Elio Coriano: poesia senza maestri.


“Umanità schierata dinnanzi a bocche di fuoco,
rullio di tamburi, fronti di oscuri guerrieri,
passi nella nebbia di sangue; nero ferro tintinna;
disperazione, notte in tristi cervelli:
qui l’ombra di Eva, caccia e rosso denaro.
Nuvole che una luce attraversa, la Cena.
Dimora in pane e vino un soave silenzio.
E quelli sono raccolti in numero di dodici.
Di notte gridano nel sonno sotto i rami di olivo;
San Tommaso immerge la mano nelle piaghe”

Georg Trakl, Umanità

Nietzsche sosteneva di diffidare degli autori di un solo libro. Questo criterio, se va bene per i lettori non sempre può essere applicato agli scrittori. Applicando questo metro alla poesia ci accorgiamo che più poeti, dopo aver compilato differenti raccolte, hanno cercato di compiere un passo ulteriore, dichiarando la propria opera come facente parte di un corpus, una summa, un opus magnum del quale le differenti raccolte formano singole porzioni. Affermazioni del genere possono essere rintracciate in poeti con Walt Whitman, Eugenio Montale, oppure Giuseppe Ungaretti.
La prima domanda che rivolgiamo ad Elio Coriano è proprio tesa a scoprire, nel connubio autore/opera, quale importanza ricopre nella sua vita la continuità della sua opera. “Come diceva Sartre ‘ogni giorno una pagina’, nella fissità quotidiana la mia è quella che amo definire ‘numerazione delle sabbie’, un tentativo, un esorcismo teso a fissare il contatto di ciò che sai di poter perdere”.
Le poesie di Elio Coriano sono riconoscibili a causa del loro titolo dalla forma costante, quasi algebrica, riassumibile nella formula alchemica HX (ad es. H6131, H39450 etc).
Siamo abituati a numeri elevati, continui, testimoni di una produzione sterminata e assidua. Chiediamo quindi a Elio di rintracciare per noi la genesi di questa forma seriale, qual è, dove si trova la genesi dei suoi ‘H’? “All’origine della mia scrittura c’erano normali poesie, ad un certo momento ho voluto sperimentare la forma degli haiku giapponesi, e in alcuni nonsense mascheravo me stesso e il mio essere autore senza nemmeno inserire i titoli ai miei componimenti, ottenendo così un haiku1, haiku2 e via dicendo. In seguito, con naturalezza, la forma dell’haiku è divenuta stretta, ho continuato a descrivere la quotidianità e gli haiku sono divenute poesie, versi liberi, conservando del titolo la ‘H’, che poi è la consonante muta. La numerazione si è resa necessaria per imporre una regola, l’unica possibile a questo punto, sulla produzione caotica di versi. Quest’ordine apparente, incarnato da questa forma di titolazione cui riesco a dare continuità, al di là del caos e del disordine di scrittore”.
Entriamo nel merito di uno dei motivi ricorrenti delle poesie di Elio Coriano, ovvero la natura, i suoi animali, i suoi respiri. Chiediamo quale rapporto lega, nell’autore, la poesia e la natura. ”Ho eliminato la punteggiatura, ho eliminato nei miei versi la rima, i classicismi, i miei versi sono liberi da tutto questo, in essi entra la natura con il suo fiato e respiro, esiste un ritmo inconscio, il ritmo del battito cardiaco, il ritmo che regola la circolazione sanguigna, questo è il ritmo dei miei versi”. Elio Coriano sostiene di provare un senso di vergogna e ribrezzo nei confronti del lessico ‘poetico’, il suo lessico è volutamente legato al quotidiano, le sue poesie sono costruzioni misurate che eccedono la normalità del linguaggio quotidiano pur attenendosi alle sue regole. E’ una questione cruciale di rispetto nei confronti della lingua e di empatia “per chi non ha potuto studiare, per chi avrebbe potuto studiare e non ne ha avuto le possibilità, io sono un ladro, e rubo le esperienze di chi altrimenti non avrebbe voce in capitolo, né all’interno della poesia, né all’esterno dei libri, nella vita”. Quella dell’autore è una riconoscenza nei confronti del linguaggio poetico, capace di destare l’emozione e la comprensione di chiunque sia in grado di provare (ancora) un’emozione. Attualmente Elio Coriano è giunto a H44280, un’opera la sua di immane intensità, cominciata quasi per gioco, divenuta un organismo simbiotico al proprio.
“A volte la verità nella sua semplicità non viene mai creduta, la verità è semplicissima”.
Elio Coriano preferisce essere paragonato ad un artigiano, un ‘fabbro della parola’ direbbe Rimbaud, piuttosto che un poeta. “Quando un falegname costruisce un mobile, se utilizza materiali scadenti, o solo apparentemente di qualità, prima o poi verrà il tempo in cui verrà smascherato dallo scorrere stesso del tempo, dall’usura inevitabile cui verranno sottoposti i materiali: lo stesso accade al poeta. Se il poeta fa uso di trucchi e falsità, malgrado le sue poesie possano ad un primo sguardo risultare accettabili, sarà il tempo a smentirle, a cancellarle. Il poeta, questo dovrebbe essere il suo obiettivo, deve creare poesie stabili, inattaccabili, costruzioni che resistono all’attacco del tempo, oneste”.
