio. Questo episodio è utile per darci ad intendere che tu sei una persona determinata, o meglio, leggendo come hai smesso di fumare dovremmo intendere che uno dei personaggi principali di questa narrazione è una persona determinata, confondere uno dei personaggi con te è uno degli indizi che vuoi dare al lettore, tramite quest’allusione fai trapelare che questa narrazione è autobiografica, o quanto meno peschi in abbondanza nei mari della tua quotidiana contemporaneità perché non disponi di argomenti migliori e scorrevoli per arrivare da un inizio incerto ad una fine in sospeso.

§

È con questo spirito che hai affrontato questi mesi di crisi, fino a questo momento. Hai frantumato con un pugno il parabrezza della tua auto senza procurarti ferite o escoriazioni, l’anello che indossi al dito medio della mano destra, come uno spaccagrugno rudimentale ti ha salvato dal dover elucubrare una versione dei fatti congruente con il vetro del parabrezza incrinato e le nocche della tua mano destra tagliuzzate e sanguinolente. Ti alzi. Dici a tua madre di prestarti i soldi per il parabrezza, se vuole e se non vuole fanculo. Non ci sono soldi. Nessun aiuto. Devi fare da solo, se vuoi. Sali in macchina, ti ricordi che c’è uno sfasciacarrozzeeuroduemila sulla provinciale che esce dal tuo paese, lo conosci perché i tuoi gli hanno venduto il pezzo di terra che utilizza come deposito e parcheggio di auto e in attesa di essere accartocciate in cubi di cinquantacentimetri per lato.
Ti sembra di essere finito nel mezzo di una rappresentazione teatrale dove non recitano attori ma sfrigolii di scintille e lamiere segate, cataste di automobili, morti di varia ferraglia mentre attendo il tuo turno e rimani affascinato da due operai che stanno smontando una Fiat Uno, pezzo dopo pezzo, hai sempre saputo che per mettere assieme un’automobile si impiegano una miriade di componenti, ma quanti? Sono appena le otto di mattina e fa già un caldo insopportabile. Quanti? Quanti? Quanti ne vuole? Cadi. Quanti cosa? “‘Nnu ‘ssi ‘ttie c’ha chiestu lu cazzu de parabbrezza denanzi te la Panda? ‘Nde basta unu?” (Ma non è lei il cliente che richiesto la sostituzione di un parabrezza per il vetro anteriore di una Panda? Ne è sufficiente uno”. Va bene, eccolo qua, fanno venticinque euro, adesso viene il ragazzo e te lo da. A mezzogiorno ero da lei, la mia lei, a casa sua, con il parabrezza usato garantito, a mezzogiorno e un quarto ero con suo padre da un meccanico in paese, un carrozziere, all’una in punto la panda era parcheggiata sotto il sole cocente ed io ero a tavola insieme a lei, pranzavamo con il sorriso sulle labbra. In momenti come questi è più facile essere felici per la risoluzione di un problema che ci ha fatto dannare fino al secondo precedente piuttosto che essere felici del semplice fatto di esistere, ma chissenefrega di esistere, l’importante è che arrivi presto domani, che passi quest’estate merdosa e che torni l’autunno. Sono rose, fioriranno.

*

“Aurora” è stato pubblicato su Musicaos.it – Anno 3 – Numero 23 – Ottobre/Novembre 2006

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In libreria. “Vizio di forma” di Thomas Pynchon. Primi giudizi e recensione express.


Cari Lettori di Musicaos.it,
come promesso qualche giorno fa ecco il booktrailer con i sottotitoli in italiano di “Vizio di forma” di Thomas Pynchon, appena approdato in libreria e accompagnato dai primi giudizi critici di merito. Approfittiamo per lanciare un article contest express, inviateci la vostra recensione di “Vizio di forma”, di Thomas Pynchon, per l’occasione pubblicheremo pynchonianamente la migliore, la peggiore e anche la più così così. Buona visione!

Thomas Pynchon a settantadue anni si è rotto le scatole della sua esoterica reclusione ed è sceso tra noi mortali per ricordarci quant’erano divertenti gli anni dei fricchettoni, dei surfer e dei detective strafatti. Grazie, maestro [Niccolò Ammaniti]

Una lezione di mimetismo letterario sorprendente, acrobatica e a tratti spassosa [Gianrico Carofiglio]

Divertente, schizzato, politicamente aggressivo. Con questo noir Pynchon manda al diavolo il galateo letterario e rievocando con nostalgico trasporto l’America di ieri mette al muro quella di oggi. [Giancarlo De Cataldo]

Eccovi le peripezie dell’investigatore privato Doc Sportello durante la sua missione quotidiana tra hippy e surfisti, diretta all’assunzione di sostanze proibite, all’abbordaggio di appetitose forme di vita in bikini, fino ad arrivare là, nel più colorato dei noir, dove nessun romanzo è mai giunto prima. [Tommaso Pincio]

La sua è una rabbia politica, tagliente. In un modo meraviglioso che ricorda quello degli adolescenti, lui continua a voler combattere gli uomini che detengono il potere: il governo, la polizia e Ronald Reagan. [Aravind Adiga]

Vizio di forma, Thomas Pynchon, Einaudi, Stile Libero Big, 2011, p. 470, 20€, ISBN: 9788806202828

“Giorni” di Pasquale Iannucci


“Giorni”
di Pasquale Iannucci

Sadìk era il mio spacciatore di fiducia. Lo chiamai e mi disse che ci saremmo visti nel tardo pomeriggio. Al solito posto. Guardai l’orologio. Le undici.
Non stavo bene per un cazzo. L’ultima pera me l’ero fatta la sera prima e iniziavo ad accusare i primi sintomi della scoppia.
Di solito starnutivo e gli occhi mi lacrimavano come due fontane.
Anche questa volta non andò diversamente.
Mi prese il panico e mi attaccai alla bottiglia del vino. Feci un sorso.
Una vaga sensazione di benessere mi si diffuse in tutto il corpo.
Svanì in fretta.
Continuai a bere camminando avanti e indietro per la stanza. Più bevevo e più la voglia di farmi aumentava. Presi i soldi dal cassetto e li contai. Venticinque euro.Per iniziare erano più che sufficienti. Li riposi e feci partire il lettore cd. «Violence Now», brutalizzata da GG Allin.
Mi accesi una sigaretta e mi affacciai alla finestra.
Abitavo al terzo piano di un palazzo in un vicolo del centro.
Di fronte a me case ammassate una sull’altra e antenne tv svettanti verso il cielo.
Un cielo terso. Di primavera.
Nel palazzo di fronte, attraverso una finestra aperta, vidi un uomo seduto nella sua cucina. Fumava e guardava il muro di fronte a sé. Sul tavolo, un posacenere pieno.
Lo vedevo tutti i giorni e tutti i giorni era la stessa immutata scena. In altre occasioni lo avrei ignorato. Ma ero ubriaco e in astinenza.
Provai una pena lancinante. Per lui e per me. Pensai alla vita e alla solitudine. La solitudine mi sembrava ingiusta. Non voglio restare solo, pensai. Poi smisi di pensare e mi venne il magone, avevo paura. Rientrai e ricominciai a bere. Volevo scacciare l’ansia. Alla fine, tutto, sarebbe svanito nel nulla. Come d’incanto.
Andai in camera, presi i soldi e li rincontai. Non erano aumentati.
L’orologio sosteneva che mancava un quarto alle dodici. Il vino era finito e il tardopomeriggio era ancora molto lontano.
L’ipotesi di andare a procurarmi la roba da un’altra parte era fuori discussione. Con la metro ci avrei messo troppo tempo e il mio stato era pessimo.
Non avevo nessuna voglia di sbattermi.
La vita del tossico era troppo frenetica. Fissai i soldi per qualche minuto. Poi decisi che avrei fatto un piccolo investimento. Birra o qualcosa di più forte. Dovevo ammazzare la giornata.
Misi le scarpe ed uscii. Fatta la prima rampa di scale mi venne un conato e la bocca mi si riempì di vino. Lo rimandai giù e continuai a scendere.
Cercai di combattere contro il vomito fino a quando mi resi conto che era impossibile. Dovevo sboccare. Be’, mi dissi, se proprio dev’essere, facciamo almeno che non sia qui.
Mi girai e ricominciai a salire. Ero a pezzi. Sentivo le gambe pesantissime e lo stomaco bruciarmi.
Dopo alcuni gradini inciampai e caddi carponi.
Un litro e mezzo di Barbera del Piemonte si riversò a fontana su me e i gradini. I singulti si susseguivano uno dietro l’altro senza sosta. Faticavo a respirare. Quand’ebbi finito non avevo più nemmeno la forza di rialzarmi. Mi aggrappai alla ringhiera e, dopo un po’ di vani tentativi, riuscii a rimettermi in piedi. Ripresi a salire. Ogni tanto qualche crampo mi costringeva a tappe forzate nelle quali cercavo di respirare a fondo e di trattenere lo sbocco.
Raggiunsi la porta. Entrai in casa e mi fiondai in bagno. Mi tolsi i vestiti e m’inginocchiai davanti al water.
Con l’ausilio delle dita della mano destra sondai il mio esofago fino a quando non mi svuotai del tutto.
Andai al lavandino e mi sciacquai la faccia. Allo specchio c’ero io. Mi guardai un po’. Facevo schifo. Le guance mi ricadevano mollemente e gli occhi erano ridotti a due fessurine arrossate. Non mi radevo da settimane e, a giudicare dall’odore che emanavo, non mi lavavo da altrettanti giorni. Provai a fare un conto e mi persi subito. Avevo toccato il fondo ma ero troppo esausto per pensarci.
Dovevo farmi.
Riprovai a chiamare Sadìk. Dall’altra parte, la signorina Telecom italia mobile mi pregava di richiamare più tardi. L’utente desiderato non era, al momento, raggiungibile.
Aveva spento il telefono, il bastardo.
Mi feci prendere dallo sconforto. Volevo morire. Volevo farmi. Volevo smettere di farmi. Volevo stare bene. Subito.
Mi ricordai che sotto il letto avevo imboscato una boccetta di Darkene. Andai a prenderla. Non era molto e non era la stessa cosa. Ma era meglio di niente.
Nel bidone dell’immondizia avevo buttato la mia unica insulina. La recuperai, la sciacquai velocemente e la riempii con il farmaco.
Trovai la vena e mi feci.
Una voragine di calore mi si aprì nello stomaco.
Il Darkene era un ipnotico. Non alleviava il dolore fisico. Semplicemente non mi ci faceva pensare. Mi sdraiai e cercai di rilassarmi. Inutilmente. Gli spasmi muscolari alle gambe non mi davano tregua. Mi alzai e cominciai a camminare su e giù. Riaccesi lo stereo. Andai in bagno, presi gli abiti sporchi di vino e li buttai in lavatrice.
Poi mi rivestii e considerai l’idea di andare a pulire le scale.
No, troppo faticoso.
Squillò il telefono.
-Pronto?
-Rà, sono io. Che fai?
Era Morgana.
-Sto di merda. Devo farmi.
-Ce l’hai il cash?
-Si.
-Chi c’è con te?
-Nessuno.
-Arrivo.
-Ok.
Riagganciai e mi accesi una sigaretta.
L’orologio segnava la una e mezza e il sole invadeva violentemente tutta la casa. Solo allora mi resi conto di quanto mi desse fastidio tutta quella luce.
Abbassai le tapparelle fino ad una penombra accettabile. Spensi lo stereo e mi misi davanti alla televisione.
Morgana arrivò mentre Lassie correva tutto felice e scodinzolante da Liz Taylor bambina.
Andai ad aprirle.
Quand’ero scoppiato ero sempre felice di vederla. Non c’era un motivo particolare. L’astinenza mi faceva perdere il controllo delle mie emozioni. Ero capace di passare dalla tristezza più nera alla gioia più assoluta nel giro di pochi minuti e poi di ricominciare daccapo. E di solito, in quei momenti di squilibrio, ero felice di vedere chiunque.
Lei entrò in casa senza dire una parola e si diresse in salone. Io la seguii.
Si mise una mano in tasca, ne cavò un involucro enorme e lo depose sul tavolo. Poi si girò e mi guardò sorridendo.
Le indicai il pacchetto.
-Non vorrai dirmi che…
-Sì- m’interruppe trionfante- è Roba!
-Porca Puttana!- esclamai.
Stentavo a crederci. Sul tavolo del mio salotto c’erano circa qualcosa come un paio d’etti d’eroina.
Ero salvo.
-E dove cazzo l’hai presa?- le chiesi.
-Tu- rispose- non preoccuparti. Ti vuoi fare o no?
-Si, si. Era così. Tanto per chiedere.
Allungò la mano destra, con il palmo rivolto verso l’alto e, sfregandosi il pollice e l’indice, mi fece capire che voleva i soldi.
La cosa mi diede fastidio. La conoscevo da una vita e non esisteva che le dovessi pagare la roba. Ma lei l’aveva e io n’avevo un disperato bisogno. Misi da parte l’orgoglio e andai a prenderglieli.
Nel cassetto avevo venti, in tasca un pezzo da cinque. Dieci li presi e dieci li nascosi tra le mutande. Almeno lo sconto, pensai, me lo deve fare.
Tornai in salotto. Morgana aveva tolto la stagnola alla roba e stava scaldando. Guardai ancora una volta tutta quella droga.
Non riuscivo a capacitarmi.
Era un sasso enorme, compatto. Dal colore dedussi che doveva essere buona. Poi mi rivolsi alla mia amica e le chiesi se, per caso, non avesse voluto pesarla.
-Sai, – aggiunsi,- ho il bilancino.
Mi disse di andarlo a prendere. Quando tornai, la mia insulina mi aspettava già carica e Morgana sclerava perché non trovava un canale aperto.
Le guardai le braccia. Non aveva una vena intatta. Provai pena, per le sue vene.
L’avevo conosciuta parecchi anni prima e il ricordarla in condizioni migliori mi rendeva tutto insopportabile. Avrei svuotato la spada. Le avrei detto di mollare tutto e di ricominciare da un’altra parte.
Solo io e lei.
Appoggiai il bilancino sul tavolo. Presi la siringa e, in piedi e senza stringermi, me la piantai nel braccio. Mi presi subito.
Il primo fiotto di sangue che entrò nella spada mi diede le vertigini. Spinsi in dentro lo stantuffo.
Vago sapore d’acetone in gola.
L’ultima cosa che vidi fu Morgana che sciacquava l’insulina in un bicchiere.
Quando mi svegliai, un faccione enorme mi stava chiamando per nome.
Ero morto e quello era il mio angelo custode. Vestito di bianco con l’aureola e tutto il resto.
Girai gli occhi a destra e a sinistra e notai che dal mio avambraccio sinistro partiva un tubicino. All’estremità del tubicino, una flebo.
Non ero morto. Ero in ospedale e quello non era il mio angelo ma solo un infermiere.
Mi sentii sollevato. Non ero ancora pronto per il giudizio finale.
Intanto, quello continuava a ripetere il mio nome e a darmi dei leggeri schiaffetti sulle guance.
Raccolsi le poche forze che avevo.
-La vuoi smettere?- rantolai, mentre con la mano destra gli tiravo un lembo del camice.
Lui mi guardò un attimo, fece un passo indietro e, senza dir nulla se n’andò.
Provai ad alzarmi ma non ce la feci. Chiusi gli occhi.
Avevo sonno, volevo dormire.
-Non dormire! Non dormire, mi hai capito?
Era ancora lui. Mi stava scuotendo.
-Si- biascicai – ho capito.
Andò via. Richiusi gli occhi. Mi vennero in mente cose stranissime. Cose, alle quali non pensavo da anni.
Amici d’infanzia. La mia prima ragazza. I quattro cani che avevo a sei anni. Mio nonno.
Nel frattempo mi giungevano i suoni confusi del pronto soccorso. Un medico che s’incazzava per qualcosa. Sirene d’ambulanze e il pianto di una donna. Qualcuno era appena morto.
Tutto, mi arrivava ovattato e sordo. Una sensazione di benessere che non avevo mai conosciuto. Mi stavo lasciando andare. Il mio corpo e la mia mente precipitavano piano verso un nonluogo senza più suoni né colori. La catarsi. E non sarei più tornato indietro. Mai più.
Un violento scrollone mi riportò alla realtà.
-Ma insomma, hai capito o no che non devi dormire?
Questa volta era una donna.
-Quando me ne posso andare?
-Quando starai meglio, quando finirà la flebo. Sta’ tranquillo e cerca di restare sveglio. Chiaro?
Non le risposi e lei si dileguò in un’altra stanza.
Passò del tempo. Tempo in cui rimasi sospeso tra la veglia e il sonno. Ogni tanto qualcuno veniva ad assicurarsi che fossi vivo.
Poi mi stancai. Mi tolsi l’ago dal braccio, mi alzai in piedi e, barcollando, provai a guadagnarmi l’uscita.
A metà corridoio fui intercettato dalla solita infermiera.
-Ma dico!- sbottò- è impazzito? Perché si è tolto la flebo? Mi aspetti qua. Si segga.Vado a chiamare il medico.
Mi prese per un braccio, mi fece sedere su di una sedia a rotelle e se n’andò borbottando. Io non opposi la minima resistenza. Ero troppo stanco per farlo e volevo solo andarmene a casa.
Qualche minuto dopo, la sentii ciabattare un’altra volta verso di me. Al suo fianco, un uomo.
-Perché ti sei tolto la flebo?- mi chiese lui.
-Perché me ne vado- risposi io.
Mi accorsi che perdevo sangue dal braccio. Istintivamente me lo portai alle labbra e succhiai.
-Ma no- urlò l’infermiera- che fai? Aspetta che ti disinfetto.
Sparì in una stanza e riapparve subito dopo con un flacone di disinfettante e dell’ovatta.
Mi prese dolcemente il braccio. La lasciai fare.
- Sei sicuro?- mi stava dicendo lui nel frattempo- è meglio se resti qui ancora un po’.
-Quanto?
-Almeno un’oretta- intervenne lei. Poi cercò con gli occhi l’approvazione del medico.
-Già. Ha ragione.
Scossi il capo: – No, non se ne parla nemmeno. Io me ne vado adesso.
-Ma, si può almeno sapere che hai combinato? Sei tossicodipendente?
-Tu che dici?- chiusi gli occhi.
- Dico che dovresti farti aiutare. Ti abbiamo preso per un soffio. A proposito, per precauzione ti abbiamo fatto una lavanda gastrica. Potresti rimettere per un po’ di tempo.
-Va bene. Adesso mi dai quel cazzo di foglio così lo firmo e me ne vado?- riaprii gli occhi.
Tre infermieri si erano radunati attorno alla mia sedia e mi guardavano.
- Cazzo volete? Andate tutti affanculo.
Tentai di mostrare il terzo dito della mano destra ma il braccio mi ricadde mollemente sulle gambe.
I tre se ne andarono.
L’infermiera se n’andò.
Il medico, pure. Tornò con il foglio di dimissioni.
-Se ti senti male cerca di tornare subito qui.
Ci credeva davvero. La mia sorte gli stava a cuore.
Per un attimo pensai di dargli retta e di fare come diceva ma scartai immediatamente l’idea.
Dovevo andare.
Scarabocchiai il foglio, mi rimisi in piedi ed uscii.
L’aria della sera era fresca. Dal traffico ipotizzai che fossero intorno alle sei del pomeriggio.
Incrociai una ragazza e le chiesi le ore.
M’ignorò.
Dopo qualche metro, vomitai. Copiosamente. Era praticamente acqua, solo che di colore nero.
La lavanda gastrica.
Probabilmente la mia amica, per pararmi il culo, aveva raccontato la storia degli psicofarmaci.
Lo facevamo spesso. Se uno di noi collassava, dicevamo che aveva bevuto sui farmaci. Era per evitare il Narcan.
E gli sbirri.
Non sapevo se mi avevano fatto il Narcan. Non era importante. A parte la nausea, stavo bene.
Finii di vomitare e mi rimisi in cammino.
Frugai nelle tasche alla ricerca delle sigarette. Le trovai e ne accesi una.
Cercai ancora e trovai le chiavi di casa. M’imboscai dietro un albero e vomitai nuovamente.
Un quarto d’ora più tardi ero davanti alla porta della mia dimora. Entrai. Era deserta.
Sul tavolo, al posto della roba, c’era una busta. L’aprii.
Un foglio a quadretti, ripiegato in due, asseriva di volermi bene e di essere molto preoccupata per me. Diceva anche di guardare nel fondo della busta.
In una stagnola, un po’ di eroina.
Il bilancino era sparito. Evidentemente Morgana aveva ritenuto opportuno portarselo via. Forse aveva pensato che a me non sarebbe più servito.
Mi chiusi in bagno e, mentre aspettavo che si riempisse la vasca, mi feci una pera.
Per il giorno dopo ne misi da parte un po’.
Un rivolo di sangue mi scorse lungo tutto l’avambraccio. Qualche goccia cadde sul pavimento.
Pensai a Franco, che un giorno era sparito nel nulla. Un amico d’infanzia, come tanti. Eravamo cresciuti insieme. Avevamo rubato insieme. Per lo più negli ospedali, ai malati.
Per un po’ di tempo avevo pensato che se n’era andato. Parlava sempre del Sudamerica e di come avrebbe svoltato facendo business laggiù.
Me lo immaginavo ingrassato, sotto una palma, a farsi sciacquare le palle da un mare tropicale trafficando e bevendo rhum.
Lo speravo veramente.
Invece, lo ritrovarono in un fosso un mese dopo.
Dissero che era morto di overdose e che era tutto gonfio. I topi gli avevano divorato la faccia.
La madre lo riconobbe dall’orologio. Stop. Fine.
Addio, Franco.
Non pensavo mai alla morte. Non mi sembrava vero che potesse accadere. O almeno, non così.
Dovevo smettere.
Diazepam. Clonidina cloridrato. Flunitrazepam. Bromazepam. Tramadolo cloridrato. Fenobarbitale. Naprossene sodico. Brunorfina. Codeina fosfato. Efedrina. Metadone…
Il problema non era il dolore fisico. A quello potevi anche non pensarci o comunque, un rimedio lo trovavi.
Il problema non era durante, ma dopo. Era dopo che ti toccava fare i conti con la realtà.
Dopo, c’era la monotonia di giorni che ormai erano divenuti troppo vuoti. Dopo, c’era la solitudine. La paura.
Dopo, c’erano gli happy hours e i telefonini cellulari. C’erano le serate e i locali dove puntualmente ti rimbalzavano perché non eri adeguatamente abbigliato.
C’era una spossatezza, una nonvoglia, un vuoto esistenziale che afferravi a malapena ma che ti travolgeva. Lentamente. Inesorabilmente.
Giorno dopo giorno.
Eppoi, i consigli degli amici. Quelli sensibili e politicamente corretti, dispiaciuti e comprensivi della tua sfortuna e debolezza.
E quelli per i quali eri quasi una merda e, l’unica cosa che riuscivano a dirti era di tirare fuori le palle.
-Grinta. Nella vita, ci vuole grinta!
E tu, magari, avresti voluto dirglielo che ti sentivi solo e pazzo eccetera eccetera.
Ma non lo facevi. La solitudine non era trendy.
Così, un bel giorno, strafatto di Ketamina ti dicevi: -Be’, vaffanculo, perché no?
E senza sapere come ti ritrovavi in piazza e lì i giochi erano fatti. Punto e a capo.
Però dovevo farlo.
Vasca da bagno. Acqua bollente. Sera che incalza dai vetri appannati.
Com’era?
(Ogni piacere vuole eternità. Vuole profonda, profonda eternità.)
Stavo bene a mollo. Mi sentivo al sicuro, protetto.
Scoreggiai. Mi piaceva scoreggiare in acqua. Mi piacevano le bollicine, le trovavo interessanti.
Si, si, avrei smesso di farmi. Pochi giorni di sofferenza. Al massimo una settimana.
Questa volta sentivo che era la volta buona.
Avrei dato una svolta decisiva alla mia vita. Mi sarei fatto il bidè tutti i giorni e avrei cercato i vecchi amici.
Un lavoro, una casa, una ragazza. I colloqui settimanali con lo psicologo del Sert.
Avrei rigato dritto.
Uscii dalla vasca, mi asciugai, mi misi il pigiama e andai a dormire. Considerai per un attimo di masturbarmi.
No, troppo faticoso.
A metà nottata mi sparai il resto della roba.
Il giorno dopo oziai nel letto a lungo. Poi mi alzai e feci colazione. Guardai l’orologio: mezzogiorno.
Freddi brividi da rettile lungo la schiena. Mi accesi una sigaretta. Era una giornata limpida e ventosa. Il sole, risplendeva su tutto.
Sadìk era il mio spacciatore di fiducia. Presi i soldi dal cassetto e li contai. Una decata. Pochi, troppo pochi. Frugai in giro per casa e trovai un braccialetto d’oro e un altro pezzo da dieci. Potevano bastare.
Lo chiamai e mi disse che, se volevo, potevo raggiungerlo subito. Era al bar.
(Ma non dovevi smettere?).
Domani, un altro giorno, non so…
Mi fiondai per le scale.

