I visitatori al confine


“[…] Non è forse scritto ‘Rallegratevi ed esultate,
perché vicino è il suo regno?’ [1024.a]
Non è forse scritto ‘Non disperate, perché il suo
regno è eterno’? [1025.bc]
Non vi era bisogno di alcun segno
eppure veduti i segni avete creduto, [1026ac(d)]
non vi era bisogno di parole
eppure una Parola vi ha salvati [1027a]”

dai testi detti “Dei Territori Occupati”,
versione 2.0a

I.

Malgrado fossero trascorsi secoli di battaglie le parti sul campo non erano ancora giunte ad una soluzione del conflitto. I diplomatici e gli ambasciatori dei paesi interessati non riuscivano a trovare un accordo, mesi di trattative erano vanificati da episodi minuscoli, scaramucce sul confine, spari di mitra dimostrativi durante i controlli ai posti di blocco che sfociavano in episodi di guerriglia, defezioni di elementi chiave all’interno degli schieramenti politici di una delle due parti poco prima della firma di un trattato. Erano poche le persone ancora convinte che una pace fosse possibile, c’era qualche famiglia convinta della possibilità concreta di costruire una vita per sé e per i propri figli al margine delle lotte e delle esplosioni e dei cadaveri lasciati insepolti nelle strade. C’era ancora chi aveva voglia di di trasformare le terre oltre in confine in promesse da mantenere. Jasapphah aveva ventiquattro anni e faceva il mestiere più umile in Palestina, un paese martire come dicevano tutti e come dicevano di Israele i suoi vecchi colleghi di studio del corso superiore in Lingua Ebraica e Analisi dei Testi Sacri della Tradizione Talmudica. I suoi amici erano martiri impegnati nella lotta quotidiana contro il nemico, al di là della striscia di terra che univa i due paesi da millenni, dai tempi di Abramo e Isacco, Esaù e Giacobbe, fino a Davide e poi Salomone, queste terre tremavano sotto il soffio del vento spirituale che le attraversava dalla notte dei tempi, vento che soltanto di recente era stato squarciato dai tuoni dei velocissimi fuochi notturni e delle navi del cielo.
Jasapphah aveva finalmente deciso da che parte stare, lui e sua moglie avrebbero varcato il confine durante la notte, avrebbero abbandonato il proprio paese, nonostante le pressioni della famiglia di lei, nonostante il cielo nero che pesava sulle loro teste premendo il fiato sui loro quattro polmoni. Shariney era la donna più bella del mondo, e l’uomo più felice del mondo era uno, Jasapphah. Nel cuore dell’uomo, tuttavia, si agitavano mille pensieri, dalla mattina alla sera Jasapphah era schiavo delle sue ossessioni. A peggiorare la situazione, da otto lune a questa parte, c’erano i visitatori, come li chiamava. Una notte Jasapphah si era coricato di buon ora, stanco come un mulo che avesse tirato in un giorno venti carri contenenti un carico di buoi addormentati. La città non era scossa da alcun rumore, nessuna pietra si era ancora infranta contro i vetri delle case, quella notte nessun coccio era stato frantumato ed intinto nel sangue dei giusti. Lo spazio aereo era interdetto ad ogni oggetto volante, da dieci anni tutto ciò che sorvolava i confini dei due territori era da ritenersi un oggetto volante OOL (out of law), come tale poteva essere abbattuto da un momento all’altro. Ecco perché il cuore di Jasapphah era turbato. Come aveva fatto la nave ad oltrepassare il confine? C’era soltanto una spiegazione plausibile, quella cioè che la nave era in grado di decollare alzandosi così in alto e rapidamente nel cielo, così da eludere ogni capacità di osservazione da parte delle truppe stanziate ai confini. Solo a quel modo la nave era in grado di atterrare in qualunque luogo del paese senza destare sospetti. Secondo Jasapphah la nave proveniva dall’Africa, l’uomo ebbe questo pensiero la seconda volta che vide la nave, non gli sembrava simile a nessun modello di fabbricazione palestinese, né israeliana. La nave non somigliava a nulla che avesse solcato gli spazi aerei del Mediterraneo, né che avesse varcato l’Oceano prima di giungere in quel remoto angolo del Medio Oriente. Soltanto per un attimo gli sfiorò la mente il pensiero che la nave fosse stata prodotta nei laboratori sotterranei della Penisola Araba, gli unici dotati delle tecnologie adeguate, in questi anni, per permettere ad un oggetto costruito dall’uomo di sollevarsi nel cielo e spostarsi da un luogo ad un altro. L’indole di Jasapphah era dubbiosa, tutti questi pensieri lo sconcertavano. Malgrado tutto si fidò dei visitatori, che si erano subito presentati parlando la sua lingua e, soprattutto, che lo avevano rassicurato promettendogli un futuro rigoglioso, al riparo dalle lotte che laceravano il suo paese e quello immediatamente confinante. Gli incontri con i visitatori erano divenuti il suo passatempo preferito, gli argomenti che venivano trattati riguardavano la strategia militare, la natura delle forze palestinesi o israeliane, il numero dei soldati regolari e la quantità di componenti delle forze mercenarie, la loro provenienza e il tipo di armi di cui disponevano, soltanto per riprendere fiato tra un discorso e l’altro parlavano tra di loro dei testi sacri, il pretesto per cui Jasapphah era stato contattato, ciò secondo quanto detto da uno dei visitatori. Questo argomentare non lo infastidiva, i visitatori si dimostravano all’altezza di ogni discorso. Da quando si erano sposati, lui e Shariney vivevano ai margini della città, avevano abbandonato entrambi gli studi e lui era tornato a praticare il mestiere di suo padre. Uno dei visitatori, durante una visita interruppe un loro discorso con una lunga pausa, al termine della quale si rivolse a Jasapphah dicendogli