La poesia non può essere frutto della sola tecnica, chi si occupa di parole deve stare a contatto diretto con la realtà, non ci si può fare scudo con i libri, la poesia non è mai uno svago. La poesia è lucida e crudele, sempre. La poesia è anche salvezza, secondo l’autore “siamo carne tenera, quando ci confrontiamo, noi ed il nostro stile, con i più grandi, questi ci lasciano sempre le loro cicatrici; uno dei complimenti più belli che hanno fato ai miei versi è stato ‘nella tua poesia non ho visto maestri’..”.
Esistono dei canali sotterranei, una parte di noi è percorribile, c’è del sangue nascosto, il sangue sotterraneo, alieno alle sovrastrutture. Quando un poeta si occupa di queste cose si occupa dell’universale, poi vengono le differenze, l’Occidente, l’Oriente, vengono dopo, il sangue è sempre costituito dello stesso ‘materiale poetico’.
Elio Coriano è ottimo lettore dei propri versi, con molta attenzione dosa le parole e i gesti, facendo intendere che quanto non viene colto nel senso, può essere colto nel corpo, tutto concorre a stabilire un’immagine, facendo ampio uso di metafore per rendere sempre più comprensibile il proprio lavoro, una metafora cara al poeta è quella del nuotatore. Chi deve imparare a nuotare può andare da un istruttore, e allora i gesti si fanno meccanici e difficoltosi, si impara difficilmente qualcosa che l’uomo possiede nel suo dna. Oppure si può essere scagliati nell’acqua. Il cerchio si chiude, ritorniamo agli haiku e all’utilizzo sotteso di un pensiero zen. Il tutto è misurato e mai ostentato “trovare questi linguaggi essenziali, la mia non è una poesia così facile, come appare, potenzialmente tutti sono dotati di possibilità espressive, ognuno utilizza i propri strumenti, la mia poesia è un continuo risarcimento al mondo di mio padre, la mia poesia, quando è complessa, lo è perché la vita è complessa”.
Elio Coriano, cos’è per te il deserto? “Mi sono definito col fatto che scrivo quotidianamente, numeratore di sabbie, descrittore di realtà, se noi dovessimo numerare il deserto, non è terribile il deserto iconografico, risolvibile, questo deserto è controllabile: il vero deserto è la nostra incomunicabilità, abbiamo un desiderio immane di comunicare, ci danno l’illusione di poter comunicare, la comunicazione vera è assente, c’è un sottofondo di menzogna. Il deserto di sabbia è uno scherzo rispetto alla chiusura nei confronti degli altri, come se cercassi di proteggere qualcosa di nostro, il desiderio di arrivare, trovo più compagnia nel deserto che tra gli esseri umani. Ci sarà gente, non ci sarà gente, pensare alla fortuna di essere qui in totale tranquillità, con la possibilità di dialogare. Raggiungere all’estremo della sala gli occhi dell’altro. Durante le mie performance, il contatto con il corpo, il rapporto carnale, il buio, la candela passata da uno spettatore all’altro per cercare di creare l’unità. Più il potere ci circonda e più il potere desidera, il potere desidera potere, il potere ci vuole obbedienti, e i poeti non sono mai stati obbedienti, il potere ci spiega il ‘giusto’ perché di ogni cosa, di una guerra, della fame. A questo punto va sfruttata la lucidità, noi stiamo correndo rischi incredibili, c’è un disagio tremendo, adolescenti devastati da pubblicità, fragilità travestire di disobbedienza, quando osservo gli adulti questi si affannano nel cercare di complicare le cose semplici, sembriamo persone che inseguono un pifferaio magico, il potere è potere di potere, la gente, gli uomini, le persone, sono usciti fuori dalle loro agende, dallo scadenziario dei loro taccuini”.
Tutto ciò si riconnette, nel discorso, all’onestà intellettuale di chi decide per il mestiere di poeta “il problema è che non c’è niente di eroico in questo, non si tratta di prendere una bandiera, basterebbe saper districarci e capire cosa scelgono per noi e cosa ci viene inculcato, le parole sono puttane, vanno con tutti, bisogna capire chi le usa per svuotarti, derubarti. Non posso tollerare che chi usa la testa si rifugi nei libri, bisogna smascherare il disagio, quel che non funziona. Guai a immaginare il poeta come la fanciulla che va in casa dell’orco, il poeta è lucido, a volte anche quando non è consapevole. Non c’è un luogo sulla faccia della terra dove non ci sia un interesse, noi dovremmo scrollarci di dosso il torpore e la rassegnazione”.
Il cerchio si chiude nuovamente, il poeta è l’uomo, la sua opera, la sua vita che diviene verso e le sue poesie che incalzano nel verso della vita.