FINE

“Giorni” di Pasquale Iannucci
è stato pubblicato su Musicaos.it, Anno 2, Numero 17, Maggio 2005

i numeri di Musicaos.it dal 2004 al 2007 sono disponibili qui

Vito Russo – “Tra la palpebra e l’occhio” (LietoColle)


Vito Russo – “Tra la palpebra e l’occhio”
LietoColle – Collana Erato

… niente è lasciato al caso nell’accumu­lazione apparentemente casuale e caotica di oggetti ed eventi e luoghi e momenti e sensazioni e persone e ricordi e nomi, tutti evocati per virtù di parola dalla melassa della quotidianità e infilati un verso dopo l’altro, come in uno svogliato inventario, a far da cornice alla rasse­gnazione e al lasciarsi andare ai capricci della sorte. Sono impressioni volute, generate apposta dall’effetto tonale della voce poetica, dall’uso scaltrito del linguaggio, dello stile. Dunque impressioni menzognere, come tutto, nella rappresentazione letteraria, è invito alla menzogna: menzogna buona, si capisce, per meglio demistificare la realtà e snidare il vero che in essa si celi.

Niente di meno rassegnato di chi cerca un senso nel caos.

[…]

In quell’invisibile intervallo tra palpebra e occhio rivive così tutto il film insensato del mondo esterno, e insensato resta finché non passa attraverso il filtro della parola poetica, attraverso la rappresentazione di un mondo altro, riscattato dal buio, dal silenzio, o al contrario dalla chiassosa insignificanza, rinnovato dal pensiero, vivificato dal senti­mento, offerto ad altri col bisogno di relazione. Insomma un ‘vissuto’ che non perde affatto consistenza di realtà oggettiva, anzi acquista co­scienza e parola, assume spessore morale, si lascia afferrare come corpo vivo, vive di un’altra vita in cui non siano spersi per sempre il senso e la speranza.

dalla prefazione di Carmine Tedeschi

Tra la palpebra e l’occhio
le unità di misura
il tempo e lo spazio la carne
e le carte da gioco l’asso di denari
la scintilla dei fuochi d’artificio
i dialoghi coi nomi poi il lavoro
le leggi del mercato la televisione
tra quello che si vede e non si vede.

Tra la palpebra e l’occhio

Ignoro se
la mia inesistenza appaga il tuo destino,
se la tua colma il mio che ne trabocca

Eugenio Montale

Ignoro se l’essenza
sia questa giacca che perde i bottoni
i microfoni spenti sul palco
o ci sia ancora un raschio perché tutti
i vestiti tornino al loro posto
e i calzini nell’ultimo cassetto
del comodino.

*

Metto ordine sul sedile
posteriore ma vago
e apparente. Nelle zona industriale
di notte resta qualche luce accesa
e cani randagi si accoppiano
senza prendere precauzioni.

*

C’è un odore forte di lattice
stamattina in via Ripamonti
come se tutti gli amori del mondo
si fossero consumati qui la notte
scorsa.

[…]

Unità di misura

Che forse non è questo il mio mestiere?
Perdere tempo, questo è il mio mestiere,
e il bello è perdere quel che non si ha.

Patrizia Cavalli

I regali che non ho mai fatto
i baci che non ho dato li ho stampati
sullo specchietto retrovisore
insieme alle cartoline spedite
senza nemmeno una parola. Sono
maturi i tempi per continuare
a non fare niente dalla mattina
alla sera.

*

Il furgone è parcheggiato sulla fetta
d’asfalto riservata ai disabili. Esco
a prendere un po’ d’aria. Non si vede
l’ombra di un bar all’orizzonte. Non resta
che aspettare la prossima partenza
per approdi già noti. Che si torni
ogni volta per gli stessi punti
è rassicurante in fondo.

[…]

*

Nel cielo di Milano
il nero non esiste. La giornata
dura mezz’ora in più ma il sole
non c’è e le stelle. Il cielo da grigio
si fa arancio e poi rosso alle quattro del mattino.
Sarà l’effetto dell’inquinamento
o forse la metropolitana
di giorno succhia il cuore ai passeggeri
sudati raffreddati incravattati
e di notte lo sputa in alto. Nudo.

Le leggi del mercato

Dunque ti prego non voltarti amore
e tu resta e difendici amicizia
.

Vittorio Sereni

In principio è il conflitto
duro metallico. Basta spogliarsi
per prendere parte allo scontro
dei corpi all’incrocio delle braccia
fino all’esplosione della luce.
Poi le lingue si sciolgono
non esistono nemici ed amanti
la voce perde consistenza
si fa liquida fa finta di niente
il sesso ritorna nei pantaloni
ma resta duro resta in testa
la finzione di negare il futuro.
Ma chi è che scrive la sceneggiatura?

*

La guerra fredda l’hanno
messa in un altoforno
a sciogliersi e si è liquefatta
l’odore ha invaso pure il terzo mondo
in forma di piatto fumante
hanno però dimenticato l’ultimo
braccio armato del novecento
un verso la solitudine il fumo
di una sigaretta di mano in mano.
Dialoghi con i nomi

Edoardo

di un uomo sopravvivono, non so,
ma dieci frasi, forse

Edoardo Sanguineti

Ho lasciato la testa e gli occhi
su Mikrokosmos ogni parola
una goccia di liquido seminale
una lacrima rossa. E pensare
avevo fatto un lungo viaggio
per una conferenza su Dante
ma il corpo cantava ormai i suoi lamenti
gli aneurismi di ieri. Oggi i figli
dei borghesi prendono il sole
alle Colonne di San Lorenzo
mentre sfoglio i quotidiani le pagine
di commiato. Ne porto i segni
sulla cravatta e porto i tuoi
nel taschino della giacca.

Vito Russo è nato a Putignano (Bari) nel 1981.
Giornalista pubblicista, si è laureato in Economia e specializzato in Diritto del Lavoro.
Dal 2008 vive e lavora a Milano.

In copertina: fotografia di Antonio Lillo

ISBN: 978-88-7848-621-8
Anno: 2011
Prezzo: € 10,0

Gruppo di lettura Musicaos.it – Domani a CIBUS MAZZINI (Lecce) il terzo incontro


Domani sera, Venerdì 15 Ottobre, a Cibus Mazzini (Piazza Mazzini, Via Lamarmora 4 – Le), si terrà la terza presentazione del ciclo di presentazioni che io e Stefano Donno stiamo organizzando in questo locale grazie al supporto dello staff, degli editori e degli autori coinvolti. La prima presentazione è stata quella del 30 settembre con Giuseppe Cristaldi e il suo libro “Belli di papillon verso il sacrificio” (Edizioni Controluce). In quella serata, accorgendoci che tra di noi c’erano molte ‘presenze assidue’, ci è venuta in mente l’idea del Gruppo di lettura. La seconda presentazione, l’8 ottobre scorso, è stata dedicata al libro di Maria Brandon Albini, “Viaggio nel Salento” (Kurumuny) curato da Sergio Torsello (direttore artistico del festival della Notte della Taranta e curatore per Kurumuny della collana “Lo sguardo degli altri”). È stata un occasione (ancora più nutrita di presenze) per lanciare questa iniziativa. Ci sono diverse presentazioni in programma, tutte di venerdì (i venerdi di ‘Cibus Mazzini‘…).
La prossima presentazione si terrà domani sera. In collaborazione con l’associazione Arcadia Lecce l’autrice presentata sarà Rossella Barletta (Capone Editore), con il suo “Architettura contadina del Salento. Muretti a secco e pagghiari”. Chi sia interessato a sapere qualcosa in più sul testo può leggere una mia recensione, pubblicata l’11 agosto scorso su Libri – Blog Repubblica Bari.it, nella mia rubrica “Nero su bianco”. L’autrice sarà presentata da Valentino De Luca, interverrà anche Enrico Capone della Capone Editore.
Sì, ma in che cosa consiste il “Gruppo di lettura – Musicaos.it” ? Tanto per cominciare la cosa interessante di questi incontri consiste nel fatto che tra autore, editore, e lettori ci sono quante meno barriere possibili. Si può parlare delle tematiche del lavoro di scrittura con l’autore, fare domande, ricevere risposte e il tutto in un ambiente conviviale. Proprio oggi, Antonella Gaeta, in un suo articolo/intervista comparso su Repubblica ha raccolto anche il mio parere sul ruolo delle riviste nell’era del web, a tal proposito aggiungo che non c’è niente di più bello che mescolare il web alla realtà, anche perché uno dei motivi per cui io e Stefano Donno fondammo Musicaos.it nel gennaio 2004, era il fatto che gli spazi per esprimersi non erano molti (su rivista e web), bisognava quindi crearli. Ora è il momento perché molti di quegli spazi del dialogo, siano creati nuovamente e di nuovo vitalizzati.
Ecco perché abbiamo collegato queste presentazioni al gruppo di Musicaos.it su facebook, e per divertirci ci abbiamo messo di mezzo un regalo a sorpresa anche se oramai la sorpresa la conoscono tutti. Domani sera tra i partecipanti alla presentazione che appartengono al gruppo facebook di Musicaos.it, verràestratta a sorte e regalata una copia di “Riportando tutto a casa” (Einaudi) di Nicola Lagioia, vincitore del Premio Viareggio-Rèpaci 2010, a mio parere uno dei più bei romanzi pubblicati in questo anno che volge al termine. Un tuffo nella nostra storia recente, la storia di ognuno di noi che diventa storia di tutti, magistralmente interpretata da uno degli autori più talentuosi della nostra letteratura recente.
Ogni venerdì regaleremo un libro diverso. Iscrivendovi al Gruppo Musicaos.it su facebook sarete aggiornati sullo svolgimento e sul programma delle presentazioni. È ovvio che tutta l’operazione (iscrizione al gruppo facebook di Musicaos.it, partecipazione alle presentazioni, regalo del libro) è a titolo gratuito ed è volta unicamente a stimolare l’interesse per la lettura e il dibattito che possono nascere durante le presentazioni, per ritrovarci e condividere, in accordo e disaccordo, le nostre opinioni. Una TAZ letteraria di cui sentiamo il bisogno. Vi aspettiamo numerosi. Buone letture!

per suggerimenti, richieste e informazioni
lucianopagano[at]gmail.com
328.82.58.358

LEONARDO DA VINCI’S MUSICAL GIFTS AND JEWISH CONNECTIONS


L’autore di questo libro, Giovanni Pala, è un musicista che suona ogni tipo di strumento e insegna, in particolare, percussioni. Nel 1999 è stato insignito del Golden Lion Prize al Festival di Venezia. Vive tra gli Stati Uniti e l’Italia. Il titolo originale di quest’opera a dir poco sconvolgente è “LEONARDO DA VINCI’S MUSICAL GIFTS AND JEWISH CONNECTIONS“. Perché sconvolgente? Semplice, da una lettura del famoso Cenacolo di Leonardo, visto con gli occhi e le conoscenze del musicista/musicologo, Giovanni Pala ha letteralmente decriptato un filone interpretativo che ci consente di ‘leggere’ un particolare del tutto inedito e che fino a questo momento non era mai stato preso in considerazione dagli studiosi dell’Artista. L’autore rivela così al lettore l’esistenza di uno spartito musicale celato tra le mani, i pani e i frutti raffigurati nell’Ultima Cena, nonché di una preghiera in ebraico nascosta negli spazi e fra le note nel celebre affresco. Come e perché Leonardo ha occultato le note sotto gli occhi di tutti, in un’icona universale come l’Ultima Cena? Questo è forse uno dei quesiti più interessanti mai sorti attorno a questo affresco. Il libro contiene inoltre approfondimenti su dettagli poco conosciuti della vita di Leonardo. L’aspetto più interessante è certamente costituito dal fatto che un’opera per noi così riconoscibile e consueta venga sottoposta a un vaglio critico totalmente inedito, che farà impallidire per protervia critica Dan Brown e affini, dato che la lettura oltre che plausibile è condotta con metodo scientifico e resa in modo divulgativo, quindi accessibile a un vasto pubblico di non specialisti. “Leonardo’s Da Vinci musical gifts and jewish connections“, scritto da un autore italiano e pubblicato per la prima volta negli Usa, è un esempio di divulgazione scientifica di altissimo livello che fa chiarezza su un tema, solo in apparenza, oscuro.

Luciano Pagano

il Cenacolo di Leonardo sul sito di Haltadefinizione

informazioni ulteriori qui: www.davinciexperience.info

Per acquistare il libro su Amazon http://www.amazon.com/Leonardo-Vincis-Musical-Jewish-Connections/dp/0935047719/ref=sr_1_1?ie=UTF8&s=books&qid=1264480993&sr=8-1

La riabilitazione di un piccolo omicida. Lo strano caso di James Melton


Nella primavera del 1948 il nostro paese è percorso da un fremito elettorale, stanno per svolgersi le prime elezioni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. L’Italia è una Repubblica che si affaccia alla storia divisa in molteplici partiti, i più importanti dei quali sono due: Democrazia Cristiana e Partito Comunista. Una parte del nostro paese guarda agli Stati Uniti come a un esempio. La storia di cui scrivo potrebbe essere un esempio ancora oggi, non soltanto negli Stati Uniti. “Direttore del carcere adotta un giovane omicida. Al ragazzo che ha ucciso sua sorella viene data una chance per condurre una vita normale” questo è il titolo di un articolo che comparve sul settimanale statunitense Life nel numero del 12 aprile 1948. Nell’articolo si raccontava la storia dell’allora dodicenne James Melton, un ragazzino dalla faccia perbene che viveva insieme al padre e a sua sorella Phyllis Marie. I genitori del piccolo erano separati e la sorella, per come poteva, cercava di fare le veci della madre andata via di casa. I due figli si toglievano quattro anni, gli stessi che ci toglievamo io e mia sorella da piccoli, a dire il vero gli stessi che ci togliamo anche oggi io e mia sorella. Vi posso assicurare che non c’è niente di peggio che vivere la propria adolescenza con una sorella più grande di voi, e ciò alla luce dei forti conflitti domestici che si possono instaurare. Tanto per cominciare non avete a che fare con un fratello maggiore. Un fratello maggiore potrebbe essere il vostro confidente, potrebbe picchiarvi e allo stesso tempo insegnarvi a dare botte. Con un fratello maggiore potete fumare le prime sigarette e uscire insieme e fare quattro passi in città, quando arriva il momento. Per non parlare di tutte le scuse che potete inventare con i genitori per coprirvi a vicenda. Insomma, un fratello maggiore è qualcosa che facilita la crescita, soprattutto perché se vi vuole bene sa che ha appena compiuto un percorso simile al vostro e quindi vi può dare qualche dritta per cadere in piedi. Quando lui va alle superiori voi andate alle medie, e vostro fratello vi dice come fregare i professori. Quando lui si iscrive all’università voi siete alle superiori, e vostro fratello vi spiega come avvicinare le ragazze. Purtroppo James Melton non ha avuto un fratello maggiore, il caso gli ha dato una sorella, Phyllis Marie. Nel Colorado del 1948, appena finita la guerra, le case si riempiono di novità, grammofoni che diventano giradischi elettrici, il frigorifero, le pall mall nel loro pacchetto rosso, la pasta dentifricia in tubetto e le lattine di salsa tomato. James è un ragazzino con gli occhiali, uno di quei ragazzini che potrebbero tanto recitare la parte del ragazzino sfigato nei romanzi di Stephen King. Uno di quei ragazzini che magari sta zitto, ingoia un po’ di rancore e non ha nemmeno la soddisfazione di avere una sorella più piccola, come il giovane Holden, giusto per metterle a disposizione tutta la sua piccola saggezza quattrocchi. No. James ha una sorellina di quattro anni più grande, per usare un termine tecnico attinto al linguaggio contemporaneo, una rompicoglioni. O almeno così lui la vede, “mi rimproverava sempre”, saranno le prime parole che James dirà allo sceriffo che va a prenderlo a casa dopo il fattaccio. Sì perché James, stanco e insofferente per i continui rimproveri che riceve dalla sorella, un giorno di dicembre del 1947 si nasconde dietro la tenda del soggiorno. Quante volte non è successo anche a voi di nascondervi da piccoli dietro a una tenda per spaventare qualcuno che entrava nella stanza? Cose che da grandi non faremmo per non avere cattive sorprese. Quel giorno James si nasconde dietro la tenda, imbraccia un fucile calibro 22 – tutti gli americani ne possiedono uno anche nel 1948 – e spara. Cinque colpi tutti diretti alla sorella, che muore. Nel soggiorno di casa c’è ancora l’odore di polvere da sparo quando James Melton viene portato via dalle autorità. In Colorado, nel 1948, ci sono due istituti di correzione minorile dove Jimmy potrà scontare la sua pena, ovvero l’ergastolo. Esistono anche delle leggi, però, in Colorado, che impongono agli assassini, indipendentemente dall’età, il trasferimento al penitenziario di stato a Canon City. Canon City è una piccola cittadina alle pendici delle montagne, lì vicino ci sono diversi parchi, Temple Canyon, Royal George, Lincoln; da quelle parti si respira aria pulita, non ci sono sfumature, gli uomini e le donne sono tutte d’un pezzo, lavoro duro, piccole soddisfazioni. Proprio come Roy Best, duro e efficiente esperto del crimine, direttore del carcere di Canon City. È a lui che spetta il compito di prendere le impronte digitali del piccolo Jimmy, il quale arrivato in carcere viene anche aggredito e piange. Proprio così, il piccolo assassino, il dodicenne che ha appena ucciso sua sorella con cinque colpi di fucile, viene aggredito in carcere. Basta vederlo in foto per immaginare quante botte deve aver meritato dai suoi futuri compagni di galera, uno con quella faccia da saputello, magari è capitato fra le mani di qualche ragazzo appena più grande di lui, qualcuno finito in carcere per furto, un ladruncolo di galline. Lo avranno riempito di botte dal primo quarto d’ora. Roy Best vede il ragazzo e prende una decisione. Il direttore del carcere è un uomo tutto d’un pezzo, non ha figli. È giovane, sua moglie lo aspetta a casa ogni giorno con la cena già pronta sulla tavola imbandita, non c’è bisogno che lui comandi anche a casa, sua moglie è felice di obbedire, punto e basta, felice come può essere la moglie di un rispettabile e morigerato direttore di carcere negli Stati Uniti del 1947. Roy Best pensa che quel ragazzino, se avesse avuto una famiglia che lo avesse seguito e gli avesse insegnato qualcosa, a quest’ora non sarebbe lì; si capisce subito a guardarlo che un quattrocchi del genere non sarebbe in grado di far male a una mosca; Roy Best ha in mente un piano, un esperimento, qualcosa che per un attimo gli fa dimenticare di essere capitato davanti a un ragazzino che a dodici anni si è reso colpevole di omicidio premeditato. Cinque colpi di fucile. Sua sorella che non fa nemmeno in tempo a accorgersene, urlare o scappare. Cinque colpi, tutti mortali, ne sarebbe bastato uno soltanto. Il ragazzino con gli occhiali ci ha visto bene. La distanza era ravvicinata. Roy Best decide di portarsi quel ragazzino a casa, lo prende con sé come se fosse suo figlio. Decide di iscriverlo a scuola “se questo ragazzo riesce a diventare un cittadino onesto allora dovrà avere tutti i vantaggi dei suoi coetanei, nei limiti delle possibilità imposte dal caso”. In poche parole, se Jimmy va a scuola e dimostra di essere un ragazzo educato perché negargli l’adolescenza che si merita? C’è un problema, tuttavia. Il ragazzo non può andare a scuola. Va bene che Roy Best è rispettabile, va bene che la maggior parte degli abitanti della comunità riconosce in lui un benefattore, però non va bene, soprattutto ai genitori degli alunni che frequentano la scuola di Canon City. Come spiegare ai loro figli che il loro nuovo compagno di classe è un assassino? Quando i suoi compagni torneranno a casa lo inviteranno a mangiare una fetta di crostata dopo i compiti? E se un giorno qualcuno dei suoi piccoli amichetti volesse seguire il suo esempio e uccidere un familiare scomodo? Il problema di fondo è dato dal fatto che tutti i bambini vengono sgridati dai genitori che a loro volta, almeno la maggior parte – ieri come oggi – hanno (almeno) un fucile in casa. Non si può fare. Jimmy non può frequentare la scuola. Roy Best non è un tipo abituato a darsi per vinto, ingaggia una vecchia professoressa in pensione, che tutti in paese stimano, e la promuove tutrice del ragazzo, sarà lei che ogni giorno terrà le lezioni scolastiche al giovane assassino. C’è di più, lei non si reca a casa di Best per dare le lezione, è il ragazzino, invece, che la raggiunge in casa sua con la bicicletta che Roy Best gli ha regalato. Immaginate la gratitudine del piccolo. È così grato alla sua nuova famiglia da non scappare via con la sua bicicletta. È così poco votato al crimine da non pensare nemmeno una volta di nuocere alla sua vecchia insegnante, né a nessuno dei componenti della nuova famiglia. Eppure possiamo immaginare quante deve avergliene dette Roy Best, il quale non nega che il suo obiettivo è soprattutto quello di far comprendere al ragazzo, ogni giorno, costantemente, la gravità del suo gesto. Così il piccolo Jimmy Melton si ritrova a scontare la sua pena agli arresti domiciliari, nella casa del direttore del carcere di Canon City, conducendo una vita quasi normale, come difficilmente gli sarebbe stata concessa in altri luoghi e tempi, ad esempio gli Stati Uniti d’America oggi. E come sempre accade negli Stati Uniti la storia ha anche un risvolto cinematografico: Roy Best, il direttore del carcere, nello stesso 1948 ha recitato la parte di se stesso in un film dal titolo Canon City, ambientato nel suo stesso carcere; nella pellicola si racconta la fuga di dodici carcerati dal penitenziario. In Colorado è stato di recente approvato un disegno di legge per abolire la pena di morte, l’ultima esecuzione capitale in questo stato risale a quaranta anni fa. L’abolizione della pena di morte consentirebbe di risparmiare soldi sui processi, consentendo di riaprire molti ‘cold case’ irrisolti; i criminali, se scoperti, verrebbero condannati all’ergastolo. Costituisce quindi uno spunto di riflessione la vicenda di un bambino resosi colpevole di un omicidio al quale viene concessa una possibilità di riscatto al di fuori della struttura carceraria e in un regime di semi-libertà quasi immediato; specie considerando che si tratta di una vicenda svoltasi 62 anni fa.

pubblicato su “il Paese nuovo
di martedì 16 febbraio 2010

Un deputato piccolo piccolo. Se il diario di Anna Frank diventa un libro osé.