sei stato un ospite meraviglioso, non ci hai temuti per un solo attimo, non hai avuto paura e ci hai trattati come fratelli…Potevamo essere spie inviate dalle truppe oltre il confine, oppure potevamo essere soldati provenienti dalla Penisola Araba, soldati venuti a controllare che tu non fossi un collaborazionista, venuti a vedere come rispettavi il tuo popolo con le parole e i fatti, cercando di carpire i tuoi segreti per accorgerci, come è stato, che il tuo cuore è simile ad uno scrigno di nero marmo, che nulla fuoriesce dalle tue labbra che non sia verità…
Potevamo ucciderti nel giorno della nostra prima visita,
potevamo uccidere te e Shariney

sentendo questa frase un brivido percorse il suo corpo dagli alluci fino alla nuca, un brivido gelido che quasi lo fece svenire, non poteva permettersi di perdere la coscienza in quell’istante, i visitatori avrebbero ucciso lui e sua moglie, abbandonandoli in casa loro o gettandoli in una della cave alla periferia della Città,
il visitatore intuì il suo pensiero e sorrise

no, non devi preoccuparti, non vogliamo ucciderti, non sei in pericolo, anzi. Abbiamo deciso di farti un dono, Jasapphah, tu hai deciso di partire ed oltrepassare il confine. Questa notte non ti consegneremo l’arma che permetterà a te e al tuo popolo, oltrepassato il confine, di vincere ogni battaglia, anzi, di vincere la guerra, questa promessa sancirà la nostra alleanza

II.

