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Il ritorno de “l’incantiere”, lunedì 30 Marzo a Lecce.


lincantiere

Ritorna “l’incantiere”, la storica rivista di poesia curata dal “Laboratorio di poesia” di Lecce, diretta da Walter Vergallo e redatta con il supporto infaticabile di Arrigo Colombo, Gino Pisanò, Fernando Cezzi. “L’incantiere” è stato uno dei momenti di incontro di coloro che fanno e apprezzano la poesia. Memorabili alcuni numeri monografici, come quello su Dario Bellezza.

Questo numero è dedicato a Carmelo Bene. Il numero si apre con una poesia del Maestro. Segue un saggio di Walter Vergallo, intitolato Per Carmelo Bene: l’ego, il tu, l’oggetto (-natura); il tempo; il manque. E’ la volta poi di un ricordo di Piergiorgio Giacchè, intitolato significativamente “Perdere un amico”; per concludere poi la sezione critica della rivista con un intervento di Luigi A. Santoro, dal titolo “Ricordo”. Completano questo numero due interventi poetici, “Sul tema della donna pensosa” di Arrigo Colombo e “nel viaggio: segno voce significazione simbolo”, di Walter Vergallo. Il numero è impreziosito dalle fotografie di Anna Maria Contenti.

La rivista verrà presentata con uno spettacolo di poesia Lunedì 30 Marzo, alle ore 19.30, presso la Sala Conferenze del Castello Carlo V.

Cliccando sull’immagine qui sotto potete leggere la prima pagina, contenente gli indirizzi per richiederne una copia o per effettuare un abbonamento della rivista.

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Michele Pierri, Alda Merini. Una precisazione.


Pubblico qui di seguito una email ricevuta da Lucio Pierri, figlio di Michele Pierri, a proposito di un articolo scritto da Augusto Benemeglio e pubblicato qualche anno fa su Musicaos.it. L’articolo in questione riguardava il rapporto tra Michele Pierri e Alda Merini. Naturalmente sono a disposizione per ulteriori chiarimenti/informazioni/contatti, al mio indirizzo di posta.

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Vorrei comunicare al prof. Benemeglio, a proposito del suo articolo su Pierri e Alda Merini, poeti di gazze, alcune precisazioni su quanto scritto.
La differenza di età tra mio padre Michele Pierri e la Merini era di trenta anni, la Merini non era alcolizzata, nel suo periodo di permanenza a Taranto non l’ho mai vista bere.
Non parlerei di eredi Pierri, perchè mio padre, primaro chirurgo  dell’ospedale civile, è morto pressocché povero,avendo come unica proprietà un alloggio INA casa, che è stato venduto per rispettare la sua volontà testamentaria e devolvere un terzo del ricavato alla Merini. Io stesso mi sono adoperato presso il giudice (dott. Vella) e il notaio (dott.Cito) perchè inviassero nel più breve tempo possibile quanto di sua spettanza, circa 70 milioni.
Il poemetto Chico ed io, composto per la morte di una gazza che viveva in famiglia con noi, non  consta di 54 versi, ma di 59 liriche, ed  è stato scritto da Pierri diversi anni prima di conoscere la Merini.
Nessuno ha trattato la Merini come una appestata dopo il suo ricovero nella psichiatria tarantina, peggio di un lager perchè per mancanza di spazio i malati erano costretti sempre a letto; abbiamo cercato di tirarla fuori al più presto, in quel momento anche mio padre era ricoverato in chirurgia e non ha potuto aiutarla. Andavo a trovarla dopo il lavoro, i medici  me la affidavano per farla uscire a passeggio insieme ad un altro giovane ricoverato, che non ho mai capito perchè stesse dentro.
Per avere informazioni più dettagliate su Michele Pierri e anche del rapporto con la Merini, è opportuno consultare il numero monografico della Rivista Cenacolo, “Omaggio a Michele Pierri”,  della Società di Storia Patria di Taranto, ed. Mandese anno 2004, dove è stata pubblicata una biografia da me scritta accanto ad  un esteso saggio di Donato Valli.

cordialmente Lucio Pierri

Mal di Primavera


Finalmente la Primavera, tra gli altri giorno dedicato alla Poesia, quella con la P maiuscola. I più si attrezzeranno, come al solito, citando la poesia di Alda Merini “sono nata il 21 a primavera“. Auguri a Alda, la più grande. Per tutti gli altri l’appuntamento è qui per le  RarefAZIONI futuriste. Riuscirà la poesia a farci dimenticare ciò che ci circonda? Oppure: riuscirà la Poesia a farci ricordare, verso dopo verso, tutto ciò che ci circonda?

This is the end.