Bisogna andare indietro fino al 1948, a George Orwell e al suo capolavoro 1984, perché venga in mente un immagine simile, quella cioè di un Potere che crede di cambiare la storia cancellandone le tracce. Il fatto è noto e oramai sempre più “tristemente noto”, proprio a ridosso della prossima Giornata della Memoria, proprio dopo che qualcuno ha tentato di trafugare l’insegna “Arbeit Macht Frei” dal campo di concentramento di Auschwitz, qualche settimana fa, e, infine, proprio dopo la recente scomparsa Miep Gies, la donna che salvò il diario della piccola Anna Frank (già, una ragazzina) dall’oblio della Storia. In questo contesto si inserisce la ‘minchiata’, non esiste altro termine nemmeno a sviscerare i quasi 300.000 lemmi della nostra lingua uno a uno, di un deputato della lega, Paolo Grimoldi, il quale si accorge che in una quarta elementare del paese di Usmate Velate (Monza-Brianza), uno dei testi di lettura adottati è proprio il “Diario di Anna Frank”. Il solerte lettore si imbatte nei passi in cui Anna Frank, di poco adolescente, scopre la sua sessualità, descrivendola nel diario (si tratta di pagina 220); certo, se Anna non fosse stata una perseguitata anziché scrivere un diario avrebbe confidato i suoi segreti all’amichetta del cuore, ma sai, quando sei ebreo e vivi in una soffitta per nasconderti dai nazisti è difficile non cercare passatempi per impiegare la mente e non pensare al Terrore. Il deputato quindi decide che il testo è inadatto alla quarta elementare. Apro una parentesi. Io la quarta elementare l’ho frequentata in una scuola di Novara, in Piemonte. Anni ottanta, prima che la Lega dilagasse. Nelle ore di Musica ho imparato a suonare Bella Ciao con il flauto. Tra le letture che ci accompagnavano dalle elementari alle medie, oltre che Anna Frank, c’era “Se questo è un uomo” di Levi, e c’era anche Rigoni Stern e Calvino, racconti che descrivevano l’orrore senza andare troppo per il sottile. Che fine hanno fatto gli attributi dei professori? Possiamo davvero sentirle tutte? Perché i professori non vanno in parlamento e perché, soprattutto, i deputati della Lega Nord non tornano a scuola, almeno per laurearsi? Dato che a ognuno di noi, qualsiasi professione vogliamo intraprendere, è stato chiesto almeno una volta di mostrare il curriculum, facciamo un salto su Wikipedia per conoscere il pedigree culturale di Paolo Grimoldi. Apprendiamo che il giovane uomo, nato nel settembre del 1975 (mio coetaneo), si è Diplomato presso un Liceo Scientifico e ha svolto la professione di artigiano. Fin qui tutto bene, direbbe il protagonista de “L’odio”, quel che importa non è la caduta, ma l’atterraggio. Il nostro si è infatti prodigato come coordinatore dei Giovani Padani, una carica che proviene da un lavoro strenuo, un rastrellamento di energie, una profusione di volantini propagandistici per andare incontro alle esigenze di odio e risentimento dei padani doc, delle vere e proprie chicche tra le quali non possiamo non citare “Per Prodi lo studente padano vale 4,80€” insieme a un altro caposaldo della letteratura mondiale della propaganda quale può essere “Non vogliamo diventare gli asini d’Europa”. Sta tutto sul sito, basta andare su Wikipedia e navigare tra i link del sito di Paolo Grimoldi. Ora, quella che nutro non è certo una riserva sul campo. Io stesso ho sempre svolto lavori che ho imparato col fare, molta pratica a cui segue la teoria e poi ancora pratica. Quello che più dovrebbe farci pensare, forse, è che il parlamento è pieno di certi loschi figuri che, senza un minimo di preparazione storica o culturale, riempiono le pagine dei giornali con proclami irriguardosi. Basti pensare che il diario di Anna Frank è stato riconosciuto come Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO, proprio come le Dolomiti, per fare un esempio che potrebbe risultare più vicino alla sensibilità del Grimoldi; non Charles Bukowski, né Henry Miller, né tanto meno Alberto Moravia, che in “Io e lui” rendeva protagonista di un romanzo niente meno che il membro del co-protagonista. A dire il vero è la stessa cosa che accade oggi, se è vero che il cielodurismo leghista, entrato definitivamente in parlamento ha ridotto tutto a una querelle sessuale, perfino l’Olocausto. Orrore.

nel fotomontaggio una Anna Frank ignara e il deputato Paolo Grimoldi

Ed io parlo, scrivo e fumo. Giovanni Bernardini si racconta


Estratto dell’intervista a Giovanni Bernardini per l’uscita del suo nuovo libro “ED IO PARLO, SCRIVO E FUMO” edito da Lupo Editore prossimamente in libreria. Intervista a cura di Stefano Donno e realizzata da ACMElab. http://www.acmelab.it

Di enti e superfici. Su “Dermica per versi” di Stefano Donno


Dermica per versi” (Lietocolle, 2009, nota introduttiva Alessandra Bianco) è l’ultima raccolta di versi pubblicata da Stefano Donno nella fortunata collana “Solodieci poesie” dell’editore comasco, da anni marchio di qualità per ciò che concerne la poesia di “ricerca” nel nostro paese. Un dato che va sottolineato per la cura e l’attenzione necessarie – e non ovunque riscontrate – non soltanto da parte di un autore, nei confronti del verso. Una silloge di dieci testi è lo spazio necessario perché i risultati di una ricerca, condotta da circa due anni nel caso di Stefano Donno, trovino la giusta proposizione, catalizzando l’attenzione del lettore (e non solo del critico o del lettore-poeta), senza quella dispersione che potrebbe costituire una pregiudiziale nell’accostarsi alla poesia. Vi è qui la dimensione della ricerca e di una scrittura poetica intesa nella “possibilità di una ricerca”. Una poesia che non può essere né descrizione, né celebrazione del momento.
Perfino il titolo scelto per questa raccolta di dieci componimenti è misurato e allo stesso tempo ambiguo, decentrante, “Dermica per versi” rimanda infatti a qualcosa che potrebbe somigliare a una mappatura poetica di stile e ispirazione deleuziana, una sorta di descrizione di superfici che rimandano a altre superfici. Non è così. Non c’è nulla di più intimo e scavatore in questi versi.
È scomparso l’utilizzo dei segni di interpunzione e della simbologia trans-linguistica (matematica, fisica, scientifica, etc), è scomparsa l’influenza di uno sperimentalismo esasperato, a dire il vero condotta in un ambiente che di sperimentalismo ne aveva percorso poco. Sono scomparsi quasi del tutto i segnali (già intermittenti) da un mondo che non sia quello interiore del proprio lirismo. La cosa più interessante, soprattutto per chi abbia letto tutti i libri, e quindi tutti i ‘passaggi’ di Donno, è notare come la concentrazione raggiunta in questi versi non sia una semplice tappa, cioè un tassello ulteriore e differente dai precedenti, quanto si tratti piuttosto della sussunzione di scritture oramai lasciate alle proprie spalle, con una risultante di netta maturità rispetto a ciò che è stato in precedenza. La forma della raccolta compiuta permette di affrontarne uno a uno i momenti. (1) La silloge si apre con un’invocazione a un tu, ipotesi femminile che potrebbe essere la destinataria dei pensieri contenuti in questi componimenti. La dimensione prescelta è quella di un presente problematico, che si pone come tappa finale di un percorso, uno dei tanti dell’esistenza, giunto a conclusione. Il protagonista è pronto a uscire di scena, affidando ciò che resta del suo corpo de-sensualizzato a chi potrà accogliere i suoi baci/segnali: “sordo, cieco, muto porgo le mani verso te:/ finché in lacrime il vento non ti porterà i miei baci”. (2) Nel secondo componimento l’autore chiarisce che il campo d’azione del suo discorrere poetico è costituito dal corpo e che di conseguenza la ‘dermica’ cosiddetta va intesa come percorrenza del corpo sotto specie di emozioni, “ogni centimetro di pelle”, viene percorso, la dimensione estetica/sensuale ha il sopravvento su quella estetico/espressiva, tanto che “si perdono le parole migliori/ che non scriverò mai”. Tutto fin qui suona come un’arresa della possibilità di poetare dinanzi al reale che può essere vissuto e espresso. La “lingua” di questa poesia – in questo senso – è niente più che un organo facente parte di un apparato digerente. Supponendo che il corpo/mente sia il punto di contatto fra la realtà del mondo e l’io lirico di questi versi, ecco che il corpo non ha la determinazione sufficiente per imprimere una traccia, “Le mie impronte saranno solo un alone sfocato”. Una delle cifre che caratterizzano questi versi può essere quindi individuata nella “sfiducia”. (3) Il terzo componimento costituisce un dittico ideale insieme al quinto, in cui diviene reale e tangibile il contatto con l’altra, quell’elemento femminile che è l’interlocutrice sottesa della silloge. C’è qui la descrizione di un rapporto intimo nel quale è chiara la dimensione dell’attrito come impossibilità di comunicazione tra le due parti, “rovinare tutto con un semplice gesto senza maestria”. In tal senso l’amore è ‘dermico’, perché si ha a che fare con “L’involucro del mio male” riportato immediatamente a un’esperienza di analisi mediante poesia – “saturo d’inchiostro” – in un opporsi continuo di immagini aeree e diafane, “accarezza i tuoi seni”, “farfalle sui prati”, alle quali vengono contrapposte “meschine le serpi/ tra carcasse”. (4) La quarta poesia della raccolta si pone come cesura del dialogo tra quella che la precede e la seguente. C’è qui la consapevolezza di un meccanismo che si è inceppato, di un’abitudine amorosa che è venuta meno, non nella sequela dei gesti, bensì nell’autenticità dell’ispirazione. Vi è qui una netta presa di posizione dell’io-poetante nei confronti della donna, alla quale viene negata ogni arrendevolezza “Dovrei annuire con la testa/in segno di accondiscendenza” [...] Dico dovrei/ma non lo faccio”. (5) Il componimento che occupa la parte centrale della silloge è anche quello dove la consapevolezza del distacco raggiunge il suo punto più alto. Da qui in poi sarà difficile individuare punti di contatto fra l’io-poetante e l’Altra, che non abbiano il solo sapore del rimorso o della consapevolezza che tutto ciò che è stato in una determinata misura non potrà essere più. “Quel che è rimasto di noi/è un disordinato museo dei tempi andati”. Insieme alla sfiducia si delinea un’altra caratteristica di questo sistema rizomatico, quella cioè che la rende una corazza impenetrabile perfino a chi ne aveva condiviso i tutti momenti qualche istante prima. C’è da parte dell’io-poetante una sorta di remissione nell’accettare il passato come somma di tentativi volti all’instaurazione di un rapporto che va oltre la superficie dermica “dove ho imparato ad attendere/in religioso silenzio ogni tuo cenno/riordinando per ore le spazzole per capelli/i cosmetici, gli orsacchiotti di peluche, la tua biancheria”. Quello che si evidenzia è il rapporto con oggetti che a dispetto della loro consuetudine e abitudinarietà non riescono, grazie alla confidenza, a scalfire il manto della superficie per raggiungere un quale-che-sia-presupposto-ente. (6) L’inganno amoroso si conclude in un silenzio illuminato da una “luce fioca”. La sesta poesia della raccolta riprende un’atmosfera cara a Donno, quella della metropoli, anche se a differenza di altri luoghi poetici cari all’autore da essa è scomparso totalmente l’orizzonte storico. L’evento che interessa documentare sono “le noiose giornate di provincia”, le macchine, il centro; questi elementi assumono una finzione straniante, il cuore dell’io-poetante è un qualcosa che scorre lontano, un po’ per salvarsi, un po’ per perdersi, un po’ per non farsi corrompere dall’oblio dell’indifferenza.
Da un punto di vista lessicale “Dermica per versi” è un riuscito esperimento nel quale vi è equilibrio tra linguaggio medio e alto, dove il raro utilizzo di termini più desueti (ad. es. “sciabordio”, “abbuia”, “agglutinare”) si fa indice di una ricerca di comunicazione e comprensibilità come risultati. (7) Il settimo componimento è quello in cui si celebra una ideale resa dei conti. L’io-poetante ci ha fatto comprendere, fin qui, di essere una superficie su cui può essere scritto tutto, perfino la condanna estrema, proprio come accade al protagonista dell’incubo kafkiano contenuto nel capolavoro “Nella colonia penale”, sulla cui schiena viene incisa la condanna che coincide con l’esecuzione della stessa. C’è qui l’abbandono al giustiziere, senza nemmeno un timido accenno alla richiesta di un appello. “Quando sarà il momento/tranciate di netto ogni parte di me”. Eppure in questa arresa è contenuto l’ultimo atto di denuncia nei confronti di un mondo che non vuole capire e che non è compreso, meccanismo ineffabile. Se per un’ipotesi assurda dovessimo chiederci chi tra i due, “io-poetante” e “mondo”, avesse ragione, basterebbe l’ultima strofa di questa poesia per fare vincere il primo: “Ho sempre ubbidito a tutti/e tutti mi hanno accolto/obliqui nelle loro case/come se il dovere dell’indignazione/fosse solo per il mio cuore/lacerato a brani/e nulla avessi più a pretendere/nemmeno la polvere”. Ciò che anima questi versi non è quindi un’arrendevolezza silenziosa, quanto più una forte spinta dialettica a una rivolta interiore che riesca a sovvertire la quiete del rapporto amoroso con l’Altro, il suo assopimento. Una delle cose che ci si augura di più una volta terminata la lettura di questi versi è che l’implosione avvenuta sull’IO, dopo che si sia lasciata da parte la società ‘allargata’, venga rivolta con lo stesso acume all’esterno, forte l’autore di questo affinamento del mezzo espressivo, ottenuto come è giusto che sia dopo aver pagato alla poesia un caro prezzo. (8) L’ottava composizione è quella più atipica e distante dalle corde ritmiche delle precedenti, proprio perché in essa sono individuabili gli accenti, una rapidità e un ritmo ‘propedeutici’ all’arresto repentino e inaspettato dell’ultimo verso. Una corsa che si arresta d’improvviso, come se l’io-poetante, fatti i conti con la realtà, avesse deciso di raccogliere in un punto tutte le sue forze. Una dimostrazione che lo stile del Donno è capace anche di voli repentini e accenti compiuti. Detta tracotanza si scaglia e valorizza in questo caso oggetti inutili, inermi, “sfioravo con le mani/penetravo le morte cose”. Come a dire che tanto ardore tardivo è oramai vano. Tornano infatti le mani, “tremule”, “impudiche”, “coprivano un’ansia latente d’attesa”. Da un lato la corsa affannosa verso qualcosa di invano, e dall’altro la soluzione in nulla che non sia soltanto attesa. (9) La nona poesia segna il termine del discorso intrapreso nella silloge, qui si tirano le somme, tutto l’io-poetante è consapevole di essere stato partecipe di una lezione incompiuta, quella del mondo intimo di un uomo e una donna che per un tempo intenso è trascorsa sul derma per raggiungere fibre più intime. La prima persona singolare che ha accompagnato il lettore per la durata di questo viaggio giunge alle soglie di un abisso. (10) “Dove nessun canto trova dimora”, scriverà Donno nell’ultima poesia della silloge. Nemmeno sulle pagine c’è abbastanza spazio perché la tensione dell’esistenza trovi un luogo adatto a fermarsi, “i miei passi a stento sopportano/ il peso del cielo”.
“Dermica per versi” diviene qui una dichiarazione poetica alla realtà, una denuncia dell’evidenza che in certi momenti sfiora il titanismo, concentrandosi, si potrebbe azzardare un paragone, in un bicchiere d’acqua che va bevuto ogni giorno, mandato giù a sorsi lenti e amari allo stesso tempo. È come se in ognuna delle poesie fin qui lette ci si fosse avvicinati sempre di più a un millimetro dalla sconfitta, al momento in cui si è prossimi a gettare la spugna senza compiere, tuttavia, il gesto dell’arresa. Questa raccolta, tra quelle pubblicate da Stefano Donno in questi undici anni di frequentazione con la parola ‘rivolta’ a un pubblico, è sicuramente la più riuscita, e senza nulla togliere a quelle che l’hanno preceduta costituisce un ottimo punto di partenza per una ulteriore ricerca di mappatura poetica del mondo.

Dermica per versi”, Stefano Donno, Lietocolle, 2009, isbn 9788878485419, €5

Post e dintorni


Primo post dell’anno 2010. Sul quotidiano ilPaesenuovo di oggi c’è una acuta e circostanziata riflessione su “Re Kappa” firmata da Francesco Pasca. Chi sia interessato può leggerla in formato pdf cliccando qui. È l’ultima in ordine di tempo, le altre potete leggerle qui.  Su questo sito, nelle prossime settimane, potrete leggere oltre che le consuete recensioni, le anticipazioni di quello che c’è dopo – nella mia scrittura – ovvero il mio secondo romanzo. Da qualche giorno è online SmartLit, chiunque sia interessato può visitare il sito e scrivermi. Quest’oggi segnalo, per chi fosse a Lecce, la presentazione di “Tutto questo silenzio”, di Rossano Astremo e Elisabetta Liguori, presso la Libreria Gutenberg (Lecce) alle ore 18.00, ci saranno Antonio Errico e Mauro Marino. Il 2010, che per il calendario cinese è l’anno della Tigre, si apre con servizi giornalistici (Repubblica) e telegiornalistici (Tg2) entrambi incentrati sulla riscoperta delle bocce anche tra i giovani e il declino/trasformazione  (Tg2) dei centri sociali. Male che vada se le bocce diventano così importanti qualcuno inventerà (se già non esiste) il gioco delle bocce con la Nintendo Wii. Sigh. Alberto Arbasino, sempre lui, in un’intervista chaise-longue a Andreotti/De Melis (il manifesto, marzo 2001), sosteneva che negli anni ’70 c’erano stati tanti diversi momenti ‘sorgivi’, momenti storici in cui diversi fattori culturali, ambientali, politici, portavano alla nascita di movimenti culturali e opere d’arte fondamentali. La decade trascorsa invece, quella dal 2001 al 2009, è stata catastrofica al punto che alcuni parrucconi già rimpiangono gli anni novanta. “Che carriera!”

La strategia dell’olfatto. “Séparé” di Annalisa Bari


Annalisa bari - Séparé - copertinaNel maggio del 1986 venne pubblicata una raccolta di racconti, la prima postuma, di Italo Calvino, dal titolo “Sotto il sole giaguaro”. Dei cinque racconti, uno per ogni senso, ne vennero ultimati e pubblicati tre soltanto, il primo dei quali “Il nome, il naso”, era dedicato all’olfatto. Il racconto in questione lascia il segno per la descrizione di una realtà percepita attraverso un unico senso. L’olfatto è, dei sensi, quello che più risveglia l’istinto animale, grazie a esso possiamo ricordare e far affiorare alla mente il nostro passato chiudendo gli occhi e tralasciando ogni razionalità. Con questa premessa mi piacerebbe che il lettore si accostasse a “Séparé”, ultimo romanzo di Annalisa Bari, edito da Giuseppe Laterza Editore. L’autrice – il suo romanzo più recente era “I mercanti dell’anima”, uscito l’anno scorso con LAB – è alla sua quinta prova narrativa. Il romanzo racconta le vicende di una bambina che viene allevata da sua zia Giorgia, un’attrice di rivista nel periodo (secondo dopoguerra, boom economico) in cui il cinema comincia a contendere spettatori ai teatri di prosa. Gli odori in questo romanzo giocano un ruolo importante, non a caso si parla di olfatto, perché ogni capitolo inizia proprio con la menzione dell’odore che più diviene protagonista della vicenda in esso narrato. Si parte dai camerini di un teatro napoletano, dall’odore delle candele che si spengono e dalla rapidità con cui la scena viene cambiata, passando dal funerale della madre di una bambina che poi, nolente l’impresario – uno dei personaggi meglio caratterizzati – verrà presa con sé dalla zia. Gli odori si susseguono, la brillantina di un uomo, la cipria sui visi le rose, le caldarroste, i treni degli infiniti spostamenti attraverso l’Italia. L’effetto più interessante della prosa di Annalisa Bari è che la “strategia dell’olfatto” si riflette nello stile prediletto per la narrazione, rapido, sequenziale, quasi che davanti agli occhi del lettore si susseguissero i quadri di un carosello nel quale la scenografia viene cambiata, nel passaggio da un capitolo all’altro, con la stessa velocità con cui si cambiano i costumi delle ballerine nel passaggio da un contesto all’altro della narrazione. Zia Giorgia avrà così modo di condurre nel mondo la protagonista bambina nel percorso tipico del romanzo di formazione. Non nascondo che il personaggio preferito è proprio lei, per quel senso di praticità che si coniuga perfettamente con l’aspirazione artistica, senza cedere a nessuna lusinga. La dedizione di questa madre acquisita non avrà cedimenti nemmeno quando la zia avrà la possibilità di una vera e propria ‘svolta’ nella sua carriera, potendo entrare nella compagnia del mitico Macario, dovendo tuttavia sacrificare il rapporto con la sua nipotina che vivrà quell’episodio con la consapevolezza di non voler essere un peso per la zia, un esempio di come la sensibilità dell’autrice rende il carattere ingenuo e allo stesso tempo introspettivo della piccola:

“Fu quell’episodio che finì di convincermi che ero diventata un fardello, un ostacolo alla carriera della zia. Ebbi paura che lei mi odiasse per questo e pensai di fuggire. Ma dove? Avevo girato in lungo e in largo l’Italia, conoscevo più città io di qualsiasi altra mia coetanea, avevo conosciuto un numero smisurato di persone, folle, platee, ma gli unici esseri viventi con cui avevo un legame, su cui potevo contare, erano veramente pochissimi e tutti raggruppati in quel piccolo mondo della compagnia. Quando tutte furono uscite dal camerino, rimasi lì, raggomitolata per non so quanto tempo, al buio, a cercare una soluzione per sollevare la zia del problema”.