“Un soldato potentissimo, il più potente soldato che avrebbero veduto i tempi, una forza della natura, un mirabile concentrato di astuzia, tecnica di combattimento, strategia e forza, al servizio del popolo di Palestinia”. Lo schermo mostrava distese di campi, un tempo deserti, ora coltivati. Le immagini si succedevano velocemente, un miscuglio di frammenti presi da registrazioni di notiziari degli anni precedenti, a ritroso fino agli anni in cui tutto era iniziato, gli anni delle lotte quotidiane, dei morti, dei massacri e delle esplosioni. Era difficile sostenere lo sguardo dello schermo senza provare vergogna per il solo fatto di appartenere al genere umano. Shariney dormiva dentro casa, Jasapphah osservava in silenzio, meno male che il volume dello schermo non era alto, ogni tanto uno dei visitatori, quello che sembrava il più anziano tra i quattro, diceva qualcosa nell’orecchio di Jasapphah, o almeno così sembrava all’uomo, che sentiva una voce rimbombargli nella testa senza alcun suono tangibile. Vedi, questo è quello che potrà accadere ai popoli, in futuro, grazie a quello che ti stai accingendo a fare, sarai l’alfiere della nostra battaglia, entrerai nel territorio nemico come un insetto entra nel corpo del grasso bove e depone all’interno della sua pelle la covata di uova destinata a schiudersi nel giorno seguente, uccidendo l’organismo ospite e proliferando per il bene della sua specie. Jasapphah continuava a non capire, non riusciva a collegare ciò che vedevano i suoi occhi alle parole del visitatore e, sopra ogni cosa, non riusciva a collegare la doppia serie di avvenimenti, quelli presenti a quelli futuri che vedeva impressi nelle immagini dello schermo. Queste tre parole rimasero impresse nella sua mente un-soldato-potentissimo. Dunque i visitatori avevano escogitato il modo per dotare l’esercito palestinese di un’arma fuori del comune, forse il suo compito era quello di oltrepassare il confine con i piani per lo sviluppo di questa nuova arma, gli sarebbe bastato consegnarli a chi di dovere nel giorno del suo arrivo oltre il confine, no, forse meglio attendere qualche ora per non destare alcun sospetto. Jasapphah, ti sbagli, tu sarai veicolo di questa ultima missione, spetta a te l’onore di condurre Shariney sana e salva oltre il confine. L’uomo non capì. Fu allora che due dei visitatori lo atterrarono con lo sguardo, non riusciva a muoversi, lo schermo continuava a mandare immagini dall’imminente futuro, pace e prosperità erano le condizioni in cui sarebbero vissute le popolazioni dei due paesi in eterno conflitto reciproco. Il nuovo soldato avrebbe sbaragliato le truppe di combattenti ostili con ‘la sola parola’, questo particolare gelava il sangue nelle vene di Jasapphah, costretto immobile a terra. Il quarto visitatore nel frattempo era scomparso. La nave continuava a librarsi al di sopra dell’abitazione dell’uomo, il rumore oscillante e continuo che facevano le sue lamiere rotanti era paragonabile al ronzio che fanno le api. Due giorni dopo l’ultima visita Jasapphah e sua moglie oltrepassarono il Confine.