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“Questo romanzo è stato scritto nell’arco di quindici anni e assume la sua forma definitiva soltanto adesso, ora che la terza e ultima parte si aggiunge alle prime due che videro la luce nel 2001 e nel 2003. Del tutto rivisto nelle prime due parti, dunque, e finalmente concluso, “Canti del caos” si presenta in tutta la sua assoluta singolarità. Concepito per non lasciare indifferenti, a costo anche di suscitare reazioni di rifiuto, questo romanzo si accampa come opera incandescente, vertiginosa, un’opera che va a inscriversi immediatamente, di diritto, nel novero di quelle imprese estreme che come grandi massi erratici punteggiano la storia della letteratura. “Canti del caos” si è andato formando nel corso del tempo come un organismo vivente, pieno di violenza ma anche di delicatezza e dolcezza, di oscenità ma anche di trascendenza, di passaggi narrativi incalzanti e di affondi lirici. Nella sua gigantesca macchina realistica e metaforica vengono macinati e trascesi i codici, i generi e gli orizzonti letterari di questa epoca: la fantascienza, il poliziesco, il comico, la pornografia, il fantasy, l’horror, il romanzo d’amore, il saggio scientifico e filosofico, la meditazione religiosa e mistica”.

Antonio Moresco, Canti del caos, Mondadori, 9788804584452, pp. 1080

[continua]

Io Sudo e tu?


ilovesud

Litigano di nascosto. Si spaccano in pubblico. Si nascondono. Si manifestano. Fanno gruppo. Fanno gruppuscolo. Fanno fazione. Si agitano. Hanno paura di scomparire inghiottiti dal Leviatano. Adorano il Leviatano. Telefonano. Prendono caffè. Si agglomerano. Costruiscono alleanze. Fondano correnti. Aprono le finestre. Chiudono il dibattito. Riaprono il dibattito. Si siedono e fanno silenzio. Accettano le direttive del direttivo. Contestano le direttive. Passa un po’ di tempo. Inaugurano. Ritrattano. Rifondano. Temono la dispersione e l’astensionismo. Rimescolano.  Proprio non va giù che il Nord li tiri sù. Proprio non va a Sud che il nord lo tiri giù. Assemblano. PiDieLlizzano. Fanno tanto moto. Davvero tanto moto. Tutti i giorni. Minoritari fanno tutti gli sforzi per non scomparire. Sudano.
Segno dei tempi, davvero: ma che bella questa Destra che si comporta da Sinistra!

La soluzione? Tirare fuori le p***e


umbertobossi

Nonostante tutta la disinvoltura cui mi sono abituato mi riesce difficile scriverlo. Ma in fondo, forse, ci ha ragione Colaninno. “Tirare fuori le palle” è l’unica cosa che resta al PD per dimostrare a se stesso di avere ancora un’anima. Già, tirare fuori le palle. Ecco la lezione da imparare e mettere in pratica. Proprio così: “tirare fuori le palle”.

“È il ministro dello Sviluppo economico del governo ombra del Pd Matteo Colaninno ad abbandonare uno stile di solito compassato per usarne un molto più colorito quando esorta i delegati dell’Assemblea nazionale del Pd affrontare la crisi con determinazione e a mostrare un profilo combattivo”.

Insomma, TIRARE FUORI LE PALLE, un po’ per sopravvivere, un po’ per non morire. Un po’ per non essere sconfitti e, soprattutto, per somigliare ai vincitori. “Tirare fuori le palle”, bello slogan, da chi lo hanno preso? Fin troppo facile. Dalla LEGA.

Nonsense economico riduzionista.


silvioberlusconi

Silvio Berlusconi, Presidente del Consiglio, ha dichiarato che le banche potrebbero essere nazionalizzate.[La nazionalizzazione delle banche per mantenere i livelli di credito "e' soltanto per ora una ipotesi" ore 16.57 di ieri, al termine della conferenza con Gordon Brown, sole24ore] Ma non quelle italiane. Ovvero. Il presidente del consiglio di uno stato europeo per uscire dalla crisi suggerisce di nazionalizzare le banche ai suoi colleghi ministri dell’economia degli altri paesi europei. Le banche italiane, infatti, sono sane. Oggi un’azione dell’Unicredit costa 0,90 centesimi. Meno del prezzo del giornale dove si annuncia che il presidente Silvio Berlusconi sostiene che le banche italiane sono sane e che le banche degli altri andrebbero (in ipotesi) nazionalizzate.