La variazione sul tema concessaci dall’autrice sta nell’amore e nelle cure che riceverà la piccola bambina, vissute con un po’ di nostalgia per un tempo in cui era ancora possibile condurre una vita randagia attraverso l’Italia, magari iscrivendosi a diverse scuole e imparando sul campo della vita/teatro, senza farsi mancare un presepe e l’aspirazione di occupare un posto sulla ribalta della scena. “Séparé”, di Annalisa Bari, a conferma di quanto espresso dall’autrice nei suoi lavori precedenti, è un ottimo romanzo; una riuscita commedia nel quale la malinconia del passato viene mitigata dal disincanto con cui la protagonista, una volta adulta, contempla il presente.

Séparé” di Annalisa Bari è anche su twitter.com/SmartLit: 1 2 3

Tutto questo silenzio.


Elisabetta Liguori – Rossano Astremo, Tutto questo silenzio (Besa editrice, 2009)

Mirko e Federica si sono amati da giovanissimi e si ritrovano ad essere a quaranta anni marito e moglie da una vita intera. Hanno due figlie adolescenti e un lavoro stabile ma deludente. Un piccolo nucleo di familiari, amici, conoscenti s’agita intorno a loro, ciascuno preso dalla propria esistenza. Apparentemente questa è una famiglia del sud come tante, in precario equilibrio esistenziale, per la quale il tempo e l’egemonia culturale del corpo, invece di restituire identità, hanno saputo soltanto ingigantire l’ossessione per quello che non è stato, ma sarebbe potuto essere. Mirko e Federica convivono sequestrati dai medesimi desideri traditi, dalla paura della vecchiaia, dalle contraddizioni tra le immagini che manda la tivù e il mondo reale della gente che vive. I giorni continuano a scorrere così, rapidi lungo un crinale piatto e silenzioso, fino ad un evento imprevisto. Dal silenzio d’improvviso: le urla. Quando la violenza esplode, così insensata e gratuita, per la prima volta l’assurdo entra in scena.

Biografie

Elisabetta Liguori è nata a Lecce nel 1968 e qui vive. Laureata in giurisprudenza, lavora presso il Tribunale per i Minori. Ha pubblicato due romanzi, “Il credito dell’Imbianchino”, edito da Argo, finalista al Premio Berto 2005 e al Premio Carver 2005, e “Il correttore”, pubblicato nel 2007 da peQuod.

Rossano Astremo è nato nel 1979. è di Grottaglie, paese della provincia di Taranto, ma da anni vive e lavora a Roma. Ha pubblicato con Besa nel 2003 “Corpo poetico irrisolto”. Il suo ultimo libro è “101 cose da fare in Puglia almeno una volta nella vita”, pubblicato nel 2009 da Newton Compton Editori.

Una fine che non è una fine.


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Nel racconto moderno il personaggio non esiste. Esistono delle figure e dei fatti che non sono mai esattamente identificabili con i soggetti e gli oggetti; ci sono lotte e sconfitte, ma sono prive quasi totalmente di senso. Alla lettera potremmo immaginare un personaggio sconfitto e in fuga, lacero, disfatto e senza speranza. Potrebbe anche avere un’ultima notte di sogno e di disperazione, in cui i fantasmi vengono eccetera eccetera… L’ultima cena, l’ultimo addio, e così via. Ma queste sono sciocchezze che non succedono che nella storia – e antica, per giunta -. Questa è la realtà: nel mondo moderno tutti sono gli sconfitti, e agli sconfitti resta un’infinità di vie – dal commercio alla dirigenza d’azienda fino all’idea di scrivere le proprie memorie chiamandole banalmente romanzo -. Sconfitti sì, ma vivi. Niente di meno, niente di più. E niente di meglio che essere (credere di essere) fuori della mischia. Fuori della lotta per la vita. Niente più capo né gregario, vivere come tutti quanti: una vita comune. Ma il problema qui è un altro. Non ha importanza, più, essere quello che si è, oppure un’altra cosa, tutt’altra cosa o tutt’altra persona: tanto siamo tutti uguali. Unici, è vero, come individui, ma uguali, poco meno che identici. La nostra è l’epoca più giacobina che sia mai esistita – e a nostra insaputa -. Il livellamento è tale che non c’è alternativa per nessuno: ai vari livelli di cultura, intelligenza, potenza, ricchezza (quindi anche dei loro contrari) la storia (la vicenda) è quasi sempre la stessa.
Il nostro protagonista non è dunque nessuno in particolare, non rappresenta un’idea particolare, non è un simbolo: niente. Uno qualunque ha infinite possibilità di esistere in questo o in qualsiasi mondo: l’ingranaggio è unico. Immaginiamo che la scena si svolga in un futuro a breve, brevissima scadenza, cerchiamo ragioni di riso in un mondo fantascientifico d’invenzione. Ma non lasciamoci fuorviare del tutto: domani, lunedì, riaprono uffici e banche: la lotta sta per riprendere il suo quitidiano volto di normalità noiosa e indifferenziata. Fra poco tutti correranno, affaccendati, come al solito, il gioco rientra nelle sue regole solite. Chi sono i vincitori? Chi sono i vinti? Nessuno lo sa; occorre mimetizzarsi seguendo una strada qualunque senza sapere dove porta. Le cose non cambiano poi molto. Ci può essere persino una fine che non è una fine.

da “O barare o volare“, Gilberto Finzi, 1977, Garzanti

Fuga dal sistema. Un racconto.


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§1

12 settembre 2048. Questa mattina, nel suo appartamento di New York, all’età di 86 anni, si è spento lo scrittore americano David Foster Wallace. Lo scrittore soffriva da diverso tempo di un male incurabile, dovuto ai postumi di un incidente domestico. Wallace era conosciuto presso il grande pubblico per le opere pubblicate a ridosso del passaggio tra il secolo scorso e questo presente. La moglie lo ha continuato ad accudire fino dal giorno in cui, quaranta anni fa, Wallace subì l’incidente che lo immobilizzò su un letto. David Foster Wallace cadde da una scala battendo la testa. Il ritardo dei soccorsi – lo scrittore era solo, la moglie giunse sul luogo due ore dopo l’accaduto – pregiudicò la sua situazione impedendo l’irreparabile. La figura di Wallace, in questi anni, è stata al centro di un doppio dibattito, letterario e medico; il primo incentrato sull’apporto fondamentale alla letteratura post-moderna e all’influenza che lo scrittore di Ithaca ebbe sulle principali figure di autori nati nei primi anni dopo il duemila; il secondo dibattito, più spinoso, sulla sua condizione vegetativa e su come grazie agli sforzi della moglie egli sia riuscito a sopravvivere continuando a dedicarsi alla sue passioni di sempre, la scrittura e i cani. Negli ultimi anni, nonostante l’aggravarsi delle sue condizioni, Wallace ha scritto e dato alle stampe diverse opere non narrative. La critica sembra unanime nel considerare i suoi due capolavori “Infinite Jest” (1996) e “The Pale King” (2010) come due tra le migliori opere di questo secolo. Questi i titoli dei suoi due ultimi romanzi. Le riflessioni di Wallace fino ad oggi si sono in prevalenza soffermate su saggi di cultura e società. “Se ne va uno dei migliori, uno scrittore che ha contribuito a tracciare i confini di ciò che era narrabile in un’epoca che non sembrava riconoscere maestri e si presentava all’inizio di un nuovo secolo completamente smarrita” (L. Pagano). Gli anni in cui è vissuto David Foster Wallace sono stati gli anni in cui gli Stati Uniti hanno fatto fronte a diversi conflitti internazionali in Medio Oriente (Kuwait, Iraq, Afghanistan), sono stati gli anni che hanno immediatamente preceduto la Grande Crisi. Wallace ha osservato questi avvenimenti dal letto collocato nella stanza di un appartamento a New York, città dove era stato trasferito nel 2008, a seguito della caduta, per facilitarne la cura. Non hanno fatto in tempo, la sua penna e il suo stile, a descrivere lo scoramento di una nazione dinanzi alla recente notizia dell’impeachment del nostro attuale Presidente, incriminato dalla Corte Suprema per avere cercato di occultare le prove che l’11/09 è stato voluto dall’amministrazione ombra del Presidente George W. Bush. I nostri lettori più giovani non si ricorderanno delle accuse – poi rivelatesi infondate – mosse alla moglie, secondo le quali Wallace non sarebbe stato vittima di un incidente.

Patrick Emerson
The New Yorker
12 Settembre 2048

§2

“Pronto? Parlo con Mr Emerson?”
“Mi dica”
“Sono Karel Green, possiamo incontrarci?”
“Oh, certo Mrs Wallace, sono addolorato per quanto è successo…”
“Non si preoccupi, ho letto il suo articolo, vediamoci all’incrocio tra la Brodway e la 53th, alle nove e mezza di stasera, ho una cosa da consegnarle”.

Fa fresco. L’estate è appena finita. Che significato ha tutto ciò? Mrs Green mi ha dato appuntamento in mezzo ad una strada. Che strano. Fino a trent’anni fa questo angolo era famoso perché qui c’era il teatro che ospitava il Dave Letterman. Accidenti. Quanto tempo. Dopo le Capovolgimento del 2012 è tutto cambiato. Fine dello show, baby. Che cosa vorrà da me? Arrivo con dieci minuti di anticipo. “Buonasera. Diamoci del tu. Questo è per te. Mio marito mi aveva detto che quando sarebbe morto avrei dovuto fare tre cose. Le prime due le sto facendo in questo momento. David voleva che tu lo leggessi”. Apro il pacchetto che le esili dita di questa nonnina mi hanno appena consegnato. C’è dentro un manoscritto. “The end of time. Romanzo. David Foster Wallace”. “È l’ultima cosa su cui stava lavorando, lo ha finito ieri notte”. Insieme c’è una lettera. La seconda cosa. Faccio appena in tempo ad accorgermi del tesoro che ho tra le mani alzo la testa e Karel Green è scomparsa in mezzo alla folla che cammina su questo lato della strada.

§3

Mr Emerson, mi permetto di scriverle perché credo che negli ultimi anni lei sia stato uno degli scrittori che si è occupato meglio dei miei romanzi. Non ho mai avuto figli. Non ho fatto in tempo, io e Karel non ne volevamo, c’erano giorni in cui ero troppo depresso, l’amore dei miei cani era sufficiente e tutte le altre scuse che mi sono recitato in questi quaranta anni per sopportare la vita alla quale mi sono condannato per…”.

La cena è pronta. Estrarre la cena. Desideri un cocktail per il dopocena Patrick?“. Devo ricordarmi di disattivare la voce del robot da cucina, mi fa venire i nervi. “Nau!”. Idioma non riconosciuto. Errore del sistema. “No Maddy, Nessun cocktail dopo cena. Accendi la televisione Maddy”.

…per un errore che né io né forse il destino avevamo preventivato. Mia moglie sa di cosa parlo. Mr Emerson, il volume che le ho consegnato è il mio ultimo lavoro compiuto, lo affido alle sue cure con la certezza che saprà farne buon uso. Ho fatto in modo che mia moglie Karel consegnasse una lettera identica al nostro avvocato. Spero che mia moglie sia stata cortese con lei quando vi siete incontrati, in questi anni ha dovuto sopportarmi non poco.”

Non ho mai assaggiato un pollo più schifoso. Che fine hanno fatto i polli veri, ne esistono ancora? Secondo me stiamo ancora smaltendo le scorte dei decongelati di venti anni fa. Sullo schermo parete scorrono le immagini di Gerusalemme, il Papa ha annunciato che il suo viaggio in ottobre non sarà rimandato. Tra un mese è il Columbus Day, devo attrezzarmi, il direttore mi ha chiesto un pezzo. Adesso che ci penso. Nove e mezza. Ecco. Mrs Green ha voluto incontrarmi nell’ora in cui Wallace ha avuto l’incidente. Accidenti. Wallace è morto lo stesso giorno in cui ha avuto l’incidente che lo ha immobilizzato. Coincidenze. Chissà qual’è la ‘terza cosa’ che doveva fare Mrs Wallace.

approfitto della presente per ringraziarla, anche da parte di mia moglie”.

Un presentimento. Qualcosa a cui nemmeno Mr Emerson, redattore del New Yorker, vuole dare retta. “Maddy, ho cambiato idea, prepara un gin lemon. Doppio”.

“Interrompiamo il servizio per una notizia dell’ultima ora. Secondo quanto appreso pochi minuti fa da un membro del NYPD Mrs. Karel Green, ottantenne, moglie di David Foster Wallace, il noto scrittore spentosi quest’oggi all’età di ottantasei anni, si sarebbe tolta la vita impiccandosi nella stanza da letto dell’appartamento di New York dove entrambi avevano vissuto negli ultimi quaranta anni, a seguito dell’incidente che colpì Mr Wallace nel 2008. Il suicidio sembra trovare una causa naturale nell’improvvisa avvenuta mancanza dello scrittore. Secondo recenti notizie la moglie di Wallace soffriva di crisi depressive e, dopo quaranta anni, non è riuscita a sopportare il dolore e la prospettiva di rimanere senza suo marito”.

David Foster Wallace
21/02/1962 – 12/09/08

ogni riferimento a fatti, cose, persone
è fittizio

Luciano Pagano

Apostolos Apostolou – La poesia e la filosofia come terapia


APOSTOLOS APOSTOLOU
LA POESIA E LA FILOSOFIA COME TERAPIA

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Filosofia e Psicanalisi

Comincerò con una domanda. Come si può oggi parlare di terapia, in un’epoca dove il termine terapia è così carico di un’articolazione burocratica ed è stabilito come un centro funzionale ed un modello di tutto il sistema della guarigione, la quale in sostanza si identifica con il potere? Tanto più che il relatore insegna la filosofia e tecniche terapeutiche per mezzo filosofia e della poesia ed è considerato come l’ispiratore dell’operazione poetico-filosofica. L’operazione poetica- filosofica che non ha per obiettivo di convincere e di impressionare, né di dimostrare, bensì di condividere le opinioni, le conoscenze, le esperienze teorizzate, che sono ricostruttibili e verificabili, rispetto alla responsabilità e la libertà, desiderando così di rendere il suo interlocutore aperto alla negabilità della sua ingegnosità. Come si può parlare oggi di terapia quando anche Sigmund Freud nel testo del «Pirata ed il non Pirata Analisi» annunzia la sua fine. Dicendo che la psicanalisi si stacca dall’obiettivo della terapia. [1] Ossia dalla formazione, noi diremmo sregolamento – nuova regolazione – adattamento, ed anche dalla formazione educazione – stato – terapia. Le domande per quanto riguarda la psicanalisi sono chiare. Chi e come si può determinare la perturbazione e la guarigione? In un’epoca dove il vantaggio comparativo suo, ossia la rappresentazione come processo di pensiero e fabbricazione della fantasia (Derrida dice che la rappresentazione funziona come una copia di qualcos’ altro che non e’ mai stato? Come principio del principio ) [2] si è identificata con l’immobilizzazione astratta, di modo che la filosofia, invece di seguire ogni ipotesi e presupposto, diventi sempre più imitazione di un linguaggio antico e sempre meno contemplazione. Le scienze della natura e dell’uomo diventano sempre più un fiscalismo che ci costringe invece di liberarci. L’arte diventa sempre più tecnica e decorazione. La letteratura e la teoria estetica è un semplice ciarlare e tutte quante messe insieme, sono sotto la pressione del successo e dell’utilità. Così, malgrado certi successi, dimostrano ugualmente le loro debolezze e portano la loro mitologia, rifiutando di vedere che tutte le soluzioni hanno in se’ la loro stessa problematica e rimangono problematiche. Non essendo quindi in misura di evitare la loro sorte, conoscono la loro morte nel pensiero vasto e ricco che sa giocare al gioco della conoscenza assoluta. Molte teorie parlano di vissuto come soglia della autoconoscenza, però come possiamo definire il vissuto? [3] Il vissuto, definito come il fissaggio di un espressione della vita tramite l’attenzione (vede psicanalisi) ed il nesso con processi nozionali, era una condizione per tutte le scuole psicanalitiche e psicoterapeutiche. Per la filosofia, il vissuto è un fare senza interruzioni, una risultante di funzioni e rapporti non qualcosa di costante e fisso mentre Rickert si riferisce al concetto del dopo-vissuto. L’errore sta nel fatto che attraverso il vissuto cercano di arrivare alla comprensione (non dimentichiamo la figura interpreto/capisco). Tuttavia Jaspers crede-dice, che ogni tipo di comprensione comprende un elemento di costruzione. Se vogliamo ricercare un approccio post terapeutico filosofico, questo deve procedere entro una filosofia del gioco. Il gioco come maschera della filosofia di Nietzsche, [4] come metafora/immagine – riferimento costituisce una sfida – invito all’attivazione del soggetto a procedere con la rottura con l’identità e l’unità. La maschera come passione assurda secondo Nietzsche e coesistenza di luoghi opposti della molteplicità e delle contraddizioni permette un avvicinamento pieno di tensioni delle sensazioni che capisce come il luogo dell’intermedio o meglio il luogo del’ insieme (per la prima volta incontriamo il termine nel Platone, quando usa la parola metaxy cioè insieme, Simposio e Filebo, ma anche a Heidegger, con il concetto Lichtung cioè Lucide) .

Il concetto dell’intermedio o di insieme è forse la causa del pericolo forse, la causa della maschera, del gioco, del luogo intermedio (legge oppure insieme) ossia della cultura, (secondo psicanalista Winnicott) della poesia (secondo Platone e Nietzsche). E questo perché come dice il Nietzsche per un poeta autentico la metafora è un immagine, un concetto e quello che vede il poeta è uno spettacolo che costituisce una rappresentazione teatrale dove le parole diventano maschere. Però non come il gioco come terapia che perde il suo taglio di inversione e del quale gli estremi sono definiti in una via di uscita sicura, (come sostiene F. Faun) ma invece un gioco con tutti i rischi. Il gioco è sinonimo del Questo (Cela) – Quello (Id) che può essere paragonato con l’inconscio. È aperto sul luogo/tempo delle risposte. E come dice K. Axelos il gioco non è un predicamento del mondo, il gioco gioca il mondo. (Per il gioco nella filosofia hanno parlato M. Heidegger, E. Fink, J. Granier, K. Axelos. J. Derrida). Il gioco conosce ogni comportamento nostalgico e reattivo, soffoca all’interno dei suoi stessi limiti, ogni opportunismo semplice e pulito perde tempo, ogni opportunismo scuro, o sopraccarico rimane plano e monolineare, mentre alle grandi domande non possiamo che rispondere senza rispondere. Non vede la vita come un labirinto di supplementi o sostituti (la vita come supplemento per ricordare Derrida) né una funzione dell’ellipse/desiderio, (secondo psicanalisi) che crea la metafisica della diaspora.

Poesia come Terapia

Poesia e filosofia del gioco, sono vicini senza che sia tuttavia stabilito che siano deducibili e spiegabili insieme. La poesia da alle cose un nuovo nome, (in letteratura greca antica triviamo il testo quando riguarda la poesia e il nome delle cose. «Ορφέως δε ός και τά όνόματα αύτών πρώτος έξηύρεν…») ma anche filosofia del gioco lo fa, ribattezza le cose. [5] Il poeta impara la dimissione, ci dira Stefan Georg, nel poema con titolo “ Das Wort “ un poema che distingue il M. Heidegger. Ma questo succede anche con il gioco filosofico che si esprime come una sistematica aperta e ci impedisce di giocare senza giocare, (K. Axelos) [6] visto che e’ aperto e insicuro e impone la dimissione rispetto a qualcosa che succede. Tuttavia tramite tutte le negazioni, sorge un’ affermazione. (La dimissione non è che il tutto per quel che si perde e la nuova nomenclatura il familiarizzarsi di uno sguardo nuovo oppure il riconoscimento della conoscenza secondo le teorie psicanalitiche e psicoterapeutiche) Così l’assoluta impasse senza uscita, il rischio esistenziale, l’insicurenza totale, l’esclusione multidimensionale, in una parola, il vuoto assoluto questa utopia della fisica ridotta da noi stessi ad una realta’ quotidiana, costtituisce una flida. Saremo all’ altezza simultaneamente alla corrente sotterranea che si muove all’ ombra nello spazio-tempo e all’ orizzonte degli orizzonti lontani che ci procura le sue luci, in fine questa è la scommessa dell’ uomo.[7]

Oggi le facoltà più profonde e piu’ sottili della psiche, quelle da cui dipende la conoscenza intuitiva che sola ci mette in rapporto con l’ essere, sono state distrute in gran parte da una cultura materialistica e tecnologica. Ma se la coscienza non guida la nostra emotiva, la nostra fantasia – tutto ciò che appartiene alla sfera di ciò che chiamiamo i’ irrazionale – queste facoltà degenerano, e degenerando si appropriano di noi in mondo nascosto e inosservato fino a sconvolgere la nostra vita. Ecco il ruolo della poesia. È quello di indicare l’ importanza dell’incoscienza in modo cosi particolare. Se il depressivo si deve rilassare, se l’ansioso deve dominarsi e l’inibito deve osare, la poesia può aiutare. Perché la poesia risponde alla corrente sotterranea che si muove all’ombra nello spazio e nel tempo, nelle situazioni e nei caratteri umani e all’ orizzonte degli orizzonti lontani che ci proccura la sua luci.

Il famoso ” dove’ era Es, deve diventare Io” di Freud, con la poesia diventa ”dove sono Io bisogna che emerga Es”. Questo non significa l’esaltazione di Breton dell’ Es come ” estremo rimedio”. Secondo poesia il mondo è ”un segno” (Goethe – Mefistofele, Rembaud, Mallarme ) il segno di cio’ che parla. La poesia sostiene che l’ altro parla mezzo di linguaggio. Lo stesso non dice con altre parole, anche S.Freud. ”L’inconsio non parla il linguaggio dell’Altro, ma parla molti dialetti, incomponibili e intraducibili in un linguaggio”. (Vede: S.Freud, Opere, Vol.VII, Ed. Boringhieri, Torino 1975, p.260. Anche qui possiamo vedere che cosa dice per l’analisi.” l’analisi non sarebbe dunque una pratica di trasformazione che, proprio spezzando il grande sasso della verita’ descrive le contraddizioni che questa componeva in una parola piena, totale, ma all’ opposto proprio la conferma della verita’ nella scoperta della parola dell’ inconsio.”)