III

Jasapphah non credeva alle sue orecchie. La notizia che sua moglie gli aveva dato la sera precedente lo aveva sconvolto a tal punto che questa mattina quando lo perquisirono in un posto di blocco nel tragitto che faceva per arrivare sul posto di lavoro gli sembrò la cosa più naturale del mondo alzare le braccia, quasi come se stesse nascondendo un segreto. In effetti il segreto c’era, Jasapphah, non poteva intuirne la portata devastatoria. Shariney aspettava un bambino. Sua moglie gli aveva dato questa notizia con le lacrime agli occhi. Gli sembrò normale fare quache calcolo per cercare di capire il giorno in cui fosse avvenuto il concepimento, la data con una certa approssimazione, poteva coincidere con i giorni degli ultimi colloqui fatti con i visitatori, forse addirittura con l’ultimo, quello in cui gli mostrarono lo schermo e gli chiesero il suo aiuto. Un soldato potentissimo – con la sola parola. Quella mattina gli capitò di leggere il giornale. Ogni giorno sfogliava distrattamente le pagine, saltava direttamente a pagina dodici, si soffermava sullo sport, sulle rubriche culturali e sulle previsioni del tempo. Le prime dodici pagine erano normalmente dedicate agli scontri, al numero delle vittime, alla quantità di ostaggi che erano stati scambiati durante la notte, agli accordi che venivano stipulati sotto banco dai rappresentanti delle fazioni in lotta, c’era poi una sezione dedicata alle opinioni che i capi di stato stranieri avevano espresso, nella giornata precedente, in merito alla possibilità o all’impossibilità di porre fine al conflitto, oramai entrato in una fase ‘cronica’ di sussistenza. Jasapphah poteva reggere la lettura delle prime dodici pagine una volta, al massimo due volte alla settimana. Oggi una notizia lo colpì, non fosse altro perché era riportata, seppure con parole diverse, nella dodicesima e nella tredicesima pagina, il che significava che questa notizia rivestiva un’importanza che, in un certo senso, interessava le due sezioni del giornale. A quanto pare, in alcuni stanziamenti nomadi presso il confine del paese, si era diffusa una strana malattia, una sorta di psicosi collettiva che aveva colpito un migliaio di persone. Il ritmo del contagio era in crescita, né gli scienziati israeliani, né tanto meno quelli palestinesi sembravano essere in grado di trovare un rimedio. L’articolo presentava un punto di vista interessante ed era scritto come se i contenuti della psicosi fossero ormai di dominio pubblico, come se non ci fosse bisogno di darne spiegazione, Jasapphah pensò di aver perso qualche articolo, impossibile, leggo questo giornale ogni giorno. La spiegazione di questo ‘salto’, per quanto strana, poteva essere questa, l’autore dell’articolo era egli stesso affetto dalla psicosi di cui parlava. Jasapphah corse con lo sguardo in fondo alla colonna, il caldo lo opprimeva, con un gesto rapido e consueto si passò un fazzoletto sulla fronte, lesse in fondo all’articolo, non c’era nessuna firma.

IV

La psicosi era centrata sulla necessità di riscatto da parte delle tribù nomadi stanziate sui confini del paese. Dopo otto mesi da quando Jasapphah aveva letto quell’articolo, il numero dei soggetti colpiti dalla psicosi era salito vertiginosamente, adesso erano circa sassantamila gli abitanti dei territori occupati affetti dalla “Sindrome di Jeoshua”. La sindrome venne definita così dai due psichiatri che ne avevano individuato le caratteristiche per primi. Chi veniva colpito dai segni della sindrome si suicidava dopo tre giorni, cinque al massimo. La sindrome si manifestava con il pensiero ossessivo dell’imminente venuta di un Messia. L’arrivo di un Messia sarebbe stato provvidenziale per entrambe le popolazioni, quella ebrea e quella palestinese, alcuni politici davano credito a queste voci, i giornali continuavano a diffondere un bollettino riguardante la diffusione della Sindrome, senza specificare mai l’attendibilità scientifica della notizia, politici e giornalisti riuscivano così ad ottenere credito presso la popolazione di una delle due parti avverse. Succede spesso che quando non ci siano avvenimenti particolari di cui parlare ci si confronti su eventi fittizi, Jasapphah era convinto che la Sindrome fosse un pretesto per schermaglie politiche. Le tribù nomadi che vivevano occupando i territori di confine credevano che il Messia sarebbe giunto per dare loro una terra, per trasformare in nazione i territori di confine. Questa terra non sarebbe mai cambiata, nessuna distesa verde sarebbe mai comparsa nel deserto, nessuna oasi di pace in mezzo alle bombe e alle pietre infuocate.
Jasapphah era deluso, dopo l’oltrepassamento del confine l’unico cambiamento nella sua vita era rappresentato dall’attesa di un figlio, il primo pensiero collegato a questa nascita imminente era la cognizione che quello non fosse il luogo migliore per mettere alla luce nuove vite.
Quel giorno stava ritornando a casa a piedi, era uno dei giorni in cui nessuno poteva circolare né sui mezzi pubblici né tantomeno con la propria auto, qualche giorno prima infatti un autobus imbottito di esplosivo era saltato in aria, c’erano stati in tutto trecentodue morti. La tensione in città saliva come la piena notturna di un fiume, alcune ricorrenze – il primo secolo di Coprifuoco Totale – venivano celebrate come avvenimenti. Erano le sette di sera, c’era un caldo opprimente, il videotelefono di Jasapphah squillò. Si trattava di Shariney, sullo schermo non comparve nessuna immagine, si sentiva un rumore ritmico, un rumore di sassi contro altri sassi, una nenia di cui era difficile riconoscere una parola soltanto. Era successo qualcosa, Jasapphah venne preso dal panico, fermò l’immagine sullo schermo e corse verso casa, doveva assolutamente capire da dove stava chiamando sua moglie, fu preso dal panico, è successo qualcosa. Arrivato davanti alla porta del garage si ricordò che non poteva prendere la macchina. Osservò lo schermo d’istinto, la stazione di rifornimento d’ossigeno, gli accampamenti, le capanne, l’antenna,il confine. Cominciò a correre in direzione degli accampamenti.