Io ti ho v****o. Tu cosa hai fatto?


veltroni

Io ti ho v****o. Tu cosa hai fatto? Cosa hai fatto quando negli anni novanta il Cavaliere, nonostante tutto, prendeva piede e consenso entrando dalla porta (a porta) di casa, direttamente dal video? È evidente che un errore c’è stato. Provo a risalire il fiume e considerarmi, in piena umiltà, parte di questo errore sotto forma di elettore. Dovevo fare di più? Nella misura in cui appartenente a una base stranominata e arcinota dovevo fare più girotondi? Dovevo scendere in piazza anche quando era vuota? Dovevo firmare più appelli? Dovevo abbonarmi di più? Ho fatto quello che potevo e ce l’ho messa tutta. Ho studiato prima, ho lavorato poi, ho v****o sempre. E tu, con i miei ultimi voti, cosa hai fatto? Cosa è cambiato? Stamattina ho letto un articolo sulla stampa di Lucia Annunziata. Come non darle ragione. Cito mettendo qualche neretto:

“Più che desiderio di ricucire, quel «no» è apparso come un desiderio di guadagnare tempo. La discussione infatti si è rapidamente orientata non sul merito, ma sul calendario. Quel calendario che è la gabbia mentale e fisica di questa politica oggi: elezioni a giugno, cda Rai da nominare forse già domani, tesseramento in ritardo, testamento biologico da approvare. Pareva di veder passare negli occhi di molti dei presenti lo scorrere di questa agenda. Il Pd da mesi non fa altro che navigare così, da un appuntamento istituzionale all’altro, vedendo in ognuno l’occasione di piccole sconfitte e vittorie: un processo che ormai da anni, fra scadenze parlamentari e urne, ha sostituito per questo partito il percorso appassionato e visionario della strategia politica.”

Mentre il Cavaliere naviga da un processo all’altro ecco che il PD è ingabbiato nel calendario, nella burocrazia, nella più completa distanza tra sé e le persone che lo hanno votato. Che tristezza. Cosa dovevo fare? Dovevo essere più presente? Dovevo fare più passaparola? Se c’era qualcuno che i voti li comprava e li vendeva, cosa deprecabile, vuol dire che i voti avevano un valore. Oggi temo di avere creduto nel vuoto anziché nel voto. Organizzate i vostri cocci ragazzi. Fatelo in un’osteria in, davanti a un menù chic, dopo avere visto l’ultimo film cool, che è così cool da piacere a destra e a sinistra. Già. Destra e sinistra. Non c’è più differenza. La differenza non è in parlamento. La differenza non è rappresentata. La differenza è così delusa da non andare nemmeno alle urne. Che tristessa.

È ora che la soluzione venga da voi. Anche se in questi anni ci avete insegnato di non essere in grado di congetturare una soluzione. Prima di costringerci a cercare le vostre tracce residue nei manuali di filosofia scolastica, tipo “Le cinque prove dell’esistenza della sinistra”. Altrimenti inchiodati alle vostre responsabilità non avrete più di elettori disposti a sentirsi in colpa per i vostri errori.

Staccare la spina.


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Imperial bedroom“, il titolo di un album di Elvis Costello che dovrebbe dare il titolo al romanzo a cui sta lavorando Bret Easton Ellis. Si tratta del seguito di “Meno di zero”, il suo primo romanzo, che dovrebbe uscire nel 2010. L’album che da il titolo al libro è lo stesso che contiene la canzone intitolata “Almost Blue”, del 1982. Da non confondere con l’omonimo album uscito nel 1981. Nel frattempo in Italia, da qualche settimana, al lunedì, un gruppo di ragazzini scalmanati e senza barba stupra una ragazzina, una qualsiasi. Al mercoledì è il turno di uno o più extracomunitari, che stuprano una donna o una bimba. Al sabato è l’ora degli scalmanati ragazzini che decidono di dare fuoco a qualche extracomunitario. Per ritorsione, al lunedì successivo, è l’ora di un rom che decide di dare fuoco a uno scalmanato prima che questo cominci a stuprare una ragazzina. E così finché accade e nessuno fa qualcosa perché finisca, a meno che nei paraggi non incominci un G7 o G8 o, come dice Berlusconi, un G7 che tecnicamente è un G8.
Detto ciò si potrebbe anche staccare la spina. Se non fosse che nel nostro paese c’è qualcuno che ti rompe le palle anche quando vuoi staccare una spina.

Finalmente.


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Nel marzo del 2009 Mondadori pubblicherà “Canti del caos” di Antonio Moresco. Dopo la pubblicazione della prima parte (Feltrinelli, 2001), e della seconda (Rizzoli, 2003), finalmente potremo leggere la terza e ultima (?) parte di questo capolavoro. Il libro di uno che si è messo in testa di scrivere un capolavoro e ci è riuscito. Finalmente è un avverbio giustificato anche dal fatto che le edizioni precedenti sono al momento di difficile reperibilità, quindi molti lettori che hanno sentito parlare di quest’opera senza averla letta potranno approfittarne. Ma perché questo libro mi piace (non dico “è bello”, dico “mi piace”)? Anzitutto perché la prosa di Moresco è dotata di un ritmo e di una pervasività cerebrale incredibili. Non è facile leggere una pagina dei “Canti del caos” e non rimanere colpiti dalla densità specifica di mondo che Moresco mette nell’opera. L’altra cosa che mi ha sempre colpito di questo testo è la pressocché istantanea sospensione della realtà e la sua trasformazione in realtà magica, malleabile, manipolabile. Il mondo entra in questo romanzo senza che faccia il suo ingresso la contemporaneità. Ecco perché questo libro riesce a proiettarsi in una dimensione temporale che salta il fosso e diviene letteratura. Il fatto letterario, la letterarietà, la moltiplicazione delle immagini, la frammentazione che diviene unitarietà della trama; il motivo per cui consiglio la lettura di questo libro è che i “Canti del caos” è un classico. Da ciò l’attesa per una terza e conclusiva parte che spero raggiunga gli stessi livelli di espressione poetica.