Siamo davanti in una apertura culturale dove filosofia e poesia insieme (ricordate il pensiero presocratico che era un pensiero poetico-filosofico) dicono che l’ uomo puo’ cercare di imparare e di imparare di nuovo, riflettendo sulla vita e vivendo le nostre riflessioni.

Il gioco poetico-filosofico organizza , se possibile un pensiero interogativo che non sia ne’ scientifico, cioè funzionalità, né psicanalitico ossia narrativa e teoria delle proiezioni, ne’ micro-costruzioni sociologiche ossia ideologie prosaiche. La poesia ci dirà che la nostra epoca non ci appartiene , come una proprietà nostra , ma invece che siamo noi che apparteniamo ad essa come se fossimo suoi figli, in un’ apertura culturale. [8] Per questo dobbiamo essere aperti al fascino del tutto-nulla provando sia il tutto che il nulla.

[ 1] Abrams M. H., The Deconstructive Angel , Critical Inquiry 3 1977,p,425-438.
[2] J.Derrida, L’ Archeologie du frivole. Introduzione, in Essai sur l’ origine de la connaissance humaine, Paris, Galilee, 1973, p, 87.
[3] N. Abraham, L’ Ecorce et le noyau, Paris ,Aubier-Flammarion,1978, p.54.
[4] S. Kofman, Nietzsche et la metaphore,Paris, Payot,1972, p,67.
[5] J.Kristeva,Polylogue,Paris,Seuil,1977,p, 46.
[6] K. Axelos Systemattique ouverte, Paris, Editions de Minuit 1984, Problemes de l’ enjeu, Paris Ed. de Minuit 1979 , Le jeu du monde Paris, Ed. Minuit, 1969.
[7] Jean-Luc,Nancy, L’ Abosolu litteraire,Paris, Seuil,1978, p, 72.
[8] La poesia, natura e registra i sentimenti. Vede con altre parole l’ uomo come ‘possibile essere’, cioe,’ come lui esiste nella decentralizzazione, nell’ inizio dell’ incertezza, come volonta’ che non e’, per questo l’ uomo rimane un divenire aperto (ecco una nuova proposta con un significato analitico)

Apostolos Apostolou
Dr in Filosofia,

BIBLIOGRAFIA GENERALE
DE MAN PAUL, ALLEGORIES OF READING, YALE UNIVERSITY PRESS,1979
LACOUE-LABARTHE PHILIPPE- NANCY JEAN-LUC, LES FINS DE L’ HOMME: APRTIR DU TRAVAIL DE J. DERRIDA, PARIS GALILEE, 1981
TERRY EAGLETON, MARXISM AND LITERARY CRITICISM, LONDON METHUEN,1976.
TRILLING LIONEL, THE OPPOSING SELF, NEW YORK,VIKING,1955.

[in foto Ezra Pound a spasso nel bosco con la statua di James Joyce e Martin Heidegger a spasso nel bosco]

Mio padre ha visto il primo uomo andare sulla luna. E ora che è già il futuro più nessuno se ne cura.


Così vanno le cose. Così devono andare. Esco in una delle vie più pulciose della città per portarmi a spasso con il cane. Leggo manuali di sopravvivenza urbana. Leggo “La felicità terrena” di Giulio Mozzi. Elaboro teorie complicate che permettano all’umanità di sbancare il jackpot del superenalotto. Come a dire, il 17 è uscito quattro volte in un anno come numero Superstar. A breve su Musicaos.it qualche racconto interessante, uno di Federico Ligotti insieme a altri giunti in redazione. Un articolo filosofico in arrivo dalla Grecia. “Uccidiamo la luna a marechiaro” (Donzelli)  è un saggio interessantissimo scritto da Daniela Carmosino a margine di un convegno avvenuto qualche anno fa (Notizie dal Sud. La nuova narrativa meridionale. Campobasso, 23-25 ottobre 2003). Il libro è allo stesso tempo un sunto di cronaca ‘a braccio’ – meglio sarebbe dire ‘a bobina’ – e anche un vademecum di ciò che si è agitato nella recente produzione letteraria da parte di autori provenienti dal sud della penisola. La prima domanda è naturale, che cosa può intendersi oggi come ‘autore del sud?’. Che cos’è un autore meridionale? Daniela Carmosino contribuisce non poco a delineare un profilo a partire dalle persone e dalle opere, per quanto riguarda autori che hanno iniziato a pubblicare negli anni novanta. Il suo sguardo si spinge fino ai giorni nostri (Valeria Parrella, Roberto Saviano) mettendo in raccordo due mondi che a mio parere sono vicini idealmente anche se non vicinissimi dal punto di vista delle premesse narrative o dei risultati [continua...]

L’Isola in collina – Tributo a Luigi Tenco – 18a edizione


“L’Isola in collina – tributo a Luigi Tenco”
18a edizione Ricaldone (AL)
24 – 25 luglio 2009

ISOLA IN COLLINA 18a edizione – 2009

flaviogiuratoSi completa il cast della nuova edizione dell’Isola in collina, il prestigioso festival di canzone d’autore che si tiene ogni anno a Ricaldone (AL). Oltre ai già annunciati Sergio Caputo e Frankie HI NRG MC, il programma delle serate (24 e 25 luglio) prevede un cantautore di grande culto come Flavio Giurato ed una band di spicco del panorama rock alternativo italiano come i Tre allegri ragazzi morti. Ad aprire le serate saranno invece due band locali di valore: 17perso e Jeremy. I concerti inizieranno alle ore 21 e si svolgeranno presso il Piazzale della Cantina Tre Secoli. Ingresso 10 euro. “L’Isola in collina” è organizzata dall’Associazione Culturale Luigi Tenco con il Comune di Ricaldone, con il contributo di Cantina Tre Secoli, Regione Piemonte, Provincia di Alessandria e Fondazione CRT, e si avvale della consulenza del giornalista Enrico Deregibus, che presenta anche le serate. La manifestazione nasce dalla volontà di valorizzare la canzone d’autore in un territorio che tanto ha dato alla nostra musica: a Ricaldone Luigi Tenco – unanimemente riconosciuto come uno dei principali cantautori italiani – è cresciuto, prima di trasferirsi a Genova, e dalle colline piemontesi ha assorbito molte delle suggestioni che ha poi riportato nelle sue opere. Rivendicare la sua appartenenza piemontese è uno degli scopi del Festival. Ecco il programma completo:

24 LUGLIO
ore 21 Piazzale della Cantina Tre Secoli
17perso
Flavio Giurato
Sergio Caputo

25 LUGLIO
ore 21 Piazzale della Cantina Tre Secoli
Jeremy
Tre allegri ragazzi morti
Frankie HI NRG MC

Informazioni per il pubblico:
* Associazione Culturale Luigi Tenco – Ricaldone: www.tenco-ricaldone.it ; info@tenco-ricaldone.it * Comune di Ricaldone: Via Roma 6 – 15010 Ricaldone (AL), tel 0144.74120 * Cantina Sociale di Ricaldone: Via Roma 3 – 15010 Ricaldone (AL), tel 0144.74119

Michele Pierri, Alda Merini. Una precisazione.


Pubblico qui di seguito una email ricevuta da Lucio Pierri, figlio di Michele Pierri, a proposito di un articolo scritto da Augusto Benemeglio e pubblicato qualche anno fa su Musicaos.it. L’articolo in questione riguardava il rapporto tra Michele Pierri e Alda Merini. Naturalmente sono a disposizione per ulteriori chiarimenti/informazioni/contatti, al mio indirizzo di posta.

§

Vorrei comunicare al prof. Benemeglio, a proposito del suo articolo su Pierri e Alda Merini, poeti di gazze, alcune precisazioni su quanto scritto.
La differenza di età tra mio padre Michele Pierri e la Merini era di trenta anni, la Merini non era alcolizzata, nel suo periodo di permanenza a Taranto non l’ho mai vista bere.
Non parlerei di eredi Pierri, perchè mio padre, primaro chirurgo  dell’ospedale civile, è morto pressocché povero,avendo come unica proprietà un alloggio INA casa, che è stato venduto per rispettare la sua volontà testamentaria e devolvere un terzo del ricavato alla Merini. Io stesso mi sono adoperato presso il giudice (dott. Vella) e il notaio (dott.Cito) perchè inviassero nel più breve tempo possibile quanto di sua spettanza, circa 70 milioni.
Il poemetto Chico ed io, composto per la morte di una gazza che viveva in famiglia con noi, non  consta di 54 versi, ma di 59 liriche, ed  è stato scritto da Pierri diversi anni prima di conoscere la Merini.
Nessuno ha trattato la Merini come una appestata dopo il suo ricovero nella psichiatria tarantina, peggio di un lager perchè per mancanza di spazio i malati erano costretti sempre a letto; abbiamo cercato di tirarla fuori al più presto, in quel momento anche mio padre era ricoverato in chirurgia e non ha potuto aiutarla. Andavo a trovarla dopo il lavoro, i medici  me la affidavano per farla uscire a passeggio insieme ad un altro giovane ricoverato, che non ho mai capito perchè stesse dentro.
Per avere informazioni più dettagliate su Michele Pierri e anche del rapporto con la Merini, è opportuno consultare il numero monografico della Rivista Cenacolo, “Omaggio a Michele Pierri”,  della Società di Storia Patria di Taranto, ed. Mandese anno 2004, dove è stata pubblicata una biografia da me scritta accanto ad  un esteso saggio di Donato Valli.

cordialmente Lucio Pierri

La Gru. Portale di poesia e realtà.


Ad ottobre torna “La Gru – Portale di Poesia e Realtàwww.lagru.org

Chiunque voglia proporre propri testi, interventi o riflessioni di carattere storico, filosofico o letterario è invitato a mettersi in contatto con la Redazione.

* L’annuario 2007/2008 (La Gru n.5, 307 pagine)

con interventi di:

Boscarol, Cardellini, De Angelis, D’Elia, Di Salvatore, Fabiani, Ferri, Iemma, Lago, Mancinelli, Marano, Marotta, Monti, Monville, Nota, Ortenzi, Pascali, Pulsoni, Sanchi, Sanchini, Stramucci, Tarquini, Zattoni

è acquistabile a soli 15 euro presso
http://www.lulu.com/content/2686101

"Domenico Protino" in tutti i negozi di dischi dal 26 settembre.


Domenico Protino
L’album in vendita in tutti i negozi dal 26 settembre 2008
In airplay radiofonico “La guerra dei trent’anni”

Dopo avere vinto il Premio Lunezia nella sezione Nuove Proposte con il brano “W la Vita” ed aver rappresentato l’Italia al Festival di Viña del Mar in Cile e vinto con il brano “La Guerra dei trent’anni”, Domenico Protino presenta il suo omonimo album d’esordio.
Il prossimo venerdì 26 settembre, presso la Feltrinelli di Bari (h. 18.30) si svolgerà lo showcase di presentazione, nella sua terra, la Puglia.
Cantautore ed interprete nato a Torre Santa Susanna, in provincia di Brindisi, si appassiona giovanissimo alla musica per poi scoprire il suo amore per la chitarra e successivamente alla musica cantautorale italiana e al pop internazionale.

Nel 2000 decide che la musica sarà la sua vita e cogliendo ogni possibilità di esibizioni live – siano esse in cover band sia da solista nelle vesti di cantautore – partecipa a concorsi canori nazionali che gli permettono di prendere confidenza con palcoscenici sempre più importanti, fino ad arrivare alla vittoria del prestigioso Premio Lunezia Giovani Autori 2007 che premia il valor musical-letterario delle canzoni italiane, con il brano “W la vita”. “W la vita” un brano che si propone di trasmettere l’energia e l’ottimismo necessari ad affrontare questa “splendida gita” con cuore e determinazione, senza condizionamenti o paura di mostrare  quello che si è realmente.
Questo premio gli consente di esibirsi “fuori concorso” in altre importanti manifestazione come il Premio Mia Martini, il Solarolo Song Festival, il M.E.I., Sanremoff e il Premio Bindi. Nell’estate 2007, Domenico si aggiudica il Premio Salentino con il brano “La nuova aurora”.
Nel 2008 viene selezionato come unico rappresentante italiano al Festival Internazionale della Canzone di Viña del Mar in Cile (il più importante festival dell’America Latina e unico gemellato con il Festival di Sanremo); Domenico Protino vince con il brano “La guerra dei trent’anni” aggiudicandosi due “gaviotas de plata” ovvero i premi come migliore autore  e migliore interprete. La prestigiosa manifestazione è molto spesso la porta di accesso al ricco mercato musicale dell’America Latina, ma anche occasione di promozione intercontinentale.
“La guerra dei trent’anni”
fa riferimento, nel titolo, alla guerra del Peloponneso (Atene contro Sparta) e a Pericle abilissimo stratega ateniese, fautore della democrazia radicale – piena parità dei cittadini nella gestione della vita pubblica – ma anche uomo di cultura. Come lunghissima fu quella guerra, così anche quella “combattuta” da chi ha trent’anni e ha trascorso già abbastanza tempo per non accorgersi che è difficile accordare fiducia a chicchessia, che soltanto pochi “pazzi” mantengono la parola data, che nessuno ti aiuta senza un tornaconto personale, che non può che augurarsi appunto un ritorno all’Età di Pericle, un ritorno alla meritocrazia per far valere i propri diritti e i propri talenti. Per questo “vuole diventare pazzo” e “vuole diventare cieco” per non capire e non vedere parzialità e storture: la vera vittoria non consisterà necessariamente nella vittoria personale ma in quella di un sistema trasparente fondato sul merito. Vincerà Pericle!
Con questa esperienza Domenico Protino inizia  il suo percorso professionale con gli attuali produttori Maurizio Dinelli e Beppe Carletti.
Il suo primo album “Domenico Protino”,
consta di 10 brani. Registrato presso gli studi Panpot di Brindisi e mixato allo Studio S.Anna di Castel Franco Emilia (Modena) e al Creative Mastering di Forlì,  suonato interamente, oltre che da Domenico, da musicisti pugliesi, è realizzato sia in lingua italiana che in lingua spagnola per il mercato latino-americano; scaricabile da iTunes e in vendita nei negozi dal 26/9  distribuito da Warner Music Italia Srl.

Contatti

Domenico Protino:

www.domenicoprotino.com

www.myspace.com/domenicoprotino

Progetto Musica

info@progettomusica.com

Ufficio Stampa

Riccarda Meda: cell. 335/497909 – rimeda@tiscali.it
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Fabrizio De André e Max Manfredi. Inedito.


UN DUETTO CON FABRIZIO DE ANDRÉ IN “LUNA PERSA” IL NUOVO ALBUM DI MAX MANFREDI in uscita venerdì 26 settembre per Ala Bianca Group distribuzione Warner  

“La fiera della Maddalena”, un brano introvabile cantato con Fabrizio De André, nel nuovo album del suo cantautore preferito

Fabrizio De André nel 1997, rispondendo a una domanda sui cantautori italiani, definì Max Manfredi “il più bravo” (“Gazzetta del Lunedì” del 23/6/1997). La stima nei suoi confronti è testimoniata anche da “La fiera della Maddalena”, un brano che De André cantò nel 1994 nell’album “Max” e da dieci anni ormai introvabile. Ora finalmente verrà ripubblicato come bonus track di “Luna persa”, l’album di Max Manfredi in uscita il 26 settembre. Il nuovo disco, pubblicato da Ala Bianca Group e distribuito da Warner, contiene undici brani di grande valore, che confermano pienamente il giudizio di De André sul suo più giovane collega. ”Luna persa” verrà presentato il 10 ottobre con un concerto presso l’Auditorium di Radio Popolare a Milano. Da fine ottobre partirà poi un tour che toccherà tutta l’Italia.

Max Manfredi

La sua opera prima, “Le parole del gatto”, ha vinto la Targa Tenco come miglior disco d’esordio. Con i successivi album è nato nei suoi confronti un vero e proprio culto, rafforzato da una densa attività dal vivo, che negli ultimi anni si è estesa anche all’estero. Molti altri sono i riconoscimenti ricevuti, dal premio Città di Recanati alla sua prima edizione al premio M.E.I. come miglior solista italiano nel 2005.

www.maxmanfredi.comwww.myspace.com/manfredimaxwww.myspace.com/lunapersa

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Addio primarie, addio PD. Sottotitolo: l'ultima volta. Ovvero: svegliatevi


Mauro Marino
Addio primarie, addio PD

Giuro, è l’ultima volta. Poi tolgo il disturbo, sempre che valga qualcosa la considerazione di un cittadino elettore pensante, già iscritto ai DS, “fondatore” del PD con l’”Io ci sono” del 14 ottobre 2007. L’ultima volta, lo giuro, poi mi affiderò a questo “centralismo democratico” di ritorno, all’indirizzo, alla linea o al meno peggio.
È “cosa loro”, dell’apparato politico, della “classe dirigente” – come molto piace dire a qualcuno – scegliere chi dovremo andare a votare nella prossima primavera per rinnovare il “consiglio d’amministrazione” della nostra Provincia.
Il candidato c’è già: l’avvocato, senatore e presidente uscente Giovanni Pellegrino.
Tutti d’accordo, solo piccoli distinguo e qualche richiesta di messa a punto di visibilità.
Il Presidente è riuscito a mantenere unita la compagine, ha garantito la poltrona a quelli che in tempi non lontani si chiamavano i “cespugli”, messi a dimora ma completamente assenti nel territorio.
Anche nell’assise che presiede ha smussato e domato i contrasti garantendosi il rispetto dell’opposizione. Un galantuomo che tutti tirano per la giacchetta, nonostante abbia dichiarato la sua stanchezza, il desiderio di ritirarsi, di godersi la vecchiaia magari regalandoci un buon libro di racconti: la seconda parte del suo “Cavallo Pazzo” sarebbe gradita.
Non può essere che lui. Non c’è altri! Anche D’Alema è dello stesso avviso (e Veltroni? Veltroni che dice? Non è poi lui il segretario eletto? O non conta?).
Sembra che la nostrana “classe dirigente” abbia paura di tentare il cambiamento, di provare a smuovere gli equilibri della ‘pax’ regnante. Non vuole sentirsi orfana di chi la garantisce.
Ma la domanda viene spontanea. Oltre tutto quello che compete la “politica dei politici”, la vita e la quiete del palazzo, qualcosa è cambiato nel Salento?
Di questo si dovrebbe parlare, o no?
L’On. Ria si dice d’accordo sulla ricandidatura, s’è acquietato sul suo scranno alla Camera. Mette dei paletti, non li mette, non capisco il politichese. Ma cosa pensa del Salento del dopo Ria? Il Grande Salento è stata la risposta giusta al “Parco Salento”?
Il Salento è ancora da amare? E’ andato avanti o s’è seduto sulla sua piccola “gloria”?
Ché questo sembra a chi guarda! Un Salento senza guida, senza progetto, senza ordine.
Solo confusione, al di là dei balletti politici, delle conferenze stampa, della moltiplicazione delle Notti e delle notterelle, dei festival, delle rassegne, degli operatori culturali ad uso e consumo di Palazzi e palazzetti nulla è cambiato. Le strade son quelle di cinque anni fa, la segnaletica del Salento d’Amare, del Salento del turismo, dell’arte e della cultura, inesistente. Le beate (e odiate) parole del marketing territoriale sono rimaste parole. I centri storici dei nostri paesi sono ‘abbandonati’ a recuperi senza senso, senza rigore, senza disciplina. I motori dei condizionatori d’aria li ornano al pari degli “inutili” fregi antichi… e poi, e poi, e poi…
Chi doveva guardare lì dove guardano le persone quando vengono qui a guardarci?
Certo non il presidente ma qualche suo assessore sì. Se no a che serve star lì?
La rinuncia alle primarie è la rinuncia del PD alla sua missione rinnovatrice. Addio PD viene da dire! Questi “dirigenti” non si accollano il rischio di doversi confrontare con se stessi e con quello che in questi anni hanno prodotto: rinunciare alle primarie significa rinunciare al dibattito, al confronto con gli amministrati. Non basta un’assemblea degli eletti per verificare la validità di un mandato. Eletti poi un po’ con l’affanno, timorosi di perdere posizioni, privilegi… Il quieto governare non sempre è il buon governare!
A destra non si dice granché. La Senatrice Poli non è interessata alla poltrona (chissà perché!). S’è sentito il nome dell’avvocato Gianni Garrisi e il guerriero De Cristofaro, sui muri della città, vuole liberare il Salento con un significativo svegliatevi!
Già svegliatevi!

Novalis di Giorgio Fontana, anteprima.


In libreria il 24 settembre 2008

Giorgio Fontana

Novalis

Marsilio Editori

pp. 234; 15,00 euro

“All’inizio mi sentii dire questo, che l’idea era una sola: che lo spettacolo è un segreto. Ma i segreti sono impossibili da custodire. Soltanto, si può capire a chi rivelarli”

I segreti vanno rivelati. È questo il vangelo che Alex imparerà sulla propria pelle. Giovane musicista dal passato dolente, di fronte allo sfacelo della sua band e a una famiglia in pezzi, reagisce semplicemente annuendo, accettando ogni cosa secondo un’etica che fa coincidere rabbia e rassegnazione. Una notte però incontra Sara, una ragazza che si prostituisce online e trova amanti scrivendo il proprio numero sulle pareti dei cessi pubblici. È il suo segreto a frantumare il sistema di Alex: come un virus che si espande, come un modo nuovo di bruciare la rabbia. Sara lo introduce a un misterioso ensemble teatrale, il Gruppo Novalis, una specie di setta che pratica una forma d’arte estrema e perversa. E per Alex si riapre una ferita antica. Viene risucchiato nella spirale di un gioco basato sulle debolezze altrui, dove la morte diventa l’unica speranza di gioia, una follia che precipita verso una conclusione radicale. D’ora in poi la sua vita sarà una corsa mentale e fisica per separarsi prima che sia troppo tardi da quell’ossessione, o per viverla fino alle estreme conseguenze.
Novalis è una pillola nera, una ballata dai toni metallici che getta luce su un mondo sotterraneo e notturno: dove però brilla ancora una forma d’innocenza nascosta, al riparo da ogni segreto rivelato. Al riparo da ogni forma di male.