V.

Arrivò agli accampamenti, non riusciva più a correre, l’affanno lo stava schiantando al suolo. Si fermò sotto la pensilina di un’abitazione per prendere un po’ di respiro, impossibile, a quell’ora la temperatura sfiorava i trentacinque gradi centigradi. Jasapphah voleva raggiungere lo spiazzo da cui sua moglie aveva chiamato, e se qualcuno le avesse semplicemente rubato il telefono e lo avesse acceso per sbaglio? Il rumore che aveva ascoltato durante la telefonata era un brusio diffuso nell’aria, aveva fatto in tempo, qualunque cosa fosse accaduta durante il collegamento telefonico era ancora lì, da qualche parte. Cominciò a camminare lasciandosi guidare dall’udito, il rumore dei sassi contro i sassi si trasformava lentamente in un suono ritmico, dotato di senso, ciò che sentiva non erano più parole confuse, ma un’unica parola scandita dalle persone nel mezzo della piazza ‘Jeo-shu-a! Jeo-shu-a! Jeo-shu-a!’. Adesso Jasapphah era nel mezzo di queste persone, cercava di farsi spazio nella folla per raggiungere il centro di quella massa di persone, c’era qualcosa nel mezzo della piazza, tutti stavano urlando, lui continuava a dirigersi verso il centro della piazza, più si avvicinava e più il gruppo di persone si faceva compatto, finchè Jasapphah, quasi giunto al centro, non potè più andare avanti, c’erano un gruppo di persone che componevano uno sbarramento umano, come per salvaguardare il centro della piazza dalle intrusioni di sconosciuti, erano invasati, avevano gli occhi rossi. Jasapphah fece il possibile per oltrepassare quello sbarramento, un uomo più grosso e più alto di lui ad un certo punto gli diede un pugno nella faccia, Jasapphah non vide più, si sentì mancare, cadde sanguinante per terra, il suo corpo…
VI.

“[..] Il suo corpo esanime fu preso dai nostri
e trasportato fino al centro della piazza [24a]
dove la Donna dell’Uomo partorisce dormendo,
entrambi la folla rianima, ciba, [25ab]
lavandoli e profumando i piedi con olii
recandoli in trionfo, come si conviene ai re [26ab]
Shariney e Jasapphah, messaggeri dei padri,
venuti dal confine, figli del cielo, [27a]
veicoli della prosperità, pace per le genti.
[…]
Il salvatore dei popoli, il grande soldato, [38b]
colui che frantumerà gli eserciti
con la sola forza della parola: [39ba]
tuona Jeoshua tra i regnanti del mondo,
il suo verbo non trova riposo tra le mura [40ab]
confini tra le nazioni
le capanne sono colme di doni [41ab]
preziosi, coi proiettili intrecciano collane,
i deserti si trasformano in campi coltivati [42a]
il suo tuono è sorriso di bimbo
il suo tuono è parola [43a]
nessuno perisce, risorgono i morti in tre giorni
nessuno oltrepassa il confine, guerra alla guerra [44b]
pace per la pace
[…]
amen [66]
[…]

Dai testi di Jeoshua, versione 3.7b, [diffuso nel sesto anno dopo la nascita], terza revisione condotta sulle trascrizioni originali dette ‘dei Territori Occupati’.

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