 

da leggere:

Elio CorianoLe pianure del silenzio – Conte Editore (E800. European Literature a cura di Francesco Saverio Dodaro) – prezzo € 14.98 – ISBN 888714330-7

il testo è un’edizione particolarmente curata, al testo in italiano si affiancano traduzioni in quattro lingue, francese, inglese, tedesco e spagnolo.

Elio CorianoDolorosa impotenza il mestiere delle parole – Con una nota di Antonio Errico e i disegni di Maurizio Leo, I Quaderni del Bardo, in 300 copie numerate, dicembre 2004

Elio Coriano – Haiku.
H46001 (11 febbraio 2005), H984 (8 settembre 1996), H10291 (4 ottobre 1996, H10731 (7 novembre 1996), H13986, H14047, H14074, H14191 (agosto 1997), H14404, H14411 (settembre 1997), H27448, H27749, H27450, H27451 (24 febbraio 2000), H27515, H27516, H27517 (28 febbraio 2000), H30693, H30695 (15 novembre 2000), H33108 (7 aprile 2001), H34000, H34001, H34002, H34003, H34004, H34005, H34006 (26 maggio 2001), H34078, H34079, H34080 (30 maggio 2001), H36704, H36708 (29 settembre 2001), H36831, H36833, H36897, H36898, H36889 (9 ottobre 2001), H36900 (10 ottobre 2001), H36930 (12 ottobre 2001), H37030 (20 ottobre 2001), H37117, H37118, H37119, H37120 (27 ottobre 2001),H37568, H37569, H37570 (30 novembre 2001), H37571, H37572, H37573, H37574, H37575, H37576, H37577, H37578, H37579, H37580, H37581, H37582, H37583, H37584, H37585, H37586 (1 dicembre 2001), H37587, H37588, H37589, H37590, H37591, H37592, H37593 (2 dicembre 2001), H37594, H37595, H37596 (3 dicembre 2001), H37826, H37827, H37828, H37829 (25 dicembre 2001) in Tabula Rasa 04 (autunno/inverno 2005/06), Besa Editrice

Elio Coriano – Scritture randage, prefazione di Sergio Vuskovic Rojo, postfazione di Maurizio Nocera, Luca Pensa Editore, gennaio 2006

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