[Il blog di Novalis: http://novalis.blog.marsilioeditori.it/]

Hanno scritto del romanzo d’esordio di Giorgio Fontana:

<<Un romanzo che miracolosamente riesce a essere giovane e non giovanilista, i cui personaggi sembrano rispecchiare davvero i caratteri, fragili, dei loro coetanei reali.>> Matteo B. Bianchi, Linus

<<Scorrevole e ben scritto, il romanzo alterna con talento i piani temporali del presente e del passato>> Ivan Cotroneo, Rolling Stone

<<La sua scrittura densa, assai controllata, lo pone in grado di costruire personaggi credibili, forti, di seguirli tenendo il lettore incollato alla pagina.>> Fulvio Panzeri, La Provincia

Giorgio Fontana è nato a Saronno nel 1981. Dopo la laurea in Filosofia, ha lavorato come libraio, operatore di call center, traduttore freelance e montapalchi. Ha vissuto a Montpellier e Dublino. È condirettore del pamphlet Eleanore Rigby, realtà di spicco nel panorama letterario underground. Ha pubblicato racconti e interventi per numerose riviste cartacee e on line e su antologie. Nel 2007 ha esordito con il romanzo Buoni propositi per l’anno nuovo (Mondadori). Vive e lavora a Milano.

http://www.marsilioeditori.it

Solo l'inferno è onesto. Silvia Rosa.


Silvia Rosa
Solo l’inferno è onesto.

” Io mi sento [...] Colpevole [...]
di aver creduto che il corpo fosse una
prigione e non il bozzolo del cielo”

Dome Bulfaro

Un taglio di luce abbagliante le incideva la pelle avvizzita.
Camminando svelta per la strada sparecchiata d’Agosto, una verga di luminosità pura e assoluta, a picco, lambiva il suo grembo rinsecchito, attraversandola tutta, senza proiettare intorno nessun cono d’ombra. Nessuna zona nera dove rifugiarsi, per scampare all’immagine nitida del suo corpo, scomposto in lembi luccicanti di carne giallognola. Una sensazione di immobilità faticosa la colse all’improvviso. Come fosse inchiodata all’asfalto, che pareva liquefarsi sotto gli affilati raggi solari di Mezzogiorno. Eppure stava quasi correndo, verso il portone di casa.
L’odore del suo sudore era così penetrante che restava a lungo nell’aria, come una nebbiolina acre e nauseabonda. In bagno si sbottonò la camicetta di cotone bianca, si sfilò la gonna ampia, tolse il reggiseno consumato e le mutande, che all’altezza dell’ombelico le avevano tratteggiato una linea zigrinata e violacea. Dalla specchiera i suoi seni cadenti, marchiati dalle grosse areole sfatte, ghignavano raggrinziti. I capelli radi appiccicati alla spaziosa fronte avevano un colore indefinito, untuosi e spolverati da scaglie di forfora grassa. Voltò le spalle a se stessa riflessa a metà, ed entrò nella doccia. Si insaponò strofinandosi con vigore, insistendo soprattutto sulle cosce flaccide e spugnose, sulla pancia prominente e sul viso.
Ma la bruttezza non si lava via. Lei lo sapeva bene.
Avvolta in un vecchio accappatoio si sdraiò sul letto. L’aspettava. Con l’orecchio teso cercava il rumore dell’ascensore che si arrampicava al piano, e lo sbattere della porta accanto alla sua. La musica dei passi di Doriana, di rientro dalle vacanze.
Sul comodino c’era il libro che le aveva regalato, con una dedica scritta in blu “A Marisa, Auguri di Buon Natale e Felice Anno Nuovo!”. Tutte le poesie di Manganelli. Lo aprì a caso. Pagina numero 73. Lesse il primo verso “Non tenterò più di risolvere…“. Scandendo bene ogni parola, recitò ad occhi chiusi: “Non tenterò più di risolvere le contraddizioni del mio sangue in un’esistenza funzionale: né di catalogare il mio disordine in archivi razionali; propone diversi più esaurienti sillogismi l’onesta dialettica della lenta malattia: imparo a memoria una imprevedibile chiarezza dentro il mio corpo che decade.
Il ventilatore frullava roteando da una parte all’altra della camera. Marisa si frugò tra le gambe, scorrendo lentamente le dita lungo il contorno spelacchiato del suo sesso, fino al vertice tenero di sé, che prese a pulsare lievemente. Un fremito di sterile piacere la scosse. E poi di nuovo quella sensazione di immobilità soffocante, e una tristezza di piombo che le sgocciolò nelle ossa. Pensò che certo Doriana non conosceva l’infinita solitudine di un corpo abbandonato all’indifferenza e all’incuria del tempo, che sfigura e deforma, crudele. Lei sì, invece. Ci conviveva ormai da anni, desiderando con ostinata disperazione di essere sfiorata da una carezza, stretta in un abbraccio. Toccata, dalle mani calde di un altro essere umano, ché la sottraessero all’involucro opprimente di se stessa, restituendola alla vita. Certe notti insonni ascoltava attenta, al di là della parete, Doriana che faceva l’amore. Immaginava di trovarsi al suo posto. Sognava di essere lei. Giovane e bella. Amata.
La prima volta che l’aveva vista, quell’Autunno, era rimasta colpita dall’inusuale bellezza del suo volto: due vivaci occhi di cioccolata dall’espressione fiera, il naso sottile e lungo, le labbra impigliate in un perenne broncio infantile, il mento piccolo e un poco appuntito, in una cornice vaporosa di capelli corvini. Inclinava la testa da un lato, quando rideva. E profumava di vaniglia. Con una voce fresca e allegra, davanti alla buca delle lettere nell’atrio del palazzo, si era presentata: “Buongiorno! Sono la nuova inquilina del quarto piano, mi chiamo Doriana.”
Dopo quell’incontro Marisa aveva cercato ogni occasione per conversare con la ragazza, per rubarle parole che, come pezzi di un puzzle, pazientemente raccoglieva, ordinava, metteva insieme, finché l’esistenza di quella sconosciuta le divenne familiare e prese ad appassionarla più della propria, squallida e grigia. Aveva bisogno di sapere tutto di lei. A volte, con urgenza, suonava il campanello. Una scusa qualsiasi, e le entrava in casa. Doriana era una farfalla colorata che si agitava leggera tra il tavolo e le sedie: “Ti preparo un caffé…Ah, non sai che cosa mi è successo oggi a scuola…Ma tu come te la cavi con quelle arpie nevrotiche delle mamme dei tuoi? Io, guarda, un giorno di questi ne mando a stendere qualcuna. Ma che cavolo…c’hanno dei comportamenti che neanche i figli di sette anni…” Maestrina appena laureata, al primo impiego, le chiedeva spesso dei consigli. Allora, come si fa con una bimba dagli occhioni sgranati di curiosità, Marisa raccontava una favola sempre nuova. Quello che in più di venticinque anni di lavoro avrebbe dovuto imparare, se essere una buona Professoressa di italiano in una scuola media le fosse interessato davvero qualcosa. Non gliene importava nulla, invece. Quei quattro ragazzini impertinenti non si meritavano niente di niente. Pensavano che fosse una stupida, che non si accorgesse dei soprannomi offensivi che le affibbiavano, delle risatine quando entrava in classe, delle smorfie che mimavano fra loro ad imitare la sua faccia?
“Brutta scrofa!”, s’era sentita sputare con veemenza da un suo allievo, esasperato dall’ennesimo ‘insufficiente’ che, in verità godendo assai, con le mani tozze gli aveva ricamato sul registro. Lo sciocco s’era fatto sospendere e la bocciatura, probabile per via dei brutti voti, era diventata sicura a causa di quello sfogo. A seguito di quell’episodio, sui muri dell’edificio scolastico era comparsa una scritta in verde: “La Ferri è una racchia puzzolente”. Il Preside aveva definito l’accaduto “gravissima mancanza di rispetto”, accalorandosi tutto in una noiosa ramanzina circa il “vergognoso atteggiamento di chi denigra una persona per il suo aspetto fisico”, e con voce un poco stridula e teatrale gesto della mano levata verso il cielo, aveva avvertito gli studenti, convocati in assemblea straordinaria nella palestra dell’Istituto, “della pericolosità di certe discriminazioni”. E a concludere, dopo un greve silenzio, aveva aggiunto sospirando: “cari ragazzi, non si giudica qualcuno dall’apparenza fisica…ci sono cose più importanti…valori…”
Marisa scoprì le gengive in un acido sorriso. Ipocrita, sussurrò girandosi su un fianco a cercare il mulinello d’aria fredda che il ventilatore alzava ora alla sua sinistra. Proprio lui parlava, lui che a cinquant’anni suonati aveva piantato la moglie per mettersi con l’amica ventenne della figlia. Lui, che con atteggiamento paterno non perdeva occasione di chiacchierare con le quattordicenni più procaci, sogguardando lascivo le loro scollature, il vortice voluttuoso dei loro ombelichi esposti generosamente, la carne florida e immacolata delle loro natiche, debordanti dai pantaloni strizzati, sode e rotonde come il più gustoso dei frutti proibiti.
Un’amara riflessione le corrucciò d’un tratto l’angolo della bocca, appuntandosi in una ruga verticale tra le due sopracciglia. Tutto si riduce infine a questo. Al banale gioco perverso del “guardare e non toccare”. I corpicini delle giovanissime resi oggetti di desiderio, ambiguamente impacchettati in succinti e provocanti abiti all’ultima moda, offerti alla vista degli adulti, a cui si vieta di possederli, ma non di usarli. L’avvenenza inquietante dei corpi di plastica delle pubblicità, levigati e perfetti, senza odore né sapore, senza anima e senza età, troneggianti su giganteschi cartelloni sospesi a mezz’aria, ammiccanti dalle riviste patinate, prestanti e tonici nelle movenze da marionetta in televisione. Idealizzati e irraggiungibili. Da venerare, come nuovi Dei, feticci e simboli di un’epoca visionaria d’ombre e di fantasmi, di schermi ipertecnologici dietro cui nascondersi, avvicinandosi virtualmente per essere ancora più distanti. Guardarsi e non toccarsi, nella metropolitana gremita o di Sabato pomeriggio negli affollati centri commerciali. Corpi che si scontrano, senza incontrarsi mai. Impenetrabilità delle loro scorze molli solo in superficie. Scrigni inaccessibili invece, monadi di solitudine feroce, frammenti di un’umanità impossibile da ricomporre. Aggrappati ‘agli appositi sostegni’ per non correre il rischio di farsi male, perdendo l’equilibrata posa di statue immote, o al carrello della spesa per colmare di inutilità l’abisso di vuoto che si apre in ogni gesto. Non toccare e non guardare i corpi segnati dalla malattia, relegati in asettiche celle numerate di macroscopici alveari, lontani, rimossi, come la parola più autentica inscritta nel sangue…il dente della morte che rosicchia la carne, paziente…e ci salva …Il mio corpo come una prigione, orribile… Nessuno preme sul mio corpo cercando il denso suono del mio piacere…liberandomi…
Immagini di rosee nudità si affastellarono nella mente affievolita di Marisa. Confuse orge di labbra spalancate come gallerie buie, di mani chiuse in pugni serrati, di cosce umide di saliva, di membri minacciosi che svettavano da nere praterie di peli attorcigliati, di occhi svuotati, e poi il cadavere enfiato di sua madre nella chiesa gelida e le sue scarpe lievi di bambina, l’urlo di dolore annegato nel segno della croce, la risata turchina di Doriana e il cuore che danza di vita e batte, batte forte, batte rumoroso.
Si svegliò di soprassalto. Da quanto dormiva? Il muro tremò un’ultima volta. Doriana era ritornata e stava picchiando, batteva contro la parete. S’alzò di scatto, si disfò dell’accappatoio e si rivestì in fretta, corse in cucina, prese il sacchetto poggiato in un angolo e fu davanti alla sua porta.
“Bentornata! Stamattina sono stata al supermercato e ho pensato di portarti del pane…qualcosa da mangiare …”
“Marisa! Ciaooo! Ma Grazie… non dovevi disturbarti! Sei sempre così gentile! Vieni, entra, non guardare il casino. Stavo attaccando un quadretto che ho comprato in vacanza…ti piace? Non ho saputo aspettare, lo volevo appendere subito, non è carino?”
“Molto… si adatta bene anche all’arredamento.”
“Vero? Lo dicevo io! E guarda qua: un’altra pazzia…questo mese mi sa che devo chiedere i soldi ai miei per l’affitto, ho speso un patrimonio!”
Dal borsone riverso sul divano estrasse un lungo vestito di seta cremisi, con le spalline tempestate di strass, accostandoselo addosso. Marisa deglutì sentendosi raschiare la gola. Pensò che lei non aveva mai indossato niente di simile in tutta la sua vita.
“Volevo mettermelo domani per il compleanno di Giacomo…Però, uffa… va accorciato, no?”
“Posso farlo io, se vuoi. Provatelo con le scarpe. Mi servono solo degli spilli per prendere la misura.”
Poco dopo Doriana, con la pelle imbrunita e le spalle scoperte, al centro della stanza, fasciata nella morbida stoffa rossa, sorrideva di gratitudine. Marisa abbracciava la scatolina del cucito e l’ammirava. Tentò goffamente di chinarsi per afferrare l’orlo dell’abito, ma il suo corpo l’ingombrava. Si ribellava sempre, sempre, come fosse stato altro da lei. Doriana notò che faticava ad abbassarsi. Allora avvicinò una sedia e agile, tirandosi su il vestito fino a svelare le ginocchia, ci salì sopra, traballando sui tacchi dei sandali di vernice nera, “così sei più comoda…”.
Persino i suoi piedi erano incantevoli. Con le piccole dita appena arcuate e le unghie come zuccherini bianchi. Le stava raccontando del mare, ma Marisa sentiva solo un fruscio in cui nessuna parola era più distinguibile. Provava l’impulso irrefrenabile di afferrarle una caviglia, di morderle il polpaccio, di toccarla e stringerla a sé, fino ad essere una sola persona con lei, fino ad essere lei.
“Ma che cosa stai facendo?” La voce dura come uno schiaffo la ferì inaspettatamente. Incrociando gli occhi della ragazza colmi di ribrezzo, smise di accarezzarla, umiliata dal suo rifiuto, sentendo crescere dentro di sé una collera cieca. In una frazione di secondo, con una spinta violenta, scaraventò Doriana a terra. Distesa e inerme, così vulnerabile e fragile, era ancora più bella, insostenibilmente bella. Marisa si mosse come un automa verso l’acciaio rilucente del martello dimenticato sul tavolo, lo impugnò e prese a colpirla furiosamente. Infieriva con tutte le sue forze. Con ogni colpo voleva toglierle via quella grazia ingombrante e inutile, che odiava e al tempo stesso avrebbe desiderato per sé, voleva rimuovere il guscio del suo corpo ed arrivare alla polpa vivida di lei.
Quando fu esausta si fermò ansimante, accucciata nel sangue accanto al corpo senza vita di Doriana. Si accorse solo allora che la mano destra della giovane era scampata alle terribili lesioni inflitte, conservando intatta la sua forma delicata. Se la portò alle labbra baciandola, succhiando avidamente quel tepore. Dalle profondità più recondite del suo essere baluginò il ricordo lontanissimo del calore di un abbraccio assoluto, di un amore incondizionato, di uno sguardo che non s’era mai fermato alla laidezza della sua figura, ma che era andato oltre, l’aveva trovata, accolta, l’aveva posseduta completamente. L’incontro perfetto di due corpi, fusi insieme in uno, indistinti in un respiro. Uno dentro l’altro. Mamma…Mormorando quel nome Marisa provò una tristezza inconsolabile, impastata di smarrimento e rabbia. Perché mi hai abbandonato, mamma? Mi ha lasciata sola e avevi giurato di non farlo mai. ‘Staremo sempre insieme’, dicevi. Bugiarda. Menzogna e tradimento…solo questo esiste…E solitudine…non c’è rimedio alla solitudine…alla condanna di questo corpo che ci separa e ci imprigiona… divorato dal tarlo della morte… Doriana, amore? Non mi rispondi? Perché non mi vuoi, perché?
Marisa fissava l’anellino d’argento nell’anulare di Doriana. Voleva piangere, ma non ne era più capace. Quella mano fra le sue divenne pesante come un macigno. La sentiva bruciare, come fosse divorata dal fuoco. Riafferrò il martello, contrasse i muscoli del braccio e le si avventò contro percuotendone ritmicamente le nocche. Con una voce roca, che non le parve più sua, biascicò adagio: “Rinuncia alla mano dell’amica, la sosta assurda della mano nel giro di altre dita: solo l’inferno è onesto…Nega l’elusiva sosta di un dialogo di frode, segna con l’unghia…il segno della fine. Sdràiati nel centro dell’inferno, riconosci i confini del girone astratto, conclusivo. Non cedere ai cattivi sillogismi d’una divinità qualunque: solo l’inferno è onesto solo l’inferno è onesto solo l’inferno è onesto solo l’inferno è onesto solo l’inferno è onesto solo l’inferno è onesto solo l’inferno…
Quando smise di ripetere l’ultimo verso della poesia, di quel corpo massacrato restavano solo brandelli. Allora, con sgomento, si rese conto che di Doriana non rimaneva più niente.

(photo by flyzipper)

In Vino Veritas. Poetry Slam.


Dal 23 settembre alle ore 21.00 nel cuore del centro storico leccese, tra le vie dei locali notturni, l’associazione culturale C-arte ed il pub La Movida organizzano incontri d’arte con degustazione vino dal titolo “In vino veritas”, gli appuntamenti con cadenza bisettimanale vedranno partecipare in un match di parole e versi,  denominato Poetry Slam, poeti salentini e non, i quali giudicati da una giuria di qualità composta da: Anna Palmieri, Mauro Marino e Francesco Manigrasso, gareggeranno per conquistarsi una pregevole bottiglia di vino. Coordinerà e arbitrerà l’incontro Luca Nicolì.

Il Poetry Slam nasce nel 1984 a Chicago da un’idea di Marc Smith ed è sostanzialmente una gara di poesia in cui diversi poeti si alternano nel leggere i propri versi. Un modo nuovo di proporre la poesia e di ri/strutturare i rapporti tra il poeta e il suo pubblico.  Lo slam, il cui dilagante successo ha investito da qualche anno anche l’Italia, è l’arte che permette di proporre in modo nuovo e coinvolgente la poesia ad un pubblico giovane e, al contempo, di riformulare i rapporti fra la poesia e il suo pubblico.
Lo slam riafferma che la voce del poeta e l’ascolto del suo pubblico fondano una comunità in cui la parola, il pensiero, la critica, il dialogo, la polemica e insieme la tolleranza e la disponibilità all’ascolto dell’altro sono i valori fondamentali. Testimonia, quindi, l’indispensabilità e l’adeguatezza della poesia alla società contemporanea, soprattutto se svincolata dai libri e dalle logiche esclusivamente scolastiche.

Premio Turoldo 2008. Bando.


Premio David Maria Turoldo
6° edizione – anno 2008

‘Associazione Poiein, con il Patrocinio del Comune di Piateda (So), al fine di favorire lo sviluppo della cultura sulla rete Internet e per suoi scopi di solidarietà sociale, indice un concorso di poesia a tema libero, con le modalità esposte nei punti riportati di seguito.

1.  E’ indetta la sesta edizione del premio di poesia “David Maria Turoldo“, aperta ad artisti di ogni nazionalità e di ogni lingua, purché i testi in lingua straniera o in dialetto, siano accompagnati da traduzione (letterale o poetica).
2. Gli iscritti partecipano con tre testi mai pubblicati prima del 01 gennaio 2008.
Ogni singola composizione non deve superare i 50 versi (vedi nota).
Delle opere già pubblicate in volume o raccolte, sarà espressamente indicata la bibliografia (il volume, la rivista, il quotidiano, i siti Internet sui quali è apparsa).  I vincitori delle precedenti edizioni sono esclusi dalla partecipazione al concorso per i 5 anni successivi, ma possono presentare testi fuori concorso, editi o inediti.
Su specifica richiesta inoltrataci nelle scorse edizioni, l’organizzazione del premio accetta iscrizioni, inoltrate da parenti, di poeti deceduti dopo il 1. gennaio 2002.

Non si accettano opere firmate con pseudonimo o “nome d’arte”, ma soltanto con nome e cognome anagrafici.

La segreteria del premio, in considerazione anche della statura morale e spirituale del poeta al quale il concorso è intitolato, non accetta testi che siano lesivi della dignità personale, delle convinzioni filosofiche, politiche, religiose di chicchessia, della dignità del corpo umano e degli animali (Pulp, porno-erotismi ed espressioni di disprezzo e/o squalifica del corpo).

3.   Ai partecipanti è chiesto, a titolo di donazione, un importo in denaro oscillante da un minimo di € 16 a un massimo a discrezione, in considerazione delle finalità dell’iniziativa.

Tale contributo infatti, dedotti i premi in palio, è destinato allo sviluppo di attività educative e formative nei Paesi poveri, nella convinzione che lo sviluppo dell’istruzione e della cultura è direttamente connessa alla libertà della persona e alla sua auto-realizzazione. Il contributo non è richiesto ai membri dell’Associazione.

L’importo può essere:

a)  versato sul CC. bancario 000035650, Banca Popolare di Sondrio, ABI 05696 CAB 11000CIN “P”, intestato all’Associazione, (IBAN IT27 P056 9611 000)

b)  inviato tramite vaglia postale o assegno bancario non trasferibile a: Associazione Poiein, Via Bonfadini, 38 – 23100 – Sondrio,

c)  in ogni caso indicando nella causale di versamento o nello scritto per posta, la dicitura “partecipazione al Premio Turoldo – 6° edizione”.

4.   Le opere dovranno pervenire, entro il 31 gennaio 2009 in unica copia, a uno dei seguenti indirizzi  (a comodità del partecipante):

-   Indirizzo di posta elettronica  turoldo@poiein.it (come allegato Word o RTF)

-   Associazione Poiein, Via Bonfadini, 38 – 23100 – Sondrio  (con la copia su CD o Floppy Disk);

Si raccomanda vivamente di inviare i testi, se possibile, per posta elettronica o su supporto magnetico in caso di invio postale.  Tale modalità si rende necessaria per evitare possibili errori nella trascrizione dei testi da formato cartaceo a formato elettronico.

L’iscrizione diverrà effettiva all’accertamento del versamento bancario o al ricevimento del vaglia o dell’assegno di cui al punto 3).

Le opere saranno pubblicate per intero sul sito Internet,  www.poiein.it in apposita sezione, man mano che perverranno all’Associazione.   L’atto della pubblicazione equivale all’attestazione che l’autore è iscritto al concorso.  Le opere pubblicate rimarranno di proprietà dell’autore ma faranno parte del sito www.poiein.it sino a che esisterà l’archivio in rete Internet.

5   L’autore dovrà indicare nella lettera di invio o sul messaggio di posta elettronica:

a) cognome e nome, b)  indirizzo completo, c)  numero di telefono, d)  indirizzo di posta elettronica  (se posseduto), f)  breve curricolo  (circa 10 righe), compilando con precisione la scheda allegata al presente bando e allegandola al file contenente le poesie.