La differenza


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Mi preoccupano le persone quando cominciano a vantare la paternità sulle idee. Ecco una differenza che passa tra concetti e idee. Un concetto lo si può creare, manipolare, ci si può aggiungere qualche azione oppure, limando all’osso per i più stupidi, renderlo addirittura fruibile. Ci si può incollare un’etichetta. Un’idea no. Nel bene o nel male quando un’idea viene partorita è di tutti. L’idea è puttana all’origine. “Mi è venuta un’idea”, come mi è venuto uno starnuto. Eravamo entrambi vicino alla finestra, poteva venire a tutti e due, invece è venuto a me. “Mi è venuta un’idea”, ecco, non sono nemmeno io il responsabile di ciò che mi viene in mente. Allora molti, annusando le idee, credono di averle pensate. L’idea è puttana all’origine, quindi difficilmente potremo farla diventare nostra amante. Dopo un po’ le idee si scocciano perfino dei recipienti più grossi.

Cammino da sempre sopra i pezzi di vetro e non ho mai capito come.


Ci metto tutta la forza che posso. Faccio sforzi innumerevoli. Cerco di diventare grande in maniera decente, con tutta la forza che posso. Faccio in modo che il reazionariato popolare non mi sommerga. Eppure. Eppure sono un po’ di giorni che nonostante tutto sono sfiorato dal sentore che gli anni novanta tutta questa merda non sono stati. C’era “Canzoni d’amore” di Francesco De Gregori, e c’erano i Nirvana, e c’erano Nietzsche e Marx che a stenti a stenti ancora si davano la mano. Quasi quasi c’erano ancora la destra e la sinistra. Povero me. Per non parlare del fatto che c’era l’hard-core, la Stazione Ippica. C’erano i concerti, la preparazione, le prove interminabili, l’eterno ritorno di un giro di basso e un assolo di chitarra mentre la batteria ti frantumava i timpani. C’erano gli amori che iniziavano al venerdì sera e si spegnevano nell’inedia di una domenica pomeriggio. Ci metto tutta la forza che posso. Faccio sforzi innumerevoli. Se potessi scegliere rinascerei nel 1975.

Il sosia (7)


busterkeaton

Alla fine successe ciò che il sosia aveva atteso da tanto tempo. Passarono abbastanza mesi perché il sosia rimpiazzasse l’originale. Oramai tutti guardavano al sosia come a un esempio. Alcuni andarono a cercare articoli di giornali, frammenti che si ricordavano a malapena, pezzi smarriti nei quali credevano di avere intravisto una prova, anche piccola, capace di provare la differenza tra il sosia e l’originale. Troppo tardi. Il tempo e l’oblio avevano fatto il resto. Il sosia aveva vinto. Per l’originale iniziava il lavoro più duro, quello di tirare fuori la testa, ancora una volta, dal mucchio di merda nel quale veniva ficcato di continuo, “il sosia avrà passo breve, ansimerà prima dell’angolo, la sua corsa si arresterà”. L’originale continuava a ripetersi queste frasi, come una preghiera.

leggi qui i precedenti interventi de “Il sosia”

Processo agli scorpioni. Il booktrailer


Segnalo con piacere il booktrailer del libro “Processo agli scorpioni” di Jasmina Tesanovic (2009 Stampa Alternativa). Il trailer, di cui si consiglia la visione a un pubblico adulto e poco facilmente impressionabile, è realizzato da Luigi Milani e Aurora Alicino.

Jasmina Tešanović è nata a Belgrado nel 1954. Scrittrice, giornalista, traduttrice, autrice teatrale e regista, fa parte dell’associazione femminista Donne in Nero. Autrice del celebre Diary of a Political Idiot, scritto in tempo reale durante la guerra del Kosovo, tradotto e pubblicato in tutto il mondo, è una delle blogger più famose della Rete. L’ultimo libro pubblicato in Italia è Processo agli Scorpioni, cronaca del processo alla banda degli Skorpion, gruppo paramilitare serbo macchiatosi di crimini di guerra durante la guerra del Kosovo.