6.   Premi – Al primo classificato sarà corrisposto un premio che ammonta a € 1.000.

Un premio speciale, eventualmente cumulabile con il precedente, che ammonterà a € 400, sarà corrisposto all’autore che alla data del 31 dicembre 2007 non avrà ancora compiuto i 25 anni di età e che si sarà meglio classificato fra i partecipanti under 25.

L’organizzazione del premio si riserva di aumentare tali importi o di aggiungere un ulteriore premio ai due in palio, in vista di sponsorizzazioni e patrocini.

I titoli di premiazione di cui al punto precedente possono, a discrezione della giuria,  non essere attribuiti, ma in ogni caso vengono attribuiti gli importi corrispettivi in danaro agli autori che hanno un miglior punteggio nella valutazione della giuria.

7.   La Giuria del premio è composta da poeti e critici il cui nome sarà reso noto appena possibile sulla bacheca elettronica della presente edizione.  La segreteria organizzativa del premio è affidata a Gianmario Lucini.

La proclamazione del vincitore spetta al Presidente della giuria.  Il verdetto della giuria è insindacabile.  Ad ogni partecipante saranno inviate, tramite posta elettronica, la graduatoria finale e le motivazioni della giuria.

I nomi dei vincitori saranno resi noti con comunicato della Giuria in occasione dell’aggiornamento del del sito ai primi di marzo 2008.  I vincitori saranno avvisati per posta elettronica e per telefono.

La cerimonia di premiazione si terrà nel mese di febbraio presso il Centro Multimediale del Comune di Piateda (So), in data che verrà comunicata e con programma che verrà stabilito e pubblicato nella bacheca del concorso.  Gli autori premiati dovranno parteciparvi, pena l’annullamento dell’assegnazione del premio e/o del corrispettivo in danaro, tranne gravi motivi e a discrezione della giuria.

8. Ogni lettore che naviga sul sito, potrà esprimere un giudizio sui testi, con un messaggio che deve essere FIRMATO e inviato all’indirizzo turoldo@poiein.it (specificando ovviamente il nome dell’autore al quale si riferisce la critica inviata).

Non vengono presi in considerazioni giudizi non supportati da argomentazioni (si chiede espressamente di argomentare il “perché” un’opera sia apprezzata o non apprezzata).

9.   Per ogni aspetto formale non espressamente regolamentato, si fa riferimento alle decisioni della giuria, la quale le comunicherà sulla bacheca elettronica del concorso.

Per ulteriori informazioni:

a)   La bacheca del concorso

b)   Gianmario Lucini (0342.200.547 – 338.17.31.774 – gianmario@poiein.it

(preferisce l’uso della posta elettronica)

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Fac-simile della scheda di partecipazione

(copiare, completare e incollare nel corpo del messaggio con l’invio delle opere, sostituendo gli spazi sottolineati con le informazioni richieste)

[Cognome e nome] ____________________________________________________________

[Indirizzo (residenza, CAP, Città)] ________________________________________________

[Data di nascita] __/__/____  [Telefono] _________________  [Cell.] ___________________

[Posta elettronica] ____________@______________

Breve curriculum

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___________________________________________________________________________

Versamento del contributo di € ___,00 tramite: CC bancario,   Assegno non trasferibile,   Posta, Altro (specificare) – [(cancellare le voci non pertinenti)]
La Segreteria, in ottemperanza alle disposizione di Legge, non divulgherà i dati personali se non ai fini dell’allestimento della pagina personale su Internet: nome, cognome, città di residenza, accenno generico alla professione (come nelle precedenti edizioni).  Le informazioni sul curriculum verranno impiegate solo per meglio documentare la presentazione delle opere in graduatoria finale.

"Latitanze". Attuali e prossime venture.


Siamo lieti di segnalare il neo-blog di Mauro Daltin, “Latitanze“, che prende il nome dalla sua raccolta di racconti in uscita presso Besa Editrice. Come sostiene l’autore, “Latitanze” sarà uno spazio dove si parlerà di editoria e scrittura, e dove si racconteranno storie ed esperienze, libri e viaggi. Mauro Daltin è un autore che ha dato molto (vedi alla voce RivistaPaginaZero con Paolo Fichera), in termini di riflessione, scrittura e azione critica dal/per il confine che diventa frontiera. Un in-bocca-al-lupo da parte di Musicaos.it!

Il suo romanzo è roba grossa.


“Il suo romanzo è roba grossa”
Viaggio – a pagamento – nel mondo dei piccoli editori.
di Devis Bellucci

Perfetto. Una prosa orribile proprio come l’avevo sempre desiderata. Per vincere l’insicurezza, mi ero dissipato in errori ortografici sodomizzando per bene la lingua di Dante. Ho riletto la storia assicurandomi che fosse banale, sciatta, con una trama imbarazzante sostenuta da un po’ di sesso descritto male. In una settimana è nato il mio “Troppo azzurro per il cielo”, storia inconcludente che ho scritto lottando col sonno mentre il correttore di word impazziva.
Dopo una ricerca su internet, ho scelto una ventina di piccole e medie case editrici e ho imbastito (male) una sinossi del mio lavoro, impegnandomi a disporre i congiuntivi come capita. Una porcheria, con almeno un tentativo di plagio. Soddisfatto, ho preparato tutti i plichi e li ho inviati alle case editrici.

La prima casa editrice, milanese, sito internet sontuoso, mi risponde dopo un mese via mail. Mi spiegano che il mio lavoro li ha colpiti. Fin qui, può anche starci. La storia è originale, ben scritta, adatta alla loro linea editoriale. Strano perché nel mio romanzo non accade nulla per le cento pagine della sua durata. Mi offrono un contratto di edizione. Rispondo lusingato, dicendo però che non posso andare sino a Milano in tempi brevi a firmare. Non serve, dicono. Basta inviare la copia del contratto firmata via fax. Ed ecco il contratto: pubblicano il mio lavoro nella loro collana più prestigiosa in cinquecento copie, quattrocento delle quali mi saranno recapitate entro tre mesi. Il tutto per un misero contributo di tremila Euro. Le rimanenti cento copie le avrebbero gestite loro, riservandole a giornalisti, televisioni e ai librai che ne avessero fatto richiesta. Incredulo, esterno i miei dubbi, spiegando che non avrei saputo che farmene di tutte quelle copie, e che senza distribuzione il mio bellissimo romanzo non sarebbe arrivato da nessuna parte. Mi rispondono con una mail sarcastica, il cui succo è “abbassiamo la richiesta a tremila Euro”. Io chiedo perché dovrei pagare se il mio lavoro è così straordinario. Loro rispondono che al giorno d’oggi anche Dostoevskij dovrebbe pagare per veder pubblicato “Delitto e Castigo”, è la prassi, sono loro che mi stanno facendo un regalo.

La seconda proposta arriva una decina di giorni dopo, sempre via mail. Il mio romanzo è giudicato “interessante e dai risvolti inaspettati, piacevole alla lettura, ben orchestrato”. Ne sono felice, mi sento bene per tanti complimenti. Segue proposta di pubblicazione. Mi chiedono duemila Euro e verranno stampate trecento copie, cento per me e le rimanenti per i librai, i giornalisti e compagnia bella. Mi spiegano che anche Pasolini ha dovuto pagare la pubblicazione all’inizio della carriera, figuriamoci Daniele Bartolini, cioè il mio pseudonimo.

“Va bene, ha dovuto pagare. Ma voi avete una distribuzione? Il mio libro avrà il codice ISBN, vero? E finite queste copie, che si fa?”. Mi spiegano che reperire il testo sarà facilissimo anche senza ISBN: basterà telefonare alla casa editrice o mandare una email o un fax. Bello. Peccato che non funzioni così: le librerie si rivolgono ai distributori per gli acquisti e sono i distributori che informano le librerie delle nuove uscite. Così facendo nessuno leggerà mai il mio “Troppo azzurro per il cielo” e avrò buttato via un sacco di soldi. Dall’altra parte nessuno ha più niente da dire.

Avevo visto, su un noto quotidiano nazionale, il bando per un premio letterario i cui vincitori sarebbero stati inseriti su un’antologia. Tra l’altro quel bando esce tuttora, almeno una volta alla settimana e alle spalle c’è una poco nota casa editrice fiorentina. Mandai il mio lavoro e mi risposero dicendo che il romanzo era buono e pieno di spunti di riflessione, ed erano “onorati” di poterlo dare alle stampe. Se avevo pronta una foto per la copertina potevo inviarla, unitamente a un file con la mia biografia, ossia “barista dal 1998 ad oggi”. Naturalmente, seimila Euro per cinquecento copie, nessuna distribuzione e partecipazione a non ben specificati premi e concorsi nazionali. “Questa è la prassi per i piccoli autori, si ritenga fortunato”. Mi sentivo fortunato, ma rifiutai. Ma qualcuno aveva letto le panzanate che avevo scritto?

Così arrivò la chiamata da Viareggio. Per la prima volta il contratto aveva una durata temporale – due anni – e non si esauriva con la consegna delle copie a casa mia. Avrebbero stampato le consuete cinquecento copie – dev’essere una cifra concordata – e mi chiedevano duemila Euro di contributo. Questa volta mi avrebbero lasciato solo trenta copie; le altre erano per le librerie “del circondario” che ne avessero fatto richiesta. Su internet scoprii che la casa editrice distribuiva autonomamente in sei o sette librerie locali e morta lì.

Una piccola rivincita l’ho avuta in giugno, quando mi hanno scritto da Roma. Il mio “Troppo azzurro per il cielo” era una storia “sincera e scritta con passione, ironica e di sicuro impatto, tuttavia…” e qui finalmente Dio esiste “si consiglia un editing migliorativo”, dunque qualcuno aveva dato un’occhiata critica al mio romanzo, scritto coi piedi e forte di una sintassi al confine col dialetto bolognese. Mi proposero di stampare il libro in cinquecento copie – non avrei mai detto – chiedendomi quattromila Euro, cinquemila con l’editing, che restava comunque facoltativo, bontà loro. Anche qui il contratto si esauriva con la pubblicazione, veniva promessa ampia diffusione sui media senza specificare chi e come, e la parola distribuzione era un tipo di protesi dentaria. Ho rifiutato a malincuore, perché l’editore, al telefono, andava dicendomi:”Guardi, si fidi di me. Il suo romanzo è roba grossa. Una ritoccata e andrà alla grande”.

Che cosa fare e non fare

Concludendo, “Troppo azzurro per il cielo” è stato accettato dalla quasi totalità degli editori. E poi ci lamentiamo che è difficile pubblicare se sei sconosciuto. È facile, invece: paghi e ti pubblicano qualunque cosa senza nemmeno leggerla, coprendo il merlo di turno con discorsi barocchi e trascurando l’elemento più importante, ossia la distribuzione dei testi. Un editore senza distributore è poco più di una tipografia, e in tal caso il consiglio è di andare direttamente in una bella tipografia e farsi fare un preventivo. Con poche centinaia di Euro avrete fra le mani le vostre dogmatiche cinquecento copie che potrete regalare a giornalisti, amici e amanti sperando nel colpaccio di fortuna. Esistono, grazie a Dio, alcuni piccoli editori, seri e umili, che non chiedono alcun contributo né in denaro né in copie acquistate, ed è su questi che si deve puntare. I loro libri vengono regolarmente distribuiti sia nelle librerie sia sui grandi portali web. Ebbene, nessuno fra questi editori si è azzardato a propormi la pubblicazione del manoscritto indecente che avevo inviato. L’avevano letto e scartato.
È bene ricordare che se un libro è originale e ben scritto, magari due, tre, venti editori vi diranno di no per questioni di marketing, ma prima o poi troverete qualcuno disposto ad investirci i soldi. Sottolineo, però, le due parole: originale e ben scritto. In tal senso, la prima domanda che deve farsi uno scrittore è “Io leggo?”. Perché per scrivere bene bisogna leggere tanto. Tanta poesia e tanta narrativa. Secondo i propri gusti, per l’amor di Dio, perché leggere è prima di tutto un piacere, ma sulla quantità ci sono ben pochi compromessi. Leggendo si impara il gioco e la musicalità delle parole. Un testo è sempre, infatti, pensiero ed estetica. Solo studiando le parole degli altri si può imparare a tracciare una propria strada.
Supponiamo allora di avere terminato la nostra opera e di essere anche dei grandi lettori. A questo punto il passo successivo. Pochi autori sono buoni critici di se stessi, pertanto è necessaria la fase di revisione. Date il vostro testo in mano a diverse persone perché lo leggano. Gente di cui vi fidate, ovviamente, e se possibile con gusti differenti gli uni dagli altri e anche con basi scolastiche differenti. Prima di inviare il testo alla casa editrice, è bene tutelarsi un minimo dal plagio (ipotesi remota, ma non si sa mai). Per depositare il manoscritto si può optare per la data certa postale, per il deposito fiduciario da un notaio o per il deposito opere inedite presso la Sezione OLAF (Opere Letterarie ed Arti Figurative) della SIAE. La scelta dipende dal vostro budget.
Siamo ora pronti per contattare la casa editrice, consapevoli del fatto che ogni editore a pagamento vi dirà che nessuno pubblicherà mai gratis un autore sconosciuto. Bugiardoni, vi diventa lungo il naso. Per fare una bella scrematura, scriviamo da subito; “Non sono disposto a sostenere la pubblicazione né con un contributo economico né con l’acquisto di copie”. Nel mio caso, nessuno avrebbe pubblicato gratuitamente “Troppo azzurro per il cielo” perché semplicemente fa schifo, a partire dal titolo e dal primo paragrafo, che vi risparmio.
E poi che si fa? Si manda il manoscritto? No, si scrive una sinossi, ossia una presentazione allettante del vostro lavoro che non superi la mezza pagina. Con la sinossi ci si gioca tutto. Si deve capire il tema del romanzo, il suo stile, il target a cui è diretto, ma soprattutto si deve cogliere l’originalità del vostro lavoro. Se la sinossi è scritta male… addio pubblicazione, e ce lo meritiamo. In fondo, chi va in libreria e compra un romanzo che non conosce, che cosa fa? Guarda la copertina (ma voi non ce l’avete ancora, un punto di svantaggio) e legge la quarta di copertina. Io ho letto delle bufale pazzesche con delle quarte di copertina incredibili. Mi hanno fregato, insomma, ma hanno saputo fare il loro lavoro. Scritta la nostra sinossi accattivante, mandiamo una bella email in cui dichiariamo la nostra disponibilità ad inviare il manoscritto completo. Naturalmente, per non far la figura dei perditempo, se stiamo proponendo un “giallo” abbiamo appurato che l’editore in questione pubblica libri gialli.

La distribuzione

Quando e se arrivano le proposte di pubblicazione, ricordiamo la caratteristica più importante che deve avere un editore, ossia la distribuzione. Le librerie non contattano praticamente mai le case editrici. Diffidate se uno vi dice: «Fratello mio, ogni libreria d’Italia potrà contattarci per avere il tuo libro». Diffidate non perché l’editore non sia onesto, anzi è onestissimo. Il problema è che le librerie vanno a fare “la spesa” nei magazzini di distribuzione, e quello che trovano prendono. Ci aggiungete che sono i distributori ad informare le librerie delle novità, e se la casa editrice non ha distribuzione le librerie non sapranno nemmeno che il vostro libro esiste, oltre ad aver difficoltà a reperirlo. Quindi, a parità di condizioni, scegliamo l’editore che ha i migliori distributori. Basta chiedere in libreria per sapere quali siano i distributori affidabili. In più, sappiate che solo se un libro è distribuito le librerie hanno l’opzione di renderlo in caso di mancata vendita.
Alcuni vi proporranno di pubblicare il vostro libro in modo che sia acquistabile solo on_line. Ok, se non c’è altro ci accontentiamo, ma sappiate che l’Italia è indietro in queste cose. La gente, se vuole un libro, va in libreria. Certo, lo compra anche su internet, ma lo vede in libreria. È un fatto. Poi conosciamo tutti le tendenze di mercato, la società in movimento, il futuro, il processo di pace… ma vogliamo che il libro sia letto adesso e non tra enne anni con enne tendente a caso. Infine, altro fattore da non trascurare è l’ISBN. Si tratta del codice che identifica a livello internazionale in modo univoco e duraturo un titolo o un’edizione di un titolo di un determinato editore. Oltre a identificare il libro, si attribuisce a tutti quei prodotti creati per essere utilizzati come libro. Se il vostro libro non ha l’ISBN, allora non risulta pubblicato, ma solo “stampato”. Per intenderci: è come se uscisse dalla tipografia e stop, nudo e crudo, e sarà difficilmente reperibile su scala nazionale dalle librerie. Prendete un libro a caso, dateci un’occhiata dietro. Troverete sempre un codice a barre e sopra l’ISBN. Chiedete sempre questo codice. Ovviamente per l’editore ha un costo; è per questo che alcuni editori fuggono lontano mille miglia dall’ISBN.

Per i frustrati, resta un’alternativa. Pubblichiamo il nostro romanzo su internet, in un bel formato .pdf scaricabile gratis da tutti. Non costa nulla e tutti ci possono leggere. Certo, il guadagno è zero, ma tanto a fare gli scrittori si fa la fame – a parte i soliti noti – quindi evitiamo almeno di buttare del denaro. Per quanto mi riguarda, mandatemi pure le vostre sinossi, se volete. Le leggo volentieri e vi dico quel che penso, fingendo di essere il piccolo editore che pubblica per amore di cultura, che investe se ci crede, che non chiede soldi.

§

Devis Bellucci (autore@devisbellucci.it) è nato a Vignola nel 1977. Ha studiato fisica all’università di Modena e Reggio Emilia, dove si è laureato e ha conseguito il Dottorato di Ricerca. Viaggiatore on the road e on the railway “se siamo in Europa”, ha partecipato a diversi campi di volontariato in molti paesi, tra cui l’India, l’Albania, la Bosnia e il Brasile. Nel 2008 ha pubblicato “La memoria al di là del mare” (Giraldi Editore), il suo primo romanzo.

Il baleniere. Racconto di Marco Montanaro


Cliccando sull’immagine potrete scaricare il PDF del racconto “Il baleniere” di Marco Montanaro. Una de-scrittura ispirata alla mitologia della Balena e delle Baleniere, un quadro sospeso al di fuori del tempo e dello spazio che riesce a conservare tutta la poesia dell’originale a cui si ispira. Un racconto imperdibile da mozzare il fiato. Buona lettura.

Nel fuoco della scrittura. Biagio Cepollaro.


Sabato 20 settembre, ore 18:00
presso La camera verde
Roma, via Miani 20

Inaugurazione della mostra di pittura e presentazione del libro

Nel fuoco della scrittura

di Biagio Cepollaro

*

La mostra si potrà visitare fino al 17 ottobre dalle ore 17.00 alle ore 23.00, esclusi i lunedì. Di mattina su appuntamento.

Centro Culturale

»LA CAMERA VERDE«
Via Giovanni Miani, 20, 20/a, 20/b – 00154 Roma
tel. 340.5263877
e-mail: lacameraverde [at] tiscali [dot] it

Poesie nel cassetto. Edizione 2008.


Musicaos.it riprende le sue pubblicazioni dopo la pausa estiva. Approfittiamo di ciò per segnalare  con piacere un’iniziativa, “Poesie nel cassetto”, che negli ultimi anni sta riscontrando una buona crescita dal punto di vista dell’organizzazione e della qualità dei lavori, la cui selezione è affidata a una giuria di esperti presieduta dal poeta e insegnante Ivan Fedeli. Potete scaricare il bando completo in formato PDF cliccando sull’immagine.

La poesia in bicicletta: sette tappe con incontri e reading da Messina a Ragusa


Enrico Pietrangeli
Sicilia Poetry Bike – 2008
(dal 2 al 9 agosto)

Decidere di prendere una bicicletta ed iniziare a pedalare verso una meta lontana non è qualcosa che può scaturire soltanto per gioco, conversando tra amici, bensì è quanto può nascere soltanto da una profonda motivazione interiore e dall’incontro con la persona giusta. Nel mio caso era un’idea di quelle che ti ronzano attorno da sempre e poi messa a fuoco tramite un libro letto di recente, opera di gente comune come l’impresa di Massimo Gugnoni e il suo collega, che li ha visti arrivare da Rimini ai Carpazi in Mountain Bike. Ma, inevitabilmente, un’iniziativa del genere non può prescindere, nel nostro caso, dalla poesia, epica e un po’ incosciente ma che consenta ancora di cogliere suggestioni insieme a segni e premonizioni. La Sicilia, con la sua scuola siciliana, Ferderico II e la componente provenzale dei trovatori ci hanno ricondotto al binomio “poesia e viaggio”, in quegli stessi luoghi che hanno visto tanto la genesi della poesia italiana quanto la sua antica vocazione itinerante. Il viaggio, nella fattispecie, qui reincarna una dimensione tradizionale, prossima alle terre attraversate e alla gente incontrata. La poesia, nondimeno, lascia intravedere anche briciole di futurismo, a partire dall’azione intrapresa. Diversi autori hanno lasciato traccia della magia della bicicletta attraverso i loro scritti, ma non è nostra intenzione fare un viaggio attraverso una possibile letteratura ciclistica. Il nostro è un viaggio fatto per mezzo della bicicletta, intesa come alternativa meccanica al cavallo con il ricorso alla sola energia umana. Il tardo e intrepido scapigliato Olindo Guerrini forgiò un interessante neologismo: ciclofobi. Ai tempi del poeta, probabilmente, altro non erano che dei conservatori, quanti prediligevano ancora cavalli e carrozze; oggi potremmo definire altrettanto conservatori quanti intendono restare ancorati nelle logiche del solo petrolio per ogni spostamento. Nell’estate del barile in ascesa libera, insieme a questa impresa, risuona un poetico presagio di cambiamento sempre più necessario e dal volto umano per noi tutti, eco di piazze e di città nel lontano ’73, memoria di un’austerity ancora capace di generare poesia nonostante le incombenti guerre e le minacce economiche. Questo è un viaggio lento, d’altri tempi, intrapreso con la consapevolezza di riconsiderare dimensioni e portata degli spostamenti per una crescita umana ed interiore. La bicicletta è un mezzo con cui misurarsi e degustare un viaggio ben più profondo e allegorico, quello della vita e di tutte le sue inevitabili tappe, momenti dove corpo e macchina sono un tutt’uno divenendo in grado di raggiungere ciò che normalmente riteniamo impossibile. Infine va ricordato che questa impresa, nel suo piccolo, ha contribuito a ridestare interesse ed interazione tra sport ed arte, microimprenditoria e poesia, elementi troppo spesso inutilmente dissociati. Non a caso a Matteo Moraci, poeta e sportivo di recente scomparso che aveva aderito alla manifestazione, viene dedicata la tappa di Messina quale opportuno esempio per noi tutti.

Hai sentito il battito?


Giovanni Padrenostro
Hai sentito il battito?

L’illuminazione della toilette è tenue, ombre ritagliano ampi spazi sulle pareti scalcinate, allungando e distorcendo come candele confuse i loro confini, aprendosi come soffice venatura verso invisibili punti; ho l’impressione di aver strappato gli incubi al mio sonno inquieto.
Il mio viso, abilmente imitato dalla trasparenza dello specchio, è frastagliato da spezzature vitree che restituiscono frammenti, parti separate: un occhio indagatore, un labbro ridotto a sottile linea rosea, una ciglia spezzata.
In mente mi ritornano come echi in corridoi di memoria alcune frasi: Ma chi sei veramente? Sei per caso quel ragazzo bastardo? Oppure quell’altro chiuso e taciturno? O quell’altro ancora estroverso e per i fatti suoi? O no? Sei quel magnifico ragazzo così dolce e sensibile come un grande artista dai mille pensieri?… perché non ti metti alla luce…
Qui c’è poca luce e il mio viso è una scheggia impazzita.
Prendo dalla tasca destra della giacca nera una piccola foto, e mi appaiono i suoi occhi neri e tristi, profondi spazi di solitudine, i capelli corvini, il viso fino e appuntito come una lama che trafigge ma non uccide.
A volte ci sforziamo in vicoli ciechi sbattendo ripetutamente la testa, sperando in una ricompensa che tarda e molto probabilmente non arriverà mai.
Ovunque sei, che tu sia felice.
Il rum che ho bevuto circola nelle vene, ho bisogno di camminare.
Esco dalla toilette e mi avvicino al bancone; chiedo un rum e pera al barista, un tunisino dallo sguardo inespressivo, lo bevo ed esco.
Accendo una sigaretta e alzo lo sguardo verso il cielo, tempestato di grigio, che questa sera accompagna i miei folti pensieri.
Abbasso lo sguardo e appare il mio angelo.
“Dove eri finito?”
“Problemi!” e faccio un segno circolare in testa con un dito.
“Ho finito le sigarette. Vado a comprarle. Vieni con me?”
“Sì!”
Abbandoniamo il brusio che irrimediabilmente inizia ad accumularsi davanti al locale.
Camminiamo con passi lenti e asimmetrici, altalenanti come barche attraccate ad un molo, avvolti dai colori della notte.
Osservo il suo viso dalle mie iridi nere e cupe: i lunghi capelli biondi e lisci, le grandi labbra, gli occhi fulgidi, un piccolo anello che decora il naso, una leggera cicatrice risale dalla parte destra del collo, una cicatrice di cui lei si vergogna un po’ ma che io vorrei baciarle qui, in questo momento mentre mi racconta schegge della sua vita.
All’improvviso piccole ed impercettibili gocce cadono sui nostri vestiti, alcune me le sento addosso come una benedizione, le sento scivolare lentamente tra le trame dei miei capelli.
La mia auto è ad un passo ma mi fermo immobile ad accogliere le lacrime pure del cielo.
“Entriamo in macchina…” mi dice.
Le stille che hanno per un attimo condotto la loro esistenza sulle sponde dei miei contorni, adesso spengono la loro breve e intensa vita sui finestrini della mia auto tratteggiando vaghe linee trasparenti.
“Sembra…come se non volesse smettere…mai…”
“Ti fa paura?”
“Sono qui con te…”
“Potremo far smettere…”
“In che modo?” sorride
I suoi occhi mi fissano a lungo in un profondo eco di luce e fulgore, di fuochi e rose.
“sai… io… noi potremo fare in modo che finisca… a volte…”
Le prendo dolcemente il viso con le mani e la bacio, a lungo.
Il battito della pioggia scema lentamente fino a spegnersi del tutto, volgo lo sguardo sullo specchietto dell’auto e ritrovo la mia immagine.
Accendo la radio, lei si toglie la maglia rossa, ci baciamo; le sfilo il reggiseno, avvicino le mie labbra ai suoi seni rosei e sento il battito del suo cuore, mentre i Modena City Rambles cantano:  “…in un giorno di pioggia ho imparato ad amarti, mi hai preso per mano portandomi via…”.
La sua mano sopra la mia mentre cambio marcia al motore. I nostri occhi sono lucenti e pieni di speranza. L’odore del suo sesso è impreso sull’atmosfera che si infrange sui vetri e il sapore di pioggia umida che filtra dalle sottili aperture dei finestrini si impregna del suo profumo. Poi, il rumore ruvido dello stridere di copertoni usurati dall’asfalto e il suono metallico di velocità in frantumi spazzano via ogni sapore. Un urlo tagliente come il soffio di una fiamma ossidrica che fora il cuore apre la notte.
Luci confuse e frammentate si mescolano in un tripudio di caos. Ho in bocca il sapore amaro della morte. I suoi occhi sono nascosti. Sono incastrato tra pezzi di alluminio e plastica e sento sparsi sul ventre il peso leggero di resti di vetri spezzati. Allungo la mano verso la mia destra. Solo plastica lacerata. Alcune ombre mi circondano. Sollevo la mano verso la testa, sto perdendo molto sangue. Cerco di uscire ma le gambe non rispondono.
Fuori ci sono lamiere cosparse di colori caldi che graffiano il cemento. L’asfalto è una lava incendiaria di rottami e sangue. Spingo con forza lo sportello dell’abitacolo. Cado per terra. Le ombre si avvicinano. Sento guaire delle sirene. Un brusio impercettibile di voci. Striscio come un lombrico per terra. Cerco di trovare le forze per alzarmi. Qualcuno o qualcosa cerca di fermarmi. Le sirene guaiscono più intensamente. Desisto, sono debole. Cerco i suoi occhi in quella confusione di suoni e ombre ma vedo solo tante scarpe che si muovono lentamente, indecise, sull’asfalto freddo e nero. Figure geometriche in ribellione. Sangue e materia. Le luci dell’autoambulanza illuminano e accecano i miei occhi. Mi sforzo di vedere oltre quella immensa prateria di cuoio e pelle. La pioggia inizia a cadere lentamente. Alcuni uomini con delle barelle escono dall’autoambulanza. La folla si apre, gli uomini vengono avanti. Cerco i suoi occhi e trovo il suo corpo sopra il cofano dell’auto che ci ha tamponato. Mi dà le spalle. Mi ha abbandonato. Il sapore della morte si fa più amaro. Le lacrime di sale scendono toccando il cemento ruvido.
Un medico scuote la testa. Altri uomini cercano di mettermi sulla barella. Non lo sentite questo odore acre. Non ha battito, il suo respiro è nell’aria che ci circonda. Smettetela! Non respirate, non la consumate. La sua anima sta fluttuando tra le fitte luci bluastre della morte. La mettono sulla barella come una cosa, un oggetto guasto e la coprano con un lenzuolo bianco. Adesso cercano di portami via. Il sapore si fa più intenso, sorrido. Presto, i nostri occhi si rifletteranno. Ancora e per sempre, io sentirò il tuo battito.

La magia della "Terra Bianca"


Angela Plati
La magia della “Terra Bianca”

Le leggende della valle di Vitalba raccontano che Federico I Barbarossa, in vecchiaia, si ritirò nel castello di Lagopesole. Leggende e storicità lo indicano afflitto da una deformità congenita ilare: orecchie allungate e puntute. Un imperatore, non poteva essere soggetto al ludibrio dei sudditi, le persone da temere devono essere perfette, per la qual ragione era un problema anche la semplice rasatura. La capigliatura doveva sempre rimanere fluente affinché coprisse la deformità. Non potendo contare sul  silenzio dei barbieri, questi venivano puntualmente eliminati, compiuta la loro opera. Se ne salvò uno, giovane e scaltro. Preservò la vita e, a modo suo, il segreto. Il semplice termine “segreto” induce alla divulgazione. È destino di questo vocabolo. Ci si sente sempre onorati di venirli a sapere e la clausula di doverlo custodire porta a tenerlo sulla punta della lingua. Essere, poi, a conoscenza di quelli di persone ricattabili investe d’autorità. Il giovane barbiere, scampato all’agguato, non resistette alla necessità di sfogarsi: scavata una profonda buca nelle campagne di Lagopesole vi gridò dentro, con tutta la forza che aveva in corpo, il segreto dell’imperatore. E il segreto non morì in quella buca. Vi crebbero delle canne che, agitate dal vento, diffusero la notizia ai quattro angoli della terra come una canzone: “Federico Barbarossa tène l’orecchie all’asinà a a a a …”! I ritornelli  lucani hanno continuato ad evocare la leggenda nei canti popolari. Potrebbe, tuttavia, non essere affatto una leggenda. La mensola in forma di testa maschile scolpita sul donjon del castello sopra il suo ingresso è una testa coronata, con due grandi orecchie a punta in bella vista, in cui la tradizione riconosce ancora una volta il nonno di Federico II.
Una luce intensa appare e scompare in prossimità del Castello nelle notti di luna piena. Il suo chiarore si diffonde per tutta la campagna accompagnato da lamenti e singhiozzi disperati. Si tramanda che questa luce sia di Elena degli Angeli, sposa felice di Manfredi di Svevia, in cerca del marito, dei figli e della loro felice esistenza, ad un certo momento troncata. Nelle stesse notti, negli angoli della campagna non raggiunti da essa e dalla luce lunare, si aggira lo stesso Manfredi, all’oscuro della presenza della moglie. Infelice quanto lei, vaga avvolto in un mantello verde su di uno splendido cavallo bianco. Si cercano vanamente, nel tentativo di ricongiungersi e ritrovare la felicità nello stesso posto che li ha visti vivere amorosamente. Un desiderio dannatamente impossibile.
Leggende e storicità del Castello Rosso.
La Basilicata ha tanti segreti da svelare. Storie irrisolte che la fanno definire dall’antropologo Ernesto De Martino “magica terra lucana”. Di recente, uno spontaneo passaparola ha scatenato la ricerca del “Santo Graal” nelle Basiliche Lucane, meta dei ritiri spirituali dei Templari. Secondo la maggior parte delle fonti storiche, il “Santo Graal” è il calice di Gesù dell’ultima cena anche usato per raccogliere il suo sangue dopo la Crocifissione, custodito dai Cavalieri Templari e mai ritrovato. “Il Codice Da Vinci”, discusso successo editoriale di Dan Brown, ha riportato l’argomento all’attualità.  Per quanto contestato, il suo libro ha acceso i riflettori su un’incognita, dando la possibilità agli appassionati di trovarvi una risoluzione. La bellezza dei libri è proprio quella di incuriosire le menti, nutrirle, sfamarle. Soddisfarle.
Cattedrali fra Dolomiti in un comune svettare verso il Cielo. Kilometri  di silenzio. Un silenzio fatto per preghiere raccolte. In una terra povera da sempre non ci si risparmia in devozione, perché tutto ciò che si riesce a produrre, da tanta caparbia aridità, è miracolo e lode al Signore. Solo la Lucania poteva ricevere segreti e conservarli. In silenzio.
Terra che ha visto il passaggio di martiri.
Innocenti e fedeli sino alla morte ad una Chiesa che, in principio, non ebbe la forza di proteggerli dall’inquisizione di Filippo IV il Bello e poi si asservì allo stesso, i Templari non si piegarono d’avanti a torture o roghi, nonostante potessero comprarsi la libertà. Fino alla fine martiri della Verità, cristiani migliori del Papà Clemente V e dei suoi cardinali. Non confessarono mai la loro ereticità, né mai sono rinvenute prove. Il desiderio di libertà è più forte di ogni abnegazione. È una naturale propensione. Rinunciarvi sino al sacrificio della vita, per non tradire il voto di ubbidienza, è, per molti, al di sopra di ogni umana comprensione. Nonostante ciò, nessun Templare venne meno alla regola.
Ritengo Papa Clemente V un’icona delle contraddizioni medievali. Pontefice, nonostante che per carattere, per condizioni di salute e per sfacciati interessi personali, non fosse all’altezza della carica papale, tanto meno in un periodo di profondo fervore religioso.  Accusato dalla storia di simonia, è noto per aver inaugurato il periodo della cattività avignonese.  È lo stesso che Dante collocò nel IX girone infernale. Bertrand de Got, diventato Pontefice senza neanche essere cardinale, iniziò il suo papato sotto cattivi auspici. Durante il corteo per la  sua incoronazione a Lione, morirono 12 uomini per la caduta di un muro che colpì lui stesso.  Carlo di Valois, fratello del re, gli riconsegnò la tiara rotolata nella polvere. Sia lui che Filippo IV ebbero, poi, una morte orribile.
I Templari sono gli unici ai quali non è stato rivisto il processo d’inquisizione nonostante i ritrovamenti di numerose testimonianze a loro favore, da  ricerche laiche.  Giovanna D’arco, già dopo 40 anni dal suo rogo, fu canonizzata  Santa. È stato, tra gli altri, rivisto il processo di Galileo Galilei. Al contrario, i Templari, che non sguainarono la spada come Calvino, gli albigesi e gli ugonotti, cruentamente dissenzienti e tuttavia supplicati di perdono da Papa Paolo VI, e che rimasero sino in fondo servitori della Chiesa, non sono ancora per Essa argomento di dibattito. Il loro ordine non è mai più stato reinstaurato, al contrario di quello dei gesuiti ripristinato con un decreto di Pio VII che abrogò quello di Clemente XIV.
L’ordine dei Templari, in realtà, non aveva avuto amici neanche nel periodo del loro massimo fulgore. Gli altri due ordini, i Cavalieri Teutonici e i Gerosolimitani, assistettero in silenzio al loro sterminio, nonostante il loro intervento potesse essere determinante. Dissidi politici ed economici, specialmente in Terra Santa. I Gerosolimitani si mostrarono, comunque, i più cavallereschi. A Chinon, in prigione, contattarono il gran maestro dei Templari, Molay, per offrire il loro sostegno. Molay rifiutò, considerando già tutto perduto. I Gerosolimitani  si ritirarono in nome della prudenza. Se si fossero schierati troppo apertamente dalla parte degli sventurati Templari, sarebbero stati sospettati di difendere, in fondo, se stessi. La Chiesa è da sempre accusata d’interessi economici ed è palese come questa motivazione  sia stata motivo di divisione al suo interno. I Templari, divenuti ricchissimi, persero tutti i loro averi per la cupidigia di Filippo IV, senza alcun intervento a loro favore da parte di chi, apparentemente svolgeva il loro stesso servigio, in realtà mirava ugualmente a conquiste del tutto temporali.
Ad accoglierci nella terra bianca, però, non sono stati i Templari, dissolti nella loro storia, ma proprio le Dolomiti Lucane. Dalla superstrada che percorre la valle del Basento, ripide e tortuose strade conducono a Castelmezzano e Pietrapertosa, i due paesi sorvegliati dai torrioni rocciosi del parco Gallipoli – Cognato. È elemento distintivo dei paesi lucani sorgere sui pendii.

…una catena di guglie di rocce arenarie,
profondamente incisa nella gola scavata
dal rio Caperino, svetta irta ed aspra
nella valle sinuosa del Basento tra
Albano e Campomaggiore.
La natura è un tempio dove pilastri vivi
mormorano a tratti indistinte parole;
l’uomo passa tra le foreste di simboli che
l’osservano con sguardi famigliari.

Charles Baudelaire

Bellissime, aspre, selvagge. Spoglie e suggestive. Segrete, nella loro apparente nudità ricche di flora e fauna scomparsa altrove.
La cucina lucana ha sapori estremamente decisi come l’asprezza della sua terra inondata di sole. Il maiale ne è il protagonista indiscusso. In genere magrissimo, produce un prosciutto di consistenza asciutta e nervosa che i lucani amano insaporire in modo piccante. Ce ne parlavano già gli storici Varrone e Cicerone, ma anche Apicio e Marziale, della “luganega”  aromatizzata con pepe nero e peperone rosso dal gusto aggressivo che si mangia fresca, arrostita o fritta, oppure la si fa seccare e affumicare, o ancora la si mette sott’olio. Le  soppressate e i capocolli hanno un gusto introvabile, mentre la “pezzenta”, il salame dei poveri fatto dagli scarti della macellazione minutamente tritati, aromatizzato con dosi generose di aglio e pepe, è la specialità culinaria che caratterizza la regione. Mi darà ragione chi ha assaporato questi salumi accompagnati con l’Aglianico del Vulture, l’intenso vino rosso locale. È particolarissimo. Rosso, se invecchiato con riflessi arancioni. Di sapore fresco e armonico, in sintonia col suo profumo delicato. La loro prelibatezza è ulteriormente esaltata se accompagnati col pane di Matera, unico per la sua fragranza. Anche questo si contraddistingue per l’introvabilità in altre zone. È di sola semola, in forme di grandi dimensioni, capace di mantenere intatto il suo sapore anche per alcuni giorni.
La cucina lucana è un’accogliente tavola umile e infuocata.  L’assoluto, indiscusso, protagonista è il peperoncino, nelle accezioni dialettali diavulicchiu, frangisello, pupon o cerasella. Iniziato ad adoperare, il suo sapore forte e deciso fa sembrare sciapiti tutti i piatti che non lo contengono.  Miscelare sapientemente le spezie per esaltare i piatti più poveri è nato come una necessità ed è diventato gusto. Fra tutte, il peperoncino, anche quello fritto nell’olio, è l’ingrediente immancabile nel “pranzo del contadino” che per natura o per usanza era tenuto ad essere “bue di giorno e toro di notte”.  Gli si affidava anche la cura della malaria. Il peperoncino, senza alcun dubbio, è l’incontestato spirito di Lucania.
L’unicità della calda cucina lucana, basata sulla sapiente unione di cibi semplici e genuini, ha come specificità l’uso del rafano, il tartufo dei poveri, e dei lampascioni, una cipolletta selvatica. Usato è l’olio d’oliva, mentre quasi sconosciuto è il burro.
Termino con un’ultima citazione, culturale e culinaria, per onorare la Lucania: Orazio nella VI satira parla della “zuppa lucana” di ceci e porri.
La regione Lucania è, alla fin fine, una fucina di sorprese, coglibili da chi non si ferma alle scarne apparenze.

"Il finimento del Paese" di Ermes Dorigo


“Bello, intenso, con splendidi passaggi e paesaggi, duro e anche scorbutico, ma è quello che ci vuole”, così Claudio Magris definisce sinteticamente Il finimento del Paese di Ermes Dorigo (edizioni Kappa Vu, Udine, prezzo di copertina 15 euro), che è accompagnato anche da due scritti di Mario Rigoni Stern e Marosia Castaldi.

La narrazione de Il finimento del paese di Ermes Dorigo si apre come una carnica “Conversazione in Sicilia”. Il protagonista, Italico Deodati, nelle cui sembianze si è tentati di vedere un alter ego dell’autore, torna al paese natale, dove gira per le strade e fa incontri e intavola discussioni. Senonché ben presto la conversazione si sposta in interiore hominis, secondo una tipologia del romanzo contemporaneo che parte dal dostojesvkiano Romanzo del sottosuolo e, in Italia, da Uno, nessuno e centomila di Pirandello.

Un romanzo che narra anche il farsi della narrazione, coinvolgendo il lettore, come un investigatore, a seguire le varie tracce e a tirare i fili di un raccontare apparentemente frammentario, anche per il plurilinguismo, pluristilismo e commistione dei generi che lo connota, in realtà sostenuto da un solido impianto costruttivo. Più che un protagonista, Italico Deodati, abbiamo un personaggio centrale, in bilico tra essere e non essere, che ritorna nella sua terra, la Carnia, che ha la stessa precaria identità; ormai homeless, alloggia in una stanza d’albergo, dal nome metaforico, Roma, che permette sia di ripercorrere criticamente la cultura locale sia di metaforizzare la condizione dell’Italia contemporanea, rivisitata, anche in forme paradossali, nella sua contraddittoria storia novecentesca.

Con l’aiuto di Camunio, Mindonio e Memo, personificazioni dell’istinto, della ragione e della memoria, Italico riscopre la sessualità – sereno e trasparente erotismo di un caleidoscopio di figure femminili, alcune, indimenticabili, come Arlette. Una serie di repentini movimenti psicologici e culturali, che trasportano il lettore a Budapest, Zurigo, Trieste, Bosnia, inserendo il problema dell’identità nazionale italiana in un contesto internazionale, attraversando Urbino, il simbolo della bellezza e del civismo passato, creando una forte frizione tra antica bellezza civile e l’odierno degrado del Paese. Un romanzo local-globale, in cui il tema dell’identità individuale e collettiva viene affrontato con forte impegno etico-civile, problematicamente e senza indulgenze folkloriche e localistiche, anzi, con una scrittura, che sorprende continuamente il lettore con repentini cambiamenti e impasti diversi di registri, di ritmi e di generi. Un romanzo tragicomico, intenso e beffardo, disperato e sarcastico, enigmatico e ingenuo come la vita. Un romanzo che incuriosisce il lettore fin dall’inizio, in quanto si apre con una Prefazione del Ghost-writer, per cui ci si pone la domanda: ma il romanzo chi l’ha scritto: Dorigo, Italico o il Ghost? Oppure tutti e tre insieme? Chi è il Ghost? L’ispirazione, una forza superiore, che utilizza lo scrittore per i suoi fini? Il lettore partecipa, quindi, sollecitato nella sua intelligenza critica, anche ad un romanzo parallelo: la favola magica e tragica della creazione letteraria, che alla fin fine rappresenta il farsi e disfarsi degli interrogativi esistenziali, che si pongono tutti gli uomini e che lo scrittore racconta nelle sue forme e dal suo punto di vista.

Un triplice ‘finimento’, dunque: come fine, termine di un’idealità d’Italia; come briglie, guida, reggimento politico; come ornamento, ricchezza artistica e spirituale, sempre presenti come contraltare del degrado e della massificazione attuale: il Bello non come mero evento estetico, ma come fattore di incivilimento e cultura, la qualità della polis, la nostalgia della quale è simboleggiata dalla presenza costante della/e piazza/e, oggi vuota/e, un tempo luogo di incontro, di scambio comunicativo, di civile costruttivo confronto.

Elisa Davoglio legge Claudia Ruggeri.


Riceviamo e segnaliamo grazie a Bianca Madeccia questa clip, nella quale la poetessa Elisa Davoglio (autrice dell’esordio poetico “Olio burning” per Giulio Perrone Editore) legge versi di Claudia Ruggeri. Della stessa autrice, su Musicaos.it (Anno 1, Numero 5, Maggio 2004), potete leggere il testo de “Il Matto” e vederne la sua prima edizione su rivista.

Il Talismano (Stephen King). Mathieu Ratthe.


Il Talismano” Demo Scene, è basato su una storia scritta da Stephen King e Peter Straub. Il mio obiettivo principale nel creare quest’opera è quello di dimostrare le mia capacità come regista ai produttori che detengono i diritti della storia: STEVEN SPIELBERG. La scena è stata girata in due giorni.”

Mathieu Ratthe
della Matt Ratt Productions